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# Il triste dibattito sullo scrivere con l’IA
- URL: https://www.culturewars.it/libro-francia-intelligenza-artificiale/
- Published: 2026-10-02T05:11:12.000Z
- Updated: 2026-10-02T05:11:11.000Z
- Description: Cosa significa scrivere un libro? Prima di rispondere, mettiamoci nei panni degli altri.
- Author: Davide Piacenza
- Tags: intelligenza artificiale, Cultura

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Thélyson Orélien, scrittore esordiente canadese-haitiano, è stato accusato di aver fatto un uso massiccio di programmi di intelligenza artificiale per la scrittura del suo romanzo *C’était ça ou mourir* (“O questo o la morte”), che è diventato un [caso letterario](https://www.nytimes.com/2026/05/11/world/canada/thelyson-orelien-haiti-us-canada-migration.html?ref=culturewars.it) in Nord America e ha già venduto 40mila copie in Francia, dov’era entrato nella lista dei candidati del prestigioso premio Goncourt.

La polemica, che ha portato il libro a venire escluso dal premio, è nata per via di un singolo post su X di [un profilo anonimo](https://x.com/Pangramed?ref=culturewars.it), secondo cui il bestseller di Orélien sarebbe «scritto quasi interamente da un’AI». Il post è stato ripreso da un giovane commentatore conservatore del quotidiano Le Figaro, **Samuel Fitoussi** (il quale, poco sorprendentemente, ha poi rivelato di essere uno dei gestori dell’account che accusava l’autore di *C’était ça ou mourir*) ed è stato amplificato dai meccanismi della viralità algoritmica.

La vicenda ha diversi lati che complicano, o quantomeno rendono più stratificato, il giudizio: tanto per cominciare, il romanzo ha una forte componente autobiografica, dato che racconta la storia di un professore di liceo di Haiti che sceglie di emigrare verso il Canada; come Orélien stesso, che se ne è andato dal suo Paese dopo il terremoto del 2010, stabilendosi a Montreal.

Fitoussi, il giornalista che ha creato e rilanciato l’accusa di un uso massiccio e non dichiarato di IA nel testo – poi [sostenuta](https://x.com/Afinetheorem/status/2102132666044764206?ref=culturewars.it) [altrove](https://www.lemonde.fr/en/pixels/article/2026/09/24/a-breakout-star-author-is-accused-of-using-ai-in-his-prize-contending-debut%5F6757882%5F13.html?ref=culturewars.it) – è peraltro uno dei volti dell’anti-woke francese: nel 2023 ha pubblicato il suo saggio *Woke Fiction*, e a dargli man forte nell’allargamento della polemica sono stati diversi profili conservatori e di estrema destra.

![](https://storage.ghost.io/c/85/35/85355599-1607-4b1c-946f-b59536e77681/content/images/2026/09/grasset.webp)

Ci sono, insomma, alcuni portati politici di cui sarebbe bene tenere conto, in questa storia. Ma l’aspetto più centrale e dibattuto riguarda il cuore del caso: l’uso di un modello di intelligenza artificiale per scrivere un libro. 

Da qualche anno seguo – prima distrattamente, poi con maggiore costanza – la segmentazione delle posizioni e dei discorsi in questo ambito, che mi sembra approdato all’incomunicabilità più piena: pro-IA e contro-IA, tecno-entusiasti e tecno-fobici, minimizzatori e accusatori, senza sfumature. 

Tornando alla vicenda specifica: è giusto che Thélyson Orélien abbia potuto essere in lizza per i più importanti premi della letteratura francofona con un romanzo che non ha scritto da solo, se l’accusa venisse confermata? E in quel caso, sarebbe stato più giusto che il libro recasse una dicitura di segnalazione del suo ricorso all’IA?

