# Culture Wars. La newsletter
> Politica, cultura e scontri di civiltà nell’era degli algoritmi, per parlare di ciò di cui non si riesce a parlare sui social.
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## Pages
### Che cos’è Culture Wars
URL: https://www.culturewars.it/about/
Last updated: 2026-07-19T22:54:42.000Z
“Dittatura del **politicamente corretto**”? “Non si può più dire niente”? “La **cancel culture** non esiste”? Quante volte hai letto queste frasi? Quante volte sei riuscito/a a capirne il senso e i sottotesti, o a discuterne davvero?
Questa newsletter nasce – prima in Italia dedicata a questi temi – per fare da argine agli slogan e ai pressapochismi pavloviani intorno ai discorsi culturali della nostra epoca, e per spiegare i conflitti sulle nuove questioni portanti (benché talvolta apparentemente laterali) della politica occidentale: parliamo delle **culture wars**, dal titolo di un saggio del 1991 del sociologo James Davison Hunter, *Culture Wars: The Struggle to Define America.*
La definizione da vocabolario dell’espressione si riferisce a quelle lotte tra gruppi sociali per l’affermazione dei propri valori di riferimento, ma oggi le *guerre culturali* si invocano perlopiù per fornire una cornice concettuale **alle divisioni, alle assurdità, alle polarizzazioni e al caos a cui siamo esposti** nel mondo che discute di rappresentatività culturale, identità, “politicamente corretto” e affini.
Nato alla fine del 2021, Culture Wars è un progetto che vuole parlare delle **cose di cui non si riesce a parlare nel Panopticon dei nostri mezzi di comunicazione**, stretti fra algoritmi, polarizzazioni e spirito di corpo, e discutere con pluralità di voci e sguardi di come – e dove – evolvono le nostre società, i nostri valori, in ultima analisi la nostra prospettiva sul mondo.
Ha un piano base gratuito, ma ti incoraggio a valutare anche le [offerte in abbonamento](https://www.culturewars.it/membership/): con piccoli contributi, ottieni contenuti in anteprima o solo per abbonati sulla società contemporanea e il cosmo multiforme che vi gravita attorno.
[Scopri la versione premium](https://www.culturewars.it/membership)
Da queste parti proviamo a capire qualcosa del grande **cambiamento di codici e schemi culturali dell’era algoritmica** che stiamo vivendo, e delle particolarità degli attriti che porta con sé.
Farlo non è sempre semplice, e anzi: scegliere un fronte online di cui diventare opliti fedeli e ciechi, fermandosi alla superficie delle cose, dà infinitamente meno seccature. Però dobbiamo tentare di essere migliori di così: darsi addosso sui social crea dipendenza, è vero, ma oltre ad avvelenare noi stessi non aiuta nessun altro.
## Chi la scrive/edita

[**Davide Piacenza**](https://davidepiacenza.it/?ref=culturewars.it) scrive di attualità e cultura sui giornali italiani da un decennio. Ha lavorato da interno nelle redazioni di Wired, Forbes e Rivista Studio, e scritto anche per Esquire, Vanity Fair, La Stampa, Icon, Il Post e molte altre testate nazionali e internazionali.
Nel 2023 è uscito il suo primo libro con Einaudi Stile Libero, tratto da questa newsletter: [***La correzione del mondo***](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/), che ha avuto un buon successo [di pubblico e di critica](https://davidepiacenza.it/correzione-mondo-cancel-culture-politicamente-corretto-einaudi/?ref=culturewars.it). Nel 2025 ha pubblicato il pamphlet [*La cultura che non posso permettermi*](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/la-cultura-che-non-posso-permettermi-davide-piacenza-9788858450345/?ref=culturewars.it), sempre con Einaudi.
La newsletter arriverà nella tua inbox senza tempistiche prestabilite (per più di tre anni ha avuto una cadenza settimanale, poi continuare in quella direzione si è rivelato arduo) con analisi, pareri, interviste, punti di vista e – soprattutto, nelle intenzioni – qualche spunto per ragionare.

## Hanno scritto per Culture Wars:
Francesco Marino – Daniele Zinni – Raffaele Alberto Ventura – Francesco Avallone – Veronica Costanza Ward – Flavia Carlorecchio – Lucia Antista – Domenico Chirico – Franco Sardo – Giovanni Damele – Silvio Lorusso – Jonathan Zenti – Paolo Mossetti – Silvia Camporesi
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Last updated: 2024-01-29T15:19:47.000Z
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Last updated: 2022-05-21T10:18:10.000Z
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Last updated: 2024-01-31T10:55:29.000Z
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Last updated: 2024-02-01T06:10:27.000Z
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### Scrivi a Culture Wars
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Last updated: 2025-03-28T16:28:31.000Z
Da queste parti c’è sempre bisogno di ragionare sulle critiche, fare lunghi discorsi con chi la pensa diversamente, raccogliere pareri e segnalazioni. Se rientri in una di queste casistiche, o semplicemente vuoi farti sentire, usa questo form.
Prometto di rispondere quanto prima.
Nome Indirizzo email Messaggio
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### Il libro
URL: https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/
Last updated: 2026-06-01T20:28:28.000Z

📖
Leggi l’[estratto](https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a43790233/culture-wars-piacenza-estratto/?ref=culturewars.it) pubblicato da Esquire Italia
Non accade spesso che una newsletter diventi un libro con un grande editore nazionale, ma **Einaudi** mi ha chiesto di scriverne uno a partire dalla mia: ne è uscito [*La correzione del mondo*](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/la-correzione-del-mondo-davide-piacenza-9788806257347/?ref=culturewars.it), un saggio che riflette su come le piattaforme digitali abbiano generato un mondo di **trappole comunicative**, lontananza artificiale da un’umanità minima condivisa e tante, troppe vittime collaterali.

È un libro che parla di discorsi importanti e centrali nelle nostre vite, a cui però diamo spesso **etichette affrettate** e inconsapevolmente propagandistiche: «**politicamente corretto**», «**cancel culture**» eccetera. Sono i «nuovi fantasmi della società frammentata», per citare il sottotitolo, ma ne parliamo male o non ne parliamo proprio, ripetendo formulette connotate o svuotate di ogni senso, sia a destra che a sinistra.
Da quando ho iniziato a scrivere il saggio abbiamo assistito a tanti novelli nonsense: presidenti del Senato che [vedono](https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/10/18/la-russa-foto-mussolini-che-facciamo-cancel-culture%5Fc27a7601-1414-4b21-ac7f-7e22db831814.html?ref=culturewars.it) «cultura della cancellazione» nella rimozione di ritratti di Mussolini da sedi istituzionali; demagoghi americani che dichiarano guerra legislativa a incolpevoli [drag queen](https://www.cbsnews.com/news/how-drag-queens-got-dragged-into-politics/?ref=culturewars.it); libri (classici e non) [espunti](https://www.npr.org/2023/02/21/1158347261/roald-dahl-books-changed-offensive-words?ref=culturewars.it) di termini «problematici» innocui; redattrici sottopagate rieducate a mezzo Instagram per non aver visto «problematicità» dove secondo qualcuno c’era; professori e professoresse [vittime](https://www.culturewars.it/arte-maometto-universita/) di amministrazioni universitarie opportuniste e abdicanti; nuove vittime che non erano vittime; soliti carnefici che si atteggiano a vittime; gare di voce grossa ed efferatezza virali per trovare il Nemico del giorno e costringerlo a scuse tutto fuorché sentite.
**Su questi temi si legge più o meno qualsiasi cosa**, la propaganda reazionaria è senza freni (e generosamente agevolata dai mass media) e ci vuole poco a trovare chi si è convinto che orde di pericolosi estremisti stiano cercando di smantellare le fondamenta della società occidentale, o per converso chi ravvisa in ogni minimo disaccordo su temi “sensibili” la longa manus di un’oppressione che non lo riguarda, ma di cui si è auto-intestato una lotta tutta in favore di like.
Mancava una **critica precisa, aperta e progressista** dell’unica dittatura strisciante che esiste davvero e non causa levate di scudi: quella dell’**algoritmo** made in Silicon Valley; quella per cui di «inclusione» e «oppressione» si discute solo nei limiti claustrofobici concessi dai reparti di user growth di multinazionali alla ricerca disperata di profitto. Quella che sta drogando e mettendo a repentaglio ogni senso percorribile di «società», e rendendo il dibattito pubblico una mitraglia impazzita di «al lupo, al lupo» strumentali conservatori e ridimensionamenti pavloviani od ottusità arriviste progressisti.
Ho provato a sopperire in prima persona a questa mancanza, e ovviamente spero che il risultato vi piacerà. ***La correzione del mondo*** è uscito a maggio del 2023 e lo trovate in libreria, ma ovviamente si può comprare anche online.
[Acquista su Amazon](https://amzn.eu/d/g7UdpOd?ref=culturewars.it)
[Acquista su Ibs](https://www.ibs.it/correzione-del-mondo-cancel-culture-libro-davide-piacenza/e/9788806257347?ref=culturewars.it)
[Acquista su Mondadori Store](https://www.mondadoristore.it/correzione-mondo-Cancel-Davide-Piacenza/eai978880625734/?ref=culturewars.it)
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### *“Una guida per il lettore italiano, per orientarlo in una selva di termini anglofoni che spesso generano confusione”.*
— Marco Bruna, La Lettura - Corriere della Sera
### *“Un librone”.*
– Vera Gheno, sociolinguista
### *“Il miglior libro sull’argomento: lo ha scritto Davide Piacenza”.*
— Raffaele Alberto Ventura, filosofo
### *“Per ragionare in tempo reale su un pezzo di storia contemporanea mentre si svolge sotto i nostri occhi”.*
— Andrea Sartori, La Balena Bianca
### *“Un ricco repertorio di episodi nati dalla polemica e all’origine di altre infinite discussioni mediatiche”.*
— Giuliano Milani, Internazionale
### *“Da leggere per comprendere perché non comprendiamo le complessità del presente”.*
— Paolo Benanti, tecnoeticista ed esperto di IA
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## Eventi
### e presentazioni
🗣 10 giugno 2024 @ [**Associazione Cultura e Sviluppo**](https://culturaesviluppo.it/evento/cancel-culture-e-politicamente-corretto-la-correzione-del-mondo/?ref=culturewars.it), piazza De André 76**, Alessandria** / *con Alice Borgna / ore 18.30*
🗣 21 maggio 2024 @ **Università Cattolica del Sacro Cuore,** largo Gemelli 1, **Milano** / *con Elena Riva e Giuseppe Lupo / ore 11*
🗣 16 maggio 2024 @ [**Oggigiorno**](https://biblioteche.comune.modena.it/partecipa-alle-attivita/eventi/oggigiorno-la-correzione-del-mondo?ref=culturewars.it)c/o Biblioteca Rotonda**,** via Casalegno 42, **Modena** / *con Miriam Accardo / ore 17.30*
🗣 11 maggio 2024 @ **Libreria Ubik Il Delfino,** piazza Cavagneria 10, **Pavia** / *con Riccardo Valle / ore 11*
🗣 22 aprile 2024 @ **Seminario “La correzione del mondo”** c/o Università degli studi Carlo Bo, via Saffi 15, **Urbino** / *con Manolo Farci, Elisabetta Zurovac e Giovanni Boccia Artieri / ore 16*
🗣 28 febbraio 2024 @ [**Paradigmi**](https://palazzoducale.genova.it/evento/paradigmi-ii-edizione/?ref=culturewars.it)c/o Palazzo Ducale, piazza Matteotti 9, **Genova** / *con Fabrizio Patriarca / ore 18*
🗣 26 gennaio 2024 @ **Settimana delle eccellenze** c/o Istituto A. Volta, via Abbiategrasso 38, **Pavia** / *con Emanuele Vicini / ore 12*
🗣 19 gennaio 2024 @ [**Circolo dei Lettori**](https://torino.circololettori.it/cancel-culture/?ref=culturewars.it), via Bogino 9, **Torino** / *con Guido Bosticco / ore 18*
🗣 22 dicembre 2023 @ [**Letture d’autore**](https://www.bibliotecheprenestine.it/author/wp%5F3923190/?ref=culturewars.it) c/o Biblioteca comunale, piazza Mazzini, **Labico, Roma** / *con Francesco Collacchi / ore 17.30*
🗣 26 novembre 2023 @ [**Con le parole giuste**](https://sistemabibliotecariofano.it/eventi/con-le-parole-giuste/?ref=culturewars.it) c/o Mediateca Montanari, piazza Amiani, **Fano, Pesaro-Urbino** / *con Dario Biagi / ore 18.30*
🗣 18 novembre 2023, @ [**BookCity**](https://www.eventbrite.it/e/registrazione-bookcity-a-meet-contemporaneita-e-cultura-digitale-736984950827?ref=culturewars.it) c/o MEET Digital Culture Center, viale Vittorio Veneto 2, **Milano** / *con Raffaele Alberto Ventura / ore 18*
🗣 16 novembre 2023, @ [**Caratteri Mobili**](https://cultura.comune.fi.it/eventi-biblioteche/caratteri-mobili-editoria-ragazze-e-ragazzi-e-nuovi-conformismi?ref=culturewars.it) c/o Biblioteca delle Oblate, via dell’Oriuolo 24, **Firenze** / *con Vera Gheno / ore 11*
🗣 3 novembre 2023, @ [**Seminario “Cancellare e punire”**](https://dsg.unibo.it/it/eventi/seminario-cancellare-e-punire-discorso-pubblico-e-conflitti-identitari?ref=culturewars.it)c/o Università di Bologna,via Zamboni 27-29, **Bologna** / *con Corrado Caruso, Stefano Canestrari, Alessandro Gamberini, Eric Heinze, Corinna Lain, Susanna Mancini e Stefania Parisi* / *ore 10*
🗣 2 novembre 2023, @ [**Gender Bender Festival**](https://genderbender.it/event/la-correzione-del-mondo/?ref=culturewars.it) c/o Das, via del Porto 11/2, **Bologna** / *con Vera Gheno / ore 18.30*
🗣 21 ottobre 2023, @ [**Uman Festival**](https://www.instagram.com/umanfestival/?hl=it&ref=culturewars.it) c/o La Bookique, via Torre d’Augusto 29, **Trento** / *ore 18.30*
🗣 19 ottobre 2023, @ [**Libreria coop All’Arco**](https://www.librerie.coop/eventi/presentazione-del-libro-la-correzione-del-mondo/?ref=culturewars.it), via Emilia Santo Stefano 3/d, **Reggio Emilia** / *con Veronica Costanza Ward / ore 18.30*
🗣 11 ottobre 2023, @ [**Libreria Trebisonda**](https://www.trebisondalibri.com/eventi/davide-piacenza-presenta-la-correzione-del-mondo/?ref=culturewars.it), via Sant’Anselmo 22, **Torino** / *con Emiliano Audisio / ore 18.30*
🗣 9 ottobre 2023, @ [**La Feltrinelli Napoli**](https://www.lafeltrinelli.it/eventi/a1g68000000oPsxAAE/napoli/ms-napoli?ref=culturewars.it), via Santa Caterina 23, **Napoli** / *con Francesco Cancellato / ore 18*
🗣 7 ottobre 2023, @ [**Centro Pecci Books Festival**](https://centropecci.it/it/eventi/centro-pecci-books-festival-2023?ref=culturewars.it), viale della Repubblica 239, **Prato** / *con Stefano Collicelli Cagol / ore 21*
🗣 4 ottobre 2023, @ [**21 House of Stories**](https://www.eventbrite.it/e/biglietti-non-si-puo-piu-dire-niente-talk-con-francesco-oggiano-727366471697?ref=culturewars.it), via Enrico Sforza 7, **Milano** / *con Francesco Oggiano e Giada Arena / ore 19.30*
🗣 20 settembre 2023, @ [**Le Notti del Pratello**](https://pattoletturabo.comune.bologna.it/events/la-correzione-del-mondo?ref=culturewars.it)c/o Vanilia & Comics, via del Pratello 100, **Bologna** / *con Sofia Torre ed Enrico Pitzianti / ore 21*
🗣 9 settembre 2023, @ [**Il Tempo delle donne**](https://27esimaora.corriere.it/il-tempo-delle-donne/2023/programma/?ref=culturewars.it)c/o Triennale Milano, viale Emilio Alemagna 6, **Milano** / *con Ilaria Capua, Michel Martone, Antonio Polito e Rita Querzè / ore 11*
🗣 30 luglio 2023, @ [**Liquida Festival**](https://www.youtube.com/live/%5FCaSyVMTiec?fbclid=IwAR23MAwbnjBeBIzoCrIhNCVS9tqiOvfbTktxUcEeQNrhn9Y904dMaLsC-%5Fg&ref=culturewars.it)c/o basilica di Saccargia, **Codrongianos, Sassari** / *con Francesca Arca / ore 21*
🗣 5 luglio 2023, @ [**Libreria Altroquando**](https://www.einaudi.it/appuntamenti/davide-piacenza-4/?ref=culturewars.it), via del Governo Vecchio 82, **Roma** / *con Andrea Pomella / ore 19*
🗣 29 giugno 2023, @ [**Ghe Pensi Mar**](https://www.confartigianatofirenze.it/le-piazze-dei-libri-2023/?ref=culturewars.it) c/o Bagno Polka, viale Italia 83, **Marina Romea, Ravenna** / *con Assia Neumann Dayan / ore 20.30*
🗣 28 giugno 2023, @ [**Le piazze dei libri**](https://www.confartigianatofirenze.it/le-piazze-dei-libri-2023/?ref=culturewars.it) c/o Libraccio, via de’ Cerretani 40, **Firenze** / *con Vera Gheno / ore 19*
🗣 23 giugno 2023, @ [**Libreria Verso**](http://www.libreriaverso.com/appuntamenti/la-correzione-del-mondo/?ref=culturewars.it), Corso di Porta Ticinese 40, **Milano** / *con Raffaele Alberto Ventura / ore 19*
🗣 15 giugno 2023, @ [**Ragù Podcast**](https://open.spotify.com/episode/1RhwIEshhITjszSjG5gqRw?ref=culturewars.it) c/o RitmoLento, via San Donato 149, **Bologna** / *ore 18.30*
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Last updated: 2026-08-23T20:25:29.000Z

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Da Donald Trump che riscrive i connotati dell’occidente, fino a Mark Zuckerberg che dispensa controllo sociale tramite le sue piattaforme, passando per una miriade di contrapposizioni online (e offline) sul cosiddetto “woke”, cosa sta succedendo al nostro mondo? E perché le sue storie di polarizzazioni piccole e grandi ci riguardano sempre più da vicino, condizionando direttamente la nostra vita?
A fronte di un piccolo contributo, alla prossima cena fra amici potrai esibire grandi conoscenze (e se invece, giustamente, alle cene vai per la compagnia va bene uguale: è solo un modo di dire): **Culture Wars** proverà a spiegarti come i simboli culturali e le battaglie in favore di like influenzano e orientano la nuova era dell’iperconnessione individualista, con gli strumenti e la profondità di chi naviga questo ecosistema da anni.
Ti invierò almeno **due contenuti di approfondimento** **al mese,** a volte in anteprima rispetto all’uscita dell’articolo, altre in esclusiva per abbonati e abbonate, con casi internazionali che non finiscono sui media italiani, analisi ragionate delle polemiche e degli scontri sui temi di attualità, oltre a spunti e interviste a personaggi di rilievo.
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## Posts
### Il triste dibattito sullo scrivere con l’IA
URL: https://www.culturewars.it/libro-francia-intelligenza-artificiale/
Last updated: 2026-10-10T16:30:05.000Z
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Thélyson Orélien, scrittore esordiente canadese-haitiano, è stato accusato di aver fatto un uso massiccio di programmi di intelligenza artificiale per la scrittura del suo romanzo *C’était ça ou mourir* (“O questo o la morte”), che è diventato un [caso letterario](https://www.nytimes.com/2026/05/11/world/canada/thelyson-orelien-haiti-us-canada-migration.html?ref=culturewars.it) in Nord America e ha già venduto 40mila copie in Francia, dov’era entrato nella lista dei candidati del prestigioso premio Goncourt.
La polemica, che ha portato il libro a venire escluso dal premio, è nata per via di un singolo post su X di [un profilo anonimo](https://x.com/Pangramed?ref=culturewars.it), secondo cui il bestseller di Orélien sarebbe «scritto quasi interamente da un’AI». Il post è stato ripreso da un giovane commentatore conservatore del quotidiano Le Figaro, **Samuel Fitoussi** (il quale, poco sorprendentemente, ha poi rivelato di essere uno dei gestori dell’account che accusava l’autore di *C’était ça ou mourir*) ed è stato amplificato dai meccanismi della viralità algoritmica.
La vicenda ha diversi lati che complicano, o quantomeno rendono più stratificato, il giudizio: tanto per cominciare, il romanzo ha una forte componente autobiografica, dato che racconta la storia di un professore di liceo di Haiti che sceglie di emigrare verso il Canada; come Orélien stesso, che se ne è andato dal suo Paese dopo il terremoto del 2010, stabilendosi a Montreal.
Fitoussi, il giornalista che ha creato e rilanciato l’accusa di un uso massiccio e non dichiarato di IA nel testo – poi [sostenuta](https://x.com/Afinetheorem/status/2102132666044764206?ref=culturewars.it) [altrove](https://www.lemonde.fr/en/pixels/article/2026/09/24/a-breakout-star-author-is-accused-of-using-ai-in-his-prize-contending-debut%5F6757882%5F13.html?ref=culturewars.it) – è peraltro uno dei volti dell’anti-woke francese: nel 2023 ha pubblicato il suo saggio *Woke Fiction*, e a dargli man forte nell’allargamento della polemica sono stati diversi profili conservatori e di estrema destra.

Ci sono, insomma, alcuni portati politici di cui sarebbe bene tenere conto, in questa storia. Ma l’aspetto più centrale e dibattuto riguarda il cuore del caso: l’uso di un modello di intelligenza artificiale per scrivere un libro.
Da qualche anno seguo – prima distrattamente, poi con maggiore costanza – la segmentazione delle posizioni e dei discorsi in questo ambito, che mi sembra approdato all’incomunicabilità più piena: pro-IA e contro-IA, tecno-entusiasti e tecno-fobici, minimizzatori e accusatori, senza sfumature.
Tornando alla vicenda specifica: è giusto che Thélyson Orélien abbia potuto essere in lizza per i più importanti premi della letteratura francofona con un romanzo che non ha scritto da solo, se l’accusa venisse confermata? E in quel caso, sarebbe stato più giusto che il libro recasse una dicitura di segnalazione del suo ricorso all’IA?
Per rispondere a queste due domande bisogna anzitutto precisare che, da solo, oggi un *large language model* come ChatGPT o Claude **non è in grado di scrivere un romanzo autobiografico “da premio Goncourt”** – non senza un input sostanziale e decisivo dell’autore umano, come suppone Luca Sofri [in una sua riflessione](https://www.wittgenstein.it/2026/09/27/un-gran-bel-libro/?ref=culturewars.it) pubblicata in questi giorni.
Inoltre, è indubbio che i buoi sono già scappati, per così dire: qualsiasi persona coinvolta a vario titolo nei mestieri creativi nei prossimi anni si servirà sempre più spesso di applicazioni dell’intelligenza artificiale, se non lo fa già; la tecnologia *c’è*, si diffonde sempre di più e la usiamo (anche io stesso, certo) perché facilita i processi e potenzia i risultati. Nei prossimi anni fare i puristi sarà sempre più difficile, perché, se non tutti, molti dei libri che troveremo a scaffale saranno il prodotto, in una qualche misura, di un’IA.
Ciò detto, scrivere – così come leggere – è un atto che presuppone una certa comunione emotiva, una qualche spoliazione condivisa che si basa su ciò che avviene tra chi compone un testo e chi lo riceve. Come ha [detto](https://on.substack.com/p/model-behavior-george-saunders) George Saunders recentemente, in risposta a una domanda sul tema, «la scrittura è il modo più prezioso con cui una persona può comunicare la propria essenza a un’altra»: se quel patto non scritto di trasparenza reciproca viene meno, è comprensibile che una delle due parti non la viva bene. Ecco perché credo che la richiesta di etichette e disclaimer per segnalare i contenuti IA sia legittima e vada sostenuta, specie in questa fase di transizione.
Oggi un’IA non è in grado di scrivere un bestseller da sola, si diceva, e lo trovo innegabile: ma tutto ci dovrebbe portare a sospettare che domani – e un domani nemmeno troppo lontano, visti i ritmi di avanzamento del settore – si avvicinerà sempre di più a poterlo fare, fino a rendere meno riconoscibile il divario tra opere dell’intelletto umano e frutti del *machine learning*.
È vero, come dice Sofri, che esiste **una pluralità di usi** di questi applicativi che lo scontro polarizzato “pro vs. anti” ignora e scavalca; ma è vero anche che, se immaginiamo un futuro di modelli sempre più raffinati, “istruiti” e potenti, allora è un futuro in cui lo spazio e il peso autoriale della persona dietro l’input si assottiglieranno fino a scomparire.
Nel caso di Orélien, il mondo della cultura francese ha fatto quadrato per difendere l’autore: un po’ perché si tratta dell’[ennesima persona nera](https://www.culturewars.it/jason-arday-cambridge-inclusione/) finita sotto il tiro dei cannoni della propaganda di destra, un po’ anche perché in ballo c’è la credibilità di un’intera filiera, che passa dagli editor e dai recensori, toccando le alte sfere degli *Auteurs* che hanno incensato l’opera sui giornali e in tv.
Rimane che Pangram e altri software di *AI-detection* (i quali meriterebbero un capitolo a sé, ma magari ci torneremo) hanno segnalato nel libro una presenza molto estesa di testo compatibile con la generazione artificiale, e che noi non sappiamo quale forma abbia assunto questa generazione: *C’était ça ou mourir* potrebbe verosimilmente essere il risultato di prompt ricercati, particolareggiati e del tutto “autoriali”, oppure al contrario aver beneficiato di un effetto dopante che ha alterato in tutto o in parte i suoi connotati.
Anche per questo, una delle posture che trovo più insostenibili del modo di parlare di IA è quel vezzo di ricondurre ogni discordia alla difesa d’ufficio del “*è solo uno strumento!*”: ChatGPT, per alcuni suoi difensori (talvolta giusto un filo acritici), è una specie di penna-e-calamaio del Ventunesimo secolo, un contenitore neutrale e passivo di usi che noi *scegliamo* di farne volta per volta. Ed è certamente vero che con un LLM possiamo fare tantissime cose diverse, non c’è dubbio. La responsabilità, però, non può ricadere sul singolo.
Più o meno nella stessa maniera, le critiche più strutturali ai social media e ai loro effetti collaterali sulla società richiamano spesso uno stringersi nelle spalle, seguito da ridimensionamenti che arrivano a ricordare che nell’Ottocento anche i romanzi, signora mia, erano nuove forme espressive considerate corruttrici della gioventù.
In entrambi i casi si tratta di una resa comodamente scorretta e distorta dei contorni della discussione, anzitutto perché **ci sono strumenti e strumenti**: con una penna posso scrivere, con un post sui social posso generare una shitstorm, con un modello di IA ([domani](https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/sep/29/ai-models-security-risk-agents-openai-independent-security?ref=culturewars.it)?) forse potrò bucare un sito governativo.
Da una parte della barricata si assiste alle solite, bolse litanie passatiste su come l’ultima incarnazione del progresso tecnologico ci porterà alla rovina o all’apocalisse (è, peraltro, un filone che lo stesso settore dell’IA [incoraggia](https://www.corriere.it/tecnologia/26%5Fsettembre%5F12/il-marketing-dell-apocalisse-piu-che-avere-paura-della-fine-dell-umanita-bisogna-coltivare-l-abilita-di-verifica-961cf68f-069b-4e29-bf2e-b8fb1bd02xlk.shtml?ref=culturewars.it) per ragioni di marketing); dall’altra, cheerleader e difensori d’ufficio si sentono in dovere di tutelare il buon nome dei prodotti di Anthropic e OpenAI, come se le aziende che li producono fossero soggetti fragili da proteggere dal sospetto pubblico, e non alcune delle realtà più ricche, potenti e politicamente influenti della nostra epoca (Fitoussi, il grande accusatore francese di queste ore, è egli stesso un investitore del settore IA: l’ha scritto nella [sua bio su X](https://x.com/SamuelFitouss10?ref=culturewars.it)).
Non penso, in tutta onestà, che nel 2026 lo stigma nei confronti delle intelligenze artificiali possa essere una causa a cui donare il proprio attivismo: i loro padri e padrini hanno tutti i mezzi, i soldi, il potere per affrontare i marosi di ogni inceppo reputazionale, nel caso.
E prima ancora: i pregiudizi generici sull’uso dell’IA esistono, ma sono connessi a problemi politici e sociali difficili da ignorare, in primis per la loro urgenza. In ordine sparso: nei prossimi anni [milioni di posti di lavoro](https://www.goldmansachs.com/insights/articles/how-will-ai-affect-the-us-labor-market?ref=culturewars.it) potrebbero diventare obsoleti a causa dell’avvento dell’IA; dall’oggi al domani artisti, designer, creativi e molti altri si sono trovati a dover salvaguardare le loro opere da processi predatori opachi finalizzati all’arricchimento di pochissimi; l’automazione, che pure ci apre un’infinità di nuove possibilità – parlo al plurale perché ripeto, sono il primo a servirmene felicemente – è un ulteriore viatico di alienazione e solitudine per tante persone con vite diverse dalla nostra. Quando si parla di intelligenze artificiali, un ex dipendente appena licenziato dalla sua azienda difficilmente riuscirà a concentrarsi sul sol dell’avvenire del potenziamento creativo.
Mi occuperei di queste cose, prima di tutto. E non credo nemmeno che i detrattori dell’AI – per venire a un’altra critica diffusa e risibile – oggi siano principalmente composti da retrogradi che vogliono far dipendere a tutti i costi il successo o l’affermazione dalla ***fatica* del processo creativo**, subordinandolo alla vetusta retorica del sudore della fronte.
La questione non è se sia moralmente preferibile il lavoro che impiega tempo ed energie: è che una parte dell’attrito produttivo che l’IA elimina (ne siamo felici) ha a che fare col processo attraverso cui impariamo (e non dovremmo esserne felici).
Nel caso della scrittura parliamo di cercare una formulazione, scartarla, accorgersi che un argomento non regge, riscrivere una pagina, scoprire di non aver capito abbastanza bene ciò di cui si sta parlando. Eliminare tutto questo può risultare auspicabile in cento circostanze diverse, è ovvio; in altre, però, rischia di appiattire i processi di apprendimento e formazione personale, rendendo la creazione un gesto largamente deprivato di quell’esperienza di dubbio, conflitto e complessità critica che compone l’atto di scrivere.
Questo non dovrebbe, almeno secondo me, portare a riabilitare a priori uno *human touch* di cui magari in un futuro prossimo scopriremo di poter fare almeno in parte a meno. Si tratterebbe, però, anche di non fingere che la trasformazione in corso stia avvenendo in uno spazio neutrale, governato soltanto dalle preferenze individuali di chi decide se aprire o meno un chatbot.
Le infrastrutture, i modelli e le regole attraverso cui stiamo ridefinendo le nostre attività quotidiane appartengono in larghissima parte a **un numero molto ristretto di aziende private** guidate da tizi che sorridonoin posa nelle foto [con Donald Trump](https://www.ilpost.it/2026/09/30/accordo-intelligenza-artificiale-trump-aziende/?ref=culturewars.it), e che su questa ridefinizione stanno costruendo un potere economico e culturale gigantesco. Senza mostrare alcuna intenzione di cederlo.
Come ci insegna il caso francese discusso in queste ore, intorno a ogni scontro sul tema dell’IA c’è un modo di intendere l’innovazione tecnologica come un reame appannaggio di una casta di possidenti che si appropriano del lavoro altrui, pretendendo nel frattempo che la plebe rimanga zitta, conciliante e in buon ordine. Chi traduce queste tensioni in modo parziale e manicheo fa un cattivo servizio non solo alla realtà dei fatti, ma anche alla direzione dello sviluppo tecnologico e culturale.
È dentro questo quadro che prendono forma molte delle paure, delle diffidenze e anche delle esagerazioni che circondano l’IA. Spesso sono viziate da preconcetti e ansie indotte dai media e da una diffidenza aprioristica verso la tecnologia: ma potremmo davvero dire che, nella sua formulazione più ridotta, l’attualità odierna sia così lontana da una distopia di feudatari e vassalli digitali?

- La cara vecchia cancel culture della destra: stavolta la vittima [si chiama Hasan Piker](https://www.chron.com/texas/article/hasan-piker-university-of-texas-22453252.php?ref=culturewars.it), professione streamer superstar;

- Il direttore generale della Tour Eiffel si è dovuto dimettere dopo aver costretto il personale femminile della torre [a farsi da parte](https://apnews.com/article/france-paris-eiffel-tower-chief-resigns-hindu-88089fb5ceacd8ca5ec46f3461958a6a?ref=culturewars.it) durante la visita di un gruppo indù;

- Qualche settimana fa tutti, dal fruttarolo di quartiere al tuo influencer di fiducia, hanno detto la loro sul “woke 1”: se vuoi scoprire cos’era davvero, parti da [questo esilarante caso](https://www.bostonglobe.com/2026/09/22/magazine/greenfield-last-ditch-bar-backlash/?ref=culturewars.it) di una libreria queer del Massachusetts, che tra le altre cose ha fatto la fortuna del sito del Boston Globe.
[](https://www.culturewars.it/membership/)
🫰
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### Alla Biennale l’impegno non basta
URL: https://www.culturewars.it/biennale-venezia-impegno-politico/
Last updated: 2026-09-23T05:30:18.000Z
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Alla fine del 2024 Harper’s Magazine ha pubblicato un discusso [intervento](https://harpers.org/archive/2024/12/the-painted-protest-dean-kissick-contemporary-art/?ref=culturewars.it) sull’arte contemporanea. In «*The Painted Protest. How Politics Destroyed Contemporary Art*», Dean Kissick descriveva un mondo dell’arte che avrebbe perso la propria capacità immaginativa. Alle spettacolari installazioni di inizio millennio, come il leopardo e le tremila tazzine di caffè portati da Paola Pivi alla Kunsthalle di Basilea nel 2007, contrapponeva il recupero di pratiche artigianali tradizionali e l’attenzione crescente a **identità, disuguaglianze e gruppi marginalizzati**.
Quei progetti erano talvolta opere di genio, ma anche investimenti d’immagine per gallerie, musei e artisti. Nella ricostruzione di Kissick, dopo la crisi finanziaria del 2008 e il «disgregamento dell’ordine liberale» venuto simbolicamente a compimento nel 2016, quel mondo sarebbe apparso «frivolo e decadente». Documenta del 2017, organizzata a Kassel e ad Atene, spostava il fuoco sulle pratiche creative non occidentali, le popolazioni indigene e le avanguardie dimenticate. La Biennale di Venezia attualmente in corso offre, a mio modo di vedere, un esempio di come questa attenzione possa irrigidirsi in una formula incapace di introdurre novità sostanziali.
La mostra internazionale del 2026 è stata segnata dalla morte della curatrice camerunese Koyo Kouoh, un anno prima dell’apertura. Di fronte alla «cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo», Kouoh aveva intitolato il proprio progetto [*In Minor Keys*](https://www.labiennale.org/it/arte/2026/intervento-di-koyo-kouoh-la-squadra-di-koyo-kouoh?ref=culturewars.it), invitando a meravigliarsi, meditare e sognare, al riparo dalla tirannia della produttività. La mostra, portata avanti dai suoi collaboratori, attinge però a un bacino di temi ormai inflazionato: teoria decoloniale, inclusione di soggettività marginalizzate, pratiche artigianali dimenticate.
Negli spazi dell’Arsenale colpisce la distanza tra questa promessa e l’esperienza della visita. Tutt’altro che «in chiave minore», ampie parti del percorso sono occupate da opere imponenti, feticci esotici fuori scala: tessuti, materiali di scarto, composizioni surrealiste ed esemplari botanici. La loro monumentalità suggerisce **una continuità con le logiche del mercato**: la spettacolarità diventa il mezzo a più basso investimento intellettuale utile ad attrarre pubblico e collezionisti. L’esito estetico appare spesso antiquato, mentre i testi curatoriali subordinano la lettura delle opere alle prese di posizione politiche.
Alcuni altri esempi aiutano a capire il problema. Rajni Perera e Marigold Santos espongono una scultura monumentale di una donna semisdraiata dai grandi seni, che esplorerebbe «l’identità personale e la mutevolezza del sé influenzato dalla migrazione». Theo Eshetu presenta un ulivo in un grande vaso rotante, che a due mesi dall’apertura appariva morto. Secondo il testo curatoriale, l’opera creerebbe «un momento di contemplazione che permette allo spettatore di confrontarsi con le brutali realtà che influenzano la vita di molte persone». Annalee Davis espone un tessuto ricamato con disegni di palme e foglie del proprio giardino: il catalogo vi legge un’indagine sul passato coloniale e sulle dinamiche razziali, di classe e di genere della società caraibica.
In questi lavori le affermazioni identitarie si traducono in un’estetica dell’appartenenza, della spiritualità tradizionale e della «naturalità». Poiché nell’arte la forma è inestricabilmente connessa al contenuto, occorre chiedersi cosa la reiterazione di tecniche tradizionali **aggiunga al commento dell’attualità politica**. Nei casi descritti, il livello critico giustamente utilizzato nei confronti delle pretese di progresso dell’Occidente non sembra essere utilizzato per le tradizioni del Sud cui si attinge. Riproporle acriticamente le sottrae all’interrogazione estetica connaturata al fare artistico; ma le rivendicazioni politiche non possono essere sufficienti, da sole, per garantire il valore di un’opera.
Altre esposizioni presentano opere che sembrano ridursi a presenze accessorie rispetto alle prese di posizione identitarie. Accade nel Padiglione tedesco, dove Kathleen Reinhardt ha [invitato](https://deutscher-pavillon.org/en?ref=culturewars.it) Henrike Naumann e Sung Tieu, e alla Fondazione Nicoletta Fiorucci, a Dorsoduro, che [ospita](https://nf.foundation/exhibitions/lydia-ourahmane?ref=culturewars.it) nuove opere di Lydia Ourahmane.
Il progetto di Ourahmane si ispira alla mobilitazione dei cittadini per l’accesso pubblico all’isola lagunare di Poveglia. Comprende un pontile di legno, commissionato per facilitare l’attracco dei visitatori ed esposto in galleria in attesa di un possibile trasferimento sull’isola; carrelli per biancheria carichi di lenzuola dismesse dagli hotel veneziani; una vecchia macchinetta del tipo usato nelle chiese per illuminare le opere inserendo una moneta, ottenuta dalla chiesa di San Giovanni Crisostomo in cambio di una nuova.
Nel Padiglione tedesco il lavoro di Naumann – deceduta nel febbraio scorso, prima dell’inaugurazione della Biennale – presenta gli esiti di una ricerca sulle modalità abitative in Germania dal dopoguerra alla riunificazione. Oggetti d’arredo sono affiancati dalla performance di un gruppo di danza veneziano. Tieu, nata in Vietnam e cresciuta in Germania, ha rivestito la facciata con un mosaico che riproduce un complesso di alloggi per lavoratori immigrati costruito ai tempi della DDR. All’interno espone, tra le altre cose, riproduzioni in alluminio di cioccolatini a forma di coccinella e calchi in vetro delle braccia e delle gambe della madre.
Non è in discussione la legittimità del mezzo artistico. L’arte dell’ultimo secolo ci ha abituato, oltre al celeberrimo orinatoio rovesciato, a oggetti trovati, gallerie vuote e confessioni al pubblico. Opere di grande profondità e rigore hanno espanso il perimetro di ciò che l’arte può essere. I lavori di Ourahmane e del Padiglione tedesco mostrano una consapevolezza di questa storia, ma il loro ricorso al *ready-made*, al minimalismo e alle pratiche relazionali appare inflazionato. Il problema risiede **nella letteralità e nella prevedibilità** con cui quei linguaggi vengono impiegati per veicolare una presa di posizione.
Ourahmane fornisce un supporto materiale a una legittima rivendicazione collettiva di uno spazio pubblico e lo presenta come opera d’arte; usa le lenzuola come facile veicolo poetico per osservazioni sullo sfruttamento turistico di Venezia e sui rifiuti che produce; instaura uno scambio con una parrocchia e lo presenta come azione politica partecipativa, esempio di una pratica «non estrattiva».
Tieu sovrappone gli alloggi per immigrati all’architettura del padiglione, rimaneggiata in epoca nazista, producendo un contrasto tanto diretto da risultare inerte. L’accumulo delle coccinelle, un probabile riferimento all’associazione migrante-insetto-invasore, attinge a un lessico demagogico senza lasciare molto spazio a una critica circostanziata. Il riferimento al corpo della madre operaia è a tal punto letterale da ridurre una legittima rivendicazione politica a retorica. Anche il lavoro di Naumann, pur documentato e capace di comunicare straniamento, assume un tono moralizzante quando presenta gli oggetti d’arredo come sintomi del clima politico oppressivo della Germania divisa.
I comunicati stampa e i testi critici ricorrono a espressioni sempre uguali, costruite attorno a termini come «controllo», «corpo» e «desiderio», eccezionalmente generici se privati di un contesto. Senza questo **lavoro interpretativo preconfezionato** risulterebbe difficile ricavare dalle sole opere le letture politiche che vengono loro attribuite. Gli apparati comunicativi e teorici rischiano così di occupare il posto dei prodotti artistici.
Ourahmane e Tieu godono di notevole visibilità nella stampa specializzata e nei circuiti espositivi europei e statunitensi. Le sostengono gallerie importanti: Chantal Crousel rappresenta Ourahmane; Peter Freeman e Trautwein Herleth espongono Tieu. In un circuito sensibile a questi temi, la riconoscibilità dell’impegno politico costituisce un ulteriore vantaggio di posizionamento, che non basta però a spiegarne il successo. La familiarità delle forme può a sua volta mitigare l’impatto delle opere politicizzate: il contenuto promette una presa di posizione, mentre il linguaggio rimane familiare al pubblico e ai collezionisti. Tale combinazione rischia di premiare la riconoscibilità a scapito della ricerca di forme nuove.
Una critica affine emerge dalla recensione della Whitney Biennial [pubblicata](https://www.newyorker.com/magazine/2026/03/30/the-anxiety-of-influence-in-the-whitney-biennial?ref=culturewars.it) a marzo sul New Yorker da Hilton Als. Als contesta l’uso di linguaggi ereditati **senza un confronto adeguato con chi li ha elaborati**, ma l’accusa più dura che muove agli artisti è di «avere una debole, sempre se ne hanno una, relazione con quello che espongono, a parte utilizzarlo come prodotto al servizio di una carriera».
Ai Giardini, il Padiglione statunitense ospita invece lo scultore Alma Allen. Su Frieze, Andrew Durbin [definisce](https://www.frieze.com/article/venice-biennale-2026-national-pavilions-review-whos-afraid-meaning?ref=culturewars.it) il padiglione «imbarazzante» e insiste sul carattere innocuo delle opere. Le sculture di matrice modernista privilegiano una ricerca formale certamente non al passo coi tempi, ma non per questo meno legittima rispetto ad altre proposte. Il testo di presentazione [celebra](https://www.labiennale.org/it/arte/2026/stati-uniti-damerica?ref=culturewars.it) «un’arte che privilegia il tempo profondo, rifugge posizioni finite e incoraggia la memoria»: una posizione non così dissimile da quella della mostra internazionale. Nella recensione di Durbin, però, il giudizio sulle opere si intreccia esplicitamente con la scelta di rappresentare gli Stati Uniti nell’era Trump e con la riluttanza dell’artista a prendere posizione.
Allen ha inoltre collegato la rottura con le gallerie Mendes Wood DM e Olney Gleason alla propria partecipazione al Padiglione. Alla rivista Ocula ha [denunciato](https://ocula.com/magazine/art-news/alma-allen-speaks-out-venice-pavilion/?ref=culturewars.it) pressioni per ostacolarlo: le gallerie hanno declinato ogni commento, mentre David Resnicow, il consulente di comunicazione da lui accusato di averle promosse, ha smentito di aver invitato qualcuno a non lavorare con l’artista.
L’attenzione alle rivendicazioni identitarie ricorre anche nella programmazione di musei e fondazioni. Nell’[intervista](https://www.vanityfair.it/article/eugenio-viola-direttore-museo-madre-napoli-intervista?ref=culturewars.it) a Vanity Fair che ne accompagna la nomina alla direzione del MADRE di Napoli, Eugenio Viola indica tra le priorità le «pratiche femministe, queer, decoloniali, indigene, ecologiche, performative». È legittimo interrogarsi sul motivo per cui istituzioni chiamate a promuovere la ricerca di forme artistiche nuove insistano su temi così inflazionati, che negli ultimi anni hanno portato il critico Cornelius Tittel a [parlare](https://www.welt.de/kultur/article256369298/berlin-biennale-der-erstickungstod-der-aesthetik-durch-die-moral.html?ref=culturewars.it) di come «il resoconto dell'ingiustizia che ispira l'artista abbia preso il posto dell'opera ispirata dall’ingiustizia» e Jason Farago, critico d’arte del New York Times, a [ricordare](https://www.nytimes.com/2023/10/10/magazine/stale-culture.html?ref=culturewars.it) come parlare alla propria epoca richiedesse un tempo più di un nuovo contenuto, ma «dedizione verso nuove modalità narrative, nuovi stili espressivi» e come «resistere all’essenzialismo del mercato fosse un tempo compito primario dell’artista» mentre «oggi le identità continuano a essere brutalmente ridotte a una serie di tag ricercabili».
Nei casi discussi, la sensazione è che l’impegno politico finisca troppo spesso per funzionare come segno di appartenenza culturale e strumento di posizionamento professionale. Ma sarebbe riduttivo spiegare tutto con il calcolo di convenienza. La possibilità più preoccupante è che i promotori di questo modo di intendere l’arte credano davvero che associazioni letterali prive di distanza critica o ironia, e gesti di understatement artefatto, costituiscano commenti utili a problemi sociali e politici reali.
La reiterazione di questi linguaggi rischia di limitare la capacità delle opere di incidere nel discorso pubblico e di **sancire l’inadeguatezza del mezzo artistico** in funzione politica: il contrappasso peggiore per un’opera d'arte che, a questo punto, non fa altro che confermare la propria irrilevanza.

- Il governo britannico [ha creato](https://news.sky.com/story/no-woman-should-have-to-curb-ambitions-out-of-fear-national-taskforce-to-tackle-misogyny-launched-13589964?ref=culturewars.it) una National Taskforce for Tackling Misogyny: il primo dossier saranno proprio giovani, scuole e *manosphere*;

- Ispirazioni e lezioni a cui attingere nella [vittoria di Die Linke](https://www.facebook.com/alessandro.volpi.5/posts/pfbid0HdQELQukh2yuWitNr64q6eezm5JMyje2nwmTddHNg4TorPFeAt6CTdotVJYK886jl) a Berlino;

- Giorgia Meloni ha iniziato la sua campagna elettorale per l’anno prossimo dicendo che il suo governo vieterà il burqa e il niqab a scuola: ma le donne che li indossano [sono poche centinaia](https://www1.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/19/00036%5FComitato%5FIslam%5F-%5Frelazione%5FBurqa%5F07%5F10.pdf?ref=culturewars.it) in tutto il Paese, anche fuori da scuola.
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### E alla fine Zuckerberg pagò
URL: https://www.culturewars.it/sentenza-meta-minori-miliardi/
Last updated: 2026-08-28T11:14:44.000Z
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Meta ha [accettato di pagare](https://www.euronews.com/next/2026/08/26/meta-agrees-to-pay-17bn-in-landmark-us-child-safety-settlement-deal?ref=culturewars.it) fino a 18 miliardi di dollari per chiudere le cause con cui diversi Stati americani l’hanno accusata formalmente di aver disegnato Facebook e Instagram in modo da favorirne un uso compulsivo da parte dei minori, pur conoscendone i rischi. La cifra comprende accordi diversi e sarà versata per la maggior parte nell’arco di un decennio; tecnicamente non corrisponde a una condanna e, soprattutto, **non dimostra in tribunale che Instagram provochi dipendenza**.
In cambio, però, Meta introdurrà negli Stati Uniti alcune limitazioni automatiche per gli adolescenti: due ore al giorno complessive sulle due applicazioni, un blocco notturno, meno notifiche durante l’orario scolastico e controlli per i genitori più efficaci. Il feed personalizzato, la pubblicità e lo scorrimento infinito invece per ora resteranno al loro posto.
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### AOC sul “woke 1” ha detto quel che ha detto
URL: https://www.culturewars.it/woke-italia-ocasio-cortez/
Last updated: 2026-08-24T09:49:47.000Z
La surreale polemica italiana sul “woke” – che suona più o meno come una polemica nepalese sulle spiagge – non accenna ad affievolirsi: gli interventi di Giuseppe Conte, che [ricorda](https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/08/21/conte-toccai-con-mano-eccessi-del-woke-definire-le-vere-priorita%5F318441ba-8288-4527-b2eb-a9dd53de8def.html?ref=culturewars.it) con dolore quella volta che un «caro amico da Boston» gli fece una critica su un soprammobile che non gradì; le chiose – sempre [su Repubblica](https://www.repubblica.it/politica/2026/08/23/news/superare%5Feccessi%5Fwoke%5Fquestione%5Fsociale%5Fprimo%5Fposto-425542253/?ref=culturewars.it), che già aveva ospitato Conte – di Matteo Renzi, col suo auspicio di «superare gli eccessi woke»; e soprattutto l’infinita canea che tutto ciò ha prodotto sui nostri social media.
Buona parte di questa pigra polemica importata da rientro può essere ricondotta a un’intervista televisiva di una figura centrale della politica statunitense, la deputata **Alexandria Ocasio-Cortez** (anche conosciuta con l’acronimo del suo nome, AOC).
Il 9 agosto – dunque quindici giorni fa – Ocasio-Cortez è stata ospite a This Week, un talk politico di ABC in quel momento condotto dal mezzobusto Jonathan Karl. Di lì a poco si sarebbe votato per le primarie Democratiche delle elezioni governatoriali in Wisconsin, dove Francesca Hong – una candidata di sinistra considerata radicale, con un passato di dichiarazioni controverse sulla festa del [Thanksgiving](https://www.nytimes.com/2026/08/13/style/thanksgiving-francesca-hong-wisconsin.html?ref=culturewars.it) e altro – alla fine ha perso contro il suo avversario moderato, David Crowley.
Nello scambio, Karl chiede a Ocasio-Cortez cosa ne pensa di quelle passate «dichiarazioni controverse di Hong». La politica di Brooklyn inizia parlando di come le elezioni locali non dovrebbero occupare troppo la scena nazionale, poi dice che Hong ha cambiato le sue posizioni rispetto a quando diceva di voler abolire il Ringraziamento in quanto festa colonialista.
Poi inizia a sorridere, arrivando a quello che diventerà **il pomo della discordia** due settimane dopo, in un Paese a forma di stivale della provincia dell’impero: AOC cita un suo «consigliere cittadino locale» che dice che «il Woke 1 è stato folle», e che bisognerebbe guardare a ciò che i candidati dicono oggi. «*Woke 1 was crazy*», ovvero: quelli sono stati degli eccessi, ora possiamo passare oltre.
La frase cita una [sorta di meme](https://x.com/search?q=woke%201&src=typed%5Fquery&ref=culturewars.it) che già da qualche tempo gira sui social: quello per cui si prendono certe esternazioni esagerate del periodo del 2020-21 e si etichettano ironicamente con la dicitura “Woke 1”, appunto. **Chi Ossé**, il consigliere di Brooklyn citato da Ocasio-Cortez, viene da Black Lives Matter e l’ha utilizzato a maggio in senso ironico e autoironico, in risposta a chi gli chiedeva conto di un suo [tweet del 2020](https://x.com/OsseChi/status/2057879171108376970?ref=culturewars.it) in cui diceva che un uomo bianco cisgender non sarebbe potuto diventare presidente dell’assemblea comunale.
AOC ha poi precisato a Karl che durante quel periodo – quello delle proteste dopo l’assassinio di George Floyd e del “woke” più spinto – la finestra di Overton si è allargata, ma **non è stato necessariamente un male**: ci sono state anche conversazioni e proposte politiche «fruttuose». In ogni caso, candidati come Francesca Hong – dice fra le righe Ocasio-Cortez – oggi hanno fatto passi avanti, superando certi giacobinismi acerbi e impopolari.
Dire in diretta televisiva che il «woke 1 è stato folle», o «pazzo» – anche nel senso iperbolico e non del tutto negativo di “che cosa irripetibile, ragazzi!” – significa una cosa sola: quello di Alexandria Ocasio-Cortez, una politica di alto profilo che ha da tempo mire sulla presidenza degli Stati Uniti, è un riposizionamento strategico.
È, peraltro, una lettura abbastanza scontata: tutti i principali giornali d’oltreoceano, a partire dall’iperspecializzato [Axios](https://www.axios.com/2026/08/12/aoc-democratic-socialists-2028?ref=culturewars.it), hanno parlato di una scelta tattica della leader dei Democratici, che ha voluto citare parole altrui in un dato contesto, e rispondendo a una domanda specifica, per segnalare che i Democratici su un certo fronte non sono quelli del 2020.
Sul sito di ABC c'è una [trascrizione integrale](https://abcnews.com/Politics/week-transcript-8-9-26-rep-alexandria-ocasio/story?id=135487690&ref=culturewars.it) dello scambio; ma se ancora non ti fidi, eccolo anche in video:
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Eppure in Italia questa semplice lettura di una frase in inglese standard è diventata **espressione di un idioletto incomprensibile**, e oggetto di accuse e ulteriori code di polemica: non conto più quanti interventi ho letto che smontano la ricostruzione dell’intervista, dicendo che AOC [«non ha mai detto»](https://www.instagram.com/p/DcViCzQIcBd/?ref=culturewars.it) quella frase, che nel frattempo altrove si è guadagnata addirittura la qualifica di «inventata». Ma inventata non è: aiuto, il gaslighting!

È vero, scherzi a parte, che Repubblica ha fatto da capofila di alcune rese distorte della stampa italiana: il quotidiano che fu di Eugenio Scalfari ha attribuito direttamente la battuta alla deputata americana, con un uso delle virgolette come sempre fantasioso, e ha titolato «Usa, dietrofront a sinistra: “Il woke è una follia, puntiamo sull’economia”». Di bivio fra diritti civili ed economia, Ocasio-Cortez non ha mai parlato (e sulla necessità di tenere insieme i due fronti, consiglio invece l’[ottima analisi](https://ilmanifesto.it/woke-e-lotta-di-classe-non-ci-sono-battaglie-da-abbandonare?ref=culturewars.it) di Andrea Fabozzi sul Manifesto).
Ma il pressapochismo o l’agenda politica surrettizia dei quotidiani italiani non cambiano la realtà: **Ocasio-Cortez quella cosa l’ha detta**, non se l’è sognato nessuno. Ci hanno turlupinati? A me, una volta tanto, pare non sia questo il caso: AOC, che ha prospettive politiche a cui rendere conto, ha citato una terza persona in modo strategico per il suo futuro. Non ha disconosciuto le lotte del 2020 né è diventata trumpiana, ma ha voluto comunicare che su certi piani si poteva fare meglio e che la leadership Democratica lo sa.
Nessuna grande abiura, ma un riposizionamento intelligente, figlio dell’esperienza. *Crazyyy*? Mah, non proprio.

- Sei un fan di *Paw Patrol – La squadra dei cuccioli*? Spero per te di no, ma ecco che l’[Economist ti spiega](https://www.economist.com/culture/2026/08/07/the-dark-underbelly-of-paw-patrol?ref=culturewars.it) la sua politica, accusata di propaganda;

- Il Pentagono di Trump [minaccia](https://www.theguardian.com/us-news/2026/aug/18/pentagon-funding-colleges-harvard?ref=culturewars.it) (di nuovo) di togliere fondi alle università, questa volta quelle che hanno legami accademici con la Cina;

- La guerra alla DEI di Trump è arrivata all’Alzheimer: la sua amministrazione ha [scelto](https://www.theguardian.com/us-news/2026/aug/17/alzheimers-research-grants-trump-administration?ref=culturewars.it) di cancellare gli studi sugli effetti del razzismo sulla salute cerebrale.
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### Il “folle” woke 1 e Jason Arday
URL: https://www.culturewars.it/arday-universita-woke/
Last updated: 2026-08-18T09:30:46.000Z
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Nei discorsi sull’inclusione e il cosiddetto “politicamente corretto” visti dalla provincia dell’impero statunitense, c’è un meme (forse meglio dire una *reaction image*, per pignoleria) che da anni va per la maggiore: questo.

*Signora mia, il wok*! L’ho usato personalmente decine, se non centinaia di volte, e devo dire con soddisfazione: d’altronde era forse l’unico modo di rispondere alle *lamentationes* in malafede dei commentatori di destra, quelli che vedevano pericolose derive masochiste anche nella libera [scelta di una tizia di regalare i suoi libri](https://www.ilgiornale.it/news/se-guardian-elimina-i-libri-2110572.html?ref=culturewars.it), e traslavano nella sonnacchiosa e gattopardesca provincia italiana discorsi e diatribe che potevano guardare solo col binocolo.
Al di là delle parti in commedia, sul totale ben poche persone sono mai state “cancellate” (e di certo nessuna in Italia) e ancora meno risultano essere le società occidentali messe in ginocchio dalle policy di casting di Netflix. Alla frizione tra questi dati di realtà e gli “al lupo” della propaganda reazionaria ho dedicato dozzine di articoli, almeno due capitoli di un [libro](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/) e non so più quanti interventi pubblici.
Mentre noi assennati postatori di meme ci sollazzavamo sferzando le fesserie dei Charlie Kirk all’amatriciana, nel mondo però i loro piani discorsivi assumevano una dimensione sempre più centrale. Soprattutto negli Stati Uniti, la patria delle guerre culturali: **Donald Trump ha scelto di puntarci** per tornare alla Casa Bianca, attorniandosi di personaggi come lo stesso Kirk e affidando la sua rielezione a slogan trans-ossessionati come «[*Kamala is for they/them, Trump is for you*](https://en.wikipedia.org/wiki/Kamala%5Fis%5Ffor%5Fthey/them?ref=culturewars.it)» (non a caso, il mantra degli spot elettorali risultati più efficaci dell’intera campagna). E ha vinto.
Che l’arsenale propagandistico della destra avesse individuato bersagli facili era chiaro ai più, e non perché improvvisamente quella delle donne transgender nello sport – per dirne una – fosse diventata una questione più sentita del lavoro e della sanità americani, ma perché innervava discorsi saldati alle inquietudini e allo smarrimento delle classi subalterne: in un mondo di disuguaglianze accentuate, precarizzazione, rimpiazzo tecnologico e cambiamenti climatici, la dimensione comunicativa e simbolica diventa quella in cui “essere visti”.
Con un processo culminato nell’estate del 2020, le istituzioni e i media occidentali si sono messi a “vedere” – in buona parte legittimamente e finalmente – la società sotto la lente delle differenze etniche, linguistiche, religiose e di orientamento sessuale o identità di genere. Ma l’hanno spesso fatto con motivazioni afferenti al paradigma neoliberale – quello del marketing, della competizione per i fondi, in una parola del mercato – codificandole con un linguaggio per pochi; per diretta conseguenza, la maggioranza dei meno abbienti si è sentita esclusa.
La mia idea, oggi come ieri, è che **a questi molti era urgente parlare**, specie quando Trump e i suoi accoliti hanno fiutato l’occasione di farli sentire rappresentati, “visti”. Quasi nessuno a sinistra, però, ha voluto affrontare dibattiti complessi mettendo a disposizione contemporaneamente una buona dose di autocritica e una disponibilità a parlare una lingua per non-iniziati: per buona parte del progressismo “cancel culture” e “woke” marchiavano temi tabù, legati a doppio filo a xenofobia e intolleranza che si perpetuavano solo evocandone i significanti.
Ma intanto per molta gente i [*land acknowledgement*](https://en.wikipedia.org/wiki/Land%5Facknowledgement?ref=culturewars.it) dei costruttori milionari e il [linguaggio inclusivo calato dall’alto](https://www.washingtonpost.com/opinions/2024/11/01/latinx-latinos-trump-democrats/?ref=culturewars.it) diventavano cose indigeste e alienanti. E oggi buona parte dell’establishment Dem sembra essersi accorto dell’errore: Alexandria Ocasio-Cortez ha [detto](https://www.axios.com/2026/08/12/aoc-democratic-socialists-2028?ref=culturewars.it) in un’intervista, riprendendo una sorta di meme e citando le parole di un imprecisato collega, che il «Woke 1» – la fase più intensa del fenomeno, coincidente col 2020 – «è stato folle»; lo stesso Zohran Mamdani, il sindaco di New York, rappresenta per molti versi un superamento di quel modello.
Quando Trump ha vinto, è successo quello che si immaginava sarebbe successo, ma in forma peggiore: il ras di Washington ha preso di mira i suoi avversari politici con metodi mai visti nella storia americana, dismettendo una lunga serie di garanzie e organismi federali, privatizzando il potere e, tra le altre cose, perseguitando attivamente certe demografie (soprattutto migranti). Non contento di tutto ciò, dichiara ormai candidamente di volersi ricandidare nel 2028 per un terzo mandato, infischiandosene delle regole della democrazia d’oltreoceano.
A quel punto, il discorso de relato in Italia sui fatti statunitensi ha **preso una svolta paradossale**: gli stessi che fino a prima delle elezioni si erano rifiutati di sporcarsi le mani con le intemerate retoriche della destra, ora sostenevano contemporaneamente che Trump *non* aveva vinto per la presa di quei discorsi, sostanzialmente irrilevanti, *ma anche* che a spianargli la strada erano stati alcuni – direi pochissimi, soprattutto in Italia – opinionisti di sinistra che si erano messi a passare al setaccio gli errori strategici del progressismo statunitense.
A ogni nuovo esempio di deriva fascistoide trumpiana – il giogo alle università, l’ICE usata come una milizia privata, la disgregazione delle missioni umanitarie all’estero – in Italia una classe di commentatori online ancora oggi, nel pieno di una catastrofe istituzionale e politica, fa rientrare a forza i segnali del tracollo della democrazia americana in beghe condominiali, attribuendone una parte sostanziale della responsabilità ai “paladini” dell’esegesi del woke, quei progressisti che erano caduti mani e piedi nella “truffa” della cancel culture, contribuendo a radicare una “trappola retorica” nel dibattito pubblico.
La domanda che di solito rimane regolarmente inevasa, in questi inquadramenti, riguarda il *perché* questa trappola truffaldina ha convinto abbastanza votanti da mandare i suoi architetti nei palazzi del potere; sì, certo, i media ci hanno messo del loro, la propaganda ci ha messo del suo e, non bastasse, certi utili idioti di sinistra hanno iniziato a parlare di woke, invece di fare gli struzzi e far coincidere l’elettorato intero con la propria bolla social... ma perché il trucco ha funzionato? Perché oggi casi come quello di [Jason Arday](https://www.culturewars.it/jason-arday-cambridge-inclusione/) – il sociologo a cui Cambridge ha messo sulle spalle il giogo di rappresentare il suo *commitment* per l’inclusione, e che poi è rimasto schiacciato da quel peso, perdendo la sua stessa vita – diventano ostaggio di branchi di iene alla perenne ricerca di una carcassa su cui accanirsi?
Nel suo ultimo numero, il magazine Atlantic ha dedicato la cover a [un articolo](https://www.theatlantic.com/magazine/2026/09/elite-academia-leadership-hypocrisy/687969/?gift=OyhPc8ny%5F8dDTxmQBSrS7PI%5Fr1mRwZk0aSPVN1xm2pM&ref=culturewars.it) che ci aiuta a mettere ordine, per provare a rispondere a questa domanda. L’ha scritto **Tyler Austin Harper**, un accademico afroamericano ora in forza al giornale, ma che ha lavorato per anni al prestigioso Bates College, piccolo e costosissimo *liberal-arts college* di Lewiston, nel Maine. Si intitola *Confessions of a Token Black Professor*, e non credo ci sia bisogno di traduzione.

La storia di Harper è quella di una carriera di successo: nel 2020, appena trentenne, ottiene una posizione *tenure-track*, cioè una cattedra ordinaria*,* a Bates: una rarità nell’università (statunitense e non) contemporanea, dove **gli incarichi stabili continuano a diminuire**. Quando arriva in Maine, ha posizioni socialiste e considera le polemiche conservatrici sulla “wokeness” robaccia da Fox News; quindi, scrive nel pezzo, è contento di entrare in un college dalla storia orgogliosamente progressista, proprio durante le proteste seguite all’uccisione di George Floyd.
Presto, però, scopre quale parte Bates gli abbia assegnato d’ufficio. La ricerca accademica di Harper si occupa di letteratura britannica, fantascienza e storia della scienza, ma viene reclutato per organizzare le celebrazioni del Martin Luther King Day: non per una particolare competenza, bensì perché è uno dei pochi professori neri del college. In un altro aneddoto riportato, durante una selezione per assumere un nuovo professore, un collega osserva a voce alta con preoccupazione che la ricerca sulla diaspora africana di un candidato al ruolo potrebbe risultare «troppo vicina a quella di Tyler»: *siccome è nero, si occuperà di diaspora africana, no*? (Beh, no – e queste pose [non suonano nuove](https://x.com/tomowolade/status/1552187029244575744?ref=culturewars.it)).
A turbarlo non è tanto la sua resa a figurina, quanto ciò che gli permette di vedere. Mentre Bates moltiplica le sue spese in commissioni e consulenti per iniziative reclamizzate che orbitano attorno alla diversità, il college d’élite continua a ignorare i docenti precari sottopagati e le loro richieste. Nell’autunno del 2021 il college obbliga ogni dipartimento a sottoporre i propri corsi a una valutazione sul razzismo, al fine di produrre un piano di «trasformazione». Per uno di quei casi della vita, proprio nello stesso giorno circa 650 lavoratori di Bates – docenti senza ruolo, bibliotecari, amministrativi, addetti alle mense e alle pulizie – annunciano la nascita di un nuovo sindacato.
Ma quell’università inclusivissima a parole, nei fatti si rivela ferocemente antisindacale. Alla richiesta di redistribuire concretamente il potere, il college reagisce in modo meno entusiasta rispetto ai simposi sulla *white fragility*: contesta la composizione della nuova *union* e assolda una **società specializzata nel contrasto alle organizzazioni dei lavoratori**, la stessa che in quel periodo presta i propri servizi ad Amazon per aiutare Jeff Bezos a stroncare le proteste dei lavoratori di Staten Island. Dopo quattordici mesi di ricorsi, il sindacato perde.
Nel frattempo, racconta Harper, l’Academic Affairs Council – influente organo decisionale del college, formato dal preside di facoltà e da quattro professori anziani, tutti bianchi – propone di obbligare ogni studente a frequentare due corsi su razza, potere, privilegio e colonialismo, a prescindere dalla facoltà. Quando Harper obietta, una collega (bianca) gli rammenta senza indugi che le sue idee sulla libertà e la ricerca accademica sono quelle di alcuni docenti «di orientamento libertario», come se la compagnia politicamente sconveniente bastasse a renderle sospette. A un giovane professore nero, nota amaramente l’autore, non viene contestata la sostanza della sua posizione: gli viene ricordato da quale parte ci si aspetta che stia.
Scrive Harper:
> La storia delle pratiche di assunzione e di avanzamento di carriera dell’istruzione superiore d’élite e quella della sua deriva pluridecennale verso un certo estremismo liberal-progressista non sono separate, e nemmeno in contraddizione. Sono la stessa storia.
Anche la presunta «domanda» degli studenti, regolarmente portata dalla direzione del college a giustificazione di nuovi, massicci investimenti in una *diversity* da cartolina, viene di fatto smontata da una rappresentante del corpo studentesco, che racconta al professore come i discenti fossero stati portati a intendere che le modifiche erano già ampiamente condivise da faculty e personale accademico (ma così non era, nemmeno nella ricca e progressista Bates).
Harper definisce il sistema di Bates, comune ai maggiori e più costosi college d’America, «esclusione inclusiva»: l’amministrazione universitaria può salvare la faccia rinnovando la composizione demografica di chi occupa i pochi posti lavorativamente sicuri, pur senza concedere nulla: senza aumentare i suddetti posti, senza stabilizzare i precari e, soprattutto, senza cedere potere ai lavoratori. Questa diversità di facciata, insomma, ha un fine cosmetico, se non direttamente conservatore: serve a modificare la gerarchia, lasciandone intatte le regole.
Un corpo docente più fragile è anche **più conformista e ricattabile**; le politiche identitarie, quando sono applicate in questa forma ipocrita – che non è di certo l’unica, ma è quella più spinta dalle alte sfere economiche – consentono a chi controlla l’istituzione di presentarsi come agente del cambiamento senza intervenire sulle disuguaglianze materiali da cui dipende il suo potere.
Alla fine Harper – che descrive il suo profondo disagio di fronte a questa dissonanza cognitivo-accademica – nel 2024 ha lasciato Bates, rinunciando al suo sogno di una vita di una posizione stabile nell’accademia. Nel frattempo Trump è tornato al potere e ha preso di mira i fondi universitari; così il college ha risposto sospendendo fino al 2029 l’introduzione dei suoi nuovi corsi obbligatori su razza e privilegio, quelli che per lungo tempo aveva presentato come urgenti e indifferibili strumenti di avanzamento sociale. Appena ha comportato un costo vero, il proclama etico è diventato un orpello di cui privarsi.
In questa storia riecheggiano molte riflessioni sulla ciclicità della radicalizzazione delle élite *liberal* di Musa al-Gharbi, il sociologo statunitense che meglio di tanti altri ha saputo legare il *wokismo* di facciata delle istituzioni americane alla loro indisponibilità a ridistribuire risorse, ricchezza e potere ([qui una chiacchierata](https://www.culturewars.it/intervista-al-gharbi-woke/) che avevo fatto con lui l’anno scorso).
Quella di Tyler non è una storia così rara, nelle università più prestigiose del mondo anglofono. Ho letto, tra i vari *take* opinabili seguiti alla tragedia in queste ore, che non sarebbe vero che Jason Arday per l’Università di Cambridge era un poster boy della DEI, una mostrina da appuntarsi: ma tutto, dal [comunicato](https://news.educ.cam.ac.uk/230223-jason-arday?ref=culturewars.it) della sua nomina a dozzine di sue [apparizioni](https://www.theguardian.com/society/2023/jul/11/jason-arday-cambridge-university-youngest-black-professor?ref=culturewars.it) [pubbliche](https://www.youtube.com/watch?v=FA78tV8lar8&ref=culturewars.it), puntava decisamente in tal senso; che portasse con sé un buon numero di citazioni accademiche non indebolisce l’evidenza del suo sfruttamento simbolico.
Da dinamiche come quelle in azione in questi casi – che rimangono dinamiche connaturate a uno schema bianco-centrico che prova disperatamente a rimanere saldo con le mani sulle leve, è bene ripeterlo – Trump e sodali continueranno a ottenere altra legna da ardere per proseguire la loro lotta senza quartiere all’inclusione e [alla libertà accademica](https://www.theguardian.com/us-news/2025/feb/14/chris-rufo-jo-boaler-academics-woke?ref=culturewars.it).
Dicevamo di quell’annosa domanda inevasa, sul perché la destra abbia raccolto i dividendi delle *culture wars*. Abbozzerei una risposta che parte dal fatto che qualcosa, in effetti, in questi anni è successo; non certamente nei termini deliranti e fuorvianti dei reazionari, ma era proprio questo il punto: cercare di disinnescare quei discorsi voleva dire risalire al lontano granello di realtà per cui, con ogni evidenza, i loro allarmismi avrebbero avuto successo alle urne.
Quel granello di realtà aveva a che fare da vicino con centri di potere che si erano adagiati, per interesse o per ignavia, sulla forma di cambiamento più comoda, superficiale, innocua e controproducente: una «follia», per citare ancora la definizione che ne dà oggi AOC, non esattamente un’estremista xenofoba. Parlarne allora, tra il 2020 e il 2024, non significava essere cerchiobottisti, più o meno nella misura in cui un meteorologo non è “cerchiobottista” quando comunica la coesistenza di cieli sereni e nuvole nere all’orizzonte.
Se è proprio necessario (e non dovrebbe esserlo, specie in quest’era post-trumpocalittica) trovare colpevoli da additare, allora temo di avere una pessima notizia: **le migliori pedine della Grande Guerra all’Inclusione della destra** – e i peggiori alleati delle minoranze sfruttate per un pugno di punti-marketing – sono stati i compagni della mozione *nothing to see here*, per cui il discorso non esisteva, non meritava autocritica e non doveva essere toccato in alcun modo: queste persone non sapevano di cosa parlavano, confondevano i piani ed erano più interessate a trovare “nemici interni” che a risolvere una situazione che stava per rendere la vita tremendamente più difficile a chi non era maschio, bianco, etero e cisgender.
Il che suona problematico, se chiedi a me.