Per rispondere a queste due domande bisogna anzitutto precisare che, da solo, oggi un *large language model* come ChatGPT o Claude **non è in grado di scrivere un romanzo autobiografico “da premio Goncourt”** – non senza un input sostanziale e decisivo dell’autore umano, come suppone Luca Sofri [in una sua riflessione](https://www.wittgenstein.it/2026/09/27/un-gran-bel-libro/?ref=culturewars.it) pubblicata in questi giorni.

Inoltre, è indubbio che i buoi sono già scappati, per così dire: qualsiasi persona coinvolta a vario titolo nei mestieri creativi nei prossimi anni si servirà sempre più spesso di applicazioni dell’intelligenza artificiale, se non lo fa già; la tecnologia *c’è*, si diffonde sempre di più e la usiamo (anche io stesso, certo) perché facilita i processi e potenzia i risultati. Nei prossimi anni fare i puristi sarà sempre più difficile, perché, se non tutti, molti dei libri che troveremo a scaffale saranno il prodotto, in una qualche misura, di un’IA.

Ciò detto, scrivere – così come leggere – è un atto che presuppone una certa comunione emotiva, una qualche spoliazione condivisa che si basa su ciò che avviene tra chi compone un testo e chi lo riceve. Come ha [detto](https://on.substack.com/p/model-behavior-george-saunders) George Saunders recentemente, in risposta a una domanda sul tema, «la scrittura è il modo più prezioso con cui una persona può comunicare la propria essenza a un’altra»: se quel patto non scritto di trasparenza reciproca viene meno, è comprensibile che una delle due parti non la viva bene. Ecco perché credo che la richiesta di etichette e disclaimer per segnalare i contenuti IA sia legittima e vada sostenuta, specie in questa fase di transizione. 

Oggi un’IA non è in grado di scrivere un bestseller da sola, si diceva, e lo trovo innegabile: ma tutto ci dovrebbe portare a sospettare che domani – e un domani nemmeno troppo lontano, visti i ritmi di avanzamento del settore – si avvicinerà sempre di più a poterlo fare, fino a rendere meno riconoscibile il divario tra opere dell’intelletto umano e frutti del *machine learning*.

È vero, come dice Sofri, che esiste **una pluralità di usi** di questi applicativi che lo scontro polarizzato “pro vs. anti” ignora e scavalca; ma è vero anche che, se immaginiamo un futuro di modelli sempre più raffinati, “istruiti” e potenti, allora è un futuro in cui lo spazio e il peso autoriale della persona dietro l’input si assottiglieranno fino a scomparire. 

Nel caso di Orélien, il mondo della cultura francese ha fatto quadrato per difendere l’autore: un po’ perché si tratta dell’[ennesima persona nera](https://www.culturewars.it/jason-arday-cambridge-inclusione/) finita sotto il tiro dei cannoni della propaganda di destra, un po’ anche perché in ballo c’è la credibilità di un’intera filiera, che passa dagli editor e dai recensori, toccando le alte sfere degli *Auteurs* che hanno incensato l’opera sui giornali e in tv.

Rimane che Pangram e altri software di *AI-detection* (i quali meriterebbero un capitolo a sé, ma magari ci torneremo) hanno segnalato nel libro una presenza molto estesa di testo compatibile con la generazione artificiale, e che noi non sappiamo quale forma abbia assunto questa generazione: *C’était ça ou mourir* potrebbe verosimilmente essere il risultato di prompt ricercati, particolareggiati e del tutto “autoriali”, oppure al contrario aver beneficiato di un effetto dopante che ha alterato in tutto o in parte i suoi connotati.

Anche per questo, una delle posture che trovo più insostenibili del modo di parlare di IA è quel vezzo di ricondurre ogni discordia alla difesa d’ufficio del “*è solo uno strumento!*”: ChatGPT, per alcuni suoi difensori (talvolta giusto un filo acritici), è una specie di penna-e-calamaio del Ventunesimo secolo, un contenitore neutrale e passivo di usi che noi *scegliamo* di farne volta per volta. Ed è certamente vero che con un LLM possiamo fare tantissime cose diverse, non c’è dubbio. La responsabilità, però, non può ricadere sul singolo.

Più o meno nella stessa maniera, le critiche più strutturali ai social media e ai loro effetti collaterali sulla società richiamano spesso uno stringersi nelle spalle, seguito da ridimensionamenti che arrivano a ricordare che nell’Ottocento anche i romanzi, signora mia, erano nuove forme espressive considerate corruttrici della gioventù.

In entrambi i casi si tratta di una resa comodamente scorretta e distorta dei contorni della discussione, anzitutto perché **ci sono strumenti e strumenti**: con una penna posso scrivere, con un post sui social posso generare una shitstorm, con un modello di IA ([domani](https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/sep/29/ai-models-security-risk-agents-openai-independent-security?ref=culturewars.it)?) forse potrò bucare un sito governativo.

Da una parte della barricata si assiste alle solite, bolse litanie passatiste su come l’ultima incarnazione del progresso tecnologico ci porterà alla rovina o all’apocalisse (è, peraltro, un filone che lo stesso settore dell’IA [incoraggia](https://www.corriere.it/tecnologia/26%5Fsettembre%5F12/il-marketing-dell-apocalisse-piu-che-avere-paura-della-fine-dell-umanita-bisogna-coltivare-l-abilita-di-verifica-961cf68f-069b-4e29-bf2e-b8fb1bd02xlk.shtml?ref=culturewars.it) per ragioni di marketing); dall’altra, cheerleader e difensori d’ufficio si sentono in dovere di tutelare il buon nome dei prodotti di Anthropic e OpenAI, come se le aziende che li producono fossero soggetti fragili da proteggere dal sospetto pubblico, e non alcune delle realtà più ricche, potenti e politicamente influenti della nostra epoca (Fitoussi, il grande accusatore francese di queste ore, è egli stesso un investitore del settore IA: l’ha scritto nella [sua bio su X](https://x.com/SamuelFitouss10?ref=culturewars.it)).

Non penso, in tutta onestà, che nel 2026 lo stigma nei confronti delle intelligenze artificiali oggi possa essere una causa a cui donare il proprio attivismo: i loro padri e padrini hanno tutti i mezzi, i soldi, il potere per affrontare i marosi di ogni inceppo reputazionale, nel caso.

E prima ancora: i pregiudizi generici sull’uso dell’IA esistono, ma sono connessi a problemi politici e sociali difficili da ignorare, in primis per la loro urgenza. In ordine sparso: nei prossimi anni [milioni di posti di lavoro](https://www.goldmansachs.com/insights/articles/how-will-ai-affect-the-us-labor-market?ref=culturewars.it) potrebbero diventare obsoleti a causa dell’avvento dell’IA; dall’oggi al domani artisti, designer, creativi e molti altri si sono trovati a dover salvaguardare le loro opere da processi predatori opachi finalizzati all’arricchimento di pochissimi; l’automazione, che pure ci apre un’infinità di nuove possibilità – parlo al plurale perché ripeto, sono il primo a servirmene felicemente – è un ulteriore viatico di alienazione e solitudine per tante persone con vite diverse dalla nostra. Quando si parla di intelligenze artificiali, un ex dipendente appena licenziato dalla sua azienda difficilmente riuscirà a concentrarsi sul sol dell’avvenire del potenziamento creativo.

Mi occuperei di queste cose, prima di tutto. E non credo nemmeno che i detrattori dell’AI – per venire a un’altra critica diffusa e risibile – oggi siano principalmente composti da retrogradi che vogliono far dipendere a tutti i costi il successo o l’affermazione dalla ***fatica* del processo creativo**, subordinandolo alla vetusta retorica del sudore della fronte.

La questione non è se sia moralmente preferibile il lavoro che impiega tempo ed energie: è che una parte dell’attrito produttivo che l’IA elimina (ne siamo felici) ha a che fare col processo attraverso cui impariamo (e non dovremmo esserne felici).   
  