- Sorpresa: anche Zoe Saldana vorrebbe essere trattata come attrice, [non come token](https://www.thedailybeast.com/obsessed/zoe-saldana-slams-frustrating-pressure-to-get-political/?ref=culturewars.it) inclusivo;

- La WNBA, la maggiore lega professionistica femminile di basket americano, è al centro di una [lunare controversia](https://www.bbc.com/sport/basketball/articles/ckg3enx6rj6o?ref=culturewars.it) sulle sue regole di ingaggio delle donne transgender;

- La più celebre anti-woke (ma qui si potrebbe dire: nazi) tedesca ha [chiesto fondi americani](https://www.reuters.com/business/media-telecom/german-far-right-influencer-applies-us-funding-new-media-network-2026-08-10/?ref=culturewars.it) per finanziare un suo network mediatico reazionario.
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### Un poster boy troppo perfetto
URL: https://www.culturewars.it/jason-arday-cambridge-inclusione/
Last updated: 2026-08-07T06:07:46.000Z
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**Jason Arday** ha 41 anni e insegna (*edit*: sarebbe più corretto dire “insegnava”, perché si è appena [dimesso](https://www.bbc.com/news/articles/c1e146jw618o?ref=culturewars.it); la notizia è giunta dopo la scrittura di questo articolo) Sociologia dell’educazione a Cambridge. Il suo nome per anni è stato quello di una vera e propria star dell’accademia britannica: nato da genitori ghanesi a Clapham, nella periferia di South London, è stato protagonista di una storia di riscatto e affermazione che ha conquistato i media del Regno Unito. Il problema, però, non è soltanto che quella storia era troppo bella per essere vera, ma risiedeva soprattutto in quanto l’Università di Cambridge aveva *bisogno* che fosse vera.
Quando, nel marzo del 2023, Arday è stato nominato professore, l’ateneo non si è limitato ad annunciare l’arrivo di un nuovo docente: ha costruito sulla sua investitura un apologo morale con cui appuntarsi una mostrina istituzionale. A 37 anni, Arday diventava **il più giovane professore nero nella storia di Cambridge**. Per una persona cresciuta in una casa popolare nel sud di Londra, che aveva ricevuto una diagnosi di autismo e non aveva imparato a parlare fino agli undici anni d’età, e a leggere e scrivere fino ai diciotto, era un risultato impensabile e di ispirazione.
L’annuncio ufficiale dell’università [presentava esplicitamente](https://news.educ.cam.ac.uk/230223-jason-arday?ref=culturewars.it) l’incarico come una dimostrazione plastica dell’impegno dell’ateneo verso una maggiore inclusione di personale accademico proveniente da gruppi sottorappresentati. Arday non era soltanto un professore, insomma: per molti legittimi motivi, era il professore che provava un cambio di passo a Cambridge.
Le istituzioni progressiste contemporanee, non è un mistero, spesso ricercano attivamente personaggi come Arday: persone con una storia personale riassumibile, un volto spendibile nelle campagne di comunicazione e una biografia capace di parlare a questioni sociali irrisolte. Il docente-star, nel caso di una prestigiosa università che forma le élite, permette di chiudere un occhio – o, nei casi peggiori, di saltare a piè pari – le parti meno “raccontabili” dell’inclusione. Non occorre parlare di aumenti delle borse di dottorato, di rendere le carriere meno precarie, di correggere i meccanismi di selezione, o del perché le classi popolari arrivano così raramente ai vertici dell’università: a volte basta mostrare la figurina e dichiarare il cambiamento. Così fanno le aziende, e anche tante università-azienda.
Questa volta, però, la storia di Arday ha iniziato a venire smontata pezzo per pezzo, con una serie di accuse di gravità e campo variabili che hanno monopolizzato il discorso pubblico: decine di [sovrapposizioni plagiarie](https://x.com/benryanwriter/status/2082259855524462646?ref=culturewars.it) tra la sua tesi di dottorato e lavori pubblicati in precedenza; articoli scientifici di rigore accademico traballante; affermazioni imprecise o false sulle sue modalità della ricerca o sulla sua biografia, [personale](https://x.com/RichardHanania/status/2084619359130104280?ref=culturewars.it) e [accademica](https://nypost.com/2026/08/04/world-news/cambridge-prof-accused-of-plagiarism-made-up-jobs-at-2-other-universities-report/?ref=culturewars.it); episodi di razzismo probabilmente [inventati](https://www.telegraph.co.uk/news/2026/08/01/professor-jason-arday-university-plagiarism/?ref=culturewars.it); addirittura racconti delle proprie imprese sportive e di raccolte di beneficenza che sarebbero stati gonfiati ad hoc.
Il Guardian ha [ricostruito nel dettaglio](https://www.theguardian.com/education/ng-interactive/2026/aug/01/playbooks-plagiarism-pigs-head-new-claims-surrounding-cambridge-professor-jason-arday?ref=culturewars.it) la verità su diversi episodi che, nel tempo, avevano contribuito a cementare la sua immagine pubblica di eroe accademico, mettendoli a confronto con la realtà dei fatti accertati. C’è la cifra di oltre cinque milioni di sterline raccolte per beneficenza, da lui stesso indicata, ma che non era un risultato attribuibile a una sua iniziativa personale, bensì il totale aggregato di diverse campagne di fundraising a cui aveva preso parte; ci sono le 30 maratone che [dice](https://www.telegraph.co.uk/news/2026/07/29/cambridge-diversity-poster-boy-fresh-row-marathon/?ref=culturewars.it) di aver corso in 35 giorni, in parte con una gamba rotta (!); c’è che ha [sostenuto](https://x.com/j4ppleby/status/2083829066063564889?ref=culturewars.it) di aver partecipato da bambino a una popolarissima serie tv inglese, *Up*, girata vent’anni prima della sua nascita.
Ma questi sono solo contorni, e di importanza assai relativa: perché i problemi per Jason Arday sono venuti soprattutto dal versante accademico, a partire dalla sua **tesi di dottorato discussa alla John Moores University di Liverpool**, oltre ad alcuni articoli successivi. Decine di passaggi sarebbero molto simili a quelli di opere che non ha nemmeno citato, si diceva; due pubblicazioni sono state corrette, eliminando o modificando affermazioni sul processo di codifica dei dati, sull’impiego di un secondo ricercatore e su alcune citazioni dei partecipanti. L’università di Liverpool ha riesaminato il lavoro e ha detto di non aver ravvisato plagi; un accademico consultato da Retraction Watch, invece, ha [parlato di “somiglianze” estese](https://retractionwatch.com/2026/07/27/cambridge-jason-arday-plagiarism-allegations-times-higher-education-exclusive/?ref=culturewars.it) e difficili da liquidare come meri problemi formali.
La persona che per prima ha contribuito a portare il caso alla luce è il filosofo dell’etica **Nathan Cofnas**, il che non è un dettaglio: Cofnas si definisce un *race realist*, e in tempi recenti ha sostenuto che in un sistema integralmente meritocratico ad Harvard non ci sarebbe quasi nessun professore nero; per questo è stato allontanato dai corsi, dopo una lunga controversia pubblica. In seguito Cambridge ha [concluso](https://www.varsity.co.uk/news/30360?ref=culturewars.it) che le sue affermazioni non costituivano, secondo i regolamenti dell’ateneo, discriminazione o molestie, ma in ogni caso Cofnas – che al caso Arday ha dedicato [un lungo approfondimento](https://ncofnas.com/p/dei-fraud-and-cover-up-at-cambridge?ref=culturewars.it) – ha con l’università un conflitto personale evidente.
Questa è una parte importante della controversia: c’è un fronte – che per comodità chiameremo “anti-woke” – che su storie del genere si getta a peso morto. Tra gli altri, nemici giurati del “woke” come [Kathleen Stock](https://x.com/Docstockk/status/2082016499087069361?ref=culturewars.it) e la testata [UnHerd](https://unherd.com/2026/07/jason-arday-cambridges-dei-darling/?ref=culturewars.it) non hanno perso tempo prima di esprimersi sul caso, presentando Arday come il prodotto simbolo della decadenza woke dell’università britannica. Si insiste – con qualche sparuta ragione, seppellita da propaganda e falso prospettico – sul fatto che le università avrebbero progressivamente sostituito criteri di valutazione accademica con criteri identitari, generando pratiche di selezione opache e incoerenti.
Nel frattempo, vicende come quella di Arday non rimangono confinate al perimetro delle beghe da guerre culturali: la testata di settore *Times of Higher Education* l’anno scorso gli aveva dedicato un’inchiesta, salvo poi – come ricostruito da Retraction Watch – [non pubblicarla](https://www.timeshighereducation.com/opinion/editors-note-jason-arday-case-and-times-higher-education?ref=culturewars.it) a seguito di moniti legali inviati dagli avvocati di Arday; il Guardian ha raccolto documenti e testimonianze, comprese quelle di accademici neri e di studiosi delle disuguaglianze razziali che ritengono le domande su Arday meritevoli di approfondimento, e temono che il caso possa danneggiare il loro lavoro.
> Blackademics in the United Kingdom need to brace for a reckoning they didn’t ask for. Scrutiny of labour & belonging in the academic extended in the most extreme fashion bcuz the system insists on a monolithic approach to collective punishment before a judgement has been reached.
>
> — Chisomo Kalinga, PhD (@ChisomoWrites) [July 30, 2026](https://x.com/ChisomoWrites/status/2082857289904439546?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Un commento di un accademico britannico nero.
Il punto di vicende come questa, di fatto, è proprio che non riguardano soltanto i Jason Arday di turno. Cambridge, di fronte alle prime contestazioni dei giorni scorsi, ha difeso il suo professore parlando di una «vile macchina del fango» e insistendo sul fatto che il docente era già stato scagionato dalle accuse a Liverpool. Molti colleghi hanno firmato [lettere e appelli in sua difesa](https://x.com/GoodLawProject/status/2082089176107786376?ref=culturewars.it), descrivendo le accuse come parte di una campagna razzista tesa a screditare un accademico nero di successo. Intendiamoci: è possibile, o addirittura probabile, che nella mobilitazione contro Arday convivano domande lecite, antipatie personali, razzismo e anche il (piuttosto trasparente) desiderio di far saltare in aria un simbolo della DEI britannica.
Ma una delle conseguenze più velenose dell’inclusione costruita attorno ai *poster boy* è proprio questa: rende difficilissimo distinguere la normale valutazione del lavoro di un individuo da un attacco all’intera categoria che l’individuo è stato incaricato di rappresentare. Se Arday fosse stato presentato in un altro modo dal suo ateneo, le polemiche sulla sua tesi, sui suoi articoli e sulla sua biografia avrebbero potuto ricevere risposte circostanziate; ma **siccome è stato reso la prova vivente delle virtù di Cambridge**, trasformare ogni dubbio su di lui in un dubbio sull’inclusione risulta facile; e ogni difesa dell’inclusione, di conseguenza, finisce per trasformarsi in una difesa d’ufficio di Arday.
È una trappola discorsiva perfetta, se ci pensi: per gli avversari della DEI, la sua debacle dimostra che le università assumono sempre persone incompetenti o disoneste, purché appartengano alla minoranza giusta; per i suoi difensori, ammettere che alcune accuse di plagio possano essere fondate, in questo contesto significa offrire munizioni ai razzisti. E in questa spessa coltre di nebbia si perde la domanda fondamentale: perché mai il valore delle politiche contro la discriminazione dovrebbe dipendere dalla fallibilità di un singolo professore?
L’aspetto più oltraggioso che emerge da questa storia è la sensazione, alimentata più e meno involontariamente dalle reazioni istituzionali, che applicare agli accademici appartenenti a minoranze gli standard comuni gli faccia un qualche torto. Una forma di paternalismo che somiglia pericolosamente a ciò che pretende di combattere: il professore nero **non può essere soltanto bravo o mediocre**, rigoroso o approssimativo, onesto o vanitoso come qualunque altro collega; no: dev’essere l’incarnazione della *diversity* senza macchia oppure la prova del suo fallimento.
Quando un’università costruisce il proprio impegno (e la propria reputazione) attorno a una biografia straordinaria, trasferisce sul protagonista una quantità di capitale simbolico sproporzionata: la sua storia deve essere esemplare, ogni dettaglio deve confermare la parabola, ogni critica deve poter essere attribuita alle forze della reazione. Ma più l’istituzione usa quella persona per lavarsi la coscienza, più il conto dell’eventuale fallimento viene socializzato. E a pagarlo non saranno il dipartimento comunicazione che ha esagerato con i trionfalismi, o i dirigenti che hanno voluto la figurina: sono gli altri *blackademics*, come vengono detti gli accademici neri d’oltremanica. La prossima docente afro promossa a una posizione prestigiosa si troverà circondata da un sospetto di fondo rinforzato: *è davvero lì per il proprio lavoro, o perché serviva un altro Jason Arday*?

Jason Arday
Uno degli studiosi consultati da Retraction Watch ha sintetizzato bene il paradosso: Cambridge avrebbe potuto affrontare la questione in modo ordinario, evitando che a occuparsene fossero gli urlatori della destra radicale. Eppure non l’ha fatto – o non in modo abbastanza trasparente. Così è diventata appannaggio dei nemici dell’inclusione, che ora possono esibire ogni reticenza istituzionale come la prova di un insabbiamento.
E ci sono precedenti, in questo senso, perché la sinistra su questo fronte ha già commesso errori e lasciato voti. Nel 2019, quando Ibram X. Kendi stava diventando una delle massime autorità morali della *diversity* americana, l’autore Kelefa Sanneh [scriveva sul New Yorker](https://www.newyorker.com/magazine/2019/08/19/the-fight-to-redefine-racism?ref=culturewars.it) che la sua distinzione binaria razzismo/antirazzismo tendeva a comprimere vite, politiche e istituzioni complesse in un esame a risposta secca. Era una critica che non veniva da una rivista o una penna trumpiana, né ovviamente sosteneva che il razzismo fosse un’invenzione: però metteva in discussione un paradigma intellettuale-culturale orientato a una semplificazione controproducente.
Gli anni successivi ce l’hanno confermato, anche nel caso specifico di Kendi: è diventato il nume tutelare di un’enorme infrastruttura accademica, editoriale e filantropica; il suo Center for Antiracist Research della Boston University ha raccolto decine di milioni di dollari, finendo poi [in acque burrascose](https://www.nytimes.com/2024/06/04/magazine/ibram-kendi-center-for-antiracist-research.html?ref=culturewars.it) fatte di licenziamenti e accuse di cattiva gestione, per poi essere [chiuso](https://www.axios.com/local/boston/2025/01/31/bu-closes-antiracist-research-center-ibram-x-kendi-leaves?ref=culturewars.it) quando Kendi si è trasferito alla Howard University. Anche qui, si è misurato lo scarto tra le aspettative messianiche concentrate su un intellettuale-star e la fragilità dell’istituzione costruita a sua immagine.
È questo il punto che una parte consistente del progressismo mainstream non ha voluto ascoltare nell’ultimo decennio. Le critiche al modello delle celebrity antirazziste, alla professionalizzazione dell’attivismo e alla sostituzione dei cambiamenti materiali con il capitale simbolico *non* sono nate dopo la vittoria della destra; esistevano già quando le aziende firmavano assegni e le università istituivano centri, cattedre e programmi intitolati a un *antiracism* di facciata, ma venivano spesso liquidate come tentativi di distogliere l’attenzione dal vero problema (o peggio, come forme mascherate di ostilità verso le minoranze).
Le persone nere **rimangono gravemente sottorappresentate** ai vertici dell’accademia britannica: secondo i dati raccolti da Advance HE, soltanto il 3,8 per cento degli accademici neri aveva raggiunto il rango di professore, e i docenti appartenenti alle minoranze etniche risultavano più frequentemente impiegati con contratti a termine rispetto ai colleghi bianchi. Sono numeri che non si cancellano facendo le pulci al curriculum di un singolo individuo, ma anche che rendono irresponsabile e crudele concentrare la battaglia per l’uguaglianza su pochi casi eccezionali.
La *diversity* da brochure preferisce la rappresentazione alla redistribuzione perché la prima costa meno, almeno politicamente. Una fotografia di Jason Arday davanti a un edificio prestigioso in stile gotico comunica immediatamente progresso; intervenire sulle scuole frequentate dai figli delle classi popolari, finanziare dottorati e stabilizzare ricercatori precari richiede invece denaro, conflitti e anni di lavoro. La razza non scompare riportando il discorso alla classe sociale, ma la classe ricorda quanto sia incompleta una politica che celebra l’accesso di pochi individui eccezionali lasciando intatti i meccanismi che escludono tutti gli altri.
A prescindere da quel che sarà il destino di Arday, una concezione adulta ed efficace dell’inclusione dovrebbe partire dall’idea opposta di quella coltivata da Cambridge. Gli accademici neri non devono essere rappresentanti plenipotenziari della loro etnia; **non devono essere migliori degli altri** per meritarsi una cattedra, né sottratti ai processi di verifica per timore di assist politici. Devono poter essere giudicati come individui, secondo standard chiari e condivisi, all’interno di istituzioni che riconoscano e correggano gli ostacoli strutturali senza trasformare chi li supera in una reliquia.
Altrimenti il messaggio implicito diventa proprio quello che la DEI dice di voler cancellare: che una persona nera arrivata ai vertici non può essere trattata normalmente. E a quel punto, tanti saluti all’inclusione.

- La [vittoria di Abdul El-Sayed](https://www.theatlantic.com/ideas/2026/08/michigan-abdul-el-sayed-election/688181/?ref=culturewars.it) alle primarie Democratiche del Michigan potrebbe essere un punto di svolta per la sinistra americana;

- Il copione lo conosciamo, ma sui fatti di Ceuta la destra europea ha [persino superato se stessa](https://www.theguardian.com/world/2026/aug/05/wednesday-briefing-how-misinformation-and-a-hardened-immigration-policy-turned-ceuta-into-europes-latest-flashpoint?ref=culturewars.it);

- La Casa Bianca ha ordinato allo Smithsonian National Museum of American History di mostrare un [cartello che ammonisce i visitatori](https://www.washingtonpost.com/style/2026/07/24/trump-orders-warning-signs-near-smithsonian-escalating-fight-over-history/?ref=culturewars.it) circa le «informazioni inaccurate» del museo: Trump cerca di controllare la storia.
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### Dopo Miss Italia aver Elena nera
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Last updated: 2026-07-22T05:05:30.000Z
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L’***Odissea* di Christopher Nolan** è uscita nelle sale cinematografiche da qualche giorno, ma occupa una parte non irrilevante del discorso pubblico – o quel che ne rimane – da parecchie settimane: al centro c’è il consueto processo di polarizzazione identitaria che abbiamo cominciato a ricondurre alla definizione di *guerra culturale*, con un canovaccio già visto in diversi casi analoghi.
Prima due parole sul film, *s’il vous plaît*: l’ho visto, mi è piaciuto, anche perché mi piacciono – di solito – Nolan e le sue fissazioni, i suoi apologhi morali, i suoi personaggi eticamente tribolati e le sue trasfigurazioni della fine della civiltà. Secondo me ci sono cose molto riuscite – il Cavallo, Circe, Eumeo, le Sirene – e altre molto poco (un Polifemo goffo e raffazzonato, una Calipso ridotta a psicanalista): capisco cosa possa aver portato lo scrittore Tommaso Pincio a [sostenere](https://www.facebook.com/tommaso.pincio/posts/pfbid0UJaxrYtLBhaoceAtMcqK8b6jvePwuV5yknMDwyAxdkAvbjdznuHkB9Cmn2KjyrbBl?%5F%5Fcft%5F%5F[0]=AZanf%5FjDBIuYapVq5Rn1hLwFH9cqjHufKxAjKORd4HaUHESUPIH0norOueu1wvGaBrBBbBqlGeN2YoSeoHRjQp8mWTWHp1CAvgsZhSNc%5FNk2QcJ02VkZDBPoI5hXA2nn8hvRu5vD86j238TUaWw7cn3ORbdfbyAoR68uAazYZunUwHgLxsJWHK03P-B4Fyq35xg&%5F%5Ftn%5F%5F=%2CO%2CP-R) che «c'è più molto più mito in dieci minuti di Spielberg sugli alieni con gli occhioni da insetto che in tre ore vichinghe di Nolan» (eppure ho trovato *Disclosure Day* di una noia micidiale), ma anche chi, come l’autore di [questo articolo](https://luciodigaetano.substack.com/p/atena-e-morta-ma-nolan-si-sente-benissimo), ci ha trovato una filologia impeccabile.
Cosa ha portato a generare un tale *hype* *guerroculturale* intorno al film? Beh, la scritturazione di un cast non bianco, *ovviamente*: in questo caso le polemiche si sono innestate sulla scelta di far interpretare **Elena**, la regina della guerra di Troia, e la sorellastra Clitennestra, a **Lupita Nyong'o**. Elena è definita da Omero «divina tra le donne», l’essere umano di sesso femminile più bello del mondo, quello per cui la civiltà greca precipita in una spirale bellica sanguinosa: *Nyong'o è una scelta credibile nei suoi panni?*
È una domanda pressante che si sono posti uomini davvero bellissimi come Elon Musk, l’arcimiliardario proprietario di X, e il commentatore di destra Matt Walsh, il quale ha [scritto](https://x.com/MattWalshBlog/status/2054253559357583387?ref=culturewars.it) chiaro e tondo:
> Nessuno al mondo pensa davvero che Lupita Nyong’o sia «la donna più bella del mondo». Ma Christopher Nolan sa che verrebbe accusato di razzismo se affidasse il ruolo della «donna più bella» a un’attrice bianca. Nolan è tecnicamente talentuoso, ma è un codardo.
Nelle risposte è accorso lo stesso Musk, peraltro.
> True
>
> — Elon Musk (@elonmusk) [May 12, 2026](https://x.com/elonmusk/status/2054297708903751740?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Il facoltoso gerarca del fronte anti-woke già in precedenza non aveva risparmiato ulteriori critiche al film, [definendo](https://variety.com/2026/film/news/elon-musk-christopher-nolan-odyssey-lupita-nyongo-1236648435/?ref=culturewars.it) le scelte di Nolan «un insulto» all’opera di Omero e dando spazio a commenti altrettanto xenofobi sul casting di Elliot Page, l’attore transgender che interpreta Sinone, il guerriero che mette in atto l’inganno del Cavallo di Troia.
La polemica si è prevedibilmente ritagliata il suo spazio mediatico, per i soliti cortocircuiti che alimentano questi casi (in breve: chi aziona le levette dei media, siano essi social o meno, si accorge che dividere in squadrette adirate attorno a questi nodi del contendere è redditizio), ed è arrivata anche in Italia, dove abbiamo iniziato a parlottare confusamente di canone omerico, tradizione della classicità e aderenza al mito.
È stato fatto notare che **non è la prima volta** che il ruolo di Elena viene affidato a un’attrice non-caucasica, e che i precedenti non sono nemmeno recenti: nel 1950 Orson Welles scelse l’afroamericana Eartha Kitt, da cui era rimasto folgorato in un cabaret di Parigi, per il suo spettacolo *The Blessed and the Damned*; molti anni dopo, in televisione, nel celebre *Xena – Principessa guerriera*, Elena ha avuto il volto di Galyn Görg, tra le altre cose ex ballerina nera di *Fantastico*.
La polemica su Elena «dalle bianche braccia», l’epiteto omerico riservato alle dee, citato come prova scottante dell’affronto, ha portato rapidamente a vedere un disegno nolaniano [orientato](https://x.com/BonifaceOption/status/2054554648485228600?ref=culturewars.it) a «cancellare la storia europea» (d’altronde, Musk aveva [dato](https://x.com/elonmusk/status/2057741134609166390?s=20&ref=culturewars.it) al regista direttamente del «razzista anti-bianco»), o anche a lisciare il pelo a Hollywood per fare incetta di premi conformisti (in ottica Oscar, dei requisiti di diversità e inclusione [esistono a tutti gli effetti](https://variety.com/2020/film/news/oscars-inclusion-standards-best-picture-diversity-1234762727/?ref=culturewars.it), ma – criticabili o meno che siano – non hanno a che fare soltanto col casting).
Si tratta di critiche particolarmente fuori fuoco, perché, come spesso accade, testimoniano un progressivo allontanamento dai dati di realtà: se qualcuno di questi soloni avesse visto il film, saprebbe che l’Elena/Clitennestra di Lupita Nyong'o non solo non è un personaggio centrale, ma appare per una manciata di secondi in tre ore di girato. Un po’ poco, per sovvertire l’ordine occidentale.
Ovviamente, Christopher Nolan sapeva benissimo a cosa stava andando incontro con quella scelta di casting, non foss’altro per la ricchezza di precedenti in tal senso (Halle Bailey, *anyone*?). L’*Odissea* è una colonna della cultura occidentale, il suo lungometraggio l’evento cinematografico dell’anno: niente è stato lasciato al caso, nulla può dirsi riparato dal candore dell’innocenza. Ecco perché inquadrare le recenti [reazioni menefreghiste alle polemiche](https://www.rivistastudio.com/odissea-nolan-polemiche-cast/?ref=culturewars.it) da parte del regista come un lodevole segno di distacco e superiorità è, direi, fuorviante.
Anche perché, se vogliamo trovare una pars construens in questa valle di lacrime, una scia di polemica che si potrebbe considerare seriamente l’*Odissea* ora in sala l’ha prodotta: tanto per dirne una, non c’è nessun attore greco nel cast principale di Nolan, nonostante i 6 milioni e mezzo di euro che la produzione ha intascato per le riprese nel Peloponneso.
La risposta migliore ai petulanti Musk forse l’ha data, come ogni tanto gli capita di fare, il commentatore liberal statunitense Matthew Yglesias, che nella sua [newsletter Slow Boring](https://www.slowboring.com/p/a-diverse-odyssey-is-the-triumph?ref=culturewars.it) ha rovesciato la prospettiva con un argomento semplice: un’Odissea «diversa» non è la sconfitta della civiltà occidentale, ma la sua affermazione. Se i suoi difensori vogliono che esista ancora un canone condiviso, scrive Yglesias, dovrebbero volere anche che persone di origini differenti possano considerarlo proprio. L’alternativa non è un Omero più autentico, ma una tradizione sempre più marginale.
Del resto, quella occidentale è già un’eredità culturale costruita per adozioni successive, non per linearità di sangue: gli statunitensi si sono raccontati come continuatori di Atene e Roma senza essere greci o romani, e nessuno pensa che per interpretare Shakespeare oggi serva un certificato genealogico dell’Inghilterra elisabettiana. Il canone **sopravvive proprio perché ogni epoca se ne impossessa**, lo traduce e inevitabilmente lo deforma.
Un giudizio estetico su Elena di Troia non può diventare la diagnosi terminale dell’Occidente. Ed è curioso che i sedicenti difensori della sua grandezza finiscano per descriverne le opere fondative come oggetti fragilissimi, capaci di essere distrutti dalla carnagione di un’attrice che compare sullo schermo per pochi secondi.
Il paradosso più interessante dell’intera polemica è proprio che rendere Omero accessibile a un pubblico globale significa affermare che Omero conta ancora; che le sue storie non appartengono soltanto ai greci, agli europei o ai bianchi, ma a **chiunque sia disposto a riconoscersi in quel viaggio**, in quella guerra e in quel ritorno a casa. A preoccuparsi del resto non sono i custodi di una tradizione viva, ma i proprietari abusivi di una reliquia.

- Lo stato dell’arte dei discorsi sugli effetti dei social si arricchisce di un nuovo fronte: in Gran Bretagna il governo ha [proposto un coprifuoco notturno](https://www.theguardian.com/technology/2026/jul/14/uk-16-17-year-olds-midnight-social-media-curfew?ref=culturewars.it), durante il quale agli Under 16 dovrebbe essere proibito l’uso dello smartphone;

- Ah, peraltro: i prossimi remake del Signore degli Anelli sono abbastanza inclusivi? Il Guardian [dice di no](https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/jul/17/the-guardian-view-on-the-lord-of-the-rings-not-a-weapon-in-the-culture-wars?ref=culturewars.it);

- Ricordiamo che c’è una parte politica che, in Italia e nel mondo, è andata al governo promettendo di [occuparsi soltanto delle cose serie](https://x.com/SpiritoSfranto/status/2078463768321790001?ref=culturewars.it).
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### Anti-woke a denti stretti
URL: https://www.culturewars.it/louis-ck-ridiculous-woke/
Last updated: 2026-07-18T09:41:47.000Z
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Il primo segno del [nuovo special](https://www.netflix.com/title/82639316?ref=culturewars.it) di **Louis C.K.** l’ho visto in una story su Instagram della mia comica italiana preferita, che ha fatto una foto al computer mentre lo stava guardando. Le ho chiesto «Approvi?» e lei ha risposto «mmm, un po’ delusa».
Non è la risposta che mi aspettavo. Forse era quella che speravo ma non quella che, conoscendo la riverenza di cui gode Louis C.K. in Italia, mi aspettavo di leggere. Nei giorni successivi ho scandagliato i profili dei comici, degli opinionisti e degli scrittori che negli ultimi anni si sono spesi a difendere il diritto naturale del comico americano a tornare sul trono che il #MeToo del 2017 gli aveva rubato da sotto il sedere. Ma anche sui loro profili non ho visto niente. Nessun “Il re è tornato”, nessun “Il grande maestro è salito di nuovo in cattedra”, nessun “Ci siamo ripresi tutto quello che era nostro”.
Così *Ridiculous*, il nuovo special di Louis C.K. che segna il suo ritorno su Netflix dopo otto anni e mezzo di confino industriale, me lo sono dovuto guardare da solo. E ho capito già dopo i primi dieci minuti qual era il motivo per cui nessuno dei suoi grandi difensori ne stava parlando: è uno spettacolo moscio. Molto moscio.
Ora, non voglio fare quello in canottiera che dal divano critica le prestazioni della nazionale di calcio: io non sono un comico, non scrivo battute di mestiere e quando mi capita di scrivere qualcosa che fa ridere, non so bene come sia successo. Ma amo la comicità come genere letterario, ho guardato sul computer e visto dal vivo dozzine di stand-up comedian statunitensi e italiani e mi piace entrare nelle dinamiche strutturali di come si tiene la tensione in una sala piena di gente pagante per un’ora. Insomma, non so fare la stand-up, ma so fare il pubblico. E in quanto pubblico, durante uno spettacolo comico mi aspetto perlomeno di ridere.
Ma guardando lo special di Louis C.K. **non è successo quasi mai**. Salvo solo un momento, verso i tre quarti dello spettacolo, in un blocco abbastanza classico sul dating a sessant’anni. L’unico momento che l’ho trovato onesto, in cui c’è una battuta che mi ha ricordato un po’ il Louis C.K. di dieci anni fa (e, non a caso, il momento che avevo visto screenshottato su Instagram).
Per chi non sapesse la storia di quello che è accaduto a Louis C.K. negli ultimi anni, e anche per chi pensa di saperla, ecco un brevissimo riassunto ragionato. Nel 2007 esce il primo special di un’ora di Louis C.K. su HBO, *Shameless*. Si capisce da subito che il suo stile è nuovo: racconti di vita reale da cui partono spirali surreali, le battute hanno un lungo set-up, articolato, e quando arriva la *punchline*, cioè lo scatto retorico che innesca la sorpresa e la risata da parte del pubblico, ci si accorge di star ridendo già da qualche minuto. È uno spettacolo di un’ora divisibile in tante clip di qualche minuto, ideali per YouTube, che è nato da poco. Quello che questo nuovo comico riesce a fare meglio di ogni altro è mescolare temi molto scurrili e tenere scene di vita familiare: si passa dalle vagine d’anatra nei ristoranti cinesi alle frustrazioni di un padre moderno che va al ristorante con le figlie piccole.
Louis C.K. forse non è il più bravo della sua generazione, ma diventa popolare perché è il più accessibile. Con i suoi racconti da papà divorziato, goffo, cinico e disgustoso riesce ad arruffianarsi il pubblico anche quando al Saturday Night Live fa un monologo di otto minuti su quanto devono piacere i bambini ai pedofili. Dicendo cose orrende ma ridendo mentre le dice, riesce a tenere il pubblico sulla linea del “vabbè ma non le pensa davvero, questo patatone”. Con lui ridono tutti, anche quelli – anzi, direi soprattutto quelli – che non conoscono e non capiscono le regole della comicità.
Dal 2012 al 2017 sembra trasformare in oro tutto quello in cui è coinvolto: la sua serie tv, le serie tv di altri, gli special, le ospitate nei late night, i cameo nei film di Hollywood, le settimane – non le serate – sold out al Madison Square Garden. Nel giro di pochi anni Louis C.K. diventa il comico più ricco e potente di tutti. E quando si avvicina troppo al sole, cominciano a circolare voci sulla sua abitudine – precedente alla grande celebrità – di masturbarsi nei backstage davanti alle colleghe. Lui nega in più occasioni, bolla tutto come dicerie.
Poi, il 9 novembre del 2017, a poco più di un mese dal reportage sul produttore di Hollywood Harvey Weinstein che ha dato l’origine al movimento #MeToo, il New York Times pubblica [un articolo](https://www.nytimes.com/2017/11/09/arts/television/louis-ck-sexual-misconduct.html?ref=culturewars.it) in cui cinque comiche testimoniano di essere state costrette a guardarlo mentre si masturbava in camerino, in due casi anche vedendosi bloccare la porta quando hanno tentato di andarsene. Il comico diffonde un comunicato stampa in cui ammette che le storie riportate dal giornale sono vere e che «dopo aver passato la vita a parlare di quello di cui mi pareva, ora farò un passo indietro e starò ad ascoltare». Cosa che poi però non ha fatto.
L’impero di Louis C.K. crolla. Un film in uscita cancellato, tutti i contratti con FX (Disney) annullati, tutte le piattaforme tolgono i suoi contenuti dai cataloghi. *Cancellato*. Negli anni si inizia a dire che con il #MeToo Louis C.K. ha perso tutto. Lo dicono soprattutto i comici maschi. In realtà Louis C.K. non ha perso le decine di milioni di dollari che aveva accumulato in dieci anni di magica carriera: ha perso quelli che avrebbe potuto fare in futuro. Si stima che in un giorno gli siano stati annullati contratti per 35 milioni di euro.
A “cancellare” Louis C.K, in ogni caso, non sono state né le femministe, né le persone trans, né le stesse colleghe costrette a guardarlo masturbarsi: è stato il capitalismo finanziario; sono stati i manager di Netflix, Disney e Sony con cui lui aveva contratti che si sono fatti due conti e l’hanno scaricato. Quello che Louis C.K ha pagato – anche per molti altri forse – **non sono i suoi comportamenti sessuali, ma il suo potere**. In un [libro](https://www.goodreads.com/book/show/28589336-digging-up-mother?ref=culturewars.it) dello stand-up comedian Doug Stanhope c’è una foto in cui ha il pisello di fuori di fronte alla collega Sarah Silverman e a Louis C.K. in persona. Ma a Doug Stanhope nessuno ha mai rimproverato niente perché non ha mai avuto l’ambizione di essere il più grande di tutti e di andare bene alle famiglie. Louis C.K. ha ambito a essere un modello e, dato che non lo era nella realtà, ha pagato per questo.
La sua Sant’Elena civile è durata comunque molto poco. Sei mesi dopo era già sui palchi dei piccoli locali di stand-up, un anno dopo faceva spettacoli nei paesi in cui non ci potevano credere che uno così grande potesse arrivare da loro, tipo la Romania o l’Italia. Passo dopo passo ha ricostruito il suo impero, anche finanziario.
La forma della tragedia offrirebbe un passaggio per il riscatto e la riabilitazione, che è la catarsi: se si accetta di espiare la propria colpa civile attraverso l’ammissione della colpa e l’accettazione della punizione, allora il riscatto può essere addirittura più nobile della caduta. Louis C.K ha scelto, invece, la strada del vittimismo permaloso. Non ha mai affrontato lo scandalo che lo ha coinvolto, se non con una battuta ripetuta in ogni spettacolo sul «voi sapete qual è il mio kink: pensate se io sapessi i vostri».
Ma il punto della questione non era il suo *kink*: era aver fatto finta di non averlo per diventare famoso e, citando un noto giudice dei meme, «vorrei ricordarle che lei di questo si deve occupare». Non ha mai parlato delle persone di fronte alle quali si è masturbato, di cosa hanno passato, di quali sono stati i suoi errori. Di che cosa ha capito dopo essersi messo per la prima volta in ascolto. Ed è strano perché di fatto – e molti suoi colleghi sono d’accordo su questo – il caso che l’ha coinvolto sarebbe stato un ottimo materiale comico.
A quasi dieci anni dalla sua “cancellazione” il mondo è cambiato e, con esso, gli artisti che provano a raccontarlo, comici compresi. È nata la scena texana, capitanata da Joe Rogan e Tony Hinchcliffe, che l’offesa, il vittimismo e la permalosità li mettono nella struttura comica delle loro battute. Non si ride più insieme al pubblico di noi stessi, ma **si ride degli altri**, di quelli che non sono nel pubblico. È una forma di comicità escludente e quindi, al contrario di quello che aveva tentato di fare C.K. quindici anni prima, non può arrivare a tutti.
Louis C.K. è diventato il suo martire, quello che ha pagato il prezzo più alto del *non si può più dire niente*: lo invitano nei loro podcast, ne parlano di continuo come se fosse un reduce di guerra. Anche le piattaforme cambiano: dopo aver ottenuto tutto il possibile con gli abbonamenti diretti, la comicità deve appoggiarsi al mondo della pubblicità, deve creare interazione; e la velocità nell’interazione si costruisce con la cattiveria.
La nuova comicità vittimista è quello che serve alla nuova economia delle piattaforme: si raggiungono pubblici più piccoli, ma si raggiungono in maniera più veloce, con contenuti più scadenti ma a getto continuo. Ma le piattaforme devono anche allinearsi al governo Trump, che ha il potere di garantirgli permessi per data center e inquinamento deregolato per sostenere la loro crescita spropositata, e quindi mettono nei loro menù contenuti in linea con i gusti del re (anche perché molti di quei comici hanno contribuito a farlo eleggere, quel re).
I manager di Netflix, dopo essersi assicurati di non celebrare più il Pride Month, hanno fatto di nuovo due conti e hanno richiamato quello stesso Louis C.K. che avevano scaricato anni fa. E lo hanno cercato proprio per quello che è diventato: non più il grande comico per tutta la famiglia; ma un provocatore piccantino che piace quando fa venti minuti di battute sul molestare i bambini. E così il suo nuovo special *Ridiculous*, anziché essere un grande ritorno, **risulta un minestrone mediocre, di cui i suoi stessi estimatori non parlano**.
Per dieci anni la “cultura woke” è stata accusata di aver cancellato grandi maestri sventolando la scimitarra del politicamente corretto. Ma in realtà quel che è successo è che per alcuni anni c’è stato, in larga parte e non senza lati problematici, un movimento di opinione che chiedeva alle personalità pubbliche di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Oggi che l’esercito woke è stato sconfitto e che la resistenza machista e vittimista ha preso il potere, non sembra stia avvenendo una grande rivoluzione.
Sempre su Netflix è andato in onda il grottesco *roast* di Kevin Heart. Due ore di razzismo e antisemitismo in cui, eccezione fatta per il set perfetto di Katt Williams – che è stato uno dei pochi a scriversi tutto da solo, evitando così il bullismo generale – i 17 autori coordinati da Shane Gillis hanno tirato fuori battute violente ma soprattutto mediocri. Trascurabili. Che siccome non possono durare nel tempo, vanno sostituite da nuove battute mediocri. Questi soldati dell’esercito anti-woke sembrano più abili a cancellare sé stessi con la propria dimenticabilità che non a farsi cancellare dai movimenti di opinione progressisti.
Come il venerato maestro dice nel momento meno peggiore del nuovo spettacolo, dove si intravede un po’ dell’antica capacità di saper piacere al pubblico, «la vita ti insegna come avresti dovuto viverla». Una lezione che però Louis C.K. stesso è ancora molto lontano dal mettere in pratica.

- Se i conservatori considerano la civiltà occidentale un canone a cui adeguarsi, perché un’Odissea con provenienze non-occidentali è un problema? [Un buon punto](https://www.slowboring.com/p/a-diverse-odyssey-is-the-triumph?ref=culturewars.it) di Matthew Yglesias;

- La proibizione dell’uso dei social media per gli Under 16 in Australia [non sta funzionando così bene](https://www.reuters.com/world/australias-teen-social-media-ban-fails-clear-first-hurdle-age-checks-says-study-2026-07-07/?ref=culturewars.it);

- Lo Stato di New York è diventato il primo negli USA a imporre [una moratoria temporanea](https://www.nytimes.com/2026/07/14/nyregion/new-york-data-center-moratorium-hochul.html?ref=culturewars.it) sulla costruzione di data center dedicati all'intelligenza artificiale.
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### La guerra del condizionatore
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Last updated: 2026-07-07T20:15:31.000Z
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Ebbene sì, siamo arrivati anche all’**aria condizionata**. Era inevitabile: in un tempo in cui qualsiasi aspetto della vita quotidiana innerva uno scontro di civiltà, sarebbe stato strano che il climatizzatore rimanesse soltanto un elettrodomestico. Troppo visibile, troppo comodo, forse troppo colpevole. E soprattutto parecchio adatto a condensare – ehm – una delle contraddizioni più fastidiose del nostro rapporto col riscaldamento globale: se evitare il peggio sembra sempre più un miraggio, bisogna intanto sopravvivere al peggio che abbiamo già innescato.
Fino a ieri il condizionatore era una cosa tutto sommato prosaica: un motore sul balcone, un telecomando (di norma introvabile) e un ufficio in cui, a luglio, bisogna alternativamente portarsi una felpa o un costume da bagno, perché qualcuno ha deciso che la temperatura ideale per scrivere email è quella del banco frigo o del Sahara occidentale. Ma quest’anno sono arrivate ondate di caldo già a giugno, con 40 gradi che hanno investito città spesso costruite per trattenere il tepore invernale e – nel caso di larga parte d’Europa – che finora non avevano avuto bisogno di impianti di condizionamento capillari. E così quella macchina è **diventata un nodo del contendere politico**.
Da una parte, una certa sensibilità ambientalista guarda all’aria condizionata come a una resa: invece di cambiare le città, piantare alberi, depavimentare, ripensare lavoro, trasporti ed edilizia – sostiene questo punto di vista – ci chiudiamo in una bolla privata di fresco, espellendo calore nello spazio pubblico e caricando il sistema energetico di un peso enorme.
L’argomento non è sciocco: i condizionatori consumano elettricità, usano gas refrigeranti, possono peggiorare l’effetto isola di calore urbana e, se tenuti a 21 gradi con le porte aperte dei negozi, trasformano una soluzione in un problema. È vero che talvolta si passa da questa osservazione ragionevole alla scomunica sul pulpito – *soffrite il caldo e pentitevi!* – ma il punto non può essere soltanto questo.
Anche perché dall’altra parte delle barricate, la destra ha capito al volo che dietro il condizionatore si celava un’occasione perfetta per rimettere in scena il suo copione preferito: l’uomo comune contro le immancabili élite globaliste, il corpo che soffre contro l’idealismo, la libertà dello split contro la tirannia della transizione ecologica. [In Francia](https://www.lemonde.fr/en/politics/article/2026/06/25/france-s-far-right-rn-banks-on-vague-air-conditioning-plan-for-heatwaves%5F6754851%5F5.html?ref=culturewars.it) il Rassemblement National di Marine Le Pen ha trasformato l’aria condizionata in un tema da campagna politica sull’impreparazione del governo, mentre da sinistra il leader Jean-Luc Mélenchon dice che non bisogna «assolutamente installare l'aria condizionata ovunque; ciò non farebbe altro che peggiorare la situazione»; [in Germania](https://www.theguardian.com/environment/2026/jul/05/europe-air-conditioning-culture-wars-heat-up?ref=culturewars.it) l’AfD ha denunciato quelle che ha definito le morti «sull’altare dell’ideologia climatica».
Insomma, hai capito: siamo dalle parti della benzina, della bistecca, della [stufa a gas](https://www.culturewars.it/cucina-gas-repubblicani/), del SUV e di tanti altri protagonisti riluttanti di questa newsletter, resi trincee dietro cui combattere le *culture wars*; perché non conta tanto l’oggetto in sé, quanto la possibilità di presentarlo come prova materiale di **una normalità minacciata dai soliti antagonisti del “buonsenso”**.
Come spesso accade nelle cosiddette guerre culturali, si tratta di posizioni che partono da frammenti di realtà e li stirano fino a renderli caricatura. Il fronte anti-condizionatore ha ragione quando dice che una città non può essere raffreddata soltanto privatizzando il fresco dietro le finestre chiuse: le città europee vanno ombreggiate, isolate, ventilate, rese meno dipendenti dai combustibili fossili e dalle automobili. Il fronte opposto, quello del “basta installare l’aria condizionata ovunque”, finge di non vedere che la tecnica non cancella la responsabilità della politica, ma la sposta sulle spalle del cittadino: chi paga l’impianto? Chi le bollette? E quelli che vivono in affitto, magari in una casa vecchia ed esposta al sole, hanno la stessa libertà del proprietario di un appartamento appena ristrutturato?
Proviamo a dare un contorno di dati concreti al discorso: nel 2024, [secondo Istat](https://www.istat.it/comunicato-stampa/dotazioni-energetiche-delle-famiglie-anno-2024/?utm%5Fsource=chatgpt.com), il 56 per cento delle famiglie italiane aveva in dotazione almeno un sistema di condizionamento, quasi il doppio rispetto al 2013\. In Europa, però, il quadro resta più diseguale: **molti Paesi sono ancora poco attrezzati**, perché vengono da secoli di estati relativamente miti, ma le temperature di anno in anno aumentano più rapidamente che altrove.
La questione sanitaria legata alla canicola, in tutto questo, non è un dettaglio: l’Organizzazione mondiale della sanità [ricorda](https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/climate-change-heat-and-health?utm%5Fsource=chatgpt.com) che lo stress da caldo è tra le principali cause di morte legate al meteo, e nel 2022 in Europa si sono stimate [oltre 61mila morti](https://www.nature.com/articles/s41591-023-02419-z?utm%5Fsource=chatgpt.com) attribuibili al calore. Se davanti a questi dati la sola risposta, per alcuni, diventa un rimbrotto sulla falsariga di “aprite le finestre di notte” o “attaccate il ventilatore”, pare lecito pensare che si tratti dell’[egoismo](https://x.com/GMB/status/2070068348436529418?ref=culturewars.it) di chi può permettersi di sudare senza conseguenze.
Tanto per ancorare il tutto a un caso concreto, nonché poco edificante: lo scorso 26 giugno la Commissione Europea ha [deciso di spegnere l’aria condizionata](https://www.politico.eu/article/eu-commission-heatwave-hq-forced-shut-down-air-conditioning-europe/?ref=culturewars.it) nella sua sede a palazzo Berlaymont per far fronte all’ondata estrema di calore, ma l’ha fatto sui primi sette piani della struttura, quelli in cui lavorano i funzionari di basso rango; dove operano Ursula von der Leyen e i suoi commissari, dall’ottavo in su, il fresco invece è rimasto.
Nel contempo l’aria condizionata, in sé, non è nemmeno una vittima innocente, e per questo non ha senso santificarla: a livello globale la domanda di raffreddamento è destinata a crescere moltissimo nei prossimi anni, soprattutto nei Paesi caldi che stanno diventando più ricchi, e l’Agenzia internazionale dell’energia [avverte](https://www.iea.org/reports/the-future-of-cooling?utm%5Fsource=chatgpt.com) da almeno un decennio che il *cooling* è uno dei grandi punti ciechi del discorso sulla transizione ecologica.
Se miliardi di persone compreranno apparecchi inefficienti alimentati da reti fossili, **il problema climatico verosimilmente *peggiorerà***. Ma la conclusione razionale dovrebbe essere alimentare le reti con energia pulita, usare le pompe di calore, raffreddare con più urgenza i luoghi in cui il caldo uccide – ospedali, Rsa, scuole, case popolari, trasporti – e smettere di fare propaganda politica para-complottista su qualsiasi cosa (una chimera, lo so).
Il condizionatore è il nuovo protagonista della guerra culturale trans-atlantica – anzi, non soltanto trans-atlantica: a prendere in giro la mancanza di aria condizionata degli europei [sono anche](https://x.com/ChinaNow24/status/2073389856542396635?ref=culturewars.it) [i social cinesi](https://x.com/MarioNawfal/status/2071107576511836581?ref=culturewars.it) – perché costringe il nostro lessico politico a parlare di adattamento, cioè di imparare a vivere in un mondo più caldo. Per anni il progressismo in campo climatico ha diffidato di questo versante, perché temeva – con ragione – che diventasse una scusa per non cambiare nulla. Ma oggi questa diffidenza rischia di incarnarsi in una specie di celebrazione della vulnerabilità, da opporre a un santino del condizionatore come soluzione a ogni male (che ignora, volutamente, che le città hanno altri problemi connessi).
Il punto dovrebbe essere non arretrare di un centimetro sulla sostenibilità, anzi fare dell’inferno di queste ondate di calore lo spunto decisivo per persuadere, con la forza dell’evidenza, della necessità di ripensare i livelli di inquinamento dei sistemi-città. E di risposte che non siano mere rese alla distruzione degli ecosistemi, già che ci siamo.
D’altro canto, questa constatazione non può fare un errore tipico e già scontato da molto progressismo, tramutandosi in una **requisitoria contro le arie condizionate altrui**, come se il caldo urbano fosse il risultato dei vizi privati dei nostri simili e non anzitutto di decenni di assenza di pianificazioni urbane consapevoli. Ancora una volta, la guerra culturale serve a personalizzare ciò che è strutturale.
La via d’uscita, se esiste, passa necessariamente dal togliere al condizionatore la sua nuova, strana aura simbolica. Non un demonio che ci impedisce di redimerci, soprattutto non un cavallo bianco della libertà occidentale contro gli ayatollah del clima: è solo una macchina, non scaldiamoci.

- Il governo britannico sta [valutando](https://www.reuters.com/legal/litigation/uk-considers-forcing-social-media-firms-prioritise-trusted-news-2026-06-22/?ref=culturewars.it) di imporre alle piattaforme social di dare priorità a fonti di informazione considerate affidabili;

- Intanto in un’elezione in Germania i nemmeno tanto cripto-nostalgici di AfD hanno [messo nel mirino la Bauhaus](https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/06/22/german-state-election-draws-bauhaus-into-afd-culture-war?ref=culturewars.it);

- La tassa dell’anti-wokismo [pagata da tutti gli americani](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2025/10/anti-woke-tax-tariffs-trump/684593/?ref=culturewars.it) (e non solo da loro).
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### Il caso Mari è una resa
URL: https://www.culturewars.it/mari-murgia-strega/
Last updated: 2026-06-23T20:57:46.000Z
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Lo scrittore **Michele Mari** forse ha detto certe frasi ingiuriose – anzi sessiste, intrise di una prospettiva patriarcale – sulla defunta scrittrice **Michela Murgia**, legandone, così è stato riportato, la produzione culturale all’aspetto fisico.
Il fatto sarebbe avvenuto su un pulmino (pardon: *un van*, pare che oggi si dica così) diretto a Bisceglie per il tour di presentazioni dei finalisti del Premio Strega, gruppo che annovera tanto Mari quanto **Teresa Ciabatti**, la scrittrice che l’ha accusato (pardon: *call-outato*, pare che oggi si dica così) di aver pronunciato quelle parole, che lui invece sostiene di non aver mai detto.
Sull’impalcatura traballante di questo *he said/she said* si è innestata una polemica che ho seguito prima distrattamente, scrollando sullo smartphone tra attese ferroviarie e pasti in osterie del centro Italia, e poi in modo più scrupoloso, sprofondando nelle grotte carsiche del meta-commento. Ho aggrottato le sopracciglia osservandola occupare la posizione centrale nelle homepage dei siti dei grandi quotidiani, spodestando la guerra in Iran e i Mondiali di calcio. E devo aver strabuzzato gli occhi scoprendo che è riuscita a far parlare per giorni diversi addetti ai lavori della cultura di cosa è stato detto, o non detto, in quel frangente.
Intendiamoci, a margine dell’innesco del chiacchiericcio c’è un sostrato di interesse sostanziale: Michela Murgia è stata oggetto di commentacci e cattiverie sessiste sul suo aspetto per tutta la vita, e ne ha parlato con intelligenza e acume nei suoi libri. Ridurne l’opera e lo stile a una presunta frustrazione dovuta a fattori estetici le fa un colossale torto, e se Michele Mari si fosse abbandonato a un commento del genere in presenza di una delle sue amiche più care – lui dice di non averlo fatto, ricordo – il frustrato, nel caso, sarebbe lui.
Ma il brusio di alcuni addetti ai lavori variamente inseriti nell’establishment della cultura, quest’Atlantide sempre più prossima a un’estinzione spettacolare, mi ha colpito per un altro motivo: mi è sembrato **un grido di disperazione**.
Provo a spiegarmi: l’assenza di riscontri oggettivi su quanto avvenuto davvero in quel *van* (se lo riscrivo fammi arrestare) non è condizione sufficiente a soffocare ogni commento sul nascere, ma dovrebbe quantomeno far adoperare certe cautele – o certi condizionali – nel discutere dei fatti oggetto di discordia.
E invece buonissima parte degli intervenuti al dibattito ha scelto di sposare acriticamente una premessa inverificabile, costruendo a piacimento a partire da quel primo tassello ipotetico: e così si è saltati con leggerezza ai settantenni delle «brigate Voltaire» che aggiungevano in fretta al carrello Amazon il libro di Mari, mentre dall’altro lato della barricata ci si affannava a ricondurre l’accaduto nei binari angusti delle pernacchie sul «politicamente corretto» alla pummarola. Il tutto nell’incredulità della maggior parte delle maestranze del mondo della parola, e nel disinteresse più radicale di quasi tutti gli altri.
Le squadre erano già fatte, come sempre: da una parte il riflesso incondizionato che assolve l’artista «scorretto», a prescindere dal fatto che sia stato scorretto per davvero; dall’altra, la contrazione involontaria che prova ad ampliare **una bega da gruppo vacanze in Salento** rendendola un referendum sulla società che cambia, sulla sua sensibilità e sulle sue regole di convivenza.
Ma quale che sia la propria posizione in merito alla querelle, una cosa su cui possiamo essere d’accordo è che, per come è stata impostata, non tocca nessuna questione strutturale, sistemica, pubblica: contestualizzata nella direzione dell’ennesimo *dissing* (prendo in prestito la definizione di Maria Grazia Calandrone su La Stampa, uno dei pochi commenti alla vicenda che valeva la pena leggere) tra squadrette di intellettuali, ha immediatamente perso ogni residuo portato di critica sociale.
Le chiose in cui sono prodotti i più alti rappresentanti del ceto intellettuale non hanno aiutato, va detto. Chiara Tagliaferri, scrittrice amica di Murgia, ha commentato [su Repubblica](https://www.repubblica.it/cultura/2026/06/21/news/premio%5Fstrega%5Fmichele%5Fmari%5Fmichela%5Fmurgia%5Fchiara%5Ftagliaferri%5Fintervista-425424300/?ref=culturewars.it):
> Un van che sta portando in giro i finalisti del più importante e prestigioso premio letterario italiano non è un contesto privato. Le scrittrici e gli scrittori sono persone che forgiano, grazie ai loro libri, gli universi che noi abitiamo.
Lidia Ravera, parlando [all’Ansa](https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/2026/06/21/lidia-ravera-da-mari-parole-gravi-neanche-fossero-chiacchiere-da-bar%5Ff6ef31eb-c73a-4b4e-b65f-b59e240f6fec.html?ref=culturewars.it), si è profusa in un simile esercizio di suprematismo delle lettere:
> Noi scrittrici e scrittori siamo dei privilegiati e ci corre l'obbligo, per restituire qualcosa di questo gigantesco dono, di sviluppare e condividere una superiore intelligenza del reale. Non siamo mai in vacanza, non possiamo essere sciocchini mai.
L’obbligo di uno scrittore o di una scrittrice, se ne esiste uno, **è quello di scrivere libri**, possibilmente belli: una «superiore intelligenza del reale» (di cui peraltro nei libri di Ravera non ravviso traccia: limite mio) ce l’hanno Claude e ChatGPT, forse.
Fuor di battuta: un simile inquadramento della cultura – non a caso, offerto da chi con la suddetta ha raggiunto posizioni di relativo potere – travisa volutamente ciò che la cultura è per la larga maggioranza del pubblico e dei lettori: al di là di ogni considerazione circa il distinguere uomini privati e artisti pubblici, *nessuno* ha mai chiesto ad autori e autrici di misurare le loro parole nel contesto di una trasferta di gruppo verso Bisceglie.
Discutere delle idee che queste parole comunicano, a valle dell’innesco della polemica, è legittimo, ci mancherebbe: ma immaginare un mondo in cui Artisti e Scrittori, dall’alto delle loro Muse, non si immischiano con le umane bassezze del volgo – che anzi hanno il compito di educare e «forgiare» – risulta non meno che ridicolo.
Che una scrittrice 75enne che ha venduto milioni di copie in cinquant’anni di carriera dica che «non è mai in vacanza», poverina, in quanto indefessamente votata alla ricerca di una «superiore intelligenza del reale» mi sembra **persino più grave del *dissing*** che intendeva commentare, perché restituisce una concezione dell’intellettuale rinchiuso nella sua proverbiale torre d’avorio, che in una riga ammette il suo privilegio e nella successiva lo rinsalda a colpi di retorica.
In questo senso, dicevo, l’intera polemichetta su cosa ha detto, non ha detto, forse ha detto Michele Mari mi sembra un canto del cigno di un settore sempre più condannato a parlarsi addosso, allo strapotere tardoimperiale dei circoletti, allo spirito di corpo, ai pulmini per iniziati. In una parola: all’irrilevanza.
A volte le parole dicono più di quello che dicono, ed è anzi una delle loro qualità principali: chi le usa per mestiere dovrebbe saperlo. Ma in questo caso, per quanto mi riguarda, il velo di Maya squarciato dal cicaleccio ha mostrato un panorama ancora più piccolo, inconsistente e autoreferenziale di quello a cui ci eravamo abituati.
I protagonisti più attivi di questo **valzer di posizionamenti** intrisi di nulla, che hanno ridotto a un’operetta da contrapposizione algoritmica il lascito di un’intellettuale brillante come Michela Murgia, si credono i re-filosofi della *Repubblica* di Platone, ma in realtà sono più simili ai sofisti delle *Nuvole* di Aristofane: sospesi a mezz’aria nel loro pensatoio, convinti di maneggiare i massimi sistemi, mentre sotto di loro il mondo procede senza nemmeno alzare lo sguardo.
E forse il problema, più che la frase detta o non detta su un *van* (aaaaah) per Bisceglie, è tutto qui; un pezzo del nostro ceto culturale non ha perso soltanto il contatto con la realtà: ha perso persino il pubblico davanti a cui fingere di interpretarla.

- Proibire l’uso dei social media ai minori di 16 anni, come ora pensa di fare anche il Regno Unito, è una buona idea? Psicologi a confronto [sul Guardian](https://www.theguardian.com/uk-news/2026/jun/18/social-media-ban-saving-kids-or-punishing-them?ref=culturewars.it);

- Quando l’anti-wokismo divora i suoi figli: ora il MAGA fa paura [agli stessi personaggi](https://www.vox.com/politics/492445/trump-conservatives-shapiro-owens-carlson-hot-dog?ref=culturewars.it) che l’hanno coccolato;

- Una [storia dell’*American Dream*](https://www.newyorker.com/magazine/2026/06/29/the-curious-career-of-the-american-dream?ref=culturewars.it), a partire dal suo presente sempre più logoro.
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### Working class hero
URL: https://www.culturewars.it/alex-bores-ia-regulation/
Last updated: 2026-06-20T10:46:30.000Z
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A guardarlo da qui, cioè da un Paese in cui il dibattito sull’intelligenza artificiale oscilla tra il feticismo acritico-entusiasta da convegno aziendale e il panico da editoriale apocalittico, **Alex Bores** sembra un personaggio senza trama. Un candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti cresciuto nell’Upper East Side di Manhattan, con un master in informatica, un passato a Palantir, il sostegno di pezzi importanti del mondo sindacale, posizioni avanzate sul benessere animale e una campagna elettorale trasformata dalla Silicon Valley in un referendum sulla regulation dell’intelligenza artificiale sembra difficile da inquadrare.
Dicendo «working class hero» si pensa all’iconografia del progressismo novecentesco: fabbriche, tute blu, comizi davanti ai cancelli. E Bores non è un minatore del Galles o un operaio della Rust Belt: è un tecnico diventato politico, un figlio di Manhattan che conosce abbastanza bene i codici del potere da capire dove vanno tirati i fili. Ma di questi tempi – e a tre giorni dalla chiusura della sua campagna elettorale – è l’eroe del popolo che merita il nostro sostegno.
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### Generali dietro la collina
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Last updated: 2026-06-01T20:10:18.000Z
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L’altro giorno **Francesco De Gregori**, durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo concerto/disco *Nevergreen*, al teatro Out Off di Milano, ha commentato la scelta personale degli artisti con un grande seguito di schierarsi su questioni politico-sociali di attualità. Il musicista ha detto ([qui](https://fb.watch/Ht7Ui9IJrZ/?ref=culturewars.it) il video):
> Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta, apodittica, su questioni internazionali, di guerra e cose del genere, perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura: il proclama buttato giù da un palco, o anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente. Quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico su un dato... ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Springsteen gli dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo. È un ruolo che non mi sento di condividere.
Francesco De Gregori ha 75 anni e un posto da padre nobile nel cantautorato italiano, per cui non può stupirci che le sue parole abbiano avuto un’eco importante e generato molte reazioni: tra i critici c’è chi si è detto deluso (direi la maggioranza) e chi l’ha accusato di complicità morale con il genocidio a Gaza (mi pare un’esigua minoranza, nonostante ciò che sostengono editorialisti come Antonio Polito, che [sul Corriere](https://www.corriere.it/politica/26%5Fmaggio%5F31/de-gregori-de-luca-sinistra-illiberale-ac51e6bd-3f7b-47a9-adb0-5906fa89bxlk.shtml?ref=culturewars.it) giunge ad accostare le shitstorm di questi giorni al “processo politico” che De Gregori subì sul palco del Palalido da estremisti armati di pistola; era la primavera del 1976).
De Gregori ha 75 anni e il diritto di non schierarsi, ovviamente: è nondimeno vero che l’ha fatto con le sue canzoni per decenni – come lui stesso ha ammesso durante la presentazione – e che questo inno alla “complessità”, per questo motivo, stride con la sua immagine pubblica.
Ma c’è anche un **problema di pesi e misure**. A seconda di ciò in cui crediamo, di quel che sosteniamo, tendiamo ad accusare senza applicare le stesse metriche a raggio più ampio; e così da una parte Polito, Walter Veltroni, Pierluigi Battista e l’editorialismo moderato sostengono con orgoglio l’elogio del dubbio degregoriano, ma senza pensare che probabilmente non avrebbero accolto allo stesso modo esitazioni analoghe sull’Ucraina o sui vaccini; d’altra parte, la presunta «sinistra illiberale» finge di non sapere che – per fortuna – nel mondo dello spettacolo esprimersi su Gaza *oggi* in genere non costa granché, mentre in casi in cui prendere pubblicamente posizione ha costi-opportunità maggiori (parliamo già soltanto della stessa Gaza fino a un anno e mezzo fa, o giù di lì) in pochi lo fanno davvero.
Come accade con una certa frequenza, il commento più intelligente, costruttivo e sensato sulla vicenda per me rimane quello di **Zerocalcare**. Il fumettista romano è intervenuto sulla vicenda dicendo ([qui](https://fb.watch/HtbVu47RWb/?ref=culturewars.it), in un altro video):
> È ovvio che se c’è una persona che ha una voce pubblica e la usa per dire delle cose importanti io sono contento, però penso che la pretesa di farglielo fare per forza, a una persona che non se la sente e che magari dice delle cose così, per avere il plauso dei like o zittire le altre persone, non sia una cosa che fa bene anche alla causa stessa.
Bingo! Al di là di come il cantante De Gregori intenda il ruolo dell’artista, il punto più rilevante della polemichetta del giorno mi sembra il rapporto velenoso e distorto che si instaura tra gli artisti (ma ci metto dentro anche influencer e creator) e il loro pubblico di riferimento.
In parte certo, abbiamo sempre voluto che i nostri idoli somigliassero all’idea che avevamo di loro (d’altronde ascoltare in loop che «la storia siamo noi» è di per sé un’affermazione di valori politici). Ma in tempi recenti questa comprensibile aspettativa si è unita in una morsa letale all’appiattimento polarizzante di qualsiasi discorso e all’**abbassamento della soglia minima di definizione dello “schierarsi”**; col risultato che “si schiera” chi riposta un singolo video su Instagram e “si schiera” il duo Bob Vylan quando a Glastonbury, l’anno scorso, finisce addirittura [indagato](https://www.theguardian.com/music/2025/dec/23/police-end-investigation-bob-vylan-glastonbury-chants?ref=culturewars.it) dalla polizia britannica per le sue frasi anti-IDF pronunciate sul palco in diretta internazionale.
Su questo versante “FdG” ha qualche ragione: tutti noi avremmo dozzine di esempi da fare, se ci venisse chiesto di indicare chi per qualche mese ha postato incessantemente su Gaza – magari additando, dall’alto della sua statura morale auto conferita, gli ignavi che “stavano zitti” del tutto o in parte – salvo poi **tornare a ignorare il genocidio** con nonchalance, non appena i riflettori mediatici globali sono stati ripuntati altrove. Insomma, un problema di partecipazione simbolica livellata a buon mercato – e per questo nociva – come dice Zerocalcare esiste.
Ma non mi pare che la Palestina sia il campo in cui ha fatto più danni, anzi: quantomeno, in questo caso, ha aiutato a ribilanciare coperture mediatiche tradizionali assai carenti. Credo infatti che De Gregori abbia scelto l’esempio peggiore possibile per articolare il suo ragionamento: sia il Trump ostacolato da Springsteen che la Gaza oggetto di appelli talvolta scialbi sono due campi in cui di complessità ce n’è poca, o meno che altrove: una popolazione viene vessata da uno Stato che opera al di fuori della legge e un presidente riorienta una potenza globale in senso antidemocratico e liberticida. Entrambi piani che è bene «analizzare con estrema cura», ci mancherebbe, ma la cui sostanza non è troppo lontana da questi succinti riassunti.
Nel suo *Tradimento dei chierici*, Julien Benda negli anni Venti del secolo scorso accusava gli intellettuali di aver rinunciato alla ricerca di una verità più alta per **mettersi al servizio delle passioni politiche**, che fossero esse nazionali, tribali o d’altro genere. Oggi però non abbiamo più soltanto chierici che tradiscono la verità per servire una parte, ma pubblici che chiedono ai loro chierici, cantanti, scrittori, fumettisti, attori e creator di produrre certificazioni di appartenenza ad alzo zero*.*
Chi finisce sul nostro schermo deve dimostrare di essere ancora dei nostri, possibilmente entro le successive ventiquattr’ore, nel formato previsto dalla piattaforma e con la formula condivisa dalla fandom. Se è una dinamica che per Gaza, dicevamo, a qualcosa è servita, si trova però anche innestata in una forma mentis politica che non produce quasi mai coraggio morale: produce conformismo, ansia da prestazione etica, dichiarazioni prudentemente tardive, indignazioni a basso costo e un clima di sospetto diffuso.
Questo non significa che il silenzio sia un’opzione migliore. Al centro moderato va spiegato che l’elogio del dubbio ha senso solo quando il dubbio non è un alibi, così come la complessità è una virtù quando aiuta a capire meglio, non quando serve a scansare l’evidenza. La soluzione, allora, forse risiede nel tornare a distinguere tra **una parola che illumina** – o dà voce – e una parola che serve solo a farci riconoscere tra simili.
La prima, quando si manifesta, può rivelarsi preziosa anche quand’è pronunciata da un palco o in un reel. La seconda, anche quando dice la cosa giusta, spesso aggiunge poco più di un rumore di fondo: rassicurante per chi lo emette, gratificante per chi lo applaude, ma quasi sempre inutile per la causa che pretende di servire.

- Uno dei casi che hanno strutturato l’odierna strategia della destra cristiana americana nelle guerre culturali ha a che fare con [Martin Scorsese](https://www.newyorker.com/culture/the-weekend-essay/when-the-religious-right-came-for-martin-scorsese?ref=culturewars.it);

- Polarizzazioni da divano che hanno fatto, tra le altre vittime, [anche Beyond Meat](https://www.washingtonpost.com/food/2026/05/26/with-plant-based-meats-politicized-beyond-takes-plunge-into-protein-drinks/?ref=culturewars.it), quelli degli hamburger vegetali;

- Lucy Knight ha passato un mese da *tradwife* – la donna “tradizionale”, casa e chiesa, spinta da un certo mondo online – e [questo è il suo racconto](https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2026/apr/15/my-month-tradwife-world-cant-pretend-im-not-enjoying-myself?ref=culturewars.it).
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### Andrea Sempio, redpillato?
URL: https://www.culturewars.it/andrea-sempio-redpillato/
Last updated: 2026-05-24T12:54:53.000Z
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In questo mese di maggio si è scritto molto sui 3355 post che Andrea Sempio – oggi accusato dalla procura di Pavia per il delitto di Chiara Poggi del 2007 – ha **pubblicato tra il 2009 e il 2016 sul forum Italian Seduction**,sotto lo pseudonimo «Andreas». Si tratta di una comunità di seduzione, una delle tante che si trovavano online negli anni Duemila. Il luogo in cui i *Pick-Up Artists* (PUA), cioè i guru del rimorchio, dispensano agli adepti strategie d’approccio e tecniche di automiglioramento, per ottenere quella postura che ti fa entrare nella testa delle *hot babes* (come le chiamano loro). Ambienti che esistono ancora, peraltro, sotto forma di «Accademie della seduzione» e definizioni simili.
La mostrificazione mediatica di Sempio segue una logica lineare; frequentava strani ambienti maschilisti, sproloquiava di sesso: *dunque* è anormale, *dunque* colpevole. Nulla di nuovo per la stampa: lo stesso meccanismo veniva mobilitato ai tempi per persuadere della colpevolezza di Alberto Stasi attraverso la fantomatica e mai verificata pedopornografia trovata sul suo computer: è un perverso, *dunque* colpevole. Si preleva un elemento correlato alla sessualità del soggetto, lo si decontestualizza, lo si essenzializza fino a farne carattere significante di una amoralità totale, e lo si converte in indizio rivelatore di un agire criminoso.
Nel caso di Sempio, questo processo passa quasi interamente attraverso le scritture del suo alias nel forum. E stavolta l’identificazione con la devianza avviene per associazione ad ambienti digitali con cui l’opinione pubblica italiana ha scarsa familiarità, ma di cui intuisce le connotazioni periferiche negative. Resta, insomma, vero che non è legittimo dedurre il profilo criminologico di Andrea Sempio dal *cherry-picking* confezionato ad arte dai giornali sui post di Andreas. Però è anche vero che possiamo comunque inferire qualcosa: non la verità su Garlasco, ma **sulle logiche della cultura**.
Sarà colpa della serie *Adolescence*, sarà merito di una rinnovata sensibilità sul tema del femminicidio, sarà l’eco dello scandalo della scorsa estate che ha riguardato il sito Phica.net – l’ennesimo punto della trama che intreccia la violenza maschile sulle donne e l’esperienza digitale – ma negli ultimi mesi è montata una certa curiosità febbrile attorno alla cultura incel e, più genericamente, alla “manosphere”; per le sue astruserie, il suo lessico iniziatico, i suoi risvolti macabri. Parliamo del fenomeno degli ***involuntary celibate***: giovani uomini eterosessuali, involontariamente celibi, che condividono nei forum di tutto il mondo un’esperienza di insoddisfazione sessuo-affettiva che marcisce frequentemente in misoginia esplicita e nichilismo.
Sono soprattutto [Il Giornale](https://www.ilgiornale.it/news/politica/misogino-bugiardo-e-sessista-quei-post-pubblicati-sui-forum-2659132.html?ref=culturewars.it) e [Repubblica](https://milano.repubblica.it/cronaca/2026/05/04/news/one%5Fitis%5Fcosa%5Fsignifica%5Fsempio%5Fgarlasco-425323062/?ref=culturewars.it) a indicare la via. «Misogino, bugiardo e sessista. Quei post pubblicati su un forum che svelano un “altro” Sempio», titola Il Giornale il 3 maggio, rincarando nel sottotitolo: «Gli inquirenti e le frasi da “incel”: “Lo stupro è solo la dimostrazione della forza del maschio”». Il giorno successivo, Repubblica offre il glossario di servizio: «*One-itis*, cosa vuol dire il termine usato da Sempio sui forum per parlare del suo innamoramento» (anche qui, l’immancabile rimando alla sottocultura incel, che del termine si è impossessata).
«One-itis» è il modo in cui, a partire dai forum di seduzione anglofoni che Italian Seduction esporta per il pubblico italiano, si parla dell’ossessione monomaniacale per una sola ragazza: il grande amore non corrisposto inscritto nella biografia sentimentale di ogni utente. L’allusione, nemmeno troppo dissimulata, è che Sempio parlasse della sua *one-itis* riferendosi a Chiara Poggi. Anche fonti meno mainstream hanno fatto la loro parte: [Mow Magazine](https://mowmag.com/attualita/delitto-di-garlasco-andrea-s-e-i-post-inquietanti-sul-forum-dei-seduttori-dalla-one-itis-tra-i-18-e-i-20-anni-al-dubbio-su-personalita-repressa-da-serial-killer-israeliano?ref=culturewars.it) è stato il primo sito a lanciare l’identificazione tra Sempio e l’utente Andreas, riconducendolo agli ambienti della manosphere. E poi c’è la pletora di [blog](https://feministpost.it/italy/garlasco-andrea-sempio-incel/?ref=culturewars.it) che si sono affrettati a conferire a Sempio il titolo di incel.
Certo, questo accade per una ragione. Nella maggior parte dei casi, tutto questo ossessionarsi sull’altro sesso si traduce in isolamento sociale e autolesionismo; in qualche caso, esplode nella violenza terroristica. Tra il 2014 e il 2021 la comunità incel è stata ricondotta a **oltre cinquanta uccisioni**, prevalentemente in Nord America.
È anche vero, nonché evidente, che questa linea narrativa vende bene. Ha il fascino dell’esotico (qualcosa che viene da lontano) e dell’esoterico (qualcosa di non del tutto comprensibile, che neanche si sa cosa significhi — magari è una setta del dark web? Cosa succede ai nostri ragazzi?). Eppure, il discorso incel, e in particolare la cultura red pill, ha un che di familiare: rimanda a un senso comune misogino, il patrimonio implicito della nostra tradizione patriarcale.
Prendiamo il materiale delle intercettazioni effettuate nell’abitacolo dell’automobile di Andrea Sempio. La Rai ha [mandato in onda](https://www.youtube.com/watch?v=CArdTbE8GNE&ref=culturewars.it) un particolare soliloquio:
> Noi siamo fatti per vivere in tribù. La nostra vita ideale sarebbero tribù da 50, 60, fino a 150 individui, più femmine che maschi, perché per ogni maschio ci sarebbe una proporzione di 4 femmine … gli uomini stanno fuori 3-4 giorni a cacciare, poi tornano indietro: si mangia, si sta a riposo qualche giorno, si tromba allegramente e poi si esce di nuovo. Gli uomini stanno lì un po’, poi tornano e hanno un ricambio di donne, quindi c’è sempre desiderio, c’è sempre voglia, non ci sono persone isteriche perché non si tromba o perché il marito non ti guarda più, o perché la moglie è diventata una cicciona di merda, tutte queste cose qui. Questo è il modello con cui sono cresciuti di sicuro i nostri bisnonni e probabilmente anche le nostre nonne e i nostri nonni se vivevano in cascina…
L’intercettato ne esce come uno squilibrato: invece di ascoltare Cruciani alla *Zanzara* mentre guida (e sentirebbe più o meno lo stesso discorso), si lancia in questo sproloquio maniacale senza pubblico. Ma il ritratto della gaia cascina dei suoi bisnonni, e dei bucolici baccanali che vi si sarebbero consumati, ci dice qualcosa di più. Si tratta di una fantasia primitivista – in cui la famiglia e la comunità estesa rendevano omaggio alla voluttà del desiderio maschile, garantendogli un’abbondanza sessuale controllata – del tutto coerente con l’immaginario nostalgico e retro-utopico dell’ideologia red pill. Questa sostiene che la rivoluzione sessuale, liberando il desiderio femminile e restituendo alla donna un principio di sovranità sul proprio corpo e sulla propria vita sessuo-affettiva, avrebbe **condannato gli esemplari maschi meno appetibili** (una grande maggioranza) all’inedia relazionale e al celibato forzato.
I guru del rimorchio cercano ancora ottimisticamente di contrastare la deriva «[ipergamica](https://www.ilredpillatore.org/2017/08/lisola.html?ref=culturewars.it)» della femmina liberata, compensando la perdita di potere del maschio nell’agone sessuale contemporaneo con il trucco della seduzione, ovvero della manipolazione psicologica. Ma rifiuto dopo rifiuto, la favola si incrina e il discorso di questi uomini online prende il largo. Ci si inizia a convincere che la tecnica, il carattere e la sicurezza di sé – in una parola, il “*game”*, il *savoir faire* – non bastino ad avere successo con le donne se non si è abbastanza attraenti per natura. Senza un certo patrimonio genetico, senza soldi, senza status sociale, non c’è niente da fare: “Non è vita”.
La red pill, definita già nel 2019 dagli esperti il collante ideologico della manosphere, è in effetti una teoria sociale (pseudoscientifica) che si stratifica a partire dalla delusione di molti ex aspiranti Pick-Up Artists; proprio mentre scriveva Sempio, proprio nei forum anglofoni analoghi a Italian Seduction, e negli altri spazi che da questi ultimi sarebbero germinati per scissione ideologica. I redpillati non credono che la personalità, o il saperci fare, conti più di tanto con le donne: **contano solo *Looks, Money* e *Status***. Il contributo fornito dagli ambienti PUA, con la loro rilettura selettiva della psicologia evoluzionistica applicata al comportamento sessuale femminile, è forse il momento angolare di tutto ciò che si è detto e fatto nei forum maschili negli ultimi vent’anni. Ed è almeno dal 2012 — anno in cui viene aperto l’omonimo subreddit — che la red pill si consolida come terreno discorsivo su cui stanno proliferando le comunità incel contemporanee.
Nel maggio 2014 **Elliot Rodger**, ventiduenne residente in California, uccide sei persone e ne ferisce quattordici a Isla Vista, prima di togliersi la vita. Lascia soprattutto un video («*Elliot Rodger’s Retribution*») in cui annuncia di volersi vendicare delle donne che lo avevano respinto, e degli uomini «alpha» che invece si erano goduti la vita che a lui era stata negata. Doveva essere l’inizio della *Beta Uprising,* o *Rivolta Incel.* Altro sangue è stato versato in nome di questa causa, ma sarebbe di certo fuorviante caratterizzare la cultura incel nel suo complesso come sovversiva. È in ogni caso a partire da Rodger che la comunità acquisisce un suo martirologio, e una vocazione apocalittica.
Rodger era un utente del forum PUAHate. Il sito, in attività grossomodo tra il 2009 e il 2014 – e chiuso in conseguenza dell’attentato – è nato come un ambiente di critica interna alla comunità PUA. Gli aspiranti seduttori sono stati delusi sia in qualità di consumatori (i guru venivano bollati come truffatori) che di fedeli: il problema non è tanto che il metodo PUA non funzioni; è che non può funzionare di principio, perché l’attrazione femminile sarebbe pre-determinata da fattori evoluzionistici e genetici non-manipolabili. Sembra che Rodger non avesse mai aderito formalmente alla comunità PUA, ma di quella disillusione era partecipe. Ed è in questa torsione che la RedPill assume l**a sua tonalità più cupa e disperata, la black pill**: la teoria di chi non crede più nelle tecniche, nell’auto-miglioramento, né in nient’altro, e si sente condannato a un destino tragico per genetica. L’accento black pill è quello che caratterizza compiutamente l’esperienza e il registro emotivo delle comunità incel, così come le conosciamo oggi.
Nell’agosto del 2014, un thread molto popolare dell’utente Andreas viene commentato citando un [articolo](https://www.ilpost.it/2014/06/03/elliot-rodger/?ref=culturewars.it) del Post sul caso Rodger. Andreas risponde dicendo di essere a conoscenza della vicenda, e scrive di ritrovarsi più «nel ragazzino» che nel giornalista che ha scritto il pezzo: confessa, cioè, una «vicinanza al tipo di disperazione adolescenziale di cui Rodger era una manifestazione estrema», per usare le parole dell’autrice [Serena Mazzini](https://selvaggialucarelli.substack.com/p/serena-mazzini-ha-analizzato-i-3355). Perché il personaggio di Andreas ci parla di un tardo ventenne della provincia italiana che non condivide le grammatiche, le logiche, le tonalità di quella che impareremo a riconoscere come cultura incel; ne è in parte tagliato fuori per ragioni anagrafiche, ma anche epistemiche. **Andrea Sempio è dopotutto un *normalone***— l’antitesi di chi rivendica l’identità incel come marchio di elezione.
Di “Andreas” sappiamo che aveva frequentato ben tre corsi di seduzione dal vivo, prestava una certa reverenza al guru-seduttore del forum, ed era un utente «élite» della sua comunità PUA. Ma sappiamo anche che inizia progressivamente a maturare un distacco da quella cultura, trovando altre narrazioni di autorealizzazione. Ed è proprio a partire dalla seconda metà del 2014 che Andrea Sempio inizia a prendere le distanze anche dal forum. Esprime una crescente frustrazione per il clima delle conversazioni, che stanno scivolando verso la red pill, probabilmente sospinte da una nuova generazione di utenti che ha già assorbito il discorso internazionale e la sua misoginia al vetriolo. In un commento, si lamenta di come si stesse passando dal discutere come «regalarle il suo migliore orgasmo» al parlare di guerra tra i sessi: «Tristezza, cazzo», commenta laconico.
Il comportamento dell’utente Andreas non cristallizza, dunque, l’anima di un criminale; tutto ciò che ho scritto è del resto del tutto esteriore al caso giudiziario, e alla brutalità dell’evento che ne è all’origine. Permette però, da un altro angolo, di **osservare da vicino le ramificazioni di una cultura globale maschile** in piena crescita, intrecciata quanto frammentata.
L’idea stessa di *manosphere* appare sempre più inadeguata a catturare questa nuova articolazione dello spirito del tempo. Il suo tentativo di tassonomizzare la varietà delle espressioni maschili online che pretende di racchiudere si rivela paradossale: sembra esserci, in fondo, un medesimo nucleo problematico – l’esperienza della maschilità eterosessuale del nuovo millennio – da cui germoglia questa varietà di fiori neri. E allo stesso tempo, l’uso improprio della categoria, piegato al sensazionalismo, induce per contro a presupporre che questo nucleo instabile possa essere descritto come un fenomeno uniforme, mentre non lo è. Un forum italiano di PUA del 2009 ha poco o nulla a che spartire con le soggettività che popolano un forum internazionale di incel *blackpillati* del 2014; né, tantomeno, con il [*looksmaxxing*](https://www.wired.it/article/cos-e-looksmaxxing-in-relazione-cultura-incel-intervista-clavicular/?ref=culturewars.it) di Clavicular e degli influencer di oggi, con i gruppi Telegram di Andrew Tate di ieri e con gli streamer e i podcaster del documentario Netflix di Louis Theroux.
Tutto questo, peraltro, non può essere nemmeno appiattito sul patriarcato storico tout court. La sfida consiste nel pensare insieme due cose: l’austerità patriarcale e le arlecchinate della manosphere; comprendere la relazione fra esse: la persistenza di una struttura di senso antica da una parte, e dall’altra le determinazioni contingenti, nuove, che la misoginia ha assunto (e sta assumendo ancora) nella società digitale. Comprendere quale sia la tensione fra questi due ordini di grandezza; quali siano i fattori contestuali – oltre lo sforzo di un movimento sociale verso l’uguaglianza di genere – che contribuiscono a queste trasformazioni. E, alla fine, chiedersi su quali fra questi è possibile intervenire.