Nel caso della scrittura parliamo di cercare una formulazione, scartarla, accorgersi che un argomento non regge, riscrivere una pagina, scoprire di non aver capito abbastanza bene ciò di cui si sta parlando. Eliminare tutto questo può risultare auspicabile in cento circostanze diverse, è ovvio; in altre, però, rischia di appiattire i processi di apprendimento e formazione personale, rendendo la creazione un gesto largamente deprivato di quell’esperienza di dubbio, conflitto e complessità critica che compone l’atto di scrivere. 

Questo non dovrebbe, almeno secondo me, portare a riabilitare a priori uno *human touch* di cui magari in un futuro prossimo scopriremo di poter fare almeno in parte a meno. Si tratterebbe, però, anche di non fingere che la trasformazione in corso stia avvenendo in uno spazio neutrale, governato soltanto dalle preferenze individuali di chi decide se aprire o meno un chatbot.

Le infrastrutture, i modelli e le regole attraverso cui stiamo ridefinendo le nostre attività quotidiane appartengono in larghissima parte a **un numero molto ristretto di aziende private** guidate da tizi che sorridonoin posa nelle foto [con Donald Trump](https://www.ilpost.it/2026/09/30/accordo-intelligenza-artificiale-trump-aziende/?ref=culturewars.it), e che su questa ridefinizione stanno costruendo un potere economico e culturale gigantesco. Senza mostrare alcuna intenzione di cederlo.

Come ci insegna il caso francese discusso in queste ore, intorno a ogni scontro sul tema dell’IA c’è un modo di intendere l’innovazione tecnologica come un reame appannaggio di una casta di possidenti che si appropriano del lavoro altrui, pretendendo nel frattempo che la plebe rimanga zitta, conciliante e in buon ordine. Chi traduce queste tensioni in modo parziale e manicheo fa un cattivo servizio non solo alla realtà dei fatti, ma anche alla direzione dello sviluppo tecnologico e culturale.

È dentro questo quadro che prendono forma molte delle paure, delle diffidenze e anche delle esagerazioni che circondano l’IA. Spesso sono viziate da preconcetti e ansie indotte dai media e da una diffidenza aprioristica verso la tecnologia: ma potremmo davvero dire che, nella sua formulazione più ridotta, l’attualità odierna sia così lontana da una distopia di feudatari e vassalli digitali?

![](https://storage.ghost.io/c/85/35/85355599-1607-4b1c-946f-b59536e77681/content/images/2026/09/Altre-News-dal-Fronte.png)

- La cara vecchia cancel culture della destra: stavolta la vittima [si chiama Hasan Piker](https://www.chron.com/texas/article/hasan-piker-university-of-texas-22453252.php?ref=culturewars.it), professione streamer superstar;

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

- Il direttore generale della Tour Eiffel si è dovuto dimettere dopo aver costretto il personale femminile della torre [a farsi da parte](https://apnews.com/article/france-paris-eiffel-tower-chief-resigns-hindu-88089fb5ceacd8ca5ec46f3461958a6a?ref=culturewars.it) durante la visita di un gruppo indù;

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

- Qualche settimana fa tutti, dal fruttarolo di quartiere al tuo influencer di fiducia, hanno detto la loro sul “woke 1”: se vuoi scoprire cos’era davvero, parti da [questo esilarante caso](https://www.bostonglobe.com/2026/09/22/magazine/greenfield-last-ditch-bar-backlash/?ref=culturewars.it) di una libreria queer del Massachusetts, che tra le altre cose ha fatto la fortuna del sito del Boston Globe.

[![](https://storage.ghost.io/c/85/35/85355599-1607-4b1c-946f-b59536e77681/content/images/2026/09/Abbonati-alla-Culture-Wars.png)](https://www.culturewars.it/membership/)

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