- Cosa significa, sul piano psichiatrico, avere l’ADHD? [Non è una questione così semplice](https://www.nytimes.com/2026/05/11/opinion/adhd-autism-depression-diagnoses.html?ref=culturewars.it);

- L’amministrazione Trump ha trovato il modo di fare causa al New York Times sul [caso della mancata promozione](https://www.nytimes.com/2026/05/05/business/economy/eeoc-nyt-investigation.html?ref=culturewars.it) di un dipendente bianco; la solita propaganda, per buonissima parte, ma [c’è dell’altro](https://www.compactmag.com/article/the-lost-generation/?ref=culturewars.it);

- Basta, basta, basta con questa ossessione patologica per i [libri che non abbiamo letto](https://lithub.com/why-we-shouldnt-feel-guilty-for-not-being-extremely-well-read/?ref=culturewars.it) (che, spoiler, saranno sempre tantissimi).
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### Piove, podcaster ladro
URL: https://www.culturewars.it/furto-tolentino-piker-privilegio/
Last updated: 2026-04-27T22:32:34.000Z
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Il 22 aprile il New York Times ha pubblicato una nuova [puntata](https://www.nytimes.com/2026/04/22/opinion/shoplifting-political-protest-microlooting-whole-foods.html?ref=culturewars.it) del suo podcast The Opinions, in cui discute di temi afferenti all’attualità con ospiti di primo piano: stavolta accanto a Nadja Spigelman, giornalista e host del format, si sono seduti la giornalista e scrittrice **Jia Tolentino** e lo streamer **Hasan Piker**.
Si tratta di due nomi di primissimo piano del commento culturale statunitense: Tolentino è un’autrice talentuosa e molto apprezzata, nonché riconoscibile firma del New Yorker, mentre Piker ha un seguito enorme sui social media, dove commenta le notizie del giorno con una prospettiva di sinistra più o meno “radicale” in interminabili dirette streaming (ultimamente è anche finito [al centro di polemiche](https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/apr/08/why-do-elite-democrats-fear-hasan-piker?ref=culturewars.it) politiche per alcuni suoi commenti su Israele).
Nell’ultima puntata di The Opinions, l’ordine del giorno riguardava il *microlooting*, quella che sarebbe – condizionale d’obbligo, come per tutti i trend nati sulle piattaforme digitali – una nuova tendenza a sottrarre oggetti da catene di supermercati come Whole Foods senza pagarli.

Jia Tolentino nel podcast.
Whole Foods è un marchio di Amazon, la distopica uber-multinazionale di Jeff Bezos, e la pratica è presentata come una forma di protesta, o resistenza, politica. La stessa Jia Tolentino, all’inizio della conversazione, ha dichiarato di aver rubato da Whole Foods «in diverse occasioni», anche nell’ottica delle attività di volontariato di un gruppo di sostegno del vicinato nel suo quartiere di Brooklyn, di cui fa parte da qualche anno.
> E così facevo la spesa per la signora Nancy, poi finivo e pensavo: “Oh no, quattro limoni: ho dimenticato quattro limoni". E in diverse occasioni ho pensato: “Torno indietro, li prendo e me ne vado”.
Piker si è dichiarato d’accordo con la pratica, spiegando che la merce di Whole Foods è già “prezzata” per ricomprendere nel costo finale questi atti di sottrazione indebita, e precisando che **i veri furti in America sono quelli del capitale** ai danni dei lavoratori. Poi ha rincarato la dose, dicendosi «completamente pro-pirateria» e anche disposto a [rubare opere d’arte al Louvre](https://x.com/alexchristy17/status/2047020878270025961?ref=culturewars.it).
Lo scambio sulle poltrone del podcast ha generato la prevedibile ondata di chiacchiericcio, indignazione, [articoli](https://nypost.com/2026/04/22/us-news/anti-capitalist-new-yorker-writer-brags-she-stole-from-whole-foods-on-several-occasions-in-nyt-podcast/?ref=culturewars.it) sulla stampa conservatrice e *reaction* virali sui social: nulla di nuovo, in questo senso. Ma il tema del discorso merita un approfondimento.
Per quanto mi riguarda, nel merito Tolentino e Piker hanno ragione: rubare quattro limoni a Jeff Bezos non è la fine del mondo, e la vera grande mano sottraente rimarrà in ogni caso la sua.
I punti più interessanti della vicenda però, a mio modo di vedere, sono due: il primo è che il contratto sociale ci impone di rimanere nel perimetro della comunità attenendoci a un insieme di regole minime, una delle quali è “non rubare”; se una mole rilevante di persone iniziasse a dedicarsi anima e corpo al *microlooting* – un gesto personale e nascosto, e come tale impolitico – il capitalismo predatorio ne uscirebbe indebolito? Difficile immaginarlo.
Ma il secondo punto, forse, è persino più importante: finché le voci del progressismo mainstream saranno quelle di ricchi borghesi della New York più e meno *liberal*, **la destra avrà le porte spalancate** per recuperare nei consensi da qualsiasi catastrofe trumpista.
La questione, insomma, è anzitutto strategica: come ha [scritto](https://x.com/LizWolfeReason/status/2047621839552385030?ref=culturewars.it) la giornalista Liz Wolfe, «gran parte della politica di New York si riduce al fatto che le Jia Tolentino di questo mondo si rifiutano di considerarsi ricche». E, non percependosi privilegiate e fuori dai radar delle classi popolari, pensano di dare voce a qualcuno parlando di accettabilità morale e sociale del furto.
In questo senso, davanti al microfono Piker è apparso più avulso dalla realtà di Tolentino, la quale nello scambio ha precisato, quantomeno, che questi gesti hanno dei forti limiti politici; lui, invece, si è limitato a motteggiare con una battuta piaciona come vedrebbe di buon occhio saccheggi continui e massivi nei punti vendita Whole Foods. E *who cares* delle conseguenze sistemiche.
Il collo di bottiglia è sempre lo stesso. Per chi fatica ad arrivare alla fine del mese, sottrarre cibo bio da una catena per borghesi benestanti non è una priorità; e anche se lo fosse, non sarebbe un atto orientato alla collettività di cui discutere con tè e pasticcini seduti su costose poltrone di design, di fronte a costosi microfoni direzionali in una costosa brownstone di Manhattan, in compagnia di facoltosi commentatori culturali.
Capisci qual è il problema? Se a parlare in quei termini di *microlooting* fosse stata una vittima della gentrificazione e della crisi abitativa di New York City, un sindacalista di Amazon o un attivista per gli *homeless*, io stesso avrei applaudito; ma che avranno mai da dire i pur acuti Tolentino e Piker sul rubare per sopravvivere? Qual è il punto di una pratica di protesta messa in atto da **influencer di TikTok che possono permettersi 5 o 6.000 euro di affitto** al mese? E come pensi che la classe popolare possa accogliere questi oziosi discorsi?
Sui ricchi-che-rifiutano-di-considerarsi ricchi è inevitabile ricollegarsi a un’altra polemica che ha tenuto banco nell’ultima settimana, in questo caso al di qua dell’Atlantico: un [articolo](https://lucysullacultura.com/odiare-chi-puo-permettersi-una-casa-in-centro-a-30-anni/?ref=culturewars.it) di Lucy – rivista per cui, disclaimer, ho scritto in passato – dedicato ai prezzi fuori mercato del settore immobiliare a Milano, presto diventato motivo di scandalo ad algoritmi unificati.
L’autrice dell’intervento, Camilla Burelli, a mio modo di vedere ha pagato un prezzo fin troppo caro per quello che era sì un pezzo sgraziato, mal concepito e realizzato in modo almeno migliorabile, ma che per due o tre giorni l’ha resa un nemico pubblico che evidentemente non può essere.
Nel testo (ora visibile soltanto agli abbonati alla rivista) si leggeva della genealogia *upper class* dell’autrice, figlia e nipote di medici, avvocati, professionisti laureati, imprenditori, innestata in un lamento verso condizioni economiche che non permettono – nemmeno a lei – di comprare casa in quelle zone di Milano in cui è più gradevole vivere. A un certo punto, il padre primario in età da pensione che opera il sabato per aumentare i ricavi familiari veniva definito un uomo «che si spacca la schiena», per cui provare un affetto misto a rabbia sociale.
Come nel caso del podcast del New York Times, anche il pezzo di Lucy ha scelto di dare voce a una minoranza che non sarà quella dell’1 per cento di Jeff Bezos, ma è **pur sempre quella del 5 o 6 per cento** della popolazione, e come tale non rappresentativa di problemi che affliggono sproporzionatamente di più tutti gli altri.
Altri che poi, non propriamente per caso, finiscono per inalberarsi. E che, podcast dopo podcast e articolo dopo articolo, trovano una ragione in più per sospettare che una certa appartenenza politica e culturale – quella che controlla e indirizza i discorsi che si fanno sui giornali, nelle riviste, sul New York Times – in fondo non sia nient’altro che un club per benestanti autoreferenziali, incapaci di rimettere in discussione la loro posizione sociale.
Parlando di autoreferenzialità: su questi temi di recente ho scritto un libriccino digitale per I Quanti di Einaudi, che si intitola [*La cultura che non posso permettermi*](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/la-cultura-che-non-posso-permettermi-davide-piacenza-9788858450345/?ref=culturewars.it); è il mio tentativo di portare alla luce i cortocircuiti che allontanano la produzione culturale dal suo pubblico. Sta facendo parlare di sé, ma soprattutto di mancata rappresentanza culturale del 99% dei potenziali fruitori di cultura: se ti capita di leggerlo, fammi sapere.

- Tutto sulla [consegna dell’ordine McDonald’s alla Casa Bianca](https://www.theguardian.com/us-news/2026/apr/14/trump-doordash-delivery-grandma-mcdonalds?ref=culturewars.it), ultima trovata pubblicitaria trumpiana;

- Perché così tante persone [odiano Lena Dunham](https://freddiedeboer.substack.com/p/why-people-hate-lena-dunham)?

- [Questo](https://x.com/I%5FamMukhtar/status/2047782854772326876?ref=culturewars.it) straordinario siparietto tra Piers Morgan e Russell Brand vale tutto.
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### Uomini che monitorano cose
URL: https://www.culturewars.it/monitoring-situation-meme/
Last updated: 2026-04-04T09:14:38.000Z
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C’è qualcosa di rivelatore – prima ancora che di ironico – nel successo del meme [“monitoring the situation”](https://knowyourmeme.com/memes/monitoring-the-situation?ref=culturewars.it), quell’attitudine a documentarsi e osservare ciò che accade, di crisi in crisi, nel mondo senza intervenire, senza prendere posizione, senza fare altro che restare in una sospensione operativa che viene trasformata in contenuto.
Non è una semplice gag più e meno riuscita, né solo una variazione sulla linea comico-memetica applicata alla geopolitica: è una postura; e, come tutte le posture che attecchiscono su larga scala, racconta qualcosa di più strutturale su chi la adotta e sul contesto che la rende riconoscibile.
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### Un colpo alla botte
URL: https://www.culturewars.it/cracker-barrel-logo-controversia/
Last updated: 2026-03-25T13:38:08.000Z
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**Cracker Barrel** è una catena americana di ristoranti specializzata in cucina country – qualcosa di cui io, italiano residente in Portogallo, non avevo mai sentito parlare. Questo finché l’anno scorso una notizia non si è diffusa in tutto il mondo: il titolo in Borsa della catena è crollato a causa di un nuovo logo.
In un [rebranding maldestro](https://www.bbc.com/news/articles/ce835lry896o?ref=culturewars.it), Uncle Herschel (l’equivalente del Colonnello Sanders di KFC) e l’omonima botte – *cracker-barrel*, di per sé, in inglese americano oggi significa “informale” – sono stati rimossi, facendo spazio a un emblema piatto, piuttosto spento, genericamente moderno. Il risultato ha scontentato tutti, fatta eccezione forse per chi crede nel “potere del design” (il potere di farti perdere all’istante 100 milioni di dollari di capitalizzazione).

Vecchio logo e nuovo logo.
Com’è potuto succedere? Una nuova presidente e CEO, Julie Felss Masino, ha deliberato che i ristoranti avessero bisogno di una rinfrescata, avviando così un progetto di ristrutturazione completa (nome in codice: «All the More») con il musicista country Jordan Davis, che ha toccato il menù, l’arredo e, naturalmente, l’identità del marchio.
È stata soprattutto quest’ultima a essere attaccata ferocemente dai critici. Ai loro occhi, il nuovo logo non rappresentava più la catena, ma piuttosto la Spectre di droni aziendali e agenzie di marketing che ora la controllavano. [Su X](https://x.com/MattWalshBlog/status/1958516815518179382?ref=culturewars.it) **Matt Walsh**, un noto commentatore conservatore, ha notato che «Cracker Barrel ha ingaggiato TRE agenzie di marketing per ideare il nuovo logo e il restyling. Tre agenzie hanno lavorato insieme per mesi per rendere il marchio più piatto e generico. Come ho detto altre volte, il settore del marketing è tutto finto. È una truffa da 500 miliardi di dollari».
Nei giorni successivi, il logo è andato incontro al consueto destino di [*crowdsmashing*](https://nymag.com/news/intelligencer/logo-rebranding-2012-12/?ref=culturewars.it) (o linciaggio collettivo del design), ma l’indignazione è stata senza precedenti: Cracker Barrel è stata elevata a pilastro dell’identità statunitense, scatenando una valanga di accuse ormai fin troppo familiari di “wokeness”.
All’improvviso, la materia del contendere non era più una controversia di design, ma l’**eterna lotta tra il popolo e le élite**. È intervenuto persino il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, chiedendo il ripristino del vecchio design: «Make Cracker Barrel a WINNER again», la sua inconfondibile chiosa.
Così, dopo appena una settimana, la catena ha diffuso un comunicato per rassicurare i clienti («Abbiamo detto che vi avremmo ascoltato, e lo abbiamo fatto») e ha fatto marcia indietro ripristinando il vecchio logo.
La CEO ha pagato il prezzo, seppur solo simbolicamente: Masino ha [dichiarato](https://nymag.com/news/intelligencer/logo-rebranding-2012-12/?ref=culturewars.it) di sentirsi come se fosse stata «licenziata dall’America». Non è stata però l’unico capro espiatorio: agli investitori di Cracker Barrel è stato consigliato anche di dare il benservito a un membro del cda con competenze nelle politiche DEI (cioè Diversità, equità e inclusione), considerato tra i responsabili delle scelte di marketing.
Purtroppo, premere il tasto rewind non ha potuto evitare tutti i danni, che si sono tradotti in [una perdita del 5,7%](https://eu.usatoday.com/story/money/2025/12/10/cracker-barrel-logo-controversy-financial-results-ceo/87698035007/?ref=culturewars.it) nel primo trimestre. Ciononostante, la catena ha ottenuto una certa visibilità gratuita, tra cui un [video](https://www.instagram.com/reels/DOMHaXhErQH/?ref=culturewars.it) generato con l’IA in cui Trump balla con l’Old Timer nel vecchio (e nuovo) logo del ristorante. Lo zio Herschel è tornato, eccome.
Un altro *old timer*, Tommy Lowe, ha commentato il rebranding in una toccante [intervista](https://www.youtube.com/watch?v=u%5FxTS581N0o&ref=culturewars.it) a NewsChannel 5\. Interrogato sul logo, il cofondatore novantatreenne di Cracker Barrel lo ha definito «un niente insipido. È penoso». E, francamente, è difficile non essere d’accordo dopo aver posato gli occhi sul menù originale, disegnato a mano e a forma di botte, progettato dall’altro fondatore, Dan Evins.
Alcune curiosità riportate [sul sito](https://blog.crackerbarrel.com/?ref=culturewars.it) della catena danno più elementi per comprendere il suo design. La grafia del menù comprendeva errori ortografici intenzionali e espressioni colloquiali, un’idea di Dan. La sua visione originaria era farli assomigliare a un sacchetto di carta marrone, come quelli che si usano nei negozi della provincia americana. I clienti potevano portarsi via i menù come souvenir e passarli ad altri. Siamo al massimo livello del “vernacolare”, con tutto il rispetto per Tibor Kalman, Alexander Isley [e il Restaurant Florent](https://www.moma.org/collection/works/121573?ref=culturewars.it).

I menù originali di Cracker Barrel, 1969.
Se i clienti di lunga data, i podcaster redpillati e i conservatori cronicamente online hanno detestato il nuovo logo, **gli esperti di branding e design si sono mostrati favorevoli**. [Secondo Armin Vit](https://www.instagram.com/p/DOGWXSYDuZg/?ref=culturewars.it) di Brand New, «secondo qualsiasi standard oggettivo di un buon logo design, non c’era nulla di buono nel vecchio logo e non c’è nulla di sbagliato nel nuovo». *Nulla di buono nel vecchio logo?!* La stessa Cracker Barrel [offriva](https://web.archive.org/web/20250819175518/https:/www.crackerbarrel.com/newsroom/get-to-know-us) un’argomentazione convincente in sua difesa: «La ‘K’ di ‘Cracker’ ha un ricciolo affascinante che confluisce nella forma del fagiolo rosso, legando tutto insieme». Io, per esempio, quel fascino lo vedo, ed è completamente scomparso nella nuova versione.
Il punto è che di un manufatto visivo non si può dire quasi nulla in termini assoluti: ogni giudizio vale solo in relazione a determinate scuole di pensiero, o ideologie, se vogliamo. L’ideologia di Vit – quella che lui chiama «un buon logo design» – è una che privilegia la semplificazione (o forse la riduzione, dato che la parola “semplicità” è già ideologica). E non è l’unico a sposarla: Kelly O’Keefe, strategist di Brand Federation, ha [sostenuto](https://www.cbsnews.com/news/cracker-barrel-cbrl-stock-down-200-million-loss-new-logo-change/?ref=culturewars.it) che il redesign rendeva più chiaro un «logo eccessivamente complesso».
Ora, parlare di semplificazione è già una semplificazione, perché, come scrivono Charles Jencks e Nathan Silver in [*Adhocism*](https://mitpress.mit.edu/9780262518444/adhocism/?ref=culturewars.it) (1972), «L’ambiente contemporaneo tende sia verso un’estrema semplicità visiva sia verso un’estrema complessità funzionale. Questo duplice e opposto movimento sta erodendo il nostro scambio emotivo con l’ambiente e la nostra comprensione di esso». In altre parole, la semplicità superficiale di un logo è compensata dalla complessità dei suoi output, che rimandano a un caleidoscopio di soluzioni grafiche, media, dispositivi e piattaforme, arrivando fino alla reazione del pubblico.
Affinché la semplificazione possa essere operata, deve adottare un certo modo di guardare a un artefatto visivo: deve etichettarlo come complesso per poterlo semplificare, mentre tutto il caos che non riesce a ridurre (leggi: Uncle Herschel) viene spazzato sotto il tappeto della storia. Senza questo passaggio, resterebbe senza lavoro.
Il coltellino svizzero della semplificazione visiva dispone di diversi strumenti: riduzione degli elementi, attenzione alla ridondanza, astrazione, fuga dalla profondità e preferenza per il discreto rispetto al continuo. Tutti questi “divieti assoluti” sono presenti nel logo nuovo-e-ormai-vecchio di Cracker Barrel. Ma tutti poggiano su un’ambizione più ampia, che formulerei così: la promessa della semplificazione è mantenere, o addirittura aumentare, la profondità semantica attraverso la sintesi. Quando la sintesi manca, ciò che si ottiene è insipido.
Tutto ciò sembra conformarsi alla regola generale del branding contemporaneo, ma credo che sia anche alla radice della cultura del graphic design. Il critico portoghese Mário Moura lo [riassume](https://www.instagram.com/p/DQ39UVOjBSl?ref=culturewars.it) in modo efficace: il graphic design è uno stile divenuto disciplina, «uno stile che si è deliberatamente distaccato dalla storia dell’arte perché ciò era funzionale a una serie di scopi».
Questo stile si è rivestito di pseudo-principi generali e regole pratiche, oggi cristallizzati in software che permettono di infrangerli con facilità. È ciò che mi consente di dire “questo è proprio graphic design” o, quando voglio sentirmi giovane, “wow, *graphic designcore*!”. Naturalmente esistono eccezioni, ma si comportano esattamente da tali, come riflessi inconsci alla norma semplificante. Al di là di queste, ciò che resta è o il decoro professionale o un’insipidezza emulativa. Muriel Cooper, i Vignelli, Paul Rand… gli dei americani sono ancora tra noi, **ma sono vecchi e stanchi**.

- L’evoluzione della rappresentazione del #MeToo [sul grande schermo](https://www.thecut.com/article/vladimir-netflix-tv-series-me-too-campus-drama-review-analysis.html?ref=culturewars.it);

- In Gran Bretagna la polemica scorre potente attorno a – del tutto presunte – [nuove banconote con castori (aspetta che lo dico) *woke*](https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/mar/16/britain-banknote-winston-churchill-badger-wildlife?ref=culturewars.it) al posto di Winston Churchill;

- Pare che esista un fenomeno ribattezzato [*alpine divorce*](https://www.theguardian.com/lifeandstyle/ng-interactive/2026/mar/17/alpine-divorce-abandoned-hiking-trail?ref=culturewars.it), che porta alcune donne a venire abbandonate dai partner durante camminate in montagna.
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### Oltre la preghiera
URL: https://www.culturewars.it/trump-preghiera-iran/
Last updated: 2026-03-07T10:12:27.000Z
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C’è un modo semplice di leggere la foto recente di **Donald Trump** che ha riportato in auge, in modo fin troppo pittoresco, i suoi legami con gli evangelici: i pastori che pregano nello Studio Ovale, le mani [imposte sul presidente](https://www.reuters.com/video/watch/idRW151406032026RP1/?ref=culturewars.it), il solito kitsch messianico dell’America profonda che accompagna ogni ciclo trumpiano.
Però basta fermarsi un secondo in più sulle immagini e sulle parole che le inquadrano, per capire che questi aspetti non sono solo simboli o folklore: nella seconda amministrazione Trump il linguaggio della fede non “benedice” il potere ma lo aiuta a raccontarsi, a legittimarsi, inquadrando persino l’offensiva militare in Iran in una grammatica morale e provvidenziale.
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### L’inclusione non Bafta
URL: https://www.culturewars.it/bafta-2026-tourette/
Last updated: 2026-02-27T14:52:20.000Z
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La storia di cui mi occupo questa settimana, detto per sdrammatizzare con una punta di cinismo, sembra uscita dritta da una puntata di *The Office* o *South Park*.
E allora cominciamo dalla sinossi: alla cerimonia di premiazione di un importante evento del mondo dello spettacolo internazionale viene invitato un attivista per i diritti delle persone affette da **sindrome di Tourette**, già soggetto ispiratore di un film che porta in scena la sua complicatissima vita.
Questo lungometraggio viene accolto e celebrato come una conquista sul piano della rappresentazione di chi è affetto da disturbi neurologici, senonché a un certo punto sul palco, a presentare il prossimo premio, ci sono due attori neri. E l’attivista con la Tourette... si mette a urlare, ripetutamente, il peggior insulto possibile che si possa urlare a una persona nera.
È successo [davvero](https://www.nytimes.com/2026/02/23/movies/baftas-tourettes.html?ref=culturewars.it), anche se in Italia se ne è parlato poco o nulla. La vita di **John Davidson**, attivista scozzese cinquantenne con la Tourette, ha ispirato il film di Kirk Jones ***I Swear*** («Impreco», ma anche «Giuro»), che ricostruisce la vita di Davidson fin dall’adolescenza, quando il suo disturbo lo rendeva una facile preda di bullismo e violenza.
Ai Bafta – la cerimonia di cui parliamo – dello scorso weekend, *I Swear* ha [vinto](https://www.bbc.com/news/articles/czx7e100r48o?ref=culturewars.it) in tre categorie di nomination, e la British Academy of Film and Television Arts ha deciso di suggellare la sua ottima accoglienza estendendo l’invito a prendere parte al gala di premiazione allo stesso Davidson.
Quando l’attore britannico **Delroy Lindo** e il collega statunitense **Michael B. Jordan** – entrambi neri – si trovavano sul palco, Davidson ha [urlato ripetutamente](https://x.com/cjjohnsonjr/status/2025721011765907564?ref=culturewars.it) la famigerata *parola con la n*, l’epiteto più offensivo della società odierna. Ne è nato un momento di comprensibile impasse, poi lo stesso Davidson ha scelto di abbandonare la sala e continuare a seguire la serata in tv, mentre il duo ha proseguito con la premiazione.
L’attivista, in un secondo momento, si è scusato [parlando](https://variety.com/2026/film/awards/john-davidson-tourettes-tics-bafta-n-word-interview-1236671850?ref=culturewars.it) col magazine Variety, a cui ha spiegato:
> Voglio che le persone sappiano e capiscano che i miei tic non hanno assolutamente nulla a che fare con ciò che penso, sento o credo. Sono una reazione neurologica involontaria. I miei tic non sono il prodotto di un’intenzione, non sono una scelta e non riflettono i miei valori.
Durante la serata, peraltro, Davidson aveva usato anche altre parole grandemente offensive (tra le altre cose, in un momento in cui sul palco il presentatore della serata Alan Cumming si era soffermato a fare battute sulla sua omosessualità, a lui era uscito ripetutamente: «Pedofilo!»).
Ciononostante, l’attenzione del pubblico si è concentrata sulla *n-word*: il contesto in cui è stata pronunciata, il tempismo, la percettibilità di quella specifica parola proveniente dalla platea sono stati tali da aver causato la tempesta perfetta: BBC – che ha trasmesso la cerimonia con due ore di differita e non ha coperto gli insulti razzisti – e i Bafta stessi si sono [scusati](https://www.theguardian.com/film/2026/feb/24/bbc-apologises-to-staff-over-n-word-inclusion-as-bafta-announces-comprehensive-review?ref=culturewars.it) a più riprese, il giurato del premio Jonte Richardson si è [dimesso](https://www.theguardian.com/film/2026/feb/24/bafta-judge-jonte-richardson-quits-over-tourette-n-word-handling?ref=culturewars.it) e sono giunte anche le lamentele di Warner Bros.
> "Guy with Tourette's shouts the n word" is like a Category A Bioweapon designed for internet discourse
>
> — The okayest poster there is (@ok\_post\_guy) [February 23, 2026](https://twitter.com/ok%5Fpost%5Fguy/status/2025994616831680556?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Fin da subito, sui social media [centinaia](https://x.com/jemelehill/status/2025736966361473076?ref=culturewars.it) di [profili](https://x.com/profwolff/status/2026039967684743199?ref=culturewars.it) hanno iniziato a suggerire, con vari gradi di certezza, che John Davidson avrebbe pronunciato quell’insulto volontariamente: l’ha fatto anche l’attore Jamie Foxx, scrivendo in un commento [su Instagram](https://www.instagram.com/p/DVE4NREjzZ7/?hl=en&ref=culturewars.it): «Di tutte le parole che puoi dire, la sindrome di Tourette ti fa dire proprio quella? Nah, ha scelto di dirla».
Ovviamente la Tourette non funziona come dice Foxx: per quanto la **coprolalia** – cioè la pronuncia incontrollata di parole oscene o socialmente inaccettabili – riguardi solo un malato su dieci, quando compare non lascia spazio alla scelta; poter dire cose tabù di fronte a un palcoscenico globale è *precisamente* la condizione che innesca i tic verbali incontrollati.
Lo stesso Davidson nel 2019 è stato insignito di un’onorificenza pubblica dalla regina d’Inghilterra, e non ha potuto evitare di sentirsi gridare un **«*fuck the Queen!*» a pochi metri da Elisabetta**. Però quella volta un funzionario reale gli aveva messo una mano sulla spalla per [consolarlo](https://x.com/freedom%5F007%5F%5F/status/2026241589824086450?ref=culturewars.it) («Non si preoccupi, la regina comprende»), mentre ai Bafta è scoppiato il finimondo: lo stesso Michael B. Jordan, uno dei due attori sul palco nel momento incriminato, si sarebbe [detto](https://www.yahoo.com/entertainment/celebrity/articles/michael-b-jordan-repulsed-baftas-214507189.html?ref=culturewars.it) «disgustato» da quanto successo, e lo stesso Variety, nel titolo del pezzo in cui ha intervistato Davidson, ha messo la parola «involontari», riferita ai tic, [tra virgolette](https://x.com/ColinBrazierTV/status/2026401262837682222?ref=culturewars.it).
Con un ribaltamento crudele e rivelatorio, quello che doveva essere un momento inclusivo – di consacrazione di un film che mostra cosa significa convivere con un disturbo che impone di dire cose indicibili nel peggior momento possibile – si è tramutato in un’altra scena di *I Swear*: la folla che fino a un secondo prima si diceva aperta e tollerante, ora [chiede](https://x.com/queenie4rmnola/status/2025715665760293064?ref=culturewars.it) [in coro](https://x.com/skyler%5Fhigley/status/2025686602966847531?ref=culturewars.it) che alle persone affette da Tourette vengano chiuse le porte di kermesse come i Bafta.
Naturalmente, Delroy Lindo e Michael B. Jordan avevano e hanno ogni diritto di sentirsi offesi e di pretendere le dovute scuse non tanto da Davidson, quanto soprattutto da BBC e Bafta: la parola che gli è stata rivolta, anche quando viene usata senza intento malevolo come in questo caso limite, ha comunque un portato con cui può essere difficile avere a che fare.
Ma non si può far finta che un certo discorso culturale anzitutto statunitense sulle identità razziali, coi suoi schemi monodimensionali – nonché ormai francamente un po’ fuori dalla storia – si riveli inadeguato in situazioni come questa: non si tratta di privilegiare il «*white comfort*» a discapito del «*Black respect*», come ha [scritto](https://x.com/queenie4rmnola/status/2025918904816570878?ref=culturewars.it) un’attivista su X, ma di **sforzarsi di comprendere l’umanità** in modo prismatico, allontanandosi da assi univoci che, quando va bene, funzionano solo sui social.
> a lot of slaveowners were disabled
>
> — BlackRedGuard ☭ 🇵🇸🔻⛓️💥 (@OGBlackRedGuard) [February 23, 2026](https://twitter.com/OGBlackRedGuard/status/2026041146502230427?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Forse la cosa più lucida sull’accaduto l’ha [scritta](https://freddiedeboer.substack.com/p/this-tourettes-controversy-is-what) il commentatore Freddie deBoer: uno dei problemi del liberal-progressismo mainstream di marca statunitense risiede nel non accorgersi che esistono conflitti di interessi anche tra le identità oppresse, e che questi conflitti a volte, semplicemente, non hanno una risoluzione che non passa da un approccio estremamente comprensivo e caritatevole agli altri, che muove dalla nostra irriducibile umanità condivisa.
Come si dice in questi casi: la sinistra riparta da qui, se possibile.

- La versione statunitense di Wired ha pubblicato una copertina, in effetti abbastanza incredibile (specie per Wired: ma sono cambiati i tempi), sulla «gay tech mafia» della Silicon Valley, e ne è [nato un caso](https://mashable.com/article/wired-cover-gay-mafia-reactions?ref=culturewars.it);

- La Francia ha [il suo Charlie Kirk](https://www.france24.com/en/france/20260220-how-the-death-of-far-right-activist-quentin-deranque-became-france-s-charlie-kirk-moment?ref=culturewars.it): l’attivista di estrema destra 23enne Quentin Deranque è stato ucciso in un pestaggio da parte di avversari politici a Lione, e ora la sua morte ha infiammato il Paese;

- Finire segnalati ai servizi sociali per aver partecipato a una manifestazione sindacale [è una cosa grave](https://ilmanifesto.it/firenze-partecipa-a-protesta-sindacale-arriva-la-segnalazione-ai-servizi-sociali?ref=culturewars.it).
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### Voce dal sentiment fuggita
URL: https://www.culturewars.it/schettini-scuola-insegnanti/
Last updated: 2026-02-23T00:38:43.000Z
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È assai noto che quando Hegel vide arrivare Napoleone vittorioso a Jena, nel 1806, disse che si trattava dell’«anima del mondo a cavallo»; io, nel mio piccolo, in questi ultimi giorni penso di averla rivista nei panni vittimisti di un professore delle superiori col ciuffo ossigenato.
Arrivare tardi a conoscere i protagonisti delle polemiche online è la cifra del mio ritrovato benessere di questi anni, per cui, casomai anche tu avessi bisogno di un riassunto delle puntate precedenti: Vincenzo Schettini, quasi 50enne divulgatore scientifico, professore di fisica e youtuber, qualche settimana fa è stato ospite di un popolare podcast, BSMT.
Nella [puntata](https://www.youtube.com/watch?v=ktJ9uGqaVgU&ref=culturewars.it) con Schettini, fondatore di un canale di divulgazione da 3 milioni e mezzo di follower [su Instagram](https://www.instagram.com/lafisicachecipiace/?ref=culturewars.it), **“La Fisica che ci piace”**, a un certo punto l’host Gianluca Gazzoli chiede all’intervistato cosa vede nel futuro della scuola. E lui dice:
> L’insegnamento cambierà, cambierà il modo di fare scuola. La scuola si fruirà moltissimo \[...\] anche online, fuori fisicamente dalle quattro mura. Tanti degli insegnanti che sono a scuola adesso, come me, andranno in part-time un giorno perché cominceranno a proporre i loro contenuti online, magari anche a pagamento. Perché un prodotto deve essere in vendita in un supermercato \[...\] e la buona cultura non deve essere in vendita?
Non è l’unico momento strambo della conversazione: a BSMT Schettini racconta – tra le inconcepibili risatine divertite di Gazzoli – anche di aver ritualmente imposto ai suoi studenti di seguire le dirette che faceva su YouTube, [in cambio di voti migliori alle interrogazioni](https://x.com/VperVenlafaxina/status/2022973486080151836?ref=culturewars.it).
Da queste esternazioni è nata – vogliamo aggiungere *com’era prevedibile*? – un’intensa polemica fatta di prese di posizione, [reel di risposta](https://www.instagram.com/p/DU8OvywlTIO/?ref=culturewars.it) di Schettini, interventi di personaggi pubblici come Luisella Costamagna e Christian Raimo, e l’affiorare di ulteriore materiale giornalistico sui presunti metodi del divulgatore, il quale secondo un ex discente si sarebbe addirittura [fatto filmare dagli studenti](https://mowmag.com/attualita/vincenzo-schettini-ex-studente-racconta-in-classe-faceva-video-per-youtube-al-posto-delle-lezioni-assegnava-voti-in-piu-tramite-emoji-molti-non-parlano-per-paura?ref=culturewars.it) in classe, per poi caricare le lezioni su YouTube.
Quale che sia la verità sulle interazioni scolastiche dell’influencer, è difficile ascrivere le sue frasi compiaciute a una semplice voce dal sen fuggita, o considerarle il frutto di un malinteso comunicativo. Anzi, a me pare che Schettini abbia dato voce a un’impostazione strutturalmente maggioritaria: quella di un sistema che considera la cultura un sottodominio del personal branding.
Sì, certo, la produzione di cultura va pagata: il professore tricoticamente esuberante però non inserisce questa precaria ovvietà nel necessario contesto analitico di cosa porta, oggi, «la cultura» a non essere pagata; si limita a dire che – casualmente – a *quelli come lui* dovrebbe essere permesso mettere in vendita contenuti di «cultura» a chi è disposto a pagare per averli.
Ma mi sorprenderebbe molto (eufemismo) se Schettini, coi suoi tre milioni e mezzo di follower, non registrasse già da un pezzo ricavi sui suoi contenuti. Dunque non si capisce perché premere per un’**ibridazione ulteriore fra il ruolo di docente pubblico e quello di creator privato**, anzi privatissimo, che decide da sé e per sé gli orari, i temi e le regole delle sue dirette/lezioni: forse perché l’insegnamento in una scuola superiore remunera troppo poco? O magari perché servire fedelmente l’algoritmo remunera fin troppo?
Se anche volessimo soprassedere sulle porte che posizioni del genere spalancano a una visione classista dell’educazione (cui il creator in questione sarà certamente estraneo, e però [il dubbio viene](https://www.facebook.com/alberto.scotti.33/posts/pfbid05u1gT4LkSGQpcJ9XpmVb4y8yZXF17Hr9k5xKeHtxwvTohDu6RtS5PRTKgcadiK4Dl)), rimarrebbe che fare l’influencer sui social e insegnare in una scuola pubblica non sono posizioni intercambiabili, perché salmodiare lezioncine ai follower da un pulpito digitale è l’esatto contrario di contribuire a formare le menti e il bagaglio culturale di persone giovanissime e in cerca di punti fermi, avviandole alla vita adulta.
Che Schettini non si accorga di queste cose restituisce, temo, lo spessore del personaggio – e fin qui, beh, pace. C’è però che il suddetto parla, con questa prospettiva tragicamente ambigua, a una platea di milioni di persone.
E non è certo il solo: è l’opinione pubblica nazionale e internazionale a spostarsi gradualmente, e da anni, verso un paradigma che **riconduce tutto al “brand di se stessi”**, rendendolo la nuova normalità. La scuola? Dovremmo renderla più *on demand*! Le cause politiche? [Perfette per posizionarsi](https://www.culturewars.it/intervista-al-gharbi-woke/) e sbaragliare la concorrenza! Pressoché qualsiasi altra cosa? Applichiamo le leggi del marketing!
Di recente una polemica di portata infinitamente minore ha coinvolto un docente accademico di orientamento marxista di Ca' Foscari, Mimmo Cangiano, accusato di aver pubblicato – due anni fa – un libro, *Guerre culturali e neoliberismo* (Nottetempo), che avrebbe, secondo alcuni detrattori, sposato una prospettiva di critica materialista alle applicazioni del “woke” che si rifiuta di cogliere le discriminazioni strutturali che non riguardano le sole prospettive di classe.
Personalmente, mi sono guardato bene dal partecipare allo scontro, allergico come sono diventato a qualunque tenzone online (il benessere ritrovato, dicevamo). Però mi è tornato in mente in queste ore: quel libro l’ho letto, e oltre a non sostenere affatto ciò che gli è stato imputato – un dato oggettivo, sul piano testuale – a mio modo di vedere la sua impostazione è l’unica in grado di sviluppare gli anticorpi alle imposture virali di quelli che parlano di «cultura» ma intendono «viralità», e che si intestano dibattiti collettivi portando avanti **solo quel che avvantaggia loro stessi**.
Vincenzo Schettini e la sua “Fisica che ci piace” non sono il male assoluto: fanno video semplici e alla portata di tutti, divulgano la scienza a persone che magari altrimenti non se ne interesserebbero, o non con lo stesso coinvolgimento. Ma in una società in salute la loro funzione non può essere confusa con le garanzie costituzionali alle fondamenta della comunità, col diritto allo studio, con un ecosistema educativo plurale e bilanciato.
È il singolo problema alla radice delle piattaforme: dove sono i paletti che ne delimitano gli effetti sociali profondi e il potere sproporzionato che danno alle celebrità che creano? E perché parlare dei loro limiti, in bocca ad alcuni pompieri sempre in cerca di clout algoritmico, diventa subito un sintomo di disfattismo neo-luddista?
Quando ti imbatterai nel prossimo difensore a priori delle nuove tecnologie – non parlo di chi ne sottolinea *anche* gli indubbi lati positivi, magari evitando di cedere alla retorica ad alzo zero del “si stava meglio prima”, ma delle vestali della difesa acritica – tieni a mente che lotta per approdare a un mondo in cui tutto è marketing: a partire da ciò che non lo è.

- Il presidente degli Stati Uniti pro-*free speech*, tra le altre cose, cerca di imporre alle società tech di [dossierare i profili che criticano l’ICE](https://www.nytimes.com/2026/02/13/technology/dhs-anti-ice-social-media.html?ref=culturewars.it);

- Su quel pazzo completo di RFK torneremo a breve, per forza di cose, ma intanto ecco i segreti dell’[iconografia *blue jeans*](https://www.theatlantic.com/health/2026/02/rfk-jrs-workout-pants/686071/?ref=culturewars.it) del ministro della Salute americano;

- La ricerca di uguaglianza [può sopravvivere in altre forme](https://www.theguardian.com/world/2026/feb/19/how-equality-wins-book-dei-trump-culture-war?ref=culturewars.it) all’attacco politico dei conservatori alle politiche DEI?
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### Quelli che su Epstein non dicono
URL: https://www.culturewars.it/epstein-file-complotto/
Last updated: 2026-03-07T12:06:47.000Z
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La valanga Epstein forse **non travolgerà Donald Trump**, che sembra indifferente al caos che il suo Dipartimento di Giustizia ha creato [pubblicando milioni](https://www.justice.gov/epstein?ref=culturewars.it) di detriti, file, email, conversazioni su WhatsApp e ritagli, rendendo i social una enorme sezione commenti del blog di Beppe Grillo.
Con i giornalisti si mostra spavaldo, Trump, come se lui non c’entrasse nulla, e del resto le prime avvisaglie di crisi sono tutte in Europa, o comunque lontane: [nel Partito laburista](https://www.bbc.com/news/articles/c99k9yzzvm4o?ref=culturewars.it) britannico, tra i Windsor, [nella casa reale norvegese](https://www.bbc.com/news/articles/c99k9yzzvm4o?ref=culturewars.it) e [a casa di Bill Gates](https://www.bbc.com/news/articles/cr4kyk9nv5lo?ref=culturewars.it). C’è una novità, tuttavia: per la prima volta dal suo ingresso in politica, il capo della Casa Bianca non è più in controllo della violenza online; non è lui al comando degli sciami antisistema contro il cosiddetto mainstream.
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### L’ipocrisia che ci salvava
URL: https://www.culturewars.it/mondo-senza-regole-diritto/
Last updated: 2026-01-28T13:42:49.000Z
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L’italiano, a differenza di altre lingue, associa a un’unica parola – “civiltà” – due significati differenti. Secondo la Treccani, “civiltà” significa anzitutto «la forma particolare con cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale d’un popolo»; a questo primo significato si lega l’idea di progresso, in opposizione alla barbarie. Ma la stessa parola significa anche “urbanità, cortesia, buona educazione”.
La relazione tra questi due significati è facilmente intuibile: ciò che chiamiamo *civiltà* non riguarda solo ciò che una società produce, ma anche il modo in cui i suoi membri imparano a convivere, a contenersi, a mediare i conflitti. I moralisti classici lo avevano capito bene.
Pensatori come Montaigne, Bayle o Mandeville distinguevano infatti due facce dell’ipocrisia. Se, da un lato, poteva indicare una simulazione disonesta, dall’altro è su una certa dose di ipocrisia che la società – attraverso l’educazione – costruisce quell’insieme di regole su cui si basa la convivenza. Provate a vivere in un mondo in cui voi e il vostro vicino, col quale magari avete avuto qualche screzio condominiale, vi dite reciprocamente quel che pensate uno dell’altro ogni volta che vi incrociate per le scale, anziché salutarvi educatamente con un sorriso di circostanza. Sarebbe un mondo più “autentico”, forse, ma certamente meno abitabile.
È su questa impalcatura che si costruiscono le regole dell’urbanità e della buona educazione, ma, in ultima analisi, anche i codici morali e infine gli ordinamenti giuridici che si concretizzano nelle istituzioni con cui governiamo la nostra vita associata. Non è un caso se, **oggi, vediamo crollare l’una e gli altri**. Questo crollo, immediatamente causato dall’ascesa al potere delle destre populiste, ha radici più ramificate.
Nella seconda metà del Novecento si è gradualmente diffusa, nei Paesi occidentali, una visione del mondo genericamente libertaria, basata su una generale sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche e giuridiche *in quanto tali*, che à andata migrando da posizioni di sinistra al libertarismo antistatalista di destra.
Inizialmente, la progressiva emancipazione politica e l’estensione dei diritti civili sono stati associati a una più radicale rivendicazione di superamento dello Stato, visto di per sé come forma di dominio e oppressione.
Oggi sappiamo che il dibattito sull’egoismo naturale o artificiale dell’essere umano – se, cioè, l’uomo nasca egoista o se lo diventi a causa delle istituzioni giuridico-politiche – è più un dibattito sul tipo di collettività che vorremmo, che su una vera descrizione della natura umana. Eppure è su questo sfondo che ha preso forma un rifiuto sempre più radicale dell’insieme di regole e istituzioni attraverso cui la società agisce su se stessa, cercando di contenere gli impulsi potenzialmente disgregatori della vita sociale. E siccome tra quelle istituzioni che avrebbero pervertito il naturale istinto di cooperazione degli uomini si annovera spesso la proprietà privata, su questo dibattito si sono poi facilmente innestate letture marxiste più o meno superficiali.
Il sonno della ragione genererà anche mostri, ma li può generare anche quella sua specie di **veglia allucinata che procede solo per dicotomie** rigide e opposizioni assolute. Si inizia così a pensare lo Stato come un panottico irriformabile, impegnato esclusivamente a «sorvegliare e punire» per garantire la perpetuazione dei rapporti di dominio. Si finisce per non vedere alternative tra lo Stato-polizia incarnato dal Dottore di *Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto* di Elio Petri – efficace sineddoche di un potere per cui «la repressione è civiltà» – e l’anomia, cioè la critica alle leggi e alle istituzioni in quanto tali. Questa falsa alternativa, più che una posizione politica, è una trappola concettuale.
Vivere in un mondo sempre più senza regole, senza diritto – come [quello in cui stiamo entrando](https://www.theguardian.com/us-news/2026/jan/08/trump-power-international-law?ref=culturewars.it) – non significa vivere in un mondo più libero, ma in un mondo in cui a prevalere è l’uso arbitrario e imprevedibile della forza. È troppo facile liquidare lo Stato e l’ordinamento giuridico come il semplice comitato esecutivo della borghesia; allo stesso tempo, non ogni adesione a un sistema di regole giuridiche è riconducibile a una forma di falsa coscienza.
La sicurezza di cui tanto si parla – e spesso si straparla – non è soltanto, né principalmente, sicurezza pubblica. È anzitutto sicurezza nel diritto, cioè certezza del diritto. È la possibilità di prevedere le conseguenze giuridiche delle proprie azioni; è un processo di razionalizzazione della vita sociale. Ignorare che questo processo, pur con tutti i suoi limiti e fallimenti, si sia storicamente sviluppato nella direzione dello Stato di diritto e poi della democratizzazione delle istituzioni – di tutte, persino della polizia – significa perdere di vista la posta in gioco.
Se oggi questo processo non conosce solo una battuta d’arresto, ma una vera e propria regressione, serve a poco celebrare lo smascheramento delle ipocrisie e l’avvento, sempre annunciato e sempre rinviato, di **una palingenesi sociale**. «L’istinto della palingenesi sociale», scriveva Piero Gobetti un secolo fa, «non è che l’espediente metafisico attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia, più contenta nel gusto del monotono e del concluso che nell’arguta sopportazione del diverso, ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure».
Lo stesso vale per il progetto di costruire un sistema di diritto internazionale: pur con tutte le sue gravi mancanze, non coincide automaticamente con la legittimazione dei rapporti di forza globali o delle politiche imperiali. Insomma: il governo del diritto, sul piano interno come su quello internazionale, risponde anche a un’esigenza di razionalizzazione delle relazioni sociali, e non è un destino ineluttabile che si trasformi nel semplice mascheramento di relazioni di potere. Se è vero che le istituzioni politico-giuridiche riflettono e garantiscono l’esistenza di un determinato ordine, è altrettanto vero che quell’ordine può assumere configurazioni diverse.
In *Un uomo per tutte le stagioni* di Robert Bolt, portato sul grande schermo da Fred Zinnemann, **Tommaso Moro** reagisce allo scherno del genero William Roper, che lo accusa di concedere il beneficio della legge persino «al demonio», cioè al subdolo Richard Rich, che infatti finirà per tradirlo. Roper, al contrario, violerebbe tutte le leggi d’Inghilterra pur di perseguirlo, in nome di una giustizia divina e dunque superiore a quella dello Stato.
«E se il demonio si mettesse a perseguitare te», ribatte Moro, «dove ti nasconderesti, una volta abbattute tutte le leggi? Riconosco anche al demonio i benefici della legge, per la mia stessa salvezza».
Si potrebbe obiettare che quel Tommaso Moro che riconosceva anche al demonio i benefici del diritto finì comunque decapitato. Ma la salvezza di cui parla Moro non riguarda il destino individuale: riguarda, nel lungo periodo, la sopravvivenza di un ordine civile fondato sulla prevedibilità, sulla mediazione e sul contenimento della forza. In altre parole, riguarda il destino stesso della civiltà.

- Cos’è la [«*lost generation*»](https://www.compactmag.com/article/the-lost-generation/?ref=culturewars.it) della DEI nel settore culturale statunitense, secondo Jacob Savage;

• Il caso del “fact-checking” (qualunque cosa voglia ancora dire quest’espressione) del [video di Alessandro Barbero](https://www.facebook.com/permalink.php?story%5Ffbid=pfbid0HGQf2mgXPRd9tirg2X38NrQvCqn9MsUmWjYV1khBQpi9F2YS24yqy1cih6aiUFGAl&id=61574941271598) e l’andazzo pericoloso a cui fa da sfondo;

- Ripescaggio: come nella maggiore università del Texas Platone è [diventato](https://www.nytimes.com/2026/01/07/us/tamu-plato-race-gender.html?ref=culturewars.it) troppo, beh, *woke* per essere insegnato.
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### Civil War: ICE edition
URL: https://www.culturewars.it/ice-trump-guerra-civile/
Last updated: 2026-01-16T16:59:19.000Z
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Negli ultimi mesi l’**ICE** – com’è nota la United States Immigration and Customs Enforcement, il corpo di polizia statunitense che si occupa dell’espulsione dei migranti irregolari – ha smesso di essere semplicemente una delle tante agenzie federali nate dal trauma dell’11 settembre e ha subito una metamorfosi inquietante: oggi è un dispositivo politico che funziona indipendentemente dal consenso sociale.
Non è una novità assoluta nella storia statunitense – pensiamo all’internamento dei cittadini di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale, ad esempio – ma è un cambio di passo decisivo nel contesto odierno: una forza statale così privata della sua legittimità popolare da dover [cercare volontari](https://www.kenklippenstein.com/p/immigration-agents-terrified-by-ice?hide%5Fintro%5Fpopup=true&ref=culturewars.it) per le sue operazioni, ricordando agli agenti che gli insulti dei cittadini sono legittimi; e tutto questo perché il suo impiego non pertiene più a una dimensione amministrativa, bensì anzitutto **simbolico-propagandistica**.
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### 3 milioni di views e un omicidio
URL: https://www.culturewars.it/omicidio-minneapolis-ice-trump/
Last updated: 2026-01-09T14:59:05.000Z
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Quando devo spiegare una cosa complicata faccio sempre la stessa, un po’ paludata, metafora. E cito lo **gnommero**, il gomitolo inestricabile a cui il commissario Ingravallo di *Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana* fa riferimento nella risoluzione dell’omicidio della signora Liliana Balducci.
Ed è in effetti un gomitolo piuttosto intricato – tra cause, conseguenze e contesti – quello che lega uno youtuber che si chiama Nick Shirley alla morte di [Renee Nicole Good](https://www.nytimes.com/2026/01/07/us/ice-shooting-minneapolis-renee-good.html?ref=culturewars.it), uccisa a Minneapolis da un agente dell’ICE, la polizia dell’immigrazione statunitense da tempo impegnata in un’attività capillare e para-fascista di [raid anti-migranti](https://www.culturewars.it/trump-deportazioni-bambini/) nelle città d’oltreoceano.
Per srotolare il gomitolo, è importante partire dall’inizio.
E quindi proprio da Nick Shirley, che è un content creator piuttosto celebre, che si occupa soprattutto di politica. È una specie di Mr Beast dell’attualità: passa ventiquattr’ore con un senzatetto a New York, porta dei migranti dall’ex presidente Joe Biden, si “infiltra” in una gang in Brasile, eccetera.

Lo youtuber Nick Shirley.
Ecco: la svolta arriva quando Nick Shirley pubblica, alla fine dello scorso anno, un [video](https://www.youtube.com/watch?v=r8AulCA1aOQ&ref=culturewars.it) in cui “smaschera” **presunte frodi in una serie di asili nido somali**, proprio a Minneapolis. Frodi di cui, a dir la verità, FBI e giornali locali come lo *Star Tribune* erano a conoscenza da anni.
Ma quelle inchieste non avevano infiammato l'opinione pubblica; il video di Shirley, da 3,5 milioni di visualizzazioni su YouTube (e addirittura 140 milioni su X) mentre scrivo, pur essendo quantomeno impreciso (spesso filmava fuori dagli orari di lezione, gridando allo scandalo per le aule vuote), ha invece alzato l’asticella dell’attenzione.
Quel contenuto sporco, grezzo, con quell’estetica amatoriale ma autentica ha finito col piegare la realtà politica: ha portato alla chiusura effettiva del Quality Learning Center (uno degli asili al centro del video) e al blocco dei fondi federali, fino a diventare uno degli argomenti usati per attaccare il governatore del Minnesota Tim Walz, che poco dopo ha annunciato il ritiro dalla corsa per un terzo mandato (con Shirley che su X esultava scrivendo: «*I ENDED TIM WALZ*»).
Nei primi giorni di gennaio, quella stessa inchiesta e le sue conseguenze hanno spinto la presidenza Trump a inviare oltre 2.000 agenti dell’ICE a Minneapolis, alla ricerca di migranti illegali. È in uno di quei raid che un agente dell’Immigration and Customs Enforcement ha **ucciso a sangue freddo Renee Nicole Good**, una cittadina americana di 37 anni, finita in un posto blocco da cui ha cercato di uscire con la sua auto.

Frame di uno spot di reclutamento dell’ICE, visto in diretta dal tenutario di questa newsletter lo scorso settembre.
È una storia terribile, che racconta molto del clima di violenza politica che in questi mesi si respira negli Stati Uniti. Una violenza costruita, alimentata, da un ecosistema mediatico solo apparentemente amatoriale, di cittadini/YouTuber/creator armati di telecamera al servizio del potere.
È l’altro capo del gomitolo, l’evoluzione della propaganda politica, come racconta Jay Caspian Kang in un [articolo](https://www.newyorker.com/news/fault-lines/what-a-viral-youtube-video-says-about-the-future-of-journalism?ref=culturewars.it) comparso sul New Yorker. Una propaganda nascosta, ammantata da un’estetica amatoriale, che elimina l’ingombro della mediazione: se il contenuto è sporco, grezzo, è più facile percepirlo come non manipolato.
Il giornalismo, ha più volte scritto anche Elon Musk, è ormai superato: basta una persona qualunque, con una piattaforma di distribuzione («You are the media now», promette la piattaforma italiana Welcome to Favelas, che d’altronde a Musk è dichiaratamente vicina). Quando viene contestato durante una ripresa, Shirley risponde: «Sono letteralmente uno youtuber». Ma dichiararsi estranei al sistema dell'informazione **diventa anzitutto un alibi perfetto** per esercitare influenza senza conseguenze, senza oneri deontologici. Lo stesso Shirley si presenta come un osservatore imparziale; eppure l'inchiesta del New Yorker rivela come le sue incursioni fossero coordinate con operativi del Partito repubblicano.
L’autenticità “da social” diventa così una strategia delle strutture di potere per aggirare la complessità. Nel pieno della crisi di fiducia dei media tradizionali, personaggi come Shirley offrono una narrazione immediata, da reality show, con una presa sicura su un pubblico ormai **assuefatto all’illusione di poter guardare il mondo senza filtri**.
Ma la narrazione è appunto una narrazione, legittimata e incoraggiata dall’ecosistema politico e tecnologico della destra internazionale: delegittimare il processo giornalistico per sostituirlo con una rete di contenuti apparentemente indipendenti, ma funzionali a una specifica agenda. Un’agenda che mercoledì 7 gennaio 2026 ha ucciso una donna, poetessa, madre di una bambina di 6 anni a Minneapolis.

- Come la felpa di Nicolas Maduro è [diventata un meme](https://www.nytimes.com/2026/01/06/style/maduro-nike-tech-sweatsuit-meme.html?ref=culturewars.it);

- Non pago di distruggere tutto il resto, Trump vuole mettere le mani su ciò che ha più vicino a sé: [i musei Smithsonian](https://www.theguardian.com/us-news/2026/jan/08/donald-trump-smithsonian-reframe-entire-culture-united-states?ref=culturewars.it) di Washington, e ciò che rappresentano;

- Il New York Times ha deciso di [rispondere](https://www.nytco.com/press/fact-checking-false-claims-about-our-gender-identity-coverage/?ref=culturewars.it) alle accuse di aver coperto il tema dell’identità di genere in modo *biased* negli ultimi anni.
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### Parlarne fra ricchi
URL: https://www.culturewars.it/cultura-posso-permettermi-estratto/
Last updated: 2025-12-19T06:20:37.000Z
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Se, da giovane cresciuto in un quartiere di case popolari, ho potuto fare l’università e trasferirmi in una grande città, e poi impegnare anni in infiniti stage gratuiti e lavori intellettuali malpagati, è per tutti i viaggi che mio padre e mia madre non hanno mai fatto, per le cose che non si sono comprati e per i giorni, i mesi e gli anni che hanno passato a lavorare senza concedersi svaghi, di modo che i loro figli potessero seguire una vocazione.
Dopo essere riuscito faticosamente a superare le barriere d’accesso alla mia professione vocazionale d’elezione, il giornalismo culturale, ho però scoperto con smarrimento che il discorso dominante del mio settore d’arrivo era di segno opposto: interpretando nel modo più provinciale possibile l’approdo al cosmopolitismo, in quei circoli aspirazionali la propria provenienza familiare veniva regolarmente dissimulata, sminuita, irrisa.
Non dimenticherò mai il giorno in cui sentii uno dei miei primi colleghi definire i suoi genitori, di letture significativamente meno sofisticate e *à la page* delle sue, **«due ignoranti»** *tout court*. Era una nota di disprezzo che mi risultava urticante sotto un duplice aspetto: in primo luogo perché non ero abituato a quel modo altezzoso di trattare il proprio passato e la propria famiglia; ma anche perché quei due «ignoranti», coi loro lavori non intellettuali, avevano permesso al mio collega di diventare proprietario di un appartamento a Milano prima di compiere trent’anni, mentre io dividevo ancora una casetta in affitto all’estrema periferia cittadina con degli sconosciuti.
Da quella volta, non sono più riuscito a ignorare questa contraddizione che riaffiora come un fiume carsico in ogni aspetto del lavoro culturale: da una parte una rivendicazione orgogliosa dell’allontanamento dal proprio contesto sociale d’origine, appiattito in una caricatura dal carattere pedestre e obsoleto; dall’altra una totale sordità alla consapevolezza delle risorse ricevute per nascita, e senza le quali il passaggio non avrebbe mai assunto quei contorni privilegiati e aspirazionali.
\[...\]
Anche per questo, nonostante il complesso di superiorità paranoico-mimetica diligentemente contratto, come già succedeva a Didier Eribon, la mia vita quotidiana di transfuga di classe preda di vergogna sociale non reggeva quel discredito così metodico e pervasivo delle mie origini: «Provavo sempre imbarazzo, perfino odio, quando sentivo qualcuno parlare con disprezzo o sufficienza delle persone del popolo, del loro modo di vivere e di essere. Dopo tutto era da lì che venivo», scrive Eribon riferendosi agli anni Settanta e Ottanta, ma avrei potuto usare le stesse parole io stesso negli anni Dieci del Duemila.
Il fatto è che «da lì» ci veniva il sottoscritto, ma non la netta maggioranza dei miei colleghi: non gli altri redattori; non quattro quinti dei collaboratori e degli addetti ai lavori che gravitavano a vario titolo attorno al giornale, frequentando assiduamente i suoi eventi; e neanche gli stagisti e i neo assunti, che se resistevano più di qualche mese ed erano confermati o integrati nell’organico, tendenzialmente appartenevano a un côté economico con alte capacità di spesa.
La ricchezza, lungi dal venire approcciata con occhio critico o addirittura con sospetto, come avveniva nel contesto popolare da cui provenivo, era invece guardata con inesauribile fascinazione, estetizzata (ancora) come lifestyle del «saper vivere» e tenuta nella massima considerazione nella strutturazione dei rapporti professionali o di amicizia: una stagista che si presentava al primo giorno di lavoro vestita di capi di lusso otteneva istantaneamente più credito sociale di un redattore che non poteva permetterseli; un collaboratore che disponeva di risorse economiche tali da non aspettarsi pagamenti puntuali valeva più di un povero diavolo magari di talento, ma che necessitava di saldi regolari delle sue fatture.
E così nel parterre della conoscenza sedevano figli della borghesia imprenditoriale di provincia, di medici cittadini, di avvocati dell’hinterland, di dentisti, di finanzieri, di dirigenti d’azienda, di famiglie con a disposizione diversi appartamenti milanesi da affittare, i cui proventi andavano a foraggiare la produzione di longform lungimiranti sulla rinnovata centralità della narrativa cinese, o recensioni che sciorinavano nomi di autori nordamericani mai veramente approfonditi.
E tutto intorno alla mia piccola redazione, iniziavo a scoprire, il fortino intellettuale era presidiato in modo anche più stretto. Nei colophon, nelle copertine, nelle e-mail e nei ringraziamenti ricorrevano cognomi noti o notissimi, dato che il grado zero della cooptazione *inter pares*, nel mondo della cultura italiano, è **agevolare la carriera del figlio** o della figlia: una pratica comunissima, quasi standard, che raramente diventa oggetto di controversia pubblica (e, le rare volte che accade, il sistema fa quadrato per difendere il rampollo sotto attacco, facendo passare le critiche al figlio per uno strumento con cui screditare il padre o la madre e chiamando in causa l’ineffabile idolo dell’«invidia sociale»). Succede anzi, e non raramente, che il cooptato o la cooptata di fortunati natali rivendichino il loro ruolo di «figli di» con progetti artistici, programmi televisivi, libri e podcast realizzati in dialogo coi genitori-*gatekeeper*, i quali poi magari tornano a firmare editoriali che lamentano l’assenza di meritocrazia in Italia.
Quel che era peggio, nel piccolo feudo culturale in cui mi ero conquistato il grado di valvassino nessuno – non è un’iperbole, anzi va inteso in senso letterale – era figlio di un piccolo impiegato e di una casalinga, come il sottoscritto. E come tanti figli unici, talvolta mi sentivo un po’ solo: puoi provare a fingere appartenenza quanto vuoi, ma il capitale culturale con cui sei cresciuto non ti abbandonerà tanto presto, e con esso il senso di inadeguatezza e di non aver letto abbastanza, di non aver visto abbastanza, di non aver studiato abbastanza, nonostante anni di recupero febbrile ed entusiasta, costruiti sui sacrifici di due «ignoranti» trasferitisi in città con l’urbanizzazione degli anni Settanta.
Ma soprattutto, a non abbandonarti sarà l’evidenza delle cose materiali che puoi permetterti, che non risulterà mai, in nessun caso, equiparabile a ciò che può permettersi un figlio della borghesia benestante. Non conto le volte in cui il mio abbigliamento – i miei jeans ancora da fiera di paese, le mie scarpe cosí orrendamente *low cost* – è stato seguito da sguardi irrisori e beffardi \[...\]. Con meno frequenza, ma non troppo di rado, capitava che qualcuno si lasciasse andare a commenti ad alta voce, magari osservando le mie sneakers da pochi euro: «Non le cambiamo queste, eh Piacenza?».
Al tempo non l’avrei definito in questi termini – ero, ai miei occhi come con ogni probabilità a quelli altrui, solo un ragazzo di provincia un po’ *uncool* che doveva ancora introiettare i codici della vita raffinata di città – ma quella forma di classismo strisciante e onnipervasivo condizionava la mia percezione identitaria in modi e maniere che non facevano che alimentare la mia **dissociazione sociale**: ora leggevo i libri «giusti» e ne scrivevo sulle testate «giuste», parlando in pausa pranzo delle serie tv «giuste» e delle cose «giuste», ma usando i criteri di giudizio degli altri ero ancora un figlio delle case popolari, della «via degli albanesi», un intruso in luoghi di consumi illuminati e *outfit* all’ultima moda; un usurpatore di spazi non adatti a quelli come me, insomma.
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- Bruno Montesano sulla «morte del politicamente corretto», [su MicroMega](https://www.micromega.net/politicamente-corretto-woke-identity-politics?ref=culturewars.it);

- Il Post parla della «“guerra culturale”», tra virgolette, [ai soffiatori di foglie](https://www.ilpost.it/2025/12/03/soffiatori-foglie/?ref=culturewars.it);

- Analisi pazzesca che ti spiega perché Papa Leone XIV [non è *basato*](https://www.ncronline.org/vatican/pope-leo-based-culture-war-compliment-doesnt-quite-fit?ref=culturewars.it).
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### La “cultura maranza” non esiste
URL: https://www.culturewars.it/cultura-maranza-non-esiste/
Last updated: 2025-11-29T06:11:57.000Z
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> Quando sono tornato in Italia mia madre si era rifatta una vita. Aveva un nuovo compagno con cui aveva comprato casa nel quartiere di Greco, periferia nord-est della città. Era un appartamento molto piccolo, ma rispetto al Marocco mi sembrava di vivere in una villa. Stavo bene, anche se ricordo che il mio letto era un materasso morbido buttato per terra. Avevo pochi pochi giocattoli, gli stessi da anni, ed ero un bambino piuttosto solitario. Un giorno di fine estate, nel 2001, ricordo che la mamma era in piedi di fronte alla tv senza pretese che avevamo in cucina, il volto stretto fra le mani. Non capivo cosa la turbasse tanto: sullo schermo passavano le immagini – probabilmente di un film – di due grattacieli che venivano colpiti da un aeroplano. Non potevo sapere, allora, cosa fosse l’11 settembre, e il peso che di lì in poi avrebbe avuto nella mia vita. Però da quel giorno gli altri bambini a scuola hanno iniziato a indicarmi e ridere. Mi chiamavano «Osama», come il mio quasi omonimo bin Laden, il mandante dell’orribile strage di New York. Cercavo di non reagire, di inghiottire la rabbia, ma poi non ce la facevo e finivo per litigare e picchiarmi coi compagni di classe. Le maestre ormai mi avevano inquadrato come una testa calda, ma io volevo soltanto difendere il mio nome. Non ero mica un terrorista, io: eppure tutti sembravano temerlo, all’improvviso.
Stenterai a crederci, ma quella che hai appena letto è un’autocitazione; viene da una delle cose più bizzarre e stimolanti che abbia mai fatto: scrivere la biografia di un rapper. Quel rapper si chiamava (e si chiama) **Maruego** – anche se nel periodo dell’uscita del libro, *Autotune* (Bompiani, 2018), aveva deciso di cambiare il suo nome d’arte in “Ma Rue” – e un amico di recente l’ha definito ironicamente «il Carlo Marx di tutti i maranza».
Con Oussama Laanbi in arte Maruego, un [innovatore della musica italiana](https://www.youtube.com/watch?v=xyhoH2hxdn0&ref=culturewars.it), non parlo da anni (anzi: se mi leggi, *kho,* fatti sentire), ma proprio quel termine, ***maranza***, oggi sembra essere diventato la parola dell’anno: un’espressione dello slang milanese da paninari degli anni Ottanta è finita su tutti i giornali d’Italia, nei telegiornali in prima serata, nelle polemiche sui social media e al centro delle diatribe politiche sulla sicurezza nelle città.

Google Trends e il termine “maranza”
Nell’ultimo biennio, più o meno all’improvviso, di maranza ci si è messi a parlare a ritmo decuplicato: quel che fino a poco tempo prima era stato un magari arrogante, ma in fondo innocuo tamarro, oggi è diventato **il simbolo di tutti i mali della società**. A Torino il mese scorso Gioventù Nazionale, il ramo giovanile di Fratelli d'Italia, ha organizzato una campagna che ha chiamato [«Rifiuta la cultura maranza»](https://www.instagram.com/reel/DOs8RDNCk1S/?ref=culturewars.it), comprensiva di poster e volantinaggio [culminato in disordini](https://www.torinotoday.it/cronaca/liceo-einstein-disordini-volantinaggio-gioventu-nazionale-cultura-maranza-27-ottobre-2025.html?ref=culturewars.it).

A Roma la Lega di Matteo Salvini ha proposto addirittura una «legge anti-maranza», presentata con un orrido ma *catchy* richiamo alla nuova stagione di *Stranger Things* e che, di fatto, grafiche furbette a parte, cercherà di rendere (ancora) più complesso per gli stranieri [ottenere la cittadinanza italiana](https://www.fanpage.it/politica/cosa-dice-la-legge-anti-maranza-della-lega-che-vuole-complicare-la-vita-agli-stranieri-in-italia/?ref=culturewars.it).
> Maranza e baby gang a Milano non sono una serie TV, ma un problema reale. E non servono effetti speciali: purtroppo è tutto vero. La Lega risponde con la legge anti-maranza: più controlli, rispetto delle regole e tolleranza zero. [pic.twitter.com/1LLN1AKqrv](https://t.co/1LLN1AKqrv?ref=culturewars.it)
>
> — Lega - Salvini Premier (@LegaSalvini) [November 26, 2025](https://twitter.com/LegaSalvini/status/1993731229913411606?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Sono nato e cresciuto in un quartiere tutt’altro che “bene”, e da dieci anni vivo in via Padova a Milano: di *maranza* ne ho conosciuti, incontrati o soltanto visti centinaia e centinaia. Nessuno di loro finora mi ha mai fatto, o mostrato di volermi fare, nulla di male. E attenzione: questo non significa che, a livello più generale, le grandi città italiane siano prive di problemi di sicurezza causati *anche* da bande di minorenni che vivono in mondi paralleli di testi trap e bravate da postare sui social (Don Alì, un autonominato maranza popolare su TikTok, è stato [arrestato](https://www.rainews.it/tgr/piemonte/articoli/2025/11/linfluencer-don-ali-arrestato-per-la-spedizione-punitiva-contro-un-maestro-elementare-550de326-d091-4e35-9b02-69e3bf2b4df7.html?ref=culturewars.it) in questi giorni per aver minacciato in gruppo un maestro elementare). Conosco persone che ci sono passate, trovandosi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e sono certo che non sia nulla di piacevole.
Il punto, semmai, è che dare ai problemi diversi di una società complessa una singola definizione in direzione razzializzata contribuisce solo a **creare un colpevole dai tratti riconoscibili**, un capro espiatorio comodamente Altro su cui concentrare l’esasperazione e il senso di insicurezza. Ti hanno rubato il portafogli? Ti hanno sfondato i finestrini dell’automobile? Il quartiere è diventato invivibile? Beh, *sicuramente sono stati i maranza*.
E chi l’ha detto? Sul [Corriere Fiorentino](https://www.pressreader.com/italy/corriere-fiorentino/20230121/281797108129551?srsltid=AfmBOopJhI6WnIGQUszDFKdumfgioG4fi4UQP6XdnyN96R5zB1O-o023&ref=culturewars.it) all’inizio del 2023 il linguista dell’Università di Firenze Marco Biffi ammoniva, giustamente, sulle insidie di un uso mediatico così superficiale e polarizzante del termine:
> Vedo un rischio in questo modo di usare le parole; e chi le usa per professione dovrebbe saperlo. Il fatto che in gruppi di violenti ci siano anche alcuni maranza non significa, ovviamente, che maranza significhi violento. Così si rischia di marchiare inutilmente, con facili e superficiali sovrapposizioni, migliaia di ragazzi che non farebbero e non fanno del male a nessuno, e che semplicemente aderiscono giovanilmente, come avviene in ogni generazione, alla moda di un momento.
Nei luoghi di elezione della diffusione di questi trend, cioè i social, peraltro almeno inizialmente queste pose erano orientate a rappresentare una figura smargiassa ma in buona sostanza inoffensiva, di cui ridere fra coetanei. Poi l’intervento a gamba tesa della politica e dei media, in cerca di colpevoli a buon mercato da additare su quelle stesse piattaforme, ha creato un nuovo fronte di divisione innervato di una mai sopita xenofobia.
Il giornalista Gabriel Seroussi, autore di *La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza* (Agenzia X, 2025), sostiene che «che la figura del maranza incarni due delle categorie sociali più temute dalla maggior parte degli italiani: i giovani e le persone non bianche».
Continua Seroussi:
> Non è un caso che queste paure si siano palesate in maniera più netta negli ultimi anni, quando, per la prima volta in Italia, sono emersi i bisogni, gli interessi e le ambizioni delle cosiddette “seconde generazioni”.
È esattamente così: quando avevo 15 o 16 anni io, i “maranza” – soprattutto in provincia – erano ancora pochissimi, isolati, disorientati rispetto alle loro radici e al loro bagaglio culturale; oggi invece gli adolescenti, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione di massa, sono esposti alle diverse ramificazioni della loro stessa immagine e alle storture sociali che portano con sé.
Prima di tutti gli scippi, le bravate, i video virali condivisi dall’europarlamentare leghista di turno, i crimini delle baby gang e le notizie sulle “ronde anti-maranza” che da qualche tempo riempiono la nostra dieta informativa, dovremmo parlare **delle condizioni materiali delle città** in cui il fenomeno si dispiega, e di ciò che le ha create.
Nel quartiere torinese di Barriera di Milano – quello dove è stato arrestato Don Alì e quello dove hanno volantinato i giovani di Fratelli d’Italia – si respira un’aria di ritiro completo dello Stato da almeno 15 anni. La politica locale e nazionale ha *scelto*, deliberatamente, con le sue opere e soprattutto con le sue omissioni, di creare questo e tanti altri quartieri-ghetto in cui spingere i poveri, gli ultimi arrivati e gli indesiderabili della società.
L’inevitabile conseguenza è che in questi luoghi la legge non esiste, perché non esistono istituzioni capaci di fornire riconoscimento e appartenenza ai cittadini. Barriera di Milano e gli altri quartieri dei *maranza* sono la polvere spazzata sotto al tappeto per anni, finché all’improvviso sotto quel tappeto si è formato un rigonfiamento che, non si sa come, indigna anzitutto gli stessi responsabili di una pulizia così ipocrita e sbrigativa.
Dopo aver citato me stesso in sua vece – un po’ di sano lavoro su noi stessi, se vogliamo di stampo decoloniale, dobbiamo farlo tutti – passo a citare direttamente qualche rima di [un vecchio successo](https://www.youtube.com/watch?v=zU9doGbJi0M&ref=culturewars.it) di Maruego:
> *Ho sentito un tipo che ha un amico che ha una barca*
> */ che se lo fai contento poi lui ti accompagna*
> */ Spagna, Francia, Olanda, Italia*
> */ in cerca di un Paese, in cerca di rivalsa*
> */ Storie di immigrati in cerca di speranza*
> *Najat e Ahmed sono sulla stessa barca.*

• E se il woke fosse sempre stato [uno strumento del capitalismo](https://www.nybooks.com/articles/2025/12/04/where-wokeness-went-wrong-desire-and-fate-rieff/?ref=culturewars.it)? (dietro paywall, grazie a Silvio L. per la segnalazione);

- Perché ci siamo trovati tutti a parlare di quella benedetta [famiglia che vive nel bosco](https://lucysullacultura.com/perche-il-dibattito-sulla-famiglia-dei-boschi-ci-colpisce-cosi-tanto/?ref=culturewars.it) (a parte “per la legge spietata degli algoritmi”, si intende);

- Come Wikipedia sta tenendo botta di fronte alle guerre culturali, [spiegato da Wikipedia](https://www.nytimes.com/2025/11/25/podcasts/hardfork-the-interview-jimmy-wales.html?ref=culturewars.it).
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### Mestizia privata
URL: https://www.culturewars.it/chat-influencer-instagram-vagnoli/
Last updated: 2026-02-10T16:26:31.000Z
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Lo so, lo so: non ne puoi più – e, credimi, io con te – di sentir parlare della [storia delle chat](https://www.corriere.it/cronache/25%5Fnovembre%5F01/carlotta-vagnoli-valeria-fonte-chat-selvaggia-lucarelli-ca9edcb0-5ca7-42b2-8e1e-5d5d99c4bxlk.shtml?ref=culturewars.it) di alcuni influencer/attivisti italiani, intercettati nell’ottica di un’indagine della Procura di Monza nei confronti di **Carlotta Vagnoli e Valeria Fonte**, due nomi molto noti su Instagram nel contesto dell’attivismo femminista, accusate di stalking.
Forse però qualcosa rimane ancora da dire, e mi perdonerai se provo a farlo con questo intervento.
È stato sottolineato – [da me](https://www.instagram.com/p/DQhQLmBDW8Y/?ref=culturewars.it) per primo – che quelle chat non avremmo dovuto poterle leggere. **Selvaggia Lucarelli**, l’autrice dell’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano che ha dato la stura al caso, ha scelto di farsi giustizia da sola mettendo in fila una serie impressionante di ripicche: verso le influ-attiviste in questione, con cui ha conti aperti e che in questo famigerato gruppo la prendevano di mira; verso la sua ultra-nemica e collega Guia Soncini, che compare nel sunto della storia per motivi imprecisati; verso le altre persone presenti nelle intercettazioni, anche se non risultano indagate.
I motivi per guardare con sospetto e cautela questo tipo di giornalismo dovrebbero essere di semplice intuizione, ma ripetiamo il principale: quello che privati cittadini, anche con un profilo pubblico, si dicono stravaccati sul divano la sera su WhatsApp non dovrebbe interessarci, a meno che non abbia a che fare direttamente col loro ruolo in società.
In questo secondo senso, ci sono alcuni passaggi rilevanti (a cui curiosamente Lucarelli non ha dato particolare rilievo, preferendo concentrarsi sugli insulti a Mattarella, a Liliana Segre e a Cecilia Sala). Uno di questi, in cui a parlare è Vagnoli, recita:
> Dobbiamo radicalizzare, attaccare, accusare. La cancel culture è l’arma più potente che il femminismo abbia avuto negli ultimi dieci anni.
Non solo: si discuteva, nel suddetto gruppo, dell’idea di aprire un profilo Instagram anonimo all’estero per potersi dedicare impunemente a *call-out* diretti a persone definite arbitrariamente abuser, in modo da causar loro – per citare la definizione brutale usata nei confronti di A. S., la vittima del trattamento di terra bruciata che ha denunciato le influencer – «una morte sociale, politica che non immagini».
In realtà, un grande non detto della vicenda è che, per le figure oggetto di indagine, il privato coincide largamente col pubblico. Ovvero: non soltanto andare a spulciare ciò che scrivevano in privato di persone che non stimano è eticamente ambiguo (dal mio punto di vista, almeno) e costituisce un livello di condanna morale a cui nessuno potrebbe sottrarsi, ma risulta anche inutile. Tutto ciò a cui bisognava prestare attenzione su quel versante avveniva alla luce del sole, e così è stato per anni.
Fonte incoraggiava delazioni e la costruzione di liste di proscrizione di presunti *abuser* da mettere all’indice *in pubblico*; Vagnoli mandava nei campi di rieducazione dei suoi numerosi follower redattrici che non avevano inserito un asterisco in un libro [*in pubblico*](https://www.facebook.com/davpiacenza/posts/pfbid0J47w8auvBZrs8T197AWP8UYEuZ4Gh2wFqrmppKzt9eNKJRTG3JSzL1cUWQTan6RFl). Il nocciolo della questione è stato pubblico dal giorno uno; da quando il sistema culturale ha cooptato, coccolato e provato ad assorbire – con libri, ospitate in tv, inviti a festival, collaborazioni e quant’altro – attiviste il cui registro e la cui agenda sono sempre stati questi.
Con tutta la buona volontà, non riesco a capire come da questa storia si possa trarre una lezione per cui in Italia – *ora lo sappiamo!* – ci sono femministe che predicano bene e razzolano male, dato che augurano cose turpi a personaggi famosi, politici, giornalisti e colleghe: se questo fosse il metro da applicare, magari tanti non arriverebbero a livelli di astio così estremizzati, ma nessuno sarebbe moralmente titolato a prendere posizione su niente.
Ma qui la questione è diversa. Perché negli ultimi anni qualcuno ha iniziato a porre il dubbio che quel **piano inclinato di resa al consenso algoritmico**, alla polarizzazione facile e all’engagement para-pubblicitario delle cause avrebbe prodotto ircocervi temibili e dai piedi d’argilla. È un gruppo in cui mi inserisco volentieri, dato che il mio [libro](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/) uscito nel 2023 verte largamente su questi argomenti.
Solo che per anni ci è stato prontamente risposto da schiere di pretini corporativisti che si trattava di timori eccessivi, che non stava succedendo niente di rilevante, che avevamo anzi pregiudizi anti-tecnologici... quando non, direttamente, che sotto sotto *ce l’avevamo con la sinistra* perché eravamo, insomma, diciamocelo, dai, *di destra* (la mia preferita, benché per fortuna molto rara nel mio caso).
Avvolgiamo veloce fino ad oggi: *effettivamente* le star dell’influ-attivismo italiano, in assoluta coerenza con ciò che suggerivano le loro Storie e i loro Reel, hanno sostituito alla politica una **performance egoriferita poggiante su dissidi personali**, ex amicizie, storie di tradimenti o di antipatie, eccetera; *effettivamente* la più celebre e influente fra di loro rivendicava in senso politico la «cancel culture» come «l’arma più potente che il femminismo abbia avuto negli ultimi dieci anni», mentre nel resto del tempo ne negava spazientita l’esistenza più remota (e i pretini in coro: *bravissima! Vieni a parlarne al mio festival!*). *Effettivamente*, in altre parole, questa saldatura tra social media e politica presentava lati oscuri, conflitti irrisolti e aporie, ben esemplificati da una propaganda dichiaratamente – ripetiamolo – volta a dividere e radicalizzare.
Beninteso: a me non interessa nulla sentirmi dire che ho avuto ragione – qualsiasi cosa significhi averla in uno scenario complesso, multiforme e reso una pantomima di ripicche come questo – o che qualcuno mi dia una coccardina-premio per aver sottolineato questo o quell’aspetto rilevante in questa querelle. Ci mancherebbe altro.
Vorrei però che qualche nome, tra quelli dei progressisti artefici della cultura mainstream che hanno dato spazio, legittimità e nuovo pubblico a questo modo di intendere la politica e l’attivismo, oggi si fermasse un secondo e si facesse il proverbiale esame di coscienza. E non certo perché c’è chi ha augurato la morte al presidente della Repubblica e schernito una giovane prigionera politica in Iran o Selvaggia Lucarelli: quelle sono antipatie personali, espresse in un contesto informale fra amici.
Quest’epoca ci ha abituato a ficcare il naso in ogni aspetto della vita delle persone, sfumando i confini tra pubblico e privato, e in un certo senso gli influencer assaggiano il gusto amaro di una medicina di cui hanno contribuito a perfezionare la ricetta. Ma oltre alla dimensione individuale che il capitalismo libertario della Silicon Valley ha elevato a ordine dominante **c'è ancora una dimensione collettiva**: è a quella che dobbiamo guardare.
Quando il saggio indica le avvisaglie di deriva sociale, viene da dire, lo stolto guarda il contenuto di una chat: ma quest’ultimo farebbe bene a farsi gli affari suoi e tornare al piano del pubblico; è quello in cui un’incarnazione ultra-liberista della tecnologia comunicativa di quest’epoca ci sta rendendo tutti più appiattiti, assuefatti alle logiche del marketing e, in definitiva, manipolabili.

- Aspetta, aspetta: quindi ora avere un fidanzato... [è imbarazzante](https://www.vogue.com/article/is-having-a-boyfriend-embarrassing-now?ref=culturewars.it)?

- Com’è guardare uno spettacolo – *quello* spettacolo – di stand-up comedy [in Arabia Saudita](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2025/10/fear-laughing-riyadh-comedy-louis-ck/684527/?ref=culturewars.it);

- La [fuga di Starbucks](https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2025-10-29/starbucks-can-t-escape-the-culture-wars?ref=culturewars.it) dalle guerre culturali.
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### La guerra all’educazione sessuale
URL: https://www.culturewars.it/divieto-educazione-sessuale-scuola/
Last updated: 2025-10-17T10:07:16.000Z
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Le forze della maggioranza in parlamento hanno [ratificato un emendamento](https://www.repubblica.it/cronaca/2025/10/15/news/educazione%5Fsessuo-affettiva%5Fa%5Fscuola%5Fvietata%5Falle%5Fmedie-424915319/?ref=culturewars.it) al disegno di legge sul «consenso informato a scuola»: la norma, presentata dalla leghista Giorgia Latini, estende alle scuole medie il divieto di ogni forma di educazione sessuale e affettiva per gli studenti, già esclusa nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria.
Gli estensori dell’emendamento – la destra di governo – hanno parlato della necessità legislativa di «estendere il divieto ad attivisti ideologizzati ed esperti esterni di poter parlare di tematiche sessuali ai ragazzini delle medie», mentre ProVita, celebrando la svolta, gli ha fatto eco spiegando che così si «impedisce che i bambini siano indottrinati dalle associazioni abortiste o dagli attivisti Lgbt».
Nella più verosimile pratica, in realtà, questo disegno di legge renderà impossibile per adolescenti e pre-adolescenti accedere alle loro prime informazioni sull’affettività nelle relazioni, sulle malattie sessualmente trasmissibili e sul contrasto alla violenza sessuale: come notato da molti, nel giorno della barbara [uccisione a Milano dell’ennesima donna](https://tg24.sky.it/cronaca/2025/10/17/pamela-genini-femminicidio-milano-gianluca-soncin-news?ref=culturewars.it) vittima di barbarie di stampo patriarcale e sessista, Pamela Genini, il governo ha prodotto **un orrore anche simbolico**.
Invece di permettergli di apprendere modelli di comportamento e di affettività da professionisti della salute pubblica, le forze politiche che si dicono più attente alla salvaguardia dei giovanissimi li lasciano alla deriva nel mare magnum dei social media, in balia di influencer di idee incel e polarizzazioni di genere che distorcono l’immaginario sociale delle relazioni.
Un’involuzione doppiamente disarmante, dato che quando alle medie ci andava la mia generazione, nei primi anni Duemila, l’educazione sessuale – come si chiamava allora – **non era un problema per nessuno** (e io ho fatto le medie in un istituto che, seppure pubblico, condivideva i suoi spazi con una scuola cattolica, tanto per dire).
Devo ancora trovare una persona mia coetanea che mi dica che, [anche nei luoghi più provinciali](https://x.com/masaccio%5F/status/1978800071421350122?ref=culturewars.it), bigotti e impervi d’Italia, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio l’educazione sessuale risultasse qualcosa di controverso.
E allora perché lo è diventato? Insomma, chi ha avuto – e ha ancora, beninteso – interesse a “creare il caso” sull’educazione sessuo-affettiva, e perché? Da dove viene questo mito oscuro degli «attivisti ideologizzati» che indottrinano i bambini?
Detta in modo semplice, **dalle guerre culturali** del mondo anglofono. Avete presente quell’insieme di conflitti simbolici che *non ci riguardano*, perché *appartengono a realtà diverse dalla nostra*, chi se ne occupa è *convinto di vivere a New York*, e comunque *non hanno chissà quali effetti* sulla realtà (meno che mai quelli di [spingere un candidato](https://www.culturewars.it/trump-vinto-woke/) alla Casa Bianca, figuriamoci)? Ecco, quelle.
La destra internazionale bombarda con costanza sulle insidie dell’educazione sessuale a scuola da decenni, strutturando **un panico morale** (ecco una rara volta in cui questa espressione, spesso utilizzata a casaccio, ha un’applicazione) che ha effetti a cascata sulle strategie e i prontuari comunicativi dei reazionari di ogni latitudine.
Negli Stati Uniti questo spauracchio ha trovato il suo punto di caduta nei corsi che si occupano, oltre che di educazione affettiva, di identità di genere e orientamento sessuale: dietro la bandiera dei [*parental rights*](https://www.theguardian.com/us-news/2023/mar/24/republicans-parents-rights-education-culture-war?ref=culturewars.it) – cioè la possibilità dei genitori di scegliere ciò che i figli imparano su questi argomenti: nient’altro che il «consenso informato» che il governo Meloni ha reso legge anche in Italia alle superiori – la destra americana di Trump ha messo in piedi un’offensiva legale fatta di boicottaggi, leggi liberticide e attivismo ibrido di “genitori preoccupati”; una macchina da guerra che l’anno scorso era già [costata più di tre miliardi di dollari](https://www.theguardian.com/us-news/ng-interactive/2024/oct/23/public-schools-culture-war-cost?ref=culturewars.it) in spese legali alle scuole d’oltreoceano.
Lo scorso giugno la Corte Suprema ha [dato ragione](https://www.reuters.com/legal/government/us-supreme-court-set-rule-dispute-over-lgbt-storybooks-school-classes-2025-06-27/?ref=culturewars.it) a un gruppo di madri e padri di fede cattolica e musulmana che avevano denunciato l’istituto scolastico dei figli, chiedendo che i corsi con riferimenti a persone Lgbt+ diventassero facoltativi. L’anno scorso in Wisconsin, uno fra i tanti teatri di questi scontri, l’assemblea statale ha approvato una legge che permette ai genitori di **impedire ai figli di frequentare qualsiasi lezione su «temi controversi»** come l’orientamento sessuale.
In Gran Bretagna nel 2023 diversi politici conservatori si sono [detti preoccupati](https://www.theguardian.com/education/2023/mar/08/sex-education-review-is-politically-motivated-say-teaching-unions?ref=culturewars.it) dal fatto che i giovani inglesi fossero esposti a materiale «esplicito» (comprensivo di «lezioni sul sesso orale», si è detto), e l’allora primo ministro Tory Rishi Sunak ha chiesto al ministero dell’Istruzione di avviare un’indagine interna per accertare che le scuole non stessero «insegnando contenuti inappropriati o contestati».
In Francia, l’attivismo online della destra ed estrema destra transalpine nel 2024 ha [preso ferocemente di mira](https://www.lemonde.fr/societe/article/2024/02/26/education-a-la-sexualite-l-ecole-sous-pression-d-associations-de-la-droite-conservatrice-et-d-extreme-droite%5F6218578%5F3224.html?ref=culturewars.it) amministratori scolastici ed educatori coinvolti in corsi e incontri di educazione affettiva nelle scuole medie inferiori, **facendo passare per molestatori** i partecipanti a discussioni su temi come la «vita emotiva e le relazioni tra ragazze e ragazzi».
E anche in Spagna, fin dal periodo della pandemia il partito di estrema destra Vox [ricorre abitualmente a fake news](https://elpais.com/sociedad/2020/01/20/actualidad/1579526566%5F809981.html?ref=culturewars.it) conclamate – come quella dei «bambini di età inferiore ai sei anni a cui vengono insegnati giochi erotici» – per instillare nel pubblico il timore di forze occulte che vogliono fare il lavaggio del cervello alle fasce sociali più indifese.
L’obiettivo, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi lingua, è lo stesso: cementare il proprio consenso tra famiglie sempre più disorientate e preoccupate, che si sentono abbandonate alla mercé di un dibattito pubblico inesistente o riplasmato dal caos delle piattaforme digitali, dove vince chi urla più forte la frase di maggior effetto.
Ancora una volta, le guerre culturali si rivelano dispositivi perfetti per **inquinare i pozzi della realtà** politica e sociale contemporanea: basta avere una storia che funziona, sostenerla contro qualunque dato di realtà facendo fronte unito, e aspettare che queste «verità alternative» si sedimentino nell’opinione pubblica. *Et voilà*, il gioco è fatto: Bibbiano è diventato una scuola di strategia politica, la sinistra sta indottrinando i bambini, ma *per fortuna ci siamo noi*.
È soltanto storytelling, si sarebbe detto qualche anno fa: ma purtroppo è uno storytelling che in questa architettura comunicativa – che per tanti, troppi pare ancora andar sostanzialmente bene com’è: non saremo mica neoluddisti, suvvia? – funziona fin troppo bene. Col risultato che domani, dopodomani e fra dieci anni tanti giovani e meno giovani si rapporteranno con i loro partner senza strumenti che gli sono stati tolti, in fin dei conti, da un’efficace storiella.
## ****Altre news dal fronte**
- Dunque sì, ci sarebbe che i giovani Repubblicani a quanto pare amano [scherzare](https://www.politico.com/news/2025/10/14/private-chat-among-young-gop-club-members-00592146?ref=culturewars.it) sul loro amore per Hitler;

- Jon Ronson, cioè forse la prima persona al mondo ad accorgersi di certe dinamiche tossiche in rete, dice che oggi *woke* è un termine che [vale per la destra](https://www.itv.com/news/2025-10-05/woke-has-swapped-sides-jon-ronson-on-cancel-culture-and-conspiracies?utm%5Fsource=chatgpt.com);

- Osservatorio nicchie online: Bluesky è [un posto incredibile](https://x.com/jessesingal/status/1973791534332969007?ref=culturewars.it).
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### Dispacci americani
URL: https://www.culturewars.it/dispacci-americani-2/
Last updated: 2025-10-01T21:32:24.000Z
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Il primo motivo per cui mi rattrista vedere i rimpiattini di **accuse e gomitatine social sulla “cancel culture”** ogniqualvolta Donald Trump mette in atto l’ultima svolta [chiaramente fascistoide](https://www.latimes.com/politics/story/2025-09-27/trumps-domestic-terrorism-memo-some-see-blueprint-for-vengeance?ref=culturewars.it) è che il fascismo non si combatte con le gomitatine.
Il secondo motivo per cui mi rattrista vedere i suddetti rimpiattini è che da quattro anni, con questa newsletter e altrove, parlo degli “al lupo!” della destra statunitense (è il titolo di un capitolo del [mio saggio](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/) del 2023 su questi temi, *La correzione del mondo*) sulla “libertà di espressione”, e ho a lungo sperato che quei gomiti si mettessero al lavoro per non consegnare immaginari, dibattiti e vantaggi strategici ai pastorelli trumpiani.
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### Cancellati in nome del free speech
URL: https://www.culturewars.it/charlie-kirk-cancel-culture/
Last updated: 2025-09-15T17:36:21.000Z
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Negli ultimi giorni il commento politico internazionale ha infranto un nuovo record di tribalizzazione polarizzata: Tyler Robinson, il 22enne che ha ucciso [Charlie Kirk](https://www.culturewars.it/charlie-kirk-assassinio/), era di sinistra? Di destra? Ha inciso sui bossoli delle sue pallottole frasi afferenti all’«[ideologia transgender](https://www.wsj.com/livecoverage/charlie-kirk-shot/card/ammunition-in-kirk-shooting-engraved-with-transgender-antifascist-ideology-sources-pdymd1sXXMSlVRhpvR4b?ref=culturewars.it)», qualunque cosa ciò significhi? (No, era un fraintendimento dovuto alla marca del bossolo); ha usato citazioni da *Bella ciao*? (Sì, ma era un riferimento [a un videogioco](https://www.fanpage.it/esteri/armi-videogame-e-ideologia-di-destra-cosa-sappiamo-sulluomo-che-ha-sparato-a-charlie-kirk/?ref=culturewars.it)).
Robinson è cresciuto in una famiglia di mormoni conservatori, è stato esposto alle armi da fuoco fin da bambino, secondo alcuni report frequentava ambienti online di un certo tipo, insomma: sono cose ormai note. Nelle ultime ore pressoché chiunque è diventato un esperto dell’oscura sotto-sottocultura di estrema destra online dei [Groyper](https://www.forbes.com/sites/tylerroush/2025/09/13/what-is-a-groyper-nick-fuentes-says-his-followers-framed-in-charlie-kirk-shooting/?ref=culturewars.it), di cui fino a ieri pensavo di essere uno fra i pochi a conoscere l’esistenza. Ma meglio così.
E mentre le indagini proseguono – e [scoprono](https://www.axios.com/2025/09/13/kirk-suspect-transgender-roommate?ref=culturewars.it) che in effetti il movente potrebbe avere a che fare con le posizioni anti-trans di Kirk, come sosteneva la prima ipotesi sbugiardata dei bossoli: sarebbe una bella lezione per chi, come il sottoscritto, ha parlato troppo presto – l’opinione pubblica continua a **erigere barricate oltre cui rimpallarsi ogni responsabilità** politica e morale dell’accaduto, rivelando che l’importante, ancora una volta, è anzitutto segnare punti in una guerra mimetica.
Tra le reazioni scomposte generate dall’assassinio si scorge un sottogenere particolarmente caro – per così dire – a questa newsletter: quello delle purghe e delle limitazioni del diritto alla libertà di espressione (non immaginati ma fattuali, si intende).
Almeno in teoria, Charlie Kirk era il rappresentante di spicco di un fronte che si oppone duramente alla pratica di far licenziare chi ha idee difformi, o di isolare socialmente i titolari di opinioni sgradite, giusto? Io l’avevo capita così, almeno. Eppure, dopo la brutale uccisione di Kirk, moltissimi esponenti della sua parte politica... sembrano essere **ricorsi esattamente ai modus operandi** che hanno sempre denunciato come derive del fronte avversario.
Poche ore dopo la sparatoria il deputato Repubblicano Clay Higgins, della Louisiana, ha [dichiarato](https://thehill.com/homenews/house/5498536-clay-higgins-targets-charlie-kirk-killing-celebrators/?ref=culturewars.it) che avrebbe utilizzato «i poteri del Congresso» per far bandire a vita dalle piattaforme social chiunque avesse «sminuito l’assassinio di Charlie Kirk»; la Clemson University, in South Carolina, ha [sospeso](https://scdailygazette.com/2025/09/13/clemson-suspends-employee-following-social-media-posts-mocking-death-of-charlie-kirk/?ref=culturewars.it) almeno un dipendente che aveva fatto commenti disdicevoli sull’accaduto; specialisti legali hanno [invitato](https://x.com/TheLegalMindset/status/1966541313387700438?ref=culturewars.it) a segnalare chi aveva celebrato la morte di Kirk al rispettivo datore di lavoro, per chiederne il licenziamento; influencer conservatori si sono [vantati](https://x.com/oliviakrolczyk%5F/status/1966477563636617359?ref=culturewars.it) di aver fatto una miriade di telefonate con lo stesso fine; un militare della Virginia è stato brandito come esempio anti-patriottico per aver [semplicemente citato](https://x.com/DrChaseSpears/status/1966889070245855616?ref=culturewars.it) frasi di Kirk, senza commento; qualcuno, in preda a delirio delatorio, ha [additato](https://x.com/scarlett4kids/status/1966718680911204365?ref=culturewars.it) un ristorante perché la moglie del suo proprietario non era in lutto.
Non bastasse, è rapidamente nato una database sistematizzato, inizialmente chiamato “Expose Charlie’s Murderers” («esponi gli assassini di Charlie», ora ribattezzato senza fare un plissé “[Charlie Kirk Data Foundation](https://x.com/forcharliekirk1?ref=culturewars.it)”) con un profilo X da più di 100mila follower e la missione dichiarata di «**screenshottare le prove** di tutti coloro che festeggiano l'omicidio di Charlie Kirk» (spesso, in realtà, più che «festeggiare» [criticano](https://x.com/NathanJRobinson/status/1967280294282907803?ref=culturewars.it) le posizioni della vittima).
> Screenshot evidence of all those celebrating Charlie Kirk’s murder.
>
> Have it ready for submission soon. Collect everything.
>
> — Charlie Kirk Data Foundation (@forcharliekirk1) [September 14, 2025](https://twitter.com/forcharliekirk1/status/1967257622794649943?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Ora, magari sono io, ma mi ricordo che queste, una volta (leggi: fino all’altro ieri), erano le cosacce che facevano gli estremisti di sinistra, i predoni da tastiera, i perfidi paladini della cancel culture progressista: così hanno sostenuto per anni, uniti in una sola voce, i capibastone del mondo MAGA.
E così, paradossalmente, sostengono tuttora: *gli Stati Uniti hanno un problema di limitazione della libertà di espressione, Charlie Kirk ha provato a risolverlo... ed è per questo che ti impediremo di parlarne male*. Non fa una grinza sul piano logico-argomentativo, no?
Da una parte la destra americana sostiene che Kirk è rimasto indigesto a molti perché faceva discorsi *scomodi*, ma facendo discorsi scomodi sul suo conto finirai su un sito web col suo nome che ti **accusa di essere il mandante** del suo assassinio. Il trionfo del doppio standard, e soprattutto della compartimentazione della realtà, verrebbe da dire.
Per inciso, non credo che chi ha giubilato, con più o meno ironia, per l’omicidio di Kirk sia un esempio da seguire: come ha scritto il sempre ottimo Ben Burgis [su Jacobin](https://jacobin.com/2025/09/charlie-kirk-murder-political-violence?ref=culturewars.it), un eventuale sdoganamento ulteriore della violenza sociale, al netto di ogni altra considerazione, sarebbe una notizia terribile per la sinistra (che, se ha mezzi per vincere la bagarre politica, li ha certamente su altri piani).
Ma non si può pretendere che la morte di un personaggio pubblico, per quanto giovane e in salute, sia salutata da tutti allo stesso modo. Finché ci saranno piattaforme dove chiunque può esprimersi liberamente e affidare le sue idee al resto del mondo, aspettiamoci che alcuni messaggi post-dipartita mancheranno di umana empatia, e altri saranno più e meno indegni. È del tutto normale.
Quel che rimane più grave è che un gruppo politico-sociale al governo di un Paese che ha fondato la sua riscossa sulla bandiera del *free speech* oggi sia in prima linea per limitarlo, ponendo distinguo e specificando eccezioni per cui la delazione, il deplatforming e persino il licenziamento, magicamente, diventano soluzioni accettabili, anzi appetibili.
Di questo inganno alla base dei discorsi alla cancel culture provo a scrivere da qualche anno, ma devo dire che la realtà si dimostra sempre più eloquente di qualsiasi analisi e tentata razionalizzazione.
Nel rispetto che si deve alla vita umana va detto, come ha [scritto](https://www.culturewars.it/charlie-kirk-assassinio/) il collega Stefano Piri in un bel post su Facebook, che **Charlie Kirk non era un vate del dialogo** e della persuasione da dibattito alla pari, bensì «un professionista della manipolazione e dell’intimidazione»: se ricordarlo dopo la sua scomparsa viene equiparato a un’opinione da cancellare, significa che della salvaguardia delle opinioni sgradite ai suoi adepti e sodali, in fin dei conti, non era mai interessato nulla.
## ****Altre news dal fronte**
- Ok, ma com’è esattamente che Kirk ha [portato la destra a vincere le guerre culturali](https://www.salon.com/2025/09/14/death-of-a-culture-warrior-the-rights-comeback-win-is-charlie-kirks-legacy/?ref=culturewars.it)?;

- Dieci esperti di violenza politicamente motivata [raccontano cosa potrebbe succedere adesso negli Stati Uniti](https://www.politico.com/news/magazine/2025/09/12/charlie-kirk-political-violence-expert-analysis-00558638?ref=culturewars.it);

- È [la fine della critica culturale](https://nymag.com/intelligencer/article/do-media-organizations-even-want-cultural-criticism.html?ref=culturewars.it), e anche io non mi sento tanto bene.
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### Checkpoint Charlie
URL: https://www.culturewars.it/charlie-kirk-assassinio/
Last updated: 2025-09-10T23:29:26.000Z
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**Charlie Kirk** è stato un personaggio pubblico deleterio, non c’è un altro modo di dirlo: il fondatore dell’associazione studentesca Turning Point USA, [ucciso](https://www.nytimes.com/live/2025/09/10/us/charlie-kirk-shot-utah?ref=culturewars.it) ieri durante un evento dal vivo alla Utah Valley University da un killer che gli ha sparato da quasi 200 metri di distanza (una distanza maggiore di quella di Dallas) e che, mentre scrivo, non è ancora stato identificato, ha inquinato i pozzi d’America nei modi più fuorvianti, scorretti, abietti.
Kirk, 31 anni, era quello che [sosteneva](https://www.rawstory.com/charlie-kirk-louisville-shooting/?ref=culturewars.it) che alle vittime della violenza da armi da fuoco – la stessa violenza che gli ha tolto la vita – non dovesse venire permesso di «monopolizzare il racconto sul piano emotivo»; che, anzi, una manciata di morti per la diffusione di armi sul suolo statunitense sarebbe [un prezzo](https://x.com/beyoncegarden/status/1965870709005234581?ref=culturewars.it) «ragionevole» da pagare. Era il giovane uomo che aveva [chiesto](https://www.rollingstone.com/politics/politics-news/charlie-kirk-bail-out-alleged-paul-pelosi-attacker-1234621493/?ref=culturewars.it) pubblicamente a un «patriota» di salvare l’assalitore del marito di Nancy Pelosi.
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### #CamalliSoWhite?
URL: https://www.culturewars.it/camalli-flotilla-colonialismo/
Last updated: 2025-09-05T21:34:05.000Z
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Quella della **Global Sumud Flotilla** è un’iniziativa che mira a essere la più grande mobilitazione marittima di quest’epoca, col fine dichiarato di rompere l’assedio israeliano di Gaza. È il risultato della coesione di un network di movimenti e vuole instaurare un corridoio umanitario “civico”, trasportando via mare gli aiuti umanitari di cui Gaza viene privata e aumentando l’attenzione internazionale verso la pulizia etnica in atto.
Il nome “Sumud” – che in arabo significa “resilienza” o “costanza” – simboleggia, in questo senso, proprio la volontà dei partecipanti di resistere all’indifferenza globale e di sferzare le complicità trans-nazionali nella strage in corso. È una **missione esageratamente difficile**, se non proprio [impossibile](https://www.ilpost.it/2025/08/31/barche-global-flotilla-italia-come-sono/?ref=culturewars.it), ma anche una che vuole anzitutto far passare un messaggio forte e chiaro al resto del mondo.
La cinquantina di imbarcazioni coinvolte è partita nei giorni scorsi da porti sparsi per tutto il Mediterraneo, e mira a giungere a Gaza entro la metà di settembre. Particolare eco, nella grancassa dei social media italiani, ha avuto la partenza di 25 barche da Genova, salutata da 40mila persone, dove i camalli – gli operatori del porto – hanno affidato tra gli altri a Riccardo Rudino, portavoce del sindacato Calp (Collettivo autonomo lavoratori portuali) un [discorso](https://genova.repubblica.it/cronaca/2025/08/31/video/genova%5Flintervento%5Fdel%5Fcamallo%5Fse%5Ftoccheranno%5Fla%5Fgaza%5Fsumud%5Fflotilla%5Fbloccheremo%5Ftutta%5Fleuropa-424818112/?ref=culturewars.it) molto ricondiviso nelle ultime ore.
> Voglio che sia chiaro a tutti: intorno a metà settembre queste barche arriveranno vicino alla costa di Gaza, vicino alla zona critica. Se noi per soltanto venti minuti perdiamo il contatto con le nostre barche, con le nostre compagne e i nostri compagni, noi blocchiamo tutta l'Europa \[...\]. Insieme al nostro sindacato Usb, insieme a tutti i lavoratori portuali che ci stanno, insieme a tutta la città di Genova... da questa regione escono 13-14 mila container all'anno per Israele: non esce più un chiodo. Lanceremo uno sciopero internazionale, bloccheremo le strade, bloccheremo le scuole, bloccheremo tutto, devono tornare indietro le nostre ragazze e i nostri ragazzi senza un graffio, e tutta questa merce che è del popolo e sta andando al popolo, fino all'ultimo cartone deve arrivare dove deve arrivare, altre cose non ci sono da dire.
Un discorso vero, sentito, efficace: per quanto mi riguarda, un antidoto ideale all’ignavia che tratta Gaza come se fosse un’aporia senza soluzione, e non il risultato di una politica globale complice e inane. Qualcuno l’ha [definito](https://www.facebook.com/davide.enia/posts/pfbid0rsBTduFek64eT8j2hmFNnZaS4ZDRZFyf3ZQ38KQDtfc29PU9YHDKyTSvq1oR9C9Kl) «il miglior discorso politico degli ultimi anni», e io fatico a trovare obiezioni da muovergli.
Eppure, dopo l’ondata algoritmica di lodi e condivisioni, la mareggiata nel porto di Genova ha portato con sé una serie di distinguo, di ridimensionamenti e persino di prese di distanza. Tu dirai: vabbè, la solita destra. E invece, mirabile dictu, queste critiche alla Flotilla sono giunte da sinistra.
Riassumendole – ce ne sono diverse provenienti da profili variamente seguiti, additare singoli utenti è sgradevole e preferisco rimanere sul punto: se ti senti spaesato/a e vuoi riferimenti più precisi, chiedimi – tali obiezioni sostengono che mobilitarsi e accalorarsi per una spedizione di occidentali, per quanto con fini nobili e umanitari, **risulta intrinsecamente colonialista**. Altri utenti, influencer e non, hanno spiegato che la posizione di Rudino equivale a mettersi – lui, uomo bianco – al centro della narrazione, senza lasciare spazio alla «decostruzione attivamente antirazzista».
Non ci girerò intorno: mi pare incredibile che una mobilitazione popolare internazionale per consegnare aiuti umanitari a un popolo martoriato dall’aggressione di uno Stato canaglia attiri puntualizzazioni pelose non dai sostenitori, ma dagli *avversari* di quello Stato canaglia. È un rovesciamento pirotecnico, che frantuma l’attenzione mediatica per il fronte pro-Palestina nel momento di maggiore bisogno.
Preciso: la decostruzione delle posture e delle istituzioni coloniali, in sé, è una pratica importante e seria, con cui anche l’Italia dovrà fare i conti nei prossimi anni (e tanti auguri, se al governo ci sarà ancora la destra). Come sostiene [Donata Columbro](https://www.instagram.com/donatacolumbro/?ref=culturewars.it) – un esempio virtuoso di collega che tiene la barra dritta nel mare magnum di Instagram, anche quando non sono d’accordo con lei – farlo significa «pensare qual è la posizione che occupiamo, di volta in volta», e non è sbagliato, anzi.
Quello della Flotilla però è il caso (nonché il momento) meno indicato in cui fermarsi a calcolare la propria percentuale di colonialismo, a mio modo di vedere; un movimento di base fatto di portuali, operai, attivisti, sindacati e persone comuni volonterose è riuscito a mettere in piedi un progetto con ricadute vere, concrete, che hanno catturato l’attenzione pubblica e sfidato l’inazione della comunità internazionale: perché fermarci a sottolinearne le presunte mancanze?
Intendiamoci, non è che le azioni con finalità umanitarie debbano essere esenti da critiche per statuto, che il *white saviorism* sia una sciocchezza e che non si possa (o non si debba) avviare una discussione interna ai movimenti per criticarne gli impianti occidentalisti... ma questi risultati si otterranno abbozzando un controcanto *oggi*, con cinquanta barche che veleggiano verso Gaza per portare le provviste a cui Israele impedisce di raggiungere la Striscia?
A me sembra che ogni pensiero, parola, opera od omissione, per buona o encomiabile che sia, sui social media porti inevitabilmente a un influencer con un seguito variabile che **alza il suo ditino metaforico** per dire, non di rado con un certo cipiglio: *hey, avete presente quella cosa che vi piace? Non dovrebbe piacervi*. *Ecco perché.*
È una dinamica alla base di queste infernali fabbriche di content che chiamiamo piattaforme: per svettare bisogna distinguersi, insinuare il dubbio, trovare il punto di attrito e allargarlo fino a renderlo una faglia di divisione; nuove polarizzazioni, nuovo engagement, nuovi follower e tutti contenti – tranne chi poi deve vivere nella realtà, suo malgrado.
Non ne faccio una colpa personale di influencer o content creator, perché giocano a un gioco che funziona con regole falsate a monte: ma perché non fermarsi a ragionare? Perché non riflettere su come questi distinguo, che si dicono a fin di Bene, una volta messi in circolo dagli algoritmi **producono divisioni** che avvantaggiano un Male con già fin troppo campo libero?
Anche perché i membri del Calp, insieme ai loro omologhi degli altri porti del Mediterraneo, bloccano le armi dirette agli scenari di guerra con azioni di protesta (non è successo solo con quelle da imbarcare verso Israele, ma anche con Yemen, Emirati Arabi, Arabia Saudita: basta [fare una ricerchina](https://www.google.com/search?q=calp+genova+blocco+armi&sca%5Fesv=6b9acc621195338b&sxsrf=AE3TifO9EVeerHPQDn3FAq32P4sGnrML1A:1756900482674&ei=giy4aJP1KOWwi-gP9e%5FowAg&start=10&sa=N&sstk=Ac65TH5ZvSftGe-quc2BqrUg-zU3fM9nxstdUEPl0wwRIWyoCjQouTjWTVQwzHUKdOpRjf6StvcpWqjKUAEXyA9QAdXcan7I%5F9H8vw&ved=2ahUKEwiTvrOpxLyPAxVl2AIHHfU3GogQ8tMDegQICBAE&biw=1512&bih=857&dpr=2&ref=culturewars.it)) **da anni**, non da ieri. Quindi forse un po’ di anticolonialismo, di riffa o di raffa, l’hanno assorbito.
E se ci vogliamo decostruire seriamente, con metodo, lasciamelo dire: vedendo persone molto istruite che da casa loro fanno la punta ai compassi nautici di portuali partiti per mare a sfidare una potenza militare per consegnare cibo e farmaci, non posso non pensare che la società in cui viviamo, oltre che con il colonialismo, è ancora troppo tenera anche con il classismo.
E su questo secondo versante di discriminazione, purtroppo (o magari per fortuna), mi pare che l’*influencing* non abbondi. O sbaglio?
## ****Altre news dal fronte**
- Cracker Barrel è una catena di ristoranti del Sud degli Stati Uniti che ha deciso di ridisegnare il suo logo, in quella che immaginava essere un’operazione di routine. Ma il risultato è diventato un [caso di lagnanze sul *woke*](https://www.theguardian.com/us-news/2025/aug/30/cracker-barrel-backlash?ref=culturewars.it);

- Sempre sulla nostra amata rete internet sociale, la reporter statunitense Taylor Lorenz – nome importante del giornalismo online d’oltreoceano – ora è accusata di essere “di destra” per [questo articolo](https://www.wired.com/story/dark-money-group-secret-funding-democrat-influencers/?ref=culturewars.it) su un gruppo di influencer pro-Democratici;

- Serena Mazzini, aka Serena Doe, racconta un caso di [gogna pubblica durata quasi un anno e mezzo](https://www.instagram.com/p/DOIvfqLDPxO/?ref=culturewars.it).
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### I geni di Sydney
URL: https://www.culturewars.it/sydney-sweeney-spot-american-eagle/
Last updated: 2025-08-01T08:03:46.000Z
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Come si nota spesso in questa newsletter, le faglie di divisione di questa peculiare epoca storica si sono moltiplicate in modo esponenziale: ciò che fino a pochi anni fa era neutro, comune, usuale, oggi si carica di significati politici evidenti o reconditi, generando un’infinità di polemiche in cui ci troviamo a rimestare per giorni o settimane.
L’ultimo esempio che viene dal Paese al di là dell’oceano Atlantico riguarda una nota celebrity, **Sydney Sweeney**, e la sua ultima campagna pubblicitaria per uno storico marchio di abbigliamento, **American Eagle Outfitters**. Eccola:
Il primo spot della campagna è quello che ha causato l’ondata primigenia di biasimo e indignazione rituale: giocando sull’omofonia delle parole ***genes*** (geni del Dna) e **jeans**, l’attrice spiega con voce suadente che «i *genes* sono trasmessi dai genitori alla prole, spesso determinando caratteri come il colore dei capelli, la personalità e anche il colore degli occhi. I miei *jeans* sono blu».
Puoi iniziare ad immaginare cosa abbia scatenato il finimondo (ma ci arriviamo fra un attimo). Prima è bene sottolineare che American Eagle, un marchio dalla brand identity – scusa, giuro che non lo scrivo più – assai tradizionalista fin dal nome, da questa campagna ha tratto un cospicuo [rimbalzo in Borsa](https://www.ilpost.it/2025/07/25/sydney-sweeney-economia-american-eagle/?ref=culturewars.it), e dunque molti soldi.
Poi c’è Sydney Sweeney, che oltre che un indiscusso sex symbol di questi tempi è anche una star, in qualche modo, anacronistica. Viene dalle montagne del West americano, ha una passione per le automobili; deve la sua fama a un ruolo nella serie tv *Euphoria*, ma ha una personalità e una presenza pubblica diverse da quella delle colleghe: non si avventura pressoché mai a parlare di politica, che si tratti di proclami attivistici o di prese di posizione su temi di attualità (e anche per questo motivo, come talvolta accade, è apprezzata dai Repubblicani) e fonda il suo fascino su una femminilità lolitesca e autocompiaciuta, da diva acqua e sapone dell’America del Boom. Qualche commentatore l’ha [definita](https://x.com/MedGold%5F/status/1948773678491062313?ref=culturewars.it) «l’anti-Kardashian».
Con questi ingredienti di base, la frittata non poteva che avere il riconoscibile retrogusto speziato delle guerre culturali: se a destra la pubblicità quasi di sapore reaganiano ha fatto urlare ancora una volta alla fine della *wokeness*, invocata e celebrata come un ritorno alla bella America di una volta, a sinistra ha generato **accuse di... nazismo**. Spesso anche [assai virali](https://www.tiktok.com/@selinatheyapper/video/7531585073083141406?ref=culturewars.it).
> ohhhh haha like GENES!! i get it! she has good jeans like she has good GENES! hahahaha like in a nazi way!! totally!!!!! [https://t.co/kFsRGL1ilv](https://t.co/kFsRGL1ilv?ref=culturewars.it)
>
> — (((Ella Yurman))) (@EllaYurman) [July 26, 2025](https://twitter.com/EllaYurman/status/1948986062899949779?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Davvero il *perfect storm*, se ci pensi: nel pieno del più clamoroso, sguaiato e criminale ritorno del trumpismo, un brand di abbigliamento anni Ottanta da tempo in declino scrittura una bionda prosperosa per una pubblicità che parla di geni. E la fa salire su una Mustang del 1965\. *Boom*.
Se, da una parte, è comprensibile sentir bussare l’imbarazzo di fronte alle reazioni più scomposte generate dalla vicenda – il sito dell’emittente Msnbc ha ospitato l’[editoriale](https://www.msnbc.com/opinion/msnbc-opinion/sydney-sweeney-american-eagle-ad-whiteness-rcna221630?ref=culturewars.it) questionabile di una (bianchissima) producer secondo cui lo spot segnala uno «shift culturale senza freni verso la ***whiteness***» – dall’altra è pur vero che tutto questo è, in maniera evidente, il risultato di una strategia consapevole.
In altre parole: *ovviamente* American Eagle, quali che siano i suoi valori e il suo posizionamento, non intende rifondare il Terzo Reich. Ma chi potrebbe mai sostenere in buona fede che, puntando sui *geni* della sensualissima Sydney Sweeney, non abbia cercato di tornare rilevante appigliandosi alla polarizzazione a buon mercato indotta dall’esposizione alla viralità?
Questo non significa che gli pseudo-attivisti improvvisati su TikTok abbiano ragione da vendere, però pare necessario ammettere che lo spot gioca volutamente su un **crinale simbolico conflittuale**, proponendo un modello (anzi, una modella) che sa, a tutti gli effetti, di ritorno all’immaginario di un’altra epoca.
È tutto legittimo: fa parte della strategia comunicativa di un marchio che vuole rilanciarsi e, nel contempo, trasmettere certi valori magari meno “in trend” di altri negli ultimi anni, ma non per questo scomparsi. Però che da questa scelta siano derivate polemiche – anche nelle loro incarnazioni socialmediali più ridicole – non è un effetto collaterale, bensì parte di un calcolo di economia dell’attenzione.

Non so se quella che la stampa di destra chiama *woke mob* esiste davvero: è più probabile che là fuori ci siano tante persone molto giovani, molto impressionabili, molto [manipolate](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2025/07/sydney-sweeney-american-eagle-ads/683704/?ref=culturewars.it), con tanto tempo a disposizione o psicologie molto fragili che pensano che uno spot di trenta secondi visto online possa diventare una questione di Stato di cui [occuparsi per giorni interi](https://x.com/brad%5Fpolumbo/status/1949817704501670199?ref=culturewars.it).
La **reductio ad Hitlerum** è una realtà assodata nel *so-called* attivismo su TikTok di marca statunitense: in ossequio alla polarizzazione indotta dagli algoritmi, se qualcosa ha un sapore vagamente conservatore, allora è certamente *Nazi* (va detto che personalmente [su X](https://x.com/search?q=sweeney%20nazi&src=typed%5Fquery&ref=culturewars.it) ho trovato un rapporto di 20 post a uno tra chi ridicolizza la “suscettibilità woke” ed esempi concreti della suddetta, anche se è verosimile che su [Bluesky](https://www.culturewars.it/bluesky-migrazione-bolla/) la situazione sia diversa). Ma il problema maggiore è che questo circo ha l’unico fine di alimentare se stesso, sacrificando la comunicabilità sull’altare dell’engagement globale a ogni costo.
Come ha scritto [sull’Atlantic](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2025/07/sydney-sweeney-american-eagle-ads/683704/?ref=culturewars.it) il commentatore Charlie Warzel:
> Sebbene la controversia su Sweeney sia prevedibile, dimostra anche come Internet abbia completamente sconvolto il discorso politico e culturale. Persino il termine *discorso* – in riferimento al modo in cui un particolare argomento viene messo nel tritacarne di Internet – è improprio, perché nessuno dei partecipanti sta realmente parlando con gli altri. Piuttosto, ogni partecipante \[...\] rilascia dichiarazioni, non diversamente dai personaggi pubblici. Ognuna di queste dichiarazioni diventa materiale per le dichiarazioni di qualcun altro. Le persone non si parlano sopra, ma è chiaro che nessuno ascolta gli altri.
Un altro prerequisito essenziale per il successo di questi scontri, ça va sans dire, è **non avere idea di cosa siano stati per davvero il nazismo, l’eugenetica** e anche gli Stati Uniti in cui è cresciuta la generazione X. E il risultato di questo nonsense non può che avvantaggiare i Donald Trump del caso: ecco perché la Casa Bianca si è sentita in dovere di intervenire sulla pressante questione, [spiegando](https://variety.com/2025/tv/news/white-house-outrage-sydney-sweeney-american-eagle-jeans-1236474992/?ref=culturewars.it) che le reazioni della sinistra online alla campagna di American Eagle sono un «grande motivo» per cui il presidente ha vinto alle elezioni del 2024.
Forse però la palma d’oro del miglior intervento sghembo di questa disputa estiva in jeans va a quei conservatori e reazionari che sono riusciti a spostare il punto del discorso su... [quanto Sydney Sweeney sia effettivamente bella](https://www.youtube.com/watch?v=DgVEEr6LDGQ&ref=culturewars.it). Qualche luminare para-incel ha sostenuto che l’attrice non superi [il 6](https://x.com/Eppsorn/status/1948414714611945567?ref=culturewars.it) nel suo sistema valutativo: ma la sufficienza, nei casi di intemperie algoritmiche come questo, appare lontanissima per tutti.
## ****Altre news dal fronte**
- Il voto dei giovani (soprattutto maschi) per Trump è stato [un evento eccezionale](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2025/06/gen-z-red-wave/683212/?ref=culturewars.it), che verosimilmente non si ripeterà?

- Perché leggere è diventato difficile: David Foster Wallace l’aveva detto chiaro e tondo [già nel 2003](https://substack.com/@brockcovington/note/c-140047726?ref=culturewars.it);

- Sul web è iniziata l’era della [verifica dell’età](https://www.theverge.com/analysis/715767/online-age-verification-not-ready?ref=culturewars.it) minima degli utenti.
[](https://www.culturewars.it/membership/)
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### Non dire Epstein
URL: https://www.culturewars.it/epstein-files-trump/
Last updated: 2025-07-27T12:01:19.000Z
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Non c’è peggior gusto di quello della medicina che di solito si riserva agli avversari. Il presidente Trump deve stare iniziando a capirlo, a giudicare dalla cronaca degli ultimi giorni: gli ***Epstein Files*** stanno diventando un boomerang che minaccia di squassare in modo irreparabile la sua amministrazione.
Il martellamento sulla pubblicazione dei documenti relativi al finanziere Jeffrey Epstein, incriminato per abusi sessuali e tratta di minori tra il 2015 e il 2019, fino agli ultimi tempi era stato un’arma per **mettere pressione ai suoi avversari politici**, ma oggi la strategia gli si è ritorta contro in modo plateale.
Da giorni il dibattito pubblico su questo versante riluce di nuovi scoop giornalistici: il Wall Street Journal ha reso pubblico il contenuto di una [lettera che Trump ha inviato a Epstein](https://edition.cnn.com/2025/07/17/politics/epstein-birthday-letter-trump?ref=culturewars.it) per il suo 50esimo compleanno, nel 2003, corredandola del disegno di una donna nuda (e delle parole «Buon compleanno! E che ogni giorno possa essere un altro meraviglioso segreto»); poi, lo stesso quotidiano conservatore ha rivelato che la scorsa primavera Pam Bondi, la procuratrice generale degli Stati Uniti, aveva informato Trump del fatto che il suo nome [appariva negli archivi](https://www.nytimes.com/2025/07/23/us/politics/trump-epstein-files-named.html?ref=culturewars.it) dei file concernenti il caso.
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### Non siamo mai stati woke. Intervista a Musa al-Gharbi
URL: https://www.culturewars.it/intervista-al-gharbi-woke/
Last updated: 2025-07-17T20:09:56.000Z
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**Musa al-Gharbi**, il sociologo della Columbia che ha scritto il libro più interessante che abbia letto sui temi di questa newsletter (si intitola [*We Have Never Been Woke*](https://press.princeton.edu/books/hardcover/9780691232607/we-have-never-been-woke?ref=culturewars.it)*: The Cultural Contradictions of a New Elite*, l’ha pubblicato Princeton University Press e personalmente mi ci sono imbattuto l’anno scorso, a poche settimane dall’uscita, in una libreria di San Francisco), è una persona di una gentilezza rara: quando appare nella finestra della nostra riunione Zoom, si scusa di non essere riuscito a rendersi disponibile prima, ma – dice – è stato molto impegnato col tour di lancio del libro.
Pochi giorni prima mi aveva spiegato di essere atterrato in Canada con un ritardo di diverse ore, e di aver scoperto all’aeroporto, in piena notte, che la sua sim non funzionava, costringendolo a salti mortali senza fine.
Pur essendo stato definito «una stella in ascesa nel panorama intellettuale» degli Stati Uniti da David Brooks sul New York Times, al-Gharbi non risponde all’identikit del *pundit* mainstream d’oltreoceano: viene da una famiglia di militari dell’Arizona, è afroamericano e musulmano praticante, e prima di laurearsi alla Columbia non aveva mai avuto affiliazioni a grandi istituzioni della costa americana.
Eppure, **il suo libro ha aperto una breccia** nei discorsi che hanno colonizzato le nostre discussioni degli ultimi anni: per la prima volta, un’opera di saggistica con solide basi accademiche ha indagato il terreno di coltura dei discorsi *woke*, dissodandolo e analizzandone la composizione e le radici che vi attecchiscono.
Al-Gharbi mostra, con una mole rilevante di dati (tabelle, sondaggi, Google nGram, trend occupazionali e altro), che le ondate di «Awokening», come le chiama, sono cicliche e servono anzitutto a ridefinire le gerarchie all’interno del ceto intellettuale, piuttosto che a emancipare i gruppi marginalizzati. E – tutt’altro che un dettaglio – non lo fa demonizzando le istanze progressiste; al contrario, smascherandone le distorsioni e le strumentalizzazioni ne sottolinea l’importanza, criticandone le appropriazioni controproducenti che funestano quest’epoca.
Il concetto di partenza del libro è quello del “**capitale simbolico**” caro al sociologo Pierre Bourdieu, usato per spiegare – e dimostrare – come molti fra gli attori più «woke» difendano in realtà niente altro che i propri privilegi di censo, in modo più o meno conscio.
Tra gli esempi iniziali portati dall’autore, ci sono i comportamenti escludenti che le élite “inclusive” adottano verso le persone marginalizzate in carne e ossa che hanno intorno ogni giorno (homeless, rider a domicilio, personale di servizio), a cominciare dalla fretta con cui chiedono benefit *per sé* – come nel caso delle concessioni accademiche richieste dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020 – non considerando per nulla la condizione reale delle minoranze che si trovano ai margini dell’università.
Ho contattato Musa al-Gharbi per chiedergli perché in questi anni non siamo «mai stati woke» – e cosa pensa dell’attivismo contemporaneo, al di là dei portavoce social e i loro conflitti d’interessi. Questo è ciò che mi ha detto.
**⪢ Un pilastro centrale del tuo libro è l’argomentazione secondo cui le priorità dei capitalisti simbolici tendono a essere in contrasto con le esigenze concrete di coloro che dicono di voler aiutare. Perché secondo te questo dato di fatto, in sé piuttosto semplice e oggettivo, è stato cancellato dal dibattito? È perché le élite controllano le narrazioni? C’entra anche il discorso sui social media?**
**Musa al-Gharbi:** Credo ci siano un paio di fattori che creano questa situazione. Uno, come dicevi, è che le persone che controllano le *narratives* sono anche quelle che hanno interesse a vedere e rappresentare il mondo in un certo modo. Molti tra coloro che scrivono per il mondo accademico, il New York Times, eccetera, e che raccontano ciò di cui secondo loro avrebbero bisogno gli afroamericani o le classi lavoratrici, non hanno alcun legame organico con le persone che dicono di voler rappresentare.
E invece di spendere tempo ed energie per raccogliere dati rappresentativi a livello nazionale, o andare nelle comunità a parlare coi diretti interessati, è più facile trovare una persona nominalmente “di quella comunità” – ovvero soltanto gay, nera, trans – ma in realtà parte di un’élite, e usarla come sostituto simbolico. Non si fermano mai a pensare al fatto che un columnist nero del New York Times difficilmente rappresenta l’opinione media dei neri. E spesso nemmeno quel columnist se ne rende conto. Pensiamo di essere rappresentativi solo perché apparteniamo a un dato gruppo.
Io ho iniziato a riflettere su questo occupandomi di politica estera e sicurezza nazionale. Mi sono reso conto che c’era un problema quando gli Stati Uniti volevano capire, per esempio, come avrebbero reagito gli iracheni alla caduta di Saddam Hussein, o gli iraniani a un *regime change*; beh,non potevano fare sondaggi in quei luoghi. Allora cercavano gli expat: iraniani o iracheni emigrati in America. Ma spesso chi lascia un Paese non è rappresentativo di quello Stato; anzi, col passare del tempo lo diventa sempre meno. Però non se ne rende conto. E così si finisce per credere che “gli iraniani” odino la Repubblica Islamica, perché tutti quelli che conosci qui la odiano.
Ho notato quanto spesso si cerchi una “voce rappresentativa” che però non lo è affatto. E nel libro cerco di dimostrare che lo stesso succede con i portavoce delle minoranze nel dibattito nazionale statunitense.

Un momento della chiacchierata.
**⪢** **Cito ancora dal libro: scrivi che i «Grandi Risvegli» (*Great* *Awokening*) hanno raramente portato benefici concreti ai più vulnerabili. Si potrebbe obiettare che movimenti come MeToo o Black Lives Matter abbiano prodotto almeno consapevolezza sociale, però. Cosa risponderesti?**
Due cose. Primo: se il cambiamento di atteggiamenti e consapevolezza non si traduce in modifiche nei comportamenti o nella distribuzione delle risorse, allora in fondo non cambia molto. Uno dei messaggi chiave del libro è che ciò che pensiamo, sentiamo o diciamo conta molto meno di quanto si creda. Anche quando parliamo di disuguaglianze razziali o di genere: puoi far sentire tutti responsabili o in colpa, ma se nessuno cede parte delle proprie risorse, non otterrai risultati.
Si pensa che se cambi il cuore e la mente delle persone, cambierà anche il loro comportamento. Ma una delle cose che volevo sottolineare nel libro, e che spero possa venire colta, è che la realtà è più complicata di così: non c’è una corrispondenza automatica tra ciò che pensiamo o sentiamo e ciò che facciamo.
I luoghi più impegnati in termini di cuore, mente e fede nella giustizia sociale... sono anche i luoghi dove le disuguaglianze sono più marcate, o dove la gerarchia è più forte, o dove la mentalità è più ristretta. Quindi non è vero che se cambi il cuore e la mente delle persone, poi automaticamente cambieranno i loro comportamenti.
Secondo punto: anche a livello di “cuori e menti”, il risultato è stato ambiguo, se non negativo. Per esempio, sul tema della razza e della polizia: alcune delle posizioni estreme sposate hanno in realtà tagliato le gambe al movimento bipartisan che era in crescita prima di Black Lives Matter, in parte anche tra i Repubblicani. Oggi è tutto fermo. Anzi, stiamo assistendo a passi indietro, anche in campi come le questioni legate alle persone trans e alle questioni di genere. E alcune delle misure più dure dell’amministrazione Trump, come i campi di detenzione senza processo, risultano persino popolari.
Lo stesso vale per il MeToo: c’è uno studio secondo cui uno degli effetti principali del movimento è che molti uomini hanno smesso di fare *mentoring* a colleghe donne, per paura di essere fraintesi o di danneggiarle involontariamente. E così preferiscono semplicemente lavorare con altri uomini. Quindi anche a livello di atteggiamenti e relazioni interpersonali, gli effetti sono stati spesso negativi.
**⪢** **Un altro passaggio del tuo libro che ho trovato affascinante è dove si parla di una «convergenza ideologica» tra *liberal* e sinistra radicale nell’ultimo decennio. A prima vista sembra un’affermazione contraddittoria, visto quanto i due gruppi attigui si scontrano sui social. Come lo spieghi?**
C’è una forte divergenza retorica, ma molta meno a livello di comportamenti concreti. Per esempio: alle primarie i radicali votano per Sanders o Warren, i liberali per Biden o Harris. Ma poi, alle elezioni generali, votano tutti Democratico. Anche chi dice “questa candidatura è un disastro”, poi vota comunque per il partito del centro-sinistra.
Lo stesso vale per il mondo accademico. I liberal e i radicali si comportano allo stesso modo. Nella pratica non c’è nessuna differenza di rilievo: entrambi lottano con ferocia per ottenere posti a tempo indeterminato, entrambi sfruttano i docenti precari per alleggerire il proprio carico di lavoro, entrambi cercano di consolidare le proprie posizioni.
Lo posso dire per esperienza diretta: non c’è chissà quale differenza di comportamento tra i professori di sinistra e i professori moderati. E lo stesso vale in tanti altri ambiti: fanno gli stessi lavori, si comportano nello stesso modo, vivono nelle stesse comunità, votano allo stesso modo. C’è pochissima diversità sul piano della pratica: a essere diverso è il piano della retorica.
E c’è stata una convergenza interessante: i sindacati sono diventati più *woke*, e i *woke* hanno iniziato a simpatizzare maggiormente per i sindacati. Ma questo ha creato problemi per il sindacalismo in alcuni casi, perché oggi sempre più spesso a entrare nel settore sono persone uscite direttamente dal college, senza esperienze lavorative reali.
Prima i leader sindacali erano persone che avevano lavorato in fabbrica, poi si erano attivate nel sindacato, e infine avevano assunto un ruolo sindacale a tempo pieno. Conoscevano i lavoratori e le loro esigenze. Oggi invece i dirigenti spesso non conoscono i bisogni dei lavoratori. Hanno, nei fatti. priorità diverse.
Negli ultimi cinque-dieci anni, ad esempio, in molti sindacati la priorità è stata assicurarsi che si facessero dichiarazioni giuste su Black Lives Matter. Ai lavoratori normali, però, in media non interessa molto di cosa pensa il loro sindacato di queste cose. Anzi, preferirebbero che non ne parlasse proprio, e che le sue quote sindacali portassero a salari più alti, condizioni migliori e sicurezza sul lavoro. Le questioni morali o identitarie non hanno a che fare con il loro quotidiano.
Perciò, man mano che i sindacati si spostano in quella direzione, molti lavoratori normali li abbandonano. Per cui si assiste a due tendenze parallele: mentre i capitalisti simbolici si avvicinano ai sindacati, molti lavoratori fanno il percorso inverso e li abbandonano.
**⪢** **Parli molto di come i capitalisti simbolici cooptano le cause sociali per interesse particolare. Come funziona, concretamente?**
Un esempio che faccio nel libro è il concetto di “privilegio bianco”. L’idea è che i bianchi godano di vantaggi immeritati per via della loro appartenenza razziale. Ma c’è molta ricerca, ormai, che mostra che in pratica, indipendentemente dall’intento della formazione sul privilegio bianco, l’effetto concreto è che le persone finiscono per giudicare peggio i bianchi poveri. Si finisce per pensare: “Beh, se sei bianco e povero, allora sei *davvero* un fallito”. E questo risulta molto comodo per le élite: la maggioranza dei poveri negli Usa è ancora di pelle bianca. Se convinci te stesso che non gli devi nulla, che è gente che ha sprecato i suoi privilegi, allora puoi blindare lo status quo – e sentirti persino moralmente virtuoso facendolo.
**⪢** **Una delle parti più convincenti del libro è la critica al fatto che molti dei più ferventi sostenitori del pensiero woke non sembrano aver letto per bene i testi da cui dicono di trarre ispirazione. È così?**
Sì. Mi è capitato ultimamente di leggere un ottimo articolo – credo pubblicato dallo Spectator – che mostrava come molte idee woke siano nate su Tumblr, tra ragazze adolescenti che conoscevano questi concetti per sentito dire. E da lì si sono diffuse.
Questa è una delle cose che mi irrita di più, quando sento certe argomentazioni dalla destra. Se prendi sul serio la parodia che ne fanno personaggi come Christopher Rufo o Donald Trump, dovresti credere che le università siano dominate da esperti di Marx, militanti votati alla *praxis* e istituzioni rivoluzionarie. Ma chiunque abbia passato un po’ di tempo in accademia sa che è un ambiente molto escludente, super gerarchico… Non sono nemmeno lontanamente un esempio di realizzazione del pensiero comunista, socialista o anche solo di giustizia sociale.
Invece, nei contesti della sinistra, capita spesso che le persone facciano riferimento a concetti come “intersezionalità” o “matrice dell’oppressione”. Ma si vede chiaramente che non hanno letto le loro autrici originali.
Prendi l’intersezionalità di Patricia Hill Collins: molti credono che significhi semplicemente accumulare “patenti a punti” di oppressione, e chi ha più caratteristiche oppresse va ascoltato di più. Ma Collins dice proprio l’opposto: che tutti abbiamo conoscenze parziali e situate, e che il valore aggiunto risiede nel dialogo tra prospettive diverse, non nella loro organizzazione para-gerarchica. Ma nessuno l’ha letta davvero. La usano solo per darsi autorità online.
**⪢** **Hai scritto anche che le élite anti-woke si comportano in modo simmetrico ai loro nemici dichiarati. Ma molti rispondono dicendo che questa simmetria di metodo (o quantomeno di comunicazione) è invalidata dal fatto che Trump si è messo a prendere di mira i diritti fondamentali. Per qualcuno in realtà c’è sempre stata una sola parte da criticare fin dall’inizio. L’ho letto anche rivolto a me medesimo: “Parlavi di cancel culture, ora abbiamo Trump!”.**
Entrambe le parti sono ossessionate dai simboli. I trumpiani hanno rinominato il Monte Denali in Alaska in Monte McKinley, il golfo del Messico in golfo d’America, e così via. Non vogliono riformare le istituzioni, non vogliono cambiamenti sostanziali: vogliono distruggere tutto. Sono impegnati in una guerra simbolica, non in una riforma reale.
Il problema, però, è che se vogliamo capire come Trump è arrivato dove è oggi, dobbiamo guardare alle trasformazioni della base elettorale. Una volta il Partito Repubblicano era dominato da gente come Mitt Romney o John McCain.
Perché non è più così? Beh, in parte è perché le persone istruite e benestanti che una volta si dividevano tra i due partiti ora si sono concentrate nel Partito Democratico. Di conseguenza l’altro partito è pieno di persone che, non a torto, sentono di non avere voce nelle istituzioni. Sentono che le istituzioni non li rappresentano. E hanno ragione.
Non è propaganda di destra, è un fatto: i media sono concentrati in poche aree, controllate da economie simboliche. Le persone che vivono nel cosiddetto *flyover country* (gli Stati dell’entroterra, *ndD*) non producono informazione; quando hanno accesso ai media, sono quelli dei grandi conglomerati. Non sono veramente in grado di partecipare alla conversazione.
I giornalisti sono sempre più benestanti, sempre più istruiti. Il 95% ha una laurea. Al New York Times ci sono più persone provenienti dall’Ivy League che alla Camera o tra i Ceo delle aziende della Fortune 500: sono spazi super-elitari. C’è un grande [articolo](https://www.currentaffairs.org/news/2021/07/who-actually-gets-to-create-black-pop-culture?ref=culturewars.it) di Bertrand Cooper intitolato “*Chi crea davvero la cultura nera?*”. Dice che dopo la morte di George Floyd HBO, il New York Times... *tutti* volevano parlare di lui. Ma in un mondo ipotetico dove George Floyd non fosse morto, e avesse invece voluto scrivere per il New York Times... avrebbe potuto farlo? Ovviamente no. Non aveva una laurea. E al New York Times, in genere, non interessa cosa pensano le persone della sua estrazione. Le sue prospettive sono completamente escluse.
Non si parla solo di bianchi poveri: si tratta anche di afroamericani, ispanici, musulmani, operai. Tutti si sentono alienati. Ed è per questo che sempre più individui facenti parte di queste categorie votano per i Repubblicani. Perché se provano questo sentimento, di norma ricevono due risposte:
1) “*Non c’è nulla da vedere qui, le cose vanno bene così. E se non sei d’accordo, sotto sotto sei ignorante o razzista*”.
2) “*Hai ragione, queste istituzioni non ti rispettano e non ti rappresentano. Non cambieranno mai. Serve qualcuno come me che le distrugga*”.
Beh, sceglieranno sempre la seconda opzione. La prima, quella del “non c’è problema”, conferma che gli altri non solo non vogliono occuparsi della questione, ma non ne riconoscono nemmeno l'esistenza. È una risposta terribile. Quello che hai descritto è proprio un caso da manuale di “non c’è niente da vedere”, ed è proprio ciò che rafforza Trump.
**⪢ Dunque il problema non sono quelli che hanno sottoposto a critica la galassia di fenomeni noti (soprattutto a destra) come *cancel culture*, mentre intanto – come hanno sostenuto alcuni articoli, più e meno incentrati sulla ripicca, nei primi giorni del Trump-bis – i reazionari preparavano la loro riscossa?**
Ancora una volta: queste persone sostengono precisamente l’opposto di quel che è successo. Il vero problema non è che qualcuno mostrava di aver riconosciuto questi attriti e cercava di affrontarli; il problema è che quelle persone sono state ignorate per quindici anni.
E quindi nulla è cambiato. Anzi, molte cose sono peggiorate; e ora ampie fasce della popolazione pensano che quelle istituzioni non possano essere riformate, e che servano personaggi come Trump per redimerle. Quindi no: la colpa, a mio modo di vedere non è di chi ha cercato di affrontare questi problemi: è di chi non lo ha fatto.
**⪢** **Se l’attivismo moderno è così legato alla cooptazione di cause per interesse, esiste ancora una forma di attivismo “vero”?**
Sì, ma è raro. C’è un libro di Hahrie Han, [*Prisms of the People*](https://press.uchicago.edu/ucp/books/book/chicago/P/bo68659118.html?ref=culturewars.it), che analizza cosa rende efficaci certi movimenti. Serve ascoltare davvero le persone che si vuole aiutare; serve lasciare che siano loro a guidare l’agenda; e serve agire nel concreto, non cercare di cambiare il mondo in astratto. Vuoi aiutare i neri? Aiuta i neri della tua città che hanno problemi reali, non “combattere il razzismo” in astratto.
Serve anche ricostruire la fiducia nella capacità di persuadere chi non la pensa come noi. Oggi gli attivisti si organizzano nei campus per protestare nei campus, con l’obiettivo precipuo di ottenere comunicati dai rettori. Può anche essere utile, ma è anzitutto narcisismo. Perché anche quando i manifestanti ottengono qualcosa, è qualcosa che non serve a nessuno fuori da quel microcosmo.
**⪢** **Verso la fine del saggio, scrivi che il prossimo “risveglio” sarà generato da una nuova competizione tra élite simboliche per accedere ai pochi posti disponibili nelle istituzioni. Si tratterà di un Awokening simile ai precedenti?**
Sì, ma con qualche differenza. Le élite simboliche sono molto più numerose oggi che negli anni ‘20, per dire. All’epoca erano il 3% della forza lavoro, oggi un terzo. E si concentrano tutte in poche istituzioni interconnesse. Questo rende le crisi più destabilizzanti. Inoltre, sono sempre più composte da donne. E uomini e donne tendono ad avere modalità di lotta diverse per il potere e il prestigio. Questo influenzerà la forma del prossimo Awokening.
**⪢** **Riguardo ai social media: io stesso nel** [**mio libro**](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/) **ho attribuito loro un ruolo centrale in questo tipo di fenomeni. Tu sembri assai più cauto. Come la vedi?**
Credo che i social non abbiano causato l’Awokening. Le condizioni strutturali (disagio diffuso e sovrapproduzione di élite) c’erano anche nei precedenti “risvegli”. Ma i social hanno plasmato la forma dell’attuale: siamo in un Panopticon digitale, ci sorvegliamo a vicenda, possiamo mettere alla berlina chi sbaglia in tempo reale. Questo ha dato alla fase attuale un sapore nuovo, più isterico, più veloce.
**⪢** **Hai scritto che le élite riescono sempre a mantenere intatto il sistema durante questi momenti di crisi. È perché la selezione delle élite è integrata nel capitalismo?**
Esatto. I titoli universitari sono la valuta delle élite. Ma chi arriva a ottenere questi titoli tende a essere più conformista, più ossessionato dal prestigio, più ideologico. E così i nuovi arrivati si trasformano rapidamente da rivoluzionari a difensori dello status quo. Lo vediamo ogni volta.
**⪢** **Ultima domanda. Molti descrivono il pensiero woke come una nuova religione. Tu spieghi perché questa analogia è sbagliata. Perché?**
L’analogia ha un fondo interessante: le professioni simboliche sono nate in ambienti protestanti bianchi. E molte idee woke discendono dal “Vangelo sociale” protestante. Ma spesso chi propone l’analogia lo fa solo a fini denigratori: *la religione è una cosa irrazionale, quindi lo è anche il wokismo*.
## ****Altre news dal fronte**
- Piccolo viaggio nell’inferno dei [*call-out* intra-femministi](https://www.vox.com/culture/416866/sabrina-carpenter-sydney-sweeney-kylie-jenner-girls-tiktok-feminism?ref=culturewars.it) (o pseudo tali);

- *Oh noes*, pare che Superman [sia woke](https://www.theguardian.com/film/2025/jul/12/superman-movie-woke-politics-immigration?ref=culturewars.it), sioresiori;

- Un [*guest essay*](https://www.nytimes.com/2025/07/15/opinion/israel-gaza-holocaust-genocide-palestinians.html?ref=culturewars.it) del New York Times parla, infine, di «genocidio» a Gaza.
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Se non vuoi o puoi abbonarti, supporta la newsletter con un piccolo o piccolissimo [****contributo una tantum**](https://www.culturewars.it/#/portal/support): fa la differenza, credimi.
### Due o tre cose sul “caso Monk”
URL: https://www.culturewars.it/monk-roma-evento-annullato/
Last updated: 2025-07-10T18:36:33.000Z
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Lo scorso 9 luglio il **Monk**, uno spazio eventi sito nel quartiere Tiburtino di Roma, avrebbe dovuto ospitare un panel dal titolo “Dis-Pari: conversazioni sull’antisessismo”, organizzato dalla divulgatrice anti-femminista Yasmina Pani, dall’artista Immanuel Casto e dal pianista Leonardo Laviola. Con loro avrebbero dovuto intervenire lo psicoterapeuta Giancarlo Dimaggio, la storica ed editrice Giorgia Antonelli, il *men’s rights activist* Fabio Nestola e l’insegnante di filosofia Tiziana Lombardi.
L’evento – definito dagli organizzatori «aperto a tutti, a chiunque abbia voglia di dialogare e confrontarsi civilmente e rispettosamente» – è però stato cancellato all’improvviso dal locale, a pochi giorni dal suo previsto svolgimento (e si è tenuto poi [nella sede romana dei Radicali](https://www.youtube.com/watch?v=%5F4BnzkXEGks&ref=culturewars.it)).
Il motivo del cambio di rotta ex abrupto, ha scritto lo stesso locale romano in alcune Stories pubblicate sul suo profilo Instagram, è non aver «approfondito i profili degli attori coinvolti nel dibattito»: «a seguito delle vostre segnalazioni», continuava il Monk, «abbiamo deciso di annullare l’incontro \[...\] affinché questo resti uno spazio di accoglienza, gentile e non violento».

Le Stories del Monk.
Monk Roma, un luogo che ospita anche una programmazione di eventi che orbitano attorno all’inclusione e alla lotta alla discriminazione, si è scusato se l’iniziativa «ha potuto turbare chi finora si è sentitə al sicuro» nei suoi spazi.
Ma il vaso di Pandora non era certo destinato a richiudersi nello spazio di un post a scomparsa: in breve sono arrivate le accuse di censura, a cominciare da quelle [degli organizzatori](https://youtu.be/6IvzrDZphwc?si=yZTQuqu%5FezPyckUz&ref=culturewars.it) dell’evento, gli articoli di giornale indignati e le cosiddette *shitstorm*, tali da portare il Monk ad [annunciare](https://www.instagram.com/p/DL5Q1VeoDto/?ref=culturewars.it) che gli piacerebbe molto... «ospitare un incontro in cui sia rappresentata la più ampia pluralità di posizioni possibile».
Insomma, è scoppiato il solito riconoscibile bubbone di un *deplatforming* ingenuo e farraginoso, che ha portato fisiologicamente alla creazione di due schieramenti, entrambi persuasi di avere ragione: i sostenitori del dibattito *Vs.* i sostenitori del *safe space*.
Di seguito provo a condividere alcune riflessioni che ho fatto leggendo comunicazioni, articoli, commenti, discussioni e interventi relativi a questa storia nelle ultime ore: forse non costituiscono un centro di gravità permanente da cui guardare all’accaduto con certezze granitiche e inscalfibili, e probabilmente alcune di esse, fino a qualche tempo fa, non mi sarebbero appartenute. Oggi, però, sono quel che ho da dire sulla faccenda.
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### **Non sapere chi è stato invitato a tenere un evento nel *tuo* spazio sui *tuoi* temi è peggio che imbarazzante.**
È una premessa, ma fin qui direi che siamo nel campo del “non ci piove”: il Monk avrà anche un «posizionamento molto chiaro» sulle questioni di genere, ma in questa storia i suoi gestori hanno fatto la figura dei proverbiali venditori di pere cotte. Dire che i partecipanti a “Dis–Pari” non erano «soggetti noti» vale ammettere candidamente di non aver fatto nemmeno la quota minima dei propri compiti a casa, lasciando il palco e i microfoni di un locale aperto al pubblico a persone che, a questo punto, avrebbero potuto essere il primo che capita, Vladimir Putin, Darth Vader o Filippo Turetta. Bel lavoro, davvero.

### Il dialogo è una componente essenziale, ma non bisogna rendere il dibattito un feticcio.
Sono il primo a sostenere che uno dei problemi di buona parte del progressismo odierno è trincerarsi in torri d’avorio – talvolta chiamandole *safe spaces –* e rendersi immuni a qualunque diversità di vedute, con risultati sotto gli occhi di tutti. Ho quindi accolto con favore l’[intervento di Loredana Lipperini e Vera Gheno](https://www.facebook.com/loredana.lipperini/posts/pfbid033HJK5frNmP4Ync351e8QVfAfH2ActnSY2S6GDuidF5wrjC9RCznSN7pa6C1ynyYJl) su quanto successo a Roma: «Non possiamo perdere la capacità di stare scomode», scrivono le due autrici; «aver paura delle parole significa non saper confliggere: e il conflitto, se siamo in grado di reggere il confronto, è importante proprio in questi tempi».
È vero: all’estremo opposto di questo immaginario continuum siedono soloni improvvisati che, dopo anni a bloccare sui social chiunque dissentisse su una frazione infinitesimale delle loro idee o il loro modo di esprimerle, oggi specchiano il proprio ego nelle lodi sperticate di quelle poche decine di persone che hanno ancora fra i contatti. Questo, nel concreto, significa lasciare il campo della persuasione a chi è meno innamorato della propria immagine riflessa e più interessato a far passare un messaggio; significa **indebolire le proprie idee**, insomma, renderle profezie che si autoavverano, buone soltanto per uditori con nessun interesse ad ascoltare.
Aggiungo però un tassello, non necessariamente legato a questa singola vicenda: se è vero che quest’epoca ci sta insegnando a rimuovere a priori la possibilità di convincere chi ha opinioni diverse, è vero anche che si tratta di un’epoca in cui tante persone *fingono* di voler dibattere, per poi in realtà adoperarsi in un teatrino che di dialettico non ha nulla. Il dibattito, come formato maieutico, ha bisogno di una prassi comunemente accettata: il rispetto dell’interlocutore, l’aderenza a un piano di realtà condivisa, la volontà di non scadere in sberleffi o argomenti ad hominem. Se dovessimo applicare questa unità di misura oggi tre quarti dei dibattiti non potrebbero essere definiti tali, ma il punto è proprio questo: dibattere con chiunque non è un dovere intellettuale perché certi confronti, invece di sostenerlo, annacquano il conflitto, impoverendone i contenuti. Non ci si può confrontare con un trumpiano che sostiene che in Ohio i migranti stiano facendo grigliate di cani e gatti, per esempio, né invitare un negazionista climatico a un festival dell’ambiente e chiedergli se il climate change esiste o è una leggenda.
Il caso del Monk è più complesso di così, certo: all’evento erano stati invitati un’editrice femminista fresca di pubblicazione di una biografia di Rossana Rossanda, un artista afferente al mondo Lgbt+, uno psicoterapeuta esperto di violenza di genere, una divulgatrice linguista e un attivista per i *men’s rights*, che collabora con un sito il cui [manifesto](https://www.lafionda.com/manifesto/?ref=culturewars.it) contiene cose come quelle che seguono:
> Il femminismo, asserendo falsamente di lottare per la parità tra uomo e donna contro un asserito “regime patriarcale”, in realtà conduce una guerra di annientamento della figura dell’uomo e del padre, con lo scopo di acquisire privilegi, primazie e vantaggi per una minoranza ideologizzata che si autodefinisce rappresentante di un’intera comunità connotata dal genere. Nel ritenere apertamente la metà maschile del mondo un nemico da combattere, il femminismo è il maggiore portatore di squilibrio e il maggiore ostacolo alla realizzazione di una piena e armonica parità tra uomini e donne.
Si tratta di posizioni diffuse nella popolazione allargata, e come tali meritevoli di discussione (e possibilmente confutazione, direi io); tuttavia sullo stesso sito linkato qui sopra la volontà discorsiva – tra frecciate al «piagnisteo in rosa» e [titoli](https://www.lafionda.com/se-e-stupro-o-no-in-italia-lo-decide-la-presunta-vittima/?ref=culturewars.it) come «Se è stupro o no in Italia lo decide la presunta vittima» – non sembra, a prima vista, risultare fra le priorità degli autori.
Non so come sia andato l’evento: è possibile – lo dico senza sottotesti di alcun tipo – che si sia rivelato uno spazio di confronto proficuo e capace di dare profondità a certi discorsi, persuadendo il pubblico della ragionevolezza di questa o quella posizione. La possibilità di far cambiare idea, come sostenevo già nella [*Correzione del mondo*](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/) due anni fa, è una vittima illustre della deriva di camere dell’eco e polarizzazioni indotte (l’attuale non è un mondo per Daryl Davis, il musicista blues afroamericano che ha [convinto 200 incappucciati del KKK a pentirsi](https://www.npr.org/2017/08/20/544861933/how-one-man-convinced-200-ku-klux-klan-members-to-give-up-their-robes?ref=culturewars.it) solamente parlandoci nei bar, diciamo). Ma la pratica di sottrarsi a confronti pubblici giudicati, a torto o a ragione, sterili è lontana da un’invariabile «censura fascista», quella che viene dipinta dalle iperboli comunicative come la notte in cui tutti i mancati confronti sono neri. Il problema, semmai, è che...

### Anche per sottrarsi a un dibattito ci vogliono responsabilità e consapevolezza.
Il disastro del Monk, per me, non è dato soltanto dall’atto dell’annullamento dell’evento in sé, quanto soprattutto da un insieme di fattori che dimostrano **una grave ignoranza del terreno su cui ci si muove**: come pensava, il Monk, che venissero accolte le storie Instagram con lo schwa (poi divenute rapidamente post di scuse senza schwa: per dire il coraggio delle proprie idee) per annunciare, con poche ore di preavviso, che un evento programmato sarebbe saltato in quanto potenzialmente capace di «turbare chi finora si è sentitə al sicuro»?
In questa grammatica sembra di rivedere, per quanto su una parte diversa del piano inclinato, gli errori, gli assist a porta vuota e l’ottusità di parte della sinistra statunitense: i richiami allo «spazio sicuro» che nascondono una ben più pragmatica e pedestre volontà di non alienare il proprio pubblico; la mancanza di riferimenti e coordinate per capire cosa è stato segnalato, da chi, e perché viene assimilato alla violenza; la beata ingenuità che considera tutto risolvibile con una storia Instagram e un «restiamo sempre in vostro ascolto», come se al di là della boa non fossero appostate schiere di pescecani in paziente attesa di un sentore di sangue.
Non è colpa del locale romano se in questi anni impazziti di “cancel culture”, censure incrociate e scomuniche facili ogni fatto minuto diventa accostabile ai massimi sistemi: chi si occupa di eventi culturali nella capitale d’Italia però ha l’obbligo di sapere che le cose stanno così, e che nel momento in cui togli il microfono in quella maniera a idee che non vuoi amplificare, le stai **amplificando dieci o cento volte tanto**; stai creando il caso; stai passando, e non del tutto a torto, per il censore che applica in modo pavido e ipocrita l’ideologia dominante, sperando di spazzare sotto il tappeto la polvere della propria insipienza.

### E alla fine vincono quegli altri.
Non vorrei cadere a mia volta nel tranello di fare di questo caso una questione di Stato (beh, forse avrei dovuto evitare di parlarne, ma per quello è troppo tardi), però è vero che in sé contiene tutti gli ingredienti di un copione che si ripete pedissequamente da anni, fatto per innalzare barricate a buon mercato e, come tale, fin troppo diffuso.
Il dibattito in valore assoluto è un mito (non dissimile dalla “libertà di espressione” totale propagandata da Elon Musk nella sua Opa ostile a Twitter, che si è tradotta semplicemente – e prevedibilmente – in scelte di moderazione differenti su X), il dialogo è diventato un salmodiare di preti laici, i corpi intermedi procedono a tentoni, ossessionati da possibili critiche del loro pubblico... ma perché, alla fine, queste cose **fanno più rumore quando succedono a sinistra**?
Perché, insomma, una famiglia politica che va dagli anarco-liberisti ai post-fascisti è capace di fare quadrato, inversioni a U e cambi di casacca e mantenere una coerenza interna, mentre tra liberali e sinistra ogni pioggia scava un solco che appare incolmabile?
Al di là delle spiegazioni offerte dalla politologia classica, su cui non voglio dilungarmi in questa sede, mi sembra importante sottolineare che i luoghi di produzione culturale sono, non da oggi, appannaggio della “sinistra”, comunque la si voglia intendere. Questo crea da una parte, in potenza, praterie da sfruttare per l’editoria, gli eventi culturali e i media di “destra” – che devono però mettere in conto un ruolo di paria anti-mainstream attorno a cui ricalibrare la propria immagine – e dall’altra una competizione serrata per mantenere il proprio posto al sole in un eccesso di offerta.
Non ho ragioni per asserire che il Monk di Roma sposi certe cause per puro posizionamento e dovere di mercato o di scuderia, non avendoci mai messo piede, ma dalle sue giravolte appare chiaro, si diceva, che la prima preoccupazione che lo anima è non essere criticato dalle persone che lo frequentano, anche a costo di fare la figura del passante a cui è stato venduto un pacco di sale.
Alla prossima vittoria di un populista reazionario che si presenta alle elezioni predicando in modo strumentale un ritorno al buonsenso, alle cose semplici e comprensibili di una volta e alla libertà di opinione come stella polare, sarà meglio evitare passerelle dispettose per rimarcare che la sinistra delle bolle [non poteva farci nulla](https://www.culturewars.it/cancel-culture-trump-parole-proibite/), e che i suoi appartenenti sono da considerare dispensati dalla tentata dialettica politica, dalle insidie dei dibattiti e dagli effetti che tutto ciò ha sulla società allargata, dato che, **bontà loro, *hanno ragione*** (o così credono, storditi da quei quattro che gli mettono sempre like): vicende come quella del Monk dimostrano che per fare di uno «spazio di accoglienza e libertà» una fonte di esclusione e gioghi deformati dagli algoritmi basta poco. E bisogna starci attenti.
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*EDIT: Una versione precedente di questo articolo attribuiva direttamente a un partecipante all’evento, Fabio Nestola, il “Manifesto” del sito La Fionda. Un errore che ringrazio il lettore Tommaso P. di aver corretto.*
## ****Altre news dal fronte**
- La perdita dell’innocenza della sinistra obamiana e l’[evoluzione del discorso sulla razza](https://www.nytimes.com/2025/07/08/opinion/race-students-teach.html?ref=culturewars.it), viste attraverso gli occhi di uno studente e di un professore;

- L’era dei brand woke [è finita](https://www.wired.com/story/the-era-of-woke-brand-activism-is-over/?ref=culturewars.it) (e non ci mancherà);

- Il New York Times [ce l’ha con Zohran Mamdani](https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/jul/07/is-the-new-york-times-trying-to-wreck-zohran-mamdanis-mayoral-bid?ref=culturewars.it)?
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### Valvassini di Jeff Bezos
URL: https://www.culturewars.it/matrimonio-bezos-feudalesimo/
Last updated: 2025-07-01T07:15:13.000Z
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Nel suo *Discorso sulla servitù volontaria*, databile attorno al 1550, l’allora ventenne umanista **Étienne de La Boétie** cerca di rispondere a una domanda non semplicissima: perché in ogni luogo e tempo della storia, singoli uomini – maschile non sovraesteso – riescono a far accettare il loro dominio alle masse?
O, per dirla con le parole di de La Boétie: «Com'è possibile che tanti uomini sopportino un tiranno che non ha forza se non quella che essi gli danno. Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia se voi non glieli forniste?».
Questa degli «occhi con cui» i tiranni ci «spiano» è una frase che ho cara più o meno da quando mi sono messo a studiare la deriva tirannica delle Big Tech e dei loro signori, a loro volta non meno feudali di quelli che aveva in antipatia questo saggio ragazzotto a metà del Cinquecento.
Magari oggi ci spiano con «occhi» digitali, venduti [come citofoni](https://www.wired.com/story/ring-doorbell-camera-amazon-privacy/?ref=culturewars.it) o sistemi di sorveglianza, ma la sostanza rimane invariata: **la servitù volontaria è viva e vegeta**, e lo sarà finché un solo uomo potrà – torniamo al nostro autore – «soggiogarne centomila, e toglier loro non la libertà, ma quasi anche il desiderio di averla».
Il matrimonio di Jeff Bezos è stata una delle notizie più discusse delle ultime settimane: una Venezia noleggiata, blindata, imbellettata per il matrimonio del sultano, con spazi pubblici, trasporti e luoghi di culto resi [inaccessibili ai residenti](https://www.instagram.com/reel/DLaN6m7t-oc/?ref=culturewars.it).
Si è detto che Bezos per queste nozze con Lauren Sanchez ha speso [l’equivalente di 23 euro](https://www.corriere.it/economia/life/25%5Fgiugno%5F26/jeff-bezos-per-le-sue-nozze-a-venezia-spendera-solo-lo-0-01-del-suo-patrimonio-23-euro-per-l-italiano-medio-76529aef-901c-4a20-be31-19cc3c008xlk.shtml?ref=culturewars.it) per un italiano medio; si è notato che in Laguna sono atterrati un centinaio di jet privati, a fronte di 200 invitati al matrimonio; ha detto, Bezos stesso, di essere [«amareggiato»](https://www.open.online/2025/06/29/jeff-bezos-amareggiato-proteste-venezia-matrimonio/?ref=culturewars.it) e sorpreso dalle proteste del comitato No Space for Bezos e dalle polemiche che hanno accolto il suo imeneo.
Ma soprattutto, mi viene da dire, si sono levate voci in difesa di Bezos: il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha [scritto](https://www.ilfoglio.it/societa/2025/06/27/news/il-circoletto-antifa-e-anticapitalista-che-sfida-bezos-ha-un-problema-non-con-amazon-ma-con-la-liberta--7871216/?ref=culturewars.it) che «la presenza di un Bezos in Italia, e a Venezia, dovrebbe essere trattata come una manna dal cielo», inserendo nel titolo del suo editoriale che il «circoletto antifa» e anti-Amazon avrebbe «un problema con la libertà»; la ministra Daniela Santanché ha [comunicato](https://x.com/DSantanche/status/1938606303481409849?ref=culturewars.it) benefici economici dovuti all’evento per un totale di 957 milioni di euro (ma la cifra pare un pelino [esagerata](https://pagellapolitica.it/articoli/santanche-benefici-economici-matrimonio-bezos-venezia?ref=culturewars.it)).
Personalmente non credo che la parabola personale e imprenditoriale di Bezos abbia nulla da spartire con la «libertà»: la libertà, come ci insegna de La Boétie, è anzitutto libertà dal dover servire, e nulla è più servile di accorrere in difesa del secondo o terzo uomo più ricco del mondo, e largamente fra i più ricchi della storia, nonché proprietario di una testata giornalistica di rilievo internazionale e di una società che, da sola, orienta e riplasma le sorti del commercio globale.
Quella per Bezos e signora sarà anche «invidia sociale», come è stato detto e ripetuto a destra, ma è un sentimento legittimo, anzi nobile. Prendiamo ad esempio un corsivo firmato da Giovanni Toti [sul Giornale](https://www.ilgiornale.it/news/cronache/linvidia-sociale-genera-nuovi-mostri-2502606.html?ref=culturewars.it), che dice:
> A indignarsi se proprio avrebbero dovuto essere le élite più conservatrici, custodi dell'immobilismo sociale. In laguna non si è celebrata la ricchezza ereditaria dei rampolli di casate secolari, cresciuti tra castelli, collegi svizzeri e circoli velici d'élite. No, il matrimonio di Jeff Bezos rappresenta tutt'altro: la dimostrazione plastica di un sistema che \[...\] continua a consentire l'ascesa di individui di talento, capaci di emergere per merito. Bezos è l'incarnazione dell'ascensore sociale: figlio di una madre adolescente e di un patrigno immigrato da Cuba, ha costruito una delle aziende più innovative al mondo partendo da un garage.
Ma il punto è proprio questo: il «sistema» di cui parla Toti è un tavolo da gioco truccato, con regole da bari secondo cui Bezos ha giocato fin dall’inizio. Ha creato «una delle aziende più innovative al mondo partendo da un garage», certo, ma l’ha fatto anzitutto perché mamma e papà Bezos, cubani o meno, hanno [sostenuto l’allora piccola Amazon con un investimento da 250mila dollari](https://www.cnbc.com/2018/08/02/how-jeff-bezos-got-his-parents-to-invest-in-amazon--turning-them-into.html?ref=culturewars.it) nel 1995 – una cosa che i miei genitori non potrebbero fare, tanto per dire.
E non stiamo parlando di un’eccezione: **Bill Gates** forse oggi non sarebbe Bill Gates, se sua madre non avesse avuto [un posto di cda](https://www.cnbc.com/2020/08/05/how-bill-gates-mother-influenced-the-success-of-microsoft.html?ref=culturewars.it) accanto al Ceo di Ibm John Opel, che fece la fortuna della piccola Microsoft facendole sviluppare un primo sistema operativo; Mark Zuckerberg ha aperto Facebook a Harvard, dopo aver imparato a programmare grazie alle lezioni private impartitegli dallo sviluppatore David Newman negli anni Novanta; Elon Musk... devo continuare?
Non saranno rampolli di casate secolari, ma è la cosa più vicina che abbiamo all’impostura di un ascensore sociale che, se esiste, funziona secondo logiche predatorie e spregio della condizione altrui: l’«individuo di talento» Bezos siede su poco meno di 240 miliardi di dollari perché ha costretto migliaia di persone a fare pipì [in bottigliette di plastica](https://www.businessinsider.com/amazon-warehouse-like-prison-where-workers-used-pee-bottle-2018-4?ref=culturewars.it) e si schiera regolarmente [contro l’unione dei suoi lavoratori](https://www.theguardian.com/technology/2024/apr/03/amazon-union-warehouse-california?ref=culturewars.it), per cui ha auspicato [in tempi non sospetti](https://www.nytimes.com/2021/06/15/briefing/amazon-warehouse-investigation.html?ref=culturewars.it) l’adesione a «marce verso la mediocrità».
Non c’è nulla di meritocratico, in questo. Non esiste un motivo per cui il più rapace debba essere osannato come il più capace; e se c’è chi lo fa, deve sapere che sta soltanto abbassando ulteriormente l’asticella di ciò che è ammissibile per fare profitti e sentirsi legittimati ad affittare per sé interi centri urbani, paralizzandoli.
L’idea di mondo a cui tendono i difensori di Bezos – il quale, si diceva, disponendo solamente del Washington Post e di buona parte del cloud mondiale, necessita di qualcuno che faccia le sue veci – non è solo quella in cui città d’arte da cartolina diventano prodotti di consumo orientati alla rendita fondiaria, ma compone un tecno-feudalesimo dove per il potere privato non valgono le regole della società.
Vorrei dire che questa novella servitù volontaria è un problema esclusivo dei conservatori, ma se lo facessi mentirei. Secondo uno [studio](https://www.vox.com/policy-and-politics/2018/12/11/18129809/amazon-polling-popular-confidence?ref=culturewars.it) della Georgetown University risalente al 2018, i Democratici statunitensi riponevano **più «fiducia istituzionale» in Amazon che in qualsiasi altra istituzione** o azienda americana, università, college e branche governative compresi.
È facile vedere in persone come Jeffrey Preston Bezos un esempio, un obiettivo o addirittura una fonte di speranza. La realtà, tuttavia, è un po’ più complessa del luccichio plissettato da tappeto rosso del successo: tutti quei miliardi sono frutto di vantaggi acquisiti, ingordigia, [insofferenza alle regole](https://www.theguardian.com/technology/2021/may/04/amazon-sales-income-europe-corporation-tax-luxembourg?ref=culturewars.it) e una metodica rimozione di chi dovrà pagare il conto della loro accumulazione.
Nel suo attualissimo manuale di cinquecento anni fa, Étienne de La Boétie scriveva: «I tiranni non sono grandi che perché noi siamo in ginocchio». Se solo non fossimo così anestetizzati da ciò che ci vendono, questo sarebbe un ottimo momento per rialzarsi in piedi.
## ****Altre news dal fronte**
- I bloccanti della pubertà per minori transgender e la «bolla di disinformazione» *liberal*, [secondo l’Atlantic](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2025/06/transgender-youth-skrmetti/683350/?ref=culturewars.it);

- Trump vuole riadattare un vecchio campo d’aviazione nelle Everglades – un posto della Florida molto bello e strano: un parco nazionale fatto di paludi, alligatori e pitoni – a centro di rimpatrio per migranti, [e lo comunica così](https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/trump-florida-alligator-alcatraz-ice-b2778913.html?ref=culturewars.it);

- In Francia c’è un’epidemia di donne che dicono di essere state [punte da aghi](https://theweek.com/crime/the-mystery-of-frances-needle-attacks-on-women?ref=culturewars.it) in pubblico: è un «panico sociale»?
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### Storie di una città resistente
URL: https://www.culturewars.it/los-angeles-storia-riots/
Last updated: 2025-06-15T06:57:20.000Z
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**Los Angeles** è un luogo che ha la resistenza nel suo dna. Lo raccontano le [immagini](https://www.nytimes.com/2025/06/08/us/la-protests-immigration-photos.html?ref=culturewars.it) degli ultimi giorni, quelle delle proteste anti-ICE che hanno attraversato il cuore della città, riflettendosi nelle vetrate lucide degli edifici di Downtown, scorrendo lungo i murales caleidoscopici delle avenue latinoamericane, e riecheggiando negli spazi immensi e desoliti, che sembrano fatti apposta per ospitare conflitti e speranze.
L.A., la megalopoli sterminata per antonomasia, è fatta di molte città dentro una sola, e anche per questo ha sempre dato del tu alla forma democratica e spontanea della protesta. È difficile spiegare un luogo con un’anima sempre in perenne oscillazione tra sogno e disperazione, con una produzione immaginifica che va dalla polvere dei carovanieri di John Fante ai ricchi rampolli nichilisti di Bret Easton Ellis, perché è solo andandoci che ci si rende conto della sua ontologia di frontiera.
C’è un anno che lo ricorda più degli altri: il 1992, quello dei *riots* scatenati dall'assoluzione degli agenti coinvolti nel pestaggio di **Rodney King**, una cesura come poche ce ne sono state nella storia recente americana; un punto di rottura che fratturò con un colpo secco decenni di tensione profonda tra le comunità marginalizzate e il potere.
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### Le ragazze stanno litigando
URL: https://www.culturewars.it/trump-musk-litigano/
Last updated: 2025-10-01T14:23:48.000Z
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Il pomeriggio dell’11 marzo, sul prato sud della Casa Bianca, un passeggero speciale si è [infilato](https://www.msnbc.com/rachel-maddow-show/maddowblog/trump-turns-white-house-lawn-car-lot-megadonor-musk-rcna196000?ref=culturewars.it) in una nuova e fiammante Tesla Model S, mentre il suo fido braccio destro, comodamente seduto accanto a lui, spiegava ai cronisti accorsi sul posto che «il presidente merita la miglior tecnologia americana».
I due si chiamavano – e si chiamano ancora – rispettivamente Donald Trump ed Elon Musk, e la loro tempestosa bromance è diventata l’ago della bilancia degli Stati Uniti.
La scenetta in favor di obiettivo di marzo – un capo di Stato seduto accanto al tycoon che più di ogni altro ha sostenuto la sua vincente campagna elettorale presidenziale – sanciva l’apice simbolico di una luna di miele entrata nel vivo l’anno precedente, quando Musk aveva investito quasi trecento milioni di dollari in super PAC Repubblicani e aveva rimodulato l’algoritmo di X per amplificare voci pro-MAGA e mettere il silenziatore ai profili di sinistra.
Il sostegno di Musk non è mai stato solo pecuniario: durante l’autunno 2024 Musk aveva accompagnato Trump in [comizi salterini](https://www.youtube.com/watch?v=sCd3xu7OiHc&ref=culturewars.it) rimasti a modo loro iconici, trasmesso molti altri appuntamenti di *Trumplandia* in diretta su X, e soprattutto fornito un’infrastruttura digitale (ovvero dati, *reach* e *trending topic*) a cui nessun partito tradizionale avrebbe mai potuto ambire. Franklin Foer, sull’*Atlantic*, aveva [definito](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2025/05/trump-defund-schools-research-republicans/682742/?ref=culturewars.it) Musk **«un Deep State privato»**, e aveva ragione: nessuno come lui è un provider di potere capace di unire le infrastrutture strategiche (quelle di Starlink e SpaceX) e i canali di comunicazione di massa.
Non a caso, il giorno dell’insediamento Trump ha ricompensato il suo strambo mecenate col Department of Government Efficiency, alias **DOGE**, rendendolo un “amministratore straordinario” *extra moenia* con accesso ai dati del governo federale. Un banco di prova in grande stile per l’idea muskiana di snellire lo Stato a colpi di codice, ma soprattutto uno scambio di favori di cui ha fatto le spese lo stato di diritto: in meno di cento giorni i tecnici arruolati da Musk – spesso senza alcuna esperienza o ruolo pubblico precedente – hanno messo le mani su fondi sanitari, fiscali e previdenziali, licenziato migliaia di funzionari e rivendicato risparmi miliardari, [generando disastri](https://www.wired.it/article/doge-senza-musk-seconda-fase/?ref=culturewars.it) a non finire e di fatto privatizzando il potere esecutivo.
Poi però è arrivato il conto. Col cosiddetto “**One** **Big Beautiful Bill**” (sic), maxi-manovra di Trump che, [tra le altre cose](https://www.bbc.com/news/articles/c0eqpz23l9jo?ref=culturewars.it), taglia gli incentivi ai veicoli elettrici, ed è passata in questi giorni al Congresso, Trump ha colpito proprio l’industria più cara a Musk.
Il fondatore di Tesla si è scagliato contro la legge, definendola su X «un abominio», ha minacciato di boicottare i deputati Repubblicani che l’avessero votata. Poi, facendo seguito a mesi di retroscena di maretta a palazzo, ha lasciato la guida del DOGE. Il presidente ha reagito mettendo in dubbio l’affidabilità dei modelli Tesla e ventilando l’ipotesi di sciogliere i contratti federali tra NASA e SpaceX (nonché [precisando](https://truthsocial.com/@realDonaldTrump/posts/114632205177163456?ref=culturewars.it) che «nessuno» tranne l’ex amico voleva misure pro-auto elettriche); Musk, dopo aver rincarato la dose sulla NASA, gli ha sobriamente dato del pedofilo; Wall Street ha punito il titolo Tesla e la frattura è diventata irreversibile e pirotecnica.
> Time to drop the really big bomb:[@realDonaldTrump](https://twitter.com/realDonaldTrump?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) is in the Epstein files. That is the real reason they have not been made public.
>
> Have a nice day, DJT!
>
> — Elon Musk (@elonmusk) [June 5, 2025](https://twitter.com/elonmusk/status/1930703865801810022?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
La crisi dei due ex innamorati in camporella sulla Tesla – un botta e risposta incrociato e isterico tra Truth Social e X, con Musk che ricondivide meme su Epstein e Trump che minaccia indagini antitrust – è la cartina di tornasole del punto di non ritorno dell’oligarchia tech a Washington. Ezra Klein [parla](https://www.theguardian.com/media/2025/apr/02/ezra-klein-on-trump-vance-and-free-speech-it-feels-like-we-are-in-one-of-the-darkest-imaginable-timelines?ref=culturewars.it) già da mesi di «competizione per la realtà percepita», dove piattaforme e potere politico si sfidano non sul piano legislativo, ma **sul filtro mediatico** attraverso cui i cittadini comprendono le leggi. Il *Washington Post* ha [notato](https://www.washingtonpost.com/opinions/2025/06/05/musk-trump-twitter-truth-social-fight/?ref=culturewars.it) che Musk «scopre adesso ciò che ogni grande donatore prima o poi impara da sé: Trump non è un investimento, ma un rischio permanente».
La politica statunitense funziona con regole spietate, ma che fino ad oggi erano rimaste più o meno fisse: i politici si comprano coi milioni, ma poi ricambiano i favori. Musk forse pensava di aver acquistato un presidente, ma ha ricevuto un tizio che rivende se stesso al miglior offerente ogni ventiquattr’ore, e cambia idea tre o quattro volte al giorno.
Il risultato è che oggi, in uno stato di cose senza precedenti, un oligarca digitale altrettanto instabile **dispone di database federali e di un canale social planetario** da cui può modulare l’agenda pubblica (o, se serve, sabotarla in grande stile, appunto). Se Musk domani decidesse di “abbassare il volume” di un’istituzione critica, o di prendere di mira alcuni suoi appartenenti, chi potrebbe farci qualcosa?
Con una battuta fulminante, **Alexandria Ocasio-Cortez** ha [commentato](https://www.tiktok.com/@sheajordansmith/video/7512663668073614638?ref=culturewars.it) il redde rationem intra-Trump con un già epico «oh cavolo, le ragazze stanno litigando, vero?». È una boutade fino a un certo punto, però, nella misura in cui non solo le persone comuni, ma anche i ricchi e i potenti oggi rimangono invischiati nello stesso loop di reaction, meme e shitstorm che una volta inghiottiva forum di nicchia e cospirazionisti fuori di testa. L’algoritmo è diventato la forza primaria che riscrive gli archi costituzionali, e che influenza le già fragili (diciamo così) personalità al potere a Washington.
Ho controllato: nel mio piccolo avevo scritto già a febbraio che fra questi due non sarebbe potuta durare troppo. E non è che sia stato l’unico facile profeta in tal senso, intendiamoci. Ma la lite Musk-Trump non è solamente una questione di **compatibilità fra due ego giganteschi**; è una faida che tocca la permeabilità della democrazia Usa a capitali privati fatti di server, satelliti e dati sensibili di milioni di cittadini.
Se l’alleanza di convenienza fra un presidente uber-populista e il suo «*first buddy*» (così come si è autodefinito, in modo sempre imbarazzante) high-tech è crollata in poche settimane, il vuoto che lascia non è un divertissement di gossip, ma una falla aperta nello scafo della sicurezza istituzionale.
Finché un singolo proprietario di grandi aziende potrà riscrivere gli algoritmi che strutturano il dibattito pubblico – e non solo vantarsi di aver reso possibile una vittoria elettorale, ma anche chiederne il conto – ogni campagna si giocherà su un terreno che non appartiene più alla democrazia, ma al suo padrone di turno.
In un mondo che affida la propria opinione pubblica a chi controlla i feed e i discorsi che instradano nelle nostre giornate, la domanda non è se la democrazia sopravviverà a due ego ipertrofici in lotta: è se riuscirà a sopravvivere **al modello di business che li ha armati**.
## ****Altre news dal fronte**
- Per intanto: [per favore Democratici](https://www.washingtonpost.com/opinions/2025/06/02/democrats-jargon-intersectionality-justice-involved-woke/?ref=culturewars.it), «provate a essere normali», abbandonando gerghi elitari e imperscrutabili;

- Come si risponde a polemiche cretine e pedanti sui casting e le minoranze: l’attrice nera[Cynthia Erivo](https://www.thewrap.com/cynthia-erivo-reacts-jesus-chris-superstar-casting-outrage/?ref=culturewars.it) e il suo *Jesus Christ Superstar*;

- *The Elder Scrolls* in mano a donne: ma [dove andremo a finire](https://www.thepinknews.com/2025/05/29/the-elder-scrolls-iv-women-devs-woke/?ref=culturewars.it), signora mia!
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### Cravattari ad Harvard
URL: https://www.culturewars.it/harvard-trump-ricatti/
Last updated: 2025-09-05T21:35:01.000Z
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Nella [guerra a tutto tondo](https://www.culturewars.it/trump-guerra-universita/) tra l’istruzione superiore statunitense d’élite e l’amministrazione Trump, la decisione del governo di revocare ad **Harvard** il permesso di [far iscrivere studenti stranieri](https://www.theguardian.com/us-news/2025/may/22/trump-harvard-international-students?ref=culturewars.it) rappresenta un momento spartiacque.
Non è soltanto una provocazione: è una mossa di controllo ideologico mascherata da questione di sicurezza nazionale, anche se per ora è stata [bloccata](https://apnews.com/article/harvard-foreign-students-enrollment-trump-lawsuit-94b65866c563e67a7a7a3c79e90144d6?ref=culturewars.it) da un giudice federale, che ha messo in standby la decisione e la sua effettiva applicabilità.
Il Dipartimento per la sicurezza interna del presidente, capeggiato dalla segretaria Kristi Noem, ha motivato la decisione accusando l’ateneo di fomentare antisemitismo e di avere legami con governi ostili, in particolare col Partito comunista cinese (!). Ovviamente – non c’è bisogno di dirlo – è la solita fuffa che serve da carta velina. Una giustificazione che suona più come l’argomentazione di un regime illiberale, quale gli Stati Uniti ormai sono, che come una misura coerente con lo stato di diritto.
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### L’ago di TikTok
URL: https://www.culturewars.it/tiktok-trump-metamorfosi/
Last updated: 2025-05-21T09:30:20.000Z
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TikTok è diventato il metronomo della politica statunitense: ogni rinvio, ogni ricorso, ogni tweet presidenziale sposta più in là la linea oltre la quale l’app potrebbe sparire dagli smartphone americani. Il 17 gennaio la Corte Suprema, nel caso *TikTok v. Garland*, ha [sentenziato](https://www.supremecourt.gov/opinions/24pdf/24-656%5Fca7d.pdf?ref=culturewars.it) che la legge “Divestment or Ban” («disinvestimento o rimozione») non viola il Primo emendamento, confermando la scadenza del 19 gennaio per la vendita delle attività d’oltreoceano della piattaforma.
Pochi mesi dopo Donald Trump – che in campagna elettorale aveva promesso di usare il pugno duro sulla questione – ha firmato un ordine esecutivo che concede a ByteDance altri 75 giorni, lasciando intendere che la trattativa può **andare avanti fino alla fine dell’estate**. Il risultato è un ciclo di proroghe che tiene in ostaggio investitori, creator e – soprattutto – milioni di giovani.
La novità è che TikTok, per restare nel gioco, sta riscrivendo la propria biografia. Il 15 maggio ha [rinnovato](https://www.businessinsider.com/tiktok-reshuffles-us-content-council-libertarian-conservative-free-speech-2025-5?ref=culturewars.it) i rappresentanti del suo Content Advisory Council – uno degli organismi di garanzia e supervisione sempre più diffusi ai piani alti delle multinazionali dei social media, con un certo *paraculismo* – accogliendo David Inserra (del conservatore Cato Institute), Corbin Barthold (di TechFreedom) e Desmond Upton Patton (della University of Pennsylvania). Si tratta di tre voci niente affatto “woke”, anzi.
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### Erudiamoci e partite
URL: https://www.culturewars.it/ricchi-guerre-culturali/
Last updated: 2025-05-16T08:35:47.000Z
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È iniziato il Salone del Libro di Torino, dunque provo a rovinare la festa a tutti con due righe di riflessione su un tema che – col passare degli anni e certi timidi progressi in altri campi – mi pare rimasto sostanzialmente tabù e al di fuori del perimetro di ogni dibattito: il divario di appartenenza di classe nelle professioni intellettuali (o variamente autoriali/creative).
È un tema a cui dedicherei volentieri articoli, approfondimenti, saggi e pamphlet, ma che temo verrebbero frenati sul nascere da certe fisiologiche resistenze interne (il che, a ben vedere, sarebbe parte del problema).
Il famigerato elefante nella stanza è la nuda evidenza del fatto che, in mestieri che spesso non garantiscono ricavi con cui sbarcare il lunario, a “vincere” sono persone che possono mantenersi in altro modo: **i ricchi di famiglia**, insomma. Di questo argomento qualcuno (anche se non tanti, beninteso) ha parlato, nel tempo, è vero; però mi pare che quasi nessuno, almeno a sinistra, abbia riflettuto in modo serio e misurato su come questo dato si interseca con codificazione, popolarità ed efficacia delle cause progressiste.
E invece prima o poi bisognerebbe iniziare a discutere di come slogan, espressioni e inquadramenti d’élite distantissimi dalle persone a cui – in teoria – si rivolgono sono la prima freccia nella faretra del populismo di destra, tutto chiacchiere e distintivo “anti-woke”.
Avendo lavorato in tanti posti, conosciuto tante persone e sentito tante storie, posso testimoniare che, specie in una città per certi versi piccola e uniformata come Milano, negli spazi di elaborazione intellettuale più à la page da una parte ho visto professare editorialismo sull’essere buoni (oggi forse si direbbe “inclusivi”, ma è uguale), mentre dall’altra si esercitava **un classismo quotidiano, spietato, instancabile**, diretto a chi non rientrava in un certo canone di consumi, culturali e non, appannaggio dell’alta borghesia.
Declinando il discorso in prima persona: io stesso, figlio del ceto medio-basso di una cittadina di provincia e cresciuto in un quartiere di case popolari, ho pagato in termini di rapporti lavorativi e personali il mio non potermi permettere certe cose – il non poter essere “buono” come lo è il figlio di un avvocato o di un medico, insomma.
Vorrei qui premettere che essere benestanti o direttamente ricchi non è una colpa da espiare, e che conosco tante ottime persone che vengono da famiglie agiate e sono sinceramente sensibili ai diritti di chi agiato non è; a livello sistemico, tuttavia, conosco benissimo anche i limiti angusti della benevolenza di quelli per cui il linguaggio inclusivo, la vicinanza simbolica e la spilla della “parte giusta” sono vezzi cool e strumenti di potere.
Ed è proprio per questo che non mi sorprende vedere che l’appropriazione borghese del progressismo (ma non bastavano i mezzi di produzione?) l’abbia [fatto naufragare](https://www.culturewars.it/fine-identity-politics/), contribuendo in modo parziale ma decisivo a spianare la strada ai reazionari.
Di tutte le persone nere, afroitaliane, musulmane, transgender e disabili che ho conosciuto nel contesto in cui ho passato i primi anni della mia vita – e non sono pochissime – quelle che si riconoscono nel linguaggio delle nicchie di un certo attivismo a mezzo Instagram si contano sulle dita di una mano (la proporzione, sintomaticamente, cambia fra le persone conosciute in tempi più recenti, per lavoro).
Il punto è che la maggior parte degli appartenenti a categorie storicamente marginalizzate ha sempre ***subìto* le azioni di coloro che hanno i mezzi**, le risorse, il tempo, il modo di intestarsi battaglie in conto terzi sul piano simbolico («I poveri almeno ti ordinano cosa fare / I ricchi invece, loro usano il plurale / Prendiamo, spostiamo ed alziamo e dopo restano a guardare», se posso concedermi una citazione “alta” di un Marracash d’antan).
Nel 1918 il socialista e sindacalista americano Gene Debs tenne un lungo e memorabile [discorso contro la guerra](https://www.marxists.org/archive/debs/works/1918/canton.htm?ref=culturewars.it) ai compagni di Canton, in Ohio, dicendo tra l’altro: «Questa è la guerra, in poche parole: la classe dominante l’ha sempre dichiarata; la classe sottomessa le ha sempre combattute». Beh, il principio vale anche per le cosiddette guerre culturali.
Ai figli dei notabili non si chiede di camminare sui ceci e non li si accusa a prescindere, ma le loro mani sui meccanismi di elaborazione e produzione della cultura dovrebbero essere un dato di cui discutere in modo onesto. Se a ventott’anni avevi già un tri o quadrilocale di proprietà a Milano, magari in una zona centrale, e non hai mai dovuto porti la domanda «come le pago le spese del mese prossimo?» puoi essere anche bianco o cisgender, ma ti assicuro che **il tuo vero privilegio** è anzitutto altrove.
È bene tenere a mente che i casi di cui si occupa questa newsletter sono passati al setaccio con lo spirito di chi li considera prima di tutto **armi di distrazione di massa**: in un mondo ideale, capire che spesso dietro ai discorsi virali intorno ai massimi sistemi ci sono lotte per il potere e *gatekeeping* di classe è il primo passo per tramutare le *culture wars* in *class wars* – di cui si può pensare quel che si vuole, ma che di certo hanno il pregio di identificare il nocciolo del problema.
## ****Altre news dal fronte**
- Un [commento](https://www.facebook.com/eleonora.cirant/posts/pfbid02Wabd8EqqFZri6eScvsGDNMgV2pxRdYYqkWtFvrSLTCJStspw3SHK3ghzG4PobaRRl) della femminista Eleonora Cirant al recente incontro/scontro tra Adriana Cavarero e Judith Butler all’Università di Verona;

- Dopo gli Stati Uniti, anche il Regno Unito decide di [tagliare i fondi](https://www.theguardian.com/politics/2025/may/13/labour-defend-aid-cuts-claiming-uk-days-global-charity-over?ref=culturewars.it) per i programmi di sostegno umanitario internazionale;

- Stanca della *manosphere*? Per fortuna ora [c’è anche la *womanosphere*](https://www.theguardian.com/us-news/2025/apr/24/womanosphere-conservative-women?ref=culturewars.it), che ti vuole rendere «magra, fertile e Repubblicana», scrive il Guardian.
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### Video di Karen e mondo di fuori
URL: https://www.culturewars.it/turisti-israeliani-napoli/
Last updated: 2025-05-08T14:47:25.000Z
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Inutile dilungarsi troppo sull’episodio da cui prende le mosse questo articolo, vista la sua notorietà smisurata: sabato 3 maggio alla **Taverna a Santa Chiara**, un ristorante molto frequentato del centro di Napoli, la ristoratrice Nives Monda ha avuto un alterco con due clienti israeliani, la ricercatrice Gili Moses e il compagno, che stavano parlando in termini positivi del loro Paese con altri turisti.
Secondo quanto [dichiarato](https://www.fanpage.it/napoli/lisraeliana-gili-moses-e-la-lite-alla-manifestazione-pro-palestina-a-bari-il-26-aprile/?ref=culturewars.it) dalla stessa Moses, la situazione sarebbe degenerata quando la titolare della Taverna si è inserita nel discorso fra i commensali, interrompendo le lodi a Israele della coppia per dichiarare, a un certo punto, che «i sionisti non sono benvenuti a Napoli»; [secondo Monda](https://www.fanpage.it/napoli/lite-in-un-ristorante-di-napoli-per-la-palestina-siamo-contro-lapartheid-non-antisemiti/?ref=culturewars.it), invece, la responsabilità del diverbio sarebbe tutta di Moses, che si è inalberata dopo aver sentito che la proprietaria parlava di un «genocidio» ai danni dei palestinesi.
Di certo c’è solo una manciata di secondi finali, catturati in video dalla turista israeliana e postati sui social, che però ci dicono molto poco: c’è, effettivamente, Monda che, alterata, ripete che «i sionisti non sono i benvenuti» nel suo locale, mentre Moses, ugualmente su di giri, le urla che è una «supporter del terrorismo» e un’«antisemita».
Come vuole il copione di questi teatrini simbolici, ognuno crede a quel che vuole: chi ha iniziato? Chi ha detto cosa, al di fuori del registrato? Cosa è successo davvero, e cosa ci dice del mondo in cui viviamo?
Quel che ho [provato](https://www.facebook.com/davpiacenza/posts/pfbid02rnkCR81u3VTvHLjjMFMzoQVUCuE13CHdsV9DRRxVUaegBD35EbqYkNisYg7SUGiml) timidamente a suggerire, tra una trasferta e l'altra di questi giorni, è che il problema è proprio nel carattere monopolizzante di questi MacGuffin virali: perché una singola esperienza diventa indicativa di un trend, spia di un Problema Sociale o spunto per vaticinare orrori ormai prossimi?
È questo che non capisco, anzitutto, nella retorica perennemente allarmata che si concentra su questo o quel caso distorto dagli algoritmi e reso uno spartiacque lungo cui schierarsi: **dove sono gli altri turisti israeliani “cacciati”** dai ristoranti, le taverne e le osterie d’Italia? Dove sono le altre vittime di questa interminabile ondata di antisemitismo (finora più che altro presunto, anche considerato che secondo una testimonianza Gili Moses pare aver [avanzato le stesse accuse](https://www.telebari.it/attualita/208491-dopo-napoli-insulti-ai-manifestanti-pro-palestina-a-bari-attiviste-riconoscono-lisraeliana-gili-moses.html?ref=culturewars.it) a una manifestazione per la pace a Bari)?
Beninteso, l’antisemitismo esiste, ed esiste da duemila anni: e se differenziarlo dall’antisionismo può risultare (e talvolta è, a tutti gli effetti) capzioso, ignorare l’attualità molto più stretta, pressante e documentata mi sembra anche più scorretto: oggi, e da un anno e mezzo, Israele è un Paese impegnato nella distruzione sistematica di un popolo straziato dalla guerra, a cui nega anche i beni umanitari di prima necessità e le cure mediche (quando non [bombarda le navi](https://www.theguardian.com/world/2025/may/02/gaza-humanitarian-aid-ship-bombed-drones-waters-off-malta?ref=culturewars.it) che cercano di portarli a Gaza).
A Gaza sono morte 60mila persone – fra cui 15mila bambini – e ne muoiono di nuove ogni giorno; ci sono centomila feriti che non si possono curare perché gli ospedali sono diventati cumuli di cenere; non ci sono acqua da bere e cibo per consumare pasti una volta ogni giorno o due: notare che *questo* è lo scenario che merita un’attenzione sistemica non è benaltrismo in cattiva fede, ma semplice (oserei dire persino banale) comprensione dello scenario che abbiamo sotto gli occhi.
E non parlo di quegli occhi che posiamo sullo schermo dell’iPhone, indignandoci per l’ultimo fatterello laterale con cui le piattaforme cercano di accendere il fuoco sacro del nostro engagement emotivo; parlo di occhi con cui riusciamo ancora a percepire il mondo al di fuori dalla caverna. Se le idiozie delle [Karen](https://en.wikipedia.org/wiki/Karen%5F%28slang%29?ref=culturewars.it) progressiste americane sono risibili esempi di “wokismo” deteriore, mentre quelle delle omologhe israeliane vanno trattate come preziosi documenti con cui determinare le nostre priorità sociali, allora forse abbiamo quantomeno un **problema di doppiopesismo**.
Non si possono destinare incisi asettici o in funzione concessiva a una guerra unilaterale e asimmetrica, a un genocidio che è nelle scelte politiche rivendicate, e che ha già dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che non si fermerà di fronte a nessun limite imposto dai fondamenti del vivere civile e dell’umanesimo post-Illuminismo.
Quel che Israele sta facendo a Gaza, secondo qualsiasi metro di ragionamento onesto, **non è il contorno sgraziato delle singole storie** di maltrattamento che forse – o, chissà, forse no – riguardano questo o quell’israeliano all’estero, da innalzare regolarmente ad Esempio (era accaduto anche [ad Amsterdam](https://www.ilpost.it/2024/11/11/violenze-amsterdam-maccabi-ajax/?ref=culturewars.it) a novembre), ma il fulcro di un discorso che non stiamo nemmeno provando a imbastire.
Le bombe sui civili inermi e i soprusi del governo Netanyahu sono il motivo principale per cui l’immagine internazionale di Israele è radicalmente mutata, anche all’interno di corpi sociali che fino a poco tempo fa non avevano nessun pregiudizio ideologico verso il sionismo. E per essere chiari: questo non significa certo che gli ebrei che finiscono discriminati in Europa o altrove *se la siano cercata*, com’è ovvio; ma per risolvere i problemi bisogna anzitutto riconoscerne le cause, non confinarle a una postilla che fa da disclaimer al caso del giorno.
La ristoratrice Nives Monda non è un’eroina, Gili Moses non è una martire: sono due donne che si sono messe a litigare su una situazione molto più grande, consequenziale ed epocale di quel che un pranzo in un ristorantino di Napoli potrà mai essere.
Eppure da giorni noi parliamo di loro due, di quel ristorantino, di questo caso specifico, continuando a grattare la superficie della diatriba minuta in modo che appaiano tracce dei fossili che vogliamo rinvenire.
È un modo triste e in definitiva stupido di occuparsi degli avvenimenti che cambiano la Storia: semmai, significa incistarsi **nel reame delle storielle**.
## ****Altre news dal fronte**
- Detto fatto: anche le grandi aziende statunitensi hanno [iniziato](https://www.reuters.com/sustainability/sustainable-finance-reporting/not-so-mysterious-case-disappearing-boardroom-diversity-stats-ross-kerber-2025-05-07/?ref=culturewars.it) a spazzare sotto il tappeto la reportistica della diversità dei loro consigli d’amministrazione;

- Come la sicurezza digitale diventa un [terreno di scontro simbolico](https://www.theregister.com/2025/05/06/opinion%5Fcolumn/?ref=culturewars.it)\-culturale;

- I brand, quei cari e sinceri amici delle minoranze, ora che è cambiato il vento hanno iniziato a far [mancare il loro sostegno](https://www.washingtonpost.com/business/2025/05/05/pride-month-funding-shortfalls-sponsors/?ref=culturewars.it) ai Pride.
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### 100 giorni di razzismo di Stato
URL: https://www.culturewars.it/trump-deportazioni-bambini/
Last updated: 2025-10-01T14:23:09.000Z
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Lunedì 28 aprile, al sorgere del sole, **decine di cartelloni formato foto segnaletiche** disegnavano un corridoio macabro fra il North Lawn e l’ingresso dei reporter alla Casa Bianca. Sotto un logo presidenziale apparivano volti pixelati di persone identificate solo come «*illegal aliens»*, accuse di stupro o omicidio in corpo 72; nessun nome, nessuna data, ma la ricerca della massima potenza visiva.
Un funzionario dell’amministrazione ha [spiegato](https://www.axios.com/2025/04/28/trump-posters-white-house-arrested-immigrants?ref=culturewars.it) ad Axios che l’obiettivo era «farli ricadere nell’inquadratura di ogni diretta tv», mentre Donald Trump festeggiava la soglia simbolica dei 100 giorni. L’operazione – con foto poi rilanciate dal profilo X dell’ufficio stampa del governo americano – è stata [confermata](https://www.cbsnews.com/news/trump-100-days-white-house-lawn-mugshots-immigrants/?ref=culturewars.it) a CBS News dal direttore a interim dello United States Immigration and Customs Enforcement (ICE) Tom Homan, che ha ribadito il suo slogan: «Vi daremo la caccia».
> Good Morning from The White House! [pic.twitter.com/1fhjzMU2gR](https://t.co/1fhjzMU2gR?ref=culturewars.it)
>
> — Karoline Leavitt (@PressSec) [April 28, 2025](https://twitter.com/PressSec/status/1916809970080756140?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
La scenografia conta più dei numeri: quell’iconografia tutta votata a dare un volto ai “nemici interni” è perfetta per un pubblico schiavo delle piattaforme, abituato ad immagini ad alto tasso emotivo ed a contenuti polarizzanti. Il prato sembra essere stato allestito per le conversioni in click*:* la guerra ai migranti è ormai la prima arma di distrazione di massa della politica trumpiana.
Dietro la vetrina punitiva, però, si consumano storie ben meno fotogeniche. Il 25 aprile l’ICE ha imbarcato su un volo charter per l’Honduras tre bambini – cittadini statunitensi – di 2, 4 e 7 anni, [fermati](https://www.washingtonpost.com/immigration/2025/04/26/us-citizen-children-deported-ice/?ref=culturewars.it) [con le madri](https://www.theguardian.com/us-news/2025/apr/26/trump-administration-child-deportation?ref=culturewars.it) a un normale check-in in Louisiana. Il più piccolo, due anni, è stato deportato «in modo illegale e incostituzionale», per citare le parole di un giudice federale conservatore, Terry Doughty; il maggiore, quattro anni, è malato di cancro al quarto stadio e ha lasciato il Paese senza farmaci né cartella clinica, né la possibilità della famiglia di parlare coi suoi medici. Per nessuno di loro è stato nominato un tutore legale, come sarebbe prassi in questi casi.
Il Dipartimento per la Sicurezza interna sostiene che «le madri hanno scelto di portarli con sé» in Honduras, ma questo non risulta a nessuno: gli avvocati parlano di “decisioni” estorte in regime di isolamento e senza assistenza legale. E non si tratta di casi isolati, di poche-mele-marce: il Washington Post ha documentato un trend di rimpatri accelerati che sta mietendo vittime anche tra bambini e persone gravemente malate. **Per segnare *Internet points***, insomma, Trump e i suoi hanno creato un cortocircuito dei diritti costituzionali.
La Casa Bianca parla di «record storici» nel campo della sicurezza alla frontiera con 139mila rimpatri in poco più di tre mesi – ma gli stessi dati interni di ICE ne contano meno della metà, 65mila rimpatri, molti dei quali in fase preliminare. Nei suoi primi, terribili cento giorni Trump ha firmato 142 ordini esecutivi, più di quanti ne abbia siglati qualsiasi altro presidente statunitense dal 1945; oltre la metà sono stati dedicati a immigrazione e ordine pubblico, generando una cornucopia di contenziosi: Reuters conta già più di duecento cause civili intentate contro le azioni del governo, settanta delle quali hanno prodotto sentenze almeno in parte ostili alla Casa Bianca.
Ultimamente, per giustificare le sue spudorate vioalzioni dello stato di diritto, l’amministrazione ha **riesumato una legge del 1798** – l’*Alien Enemies Act* – che concede al presidente poteri di detenzione e deportazione di stranieri durante le guerre o di fronte a una minaccia di invasione; mai applicata in tempo di pace dalla Seconda guerra mondiale, la legge è stata invocata recentemente per [deportare 137 venezuelani](https://www.npr.org/2025/04/30/g-s1-63415/top-5-immigration-changes-trump-first-100-days?ref=culturewars.it) nel mega-carcere delle torture di El Salvador (quello del terribile video della ministra della Sicurezza interna Kristi Noem [in parata di fronte ai prigionieri](https://www.youtube.com/watch?v=c63shTZ4IbI&ref=culturewars.it)) nonostante un’ingiunzione di una corte federale che ordinava di invertire la rotta ai voli già decollati.
Riassumendo: dati gonfiati, cornici belliche e poteri d’emergenza: la combinazione ideale per un’epoca che premia chi ha meno riserve nel riplasmare la realtà a suo piacimento.
Il fatto è che questa presidenza – una presidenza che non ha eguali, nemmeno nel primo mandato dello stesso Trump – considera ogni battuta d’arresto parte dello spettacolo. In un comizio di queste ore a Warren, Michigan, Trump ha detto, testualmente, «**niente mi fermerà**».
Il presidente ha sferrato dardi a quelli che ha definito, con echi per noi fin troppo familiari, «giudici comunisti e della sinistra radicale», invitando i suoi sostenitori a tenere a mente i loro volti, non soltanto quelli affissi sul prato della Casa Bianca. Eversione non soltanto dura e pura, ma rivendicata con il sorriso: che pochi giorni fa abbia mandato le guardia ad[ arrestare una giudice](https://edition.cnn.com/2025/04/25/politics/fbi-director-wisconsin-judge-arrested/index.html?ref=culturewars.it) del Wisconsin, Hannah Dugan, per motivi politici, sembra essere un dettaglio. La platea applaude; i network conservatori mandano le immagini in loop.
I migranti sono l’avversario politico ideale: privo della forza elettorale per rispondere, perfetto per forgiare senso di appartenenza e consenso a buon mercato. Se le voci delle vittime reali – lavoratori con green card, venezuelani qualificati come nemici, addirittura bambini malati – si perdono in questo gioco macabro di riflettori e sparate, poco importa: la narrazione vuole funzionare producendo l’illusione di una minaccia esistenziale sventata in diretta.
A cento giorni dall’insediamento, la Casa Bianca espone il confine non come linea geografica ma come palcoscenico morale, sul quale misurare la lealtà dei cittadini e l’obbedienza delle branche governative.
L’America è diventata in un batter d’occhio un laboratorio di autoritarismo a presa rapida che normalizza l’eccezione. Se questa infinita serie di ritorsioni diverrà routine dipenderà in parte dai tribunali e in parte dall’attenzione dell’opinione pubblica. Ma il messaggio lanciato dal prato di Pennsylvania Avenue è chiaro: al nuovo corso conviene mostrarsi pronto a tutto, perché anche l’errore più tragico oggi può essere esibito. La vera foto ricordo di questi cento giorni non è quella dei volti appesi in fila a due passi dall’istituzione garante della «più grande democrazia del mondo»: è la nostra, mentre li guardiamo.
### Decidere cos’è una donna
URL: https://www.culturewars.it/sentenza-regno-unito-donna/
Last updated: 2025-04-17T20:38:27.000Z
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Il 16 aprile la Corte Suprema del Regno Unito ha [stabilito](https://www.bbc.com/news/articles/cvg7pqzk47zo?ref=culturewars.it) che per l’applicazione dell’Equality Act 2010, il termine «donna» si riferisce al sesso biologico alla nascita. Le donne transgender, anche se in possesso di un Gender Recognition Certificate (GRC) – il documento legale che attesta il cambiamento di genere dei cittadini d’Oltremanica – per la Corte non rientrano nella categoria nei casi di leggi in cui siano previste “azioni positive” di promozione sociale o spazi riservati alle donne.
È una sentenza che ha già fatto discutere molto, che avrà parecchie conseguenze, ma in qualche senso prevedibile. Tanto che la Corte stessa ha sentito il bisogno di specificare nella decisione: «Sconsigliamo di leggere questa sentenza come un trionfo di uno o più gruppi nella nostra società a spese di un altro». Una frase che suona come un invito alla maturità, e a smettere di leggere ogni controversia dietro le sole lenti di “vittoria” e “sconfitta” di una parte (che pure, è evidente, nel caso in oggetto hanno il loro bel peso).
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### Coltellate come content
URL: https://www.culturewars.it/sentenza-turetta-cecchettin/
Last updated: 2025-04-14T09:22:29.000Z
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Ieri pomeriggio in metropolitana a Milano mi sono imbattuto in un foglio scritto a mano. Era appeso a un distributore automatico con qualche pezzetto di nastro adesivo e diceva semplicemente: «**75 coltellate non sono inesperienza**».
Il riferimento, come sa chiunque non sia appena tornato da Marte, è alla [pubblicazione delle motivazioni](https://www.lastampa.it/cronaca/2025/04/08/news/femmincidio%5Fcecchettin%5Fle%5Fmotivazioni%5Fsull%5Fergastolo%5Fa%5Fturetta%5Flucido%5Fe%5Frazionale%5Fdopo%5Fl%5Fomicidio-15093804/?ref=culturewars.it) della sentenza che lo scorso dicembre ha condannato Filippo Turetta all’ergastolo per l’omicidio di Giulia Cecchettin, e che ha suscitato un’ondata di indignazione trasversale per l’assenza dell’aggravante della crudeltà.
Il palcoscenico principale di questo moto di rabbia, nemmeno a dirlo, sono i social media. Il tema è delicato come probabilmente nessun altro, ed è facile urtare la sensibilità di chi è scosso da un dolore che, in ultima analisi, mi sembra avere a che fare con l’esperienza di essere donna nella società odierna – e come tale va non solo rispettato, ma rappresentato e sostenuto. A maggior ragione, che Elena Cecchettin, la sorella minore di Giulia, abbia [parlato](https://www.lastampa.it/cronaca/2025/04/09/news/elena%5Fcecchettin%5Fsentenza%5Fturetta-15095022/?ref=culturewars.it) di una «sentenza pericolosa» non dovrebbe essere materia di discussione.
Ma proprio per questo – proprio perché quel che è successo è successo, e anzi *continua a succedere* – vale la pena fermarsi, respirare, e provare a capire **perché ci indigniamo**, **come ci indigniamo**, e **a cosa porta quell’indignazione**.
Torniamo agli atti processuali. Per il femminicidio di Giulia Cecchettin, Filippo Turetta è stato condannato all’ergastolo, senza attenuanti generiche e con il riconoscimento della premeditazione del barbaro assassinio. Nella motivazione si parla di «efferatezza dell’azione», «risolutezza del gesto», «motivi vili e spregevoli». Il motivo per cui non sono state riconosciute le aggravanti di crudeltà riguarda un’interpretazione tecnica, come spiega bene [in un post su Facebook](https://www.facebook.com/grazianji/posts/pfbid0RrMQMRKWivuq5JapaxG9X23QGQUNSjW9cxyngoMfS4WodbSA4j42Vzf3yfdC4EgYl) il giornalista di Radio 3 **Graziano Graziani**: il tribunale ha distinto tra un atto sadico e uno «goffamente eseguito» ma orribile e letale, e ha scelto – in base al codice – di non applicare quella specifica aggravante (ma altre sì, appunto).
Si può essere d’accordo o meno con la sentenza. Ma a rimanere inamovibile è che all’assassino **è stato comminato il massimo della pena**. Eppure a fare notizia non è stata la condanna all’ergastolo; lo è stato il dettaglio tecnico, opportunamente estrapolato dal contesto dell’iter processuale, delle carte, delle perizie e dell’autopsia, con titoli di giornale che suonavano così:
> “Per la Corte, 75 coltellate non sono crudeltà” (La Stampa)
> “Assassino ma non crudele” (Open)
È un gioco che nel breve termine fa vendere qualche copia o racimolare qualche click in più, ma nel medio periodo rende tutti più sciocchi e anestetizzati di fronte alle ingiustizie.
In quest’epoca di continue, disperate chiamate di applausi ad personam, non contano le parole giuste: contano le parole che fanno rumore. Questa però, di per sé, non è una buona ragione per estendere la grammatica della decontestualizzazione a ogni ambito.
Il diritto penale, come ha ricordato Valeria Verdolini [su Lucy](https://lucysullacultura.com/le-motivazioni-della-sentenza-turetta-e-il-femminismo-punitivo/?ref=culturewars.it), serve a stabilire responsabilità, non a fungere da risarcimento emotivo instagrammabile. Eppure chiediamo in coro al tribunale **di colmare un vuoto simbolico**, non sostanziale: non ci accontentiamo della pena – e d’altronde, quale pena potrà mai essere “giusta” di fronte a un caso del genere? – perché vogliamo l’Esempio esorcizzante.
Questa tensione è comprensibile, per molti versi. Ma ciò a cui porta è tutt’altro che salutare: in queste ore i trending topic si sono riempiti di j’accuse virali, teatrini macabri, cascate di video in cui influencer di ogni ordine e grado [mimano il gesto dell’accoltellamento](https://x.com/doluccia16/status/1910318812194386085?ref=culturewars.it) su pupazzi, peluche, sacchetti. Un’estetica di inseguimento del trend social che spaccia per attivismo la più miserabile delle ricerche di engagement (e che, a ben vedere, trova il suo rovescio simmetrico nelle nicchie dei *redpillati* misogini secondo cui Turetta [non esisterebbe](https://lucysullacultura.com/filippo-turetta-non-esiste/?ref=culturewars.it) tout court).
Si è detto che la grande assente da questa pornografia dello sdegno è la sentenza, quella vera, quella scritta dai giudici della Corte d’Assise, certo. Ma il primo problema è proprio nella natura di quella fiumana impetuosa di content; di ciò che ha portato quella persona in buona fede ad appendere quel foglio nella metropolitana di Milano, convinta di aver fatto giustizia.
Perché la viralizzazione del dolore non è mai neutra. Anzi, produce danni concreti. Primo, riduce la soglia dell’empatia reale: a furia di vedere sceneggiate, perdiamo la capacità di distinguere tra testimonianza e performance. Secondo, **rende le battaglie autentiche meno credibili**, perché quando la soglia della sensibilità sociale si abbassa oltre un certo limite, la sensibilità crolla. Non ci dovrebbe volere un genio per capirlo, ma in casi come questo la denuncia diventa lugubre parodia: il peluche accoltellato non informa, non educa, non fa avanzare nessun discorso culturale. È solo *reaction*, per l’appunto.
Chi è impegnato *per davvero* contro la violenza di genere in momenti così si ritrova a dover spiegare, ancora una volta, la differenza tra una campagna e una pantomima inscenata per raccattare qualche like. E ai suoi detrattori in malafede basta un trend grottesco per delegittimare intere lotte**.** Se le buone cause diventano dispositivi performativi da meme, chi vi si oppone può deriderle con due storie e uno screenshot (e se hai letto qualcuno che diceva che Trump negli Stati Uniti non ha vinto le elezioni *anche* per queste dinamiche beh, [aveva solo voglia di darsi ragione](https://www.culturewars.it/cancel-culture-trump-parole-proibite/)).
Tutto questo ha un effetto concreto ancor più beffardamente deleterio: **l’indignazione pubblica finisce per alimentare**, paradossalmente, **proprio ciò che vorrebbe combattere**. Il governo Meloni lo ha capito fin troppo bene, e ha proposto un ddl che introduce in automatico l’ergastolo per i femminicidi, cercando di andare a traino dello spirito del tempo: pene esemplari, simboliche, mediatiche, di scarsi benefici reali.
Nel magico mondo dei social, la giustizia da sola non basta: deve anche *sembrare* giusta. E in questa richiesta di giustizia-percezione si insinua una forma mentis populista dai mille risvolti – sociale, politico, penale – che propone risposte facili a problemi strutturali, riducendo il progresso a una funzione dell’indignazione rituale e a comando.
Se l’indignazione diventa una coreografia temporanea, da dismettere nel momento esatto in cui il trend passa – la storia prima il video sul femminicidio col pupazzo, quello dopo il nuovo episodio del podcast – la lotta femminista alla violenza sulle donne viene fagocitata dalle miserie della logica dei contenuti. E perdiamo un po’ tutti, chi più e chi meno.
## ****Altre news dal fronte**
- Negli Stati Uniti di Trump, uno stylist venezuelano gay può finire in una terribile prigione centramericana dedita alla tortura [per errore](https://eu.jsonline.com/story/news/investigations/2025/04/10/fired-milwaukee-cops-report-helped-send-gay-stylist-to-el-salvador/83023882007/?ref=culturewars.it);

- Ma parliamo un attimo di dazi: sapevi che il buon Trump, un benefattore, li ha messi (e poi tolti) per aiutare gli uomini a [superare i loro problemi di virilità](https://www.washingtonpost.com/opinions/2025/04/09/trump-tariffs-manufacturing-jobs/?ref=culturewars.it)?

- Se pensi che della miniserie *Adolescence* si sia parlato fin troppo, aspetta di sapere [quanto ne hanno parlato in Gran Bretagna](https://slate.com/culture/2025/04/adolescence-netflix-series-uk-controversy-manosphere-andrew-tate-keir-starmer-parliament.html?ref=culturewars.it).
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### La grande guerra all’università
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Last updated: 2025-09-05T21:34:20.000Z
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Non è un mistero per nessuno che l’attuale governo degli Stati Uniti d’America stia cercando attivamente di rovesciare lo stato di diritto e muoversi a passi decisi verso l’autoritarismo: lo dimostra lo stesso Donald Trump su base quotidiana, firmando ordini esecutivi e sciorinando dichiarazioni, deliberazioni e provocazioni [di chiaro stampo fascista](https://www.culturewars.it/fine-free-speech-usa-trump/) (e chi legge questa newsletter sa che, a differenza di quanto avviene altrove, le parole qui vengono scelte con cura).
Lo scopo e la scala degli atti liberticidi di persecuzione e criminalizzazione del pensiero sono così inusitati che, per un paradosso grottesco, è diventato persino difficile stargli dietro: basta passare una giornata lontano dalle news e dagli schermi per perdersi l’ultima epurazione istituzionale comandata dagli scranni del potere di Washington.
Certe storie però rimangono impresse, più delle altre.
Canary Mission, un sito anonimo di estrema destra dedito al *doxxing* di «persone e gruppi» che, a suo dire, «promuovono l’odio per gli Stati Uniti, Israele e gli ebrei», a febbraio ha dedicato una [pagina](https://canarymission.org/individual/Rumeysa%5FOzturk?ref=culturewars.it) a **Rumeysa Ozturk**, trentenne studentessa di dottorato di origini turche della Tufts University del Massachusetts (e, in precedenza, titolare di una borsa di studio alla Columbia), accostandola alla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023.
Ozturk non ha nessuna relazione con Hamas: ciò che l’ha fatta finire nella lista di proscrizione è un [editoriale](https://www.tuftsdaily.com/article/2024/03/4ftk27sm6jkj?utm%5Fsource=substack&utm%5Fmedium=email) sul giornale della sua università che ha co-firmato con altri due studenti lo scorso 26 marzo, dove si chiede alla Tufts di rispettare una risoluzione del senato studentesco che vuole che l’ateneo riconosca il genocidio dei palestinesi e interrompa ogni relazione con aziende vicine a Israele.
Una posizione su cui si può essere più o meno d’accordo, ma che ha verosimilmente portato – o contribuito a portare – a una scena da *Kristallnacht* (di cui esiste, peraltro, un terribile [filmato](https://www.youtube.com/shorts/JyypeEEOklM?ref=culturewars.it)): sei agenti federali in borghese l’hanno circondata di fronte alla sua casa di Somerville, non lontano da Boston, strattonata, ammanettata e portata con la forza su un’auto non identificata. Per più di 20 ore i suoi immediati familiari non hanno avuto sue notizie, mentre lei veniva trasferita a 2700 chilometri di distanza – sì, hai letto bene – in una prigione federale per migranti della Louisiana, la stessa dove è stato portato **Mahmoud Khalil**.
Se nel caso di Khalil – a sua volta di una gravità a cui non siamo abituati parlando di notizie dagli Stati Uniti – si trattava quantomeno del leader noto di una protesta pro-Palestina di primo piano, nel caso di Rumeysa Ozturk non vige nemmeno questo lontano appiglio: la donna è **una dottoranda come tante** e tanti, con una specializzazione nello sviluppo umano e le tematiche dell’infanzia, e non esiste nessun motivo costituzionalmente spiegabile per cui la sua presenza nel Paese possa essere di rilevanza per le autorità federali.
[Parlando](https://www.state.gov/secretary-of-state-marco-rubio-and-guyanese-president-irfaan-ali-at-a-joint-press-availability/?ref=culturewars.it) del suo arresto, il segretario di Stato Marco Rubio ha detto:
> \[Da oggi\] se fai domanda per un visto per entrare negli Stati Uniti da studente e ci dici che il motivo per cui stai venendo non è solo perché vuoi scrivere editoriali, ma perché vuoi partecipare a movimenti che fanno cose come vandalizzare università, molestare studenti, occupare edifici, creare agitazione, non ti daremo un visto. Se menti ed entri negli Stati Uniti e con quel visto partecipi a quel tipo di attività, te lo toglieremo.
Ma Ozturk **non ha partecipato a nessuna di quelle «cose»**: non esiste nemmeno il barlume di una prova in direzione contraria, né la dottoranda è stata incriminata di un qualunque reato. Soprattutto, non c’è ragione di pensare che abbia «mentito» per il suo visto: non ha fatto nient’altro che firmare un editoriale contenente le sue idee, giuste o sbagliate che fossero.
Quando Rubio, Trump o J. D. Vance cercano di motivare queste persecuzioni mirate, tipiche da Stato autoritario (appunto), con la carta velina dell’accostamento ad Hamas, quel che non dicono è che vogliono reprimere l’attivismo filopalestinese tout court. Anzi: qualsiasi attivismo che risulti a loro sgradito.
Quando lo stesso Rubio [si vanta](https://www.reuters.com/world/us/rubio-says-us-may-have-revoked-more-than-300-visas-2025-03-27/?ref=culturewars.it) di aver già fatto espellere più di 300 di «questi folli» (leggi: studenti che hanno espresso un’opinione nel Paese delle libere opinioni, ora governato da quelli che hanno vinto le elezioni promettendo la restaurazione della libertà di espressione), e di starne cercando di nuovi «ogni giorno», fa finta di non vedere che l’unico folle nella stanza è lui.
Il punto, tuttavia, è che non è solo folle: è un gerarca fascistoide a capo di quella che siamo stati abituati a definire la più grande democrazia mondiale. Non è una cosa da poco: fino all’anno scorso, una studentessa turca rimpatriata ad Ankara dagli Usa **avrebbe ancora trovato sostanziali differenze** nelle garanzie costituzionali rispettate dal potere costituito ai vertici dei due Paesi. Oggi invece, con ogni probabilità, non le troverebbe.
Il caso di Ozturk è solo un tentacolo della piovra dell’attacco del governo di Trump all’istruzione superiore: quello che ha visto il neo presidente degli Stati Uniti [minacciare le università](https://www.theguardian.com/us-news/2025/mar/20/universities-trump-administration?ref=culturewars.it) che non avrebbero piegato il capo al suo volere censorio di venire deprivate di milioni di dollari in fondi federali, o finire oggetto di meticolose indagini.
E il capo l’hanno piegato, le università: prima fra tutte **la Columbia** di New York, a cui le istituzioni federali (e Trump stesso) avevano fatto sapere che avrebbero tolto 400 milioni di dollari di finanziamenti annuali se l’ateneo non avesse cambiato profondamente le sue politiche di ammissione, ristretto le sue norme sulle proteste nel campus e dato più potere repressivo alla polizia interna.
Dopo pochi giorni, la Columbia ha deciso di [accogliere l’avvertimento](https://edition.cnn.com/2025/03/24/us/columbia-university-trump-policy-changes/index.html?ref=culturewars.it) e capitolare, segnando un precedente foschissimo e rompendo gli argini all’ingerenza del governo nell’istruzione superiore: non a caso, commentando con compiacimento le intervenute modifiche, le agenzie governative coinvolte nel ricatto hanno [dichiarato](https://www.hhs.gov/about/news/columbia-comply-anti-semitism-task-force-preconditions-met.html?ref=culturewars.it) che «il rispetto da parte della Columbia delle premesse della Task Force è solo il primo passo per riabilitare il suo rapporto col governo e, cosa ancora più importante, coi suoi studenti e docenti».
Nemmeno a dirlo, quegli «studenti e docenti» in realtà stanno vivendo ore drammatiche, che con le legittime richieste degli studenti ebrei di poter vivere tranquillamente nel campus non hanno mai avuto nulla a che fare. È lo stesso ex rettore della Columbia Lee Bollinger ad aver [definito ](https://www.chronicle.com/article/were-in-the-midst-of-an-authoritarian-takeover?ref=culturewars.it)quanto accaduto «un colpo di mano autoritario» (ma non avviene soltanto nelle università: l’ICE – acronimo di U.S. *Immigration* and Customs Enforcement – prende di mira persone comuni [anche per strada](https://www.facebook.com/dkw646/posts/pfbid037bmcvke7jvtuWFYjJ29sWEGEgJnAX8oy5EtCqXdNS6xwxLBtkf4ppcbQY753kn5cl), in pieno giorno).
**Chi può, scappa**. Come il professore di filosofia di Yale Jason Stanley, già studioso di fama internazionale dei fascismi, e i colleghi storici Timothy Snyder e Marci Shore, marito e moglie, che hanno deciso di trasferirsi alla University of Toronto per non rischiare di finire imbavagliati entro breve.
«Stanno umiliando le università, e non le vedo reagire», ha commentato amaramente Stanley a CNN. È vero, perlomeno a livello apicale: la Columbia avrebbe potuto seguire altre strade, invece di darla vinta alla nuova amministrazione senza nemmeno provare a contrastarla.
Certo, avrebbe messo a repentaglio la sua sostenibilità economica, e in certe situazioni bisogna prima trovarcisi, tutto quel che vuoi: ma un’istituzione come la Columbia University avrebbe potuto farsi **garante e simbolo di una resistenza** vera, politica, alla svolta autoritaria di Trump.
Nelle sue casse sarebbero verosimilmente arrivate donazioni milionarie che le avrebbero permesso di organizzare le barricate, prendere tempo, e soprattutto dimostrare ai migliaia di atenei statunitensi con meno forza di negoziazione che c’era ancora una speranza a cui aggrapparsi. E invece ha scelto la resa, la scelta più comoda.
Se ricordi – sempre se eri già iscritto/a al tempo – da queste parti abbiamo già [parlato](https://www.culturewars.it/universita-londra-woke/) di un certo conformismo di fondo che domina le istituzioni americane, della loro attitudine a una comodità che combaci con l’inerzia del sistema: si va via con la corrente, senza farsi troppi problemi, e di certo senza servire un ruolo da bastioni del pensiero libero e dei diritti.
Se il vento cambia direzione, le **convinzioni assunte per convenienza**, prive di radici, [volano per aria](https://www.culturewars.it/gavin-newsom-riposizionamento/) in un secondo: è questo, tra le altre cose, che da anni cerchiamo di ripetere in questo piccolo osservatorio artigianale.
Il vero problema delle insondabili burocrazie dei campus – ma potremmo dire anche degli uffici marketing di aziende multinazionali o di altre branche del terziario avanzato – degli anni pre-Trump non era che sposassero idee sbagliate: era che le sposavano in modo così svogliato, ipocrita e controproducente che tutto lasciava presagire che, arrivate quelle sbagliate, avrebbero sposato anche quelle.
Il tempo, malauguratamente, ha confermato quel timore. Le università-corporation non hanno fatto un plissé: a [portare in tribunale](https://www.theguardian.com/us-news/2025/feb/05/lawsuit-trump-anti-diversity-executive-orders?ref=culturewars.it) i ricatti anticostituzionali di Trump, quelli per cui perdi i fondi se parli di razzismo o femminismo, sono stati alcuni professori e funzionari.
E la notte dell’accademia americana diventa sempre più buia.
## ****Altre news dal fronte**
- Tre storici e importanti avvocati di San Francisco chiedono ai loro colleghi di [tenere testa al trumpismo](https://www.nytimes.com/2025/03/30/opinion/perkins-coie-trump.html?ref=culturewars.it);

- E se fosse James Bond a [rifondare la mascolinità contemporanea](https://www.honest-broker.com/p/how-james-bond-can-fix-the-crisis?ref=culturewars.it)?

- Ma chiudiamo con una nota di ottimismo. Se non altro, in questi tempi dominati da gnègneisti professionisti e banderuole pronte al salto della barricata, a risaltare con chiarezza luminosa è chi dimostra coerenza di valori e principi: Substack è [fra questi ultimi](https://x.com/hamishmckenzie/status/1905733165173657661?ref=culturewars.it) (io oggi non la uso – sono su Ghost, un’altra piattaforma – ma domani chissà).
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### Meglio un uovo oggi
URL: https://www.culturewars.it/trump-uova-crisi/
Last updated: 2025-03-23T10:58:59.000Z
Durante la campagna elettorale che ha portato al secondo insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, il candidato dei Repubblicani si è spesso attardato a rinverdire un impegno specifico e molto concreto: avrebbe – rapidamente e senza indugi, come da prassi dei suoi comizi – abbassato il prezzo delle uova in America.
La spesa degli statunitensi costa sempre di più, e nel paniere dei prezzi nulla ha la **rilevanza politica** delle care vecchie uova in cartone: l’anno scorso era stato Trump stesso a indicare il loro costo in crescita come il simbolo di ogni male dell’economia americana (nonché, ovviamente, della mala gestione della cosa pubblica da parte dei Democratici).
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt è già intervenuta sul tema una miriade di volte: a gennaio ha dato la colpa ai prezzi ancora altissimi all’amministrazione precedente, mentre all’inizio della settimana appena trascorsa ha dichiarato trionfalmente che il governo era riuscito a ridurre del 40% i prezzi all’ingrosso del settore. Lo stesso Trump, domenica scorsa, ha [detto](https://edition.cnn.com/2025/03/18/business/egg-prices-trump/index.html?ref=culturewars.it) a bordo dell’Air Force One: «Quando sono arrivato le uova erano alle stelle, e ora sono in calo».
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### Miami, i Latinos e Trump (2/2)
URL: https://www.culturewars.it/latinos-trump-intervista-duany-2/
Last updated: 2025-03-23T10:28:35.000Z
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### **Perché un politico come Ron DeSantis è riuscito a convincere i cubano-americani e ampie fasce della comunità ispanica?**
Credo che a Miami sia dovuto all'anticomunismo, che si è rivelato molto efficace, in particolare fra i cubani, ma anche i venezuelani e i nicaraguensi. La campagna elettorale Repubblicana, e Trump in prima persona, hanno definito Biden ed Harris «comunisti». Ricordo che mi hanno scritto da PolitiFact per il fact-checking, chiedendomi: «È vero che questi due Democratici sono comunisti?». E io ho risposto: «Beh, secondo la definizione che ho di “comunismo” – uno Stato monopartitico, il controllo dei mezzi di produzione e dei media – non mi pare che si tratti di ciò che propongono». Ma se parli con le persone qui, sentirai presto dire che Biden, Harris e quindi tutti i Democratici sono o socialisti o comunisti, oppure vengono definiti *rosados*, cioè "rosa", nel senso che forse non sono apertamente comunisti, ma di fatto gli vanno dietro. È una retorica scorretta e demagogica, ma è molto efficace nel sud della Florida. Non sono sicuro che funzioni altrettanto bene nel resto del Paese, a causa della composizione molto particolare della comunità latina di qui. Ma qui funziona. Ed a tutti i livelli, dalle elezioni per il presidente in giù: Congresso, sindaci, consigli comunali. Se usi la parola “comunismo” per attaccare il tuo avversario, otterrai molto sostegno.
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### La fine del free speech in America
URL: https://www.culturewars.it/fine-free-speech-usa-trump/
Last updated: 2025-10-01T14:24:23.000Z
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> Direi che la liberazione della Palestina, dei palestinesi e del popolo ebraico sono interconnessi. Vanno di pari passo. L'antisemitismo e qualsiasi forma di razzismo non hanno posto nel campus e in questo movimento.
Queste sono parole di un pericoloso terrorista, secondo gli Stati Uniti d’America. Le ha [pronunciate](https://x.com/DropSiteNews/status/1900307721054019618?ref=culturewars.it) in un’intervista con CNN **Mahmoud Khalil**, studente siriano di origini palestinesi a New York dal 2022, dove si è trasferito per laurearsi alla Columbia University.
Khalil – che è sposato con una donna statunitense all’ottavo mese di gravidanza e possiede una green card per la residenza permanente negli Usa – è stato fermato da un gruppo di agenti in borghese, che [non si sono identificati](https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/03/16/video-arresto-attivista-palestina-khalil/7916020/?ref=culturewars.it) e non hanno presentato un mandato, ed è stato in seguito trasferito in un carcere della Louisiana, il LaSalle Detention Center, «una struttura per persone migranti nota per le **condizioni di detenzione crudeli**, le violenze fisiche e sessuali e per le cure mediche inadeguate», [secondo Amnesty International](https://www.amnesty.it/appelli/usa-liberare-mahmoud-khalil/?ref=culturewars.it).
L’unica “colpa” di Khalil è aver **coordinato** con un ruolo di primo piano le proteste pro-Palestina avvenute nell’ateneo newyorkese dopo l’inizio della campagna militare di Israele a Gaza, mediando tra i manifestanti e i burocratici accademici.
Il Dipartimento di Sicurezza nazionale l’ha formalmente accusato di aver «guidato attività in linea con quelle di Hamas», ma senza produrre alcuna prova in merito. Secondo alcune sigle pro-Israele della Columbia, Khalil avrebbe fatto parte del Columbia University Apartheid Divest, un gruppo di attivismo che ha cercato di recidere i legami finanziari tra l’ateneo e il Paese di Netanyahu, ma sia lui che i suoi avvocati hanno negato coinvolgimenti su quel fronte.
Se anche dei coinvolgimenti effettivi ci fossero, va precisato, nulla renderebbe accettabile o spiegabile la deportazione illegale di un cittadino americano innocente: la Casa Bianca, mandante dell’arresto, ha spiegato che durante le proteste Khalil avrebbe dato spazio e diffusione a propaganda di Hamas, ma anche su questo versante non esiste alcuna prova.
Il commento più centrato viene dalla sua avvocata Samah Sisay: «Stanno cercando di renderlo un caso esemplare per impedire che altri sostengano le stesse posizioni». È proprio in quest’ottica che si svela il **vero obiettivo della guerra per il *free speech*** della destra di Trump: impedire lo *speech* scomodo, quello che mette in difficoltà il tiranno.
Per intenderci: certo, le università americane hanno *davvero* avuto problemi di antisemitismo nel contesto delle manifestazioni pro-Palestina; ci sono stati eccessi, episodi di violenza e casi dibattuti, come [quello di Harvard](https://www.culturewars.it/harvard-antisemitismo-universita/). Ma questo non rende meno eccezionale, in senso del tutto negativo, la punizione inferta a Khalil: «Prendere di mira i singoli manifestanti solo perché protestano... è largamente insolito, e **qualcosa che non avevamo mai visto prima**, nemmeno sotto la prima amministrazione Trump», ha spiegato il professore di giurisprudenza alla Cornell Jacob Hamburger in un’[intervista](https://www.bbc.com/news/articles/cgj5nlxz44yo?ref=culturewars.it) a BBC.
Da giorni Khalil, ha dichiarato la sua compagna, riceveva minacce e abusi online che «semplicemente non avevano rispondenze nella realtà» (come troppo di ciò che si legge online, aggiungo io): il 7 marzo, il giorno prima dell’arresto, lo studente aveva chiesto una consulenza legale urgente alla Columbia. All’università, intanto, una task force voluta da Trump ha **tagliato 400 milioni di dollari di fondi** federali per non aver agito per proteggere i suoi studenti ebrei, ma sapendo benissimo che questa mossa, dietro la sua giustificazione di facciata, [colpirà anche](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2025/03/columbia-antisemitism-israel-palestine-trump/682054/?gift=201cWZnM2XBz2eP81zy0pLCKNEU11352OSbwGobQR8s&utm%5Fsource=copy-link&utm%5Fmedium=social&utm%5Fcampaign=share) studenti e ricercatori di fede ebraica.
Quella di Mahmoud Khalil è un’altra vicenda su cui testare anticorpi e contrappesi della democrazia liberale in America: l’ha notato anche il Financial Times – non esattamente una testata movimentista – in un [articolo](https://www.ft.com/content/bcd39cd0-9995-4409-b525-853cdcdb98bf?ref=culturewars.it) eloquentemente titolato «*Je suis Khalil*».
Tutte le foglie di fico della destra stanno cadendo come petali appassiti: la lotta contro l’antisemitismo online è già diventata un attacco coordinato contro Jesse Furman, il giudice «ebreo marxista» ([aiuto](https://x.com/amyspitalnick/status/1899829467897315529?ref=culturewars.it)) che ha bloccato il rimpatrio forzato dell’attivista pro-Palestina; i proclami per la libertà d’espressione, beh, si sono rivelati quel che sono sempre stati, da quelle parti: **diversivi per far dire a Trump, Musk e i loro accoliti quel che vogliono**, tra una televendita di Tesla e l’altra, senza troppi grattacapi.
Il *free speech* è un tema così vicino al cuore del gruppo politico che ha preso in mano le redini di Washington che anche i media non allineati, fin dal giorno uno della nuova amministrazione, sono diventati presenze sgradite: con un ordine esecutivo di poche ore fa, Trump ha [decretato la fine](https://www.bbc.com/news/articles/cvge4l109r3o?ref=culturewars.it) di **Voice of America**, un network radiofonico a diffusione internazionale fondato per contrastare la propaganda nazista durante la Seconda guerra mondiale, definendolo «estremista» e «anti-Trump».
Aggiungiamolo ai già noti ban di Associated Press – [colpevole](https://www.theguardian.com/us-news/2025/feb/11/associated-press-oval-office-gulf-of-america?ref=culturewars.it) di non essersi adattata all’infantile ridenominazione del golfo del Messico in «golfo d’America» – e di Reuters, o anche alla decisione di [rescindere](https://www.axios.com/2025/02/06/trump-politico-subscriptions-doge-elon-musk?ref=culturewars.it) gli abbonamenti governativi ai media considerati ostili, e il panorama diventa ancora più chiaro: la stessa indipendenza dei media – già peraltro sotto attacco conservatore fin dal primo mandato di Trump, per espressa volontà del capo – è un fattore di rischio che il nuovo corso autoritario del Paese non può permettersi.
Si tratta di uno scivolamento deciso – se non già in fase di assestamento – **verso** **l’autocrazia**, rimettendo in discussione tutti i principi legali e politici su cui si fonda la democrazia americana. Non è possibile raccontarsi storielle in merito: Trump ha **un piano liberticida** che sta mettendo in atto dal primo giorno in carica, sbalzando di sella ogni peso e contrappeso del sistema politico del Paese che l’ha eletto. Con un vocabolario applicato ad altre parti di mondo, seguendo questa direzione gli Usa meriterebbero in toto la vecchia definizione di “Stato canaglia”.
È una deriva, quella americana, che sta già mostrando riverberi in tutto il mondo, dato che l’attuale presidente è di fatto garante e volto di una lega internazionale di riscossa reazionaria che pesca dalla propaganda sulle guerre culturali e dalla disinformazione sistematizzata ed elevata a prassi istituzionale, facendo proseliti e battezzando gruppi di pressione a ogni latitudine.
Considerato nella sua totalità, questo scenario delinea un **nuovo livello di attacco alla democrazia**, inaudito persino per Trump: nemmeno l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, un evento in sé estemporaneo, poteva configurarsi come un’erosione così consapevole, progressiva e sistematizzata delle garanzie costituzionali americane.
Gli effetti deleteri di questa cascata di assalti alla diligenza, per assurdo, stanno colpendo anche la popolarità dei Democratici, che hanno raggiunto i loro [livelli minimi di consenso](https://www.axios.com/2025/03/16/trump-high-dems-low-new-poll?ref=culturewars.it) nei sondaggi: dati che rispecchiano la delusione degli elettori verso rappresentanti eletti che si trovano disarmati di fronte all’avanzata antidemocratica del GOP di Trump (opporsi a politiche illegali antidemocratiche rimanendo nell’alveo della legge e della democrazia, in molti casi, è difficoltoso e porta a [figure da spettatori](https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/feb/03/democrats-opposition-trump?ref=culturewars.it) non paganti).
Cosa può fare la sinistra americana ora? Per fortuna, intanto, va chiarito che l’arresto di Mahmoud Khalil non è rimasto senza conseguenze e privo di opposizione: diversi network attivistici e studenteschi si sono [attivati per manifestare](https://www.nbcnews.com/news/us-news/mahmoud-khalil-nationwide-protests-rcna196565?ref=culturewars.it) contro il suo rimpatrio illegale, da New York a diverse altra grande città.
Quanto alla *bigger picture*: beh, è complicato. I processi contro gli ordini esecutivi e le politiche da caudillo di Trump si trovano ancora in una fase embrionale – anche se qualcosa si muove: mercoledì scorso un tribunale ha [stabilito](https://www.nytimes.com/2025/03/13/us/politics/trump-birthright-citizenship-supreme-court.html?ref=culturewars.it) che il tentativo della Casa Bianca di restringere lo ius soli è illegale, rimandando il caso alla Corte Suprema – e molti politici ([non tutti](https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/feb/07/heres-how-democrats-should-fight-back-against-trump?ref=culturewars.it)) sono ancora in cerca della strategia migliore per rispondere alle svolte autoritarie di Trump.
Per cominciare, è bene tener puntati i riflettori su queste decisioni, su questo clima di censura fascistoide e di diritti violati con la voce grossa della burocrazia governativa: non sarà una ricetta che basterà da sola, ma è un inizio.
## ****Altre news dal fronte**
- E dunque – che sorpresa! – il podcast di Gavin Newsom [non è stato proprio un successone](https://x.com/yashar/status/1901365581091082456?ref=culturewars.it);

- I muscoli mostrati con la Columbia sono il classico “colpirne uno per educarne cento”, [scrive](https://www.thecrimson.com/article/2025/3/14/enos-levitsky-harvard-columbia-trump/?ref=culturewars.it) l’Harvard Crimson;

- Una dottoressa libanese esperta di trapianti dei reni (ripeto: di *trapianti dei reni*) è stata [deportata](https://www.nytimes.com/2025/03/16/us/brown-university-rasha-alawieh-professor-deported.html?unlocked%5Farticle%5Fcode=1.4k4.%5FlEh.aNDtIvDHthJr&smid=nytcore-android-share&utm%5Fsource=substack&utm%5Fmedium=email) da quelli che – giuravano – se la sarebbero presa coi criminali.
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### Cancellazioni da cortile
URL: https://www.culturewars.it/cancel-culture-trump-parole-proibite/
Last updated: 2025-07-01T09:30:59.000Z
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Anche in Italia sta girando molto, e giustamente, una [lista](https://www.nytimes.com/interactive/2025/03/07/us/trump-federal-agencies-websites-words-dei.html?ref=culturewars.it) di termini ed espressioni che l’amministrazione Trump ha **«limitato o proibito»** in ogni angolo del gargantuesco apparato del governo federale statunitense, riportate da un articolo del New York Times.

È soltanto una minima parte delle coltellate epocali che il duo Trump/Musk sta [inferendo con la ferocia di un folle](https://www.culturewars.it/trump-musk-dei-magartismo/) nel ventre molle d’America (ha criminalizzato la sola esistenza delle persone transgender, lasciato a casa controllori di volo, distributori di vaccini contro l’HIV in Africa, garanti dei diritti dei consumatori; ha congelato fondi per la sanità e gli enti di ricerca oncologica; si è messo a perseguitare con ordini esecutivi innocui avversari pubblici e privati) ma è una che si presta alla condivisione istantanea sui social.
Tra le parole proibite ci sono «**donne**», «**minoranza**», «identità di genere», «crisi climatica» e persino – la svolta comico-grottesca – «golfo del Messico», che il bimbo ha ribattezzato unilateralmente con un nome più autarchico.
La tentazione di dire «avevo ragione io» è sempre fortissima, specie di fronte a piccole scariche di dopamina formato cuore, ma **mi chiedo a cosa serva**, oggi.
Benché la scala di questo attacco alle libertà civili sia davvero senza precedenti, nulla di quanto sta succedendo è mai stato imprevedibile nella sostanza: la destra trumpiana **è liberticida fin dalla sua nascita**, fin dalla scala mobile della Trump Tower, e non conosce altro linguaggio che la legge del più forte (talvolta mascherata dalla retorica business-macho del «deal»).
L’ho scritto nel [libro](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/) pubblicato all’inizio del 2023 che non citerò per minimo senso del pudore, ma non ci voleva chissà quale dote da medium: i Repubblicani americani con una mano postavano il loro attacco alla «cancel culture» dei Democratici, e con l’altra continuavano amabilmente a censurare chiunque avesse un’opinione a loro sgradita – che si trattasse di [libri scolastici](https://ohiocapitaljournal.com/2023/10/23/u-s-house-republicans-target-explicit-books-in-school-libraries/?ref=culturewars.it), [drag queen](https://www.theguardian.com/world/2023/sep/19/us-states-attack-drag-shows-lgbtq-rights?ref=culturewars.it) o [studenti universitari](https://www.washingtonpost.com/made-by-history/2022/09/26/conservatives-repress-free-speech-campuses/?ref=culturewars.it).
A fronte di tutto questo, tuttavia, questi figuri hanno vinto le elezioni scommettendo metà delle loro fiches su questi temi – gli spot «*Kamala is for they/them, Trump is for you*», il continuo cannoneggiamento sulla DEI, gli attacchi sulla «libertà di espressione» – e finendo ampiamente ripagati.
Segno che su questi versanti c'era un tremendo (fammelo ripetere: *tremendo*) bisogno di **un discorso capace di disinnescare** quella retorica, e di spiegare alla gente come stavano le cose.
E quindi: che non è vero che «non si può più dire niente» – anzi, non si ricorda un’altra epoca in cui si è potuto dire così tutto; che quella che gli hanno presentato di fronte agli occhi come l’Apocalisse è stata una deriva di nicchie online iper-rappresentate per un certo periodo, nonché coccolate da aziende in cerca di [*rainbow washing*](https://www.culturewars.it/capitalismo-woke-estratto/), multinazionali delle piattaforme in cerca di profitti semplici e reti di privati cittadini di ceto elitario e orientamento liberal in cerca di personal marketing.
E, soprattutto, c’era bisogno di un discorso che spiegasse che la sinistra continua a essere altro, che ha altro da dire e altri piani su cui considerare e rappresentare le persone e le loro istanze.
Eppure quel discorso non è stato articolato, o non abbastanza.
In Italia, per quanto mi riguarda, l’ho visto sostenere con regolarità e coerenza solo da autori come [Mimmo Cangiano](https://www.culturewars.it/guerre-culturali-cangiano-recensione/), Elisa Cuter, Raffaele Alberto Ventura e pochissimi altri.
È per questo che ora mi affligge leggere intere legioni di ripicche piccine, di colpetti di gomito, di «avevo ragione io» che si limitano a chiedere simbolicamente la testa dell’avversario algoritmico, che di fatto vogliono solo fargli le boccacce: non soltanto perché di fronte a una catastrofe dei puntini sulle i ci dovrebbe importare il giusto, ma perché sono puntini sulle i del tutto arbitrari e personalistici, che **guardano alla cultura politica come a uno scambio tennistico** tra due fronti contrapposti che segnano punti a seconda di dove finisce l’ultimo servizio.
È esattamente, tragicamente una parte essenziale di ciò che ci ha fatto fare un passo oltre il precipizio: il ridurre qualsiasi fatto reale a un «noi» e «loro» non reale – e ce ne sarebbero, di reale – ma restituito dal gioco di specchi degli algoritmi. Il reagire istantaneamente lungo quella direttrice arida e schiacciata del “commento social”, che impegna poco e soddisfa molto. Il rifiuto, anzi l’incapacità di pensare oltre, in modo organico.
Non è Trump, ma è quello che Trump ha sfruttato per tornare in cabina di regia e **proibire a milioni di persone di scrivere «donna»**.
[](https://www.culturewars.it/membership/)
### Gavin Up: sul riposizionamento
URL: https://www.culturewars.it/gavin-newsom-riposizionamento/
Last updated: 2025-03-27T01:02:54.000Z
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****Questa puntata di Culture Wars è gratuita e aperta a tutti.** Se ti piace, considera di unirti agli abbonati: [**Scopri i piani membership*](https://www.culturewars.it/membership/).
Una cosa piccola, nel marasma di **cose grandi e largamente terribili** che stanno succedendo a ogni livello negli Stati Uniti, tra procuratori statali che [perseguitano college in odore di diversità](https://apnews.com/article/trump-dei-georgetown-ed-martin-9bff842ed5ca3e4600de52ca6967fe9d?ref=culturewars.it) e inclusione, un presidente che firma ordini esecutivi per silenziare chiunque l’abbia mai criticato, dagli [archivi di Stato](https://edition.cnn.com/2025/02/14/politics/national-archives-leadership-forced-out-trump/index.html?ref=culturewars.it) agli [studi legali privati](https://www.nytimes.com/2025/03/06/us/politics/trump-perkins-coie.html?ref=culturewars.it), e un generale clima da [MAGArtismo](https://www.culturewars.it/trump-musk-dei-magartismo/) che non fa nemmeno lo sforzo di celarsi dietro una facciata di visione politica.
La cosa piccola in questione è che **Gavin Newsom**, 57enne governatore della California dal 2019, ha lanciato un suo nuovo podcast, titolato senza grande originalità *This is Gavin Newsom*, che nella [prima puntata](https://www.youtube.com/watch?v=9XJ6rQDRKGA&ref=culturewars.it) ha ospitato Charlie Kirk.
[](https://www.youtube.com/watch?v=9XJ6rQDRKGA&ref=culturewars.it)
Gavin Newsom nel suo nuovo podcast; a destra, Charlie Kirk.
Kirk è un nome conosciutissimo nella galassia delle personalità della destra trumpiana: fondatore della ong conservatrice **Turning Point USA**, ha milioni di follower sui suoi profili social e un programma radiofonico quotidiano molto popolare e influente tra i reazionari, *The Charlie Kirk Show*. Da tempo lavora direttamente con l’entourage di Trump, di cui ha sostenuto il tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali del 2020 e che identifica, tra le altre cose, come l’uomo capace di [ripristinare la morale cristiana](https://www.nbcnews.com/politics/2024-election/charlie-kirk-turning-point-donald-trump-christian-nationalism-rcna156565?ref=culturewars.it) in America.
Insolito, dunque, che il leader dello Stato progressista per antonomasia, la California, decida di battezzare il suo nuovo spazio di approfondimento con un influencer di destra estrema, no?
Beh, sì, ma non finisce qui. Newsom si è lasciato andare a una serie di commenti che fino a pochi mesi fa sarebbero suonati lunari in bocca a un politico Democratico di primo livello, a maggior ragione in quella di uno con mire alla Casa Bianca per il 2028\. Sull’idea di far partecipare le atlete transgender negli sport femminili al college, un punto fin troppo dibattuto su cui Kirk l’ha incalzato, Newsom ha detto, tra l’altro:
> Penso che sia una questione di giustizia, sono completamente d'accordo con te su questo. È una questione di giustizia, è profondamente ingiusto.
Newsom ha convenuto con il suo interlocutore sull’«ingiustizia» della recente [vittoria](https://torontosun.com/sports/other-sports/transgender-track-outrage-winning-triple-jump-metres?ref=culturewars.it) in una gara di salto triplo di **AB Hernandez**, una ragazza transgender di un college californiano, e suggerito che fino al 90% degli statunitensi sarebbe stato contrario all’idea di Kamala Harris di destinare fondi pubblici alle terapie di transizione per detenuti e persone migranti.
Si tratta di un testacoda spettacolare: non solo perché il governatore ha costruito la sua reputazione da inossidabile difensore dell’amministrazione Democratica uscente, ma perché ha impostato la sua immagine nazionale su un ruolo da **precursore nel campo dei diritti civili**: vent’anni fa, da sindaco di San Francisco, ha apertamente sfidato il suo partito sancendo la legalità dei primi matrimoni egualitari delle coppie gay e lesbiche della California; in tempi molto più recenti, nel 2023, [battagliava fieramente](https://www.politico.com/news/2023/12/01/newsom-desantis-hannity-fox-debate-00129531?ref=culturewars.it) col suo antagonista più naturale e simmetrico, il governatore *anti-woke* della Florida Ron DeSantis, accusandolo di «denigrare la comunità Lgbt».
E il tutto da garante e capo politico dello Stato del progressismo più utopico e sbrigliato – almeno sulla carta – quello in cui si [combattono](https://www.nytimes.com/2024/07/16/us/gender-identity-bill-california.html?ref=culturewars.it) le scuole che vogliono avvertire i genitori degli alunni che desiderano cambiare il loro genere, si annunciano piani per [togliere fondi alla polizia](https://www.newsweek.com/la-mayor-faces-backlash-defunding-police-150-million-budget-cut-1509131?ref=culturewars.it) e si richiede che i professori universitari [facciano voto](https://www.thefire.org/research-learn/palsgaard-v-christian-california-community-colleges-deia-rules?ref=culturewars.it) di aderenza ai dettami dell’attivismo intersezionale.
O forse così è stato finora? Nel podcast Newsom, senza fare un plissé, ha spiegato a Kirk di non apprezzare particolarmente l’insistenza sui pronomi e l’uso di termini presuntamente inclusivi come “Latinx”; ha quindi definito il movimento Defund the police «una follia», denunciato la cosiddetta “cancel culture”, ammesso qualche problema interno alla leadership di Black Lives Matter e spiegato che l’influencer di destra ha un particolare ascendente sul suo figlio 13enne.
Per completezza, Newsom, sul tema delle atlete transgender, ha anche detto che «il modo in cui le persone parlano dall’alto in basso alle comunità vulnerabili» per lui è «un problema», e ha ricordato che le persone transgender soffrono di depressione e arrivano al suicidio in percentuali maggiori rispetto alla popolazione generale.
Resta, però, che la sua chiacchierata fin troppo rilassata con Kirk segna **un riposizionamento strategico**: non è che la partecipazione delle atlete trans allo sport femminile, per esempio (iper-strumentalizzato dalla destra rispetto al suo reale impatto, specie di fronte a una cronaca politica che vede addirittura l’espunzione del termine «transgender» dai siti governativi) prima fosse [particolarmente](https://www.pewresearch.org/short-reads/2025/02/26/americans-have-grown-more-supportive-of-restrictions-for-trans-people-in-recent-years/?ref=culturewars.it) [popolare](https://nypost.com/2025/01/19/us-news/nyt-poll-finds-majority-of-democrats-oppose-transgender-athletes-in-womens-sports/?ref=culturewars.it) presso gli elettori, ma una dichiarazione del genere l’anno scorso avrebbe condotto non solo a strali nella riserva indiana di Bluesky – quelli ci sono anche ora – ma anche a una perdita di punti in seno all’establishment Democratico.
E allora viene anzitutto da chiedersi cosa ci sia di vero, nelle posture da *alleati* dei progressisti che in realtà sono solo in cerca di un posto al sole, che cambia non appena cambia il vento. Ma questa è una domanda che in questo spazio ci siamo già fatti tante volte, arrivando spesso alla stessa risposta: poco.
Più interessante, forse, sarebbe ragionare sull’estrema semplicità con cui oggi ci si può **allontanare da tutto ciò che si è detto**, sostenuto, protetto e innalzato fino al giorno precedente, riempiendo un cuscinetto che proietta un’immagine comodamente rinnovata, ripulita. Succede da tempo anche alle nostre latitudini, come dimostra un’infinita schiera di politici e intellettuali, ma mi sembra un fenomeno in crescita verticale.
Nel caso di Newsom il voltagabbana è particolarmente appariscente, tanto da accostarlo a quello dei [capitani d’industria illuminati sulla via di Mar-a-Lago](https://www.culturewars.it/zuckerberg-meta-trump/), perché il governatore è stato il garante della California come progetto politico di frontiera, ritratto come una sorta di Stargate verso una nuova era del progressismo. I californiani, [scriveva](https://www.nytimes.com/2016/11/20/opinion/sunday/i-wish-we-all-could-be-californian.html?ref=culturewars.it) nel 2016 un corsivista del New York Times che oggi suona un po’ ingenuo, sono «legati come un unico popolo dai valori condivisi di una società sempre più tollerante e pluralista».
Quella società forse ha preso una piega diversa – o **forse non è mai esistita**, se non nelle camere dell’eco dei social media, quelle in cui siamo sempre troppo impegnati a darci ragione coi nostri *mutuals* per ragionare su cosa sta accadendo nel mondo circostante.
È un tema che mi affascina, quello del riposizionamento in corso dopo il primo, terribile mese di trumpismo, anche perché non si ferma né a Newsom né agli Stati Uniti, appunto: io, per esempio, lo noto in atto anche nei commentatori al di qua dell’Atlantico. Persone che fino a prima di Natale – magari per aver lasciato passare qualche spiffero di realtà dalle finestre della bolla – si mostravano aperte al ragionamento e alla persuasione, e che oggi sono rapidamente tornate alla testa di una carovana apodittica di sbruffoneria di gruppo, proscrizione, toni prosopopeici e ferale chiusura nel compartimento stagno dell’algoritmo. Chi si è visto, si è visto.
Il dramma è che tutto questo, quando avviene anche a sinistra, non farà che avvantaggiare i Trump e i Musk in volo circolare sopra le carcasse del progressismo. Per fare un esempio più concreto: se l’avete fatto **no, progressisti, non avete sbagliato** a considerare in maniera critica i falsi problemi, i bisticci social senza capo né coda, le piccole cacce alle streghe e i *rainbow washing* che la destra internazionale ha ingigantito per conquistare il mondo; se qualcuno deve «vergognarsi» (come ho letto: io direi piuttosto «farsi un esamino di coscienza»), è piuttosto chi è rimasto a guardare twittando sul cuscino di velluto della sua cricca algoritmicamente deformata, alimentando la perdita di liquame invece di sporcarsi le mani con un tentativo di riparazione del tubo di scarico.
Cambiare idea è la cosa più normale del mondo, certo – *solo gli stupidi*... eccetera eccetera – ma quel che sta avvenendo in questi anni, e in modo sempre più marcato nell’ultimo biennio, è **una riscrittura profonda** del minimo senso di responsabilità che segue un posizionamento o un’opinione: non un legame inscindibile, ma una doverosa unione di pensiero e di azione, capace di generare una visione del mondo di cui è possibile discutere e chiedere conto senza gerghi tribunizi.
Sembra quasi che lo spazio sul disco rigido della nostra memoria sociale sia perennemente in esaurimento, assediato com’è da un flusso interminabile di azioni e reazioni dal respiro cortissimo, e che questo ci porti tutti a elidere le elaborazioni a breve termine: magari ci ricordiamo di un Tizio o Caio qualunque perché ha detto una cretinata diventata virale un decennio fa, ma in fondo che importa se un leader, un influencer o un capitano d’industria si erge improvvisamente a portavoce di tutto e il suo contrario? È solo altro *content* a cui pensare per un giorno o due, in attesa della prossima polemica a cui reagire in modo fiacco, rigorosamente fra i nostri simili.
E così facendo, al di là dei confini asfittici delle nostre bolle, i Gavin Newsom del mondo saranno sempre più liberi di andare dove tira il vento: **conta ingaggiare un pubblico**, non saper argomentare per fargli cambiare idea. Conta l’hype, non quel che succede quando l’hype va a farsi benedire. Il che va bene, o forse proprio no.
## ****Altre news dal fronte**
- La [terribile storia](https://abcnews.go.com/US/bigger-hate-crime-prosecutor-alleges-children-forced-participate/story?id=119516979&ref=culturewars.it) di Sam Nordquist, uomo transgender seviziato per più di un mese e ucciso nello Stato di New York da un gruppo di persone per cui – dice la procuratrice che indaga sul caso – perseguire il capo d’accusa di reato d’odio sarebbe controproducente;

- Ash Sarkar è una commentatrice politica britannica da seguire: questa sua [column](https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/mar/03/identity-politics-the-left-the-right-liberation-victimhood?ref=culturewars.it) uscita sul Guardian sugli errori della sinistra a tema *identity politics* andrebbe mandata a memoria;

- Chi combatte [al posto di Antonio Scurati](https://jacobinitalia.it/chi-combatte-al-posto-di-scurati/?ref=culturewars.it), autore di un editoriale – diciamo – sgraziato?
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### Miami, i Latinos e Trump (1/2)
URL: https://www.culturewars.it/latinos-trump-intervista-duany/
Last updated: 2025-03-20T16:18:22.000Z
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Jorge Duany, 7 febbraio 2025, Miami.
### **DP: I media statunitensi trattano ancora i latinoamericani come un blocco elettorale monolitico?**
JD: Sì. Anche se ogni tanto cercano di fare uno sforzo, continuano comunque a parlare del “voto Latino” in generale. Quando parlano dei Latinos, a volte nemmeno gli interessa davvero farlo. Nelle ultime elezioni, direi fino agli ultimi giorni, fino a quel famigerato comizio repubblicano in cui si è parlato di Porto Rico [definendolo «spazzatura»](https://www.latimes.com/world-nation/story/2024-10-28/puerto-rico-bristles-after-a-u-s-comedian-calls-it-a-floating-island-of-garbage-at-a-trump-rally?ref=culturewars.it) – credo fosse questa l’espressione. Un comico ha fatto quella battuta di pessimo gusto su Porto Rico, definendolo in quei termini. Dopo quell’episodio, hanno iniziato a prestare molta attenzione a Porto Rico e agli elettori portoricani. Ma solo per quello, solo dopo quel fatto. E in realtà io stesso sono rimasto sorpreso nel vedere che quell’incidente non ha avuto un impatto significativo, non ha spinto il voto latino o quello portoricano contro i repubblicani. Sembra anzi che Trump abbia ottenuto in realtà più voti dai latinoamericani in questa tornata rispetto alla precedente. Direi che, dai numeri che ho visto, la maggior parte della comunità ha votato per Harris, ma non nella misura attesa.
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### L’era del MAGArtismo
URL: https://www.culturewars.it/trump-musk-dei-magartismo/
Last updated: 2025-03-27T01:03:11.000Z
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C’era una volta un senatore, tal **Joseph Raymond McCarthy**, che a partire dal 1950 suggerì all’America post-bellica che le più alte sfere del governo federale erano state infiltrate da veri e propri «traditori», come li chiamava il comitato di cui divenne un membro di spicco: persone che, a dire di McCarthy, in piena Guerra fredda avevano scelto di entrare nei ranghi del Partito comunista.
Il senatore del Wisconsin, rieletto al Congresso nel ’52, mise al centro della sua fervente attività anticomunista un’inquisizione sempre più esasperata, allargando il campo delle indagini al mondo dello spettacolo e delle arti, e nel giro di altri due anni la caccia alle streghe di cui era diventato il volto internazionale, oggi nota come **maccartismo**, era già un orrore del passato, giustamente coperto di ignominia.
Oggi però, con Donald Trump ed Elon Musk al timone del governo di Washington, le purghe repressive dopo più di settant’anni sono tornate di pressante attualità: nel giro di pochi giorni, dall’insediamento del 20 gennaio, i due hanno messo in campo **la più colossale e sistematica persecuzione di origine governativa** degli ultimi decenni statunitensi, che finora non ha peraltro incontrato una vera e propria resistenza. È, insomma, arrivato il ***MAGArtismo***.
Siamo abituati da anni di passiva accettazione di piattaforme e algoritmi a esagerare tutto, a rendere qualsiasi cosa estrema, violenta o semplicemente senza precedenti: quello che sta succedendo al governo degli Stati Uniti, però, non ha *davvero* nessun termine di paragone soddisfacente nel passato recente o remoto.
Un nuovo dipartimento para-governativo diretto in modo costituzionalmente ambiguo da un miliardario del tech, il **DOGE** (Department of Government Efficiency), ha preso il controllo dei sistemi di amministrazione finanziaria federale, sottraendone i dati sensibili, utilizzandoli per additare capri espiatori e lasciandoli alla mercé [di possibili attacchi informatici](https://foreignpolicy.com/2025/02/11/doge-cyberattack-united-states-treasury/?ref=culturewars.it); quello stesso miliardario, Elon Musk, ha definito l’**USAID**, United States Agency for International Development – la branca del governo che finanzia programmi umanitari all’estero – «un’organizzazione criminale», e ha deciso dal mattino alla sera di interrompere le sue attività, lasciando migliaia di persone [esposte alla violenza](https://apnews.com/article/trump-usaid-court-lawsuit-constitutional-crisis-2ee3374100720d093588e2234e8be601?ref=culturewars.it) di territori e nazioni in guerra.
Più in generale, chiunque opponga la minima cautela all’auto-santificato fine di terminare gli sprechi di denaro pubblico – il caposaldo della propaganda di Musk e Trump – viene definito un corrotto in combutta con l’ancien régime (e succede non solo ai rappresentanti politici, ma a giudici, a operatori umanitari, a docenti universitari; insomma, a chiunque).
> 💯 [pic.twitter.com/6p8spOtyRP](https://t.co/6p8spOtyRP?ref=culturewars.it)
>
> — Elon Musk (@elonmusk) [February 12, 2025](https://twitter.com/elonmusk/status/1889709325662163067?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
L’amministrazione Trump ha già posto le basi legali per [riscrivere le norme sulla cittadinanza](https://apnews.com/article/immigration-birthright-citizenship-trump-administration-maryland-528bc8ba083ff046fdd6f9c8a3ac07e5?ref=culturewars.it) basate sullo ius soli, stabilito – con un [ordine esecutivo](https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/defending-women-from-gender-ideology-extremism-and-restoring-biological-truth-to-the-federal-government/?ref=culturewars.it) per «ristabilire la verità biologica» promulgato nel primo giorno in carica del presidente – che «la politica degli Stati Uniti riconosce due sessi, maschio e femmina», e imposto ai Centers for Disease Control and Prevention, il principale organismo della sanità pubblica statunitense, di [rimuovere](https://www.nytimes.com/2025/01/31/health/trump-cdc-dei-gender.html?ref=culturewars.it) ogni occorrenza di termini come «transgender», «Lgbt» e «persona con utero» da documenti ufficiali, programmi federali e paper scientifici.
Quel che sta avvenendo somiglia in tutto e per tutto alla vendetta di bambini di sette anni particolarmente dispettosi: centinaia di impiegati federali con ruoli afferenti ai **programmi DEI** (acronimo di Diversity, Equity and Inclusion: le policy anti-discriminazione che sono state in vigore dalla metà degli anni Sessanta a pochi giorni fa) sono stati [mandati a casa](https://www.nytimes.com/interactive/2025/02/11/us/politics/trump-musk-doge-federal-workers.html?ref=culturewars.it) all’improvviso, dopo che Trump ha definito il loro lavoro «immorale e illegale» (e, quando un aereo di linea si è tragicamente scontrato con un elicottero militare sul fiume Potomac a Washington, lo scorso 29 gennaio, il presidente ha [suggerito](https://www.nbcnews.com/news/nbcblk/trump-plane-crash-dei-press-conference-biden-faa-washington-dc-rcna190020?ref=culturewars.it) falsamente che la colpa fosse da ricercare nelle policy pro-minoranze).
È una lista senza fine, perché non si fa in tempo a riassumere le ultime esternazioni barbariche dei nuovi padroni degli Stati Uniti, che se ne sono già aggiunte di nuove. Dopo aver messo i portavoce di Musk a controllare i movimenti dei conti correnti del governo (non è un’iperbole) i trumpiani, resosi conto che l’obiettivo di rimpatriare un milione di migranti entro l’anno è un filo ambizioso, hanno [chiesto al Congresso 175 miliardi di dollari](https://www.axios.com/2025/02/11/white-house-congress-border-funding-reconciliation?ref=culturewars.it) di fondi per assumere nuovo personale da impiegare al confine col Messico. E quindi si spende troppo, o troppo poco?
Il maelstrom si ingrandisce di fronte all’incredulità e, in larga parte, all’inazione dell’opposizione Democratica, che d’altronde non si aspettava questo grado di attacco alle fondamenta delle istituzioni, né sa come e su che terreno replicare: Musk e Trump stanno testando la tenuta della democrazia americana e le possibilità di una svolta, se non proprio verso l’autoritarismo, di certo nella direzione di un ulteriore accentramento dei poteri presidenziali (ancora: chi mi segue sa che non uso formule del genere a cuor leggero), prendendo il controllo delle leve fondamentali dello Stato federale e piegandole a proprio piacimento.

Pressoché ogni ordine esecutivo di Trump è già oggetto di molteplici cause legali, riporta Axios, ma è un rischio calcolato: il presidente *vuole* che il suo editto che impone alle donne transgender di venire [trasferite nelle prigioni maschili](https://www.nytimes.com/2025/02/04/us/trans-women-prisons-executive-order-ruling.html?ref=culturewars.it) arrivi alla Corte Suprema. La scommessa è a tutto campo, culturale quanto politica, e in gioco c’è la concezione stessa dei valori alla base del welfare, dell’istruzione, della società e del ruolo internazionale degli Stati Uniti.
Trump e Musk sono partiti in quarta nel loro tentativo di rendere gli USA il polo nevralgico di un tecno-nazionalismo cialtrone e strafottente, che poggia su fake news, disinformazione e nemici ben più immaginati che reali. Hanno il potere, ma anche i mezzi di comunicazione adatti a riuscire nel loro scopo (quelli a cui per anni abbiamo riconosciuto facoltà intrinsecamente progressiste che esistevano solo nel nostro ingenuo ottimismo).
Settant’anni dopo McCarthy, un privato cittadino americano non eletto ha ottenuto, nel giro di pochi giorni, il controllo diretto di sistemi informatici del Dipartimento del Tesoro che gestiscono migliaia di miliardi di dollari, minaccia di chiudere intere agenzie federali e mette in moto purghe di dipendenti [non lealisti](https://www.theguardian.com/us-news/2025/feb/02/usaid-officials-put-on-leave-musk-doge?ref=culturewars.it), **agitando lo spettro della paralisi** di Washington.
A questo ha condotto la radicalizzazione del trumpismo: una restaurazione ancora più instabile del primo regno, un delirio sempre in scena sul palcoscenico della viralità e fatto di illazioni, accuse, cambi di nome del golfo del Messico e pretese territoriali sul Canada, di interi gruppi di persone additate come nemiche pubbliche e singoli funzionari esposti alla gogna.
A sottolineare una delle radici del problema, di fronte ai primi ordini esecutivi firmati da Trump qualche commentatore da sofà si è affrettato non tanto a condannare gli scempi di cui davano conto le cronache, quanto a fare gnè gnè ai suoi avversari percepiti sui social media, quelli che parlavano – non importa come – di cancel culture: un’espressione propagandistica che, si legge, non ha fatto altro che stendere un tappeto rosso per Trump, aiutandolo a trionfare (in quest’ottica il sottoscritto, che ha speso centinaia di migliaia di parole, un libro, una newsletter, quarantacinque eventi e un po’ di soldi per provare a inquadrare il discorso su cui ha puntato Trump e circoscriverlo, depotenziandolo, vale un Francesco Giubilei col cappellino rosso a un comizio del MAGA: un’analisi affascinante, benché un po’ lisergica).
Tuttavia, ecco: dissento, nella forma e nella sostanza. Nella forma, perché è davvero miserevole che mentre un Paese intero – e centinaia di migliaia e poi milioni di persone – finiscono sottosopra, la priorità sia segnare punti virtuali di fronte a un uditorio di like e cuoricini (il che, in scala, è anche un problema sociale); nella sostanza, proprio perché la parabola di Trump – quella che l’ha portato alla vittoria a novembre, di cui [il cosiddetto *woke* è parte](https://www.culturewars.it/trump-vinto-woke/) – non è iniziata ieri, sarebbe stato bene discutere da principio in modo critico e “strategico” dei temi su cui facevano perno le sirene della destra, in modo da avere gli strumenti per disinnescarli e contrastarli.
Mettere la testa sotto la sabbia non ha aiutato, né ha aiutato trincerarsi dietro il “non importa se non ci capiscono o se qualcuno dei ‘nostri’ sbaglia: in fondo abbiamo ragione”. Ancora una volta: la ragione non va twittata in cerchie di appartenenza elitaria, resa una clava settaria su Instagram o tramutata in meme virali su TikTok; nella ragione non ci si specchia per i like e qualche ospitata alla festa del libro di Montelupo Fiorentino; la ragione va spiegata e resa un discorso politico intelligibile, su cui costruire alleanze di classe, di prospettive sociali, di resistenza.
Perché altrimenti continuerà a vincere il più bravo a falsificare, ridurre a slogan e rendere una gara di simboli avulsi dalla realtà: attualmente è un signore biondo che, in dieci giorni, coi suoi amici ha già messo a soqquadro la democrazia americana.
## ****Altre news dal fronte**
- Un’opinione che non condivido del tutto, *but still*: è stata [proprio la cosiddetta cancel culture](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2025/02/kanye-vance-republicans-vice-signaling/681641/?ref=culturewars.it) a portarci qui?;

- A cosa porta, [materialmente](https://x.com/trajan317/status/1888136262625665473?ref=culturewars.it), la purga trumpiana sulla DEI nelle borse di studio universitarie;

- Comunque sia: ai Repubblicani piacciono molto i tagli alla spesa pubblica, basta che non siano messi in atto [nei loro Stati](https://www.nytimes.com/2025/02/12/us/politics/trump-spending-republicans-agriculture-research.html?ref=culturewars.it).
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### La lista della spesa di Elon
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Last updated: 2025-01-28T06:21:03.000Z
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«Nei giorni scorsi, alcuni rappresentanti europei di Elon Musk hanno avuto un incontro con gli amministratori di realtà social legate al mondo dell'informazione indipendente». Non dico dieci, ma soltanto cinque anni fa questo scarno annuncio probabilmente sarebbe stato accolto con entusiasmo da molti: un miliardario che vuole investire nell’informazione, per giunta «indipendente»? *Ah, però*.
Nel 2025 però la situazione è appena appena mutata: **Elon Musk** ha speso personalmente più di 100 milioni di dollari per far eleggere **Donald Trump**, le enormi balle di estrema destra che ha diffuso sulla piattaforma che ha rilevato a tal fine sono state lette [più di due miliardi di volte](https://edition.cnn.com/2024/11/04/media/elon-musk-election-x-misinformation-trump-harris/index.html?ref=culturewars.it), e il suo nuovo motto «*you are the media now*» suona più che vagamente come una sinistra minaccia.
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### Sai chi ti saluta tantissimo?
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Last updated: 2025-03-27T01:03:38.000Z
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Dunque, sì, parliamo di quella cosa là: nella tarda serata italiana di lunedì 20 gennaio, alle celebrazioni per l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti **Donald Trump**, il suo sempre più acceso sostenitore **Elon Musk** è sembrato proprio fare – *insomma, ecco, uhm* – un saluto romano.
Scrivo «è sembrato» più per incredulità personale che per dubbi effettivi su quanto è successo sul palco a Washington, anche se qualcuno è stato più cauto (vedi [Il Post](https://www.ilpost.it/flashes/elon-musk-saluto-romano-insediamento-trump/?ref=culturewars.it)): Musk ha salutato il pubblico festante spiegando che «alcune elezioni contano molto, altre no, ma questa è davvero importante, e voglio soltanto dirvi grazie per averla resa possibile», poi si è messo la mano destra sul cuore e – dopo aver preso la rincorsa – ha fatto scattare il braccio come una molla, con tanto di mugugno di soddisfazione, tendendolo in alto alla sua destra. Non contento, ha replicato il gesto girandosi dal lato opposto del palco.
Ora: quello non voleva essere un saluto romano, ma era *un semplice modo di ringraziare gli astanti lanciandogli simbolicamente il suo cuore*? Possibile, certo. Ma soltanto scrivendolo mi viene in mente quella vecchia battuta di Daniele Luttazzi su Silvio Berlusconi e i suoi difensori più inossidabili:
> Come faccio a dirlo? Per lo stesso motivo per cui se incontrassi per la strada di notte un tizio sudaticcio con in mano un coltellaccio insanguinato, la prima cosa che penserei non sarebbe: “Toh, un cuoco!”.
Ecco, io non vorrei impiegare ulteriori preziosi minuti della mia esistenza a fare la balistica degli arti superiori di Elon Musk, ma quello che è successo è *davvero* **un punto di non ritorno della politica internazionale**. L’uomo più ricco del mondo si presenta sul palco dell’incoronazione del presidente della prima superpotenza globale e poi... esercita la sua libertà di espressione (concetto a lui assai caro, nella teoria) con un doppio saluto fascista? Dopo anni di cassa di risonanza offerta all’estrema destra sulla sua piattaforma di comunicazione da miliardi di visitatori al mese?
Nonostante il detto, il buongiorno non si vede quasi mai dal mattino, ma in compenso è raro che una giornataccia non inizi subito a palesarsi: attorno a Trump si è stretta – per convinzione, opportunismo interessato e altre circostanze estemporanee – una consorteria di giro che ha nelle sue mani il potere politico, il potere economico e i mezzi di comunicazione di massa definenti di quest’epoca.


Il ritorno di TikTok sugli app store a meno di 24 ore dal ban e il Ceo Shou Zi Chew.
A poche ore dalla farsa – perché non c’è un altro nome con cui chiamarla – dell’addio di TikTok agli Stati Uniti, il suo Ceo Shou Zi Chew ha comunicato [urbi et orbi](https://www.instagram.com/p/DE72u6-PVU7/?ref=culturewars.it) la sua rinnovata e adorante volontà di collaborare col presidente Trump per risolvere le questioni aperte in capo alla holding della cinese ByteDance, e alla cerimonia di insediamento l’ad sedeva accanto alla prossima direttrice dell’intelligence Usa Tulsi Gabbard (il che non è poco, per il massimo rappresentante di un’azienda accusata per anni di essere uno strumento di propaganda straniera in terra americana). Trump, che era stato il primo a volerlo chiudere, oggi [posta](https://truthsocial.com/@realDonaldTrump/posts/113854921940858148?ref=culturewars.it) tranquillamente sui suoi profili slogan come «SAVE TIKTOK», in caps lock. *Business as usual*.
In ogni caso, sic transit gloria mundi: dopo il saluto di Musk il buon TikTok, l’oasi di libertà di espressione – concetto assai caro alla piattaforma, in teoria – dei nostri tempi, ha **iniziato a censurare attivamente i contenuti** relativi alla parola chiave «fascismo» (benché [soltanto negli Stati Uniti](https://x.com/Cthulhu%5FAnswers/status/1881424979520287096?ref=culturewars.it), per ora).
> You cannot even search the word “fascism” on TikTok anymore. People are searching for info on Palestine, the L.A. wildfires, and even the Holocaust and being told to look out for “misinformation.”
>
> We’re watching censorship and propaganda in real time. [pic.twitter.com/XFOhd9z7vy](https://t.co/XFOhd9z7vy?ref=culturewars.it)
>
> — Gabrielle A. Perry, MPH (@GeauxGabrielle) [January 20, 2025](https://twitter.com/GeauxGabrielle/status/1881323595663823307?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Alla cerimonia di insediamento del 47esimo presidente degli Stati Uniti gli uomini più ricchi del mondo – che per inciso sono **gli uomini più ricchi di ogni tempo** su questo pianeta, persone che hanno i mezzi materiali e tecnologici per indirizzare le sorti del resto del mondo – sedevano in prima fila, *davanti* ai politici membri del gabinetto della nuova amministrazione. Un’immagine eloquente.
Si è saldato un fronte e dobbiamo farci i conti: bisogna fare tabula rasa del decennio di pie illusioni sui valori, le visioni del mondo, le scelte e le possibilità offerte dai social media. I social media ancora oggi, nel 2025, sono strumenti di aziende private il cui unico senso di responsabilità è rivolto all’accontentare i propri azionisti incrementando i profitti.
La responsabilità a sfondo sociale con cui ci siamo raccontati (e ci hanno raccontato) storielle a lieto fine per anni non è mai esistita: **Mark Zuckerberg**, il nuovo aedo della libertà di espressione – concetto che gli è straordinariamente caro, in teoria: ne abbiamo parlato [qui](https://www.culturewars.it/zuckerberg-meta-trump/), nella versione per abbonati della newsletter – non è mai stato né un alleato, né un “compagno che sbaglia”, e i suoi prodotti non meritano la nostra fiducia, i nostri dati e il nostro tempo.
Eppure tante, tantissime persone di sinistra – perché per la destra, invece, è facile: basta urlare più forte o buttare la palla in curva – sono cadute, anche in buona fede, nell’inganno della stanza degli specchi algoritmici: quelli per cui qualsiasi critica all’*influ-attivismo* che sguazza nella sua bolla artefatta meritava uno strale piccato o persino una scomunica; quelli per cui ogni cautela dubbiosa sugli effetti dei social media valeva una scrollata di spalle e un *ok, boomer*, talvolta «per sembrare di nuovo bello, e interessante, e moderno» ([cit.](https://www.poetryfoundation.org/poems/53219/mayakovsky?ref=culturewars.it)); quelli, insomma, che non c’avevano capito niente, ma continuano imperterriti – nonché ignifughi rispetto a qualsiasi dato di realtà – a dirsi di aver capito tutto. Il prezzo di questa cieca testardaggine da *confirmation bias*, però, lo paghiamo tutti.
Lo dico senza mezzi termini: non ho idea di dove si possa andare, da qui. Di certo in luoghi bui, ripidi e almeno in parte inesplorati. Nessuno ci garantisce che alla fine di questo percorso a ostacoli il mondo sarà lo stesso: le macchine che ci hanno drogato di attenzione e confusione, modificando per anni il nostro rapporto con la realtà, **oggi hanno gettato la maschera**, hanno avviato la loro seconda fase e sono pronte a tutto pur di difendere la loro posizione monopolistica.
L’esperto di cybersecurity e «uomo di Musk in Italia» ([cit.](https://www.repubblica.it/economia/2025/01/09/news/andrea%5Fstroppa%5Fchi%5Fe%5Fmusk%5Fitalia%5Fstarlink-423928702/?ref=culturewars.it)) Andrea Stroppa – che poco prima aveva twittato un messaggio trionfante a corredo del video dell’exploit dell’Inauguration, poi cancellato, scrivendo «l’impero romano è tornato» – ha attribuito il braccio teso di Musk al suo essere autistico. Altri parlano di fermi immagine fuorvianti. Gli storici del nazismo in sala Var, da parte loro, dicono [che quello lo era eccome](https://x.com/ruthbenghiat/status/1881460628164120641?ref=culturewars.it), un saluto di estrema destra. Tutto si esaurirà in un meme buono per la nostra soglia di attenzione da pesci rossi impastoiati a dopamina, come sempre, certo.
Ma me il braccio teso di Musk sembra invece la più compiuta incarnazione del sinistro allineamento di pianeti nella galassia dei media globali: gli oligarchi del potere comunicativo hanno trovato il loro nuovo oscuro signore-protettore politico, e col fanatismo dei convertiti fanno a gara a dimostrargli una lealtà che cambierà col primo alito di vento; una lealtà di facciata, pigra, doppiogiochista; **una lealtà fascista**, insomma.
Noi, dal canto nostro, se non l’abbiamo già fatto, dobbiamo soltanto iniziare a chiederci con più consapevolezza e frequenza se TikTok e Instagram e Facebook e X sono mai stati il tipo di luoghi a cui possiamo permetterci di lasciare in custodia le nostre strutture sociali e comunicative.
Se la risposta è «sì», alzo le mani: meno male che è tornato TikTok, i nostri giovani possono informarsi di nuovo liberamente, gli attivisti possono tornare a farsi sentire dove conta e, insomma, questo unicorno ha una bellissima criniera blu elettrico, non credi?
Se è «no», non discutete di Luca Marinelli che dice «*make Italy great again*» in una serie tv da polemichetta virale: discutete di Elon Musk che fa il saluto fascista di fronte al mondo intero. Perché la prima è fiction, **la seconda no**.
## ****Altre news dal fronte**
- Intanto: Trump ha concesso la grazia presidenziale [a più di 1500 partecipanti all’assalto al Campidoglio](https://x.com/yashar/status/1881503297154265455?ref=culturewars.it) del 6 gennaio 2021;

- Tra i primi ordini esecutivi che il nuovo presidente firmerà, c’è quello che ribattezza il golfo del Messico [«golfo d’America»](https://www.nbcnews.com/video/trump-plans-to-sign-executive-order-to-rename-the-gulf-of-mexico-229762117818?ref=culturewars.it) (la cosa, giustamente, ha fatto molto [ridere](https://x.com/AdamJSmithGA/status/1881395747012391149?ref=culturewars.it) Hillary Clinton);

- Per chiudere questa preoccupatissima puntata di en plein trumpiano: [come i Village People spiegano Trump](https://www.theatlantic.com/culture/archive/2025/01/trumps-village-people-inauguration/681387/?ref=culturewars.it).
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### Giravolte a Metà
URL: https://www.culturewars.it/zuckerberg-meta-trump/
Last updated: 2025-01-13T06:47:59.000Z
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Edizione straordinaria: un uomo noto per aver costruito un impero mediatico fregandosene in tutto e per tutto delle conseguenze globali dei suoi profitti si rivela non essere un sincero alleato delle buone cause progressiste.

Zuckerberg nel già famigerato video-annuncio.
Messa così è un’iperbole un filo sorniona, certo, ma non credo che questa frase vada troppo lontana dalla verità: martedì scorso **Mark Zuckerberg** è apparso in [video](https://www.instagram.com/zuck/reel/DEhf2uTJUs0/?ref=culturewars.it) – con un nuovo look da cherubino, per gli appassionati – per annunciare che la multinazionale di cui è a capo, Meta, [dismetterà il programma di fact-checking](https://edition.cnn.com/2025/01/07/tech/meta-censorship-moderation/index.html?ref=readtangle.com) che da anni opera su Facebook e Instagram, «troppo schierato politicamente» secondo Zuckerberg, e allenterà le restrizioni su contenuti politici e opinioni conservatori su argomenti come l’immigrazione e l’identità di genere.
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### Cosa aspettarsi dal 2025 di Trump
URL: https://www.culturewars.it/cosa-aspettarsi-2025-trump/
Last updated: 2024-12-30T15:34:01.000Z
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Quello che inizia tra poche ore sarà un anno complicato, che potrebbe verosimilmente diventare una pietra angolare della politica d’oltreoceano: **Donald Trump** prenderà formalmente possesso della Casa Bianca con la cerimonia di insediamento prevista per il prossimo 20 gennaio (in coda alla quale sono altrettanto prevedibili le solite, rituali, trumpianissime polemiche sulle [dimensioni del suo pubblico](https://lavocedinewyork.com/en/news/2024/09/08/trumps-obsession-with-crowd-size-studied-and-debunked-by-the-new-york-times/?ref=culturewars.it), ma – stavolta – [nessun intralcio](https://www.politico.com/news/2024/12/26/january-6-donald-trump-001733?ref=culturewars.it) al passaggio di consegne).
Da quel giorno in poi, i nuovi Stati Uniti d’America della restaurazione conservatrice saranno una realtà diplomatica, economica e anzitutto politica con cui fare i conti. Per sommi capi, ho raccolto di seguito alcune delle scelte e delle azioni che Trump, con ogni probabilità, attuerà nel 2025.
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### La fine delle identity politics?
URL: https://www.culturewars.it/fine-identity-politics/
Last updated: 2025-03-27T01:04:15.000Z
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Qualche settimana fa, in una pagina Instagram del sottobosco dell’attivismo di una sinistra che qualche vecchio cronista definirebbe “extraparlamentare”, ho letto un [post](https://www.instagram.com/p/DBwGOT1t0tY/?img%5Findex=1&ref=culturewars.it) che mi è sembrato il primo canto di rondine a primavera. Una serie di card con uno dei font standard della piattaforma recitava: «L’admin di questa pagina non è nato italiano. **L’identità pare sia la prima cosa da mostrare**, come i documenti alla polizia. Allora sia esplicito: chi scrive queste parole ha subito razzismo per gran parte della sua vita. Il fatto di aver subito razzismo non mi rende di per sé maggiormente cosciente del fenomeno razzista. Né mi rende automaticamente innocente, onesto, buono». L’admin continuava:
> Non esiste la posizione degli ‘immigrati’ che tutte/i gli altri devono prendere per buona, come fosse parola del Signore. Quello che invece spesso succede è che uno cerca in noi quello che già pensava, e poi pretende che la posizione del nero amico sia l’unica accettabile, morale, possibile”. \[...\] Da immigrato il mio obiettivo non è chiudermi nella mia identità a dare patenti di alleato legittimo o meno. Il mio obiettivo è eliminarle, queste identità. E per farlo bisogna eliminare la base di ogni differenza sociale, quella di classe.
Si può essere o meno d’accordo con la prospettiva materialista e marxista di queste righe, ma il punto di vista che esprime, negli ultimi quattro o cinque anni nel contesto dell’attivismo progressista **è stato guardato con sospetto, sminuito**, quando non direttamente esposto alla gogna o, come da gergo di settore, a *call-out.*
Quando Mario Balotelli segnò il magnifico 2-0 alla Germania la sera del 28 giugno 2012, lo scrittore Teju Cole [scrisse](https://x.com/tejucole/status/218424409801764864?ref=culturewars.it) sull’allora Twitter «il razzismo in Italia è appena finito»; sperando di avere un po’ più di fortuna, e senza negare una dose comparabile di *wishful thinking*, dopo aver letto il suddetto post ho pensato che fosse perfetto come canto funebre per la fine dell’era delle *identity politics*.
## **Nascita e morte dell’identità**
Secondo la definizione del dizionario Merriam-Webster, le **identity politics** sono quelle «politiche in cui gruppi di persone con una particolare identità razziale, religiosa, etnica, sociale o culturale tendono a promuovere i propri interessi o preoccupazioni specifici, senza riguardo per gli interessi o le preoccupazioni di un gruppo politico più ampio». Sebbene l’uso dell’espressione sia rintracciabile già nelle opere di Mary Wollstonecraft e Frantz Fanon, è a partire dagli anni Settanta che *identity politics* entra appieno nel vocabolario della politica.
E non per caso: il decennio delle contestazioni ha portato con sé un’attenzione per le lotte per il riconoscimento e la giustizia sociale di femministe della seconda ondata, afroamericani, movimenti indigeni e omosessuali, gruppi di cittadini che condividono una posizione di oppressione o subalternità nelle democrazie capitalistiche occidentali, e che si uniscono per meglio rappresentare il loro punto di vista. Il primo uso moderno del termine è rintracciabile nel **Combahee River Collective Statement**, la dichiarazione redatta nel 1977 da un gruppo di femministe nere di Boston, che vedeva nelle *identity politics* un sigillo per riferirsi ai modi in cui capitalismo, razzismo, patriarcato e sessismo segnavano le loro esperienze quotidiane.
In questa fase primigenia le politiche identitarie, nonostante la loro impostazione strutturale, avevano un afflato universalistico: Martin Luther King sognava un’America in cui i suoi figli non sarebbero stati giudicati per il colore della loro pelle ma per le qualità del loro carattere; la pioniera del femminismo della seconda ondata Betty Friedan non risparmiava critiche nei confronti di quelle fronde del suo movimento che prendevano di mira gli uomini e le casalinghe; le stesse femministe del Combahee River Collective intendevano costruire una rete di solidarietà che superasse, in ultima analisi, i limiti dell’identità.
Ma nel frattempo a farsi strada nei movimenti – e prima ancora nei punti d’incontro degli intellettuali e nei campus universitari – era arrivato un gruppo allargato di pensatori e correnti filosofiche destinato a imprimere un decisivo cambio di rotta. Individuare singoli nomi a cui attribuire il passaggio all’incarnazione moderna dell’espressione è un compito gravoso, ma una lista preliminare comprenderebbe senza dubbio le riflessioni del secondo periodo della scuola di Francoforte, che con Theodor Adorno ed Herbert Marcuse pose le fondamenta per rileggere la società in base alla posizione relativa della propria identità rispetto al potere; il già citato Frantz Fanon, con classici del pensiero decoloniale come *I dannati della terra* (Einaudi, 2007), e l’ugualmente celebre Edward Said si interrogarono sui legami tra razza, identità e potere; teorici post-strutturalisti come i francesi Michel Foucault e Jacques Derrida si concentrarono sulla lingua per decostruire le narrative dominanti e mettere in dubbio l’esistenza stessa di esperienze universali; l’accademica Kimberlé Crenshaw teorizzò l’intersezionalità, una chiave di lettura della società secondo cui una persona che fa parte di molteplici gruppi identitari (le donne, i neri, gli immigrati) vivrà un’esperienza esclusiva di oppressione.
È in questo humus culturale, quello posto sotto l’ombrello filosofico della **Critical Theory** di provenienza francese, che sono nate pietre angolari del postmoderno come le espressioni *lived experiences*, che vuole sottolineare la preminenza delle esperienze vissute direttamente dalle identità oppresse, e *cultural appropriation*, o appropriazione culturale, ciò di cui si macchia chi mostra impunemente segni di appartenenza a un’identità culturale diversa dalla sua.
Le *identity politics* così definitehanno conquistato i programmi di studio della prestigiosa Ivy League statunitense, diventando **l’architrave epistemico dell’istruzione superiore internazionale**: negli ultimi dieci anni le burocrazie accademiche predisposte a indirizzare le controversie afferenti, anche in modo lasco, ai temi della diversità culturale si sono espanse a dismisura, arrivando a costituire università-nelle-università fatte di solerti controllori in cerca di espressioni imprecise o studenti feriti nella loro (o, più spesso, nella altrui) sensibilità identitaria. Con effetti non di rado farseschi: come quando, nel 2020, un professore di cinese della University of Southern California, Greg Patton, ha ricevuto un provvedimento di [sospensione](https://www.insidehighered.com/news/2020/09/08/professor-suspended-saying-chinese-word-sounds-english-slur?ref=culturewars.it) per aver pronunciato un intercalare della lingua cinese, 那格, *Nà gé,* che ha una pericolosa assonanza con un termine dispregiativo razzista; o quando, nello stesso anno e nella vicinissima University of California-Los Angeles (Ucla), il docente di economia Gordon Klein è stato sospeso dall’insegnamento per «abuso di potere» dopo aver [risposto](https://www.thefire.org/news/fire-defends-ucla-professor-suspended-email-why-he-wouldnt-change-exam-grading-black-students?ref=culturewars.it) con un diniego garbato e ironico alla richiesta di uno studiente bianco di un esame «*no harm*»c – cioè, nei nostri termini, un 6 politico – per mostrare vicinanza agli afroamericani dopo l’assassinio di George Floyd a Minneapolis (e richieste del genere sono arrivate negli atenei delle ricche élite anche dopo le vittorie di Donald Trump nel 2016 e pochi giorni fa). In tempi più recenti, le bombe di Israele su Gaza hanno rinsaldato ulteriormente le linee di divisione identitaria, rendendo il campus un ribollire di pulsioni strumentalizzate dalla politica delle *culture wars*: gli scontri hanno portato l’anno scorso all’allontanamento della ex presidente di Harvard [Claudine Gay](https://www.culturewars.it/harvard-antisemitismo-universita/), ritenuta troppo indulgente nella gestione di alcune manifestazioni antisemite, specie usando il metro di tolleranza che l’ateneo è solito applicare nei casi di discriminazione su base identitaria.
Mentre le esclusive aule dell’Ivy League le celebravano fino a renderle un paradigma di convivenza sociale, al di fuori dei campus le *identity politics* hanno conquistato (e, all’estero, in Paesi come la Francia e la Gran Bretagna, colonizzato) alcune importanti istituzioni statali, venendo infine inglobate dal sistema capitalistico e dai media contemporanei.
Quest’ultima fase, quella che lo studioso australiano Carl Rhodes ha ribattezzato del [«capitalismo woke*»*](https://www.culturewars.it/capitalismo-woke-estratto/), le ha viste declinate in un infinito scorrere di campagne pubblicitarie “inclusive”, proclami orientati alla *diversity* di Ceo di multinazionali con fatturati miliardari e iniziative pubbliche per celebrare questa o quella appartenenza identitaria. Eppure le politiche Dei (acronimo di *Diversity, Equity & Inclusion*) nel mondo corporate hanno dimostrato di essere una piuma al vento: quest’anno marchi come Ford, Harley Davidson, la birra Coors e Jack Daniel’s, tra gli altri, hanno già quietamente dichiarato di aver fatto marcia indietro sui loro patrocini identitari, segnalando una dedizione alla causa tutt’altro che sincera (senza contare che altre aziende si sono distinte sventolando la bandiera della diversità [per coprire i loro comportamenti antisindacali](https://theintercept.com/2022/06/07/union-busting-tactics-diversity/?ref=culturewars.it)).
Lo storico e critico culturale Jackson Lears ha descritto le *identity politics* come **una tragica necessità**: da una parte, uno strumento necessario a individuare e affrontare le necessità specifiche di gruppi tuttora largamente marginalizzati nelle società occidentali; dall’altra, un combustibile a buon mercato per divisioni artefatte, essenzialismi di ritorno, vittimismi incrociati e una cooptazione politica che avrebbe inevitabilmente favorito i maestri del *divide et impera*.
Nel suo *Critica della vittima* (Nottetempo, 2014), l’autore Daniele Giglioli nota: «Se solo la vittima è nel vero, chi desidera crisma di verità per il proprio discorso sarà sempre tentato dalla menzogna di spacciarsi per la vittima che non è». Il più grande protagonista della saggistica militante nordamericana, l’autore antirazzista Ibram X. Kendi, divenuto una celebrità sulla scia delle proteste per l’uccisione di George Floyd a Minneapolis (tra i suoi titoli più celebrati, *Come essere antirazzista*, Mondadori, 2021), è finito nei guai quando, nel 2023, alcune inchieste hanno [scoperto](https://apnews.com/article/ibram-kendi-antiracist-layoffs-problems-98ce63215633cf985c10f98026a64cd0?ref=culturewars.it) che il suo centro di ricerca sull’antirazzismo, ospitato dall’Università Boston e destinatario di donazioni milionarie provenienti da enti pubblici e privati, gestiva le sue finanze in modo creativo, nonché vantaggioso per lo stesso Kendi. I vertici nazionali di Black Lives Matter – un movimento che pure ha avuto meriti evidenti e concreti nella mobilitazione globale contro il razzismo – nel 2022 sono ritrovati al centro di pesanti critiche dopo che un [articolo](https://nymag.com/intelligencer/2022/04/black-lives-matter-6-million-dollar-house.html?ref=culturewars.it) del *New York Magazine* ha rivelato che avevano acquistato una villa da 6 milioni di dollari nella California meridionale con parte dei soldi donati alla causa antirazzista.
Ma anche senza addentrarsi in scandali finanziari, oggi chi parla a nome di un gruppo legato da specifici marker identitari **non sembra più destinatario di quegli assegni in bianco di fiducia** che gli (o le) venivano destinati fino a poco tempo fa: l’*influ-attivista*, com’è diventato noto nel frattempo, oggi attira sguardi perplessi di utenti che non sanno più dove porre il confine tra l’alleato che lotta per il nobile fine identitario e la pedina nel sistema mediatico capitalista che, a distanza di una storia di Instagram, promuove questo o quel prodotto o chiude un occhio sul comportamento non irreprensibile della multinazionale o del gruppo di potere con cui collabora. Se Chiara Ferragni è caduta, con lei è rovinato al suolo un intero sistema comunicativo che ci aveva illuso di mostrare personaggi pubblici senza filtri, che abbiamo preso per buoni, eticamente onesti e politicamente genuini nei loro obiettivi dichiarati (come se le stesse piattaforme su cui li promuovevano non fossero gravemente distorcenti di per sé, con le loro personalizzazioni e frammentazioni fisiologiche).
Questi e altri segnali deboli ci dicono che l’età dell’oro della prospettiva identitaria – quella della proliferazione di influencer, specialisti di bon ton inclusivo e corpi intermedi pronti a farsi portavoce di istanze di gruppi sociali considerati come monolitici e immutabili, per riprendere le parole dell'autore del post citato nell’incipit – è in crisi. Ma il suo viale del tramonto sembra segnato anche da indicatori più solidi e oggettivi: la recente vittoria di Trump alle urne è facile da leggere nella sua componente di netto rifiuto della linea di divisione identitaria tracciata dai Democratici a partire dal 2020\. E persino Kamala Harris e il suo entourage si sono distanziati dalle *identity politics* in campagna elettorale: lei ha detto di avere una Glock in casa, ha parlato ai Repubblicani moderati senza fare riferimento a un bagaglio di gergo identitario a cui fino a pochi anni fa la sinistra sembrava inesorabilmente destinata (termini come il *gender inclusive* “Latinx” per i latinoamericani, “BIPOC” per le persone non bianche, “*pregnant people*” al posto di “*women*”), ha portato sul palco Liz Cheney.
Yascha Mounk, autore del saggio *The Identity Trap* (Penguin Press, 2023) ha detto [al New York Times](https://www.nytimes.com/2024/11/02/us/politics/election-2024-harris-progressives.html?ref=culturewars.it) che «la breve era di dominio incontestato \[di queste teorie accademiche e attivistiche\] sta giungendo al termine»: non perché gli statunitensi pensano che razzismo e oppressione siano improvvisamente scomparsi – i sondaggi dicono il contrario – ma perché anche a sinistra si è diffusa la percezione che alcune soluzioni proposte «non sono mai state molto popolari» fra il grande pubblico, per citare il Times. Prendendo ad esempio proprio *Latinx*, una ricerca di un assistant professor di Harvard, Marcel Roman, ha [mostrato](https://www.marcelroman.com/pdfs/wps/latinx%5Fproject.pdf?ref=culturewars.it) come negli ultimi anni una quota consistente di latinoamericani abbia virato a destra (com’è stato poi reso chiaro alle urne) anche per opposizione a un termine identitario visto come calato dall’alto dalle élite progressiste. Lo stesso Trump ha avuto vita facile nello sfruttare l’onda lunga dei problemi e i punti deboli generati da questo approccio settario: la sua inserzione politica più fortunata dell’ultima corsa alla Casa Bianca, la cui resa ha superato le più rosee aspettative della sua campagna, puntava sullo slogan «*Kamala is for they/them. President Trump is for you*». Transfobici o meno – e certamente li erano – questi messaggi hanno avuto risonanza tra gli elettori, [contribuendo](https://www.nytimes.com/2024/11/07/us/politics/trump-win-election-harris.html?ref=culturewars.it) a costruire l’immagine di una Harris espressione del partito della snervante ortodossia identitarista.
Per parlare della complessa epoca delle politiche identitarie, il sociologo **Musa al-Gharbi** nell’appena uscito *We Have Never Been Woke* (Princeton University Press, 2024) prende in prestito la definizione di capitale simbolico di Pierre Bourdieu per tratteggiare la figura del capitalista simbolico, il custode del capitale culturale contemporaneo, soggetto e oggetto del meccanismo di cooptazione delle élite che ricorre alla foglia di fico della giustizia sociale (quella per cui, come si dice, negli ultimi anni si è “passato” – o, per meglio dire, finto di passare – “il microfono” ad accademici, giornalisti e manager non maschi, bianchi, abili e cisgender dietro la quale proliferano quelle stesse disuguaglianze su cui si fonda il sistema economico corrente). «La volontà e gli interessi espressi dalle élite provenienti da gruppi storicamente emarginati e svantaggiati sono spesso **significativamente e dimostrabilmente fuori sincrono** con quelli della maggior parte delle popolazioni che pretendono di rappresentare», scrive al-Gharbi (ancora, l’esempio di *Latinx* in tal senso è illuminante; come lo è lo slogan *defund the police*, popolarissimo tra le élite woke a partire dal 2020 e scarsamente popolare tra gli afroamericani, come ha mostrato un [sondaggio](https://news.gallup.com/poll/316571/black-americans-police-retain-local-presence.aspx?ref=culturewars.it) di quel periodo).
Lo stesso autore nota come i compartimenti stagni delle teorie dell’identità hanno condotto, per una strana eterogenesi dei fini, a «**una solidarietà ai minimi termini oltre i confini delle differenze**, e a una ridotta volontà di fare sforzi di investimento redistributivo utili agli altri invece che a se stessi, o ai gruppi con cui ci si identifica». Il problema, si legge nel brillante saggio di critica delle ipocrisie dell’impianto del progressismo dell’ultimo decennio:
> Non è che i capitalisti simbolici sono troppo woke, ma che non sono mai stati woke. Il problema non è che cause come il femminismo, l’antirazzismo o i diritti Lgbtq+ siano ‘sbagliate’. Il problema è che, nel nome di queste stesse cause, i capitalisti simbolici mettono in atto regolarmente comportamenti che sfruttano, perpetuano, inaspriscono, rinforzano e mistificano le disuguaglianze, spesso ai danni delle stesse persone di cui dicono di fare gli interessi.
Le lenti distorcenti da cui noi capitalisti simbolici ci siamo messi a guardare il presente sono quelle che hanno ***incrementato*, non ridotto, le disparità** di cui ci siamo autoeletti vendicatori. Una frase benintenzionata come «*trans women are women*», pescando ancora da al-Gharbi, compone una retorica conformista dietro la quale i suoi stessi propugnatori la maggior parte delle volte non agiscono coerentemente, dimostrando nel concreto che le donne transgender sono indistinguibili dalle persone nate biologicamente donne. Da una parte a New York o San Francisco i figli privilegiati – questi sì – delle famiglie più ricche reggono cartelli di Black Lives Matter e chiedono giorni liberi per elaborare le vittorie elettorali della destra, ma dall’altra in quegli stessi luoghi – in quelle stesse strade, in quelle stesse aule – i veri appartenenti ai gruppi marginalizzati **continuano a vivere ai confini della società del progresso**, dormendo all’addiaccio sulle *avenues* o svolgendo lavori umili di consegne a domicilio o di pulizia degli spazi del campus (lavori per cui non sono previsti giorni liberi).
L’ipocrisia è vecchia quanto il mondo, e certamente non un’esclusiva dei capitalisti simbolici del nostro tempo. Ma questa particolare ipocrisia – questo scollamento, come si direbbe in un salotto televisivo post-elettorale – ha fatto danni ingenti, i cui bagliori continuano a riverberarsi , anche se la luce originale si è spenta. È possibile che la notizia della morte delle *identity politics* sia fortemente esagerata, beninteso: una rondine non fa primavera, e il fatto che la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, che due anni fa chiedeva scusa per non aver inserito i suoi pronomi «*she/her*» nella sua bio, oggi li abbia [rimossi](https://x.com/libsoftiktok/status/1857107492741984723?ref=culturewars.it) senza colpo ferire potrebbe benissimo essere quella che si dice una prova circostanziale. Ma qualcosa, stavolta, sembra davvero cambiato: e se così fosse, sarebbe una buona notizia per chiunque non abbia del capitale simbolico da spendere in prima persona come e dove vuole.
## ****Altre news dal fronte**
- È un grande momento per l’indipendenza dei media: il proprietario del Los Angeles Times ha [“chiesto”](https://www.theguardian.com/media/2024/dec/18/la-times-patrick-soon-shiong-trump?ref=culturewars.it) ai suoi editorialisti di non criticare esageratamente Trump;

- [Chi sono i 50 uomini](https://www.bbc.com/news/articles/cr7vvj8gymyo?ref=culturewars.it) condannati per la terribile storia di stupri ai danni di Gisèle Pelicot, la figura più vicina alla definizione di “eroe contemporaneo” che abbia visto in anni;

- Con Javier Milei, l’Argentina [sta influenzando](https://www.bbc.com/news/articles/c5y86vv0wneo?ref=culturewars.it) la politica americana (e, di riflesso, quella internazionale)?
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### Il pontiere della Pennsylvania
URL: https://www.culturewars.it/fetterman-trump-usa/
Last updated: 2024-12-16T16:04:27.000Z
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**John Fetterman** è un personaggio per molti versi centrale nella politica americana: senatore della Pennsylvania, ha una lunga esperienza da politico locale di provenienza *blue collar*, avendo amministrato da sindaco una cittadina a maggioranza afroamericana, Braddock, che l’ha reso un simbolo nazionale. E ha anche una storia unica: prima di venire eletto al Congresso, alle elezioni di metà mandato del 2022, è stato colpito da un ictus che l’ha costretto a una lunghissima e difficile riabilitazione.
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### Bluesky from pain
URL: https://www.culturewars.it/bluesky-migrazione-bolla/
Last updated: 2025-03-27T01:04:31.000Z
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Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare di **Bluesky**, l’ultima – in ordine cronologico – azienda a conquistare titoli di giornali e discussioni online sullo stato e le prospettive delle piattaforme socialmediali.
Dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, milioni di utenti scontenti dell’oggettiva tossicità del fu Twitter hanno cancellato i loro profili dalla piattaforma – oggi nota come X – per migrare su Bluesky, che è arrivato a contare più di 24 milioni di iscritti.
Un bel risultato per un progetto nato in seno a Twitter e che fino allo scorso febbraio era rimasto una piattaforma chiusa con tre milioni di utenti, a cui si poteva accedere soltanto tramite invito. E, senza dubbio, anche un’iniezione di speranza per molti che erano in cerca di una nuova esperienza online.
Bluesky vanta un sistema che chiama di **feed personalizzati**, cioè costruiti con algoritmi su cui l’utente ha più voce in capitolo: invece di fare da spettatore passivo alla sua timeline, l’iscritto/a può intervenire privilegiando contenuti a lui o lei più congeniali. Se a questo aggiungiamo la possibilità di affidare i propri dati a *federated servers* (server personali, su cui si ha un controllo diretto), quella di creare le proprie liste di moderazione e l’assenza di fastidiose inserzioni e crypto-truffatori, ecco che in effetti il modello appare alternativo.
Per questi e altri motivi, nelle ultime settimane si sono lette odi sperticate alla piattaforma, vista come un vero viatico per **il ritorno a un’età dell’oro dei social media**, priva di tossicità e bot e basata sulle interazioni positive, sugli scambi di conoscenza e sul rispetto reciproco.
Bluesky vuole posizionarsi come antidoto al veleno dell’intolleranza regolarmente amplificata dalla grancassa di X ed Elon Musk, offrendo un social “dal volto umano” dove abbondano le regole di netiquette – tra le altre, c’è quella di evitare il [*dunking*](https://bsky.app/profile/tractorgoth.bsky.social/post/3lajunxuucf2v?ref=culturewars.it), cioè la condivisione a fini critici di post altrui ritenuti offensivi o sbagliati – e la moderazione dei contenuti è una cosa seria, costantemente discussa e [monitorata](https://bsky.app/profile/safety.bsky.app?ref=culturewars.it).
Ma Bluesky è anche un’app giovanissima, che si è vista travolgere da una piena di utenza appartenente a nicchie online svezzate da certe formae mentis (ora mi spiego meglio) quando il suo team contava [venti persone in tutto](https://bsky.app/profile/jay.bsky.team/post/3lbd2ee2pwc2r?ref=culturewars.it). E oggi si trova a dover tappare falle nuove e inevitabili: invasioni di account finti, rivolte contro le scelte di moderazione e contro gli [*scraping* di dati](https://www.theregister.com/2024/12/02/bluesky%5Fgrowing%5Fproblems/?ref=culturewars.it) per addestrare intelligenze artificiali.
Sul piano delle idee o dei posizionamenti politici, Bluesky è decisamente omogeneo. Non farmi usare la parola **woke**, ti prego, ma ecco: è il posto dove sono approdati quelli che sono scappati da Twitter dopo la vittoria di Trump (che si chiamano l’un l’altro, con apparente assenza di ironia, *Twitter refugees*). Ci troverai *starter pack* fatti apposta per [VTuber asessuali](https://bsky.app/starter-pack/punkwasp.art/3l6vx47ro6m2z?ref=culturewars.it) e aromantici, o liste di ban che includono *tutti* i follower di un determinato account considerato “problematico”.
Negli ultimi giorni, per esempio – nonostante le interazioni dal volto umano, i blocchi di massa dei profili non conformi, gli inviti a non dare spago alla problematicità – il responsabile della sezione Trust & Safety di Bluesky Aaron Rodericks è inondato di critiche e accuse di vario tenore (le risposte a qualsiasi suo [post](https://bsky.app/profile/aaron.bsky.team/post/3lclbvai35c2l?ref=culturewars.it) sono eloquenti) semplicemente per aver permesso, pur con una sequela di [etichette](https://x.com/CantEverDie/status/1865211982166503760?ref=culturewars.it) e *trigger warning*, la presenza sulla piattaforma di **Jesse Singal**.
Singal è un noto giornalista e podcaster che collabora con l’*Economist* e *The Atlantic*, forse il nome più inviso agli attivisti transgender statunitensi per i suoi pezzi d’inchiesta sulle cure per la transizione di genere nei minori, che secondo i suoi critici diffondono propaganda anti-trans. Su Twitter, non era raro trovare sottoboschi in cui si invitava Singal [a farla finita](https://x.com/jessesingal/status/1683234706836299777?ref=culturewars.it); su Bluesky, dopo pochi giorni dal suo arrivo, sono già [ricresciuti](https://bsky.app/search?q=singal+kill+myself&ref=culturewars.it) (insieme a quelli dove gli si dà direttamente del [pedofilo](https://bsky.app/search?q=singal+pedophile&ref=culturewars.it)).
Certo, certo: non si può essere sempre tolleranti con chi si giudica intollerante, ma il punto è che al netto del caso specifico tutto questo non mi sembra, come dire, *diversissimo* da ciò a cui siamo abituati in altri spazi digitali. Il mio Bluesky, per quel poco che l’ho frequentato in queste settimane, si è dimostrato una sfilza senza fine di post polemici, performativi e passivo-aggressivi del genere:
> Audiobooks count as reading. Audiobooks count as reading. Audiobooks count as reading. Audiobooks count as reading. Audiobooks count as reading. Audiobooks count as reading. Audiobooks count as reading.
>
> — [Being Reese (@beingreese.bsky.social)](https://bsky.app/profile/did:plc:sc4cgmy6yut27huqijnywzit?ref%5Fsrc=embed&ref=culturewars.it) [2024-11-22T12:35:08.819Z](https://bsky.app/profile/did:plc:sc4cgmy6yut27huqijnywzit/post/3lbjyika6mk2p?ref%5Fsrc=embed&ref=culturewars.it)
Ecco: al di là della sua forse ancora paradisiaca perché microscopica nicchia italiana, che conduce a entusiasmi fin troppo facili, non mi pare che, nei fatti, le pur nobili intenzioni di Bluesky si stiano traducendo in un Eden di fraternità. E, soprattutto – fatto per me doloroso – sulla piattaforma vige un’incredibile **mancanza di autoironia**; ci si prende sempre e comunque terribilmente sul serio, appunto, anche sugli audiolibri. Ha ben [scritto](https://www.theglobeandmail.com/opinion/article-the-problem-with-bluesky-it-wont-broaden-our-horizons/?ref=culturewars.it) la columnist del *Globe and Mail* Phoebe Maltz Bovy:
> Ciò che manca a Bluesky non sono solo i nazisti, ma è anche il centro-sinistra, ciò che è inclassificabile e ogni tipo di sarcasmo non accompagnato da virtuosi messaggi politici. Non ha umorismo irriverente, né mordente. L'uniformità politica genera mancanza di umorismo. Questo non perché i conservatori siano più divertenti dei progressisti (le battute anti-woke sono noiose quanto quelle woke), ma perché se tutti "camminano sulle uova", allora nessuno rischia cercando di far ridere gli altri.
Intendiamoci: X è una fogna terribile, allo stato attuale, e se le alternative sono – e così par essere – Elon Musk o il modello algoritmico centralizzato di TikTok, allora quantomeno Bluesky offre uno spiraglio diverso. Ma questa diversità va soppesata con attenzione, non eletta acriticamente a stato di natura ideale. Anzitutto perché conduce alla creazione di bolle polarizzate ancora più grandi.
Come ha notato, tra gli altri, Andrea Daniele Signorelli [su *Wired*](https://www.wired.it/article/fuga-da-x-boomerang/?ref=culturewars.it), questa frammentazione social in atto – il processo per cui la sinistra *very much online* si sposta su Bluesky e la destra si stanzia su X – rischia di «**creare una *filter bubble* all’ennesima potenza**, peggiorando ulteriormente quella polarizzazione e incapacità di comunicare con l’avversario politico a cui proprio i social avevano già contribuito».
Dalla polarizzazione socialmediale, in altre parole, stiamo passando alla **polarizzazione degli stessi social** media, che diventano essi stessi segni demarcatori di ulteriori divisioni e radicalizzazioni esponenziali. Come si fa ad avere scambi veri e propri – tralasciando quelli da libro *Cuore* di cui ho letto ultimamente – se avvengono soltanto con chi pensa e si esprime con precisione ormai millesimale come noi, in ambienti rigidamente «separati e sorvegliati» (cito ancora Signorelli) in cui la difformità di appartenenza più minuscola è guardata col sospetto feroce del gruppettaro?
E soprattutto: possibile che le uniche opzioni fra cui scegliere siano tutto questo, da una parte, o dall’altra l’oggettivo stato di degrado epistemologico (per usare un eufemismo) in cui versa X, che abbiamo deciso, non si sa quando, di lasciare a fascisti e *crypto bros*? Tertium non datur? Davvero non si può mettere in discussione non solo e non tanto la personalizzazione dell’algoritmo in uno spazio regolato dal numero di like e interazioni collettive, ma l’esistenza stessa di modelli comunicativi fondati su spazi di questo genere?
Se nel resto del mondo è ancora relativamente agli albori, in Italia purtroppo la discussione intorno ai limiti e alle responsabilità dei social media è ferma all’anno zero, ostaggio di un arsenale espressivo ridotto e di argomentazioni tra il ridicolo e il lunare tipo *anche nell’Ottocento *ce l’avevano coi romanzi*: sono i soliti pregiudizi anti-tecnologici* (avevo provato a rispondere ad alcune di queste fesserie [qui](https://www.culturewars.it/critiche-social-boomer/)), anche nel campo professionale di chi dovrebbe offrire visioni problematizzate, informate e critiche del mondo che ci circonda.
> Quindi, quindi tu pensi di saper distinguere
> Il paradiso dall’inferno
> Cieli blu dal dolore?
Su Bluesky spero di sbagliarmi: magari sono davvero un critico letterario coevo di Émile Zola – e come tale disorientato dai brillanti accostamenti tra piattaforme globali private con miliardi di utenti che incidono, per costituzione, sulla psiche dei loro utilizzatori seriali e una copia sgualcita dei *Promessi sposi* – ma nel suo avvio vedo una strada lastricata di buone intenzioni, e ancora poco altro.
## ****Altre news dal fronte**
- Va bene, tagliamo la testa al toro: Luigi Mangione, il protagonista del caso di cronaca del momento (nonché di tanti [meme](https://x.com/pabloescoburner/status/1866220303224914221?ref=culturewars.it) epocali che su Bluesky non troverai), [è di sinistra o no](https://x.com/search?q=luigi%20mangione%20leftist&src=typed%5Fquery&ref=culturewars.it)?

- I due fondatori del più grande sito di news a tema Lgbt+ del mondo, PinkNews, sono stati [accusati di molestie sessuali](https://www.bbc.com/news/articles/cy9q4zvwldvo?ref=culturewars.it) ripetute e misoginia da dozzine di collaboratori della testata;

- Senti, io questo pezzo sulle guerre culturali [nel cricket australiano](https://www.smh.com.au/sport/cricket/drawing-the-battle-lines-the-culture-wars-in-australian-cricket-20241204-p5kvrb.html?ref=culturewars.it) te lo linko sulla fiducia.
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### Bandire i social ha senso?
URL: https://www.culturewars.it/social-divieto-australia/
Last updated: 2025-03-27T01:04:58.000Z
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Di recente è uscito in Italia un libro importante e controverso – se ne è parlato anche [da queste parti](https://www.culturewars.it/critiche-social-boomer/) – di uno psicologo americano, Jonathan Haidt. Il testo, *La generazione ansiosa*, lancia un monito che si potrebbe riassume come segue: i social media stanno rovinando le menti dei giovani statunitensi; è ora di fare qualcosa. Ed è probabile che sia stato anche l’effetto del bestseller di Haidt, a creare un contesto culturale favorevole alla [legge appena approvata](https://www.bbc.com/news/articles/c89vjj0lxx9o?ref=culturewars.it) in Australia, che **vieta le piattaforme social ai minori di 16 anni** d’età.
Si tratta di una norma che segna un precedente importante, ma che è ancora molto vaga. Quello che sappiamo è che le piattaforme dovranno trovare un modo – ne riparleremo – per evitare che i minori di 16 anni possano avere un account. E che riguarderà – per ora ufficiosamente – Snapchat, TikTok, X, Instagram, Reddit e Facebook. Non YouTube, WhatsApp e Facebook Messenger, per citarne alcuni fra gli esclusi eccellenti.
Ma dicevamo di Haidt. Nel libro di quella che oggi è una star della saggistica d’oltreoceano le conclusioni sono simili a quelle del governo australiano. È proprio Haidt, infatti, a proporre in fondo al testo il divieto di accesso allo smartphone prima dei 13 e ai social media prima dei 16 anni compiuti.
Tutto giusto, almeno in superficie. Eppure, a guardarla bene questa idea del divieto ha **un paio di difetti importanti**. Uno di natura culturale, e un altro sul piano un po’ più pratico.
C’è un passaggio de *La generazione ansiosa*, una delle analisi più centrate di Haidt, che riguarda una cosa che potremmo chiamare **effetto di gruppo** dei social media. È in una parte del saggio in cui si parla di come misurare le conseguenze delle piattaforme: sono paragonabili, da un punto di vista scientifico, allo zucchero? Scrive Haidt:
> I social media non influiscono solo sulla persona che li consuma. Quando sono arrivati nelle scuole nei primi anni Dieci, sugli smartphone nelle tasche degli studenti, hanno cambiato rapidamente la cultura di tutti. Gli studenti parlavano di meno tra le lezioni, a ricreazione e a pranzo perché iniziavano a passare gran parte di quei momenti a controllare il telefono, spesso coinvolti in piccoli drammi durante tutto l’arco della giornata. Questo significa che guardavano qualcuno negli occhi meno di frequente, ridevano insieme di meno e perdevano l’abitudine a fare conversazione. I social media quindi nuocevano anche alla vita sociale degli studenti che se ne tenevano alla larga.
Una premessa che serve a Haidt per arrivare a una conclusione: l’approccio individuale non basta; **servono iniziative collettive**, condivise. Che è un po’ quello che ha fatto l’Australia: ma le dinamiche di gruppo restano. E rimarranno un problema quando, ad esempio, ragazzi e ragazze sotto i 16 anni avranno a che fare con chi è invece già legittimamente autorizzato a usare le piattaforme. O quando i genitori o gli insegnanti prenderanno decisioni sulla base di quegli stessi modelli culturali e sociali vietati ai minori di 16 anni.
Senza dimenticare il fatto che a quei modelli i minori di 16 anni potranno accedere attraverso altri spazi: considerare sicuro YouTube – che ospita alcuni tra i [contenuti più pericolosi](https://www.ucdavis.edu/curiosity/news/youtube-video-recommendations-lead-more-extremist-content-right-leaning-users-researchers?ref=culturewars.it) per bambini e adolescenti – desta qualche perplessità.
Insomma, è difficile non vedere questa mossa draconiana come un tentativo di trovare il capro espiatorio di un sistema che ha prodotto in prima istanza queste piattaforme e i loro effetti collaterali. Un contesto economico, culturale e sociale che, a partire dagli anni ‘80/’90, ha puntato sull’individualizzazione, sull’ottimizzazione di ogni attività in funzione lavorativa, sullo smembramento progressivo dei cosiddetti corpi intermedi e della scuola pubblica.
Lo stesso Haidt parla del passaggio da un’infanzia basata sul gioco a una basata sugli schermi. Il punto è che **la causa non sono i social network di per sé**: è anzitutto l’indolenza di cui necessita il sistema economico capitalista, quella che porta alla costruzione di spazi sicuri, alla promessa di avere il mondo a portata di mano, per evitare di abitarlo. Le piattaforme sono le sue conseguenze, **figlie di un modello estrattivo** colossale, che in questo caso ha guardato all’intera esperienza umana e non solo a uno specifico prodotto o segmento di mercato.
Come se non bastassero queste premesse culturali, in ogni caso, resta il fatto che mettere in pratica un divieto del genere, oggi, è enormemente difficile. Risulterà molto complesso verificare l’età di chi accede a una qualunque piattaforma: gli unici modi credibili per farlo sono i sistemi di identità digitale (come il nostrano SPID) e le tecnologie biometriche. E sono entrambe **modalità facilmente aggirabili**, con l’aiuto di genitori compiacenti, e che non fanno altro che garantire infornate di ulteriori dati sensibili da dare in pasto alle piattaforme.
C’è, in fondo a questa vicenda, un’amara verità, quella che gli americani chiamerebbero una *ugly truth*. Ed è che questa dei social media non è una faccenda così facile da gestire, al punto in cui siamo arrivati.
Servono, certo, interventi legislativi mirati, che possano regolamentare la vita all’interno delle piattaforme. Servono però anche fatica, educazione, uno sforzo condiviso che abbia l’obiettivo di **togliere un po’ di centralità a questi spazi**. Che sono pericolosi soprattutto se rappresentano la principale porta d’accesso alla realtà, se rischiano di essere confusi – soprattutto da chi si trova negli anni della crescita – col mondo vero e proprio.
E questo passa anche per la costruzione di alternative credibili, che rompano un monopolio dell’attenzione che le piattaforme in questi anni hanno costruito: cose molto più difficili di un divieto con cui guadagnare i titoli dei giornali di mezzo mondo, ce ne rendiamo conto.
## ****Altre news dal fronte**
- Tu magari sei su Bluesky (poi ne parleremo, eh, di Bluesky: per adesso dico che a me sembra il posto più noioso del mondo), ma su X intanto si [discute](https://x.com/SarahTheHaider/status/1863667894950703590?ref=culturewars.it) *forsennatamente* del [dottorato in «etica olfattiva»](https://x.com/DrAllyLouks/status/1861872149373297078?ref=culturewars.it) appena conseguito da una ricercatrice di Cambridge. O meglio: da giorni la poverina viene attaccata a ripetizione, in modo spesso [orribile](https://x.com/DrAllyLouks/status/1863386906769211575?ref=culturewars.it) e senza alcuna ragione;

- Karoline Leavitt, la prossima portavoce della Casa Bianca trumpiana, ha dovuto [cancellare](https://edition.cnn.com/2024/12/02/politics/karoline-leavitt-pence-january-6-2020-election/index.html?ref=culturewars.it) – si immagina in fretta e furia – dai social messaggi del 2021 in cui si congratulava col vicepresidente Mike Pence per non aver ceduto ai facinorosi pro-Trump che hanno assaltato il Congresso il 6 gennaio di quell’anno;

- La misoginia, intanto, si [prepara a tornare](https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2025/01/america-misogyny-gender-politics-trump/680753/?ref=culturewars.it) a Washington – senza bisogno di assaltare nessun palazzo del potere, stavolta.
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### Il più pericoloso di tutti
URL: https://www.culturewars.it/il-piu-pericoloso-di-tutti/
Last updated: 2024-11-30T17:13:51.000Z
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Come dicevamo [nell’ultima puntata](https://www.culturewars.it/nomine-trump-cabinet/) per soli abbonati, nel *cabinet* di Donald Trump da gennaio siederà anche un politico dal nome arcinoto: **Robert F. Kennedy, Jr.**, scelto per guidare la sanità statunitense.
RFK è il terzo di undici figli del senatore Bob Kennedy e nipote dell’iconicissimo John Fitzgerald Kennedy, il presidente assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963\. Ma in politica, nonostante queste eredità pesanti – da cui pure [ha attinto](https://variety.com/2024/biz/news/robert-f-kennedy-jr-super-bowl-ad-jfk-1235907499/?ref=culturewars.it) – ha saputo trovare una strada tutta sua, diciamo.
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### La seconda tragica amministrazione Trump
URL: https://www.culturewars.it/nomine-trump-cabinet/
Last updated: 2024-11-24T16:11:48.000Z
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In attesa dell’insediamento di gennaio, il presidente eletto **Donald Trump** ha iniziato a rendere note le sue prime scelte per il *cabinet*, cioè gli altri ruoli chiave dell’amministrazione che guiderà gli Stati Uniti d’America per i prossimi quattro anni. Ci sono state – e ci saranno ancora – sorprese e controversie, ma anche nomine che erano nell’aria già da tempo.
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### Quindi “ha stato il woke”?
URL: https://www.culturewars.it/trump-vinto-woke/
Last updated: 2025-03-27T01:05:23.000Z
🗣️
****Questa puntata di Culture Wars è gratuita e aperta a tutti.** Se ti piace, considera di unirti agli abbonati: [**Scopri i piani membership*](https://www.culturewars.it/membership/).
Insomma, sì, avrai notato: oltreoceano **abbiamo** (conoscendo sommariamente le idee della maggior parte dei lettori di questa newsletter) **perso**, anche abbastanza male. Donald Trump, invece, ha trionfato e a gennaio diventerà il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America.
Avendo avuto un periodo particolarmente impegnato sotto il profilo lavorativo, mi sono limitato a sparuti commenti sull’accaduto: quello più corposo (che comunque non è nient’affatto corposo) l’ho postato [su Instagram](https://www.instagram.com/p/DCB0UKiM4aY/?ref=culturewars.it) la mattina del 6 novembre. Ne riporto un pezzetto di seguito.
> Già da ieri qualcuno diceva che forse questo attivismo liberaldemocratico e personalizzato da social, tolte eccezioni meritevoli, era strutturalmente una stampella di una polarizzazione che avrebbe infine fatto il gioco del più bravo a falsificare, ridurre a slogan e rendere una gara di rappresentazioni simboliche; già da ieri si diceva che i latinoamericani (o almeno una buonissima parte di) rifiutavano il linguaggio inclusivo di “Latinx” proveniente da Harvard, e che forse quindi non era il caso di spiegargli che sotto sotto erano dei suprematisti bianchi; già da ieri la fantomatica «ideologia woke», al di là dei calcoli di Trump e dei deliri editoriali di Rampini, era un tema tedioso ma vero e su cui si sarebbe votato, pur nella sua lisergicità imprevedibile di scoiattoli e cucine a gas e tutti gli altri fatti casuali resi dardi della propaganda reazionaria.
Perdona l’autocitazione, ma mi serviva per introdurre un tema che mi sembra ancora al centro del discorso fra i commentatori *left-of-center* (posto di seguito l’esempio di una persona che leggo abitualmente per prendere le mosse da qui).
> Kamala Harris si ritirò prima delle primarie, nel 2019, sesta nei sondaggi. Per 4 anni ha fatto la vice invisibile di un presidente in declino, con l'inflazione più alta del secolo. Chiamata in extremis a rimpiazzarlo senza criticarlo, ha perso.
> Ma la colpa è del "woke". Ok.
>
> — Lorenzo Zamponi (@masaccio\_) [November 18, 2024](https://twitter.com/masaccio%5F/status/1858473270422462852?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
In sostanza, molti osservatori stanno dicendo: come è possibile che il cosiddetto ***wokismo*** – come sempre, vorrei disporre di altri termini per parlare di queste cose, ma va bene – sia un fattore che ha pesato all’Election Day, quando Kamala Harris ha fatto una (breve) campagna elettorale tutta all’inseguimento dei moderati, tutto fuorché identitaria e completamente lontana dalla ricerca del consenso delle frange-e-meno-frange più di sinistra? Come può essere “colpa del woke”, se nell’orbita woke semmai [era entrato Joe Biden](https://x.com/fededambri/status/1858473102818042132?ref=culturewars.it) nel 2020, dopo le manifestazioni di Black Lives Matter?
Qualche giorno fa Francesco Costa del Post ha inviato una [puntata della newsletter](https://www.ilpost.it/newsletter/ddffe7a1fec32335efb505613d35837b/?ref=culturewars.it) del suo giornale intitolata semplicemente «Perché ha vinto», in cui ha scritto, tra le altre cose:
> L’allontanamento della classe operaia dal Partito Democratico non è mai dipeso in modo decisivo dalle questioni economiche ma da quelle culturali. Negli ultimi quattro anni il Partito Democratico ha assunto posizioni magari giuste \[...\] ma di certo radicalmente impopolari su moltissime questioni non economiche: si è *californizzato*, dal momento che la sua proposta politica è stata elaborata sempre di più dai gruppi di attivisti e dai ricchi finanziatori di cui sopra – bianchi, laureati, di città – e sempre meno dalla sua base e dalla classe operaia.
> Ogni forma di contrasto all’immigrazione irregolare è diventata quindi tabù \[...\]. A chiunque obiettasse è stato dato del razzista. Il sostegno ai diritti delle persone trans è diventato il rifiuto dell’esistenza stessa del sesso biologico e l'incapacità di rispondere alla domanda "chi è una donna?". A chiunque obiettasse è stato dato del transfobico. \[...\] La depenalizzazione delle sostanze è diventata grande tolleranza per spaccio e consumo indiscriminato (la storia di San Francisco in questo è esemplare di molte altre).
Questo intervento, almeno dal mio piccolo osservatorio, è stato subissato di critiche da parte di chi invece pensa che Harris abbia perso perché non abbastanza di sinistra, e che **i simboli culturali non siano stati il proverbiale ago della bilancia** in questa tornata culturale.
Premetto che penso che queste persone si sbaglino, e che invece Costa – pur con una serie di precisazioni che vorrei fare sul contenuto della sua trattazione, a partire dalla frase sul «sesso biologico» e dalla parte sull’aborto – sia *onto something*, come dicono gli americani, cioè ci abbia visto giusto. E, d’altronde, [non è certo l’unico](https://www.nytimes.com/2024/11/07/us/politics/trump-win-election-harris.html?ref=culturewars.it) editorialista specializzato a vederla in questi termini (poi, negli Usa come in Italia, ci sono quelli che da giorni si stanno [togliendo sassolini](https://www.nytimes.com/2024/11/14/opinion/trump-democrats-transgender.html?ref=culturewars.it) dalle scarpe per prendersela coi loro bersagli preferiti: ma questo è un altro discorso).
A San Francisco – che per inciso è *davvero* una [città alla deriva](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/06/how-san-francisco-became-failed-city/661199/?ref=culturewars.it): ci sono stato quindici giorni fa, e se di per sé migliaia di persone in situazioni medico-sanitarie insostenibili che dormono, mangiano e defecano per strada (tranne, ma tu pensa, nei quartieri dei ricchi) non ti fanno effetto, considera che la cosa è direttamente sostenuta, in chiaro senso ideologico, dall’amministrazione Democratica locale – ho messo le mani su un saggio di nuova uscita sul mercato americano. Questo:

**Musa Al-Gharbi**, il sociologo autore di *We Have Never Been Woke* (Princeton University Press), cita Pierre Bourdieu per introdurre il concetto di capitalista simbolico, cioè l’appartenente a un’élite che custodisce il capitale culturale contemporaneo, e sostiene che i capitalisti simbolici di oggi usano largamente un’incarnazione superficiale ma inflessibile dei temi della giustizia sociale come metodo di cooptazione e influenza.
Il cosiddetto *wokismo*, anzitutto un’emanazione di campus della costa con rette annuali di decine di migliaia di dollari e un codice di riconoscimento intra-elitario, alle urne secondo Al-Gharbi non può che **infrangersi sullo scoglio della realtà assai differente delle persone comuni**, anche quando viene da portavoce privilegiati con identità diverse dal maschio bianco cis-etero:
> La volontà e gli interessi espressi dalle élite provenienti da gruppi storicamente emarginati e svantaggiati sono spesso significativamente e dimostrabilmente fuori sincrono con quelli della maggior parte delle popolazioni che pretendono di rappresentare.
Sono osservazioni che tornano anche nel [lavoro](https://www.thephilosopher1923.org/post/being-in-the-room-privilege-elite-capture-and-epistemic-deference?ref=culturewars.it) del filosofo di origine nigeriana Olúfẹ́mi Táíwò, che cito spesso e continuo a trovare illuminante. Secondo Al-Gharbi, invece, «non siamo mai stati woke» perché nessuno ha – nemmeno nella patria d’elezione della *wokeness*, gli Stati Uniti – mai calato quel set di idee nella vita quotidiana della maggioranza (e non intende la maggioranza bianca e cisgender: intende ogni maggioranza), perché la preoccupazione di questi anni è stata principalmente, se non esclusivamente, quella di posizionarsi in modo strategico nella competizione intra-élite.
Anche l’esempio di ***Latinx***, per quanto si possa considerare marginale, in questa cornice è di importanza rivelatoria: a poche ore dal voto Marcel Roman, un assistant professor di Harvard, ha pubblicato [una ricerca](https://www.marcelroman.com/pdfs/wps/latinx%5Fproject.pdf?ref=culturewars.it) che documentava come i latinoamericani si fossero spostati verso destra in modo misurabile *anche* per la diffusione del termine gender inclusive, cioè un’invenzione di portavoce ricchi ed elitari che i *Latinos* non hanno mai dato segno di apprezzare.
Sì, certo, Kamala Harris **non ha affatto puntato le fiches della sua campagna elettorale sulle *identity politics***, su *Latinx*, sull’uso corretto dei pronomi per le persone transgender e via discorrendo. Ma alle primarie del 2020, quando il clima politico era diverso, era stata invece una dichiarata sostenitrice di alcuni di questi temi (ancora nel 2022 in determinati contesti [si presentava](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/07/kamala-harris-pronouns-description-disabilities/670970/?ref=culturewars.it) dichiarando i suoi pronomi, con tutto quel che ne conseguiva in termini di sfruttamento della propaganda avversaria).
In politica l’immagine associata a un certo gruppo dirigente non si lava via con una secchiata d'acqua fresca: sì, sono passati quattro anni dall’insediamento di un’amministrazione che corteggiava – in modo opportunistico, s’intende – il woke, ma non possiamo pretendere che nel frattempo la gente comune se ne sia dimenticata (anche perché tanti strateghi al servizio di demagoghi intolleranti lavorano giorno e notte perché non se ne dimentichi mai).
I discorsi non in sintonia con la società media permangono molto più a lungo della loro effettiva dismissione politica (o volete dirmi che oggi, come corpo elettorale, valuteremmo eventuali candidature di Matteo Renzi in modo scevro da pregiudizi, per dire?). Secondo [sondaggi](https://x.com/Davide/status/1854270288936013982?ref=culturewars.it) affidabili, negli Stati Uniti prima delle elezioni Kamala Harris era vista troppo a sinistra molto più di quanto Trump fosse visto troppo a destra.
È per questo che non si può confinare in due battute il versante dei conflitti culturali nel fare il calcolo di cosa è andato storto alle urne. Non «ha stato il woke», no: tanti elettori hanno votato Trump perché con lui “si stava bene” (leggi: non c’erano gli effetti dell’inflazione), e il piano economico e materiale rimane il primo da considerare nella valutazione olistica del voto. Ma questo non significa che il resto sia liquidabile in una caricatura auto-assolutoria, qualcosa che suona come un: *dite quel che volete, ma è impossibile che ci siamo sbagliati*.
**Alexandria Ocasio-Cortez** – che non è certo un’estremista, ma è una politica navigata e brillante che per un periodo è salita sul carro del capitalismo simbolico – ha appena rimosso dalla sua bio su X i pronomi (per questioni di spazio, dice lei) non perché sia diventata transfobica, immagino, ma per questioni connesse al consenso di determinati marker e codici comunicativi visti come elitari e impopolari.
Trump ha speso milioni – *milioni* – di dollari negli Stati in bilico in inserzioni politiche multicanale che pestavano in maniera ossessiva sul presunto estremismo di Harris (a un certo punto ha assicurato che la sua sfidante avrebbe [reso woke l’esercito](https://lasvegassun.com/news/2024/oct/24/trump-warns-of-turning-military-woke-hitting-famil/?ref=culturewars.it), giuro), e ha fatto comparsate in pressoché ogni podcast e web show della *manosphere* antifemminista radicalizzata online.
Alcune trovate di comunicazione elettorale in questo contesto hanno funzionato così bene da aver stupito lo stesso entourage di Trump: è il caso di **«*Kamala is for they/them, President Trump is for you*»**, su cui il presidente eletto ha puntato fortissimo – anche, soprattutto, negli Stati contesi – dopo averne registrato i primi risultati strabilianti.
La destra – e *questa* destra, che sarà pleonastico ricordarlo, ma è tra le peggiori, se non la peggiore, che l’America ricordi – ha preso voti anche in posti dove la sinistra governa incontestata da anni: a New York, nella stessa California.
Insomma: per carattere e inclinazione non sono uno che apprezza le analisi della sconfitta, in linea generale. Ma qui credo ci sia abbastanza per mettersi a farne una il più possibile onesta e ragionata. Nonché, beh, senza sconti, come si dice.
Per esempio: che i discorsi intorno alle persone transgender – vittime di una propaganda infame e di un sistema mediatico che le ha rese il frattale di ogni altra contrapposizione sotto steroidi di questi tempi – non godano di ampio consenso in seno all’opinione pubblica non è un buon motivo per chiedere o proporre di arretrare sui loro diritti e sulla loro affermazione sociale, e ci mancherebbe. Ma, nel contempo, lo stato dei fatti non può nemmeno essere un dato nascosto, distorto o ignorato. Bisogna trovare il modo di disinnescare il trumpismo, l’intolleranza, la destra, senza chiudersi in bolle che sanno solo **darsi ragione a vicenda, cooptarsi per perpetuare il loro dominio** simbolico e sentirsi migliori. L’eterna gara a chi si dimostra più intransigente, ottuso ed efficace nel proprio cortiletto privilegiato è una gara in cui perdono tutti.
Perché ancora troppo spesso – e persino dopo una batosta chiara come quella del 5 novembre – da una parte e dall’altra dell’Atlantico sappiamo solo rassicurarci parlando della nostra ragione. Il punto è che avere ragione non ci salverà: dobbiamo anche saper convincere gli altri.
## ****Altre news dal fronte**
- [Qui](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2024/11/musa-al-gharbi-wokeness-elite/680347/?ref=culturewars.it), intanto, un’intervista allo stesso Musa Al-Gharbi, autore di cui secondo me continueremo a sentire parlare;

- Contrordine: Bluesky non è nato per rimpiazzare Twitter, [diceva lo stesso Bluesky](https://www.reddit.com/r/BlueskySocial/comments/13cy40g/bluesky%5Fisnt%5Ftrying%5Fto%5Freplace%5Ftwitter/?ref=culturewars.it);

- *Gender divide*: una sedicenne americana [racconta al New York Times](https://www.nytimes.com/2024/11/19/opinion/trump-election-teenage-boys-girls.html?ref=culturewars.it) del suo terrore per la vittoria di Trump, mentre i suoi compagni di classe maschi ne sono felici.
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### Il giorno dello scoiattolo
URL: https://www.culturewars.it/scoiattolo-elezioni-usa/
Last updated: 2024-11-06T11:17:19.000Z
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Lunedì 4 novembre è l’ultima giornata piena di campagna elettorale per le presidenziali statunitensi: sono stati mesi densi di colpi bassi, balle spaziali, polemiche montate sul nulla e colpi di scena tra il lisergico e il grottesco, ed è per questo che mi sembra tutto sommato adeguato che il tutto culmini in una mobilitazione generale per lo scoiattolo Peanut.
No, non sono impazzito – non ancora, almeno: i Repubblicani più tenacemente online stanno accatastando decine e **decine di migliaia di like indignati** intorno al caso della soppressione di due animali nello Stato di New York, Peanut the Squirrell e Fred the Raccoon (questi i nomi dei defunti).
Il buon Peanut è stato definito [dal Guardian](https://www.theguardian.com/us-news/2024/nov/02/peanut-squirrel-euthanized-new-york?ref=culturewars.it) «una star dei social media», per cui non deve sorprendere che la sua uccisione – disposta dal Department of Environmental Conservation statale perché il suo proprietario non disponeva dei permessi legali per tenerlo in casa e l’animale era a rischio di trasmissione di malattie – abbia attirato critiche. Più insondabile e oscuro risulta il comprendere come il fatto sia diventato un nodo del contendere in chiave elettorale. Prendi questo tweet guarnito dall’immancabile, orrido video in IA:
> This is for you Peanut 🥜❤️[#SaveThePets](https://twitter.com/hashtag/SaveThePets?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [#PeanutTheSquirrel](https://twitter.com/hashtag/PeanutTheSquirrel?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [#Trump](https://twitter.com/hashtag/Trump?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [#Trump2024](https://twitter.com/hashtag/Trump2024?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [pic.twitter.com/biFj0oKoqf](https://t.co/biFj0oKoqf?ref=culturewars.it)
>
> — Evan Dyer (@EvanLeeDyer) [November 2, 2024](https://twitter.com/EvanLeeDyer/status/1852833708048281670?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
«Pets 4 Trump», già: è tutto vero. Come sono vere le [liste di proscrizione](https://x.com/chillwillyx/status/1853087123198321030?ref=culturewars.it) con nomi e cognomi e foto dei responsabili della soppressione, o l’incredibile [serie](https://x.com/elonmusk/status/1852961487624536270?ref=culturewars.it) di [tweet](https://x.com/elonmusk/status/1852914164093550795?ref=culturewars.it) dedicata alla questione dal gran visir trumpiano Elon Musk.
E insomma, cos’altro posso dire su un gruppo dirigente che fra una settimana potrebbe verosimilmente avere le mani sulla prima superpotenza mondiale e oggi si balocca coi video di uno scoiattolo? C’è un limite anche all’ingratitudine di questo lavoro, ecco.
Torniamo allora alla cosiddetta *bigger picture*, come la chiamano di là. Sono reduce da quasi tre settimane nell’Ovest americano (se sei [abbonato a questa newsletter](https://www.culturewars.it/membership/) lo sai già da tempo, altrimenti puoi leggere un resoconto breve del viaggio che ho appena scritto [per Lucy](https://lucysullacultura.com/alla-working-class-usa-la-politica-interessa-sempre-meno/?ref=culturewars.it)), dove ho trovato un Paese spaccato, in maniera più grave di quanto immaginassi: un po’ perché le persone con cui ho parlato si sono dichiarate distanti dalla politica, hanno preferito non parlarne o nascondersi dietro variazioni di un mai così improbabile «sono tutti uguali».
L’impressione che ho avuto è quella di un popolo che, nella sostanza, **non ne può più della cura Ludovico di polarizzazione indotta** a cui si è nemmeno troppo consapevolmente sottoposto. Anche i più “ingaggiati” dalla corsa elettorale (la sorridente signora di Williams, Arizona in procinto di andare a votare Trump «perché del voto per posta non mi fido», la barista Lgbt di Castro con la coccardina pro-Harris e tanti altri) mi sono sembrati celare un velo di stanchezza, come se in fondo volessero solo raggiungere la fine del tunnel.
In ogni caso, domani, 5 novembre, si deciderà che strada prendere: metà America però ha già votato coi metodi alternativi messi a disposizione dagli Stati, l’*early voting* ha [infranto ogni record](https://www.nytimes.com/2024/11/03/us/elections/early-voting-presidential-election.html?ref=culturewars.it) e probabilmente quella disaffezione che ho letto nei volti della gente in California e Arizona nasconde sotto il pelo dell’acqua una gran voglia di togliersi di torno lo spettro di un governo degli avversari.
Qualche dato da tenere a mente: il primo, inevitabile, è che i sondaggi pre-Election Day sono, e continuano a essere, [del tutto appaiati](https://projects.fivethirtyeight.com/2024-election-forecast/?ref=culturewars.it). Nei sette *Swing States* – Arizona, Georgia, Nevada, Wisconsin, Minnesota, North Carolina, Michigan e soprattutto Pennsylvania – la situazione è inestricabile, con divari ampiamente nei margini di errore dei sondaggi e una generale incertezza su quel che succederà.
Ovviamente questo non significa che, alla fine, non ci sarà una vittoria anche larga, una cosiddetta *landslide*: i Democratici negli ultimi giorni hanno iniziato a farsi [cautamente ottimisti](https://nymag.com/intelligencer/article/kamala-harris-campaign-early-voting-battleground-states.html?ref=culturewars.it) (poco prima però si dicevano altrettanto cautamente [pessimisti](https://www.axios.com/2024/10/25/election-democrats-trump-harris-lose?ref=culturewars.it), va detto), mentre lo stesso Trump, in modo per lui quasi inedito, ha aperto in un’intervista alla [possibilità di perdere](https://abcnews.go.com/Politics/trump-tells-abc-expects-winner-declared-election-night/story?id=115438086&ref=culturewars.it), pur dicendosi in vantaggio e convinto di uscire trionfatore dai seggi.
E siccome i giorni dello scoiattolo talvolta si tramutano in **giorni della marmotta**, è bene tenere a mente che le schermaglie importanti non finiranno domani: il 2020 ci insegna che il trumpismo non è particolarmente incline ad ammettere le vittorie altrui, e anche a questa tornata sia Trump che i suoi (Musk in primis) hanno propalato al proprio elettorato la ripetutissima menzogna di un plebiscito in favore del tycoon, che solo delle profonde interferenze elettorali Democratiche avrebbero potuto sventare.
Le prossime date da cerchiare sul calendario sono:
- **11 dicembre**: è la nuova data in cui i governatori degli Stati dovranno certificare i risultati dell’elezione presidenziale, presentando i nominativi dei loro grandi elettori (se non sai di cosa parlo, [clicca qua](https://www.wired.it/attualita/politica/2020/11/02/voto-presidenziali-stati-uniti-come-funziona/?ref=culturewars.it));
- **17 dicembre**: I grandi elettori votano nei parlamenti statali il presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti. È il giorno in cui i governatori degli Stati in bilico temono [sommosse](https://www.nbcnews.com/politics/2024-election/state-officials-prepare-potential-disruptions-electors-meetings-rcna177865?utm%5Fsource=newsletter&utm%5Fmedium=email&utm%5Fcampaign=newsletter%5Faxiosam&stream=top), visti i precedenti e il clima generale;
- **6 gennaio**: Arrivati al nuovo anno, i deputati di quello che sarà il 119esimo Congresso si riuniranno per contare i voti espressi quasi un mese prima su base statale, sulla base dei precetti dell’Electoral Count Act, la legge aggiornata nel 2022 dopo la tentata sedizione trumpiana al Campidoglio (dettaglio-non-dettaglio: con le nuove regole – che avrebbero fatto comodo a Mike Pence – il vicepresidente sarà presente in aula [solo per annunciare i risultati](https://apnews.com/projects/elections-2024-guide-top-25-things-to-know/?ref=culturewars.it)).
Vedremo come andrà a finire, e ci vorrà una pazienza di cui molti non sono capaci (e che a molti altri semplicemente non conviene). I miei proverbiali due centesimi, che valgono quel che valgono, tenendo conto di tutto vanno su Kamala Harris: perché in fondo sono convinto che i sondaggi non tengano conto di quanto la spinta delle donne si rivelerà centrale per i Democratici, e ancora più in fondo penso e spero che un uomo che ancora oggi continua imperterrito a dare dei «ritardati» ai suoi avversari, minacciando di [mandarli in galera](https://www.theguardian.com/us-news/article/2024/sep/08/trump-threatens-jail-adversaries?ref=culturewars.it) per vendetta, non possa diventare presidente per la seconda volta.
Ma è possibilissimo che mi sbagli, purtroppo.
## ****Altre news dal fronte**
- Approfondimento: gli uomini afroamericani [voteranno Trump](https://www.theatlantic.com/politics/archive/2024/11/democrats-republicans-black-vote/680480/?taid=6724cc2a1c9d660001b95717&ref=culturewars.it)? E se sì, perché?;

- Un’interessante ricerca di un assistant professor di Harvard su come i latinoamericani abbiano virato a destra dopo la diffusione del termine *gender inclusive* [“Latinx”](https://www.marcelroman.com/pdfs/wps/latinx%5Fproject.pdf?ref=culturewars.it), un’invenzione dei portavoce d’élite Democratici che mal sopportano;

- La brutta storia dello studio sui farmaci bloccanti della pubertà per i minori transgender che ha trovato risultati che una parte politica avrebbe potuto strumentalizzare, e per questo opinabile motivo [è stato ritirato](https://www.nytimes.com/2024/10/23/science/puberty-blockers-olson-kennedy.html?ref=culturewars.it).
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### Le ultime dall’altra parte
URL: https://www.culturewars.it/dispacci-usa-elezioni/
Last updated: 2024-10-29T12:59:19.000Z
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Dall’11 al 27 ottobre sono stato impegnato in uno dei più classici tour dell’America del Nord: **California**, **Arizona** e un piccolo pezzetto di **Utah**, guidando per migliaia di chilometri attraverso grandi città tentacolari e paesini che sorgono all’improvviso nel deserto, nel bel mezzo di foreste secolari o su strade polverose attorniate da discariche di automobili arrugginite.
Un viaggio che volevo fare da molto e che mi ha lasciato molto, anche perché venuto a ridosso delle elezioni più importanti dell’anno, in giorni di pittoresche feste di Halloween e *yard signs*, cioè i manifestini per questo o quel candidato con cui gli americani disseminano i loro cortili.
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### Muri blu e altre storie
URL: https://www.culturewars.it/blue-wall-trump-harris/
Last updated: 2024-10-10T14:37:47.000Z
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Ci sono alcune espressioni che chi si accosta alla politica degli Stati Uniti deve conoscere: tra queste figura sicuramente anche ***Blue Wall***. Che cos’è, quindi, il «muro blu»? È il termine del gergo giornalistico con cui, sotto elezioni, si parla dei 18 Stati che i Democratici hanno vinto ininterrottamente per vent’anni, dal 1992 al 2012.
Alcuni di essi sono inderogabilmente sempre *blu* – il colore che oltreoceano è **associato al Partito democratico**, appunto – ma su altri si gioca il destino di ogni tornata elettorale: nel 2000 George W. Bush è riuscito a vincere di misura le elezioni soltanto conquistando gli Stati al di fuori del Blue Wall; in tempi più recenti, nel 2016 Donald Trump ha sconfitto Hillary Clinton anzitutto in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, gli stessi Stati “blu” che Joe Biden ha riconquistato quattro anni dopo, assicurandosi la Casa Bianca.
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### Troppo persino per lui
URL: https://www.culturewars.it/laura-loomer-trump/
Last updated: 2024-09-23T12:54:20.000Z
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**Laura Loomer** ha 31 anni e viene da una famiglia di attivisti di estrema destra: è così compresa nel suo ruolo – d’altronde basta dare un’occhiata al [suo profilo su X](https://x.com/lauraloomer?ref=culturewars.it) per capire che, ecco, *ci crede* – da aver registrato il marchio “Loomered”, che è il termine con cui definisce le sue imboscate a personaggi più e meno celebri, a cui è solita rivolgere domande inaspettate a bruciapelo, un po’ in stile *Iene*.
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### Criticare i social non è passatista
URL: https://www.culturewars.it/critiche-social-boomer/
Last updated: 2024-12-11T13:44:00.000Z
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Dal mio piccolo e secluso osservatorio, mi sembra che negli ultimi tempi sempre più persone si prodighino ad amplificare un discorso riassumibile – coi limiti costitutivi di ogni riassunto – come segue: ogni critica a una nuova tecnologia, al fondo, è legata alle altre dal minimo comune denominatore di una commistione di nostalgia retrograda, panico morale luogocomunista (**«*dove andremo a finire, signora mia?*»**) e antipatia viscerale per le nuove forme di espressione o comunicazione.
Da giornalista che negli ultimi anni si è messo quasi ogni giorno lo scafandro da palombaro per immergersi nelle profondità delle nostre vite socialmediali iperconnesse, ritengo che questa lettura sia insensata, banale, superficiale, ma soprattutto pericolosa.
*Ok, Piacenza, però tu sei il primo a essere sui social: co-e-ren-za*. Sì, certo, e questo è un primo punto da smarcare, a mo’ di disclaimer: sono (sporadicamente) sui social perché, dopo quindici anni di frequentazione, credo di aver finalmente imparato a starci in una maniera che non ha effetti nocivi sulla mia salute; il che implica utilizzarli il meno possibile, e soprattutto non illudermi di poterci discutere di politica, o di cultura, o di sport.
Anzi, meglio ancora: significa non illudermi di poterli usare per discutere, *full stop*. In altre parole, sto **evitando accuratamente la destinazione d’uso** per cui erano stati originariamente pensati e sviluppati, nonché il campo d’azione per cui ne abbiamo collettivamente incensato le ricadute sulla società per più di un decennio. E persino con questo modus operandi segnato da paletti abbastanza stretti, non di rado torno ad arrabbiarmi, a sentirmi frustrato dalle loro logiche, a volermene allontanare, a chiedermi perché non esista una vera ed efficace alternativa.
Io stesso sono stato un loro sostenitore relativamente accanito (online si trovano facilmente articoli che ho scritto nell’arco di anni, su diverse riviste): giubilavo quando l’allora Twitter sospingeva il vento delle Primavere arabe, nel 2011-12; mi entusiasmavo osservando e raccontando i primi progetti giornalistici spuntati sulle piattaforme; detta in parole povere, credevo che stessero migliorando il mondo.
Poi cos’è successo? Sono diventato vecchio e scorbutico? Ho iniziato a guardarli come l’America perbenista degli anni Cinquanta **guardava il rock’n’roll di Little Richard e Jerry Lee Lewis**, stringendo con costernazione i suoi rosari? Mi sono convinto che i social siano vettori di corruzione morale e intellettuale, come i critici letterari ottocenteschi pensavano dei racconti e dei romanzi? Gli inquadramenti offerti dall’estremità dei filo-social, stringendo (ma non troppo), sono questi.
E tutto può essere, ma di norma l’autocritica non mi fa difetto; credo proprio che il problema risieda altrove. Intendiamoci: *non c’è dubbio* che tra chi critica i social media (o gli smartphone, o l’intelligenza artificiale, o i razzi per andare su Marte, eccetera) ci sia una folta schiera di passatisti in malafede, di persone con **rendite di posizione da difendere**, di torri d’avorio interessate a non dilapidare il loro privilegio.
Ma se le prefiche che si lagnano della polarizzazione e delle altre storture di quest’epoca hanno torto e sono inutilmente passatiste, come affermano in modo vario i più accesi sostenitori del sol dell’innovare che leggo e ascolto, perché dargli la soddisfazione di vedere indirettamente confermate le loro critiche, facendo di tutta l’erba un fascio a cui destinare un commento banalizzante e derisorio, à la *ok, boomer*?
Come dice a un certo punto Fran Lebowitz nel documentario recentemente prodotto da Netflix che le ha dedicato l’amico Martin Scorsese, «la gente pensa che io non abbia i social perché non so cosa sono: invece ne sto alla larga **proprio perché lo so**».
Come lei – si parva licet, da ultimo anche perché ho 35 anni – ho assunto posizioni critiche degli algoritmi e delle piattaforme perché mi sono fatto idee più chiare, studiandoli, di come funzionano e di cosa provocano. E così è successo a tanti altri. In Italia è uscito da pochi giorni *La generazione ansiosa* (Rizzoli), un saggio di **Jonathan Haidt**, psicologo e autore newyorkese da tempo attivo nel sensibilizzare sulle ricadute dell’uso massivo dei social media sugli adolescenti.
Oltreoceano il saggio è diventato un caso editoriale, ha ricevuto molte lodi e anche diverse critiche; invito chiunque a leggerlo, perché ha un primo incontestabile merito: avviare una conversazione – di portata internazionale – intorno alle vittime silenziose di **un sistema comunicativo che prendiamo per inevitabile**, immodificabile, e a cui siamo sempre più assuefatti.

Un grafico da “La generazione ansiosa”.
Chi non ha a che fare da vicino con adolescenti depressi che hanno sviluppato una dipendenza da social media potrà fare spallucce di fronte al problema, ed è possibile – lo dicono alcuni suoi detrattori – che Haidt ingigantisca alcuni numeri o si sia messo alla testa di un movimento di portavoce online che non vuol saperne di cautele e sfumature, finendo per somigliare all’oggetto della sua critica.
Ma per accorgersi del fatto che le dipendenze da social, doviziosamente incanalate dalla dopamina dei like e dell’engagement a tutti i costi, **colpiscono in modo sproporzionato le persone più fragili** non ci vuole uno studio comparato: basta guardarsi intorno. Chiunque di noi ha alcune conoscenze che, come si dice di solito, sui social sono «irriconoscibili», come se passassero con un tocco di interruttore da dottor Jekyll a Mr. Hyde, dedicando le loro giornate a battagliare con veemenza crescente contro nemici algoritmici scelti apposta per loro.
Ecco: queste cose non succedono per caso. La colpa non è da imputare all’imperizia e all’impulsività di quel singolo Jekyll, o non soltanto: scelte di business precise e consapevoli – l’introduzione del tasto «Like» e della relativa conta di «mi piace», il passaggio al News Feed algoritmico di Facebook, l’intera architettura nativa di TikTok – dell’ultimo decennio hanno portato a un mondo in cui l’importante non è comunicare con gli altri, ma produrre engagement e contenuto da diffondere il più possibile.
Le suddette teorie sono a tal punto ostaggio di reazionari che stringono rosari e mandano in riparazione il grammofono, che a farle proprie sono alcuni decani della Silicon Valley; gente che ha partecipato attivamente all’evoluzione di queste tecnologie, per capirci. Fra loro c’è uno studioso che cito spesso (anche nel mio [libro](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/)): è **Jaron Lanier**, pioniere del software libero e della realtà virtuale, che [chiama](https://www.ilsaggiatore.com/libro/dieci-ragioni-per-cancellare-subito-i-tuoi-account-social?ref=culturewars.it) quelli di Meta e le altre multinazionali del digital «imperi della modificazione comportamentale», per sottolineare il modo surrettizio, graduale ma deliberatamente inesorabile in cui ci costringono a mettere da parte l’umanità condivisa per alimentare il fuoco delle divisioni artefatte (e con esso, si diceva, l’engagement monetizzabile in chiave inserzionistica).
[The Age of Social Media Is EndingIt never should have begun.The AtlanticIan Bogost](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2022/11/twitter-facebook-social-media-decline/672074/?ref=culturewars.it)
Un’altra grande penna da leggere su questi temi è quella di **Ian Bogost**, critico dell’Atlantic, che non è diventato un detrattore dei social media perché *si stava meglio quando si stava peggio* o simili, ma perché li ha visti crescere e prendere strade brutali e pavloviane. Scriveva Bogost pochi anni fa:
> Dal venire incoraggiati a recensire ogni prodotto acquistato fino al credere che ogni tweet o immagine su Instagram meriti “mi piace”, commenti o follower, i social media hanno prodotto una resa assolutamente instabile e sociopatica della socialità umana.
Non siamo fatti per stare ventiquattr’ore al giorno sul palcoscenico di un teatro il cui pubblico è selezionato per rendere infiniti gli applausi o i fischi che riceviamo. È al di fuori delle nostre possibilità, di ciò che possono reggere le nostre menti.
Quando partecipiamo a una discussione online, siamo un ingranaggio parte di sistemi che ci etichettano e decontestualizzano le nostre parole per incrementare le interazioni da offrire all’investitore di turno. La Babele di frustrazione e rabbia che – inevitabilmente – ne scaturisce non produce soltanto malintesi di ordine platonico: in Myanmar dieci anni fa gli algoritmi di Facebook hanno permesso a una giunta militare di diffondere capillarmente disinformazione e campagne d’odio ai danni della minoranza musulmana dei Rohingya, generando una feroce pulizia etnica; nelle violenze inter-religiose che hanno segnato lo Sri Lanka nel 2018, [scriveva](https://www.nytimes.com/2018/10/15/technology/myanmar-facebook-genocide.html?ref=culturewars.it) il New York Times, «il News Feed di Facebook ha svolto un ruolo centrale in quasi ogni passaggio, dalle dicerie fino agli omicidi». Lo sapevi?
I social, allo stato attuale, sono **una buona idea finita in mano a pessimi affaristi**. Da una parte abbiamo luoghi digitali in cui influencer presuntamente progressisti possono [snocciolare](https://x.com/Davide/status/1614992418415288324?ref=culturewars.it) i nomi degli psicofarmaci che stanno assumendo a platee di centinaia di migliaia di persone giovanissime; dall’altra, quegli stessi luoghi digitali sono costruiti in modo da avvantaggiarsi delle fragilità tanto dei giovani, quanto di chi è affetto da psicopatologie (e spesso l’insieme si interseca; anche su questo versante, esiste [qualche primo dato](https://bmcpsychology.biomedcentral.com/articles/10.1186/s40359-021-00668-6?ref=culturewars.it) da consultare) per tramutarle in profitti.
A tutto questo, ovviamente, si potrebbero aggiungere tanto altro: la velocità – e soprattutto, la tenacia da *confirmation bias* – con cui si diffondono le notizie false (vorremmo conoscere il numero esatto di persone attualmente convinte che a Springfield, Ohio, i migranti stiano [mangiando cani e gatti](https://www.bbc.com/news/articles/c77l28myezko?ref=culturewars.it)? Io forse no), un collasso del contesto ingravescente, e l’incomunicabilità di fondo che ne deriva.
Insomma, per tornare all’inizio: non è vero che la critica riservata alle piattaforme – o, in parte, agli smartphone – è solo un’altra iterazione dei soliti rimbrotti nostalgici che i nostri nonni riservavano al rock, ai personal computer o ai videogiochi. I fossi saltati per il lungo non c’entrano niente col rendersi conto che **non esiste una tecnologia “buona”** (o “cattiva”, certo) in valore assoluto. E chi suggerisce il contrario, anche quando è in buona fede, sortisce l’effetto di un pompiere che si rifiuta di ammettere la presenza delle fiamme nel palazzo.
Ogni progresso tecnologico nasce da un’idea volta a migliorare la vita dell’essere umano, ma quell’intuizione va poi sostenuta, instradata e controllata nella sua evoluzione applicativa: a distanza di un decennio di quasi totale *deregulation* delle piattaforme, invece, ci troviamo nel caos semantico e sociale, incerti anche della possibilità di conoscere qualcosa di diverso da ciò che [è stato scelto per noi](https://www.culturewars.it/internet-supermercato/), di valicare il confine della nostra bolla.
E finché i soloni del nuovismo oltranzista – che d’altronde posiziona, porta like e gratifica, perché è in tutto e per tutto parametrato alla superficialità marziale della viralità – non inizieranno a farsi qualche domanda in più, dubito che ne usciremo presto. Anche perché mancano le alternative, già.
Ora scusa, torno su X a vedere su cosa litigano i pazzi.
## ****Altre news dal fronte**
- Parlando di «*they're eating the dogs, they're eating the cats*»: [geni](https://x.com/acnewsitics/status/1834010126434615724?ref=culturewars.it);

- «I social non sono come li dipingete!». I social:
> This post is the Rosetta Stone for understanding Twitter activism [pic.twitter.com/5JDZm5KMS5](https://t.co/5JDZm5KMS5?ref=culturewars.it)
>
> — Robert Komaniecki (@Komaniecki\_R) [September 9, 2024](https://twitter.com/Komaniecki%5FR/status/1832943874354077747?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

- Come Joe Rogan ha cambiato il volto di Austin, Texas, rendendo la città [un ricettacolo di persone orribili](https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2024/10/joe-rogan-austin-comedy-club/679568/?ref=culturewars.it).
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### Donald, il bro
URL: https://www.culturewars.it/trump-influencer-destra/
Last updated: 2024-09-09T11:42:38.000Z
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Lex Fridman è un informatico statunitense che da anni conduce un popolare podcast su YouTube che porta il suo nome: qualche giorno fa ha [ospitato](https://www.youtube.com/watch?v=qCbfTN-caFI&ref=culturewars.it) il candidato alla presidenza degli Stati Uniti **Donald Trump**, con cui ha parlato di politica, affari, controversie giudiziarie, mindset vincente e, ovviamente, delle prossime elezioni. Il video ha attualmente poco meno di 5 milioni di visualizzazioni.
Nei primi cinque minuti di intervista, Trump ha fatto a Fridman una sottolineatura interessante: ha detto che in politica è importante «informare il pubblico», e che per farlo oggi c’è bisogno di apparire in podcast come il suo, dato che la televisione e la radio sono diventate «un po’ più vecchie e forse meno rilevanti». Le piattaforme digitali, ha aggiunto Trump, «stanno iniziando a farla da padrone, fanno numeri enormi».
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### Calling All DiAngels
URL: https://www.culturewars.it/diangelo-fragilita-plagio/
Last updated: 2024-09-06T05:06:36.000Z
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Quello di **Robin DiAngelo** è un nome che ha avuto un’influenza smisurata sulla cultura statunitense degli ultimi anni: 67 anni, californiana e professoressa di scienze dell’educazione alla University of Washington, DiAngelo nel 2018 ha pubblicato *White Fragility* (in italiano *Fragilità bianca. Perché è così difficile per i bianchi parlare di razzismo*, Chiarelettere), che due anni dopo, a partire dalle manifestazioni seguite all’uccisione di George Floyd, è diventato uno dei titoli – se non [*il* titolo](https://www.forbes.com/sites/jemimamcevoy/2020/07/22/sales-of-white-fragility-and-other-anti-racism-books-jumped-over-2000-after-protests-began/?ref=culturewars.it) – simbolo dell’antirazzismo americano.
Dal successo internazionale di quel saggio – che ha venduto milioni di copie soltanto negli Stati Uniti – Robin DiAngelo si è rapidamente tramutata in un’intellettuale pubblica con un ruolo sempre più centrale: a dieci giorni dalla morte di Floyd era stata chiamata da Nancy Pelosi a tenere un discorso (su Zoom, visti i tempi che correvano) ai politici Democratici del Congresso, in cui [secondo il New York Times](https://www.nytimes.com/2020/07/15/magazine/white-fragility-robin-diangelo.html?ref=culturewars.it) aveva detto al suo uditorio, tra le altre cose:
> Per tutti i bianchi attualmente in ascolto che pensano che non stia parlando con loro: vi sto guardando dritta negli occhi per dirvi: “Ce l’ho con te”. \[...\] Finché non farete i conti con la questione di cosa significa essere bianchi, continuerete a promulgare, intenzionalmente o meno, politiche e pratiche che danneggiano e limitano \[i neri\].
A partire dal 2020, DiAngelo ha tenuto un numero incalcolabile di workshop privati, conferenze, interventi in università pubbliche e non, ospitate organizzate da agenzie federali e corsi sulla “fragilità bianca” per privati o realtà come Microsoft, Google, Amazon, Coca-Cola, Nike e Goldman Sachs.
Ma spesso ad ascese accelerate si accompagnano cadute rovinose: tra la fine di agosto e l’inizio di questo mese, un reclamo formale depositato presso il suo ateneo accusa DiAngelo di aver plagiato diverse parti della sua [tesi di dottorato](https://www.nas.org/storage/app/media/New%20Documents/DiAngelo%20Dissertation%20-%202004.pdf?ref=culturewars.it) del 2004, intitolata *Whiteness in Racial Dialogue: A Discourse Analysis*.
La storia, riportata dal giornale conservatore [The Washington Free Beacon](https://freebeacon.com/campus/robin-diangelo-plagiarized-minority-scholars-complaint-alleges/?ref=culturewars.it), che non è nuovo a quest’attenzione per le star del progressismo cosiddetto woke – e gli habitué di questa newsletter sanno che di persone del genere, comunque, è bene diffidare – ha riacceso la discussione sullo scarto tra **principi ostentati e condotta personale degli ideologhi dell’inclusione**: nella sezione [«Accountability»](https://www.robindiangelo.com/accountability-statement/?ref=culturewars.it) del suo sito, DiAngelo dice agli «altri bianchi» che devono «citare e dare sempre il giusto credito al lavoro delle [persone BIPOC](https://www.thewom.it/lifestyle/trend/bipoc-significato?ref=culturewars.it) che hanno informato il vostro pensiero».
Lei stessa, però, pare non averlo fatto nella sua tesi di dottorato, dove figurano ampi passaggi indistinguibili da quelli scritti da altri accademici (alcuni appartenenti a minoranze, come Thomas Nakayama e Stacey Lee). Un caso che segue a ruota quello che l’anno scorso ha affossato un altro grande protagonista delle vendite della saggistica militante, **Ibram X. Kendi** (*Come essere antirazzista*, Mondadori), quando si è scoperto che il suo centro antirazzista ospitato dalla University of Boston, nonostante le donazioni milionarie ricevute, aveva una [gestione finanziaria opinabile](https://www.nytimes.com/2023/09/23/us/ibram-x-kendi-antiracism-boston-university.html?ref=culturewars.it).
Da una parte queste storie di caduta dall’Eden del progressismo mettono sotto i riflettori le politiche DEI (acronimo di *Diversity, Equity and Inclusion*) da anni estensivamente utilizzate da corporation ed enti pubblici per aumentare la sensibilità sociale fra i suoi appartenenti, nei casi migliori, o rifarsi il look in senso inclusivo nei peggiori. La stessa DiAngelo nel 2021 era finita nell’occhio del ciclone dopo la pubblicazione della notizia di un corso per dipendenti di The Coca-Cola Company in cui i suoi insegnamenti si condensavano in frasi quali: «**Essere meno bianchi** significa essere meno oppressivi, meno arroganti, meno sicuri, meno sulla difensiva, meno ignoranti, più umili».
I detrattori di personaggi come Robin DiAngelo – quelli che vale la pena ascoltare, perlomeno: perché poi ci sono i **professionisti dell’antiwokismo di marca trumpiana**, appunto – sostengono che i dettami della cosiddetta *critical discourse analysis*, ovvero un certo approccio decostruzionista e militante a ogni piega della società e della vita quotidiana, hanno l’effetto controproducente di *esacerbare* le divisioni e le tensioni razziali, invece di contribuire a superarle con la sensibilizzazione ai *bias*. È una linea di critica che trovavo convincente anche prima che si scoprisse, in sostanza, che le star della wokeness made in Usa molto spesso predicano bene e razzolano male.
Nell’ultima puntata del suo [podcast](https://theculturewedeserve.substack.com/p/tcwd-podcast-obamacore-and-the-end), la scrittrice Jessa Crispin dice una cosa che considero molto importante: le parabole di personaggi come DiAngelo e X. Kendi mostrano che, in fondo, **«non ci importava così tanto»** dei discorsi che gli abbiamo affidato; invece di mettere realmente in discussione i sistemi che hanno generato e perpetuato oppressioni di vario tipo, abbiamo preferito lavarci la coscienza dando qualche milione, una cattedra o un contratto di consulenza a una celebrity da citare in un carousel su Instagram.
E invece il mondo non funziona così: non basta avere la catecumena di turno che instilla riti di colpa ed espiazione a un parterre disposto a mondarsi dei suoi peccati, almeno superficialmente; ci vogliono cambi di paradigma, sforzi, mediazioni vere.
Nonostante quest’epoca cerchi disperatamente di convincerci del contrario, **il progresso sociale non è assimilabile al marketing**: nelle aziende contano i profitti – e, quando i profitti si incrinano, tutto il resto [salta senza patemi](https://www.cnbc.com/2023/12/22/google-meta-other-tech-giants-cut-dei-programs-in-2023.html?ref=culturewars.it) – mentre nella società dovrebbe contare anche ciò che abita la mente delle persone. Altrimenti, hai voglia a parlare di *fragilità bianca* a un pubblico di top manager e dire che stai cambiando il mondo.
## ****Altre news dal fronte**
- Sionisti [che non lo erano](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2024/08/progressive-jewish-bind/679626/?ref=culturewars.it);

- Alle origini [del campus](https://time.com/7016826/campus-culture-wars/?ref=culturewars.it): com’è nato il topos politico dell’università progressista d’élite;

- «[Sono i fottuti talebani, Lawrence](https://x.com/yashar/status/1827820458424799285?ref=culturewars.it)»: potrei renderlo una maglietta.
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### Cartoline da Chicago
URL: https://www.culturewars.it/convention-democratici-kamala/
Last updated: 2024-08-23T10:08:11.000Z
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Nella capitale dell’Illinois si è chiusa la quattro giorni della **Democratic National Convention**, il passaggio fondamentale per testare la presa della candidata in pectore – e ora di fatto – Kamala Harris sul suo partito.
Harris si è presentata come una leader pragmatica, affidabile, capace di offrire agli americani una «*new way forward*» in contrasto con le divisioni e la retorica incendiaria di Donald Trump (definito a un certo punto nel suo discorso di 40 minuti «non serio»; una variazione, dopo [settimane di *weird*](https://www.culturewars.it/vance-trump-weird-gattare/)). I temi citati dalla candidata Democratica sono stati quelli previsti: la salute riproduttiva delle donne, l’immigrazione al confine col Messico, la credibilità degli Stati Uniti all’estero; tutti versanti in cui Trump potrebbe fare danni irreparabili, ha spiegato l’attuale vicepresidente.
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### Non si gioca con l’anguria 🍉
URL: https://www.culturewars.it/giochi-tavolo-palestina/
Last updated: 2024-08-09T10:05:42.000Z
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Immaginate **il mondo del** **gioco da tavolo**, un settore da tempo in fase di evoluzione e rilancio, con tantissimi appassionati e giri d’affari rilevanti: lo state immaginando interessato solo ai conflitti risolvibili lanciando manciate di dadi? Beh, vi sbagliate di grosso.
In particolare negli ultimi anni la diffusione dei *board games* e la sensibilizzazione del pubblico hanno già portato a diversi casi in cui l'ambiente si è dovuto [confrontare con le istanze culturali](https://www.ilpost.it/2023/01/03/giochi-da-tavolo-eurogames-colonialismo/?ref=culturewars.it) più recenti.
Nonostante si tratti di un settore ancora poco esposto e con una spiccata propensione all'evasione, quello del gioco da tavolo – come tutto il resto dell'industria dell'intrattenimento – si è quindi già accorto di non potersi tirare completamente fuori dalla complessità contemporanea. Chi scrive lo frequenta da un po', e la sua apparente frivolezza in realtà nasconde **profonde discussioni, dibattiti** e distinzioni, che per qualità e intensità spesso, anzi, dimostrano il grande fervore intellettuale in cui è sempre più immerso.
Ed è così che nel bel mezzo della composta e ordinata cerimonia per il premio ludico più importante al mondo, lo **Spiel des Jahres** (letteralmente “Gioco dell’anno”), irrompe deflagrante il conflitto israelo-palestinese, sotto forma [di una fetta di anguria](https://boardgamewire.com/index.php/2024/07/25/spiel-des-jahres-bans-daybreak-co-designer-matteo-menapace-for-wearing-pro-palestine-watermelon-sticker-at-2024-awards?ref=culturewars.it) disegnata su una maglietta.
Il fatto, in sintesi: durante l'evento tenutosi il 21 luglio, il game designer Matteo Menapace indossa una t-shirt scura con una fetta di anguria impressa sopra, che lì per lì non viene notata da nessuno. Menapace – en passant il primo italiano di sempre ad aggiudicarsi il premio – partecipa all'evento normalmente e al momento della premiazione commenta la vittoria senza alcun proclama. Solo dopo, durante le consuete chiacchiere al buffet, qualcuno nota che quella fetta di anguria possiede gli inconfondibili contorni dello stato di Israele. E così scoppia il caso.
Una premessa forse scontata, ma spero utile: da tempo l'anguria, e in particolare l’emoji della sua fetta, è [diventata](https://www.ilpost.it/2023/12/30/anguria-simbolo-resistenza-palestina/?ref=culturewars.it) un **simbolo pro-palestinese**. I motivi sono molteplici: a seguito della Guerra dei sei giorni del 1967 la bandiera palestinese è stata proibita da Israele fino agli accordi di Oslo del 1993, perciò i sostenitori della causa araba si dovettero inventare qualcosa per contrastare il divieto. Il frutto della cucurbitacea venne scelto per i colori bianco, rosso, verde e nero, che ricordano chiaramente quelli della bandiera palestinese; inoltre pare che proprio l'anguria fosse diffusamente coltivata nei territori occupati.
Negli ultimi tempi il simbolo ha preso piede entrando pienamente a far parte dei codici semantici del conflitto, proprio per la sua iconicità e capacità di aggirare le censure, comprese quelle online. Oltre che su manifesti di propaganda e pacifisti, lo si può trovare usato largamente in formato emoji sui social e nel merchandising a scopi umanitari, proprio come quello indossato da Matteo Menapace. Insomma, l'anguria è diventata un emblema universalmente riconosciuto di solidarietà alla popolazione palestinese, in particolare dopo la devastante ritorsione israeliana che l'ha colpita a seguito dell’eccidio compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023.
Ma lo Spiel des Jahres non si svolge in un Paese qualunque, e non sorprende che la Germania – patria del moderno gioco da tavolo – abbia una particolare sensibilità riguardo alle questioni ebraiche, oltre ad un rapporto elettivo con lo stato di Israele. Attraverso una serie di inferenze forse un po' forzose, alla kermesse la fetta di anguria a forma di Israele viene quindi **presa come un sostegno alla cancellazione** dello stato ebraico, portando così a un’aperta accusa di antisemitismo per il game designer nostrano.
A conseguenza di ciò, attraverso un [comunicato](https://www.spiel-des-jahres.de/preisverleihung-kennerspiel-des-jahres-2024?ref=culturewars.it), l'organizzazione dello Spiel des Jahres ha dichiarato Matteo Menapace ospite non più gradito (una formula simile, tra le altre, a quella che venne destinata al regista Lars Von Trier dopo le sue dichiarazioni, [ben più sconvolgenti](https://www.cineblog.it/post/cannes-2011-shock-espulso-lars-von-trier?ref=culturewars.it), rese al Festival di Cannes nel 2011 – anche se poi vi tornò nel 2018).
Il caso ha già coinvolto anche l'editore del gioco, che nei commenti sui social ha tenuto a [sottolineare](https://www.facebook.com/share/p/mGBWs5extfFbRktw/) la sua estraneità nei confronti delle idee di Menapace, il quale come da copione ha ricevuto sostegno o biasimo a seconda degli orientamenti. Vale la pena sottolineare come il gioco per cui Menapace, insieme al più noto collega Matt Leacock, ha vinto il premio, *Daybreak*, riguarda la necessità di coordinare gli sforzi delle potenze mondiali per impedire il collasso climatico: un tema quindi eminentemente politico.
Si può comprendere il tentativo dello Spiel des Jahres di mettere le mani avanti su uno scandalo che sarebbe scoppiato in ogni caso da lì a qualche momento. L'immediata e dura decisione sembra però dimostrare un’assenza di preparazione di fronte all’inatteso, più che un’applicazione ponderata di una policy.
E in questo senso è interessante notare come nel suo commento lo stesso Menapace, che non ha mai nascosto il suo posizionamento pro-Palestina, non agiti nessuna forma di vittimismo, anzi si assuma la propria [piena responsabilità](https://medium.com/@baddeo/why-i-wear-55cb9459d8e7?ref=culturewars.it) senza contestare la decisione presa dall'organizzazione.
Un esito insomma che alla fine sembra essere accettato da tutti, anche da chi ha voluto esporsi pagandone il prezzo, forse non a caso a poche ore dalla [risoluzione ufficiale](https://it.euronews.com/2024/07/18/israele-la-knesset-approva-una-risoluzione-che-respinge-listituzione-di-uno-stato-palestin?ref=culturewars.it) con cui il parlamento israeliano si impegnava formalmente a impedire la formazione di un qualunque stato palestinese.
## ****Altre news dal fronte**
- Che effetti ha avuto il cosiddetto wokismo [sul socialismo](https://jacobin.com/2024/07/wokeness-left-ideology-neiman-review?ref=culturewars.it)?

- Le [Olimpiadi dei *crybaby*](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2024/08/olympics-sore-losers/679390/?ref=culturewars.it): perché così tanti atleti e atlete non sanno più perdere?

- Chi sono gli avvelenatori di pozzi che hanno [portato ai *riots*](https://www.nytimes.com/2024/08/03/world/europe/uk-stabbing-riots-far-right-protesters-explained.html?ref=culturewars.it) di estrema destra nel Regno Unito?
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### New Weird e gattare
URL: https://www.culturewars.it/vance-trump-weird-gattare/
Last updated: 2024-08-07T12:31:55.000Z
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Il governatore del Minnesota **Tim Walz**, fresco della nomina a candidato vicepresidente di Kamala Harris, pochi giorni fa aveva definito Donald Trump e J. D. Vance con un termine destinato a ritornare spesso in questa campagna elettorale: «*Weird*», cioè strani, con connotazione eminentemente negativa.
Di recente, quando Vance a un comizio ha [detto](https://www.youtube.com/watch?v=UNAtVCgLF0w&ref=culturewars.it) che i Democratici sono così ossessionati dal dare del razzista che lo farebbero anche perché il giorno prima si era bevuto una Diet Mountain Dew (una bibita gassata molto popolare negli Stati Uniti), il governatore del Kentucky Andy Beshear – un altro nome che era nella shortlist di quelli che avrebbero potuto affiancare Kamala Harris – **gli ha risposto definendolo «*weird*»** (e aggiungendo: «ma chi è che beve Mountain Dew?»; battuta per cui ha poi dovuto [scusarsi](https://apnews.com/article/beshear-vance-mountain-dew-hillbilly-elegy-e37a6b74c82d93f031cdea198c2498af?ref=culturewars.it)).
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### Propaganda cromosomica
URL: https://www.culturewars.it/imane-khelif-carini-sport-donne/
Last updated: 2024-08-02T18:25:31.000Z
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Le rinunce della nostra atleta **Angela Carini** al match di pugilato contro l’algerina **Imane Khelif** il primo agosto, [e poi allo sport](https://www.today.it/donna/angela-carini-ritiro-boxe.html?ref=culturewars.it) della sua vita, la boxe, il giorno seguente, devono essere viste come un’enorme sconfitta per la categoria femminile, ma non per le ragioni addotte dalla politica.
Una enorme sconfitta, perché è evidente ancora una volta come la retorica predominante del “proteggere la categoria femminile”, velata sotto il manto della ricerca dell’equità nello sport, del “*level playing field*”, ha fatto colpo ancora una volta. Anzi, doppio colpo. Le vittime sono state infatti almeno due, in questo caso: la nostra atleta, che sottoposta a un’immensa pressione mediatica, ha ceduto e rinunciato all’opportunità della vita: quella di competere alle Olimpiadi **contro un’avversaria che poteva battere**. La seconda (ma questa al pubblico italiano interessa meno), quella dell’atleta algerina, per cui tutte le vittorie da qui in avanti saranno necessariamente macchiate dall’ombra di una vittoria iniqua, ingiusta, sulla base di un presunto vantaggio maschile.
[Altrove](https://www.fandangolibri.it/prodotto/partire-svantaggiati/?ref=culturewars.it) ho già commentato ampiamente le disparità genetiche e biologiche che conferiscono un evidente vantaggio di performance, ma non per questo vengono considerate inique: per fare un esempio recentissimo, la [differenza di altezza di quasi 60 centimetri](https://sport.sky.it/nba/2024/07/31/olimpiadi-wembanyama-togashi-altezza-differenza-foto?ref=culturewars.it#:~:text=Nella%20sfida%20tra%20Francia%20e,Togashi%2C%20alto%20appena%20167%20centimetri.) tra giocatori giapponesi e francesi nel basket olimpico; eppure una differenza simile, se riportata all’interno dello stesso sesso, continua a venir considerata equa, giusta. Appena sorge il sospetto che uno dei due avversari abbia caratteristiche biologiche che sono considerate prerogative della categoria maschile, si accende la polemica e il dibattito si abbassa di toni e argomenti: oggi la mia omonima [Silvia Camporesi](https://www.silviacamporesi.it/en/home-english/?ref=culturewars.it), artista e fotografa, nonché mia concittadina (ebbene sì), ha ricevuto per la prima volta una mail di insulti dove è stata definita «criminale», per colpa di un pezzo che avevo scritto io.
Premessa: seguo la questione dell’idoneità a partecipare nella categoria femminile dal 2009, da quando scoppiò [il caso di Caster Semenya](https://www.theguardian.com/sport/2009/aug/19/caster-semenya-800m-world-athletics-championships-gender?ref=culturewars.it) ai campionati del mondo di atletica di Berlino. La questione chiave nel dibattito è quella dell’***unfair advantage***: sulla base di quali criteri un certo vantaggio naturale, endogeno, può essere considerato iniquo o ingiusto in una competizione?
Per affermare che lo sia, stabilisce il [documento normativo](https://stillmed.olympics.com/media/Documents/Beyond-the-Games/Human-Rights/IOC-Framework-Fairness-Inclusion-Non-discrimination-2021.pdf?ref=culturewars.it) del CIO – il Comitato olimpico internazionale – del novembre 2021, bisogna avere evidenze scientifiche solide e robuste, pubblicate in riviste con revisione dei pari, che dimostrano che livelli elevati di testosterone endogeno forniscono un vantaggio tale per cui atlete con variazioni di sviluppo del sesso (come Khelif, o Semenya) riescono a ottenere risultati o performance non ottenibili da altre atlete che non hanno gli stessi elevati livelli di testosterone. Queste evidenze scientifiche devono essere sport-specifiche. In mancanza di esse, il CIO è molto chiaro: bisogna includere atlete con variazioni dello sviluppo del sesso nella categoria femminile. Ed è stato così per Khelif, che è stata battuta da varie atlete che non hanno lo stesso vantaggio (ma che è presumibile ne abbiano altri).
Se mi fosse stato chiesto qualche anno fa, non avrei immaginato che a distanza di anni avremmo ancora parlato di casi del genere. Dopo la vittoria della velocista indiana Dutee Chand nella [sentenza](https://www.doping.nl/media/kb/3317/CAS%202014%5FA%5F3759%20Dutee%20Chand%20vs.%20AFI%20%26%20IAAF%20%28S%29.pdf?ref=culturewars.it) del 2015 al TAS contro la IAAF, la Federazione internazionale dell’atletica, che aveva portato alla **sospensione delle regole sull’iperandrogenismo** per mancanza di sufficiente evidenza, in molti – me compresa, e compreso lo stesso avvocato di Semenya (intervistato dal bellissimo podcast [*Tested*](https://podcasts.apple.com/us/podcast/tested/id1756587456?ref=culturewars.it) di Rose Eveleth, che consiglio vivamente per farsi un’idea ben informata sulla questione) – pensavamo che la IAAF avrebbe lasciato perdere, e che saremmo tornati allo status quo in vigore dal 1999 in avanti, quello in cui alle atlete donne non era più richiesto di ottenere certificati di femminilità per competere nella categoria femminile.
Eppure questo non è successo, e a distanza di anni la questione ha solo assunto toni più accesi, più politici. Oggi, dobbiamo constatare come una questione sportiva diventi immediatamente una questione di politica internazionale e di scontri simbolici da cui trarre dividendi di consenso, come testimoniato dal recente [incontro](https://www.reuters.com/sports/olympics/italys-meloni-iocs-bach-discuss-fairness-sports-after-boxing-gender-row-2024-08-02/?ref=culturewars.it) tra Giorgia Meloni e il capo del CIO Thomas Bach.
La IAAF, dicevamo, non ha lasciato perdere la questione dei corpi iperandrogeni. Tutt’altro: nell’aprile del 2018 ha reintrodotto [nuovi criteri di idoneità](https://worldathletics.org/news/press-release/eligibility-regulations-for-female-classifica?ref=culturewars.it) per competere nella categoria femminile, con un livello di testosterone ridotto della metà (da 10 a 5 nmol/l) solo per un sottoinsieme di eventi, e nel marzo del 2023 ha operato un’altra riduzione della metà (si tratta delle [regole attualmente in vigore](https://www.worldathletics.org/download/download?filename=2ffb8b1a-59e3-4cea-bb0c-5af8b690d089.pdf&urlslug=C3.6A%20%E2%80%93%20Eligibility%20Regulations%20for%20the%20Female%20Classification%20%E2%80%93%20effective%2031%20March%202023&ref=culturewars.it)), senza apporre alcuna base scientifica alla riduzione, in aperta **tensione con il quadro normativo del CIO**.
Il professor Eric Vilain, endocrinologo della George Washington University e specialista delle differenze di sviluppo del sesso, membro del team della IAAF che aveva lavorato nel 2011 alla prima versione delle regole sull’iperandrogenismo nell’atletica leggera, ha recentemente [affermato](https://www.cbc.ca/radio/podcastnews/transcript-tested-episode-5-1.7281884?ref=culturewars.it) che sebbene non sia contrario in linea generale a restrizioni nella categoria femminile, è contrario alle ultime due versioni delle stesse: regole che vanno a regolamentare corpi a livello di competizioni internazionali devono necessariamente essere basate sulla scienza, sostiene Vilain.
A giustificarle, dando ragione alla World Athletics, è stato invece l’avvocato della IAAF Jonathan Taylor in un’[intervista](https://www.bbc.com/sport/athletics/47244017?ref=culturewars.it) al Times del 2019: «Se il TAS non implementasse le nuove regole \[quelle del 2018\], allora **DSD** – persone affette da Disturbi della Differenziazione Sessuale, ndr – e atleti transgender dominerebbero il podio e le medaglie nello sport, e le donne con livelli di testosterone normali non avrebbero nessuna chance di vittoria».
Questo tipo di strategia, come ha messo bene in luce la storica dello sport britannica [Vanessa Heggie](https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0160932710000670?ref=culturewars.it), è incredibilmente simile alla **scare tactic** (strategia della paura) che negli anni Settanta era usata per giustificare la necessità dei test visivi dei genitali per le atlete donne, per assicurarsi che non ci fossero uomini «*masquerading as women*» in cerca di competere nella categoria femminile.
Alla luce di tutto questo, le **fake news** che abbiamo visto circolare sull’atleta algerina, definita «trans» o «transgender» da una varietà di media, non devono essere prese necessariamente come errori. Possono in alcuni casi essere **strategie narrative intenzionali**, volte a voler combinare la questione dei corpi femminili con DSD con la questione dei corpi trans. Questo tipo di strategia rievoca direttamente quella usata dagli avvocati che hanno lavorato con IAAF alle udienze che si sono tenute al Tribunale d’arbitraggio sportivo di Losanna del febbraio 2019\.
Vorrei quindi ora allontanarmi dalla questione politica e assumere una prospettiva più ampia, per analizzare un’idea alternativa che è stata portata avanti negli ultimi anni: quella dell’**istituzione di una terza categoria** nell’atletica leggera. L’idea è stata ventilata ripetutamente nell’atletica leggera: per esempio dai filosofi oxfordiani [Bennett Foddy e Julian Savulescu](https://bjsm.bmj.com/content/45/15/1184.short?casa%5Ftoken=7OnwKlx-B8QAAAAA:zZqXBLOTN36iLexgkkJaJ7mbyPC6z-FDl7agAWUY6B5XFqCUAQULdUyTmGSKbFZDKmhcHZQdY0guGA&ref=culturewars.it) già in tempi non sospetti, quando scrivevano come nelle categorie del pugilato potrebbe avere senso suddividere i partecipanti sulla base di caratteristiche biologiche e genetiche.
Più recentemente, le bioeticiste neozelandesi Taryn Knox e Lynley Anderson hanno portato avanti [tesi simili](https://jme.bmj.com/content/45/6/395?ref=popsugar.com&=%5F%5F%5Fpsv%5F%5Fp%5F5150428%5F%5Ft%5Fw%5F). Propongono un sistema categorico, in cui all'interno di ogni categoria è mantenuta la **parità di opportunità**. Questa idea non è affatto un’idea campata in aria, o per soli filosofi, tanto che anche Stephane Bermon, il contestato direttore medico e scientifico della IAAF, ha affermato in [un’intervista al Guardian nel 2018](https://www.theguardian.com/sport/2018/apr/26/iaaf-doctor-calls-for-intersex-category-athletics-caster-semenya?ref=culturewars.it) che potrebbe essere un’idea implementabile nel giro di 5-10 anni (e quindi vi saremmo ormai vicini, secondo le sue previsioni).
Questa soluzione sembrerebbe accontentare entrambe le parti: coloro che ripudiano l’idea di un trattamento farmacologico per modificare variazioni naturalmente genetiche di un corpo femminile come unica condizione per tornare a competere (e non si tratta di sociologi o eticisti: si tratta dell’autorevole voce della World Medical Association, l’associazione che a livello mondiale promulga linee guida per la condotta dei medici e che si è [pronunciata pubblicamente](https://www.wma.net/news-post/wma-reiterates-advice-to-physicians-not-to-implement-iaaf-rules-on-classifying-women-athletes/?ref=culturewars.it)); e coloro che affermano che lasciare continuare a competere nella categoria femminile corpi iperandrogini va a intaccare il *level playing field* (la parità di condizioni).
In un [articolo](https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/15265161.2023.2232750?casa%5Ftoken=8NjNG-x3r1oAAAAA%3AzXb35lxYynta6z5zO4sgqIQZ883fB8V8%5FZXUiQBvDkyOQ2nMR9nWcnF3%5FIkuWT0p6gys1RCrPxi%5FIkg&ref=culturewars.it) appena pubblicato sulla maggiore rivista americana con revisione dei pari di bioetica, l’*American Journal of Bioethics*, le autrici Katherina Jennings dell’Università di Oxford nel Regno Unito e Esther Braun dell’Università di Bochum in Germania propongono un sistema in cui, invece di dividere atleti nella categoria maschile e femminile, gli atleti sarebbero suddivisi in categorie a seconda dei livelli di alcune proprietà biologiche e genetiche connesse a vantaggi di performance nello sport.
Nel loro articolo scrivono: «La World Athletics potrebbe adottare un tale sistema categorico», che, proseguono, «è molto più adatto a soddisfare la definizione di equità di WA rispetto all'attuale sistema binario basato sul genere che richiede la soppressione dei livelli di testosterone». Questo sistema, aggiungono, potrebbe essere creato sul **modello delle classificazioni paralimpiche**, dove l’influenza di proprietà rilevanti sulla performance di alcuni task specifici viene misurata nei test di valutazione della capacità minime residue che assegnano atleti a categorie specifiche.
Questa soluzione, affermano le autrici, avrebbe il dono di essere soddisfacente per la WA e di non richiedere la modificazione farmacologica delle atlete con elevati livelli endogeni di testosterone. Tuttavia, dopo aver lavorato e seguito da vicino il dibattito sull'ammissibilità nella categoria femminile per 15 anni, sono giunta una conclusione piuttosto cinica: la WA **si preoccupa solo dei livelli di testosterone** e non di altri vantaggi naturali; qualsiasi tentativo di cercare di spiegare il concetto di equità di WA, e di metterlo in pratica – incluso quello più recente di Jennings e Braun – è destinato a fallire.
Questo perché la WA è – nonostante le [affermazioni di facciata](https://www.theguardian.com/sport/blog/2023/jan/23/world-athletics-transgender-regulations-see-scientific-rigour-give-way-to-a-fudge?ref=culturewars.it) del suo presidente Seb Coe – esplicitamente *disinteressata* alle evidenze scientifiche circa il reale vantaggio di prestazione fornito dai livelli di testosterone, rispetto ad altri vantaggi naturali. Alle pagine 76-77 della sentenza del TAS che il 1° maggio del 2019 ha respinto (con due giudici su tre) il doppio ricorso di Caster Semenya e Athletics South Africa contro la IAAF, leggiamo che lo sport beneficia tradizionalmente di «un significativo margine di apprezzamento nel determinare ciò che è necessario e proporzionato per raggiungere i propri legittimi obiettivi*»,* e che di conseguenza:
> La IAAF deve decidere ciò che è necessario e proporzionato per raggiungere i suoi obiettivi sulla base di una persona onesta e in buona fede che ha una base ragionevole. Finché tale test è soddisfatto, è irrilevante che altri possano non essere d'accordo con tale punto di vista, o possano citare altre prove scientifiche contrarie. Piuttosto, per avere successo nella loro appello, gli appellanti \[gli atleti\] devono dimostrare che una persona ragionevole che agisce in buona fede non potrebbe ritenere che le normative DSD siano necessarie e appropriate per raggiungere gli obiettivi legittimi della IAAF.
Qual è quindi il senso di chiamare in causa esperti scientifici per dirimere la questione del vantaggio «iniquo», se il limite dell’evidenza scientifica necessaria è fissato dal TAS a quello di una persona ragionevole che agisce in buona fede? È sufficiente chiedere a un tizio a caso in un pub se secondo lui un’atleta con aspetto androgino come Semenya o Khelif è maschio o femmina.
Sebastian Coe ha spesso chiamato la World Athletics [«il nostro sport»](https://www.reuters.com/sports/athletics/world-athletics-chief-coe-says-sport-must-embrace-change-remain-interesting-2024-02-29/?ref=culturewars.it), sostenendo che quindi la federazione è legittimata a implementare le proprie regole per perseguire i propri legittimi obiettivi. In una intervista recente [rilasciata a CNN](https://edition.cnn.com/2024/03/02/sport/sebastian-coe-world-athletics-transgender-policy-spt-intl/index.html?ref=culturewars.it#:~:text=World%20Athletics%20president%20Sebastian%20Coe%20has%20doubled%20down%20on%20his,are%20%E2%80%9Chere%20to%20stay.%E2%80%9D), Coe afferma: «Queste normative sono qui per restare, e se dobbiamo difenderle, lo faremo, e le difenderemo sulla base che è assolutamente vitale proteggere, difendere, e preservare la categoria femminile».
Mettendo da parte l’epanalessi del presidente della WA, volta evidentemente alla ricerca del pathos nel proprio pubblico, vorrei fare in conclusione una piccola domanda alle atlete in ascolto: non vi sembra di aver già sentito questa retorica?
La questione dell’idoneità a competere nella categoria femminile si è trasformata, dobbiamo prenderne atto, in una vera **battaglia ideologica**. Non fidiamoci di chi dice che vuole fare qualcosa per il nostro bene, per proteggerci (ammesso e non concesso che lo stia facendo in buona fede). Alleiamoci tra di noi, prendiamo in mano la situazione e diciamo come la pensiamo in materia. Quali tipi di vantaggio consideriamo iniqui, e perché? Ci interessa davvero sapere il corredo cromosomico della nostra avversaria prima di competere contro di lei? Se sì, perché? E se no, per quale motivo? Quali evidenze considereremmo sufficienti per porre restrizioni ad atlete DSD a competere nella categoria femminile?
Come battaglia ideologica, la questione dell’idoneità a competere nella categoria femminile è davvero – questa sì! – una battaglia «ad armi impari»*,* perché l’atleta è sempre l’anello più debole, più vulnerabile, di un sistema che non esita a sacrificarlo. Che non esita a sacrificare Caster Semenya, Dutee Chand, Christine Mbomba, Beatrice Masilingi, Imane Khelif; ma anche, è bene ribadirlo, Angela Carini.
## ****Altre news dal fronte**
- Aspetta un attimo: anche i conservatori [ora sono woke](https://www.theatlantic.com/politics/archive/2024/07/woke-style-american-politics/678995/?ref=culturewars.it)?;

- Le guerre culturali [dentro il New York Times](https://www.newyorker.com/news/the-new-yorker-interview/the-culture-wars-inside-the-new-york-times-joe-kahn?ref=culturewars.it), raccontate dai vicini di casa del New Yorker;

- E poi ok, sì: due mucche al pascolo hanno [generato una *culture war*](https://www.nytimes.com/2024/07/21/nyregion/missing-cows-animal-sanctuary-newfane-ny.html?ref=culturewars.it), a quanto pare.
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### E ora che succede in America?
URL: https://www.culturewars.it/biden-ritiro-cosa-succede/
Last updated: 2024-07-21T20:55:11.000Z
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L’ha fatto con un tweet, sulla piattaforma di proprietà di un tizio che spara a zero su lui e i suoi compagni di partito da mesi: **Joe Biden** ha infine annunciato il ritiro della sua candidatura per la nomination Democratica alla Casa Bianca.
> Credo che sia nell’interesse del mio partito e del Paese che io mi faccia da parte e mi concentri esclusivamente sull’adempimento dei miei doveri di presidente per il resto del mio mandato.
> [pic.twitter.com/RMIRvlSOYw](https://t.co/RMIRvlSOYw?ref=culturewars.it)
>
> — Joe Biden (@JoeBiden) [July 21, 2024](https://twitter.com/JoeBiden/status/1815080881981190320?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Contestualmente, Biden si è prodotto in un immediato [endorsement](https://x.com/JoeBiden/status/1815087772216303933?ref=culturewars.it) per la sua attuale vicepresidente, **Kamala Harris**, dicendo di voler «offrire il mio pieno sostegno e il mio appoggio affinché Kamala sia il candidato del nostro partito».
Bene, dirai tu: il Partito democratico ha una nuova candidata (e la prima donna nera della storia statunitense), che magari avrà più possibilità di battere Donald Trump rispetto a Biden – anche se i [sondaggi](https://www.forbes.com/sites/saradorn/2024/07/21/heres-how-kamala-harris-performs-in-polls-against-trump-as-biden-drops-out-and-endorses-harris/?ref=culturewars.it) sono, al momento, tiepidi. E invece no, non così in fretta.
Anzitutto perché la nomination Democratica passa da un momento centrale: **la convention di Chicago**, che si terrà dal 19 al 22 agosto prossimi. In quella sede si riuniranno i delegati statali, quelli che hanno [“promesso”](https://www.nbcnews.com/politics/2024-election/can-democrats-replace-joe-biden-ballot-rcna159374?ref=culturewars.it) il loro voto a Biden con l’esito delle primarie dei mesi scorsi: sono circa quattromila, e a uscire dalla kermesse con la corona di candidato è chi ottiene la maggioranza delle loro preferenze. Biden alle primarie ne ha conquistate 3900, per capirci.
Qui iniziano i problemi: per statuto del partito, i delegati sono tenuti a «**riflettere in buona fede il sentire** di coloro che li hanno eletti»: in linea non solo teorica, quindi, la loro unica lealtà politica è verso Biden; un nome che tuttavia, ovviamente, non potranno votare. In pratica, dunque, convergeranno tutti – o in maggioranza – per Harris?
È verosimile, ma non è detto. In primis perché l’establishment Democratico non è affatto compatto dietro il nome di Kamala Harris. A spiegarlo non più tardi del 17 luglio è stata **Alexandria Ocasio-Cortez**, in una [diretta Instagram](https://www.instagram.com/reel/C9l41vgOAGj/?ref=culturewars.it) illuminante di cui ho ritagliato e sottotitolato il seguente passaggio:
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Riassumendo: gli stessi che hanno fatto (molta) pressione perché Biden si ritirasse, non erano solamente contrari a una candidatura Biden: erano – e, si presume, sono tuttora – contrari anche a una candidatura Harris. Il che aumenta le possibilità che a Chicago vada in scena un tutti-contro-tutti da cavalleria rusticana, su cui Trump e i suoi lucrerebbero in tempo zero.
E non soltanto: come spiega la stessa Cortez, e come sottolineato da diversi altri analisti politici ed esperti legali, i Democratici con la sostituzione *last minute* del presidente rischiano almeno su due fronti importantissimi per l’esito elettorale di novembre: in Ohio, dove una legge impone al nome del/la candidato/a la **conferma entro il 7 agosto** (quindi *prima* della convention Dem), pena una [possibile esclusione dalla scheda](https://www.axios.com/local/chicago/2024/07/01/ohio-dnc-biden-ballot?ref=culturewars.it); e in Michigan, che richiederà la certificazione del ticket soltanto due giorni dopo il redde rationem di Chicago, quando la questione potrebbe essere tutt’altro che chiusa.
In ogni caso, è fin troppo facile immaginare che la prossima tornata elettorale statunitense, navigando in acque inesplorate sotto diversi punti di vista (il candidato Repubblicano inquisito, quello Democratico sostituito all’ultimo), si risolverà in una [sequela infinita di contenziosi legali](https://michiganadvance.com/2024/07/12/a-presidential-nominee-drops-out-what-happens-to-states-ballots/?ref=culturewars.it), che dovranno in ultima analisi essere **decisi dalla Corte Suprema** a trazione conservatrice.
Aggiungiamo a questo scenario già di per sé bastantemente fosco che tutti i soldi raccolti fin qui dalla campagna di Joe Biden non vengono “automaticamente” trasferiti – per così dire – a quella della sua attuale vicepresidente. E non è poco: significa ritornare a bussare alle stesse porte, con sondaggi a sfavore e a poche settimane da scadenze cruciali per le elezioni di novembre. Reid Hoffman, uno dei nomi più rilevanti della lista, si è già [pronunciato con un tweet pro-Harris](https://x.com/reidhoffman/status/1815103689461239892?ref=culturewars.it) e non sarà il solo, ma il tempo scorre inesorabile.
Dopodiché, provando a mostrare un po’ di ottimismo, non è detto che non ci sia alcuno spazio per una vittoria di Harris, intendiamoci: d’altronde il suo avversario è un pregiudicato che ha personalmente incitato dei facinorosi ad assaltare il Campidoglio, voglio dire; vedere i Democratici recuperare e rimanere alla Casa Bianca non sarebbe certo il più inverosimile degli scenari.
Bill e Hillary Clinton si sono già prodotti in un [endorsement](https://x.com/BillClinton/status/1815102085198958657?ref=culturewars.it) per Kamala Harris, e lo stesso ha fatto la senatrice [Elizabeth Warren](https://x.com/ewarren/status/1815104953037344794?ref=culturewars.it) con alcuni colleghi; **Barack Obama**, invece, [non l’ha fatto](https://x.com/Olivianuzzi/status/1815111683213582569?ref=culturewars.it).
Trump, maramaldo come sempre, ha già fatto sapere a CNN che battere Harris sarà «più facile» che sconfiggere Biden. «Mancano 107 giorni al giorno delle elezioni. Insieme combatteremo. E insieme vinceremo», ha comunicato invece la stessa Harris, accettando di buon grado l’investitura del suo attuale capo: potrebbe non essere così semplice, come abbiamo visto, ma è obbligatorio provarci.
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### Elegie americane
URL: https://www.culturewars.it/jd-vance-trump-chi-e/
Last updated: 2024-07-19T09:09:21.000Z
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**James David Vance**, registrato all’anagrafe statunitense come James Donald Bowman, compirà quarant’anni il prossimo agosto, eppure ha già impresso il suo nome su molti versanti della vita americana: in quello letterario nel 2016 ha pubblicato un libro, *Hillbilly Elegy: A Memoir of a Family and Culture in Crisis* (edito in Italia da Garzanti col titolo forse un po’ riduttivo *Elegia americana*), che è diventato un manifesto dell’America bianca e operaia della [*Rust Belt*](https://it.wikipedia.org/wiki/Rust%5FBelt?ref=culturewars.it) in cui è cresciuto, e ha avuto un enorme successo.
Sul versante economico, il suo bestseller gli ha permesso di entrare in contatto con diverse personalità di peso del **venture capital della Silicon Valley** (tra gli altri: il primo investitore di Facebook Peter Thiel, il fondatore di AOL Steve Case, Ron Klain – che sarebbe diventato il primo chief of staff di Joe Biden – i danarosissimi Marc Andreessen ed Eric Schmidt).
Ma è la sua traiettoria politica a interessarci di più, ovviamente: J. D. Vance ha capitalizzato l’enorme eco della sua opera di memorialistica – trasposta da Netflix nel bel **film omonimo di Ron Howard**, con Amy Adams e Glenn Close – alle elezioni di Midterm del 2022, dove ha vinto un importante e non scontato seggio nel suo Ohio, venendo eletto al Senato.
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### Joe contro tutti
URL: https://www.culturewars.it/biden-candidato-democratici/
Last updated: 2024-07-13T10:19:11.000Z
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L’hai letto, visto, sentito: da qualche settimana il mondo ha scoperto che **Joe Biden** non è più al massimo delle sue capacità cognitive – anche se lui e la Casa Bianca lo negano e non ci sono dati certi in merito – e molti all’interno del suo partito vorrebbero che lasciasse la candidatura in vista delle elezioni di novembre.
Dopo la performance disastrosa del [primo dibattito](https://www.culturewars.it/dibattito-trump-biden-atlanta/) con Donald Trump, dove il presidente è apparso confuso e senile, in queste ore è arrivato un nuovo importantissimo banco di prova per Biden: la **conferenza di chiusura del summit Nato**, da lui tenuta a Washington la sera dell’11 luglio.
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### Alice Munro, tutto su mia madre
URL: https://www.culturewars.it/alice-munro-figlia-molestie/
Last updated: 2024-07-23T13:02:11.000Z
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Tra il primo luglio e il 31 agosto del 1976 Andrea Robin Munro – la figlia della scrittrice recentemente scomparsa **Alice Munro**, oggi nota col nome da coniugata Andrea Skinner – è stata a più riprese molestata sessualmente dal secondo marito di sua madre, **Gerald Fremlin**, nella loro casa di Clinton, una cittadina a due passi dalle sponde del lago Huron che segnano il confine fra Canada e Stati Uniti d’America.
Lo sappiamo perché l’11 marzo 2005 il tribunale della locale contea di Goderich ha stabilito che Fremlin, allora già ottantenne, quasi trent’anni prima aveva «aggredito a fini sessuali» Andrea, che nel 1976 **aveva nove anni** e si trovava in Ontario per passare l’estate con la madre.
Alice Munro era già una scrittrice famosa in Canada, benché ancora lontana dal diventare un’icona letteraria globale: Andrea era nata nel 1966, quando la madre era ancora legata al suo primo compagno, Jim Munro, e i suoi genitori avevano comprato una grande casa a Victoria, nella British Columbia, a migliaia di chilometri dall’Ontario. Secondo gli accordi post-separazione tra i Munro, la bambina avrebbe trascorso l’anno scolastico a ovest, nella Columbia britannica, per poi passare i mesi estivi nella casa di Huron County.
Huron County è il riconoscibile scenario bucolico delle storie di vita famigliare e relazionale che hanno reso famosa Alice Munro. Ma è anzitutto il luogo in cui “Gerry” Fremlin, di professione geografo, ha molestato Andrea Munro e, secondo quanto riportato, altri bambini e ragazzini in età prepuberale.
Andrea Munro ha deciso di affidare la sua storia a un [devastante articolo](https://archive.is/3svhz?ref=culturewars.it#selection-6947.106-6947.120) del Toronto Star in cui racconta come quei fatti del 1976 abbiano segnato per sempre la sua vita e il rapporto con se stessa e con gli altri, a partire da quello con la sua famiglia. Nel 1992, da ventenne, Andrea si era fatta coraggio scrivendo alla madre per confessarle «un terribile segreto»; non l’aveva fatto in precedenza, temendo che lei le addossasse ogni colpa.
E così sarebbe andata, effettivamente: dopo un primo breve periodo di separazione dal compagno pedofilo, **Munro era tornata da Fremlin**, adducendo di non poter stare senza di lui; Fremlin, dal canto suo, aveva inviato lettere a Jim Munro e alla sua nuova compagna Carole Sabiston ammettendo i fatti, ma negando la ricostruzione di Andrea e parlando addirittura di una situazione «alla Lolita e Humbert», in cui sarebbe stata la bambina a provocarlo.
Nel 2004, il New York Times Magazine ha pubblicato un’intervista ad Alice Munro in cui quest’ultima ritrae il compagno come «l’amore della sua vita», una persona per lei insostituibile, un centro di gravità permanente: la proverbiale ultima goccia che ha portato la figlia Andrea – con cui la scrittrice non parlava già da qualche anno – a consegnare alla polizia dell’Ontario le lettere incriminanti scritte da Gerald Fremlin, che poi è stato condannato a due anni di condizionali ed è morto nel 2013, lo stesso anno in cui la moglie è stata insignita del premio Nobel per la letteratura.
Quando storie come queste fanno capolino nella confusione della polis digitalizzata, di norma si buttano nella mischia espressioni come «indignazione social» e «cancel culture», oltre a varie considerazioni sul dove posizionare lo **spartiacque tra arte e artista**, tra intelletto che scrive e prassi della persona che vive, e via discorrendo.
Nel caso di Alice Munro, va detto, non prestarsi all’accostamento rituale fra esistenza scritta ed esistenza vissuta è particolarmente arduo: non solo i suoi racconti si svolgono negli stessi luoghi in cui ha permesso che la sua terzogenita venisse molestata dal marito, ma raccontano per allusioni e salti narrativi storie segnate dai segreti e dai rimossi delle trame familiari della classe media.
In *Segreti svelati* (Einaudi, 2008) appare il racconto *Vandali*, dove l’anziana Bea Doud corrisponde con una giovane ragazza, Liza, dopo aver perso il marito, un iracondo tassidermista di nome Ladner. Liza e suo fratello Kenny da piccoli erano vicini di casa di Ladner, che li portava nel suo terreno verde di alberi e – Munro è attenta a farlo intendere di sponda, senza scriverlo apertamente – abusava di loro. Dalla traduzione di Marina Premoli:
> Quando Ladner afferrò Liza e le si schiacciò contro, lei ebbe la sensazione che un pericolo fosse annidato nell’uomo, un crepitio meccanico, come se dovesse esaurirsi in una stilettata di luce e che di lui non dovesse rimanere niente altro che fumo e odore di bruciato e fili elettrici a brandelli. Al contrario Ladner si afflosciò con pesantezza, come una pelle di animale che si libera dopo essere stata svuotata della carne e delle ossa.
Bea Doud sapeva e aveva scelto di perdonare, forse, o di essere complice e dimenticare. **Alice Munro sapeva?** E se sì, quanto? E se sapeva, perché non ha fatto in modo di rompere il circolo di violenza ai danni di deboli a lei vicini che non potevano difendersi? E ancora, che peso può avere tutto questo nel nostro approccio alla sua opera?
Come nei libri di Alice Munro, la terribile vicenda che riguarda sua figlia Andrea è fatta da decenni interi di non detti, di silenzi, di rimozioni di branco: «C’era il dubbio, c’era l’ignorare le conseguenze, c’era la paura, c’era la codardia e c’era il fattore fama. È stato un grosso problema», ha spiegato al Toronto Star Jenny Munro, la sorella maggiore di Andrea.
Tutti sapevano ma nessuno si è dimostrato disposto ad ascoltarla: non la madre che l’aveva messa al mondo; non il padre biologico, a cui era stata raccontata la violenza e se ne era messo prontamente al riparo, per salvaguardare la sua serenità; non i fratelli e le sorelle, incapaci di dare la giusta dimensione all’accaduto; non la comunità di adulti delle due cittadine, giacché anche se «tutti sapevano» (parola di Carole Munro), nessuno ha aiutato la bambina, e poi la ragazza, e poi la donna a venir fuori dal suo incubo.
È un mondo così crudele e distorto che una confessione del genere dev’essere preceduta, sul giornale che l’ha pubblicata, da un paragrafo che spiega che i figli della scrittrice, pur parlando di questa vicenda, «vogliono che il mondo continui ad adorare l’opera di Alice Munro», ma nel contempo, dopo tanti anni, «si sentono obbligati a condividere cosa significasse crescere nella sua ombra, e come proteggere la sua reputazione abbia avuto un costo devastante per sua figlia».
Perché di questo si parla. Certo, quando si naviga in queste acque tutto va sempre verificato, e di certo i processi agli scrittori non si possono fare postumi, ma i dati in nostro possesso parlano di **una coltre di fama, successo, potere** che ha offuscato il dolore intollerabile patito da una persona nell’arco di una vita intera. È Andrea Munro stessa a dirlo: «Molte persone influenti sono venute a conoscenza di parti della mia storia, eppure hanno continuato a sostenere e a integrare una versione che sapevano essere falsa».
Parlando di quanto questo orrore privato sia legato a doppio filo alla fiction di dominio pubblico, va aggiunto che a convincere Andrea Skinner a scrivere alla madre, quel giorno del 1992, era stata la reazione di Alice Munro a una *short story* in cui una ragazza muore suicida dopo aver subito abusi sessuali da parte del patrigno. Quella volta, Munro aveva chiesto a Skinner perché la ragazza del racconto non fosse andata a dirlo a sua madre, ma quando lei l’aveva fatto aveva paradossalmente trovato una porta chiusa, a cui avevano fatto seguito anni di silenzio e allontanamento.
Sì, è ovvio: chi lancia petizioni digitali per la revoca di questo o quel premio letterario ha una strana (e deleteria) concezione della letteratura e della società, a cui questa newsletter non ha lesinato critiche. Ma non possiamo applicare **il passepartout della “cancel culture”** come se fosse la chiave che apre ogni porta: qui non stiamo parlando di vecchie accuse mai provate ritirate fuori da un pugno di esagitati su Twitter, né del titolo strappa-engagement di un editoriale sciocco che cerca di giocare alle guerre culturali su una mostra di Tiziano.
Quello che è successo ad Andrea Skinner è stato avvolto dall’ombra rassegnata del tempo, dal silenzio disperato che popola tanti dei bellissimi racconti della madre, ma è, anzitutto, successo nel mondo reale; e nel mondo reale nessun adulto ha saputo proteggere una bambina dal male, in un contesto in cui avrebbe avuto ogni strumento per farlo.
Prima di morire, Alice Munro ha provato a scacciare anche gli ultimi simulacri tardivi di senso di colpa spiegando alla figlia vittima di violenza – l’ha detto la stessa Andrea Skinner – «che la colpa era della nostra cultura misogina, se mi aspettavo che lei negasse i propri bisogni, si sacrificasse per i suoi figli e rimediasse agli errori degli uomini». Parole che nei suoi lettori affezionati lasciano un vuoto sbigottito: le donne munroviane sono spesso in balia degli uomini e le loro malefatte, sì, ma la donna Munro lo era *davvero* fino a questo punto?
Nella sua lunga e premiata carriera letteraria, la più grande scrittrice canadese di ogni tempo non deve aver mai ammesso – nemmeno a se stessa – che **non basta la fiction per scappare dai segreti** o per cambiare il mondo, specie se decidi di chiudere gli occhi di fronte alla parte di mondo che dipende da te. La riparazione è parziale, il guasto si ripresenta e alla fine tocca gettare via tutto: non è una cancellazione, ma qualcosa di più ancestrale e complicato.
## ****Altre news dal fronte**
- Nel Queens le guerre culturali si giocano [attorno alle piste ciclabili](https://www.nytimes.com/2024/07/01/nyregion/street-wars-bike-lanes-queens.html?ref=culturewars.it);

- Quando dico che la massa critica degli utenti che orientano le conversazioni online ha tantissimo tempo da perdere, ecco, [*beat this*](https://x.com/SwannMarcus89/status/1810470778749460596?ref=culturewars.it) (c’è un mondo da scoprire, cercando “Miami Vice”: fai le tue ricerche);

- Avere università tendenzialmente di sinistra è [un vantaggio](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2024/07/conservative-students-college-ideology/678934/?ref=culturewars.it) per gli studenti conservatori?
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### La locura del Panopti–content
URL: https://www.culturewars.it/tiktok-panopticon/
Last updated: 2024-07-23T13:03:14.000Z
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«Se questo tizio sul volo United Airlines 2140 da Houston a New York è tuo marito, stasera probabilmente dormirà con una certa Katy. TikTok, fai la tua magia».
La scena è piuttosto semplice da immaginare. Un uomo e una donna, su un aereo. Un paio di drink, una chiacchierata. Accanto, una persona ascolta, si appassiona a quelle parole, a quelle storie.
Ricostruisce una vicenda di tradimento, una moglie e una figlia lasciate a casa per passare un po' di tempo con un’altra donna. Decide che quel fatto va raccontato: registra un video, scrive una lunga caption, pubblica **su TikTok**.
Il video – ora cancellato – diventa virale. Ne segue un altro, da oltre un milione di visualizzazioni. Nei commenti, le persone iniziano a cercare la moglie tradita: e ovviamente la trovano, dopo poco tempo. La taggano: espongono il suo nome, la sua storia, la sua vita privata a milioni di persone. Probabilmente lo fanno *a fin di bene*, con l'idea di partecipare a una sorta di giustizia collettiva.
È la magia di TikTok: in sostanza, l’illusione di avere a disposizione una realtà che possa intrattenerci. Una realtà con cui possiamo interagire, che possiamo condizionare, in cui possiamo **recitare la parte di spettatori protagonisti**. Guardando contenuti, commentando, producendo contenuti a nostra volta.
È ciò che un bell’[articolo](https://www.buzzfeednews.com/article/clarissajanlim/viral-tiktok-consent-panopticontent?ref=culturewars.it) di BuzzFeed News chiama «**Panopticontent**»: una sorta di sistema di sorveglianza collettivo, a cui partecipiamo con lo scopo di costruire un'identità digitale sui social network. Tutto è un contenuto: quindi, tutti sono personaggi che popolano il mondo del mio intrattenimento.
Ci sono due riflessioni da fare, a partire da una premessa: qualunque sia lo scopo, non è mai sensato – ed è un reato – filmare qualcuno e pubblicarne le immagini su internet senza il suo consenso. Con questo terreno comune, le questioni in campo sono almeno un paio, come dicevo. La prima è di piattaforma, di una tecnologia che abilità una **nuova modalità di relazione con il mondo**. TikTok, lo sappiamo, ha trasformato i social media in spazi basati sugli interessi, sui contenuti: non importa chi tu sia, l’algoritmo può far arrivare il tuo post a ogni latitudine.
È l’istituzionalizzazione di quello che per lungo tempo abbiamo chiamato collasso del contesto. Che è una cosa nata su Twitter, con quella formula del [*main character*](https://knowyourmeme.com/memes/twitters-main-character?ref=culturewars.it), usata per identificare il tweet che diventava virale, che usciva dalla bolla per entrare nella colonna dei trend.
Ecco, il collasso del contesto è la possibilità che una comunicazione immaginata per un pubblico e una situazione specifica esca da quelle precondizioni precise, per arrivare alla portata di tutti. Succede tutto il tempo, e succedeva anche prima di TikTok. Ma la piattaforma cinese ha istituzionalizzato questa conseguenza inattesa.
L‘ha resa una feature, anzi: ogni contenuto può – o meglio: deve – avere la possibilità di arrivare a tutti gli utenti. E questo moltiplica le conseguenze della diffusione di un video girato all’insaputa della persona ripresa: non è più un’esposizione a un gruppo più o meno ristretto di persone; è finire sui giornali dopo un milione di visualizzazioni.
La seconda riflessione ha a che fare con le modalità con cui ci relazioniamo a ciò che sta intorno a noi. Va ripetuto ancora una volta: **i social non sono più spazi di relazioni sociali**. Sono, invece, piattaforme di entertainment, in cui entriamo per passare del tempo, informarci, scoprire cose nuove. È un cambiamento enorme, travestito da semplice evoluzione nell’uso di uno strumento.
Per anni, infatti, le nostre modalità di intrattenimento e relazione con la realtà hanno avuto regole precise: storie, personaggi, sospensione dell’incredulità. Quella cosa che sto vedendo è verosimile, sembra vera, *ma è solo realistica*. «I fatti sono inventati, è vera la realtà sociale che li produce», per parafrasare i titoli di testa di *Le mani sulla città* di Francesco Rosi. A rompere quest’equilibrio è poi arrivata la reality tv che, per la prima volta vent’anni fa, ha preteso di **raccontare storie vere**. Quelle sono persone, insomma, non personaggi, seppur costretti in un contesto preciso (la casa del *Grande Fratello*) o in uno script riconoscibile (*Uomini e donne*, per dirne una).
Ecco, nella loro forma attuale i social media sono l’evoluzione della reality tv. Del resto, chiunque può pubblicare e la grammatica impone che non ci sia – o che si nasconda – qualunque mediazione, in nome dell’autenticità. Le persone che vediamo lì dentro, le storie di cui fruiamo, sembrano reali: non ci sono personaggi, nessuno interpreta qualcun altro.
Eppure, quando cerchiamo di divertirci, lo diventano: li vogliamo nella parte che abbiamo scelto per loro, esigiamo che facciano quello che ci aspettiamo, che reagiscano ai nostri stimoli. Trattiamo quelle storie **con l’indifferenza morale che riserviamo ai personaggi**. Sì certo, ci affezioniamo, ma a contare è la funzione ultima: vogliamo essere ingaggiati o, dall’altro lato dello smartphone, creare engagement in funzione della ricerca di una validazione sociale.
Il corollario è semplice, quanto inquietante: se tutto è contenuto, e se i social network sono la principale porta d’accesso al mondo per un numero molto alto di persone, allora il *Panopticontent* altro non è che la trasformazione di qualunque cosa in un prodotto di intrattenimento.
Sarà inflazionata, ma in chiusura mi pare funzioni bene quella frase che uno dei tre sceneggiatori di *Boris* pronuncia mentre cerca di spiegare a René Ferretti la «locura», l’ingrediente segreto delle nuove produzioni della fantomatica rete televisiva infida e vessatrice: «Un paese» (o un mondo, ormai?) «di musichette, mentre fuori c’è la morte».
## ****Altre news dal fronte**
- «Questa non è una guerra culturale»: essere una donna [nel Regno Unito post-Brexit](https://www.theguardian.com/politics/article/2024/jul/02/this-isnt-a-culture-war-uk-women-feel-politically-homeless?ref=culturewars.it);

- Ma non è che la sinistra internazionale, Biden a parte, ha [saltato lo squalo](https://www.politico.eu/article/germany-social-democrat-politics-voter-uk-labour-keir-starmer-progress/?ref=culturewars.it)?

- Forse la cosa più delirante che abbia letto quest’anno: non è che il presidente degli Stati Uniti in carica [ha solo bisogno di un po’ di IA generativa](https://www.huffpost.com/entry/opinion-joe-biden-campaign-ai%5Fn%5F668482b9e4b038babc7d56f2?ref=culturewars.it)?
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### Trump 1 - 0 Biden
URL: https://www.culturewars.it/dibattito-trump-biden-atlanta/
Last updated: 2024-06-28T08:18:08.000Z
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Come qualcuno temeva – e qualcun altro sperava – il primo dibattito presidenziale statunitense del 2024 è stato una sconfitta su tutta la linea per Joe Biden, che ha fatto i conti con **un Donald Trump smargiasso e bugiardo** ma efficace, e con capacità dialettiche e mentali apparse sempre più in ritirata.
Nel Partito democratico – ma [anche](https://x.com/KanekoaTheGreat/status/1806523693906141444?ref=culturewars.it) [sui media](https://www.vox.com/politics/357746/biden-trump-debate-democrats-replace-dnc?ref=culturewars.it) – si moltiplicano le voci di chi vorrebbe che annunciasse il suo ritiro dalla corsa alla Casa Bianca. Ma andiamo con ordine: cos’è successo ad Atlanta?
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### Il Chomsky di Schrödinger
URL: https://www.culturewars.it/fake-news-chomsky-morto/
Last updated: 2024-06-27T08:54:45.000Z
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Il 18 giugno, mentre la maggior parte delle testate online – italiane e non – titolavano con variazioni di “**Chomsky è morto**” ed era già partito il consueto cordoglio sui social media, il network latinoamericano TeleSUR English riportava per primo le parole di Valeria Wasserman, la moglie del linguista: Chomsky è in ospedale, ma è ancora vivo.
Prima della smentita, c’era stato un lungo silenzio da parte dei media: probabilmente stavano facendo le verifiche che non avevano fatto al momento di pubblicare la notizia della dipartita. Intanto su X, alcuni post di fonti allegavano screenshot di conversazioni dirette con Valeria Chomsky (come quello di [Amauri Gonzo](https://twitter.com/amaurigonzo/status/1803164551082303985?ref=culturewars.it), giornalista del sito di news brasiliano Ponte Jornalismo). Il giorno successivo alcuni giornali, come Avvenire, si sono anche [scusati](https://www.avvenire.it/agora/pagine/noam-chomsky-falsa-notizia-morte?ref=culturewars.it) per l’errore.
Nel frenetico mondo dell'informazione digitale, la **pressione per essere i primi** a pubblicare una notizia spesso supera la necessità di essere accurati. L'episodio della falsa notizia della morte di Noam Chomsky non è un caso isolato, ma sintomo di un problema sistemico.
Rimanendo in tema, l’elenco dei [necrologi prematuri](https://en.wikipedia.org/wiki/List%5Fof%5Fprematurely%5Freported%5Fobituaries?ref=culturewars.it) di Wikipedia descrive nel dettaglio quasi 400 casi di fretta eccessiva, con protagonisti celebrità e persone comuni.
In tempi recenti abbiamo imparato che le fake news sono perlopiù bufale create da non giornalisti: e, di fatto, siamo ancora tutti più propensi a pensarle all’interno di cornici come attività di disinformazione praticate tramite bot, testate controllate da propagandisti e campagne mirate sui social media. Eppure, guardandoci intorno, oggi ci accorgiamo che sono sempre più spesso da **attribuire alla frettolosità** e all’inaccuratezza di molti professionisti (o, talvolta, sedicenti tali) dell’informazione.
Nella Corsa alla Breaking News lo scontro diventa spesso Velocità contro Verità: per pubblicare per primi – e rispondere così ai dettami della notiziabilità, senza rischiare di “bucare” la notizia – i media finiscono per **“uscire male”**, dando un timbro di autorevolezza a fatti inesistenti.
I casi come quelli della falsa morte di Chomsky rappresentano la punta dell’iceberg di un problema più ampio e complesso. Questi errori, pur non essendo intenzionalmente ingannevoli, contribuiscono a mutare la predisposizione del pubblico verso il giornalismo. E il clima che ne risulta crea un terreno fertile per la proliferazione di fake news vere e proprie, quelle deliberatamente create per disinformare.
La linea tra errore giornalistico e disinformazione intenzionale diventa sempre più sfumata agli occhi della persona comune, rendendo cruciale un’**analisi critica delle fonti di informazione** e dei processi di verifica delle notizie.
Col tempo, il fenomeno della corsa all’oro del click ha aumentato la difficoltà a distinguere le notizie vere da quelle false, compromettendo ulteriormente l’attendibilità del giornalismo. Senza contare che, ovviamente, la proliferazione di notizie false non è solo un problema di integrità giornalistica, ma ha profonde conseguenze sociali e politiche.
Innanzitutto, per l’appunto, instilla **sfiducia nei lettori.** Il [Rapporto sulla comunicazione 2023](https://www.censis.it/comunicazione/il-vero-e-il-falso?ref=culturewars.it) del Censis ha rivelato che il 72,6% degli italiani ritengono che sia ormai difficile distinguere le notizie vere dalle false, o dalla propaganda.
Secondo l’ultimo [Edelman Trust Barometer](https://www.edelman.it/trust/2024/trust-barometer?ref=culturewars.it), un rilevamento condotto in 28 Paesi del mondo, il 73% degli italiani ritiene che i giornalisti stiano deliberatamente cercando di fuorviare diffondendo informazioni false o grossolanamente esagerate. Una percentuale più alta di quella registrata dai leader dei governi (72%) e dagli imprenditori (68%).
Lo si nota anche empiricamente: molto spesso nei commenti ai post delle testate dozzine di utenti ricorrono all’appellativo “giornalaio” – suggerendo un uso dispregiativo del termine per sminuire la categoria – presentissimo anche nelle conversazioni quotidiane che si possono carpire per strada.
Tutto questo produce unimpatto socio-politico rilevante:il dilagare delle news finte o fuorvianti può **influenzare i processi elettorali e le decisioni politiche** cruciali (e di questo abbiamo avuto diverse prove a livello internazionale negli ultimi anni, dal trumpismo fino a Brexit). Il paradosso, tuttavia, è che anche la lotta alle fake news potrebbe portare a conseguenze inattese e controproducenti.
Un [rapporto](https://www.rand.org/pubs/research%5Freports/RR2314.html?ref=culturewars.it) di Rand già nell’ormai relativamente lontano 2018 suggeriva che l'attenzione costante alle fake news avrebbe portato a un «**declino della verità»,** cioè a un milieu in cui le persone diventano sempre più scettiche verso le fonti di informazione, di fatto ridimensionando il ruolo centrale di una verità oggettiva e verificabile.
Tra i rischi delle fake news così intese c’è anche l’**effetto *backfire***: i tentativi di correggere le informazioni errate possono in realtà rafforzare le convinzioni originali, specialmente tra i gruppi ideologicamente allineati, in una delle dinamiche più standard nelle camere dell’eco dei social media.
Allora che fare, volendo citare il titolo di un noto romanzo dello scrittore russo Nikolaj Černyševskij? Come possiamo invertire la rotta?
La chiave per combattere la disinformazione potrebbe passare dall'educazione. Anzi, da un’**alfabetizzazione mediatica**. Un [programma pilota](https://www.irex.org/project/learn-discern?ref=culturewars.it) in Ucraina ha dimostrato che un’educazione mediatica di questo tipo può aumentare significativamente la capacità delle persone di riconoscere e identificare le notizie false a cui sono esposte ogni giorno.
Un’altra soluzione potrebbe esse il **fact-checking collaborativo**. L’International Fact-Checking Network [promuove](https://www.poynter.org/ifcn/?ref=culturewars.it) standard globali per il fact-checking e la collaborazione tra i “verificatori di fatti” dentro e fuori le redazioni di ogni parte del mondo. L’unione fa la forza, o almeno c’è da sperarci.
La corsa alla viralità continua a mettere a rischio l'integrità dell'informazione, e solo attraverso uno sforzo collettivo possiamo sperare di navigare nel complesso panorama informativo del XXI secolo senza perdere di vista la cosa più importante: che era, è, e rimarrà la verità.
## ****Altre news dal fronte**
- Da *safe spaces* a *hostile environments*: anglicismi a parte, non è che il politicamente corretto [rischia di trattare solo i sintomi](https://www.queermajority.com/essays-all/the-underbelly-of-political-correctness?ref=culturewars.it) del malanno?;

- Perché i maschi adolescenti sono, sembra, più attratti dalle sirene dell’estrema destra rispetto ai loro nonni? Il parere della ricercatrice di Stanford [Alice Evans](https://www.theatlantic.com/podcasts/archive/2024/06/young-men-sexist-feminism-gender/678764/?ref=culturewars.it);

- La Corte Suprema ha deciso: il governo federale americano può [continuare ad agire attivamente](https://edition.cnn.com/2024/06/26/politics/social-media-disinformation-supreme-court-ruling/index.html?ref=culturewars.it) contro la disinformazione sui social media.
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### Thou shalt not kill
URL: https://www.culturewars.it/louisiana-comandamenti-scuole/
Last updated: 2024-07-17T13:23:19.000Z
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**Jeff Landry** è un nome che magari non ti dice niente, ma che simboleggia molti aspetti centrali della politica americana contemporanea: figlio di un’insegnante di religione e di un architetto, è governatore della Louisiana da appena sei mesi, ma ha già messo la firma su un decreto di cui si parla in tutto il mondo.
Landry è un Repubblicano e un sostenitore dichiarato di Donald Trump, e non da oggi: nel 2020 si è schierato con l’allora presidente nel denunciare i mai verificati brogli elettorali ai danni di Trump durante le elezioni presidenziali. E, siccome al tempo ricopriva la carica di procuratore generale della Louisiana, ha dato manforte alla costruzione del caso *Texas v. Pennsylvania*, la causa con cui i procuratori Repubblicani hanno cercato di invalidare i risultati degli Stati chiave in cui Joe Biden ha battuto Trump.
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### Sparlarne fra nemici
URL: https://www.culturewars.it/mazzini-telegram-social/
Last updated: 2024-06-18T06:00:46.000Z
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Su ampie porzioni del web italiano ha tenuto banco per giorni una vicenda che coinvolge una personalità nota su Instagram, **Serena Mazzini** (in arte [Serena Doe](https://www.instagram.com/serenadoe%5F%5F%5F/?ref=culturewars.it)), che negli ultimi anni si è ritagliata un ruolo di primo piano nella critica continuativa ad alcune dinamiche connaturate ai social media, a cominciare da una certa incarnazione dell’*influencing*.
Il filo si può riavvolgere sino a una storia postata dall’attivista Valeria Fonte: secondo un gruppo di accusatori di cui Fonte fa parte, Mazzini avrebbe avuto un gruppo privato su Telegram in cui 70 suoi «adepti», ha scritto Fonte, erano soliti condividere post, chat e foto di noti influencer e attivisti, screenshottate dai loro post pubblici o anche, «senza consenso», dalle storie Instagram «per amici stretti».


La questione si è ingigantita quasi subito, ed è stata ripresa da altri profili molto seguiti dell’Instagram militante italiano, a partire da quello di Carlotta Vagnoli. Mazzini, dopo qualche giorno, ha postato una [lunga risposta](https://www.biccy.it/serena-mazzini-telegram/?ref=culturewars.it) in cui ha parlato del suo rapporto con questo spazio su Telegram – definito «un gruppo di persone che si vogliono bene» – di chi lo gestiva, di quello che a suo dire è stato un ingigantimento di polemiche basate su pochi atti di sostanza effettivamente discutibile.
> Confermo l’esistenza di un gruppo Telegram composto da poche persone praticamente tutte amiche: uno spazio di confronto e conforto in cui tra i topic principali c’erano foto dei nostri animali, le ricette, spazi dedicati agli sfoghi personali o alle relazioni.
Mazzini ha scritto che «c’era anche una sezione dedicata a influencer e *sharenting* dove si commentava quello che succede sui social», il luogo dei presunti misfatti denunciati dai suoi accusatori e poi finiti in un vortice di storie, post e accuse reciproche.
Di norma, arrivato a questo punto chi si trova al di fuori delle bolle digitali piccole o grandi sta facendo spallucce: *qual è il tema, qui?* Di cosa stiamo parlando? Detto che sulla vicenda e i suoi aspetti più fumosi paiono gravare contenziosi anche legali, a mio modo di vedere stiamo parlando di una disputa personale caricata di sovrastrutture per camuffarla da ciò che non è.
Mi spiego meglio: visto da fuori, e al netto di ulteriori evoluzioni della vicenda, il redde rationem dell’attivismo virale su Instagram sembra più che altro **un togliersi sassolini dalle scarpe mosso da antipatia personale**. Qualcuno, come Vagnoli, ha sottolineato che quanto sarebbe accaduto nella chat di Telegram – eliminata un mese prima che la sua esistenza diventasse di dominio pubblico, ha spiegato Mazzini, e dove gli screenshot erano disattivati – è la pistola fumante di un problema sistemico.

Qualcun altro, come la ricercatrice sulla violenza di genere online Silvia Semenzin – non si sa se apparsa o meno nel gruppo – ha ricollegato l’accaduto a **un torto privato patito sei anni fa** per mano di Selvaggia Lucarelli ([qui](https://mowmag.com/attualita/fonte-vagnoli-e-semenzin-sputtana-e-su-un-telegram-e-cosa-c-entrano-serena-doe-e-selvaggia-lucarelli-ecco-tutto-quello-che-sappiamo-sul-gruppo-e-la-pesante?ref=culturewars.it) il testo dell’intervento di Semenzin), di cui Mazzini è una stretta collaboratrice, invitando a «un callout pubblico e che sia duraturo». Ma cosa c’entra ciò che Selvaggia Lucarelli avrebbe fatto nel 2018 con quel che Mazzini ha – forse – fatto nel 2024? C’entra, si legge, «perché qui stiamo parlando di personaggi che si sono fatti grande spazio nell'opinione pubblica».
Certo, è vero. E permettimi di dire che non ho mai provato particolare simpatia per i metodi di Selvaggia Lucarelli (cito soltanto il recente [caso della ristoratrice](https://www.culturewars.it/giovanna-pedretti-recensione/) Giovanna Pedretti). Non ne apprezzo la veemenza, l’attitudine alla messa alla gogna, le battaglie ad personam. A Serena Mazzini si può rimproverare di aver, in una certa misura, ceduto alle dinamiche social che sottopone a critica da anni, esasperando i toni e prestando il fianco alla personalizzazione.
Ma a farsi «grande spazio nell’opinione pubblica» negli ultimi tempi sono stati anche quelli e quelle che hanno alimentato la polemica imperniata su Serena Doe. E se non posso sapere cosa sia stato postato sul famigerato gruppo Telegram al centro della storia, so bene che di gruppi in cui si sparla di “nemici” social ne abbiamo tutti.
Magari non arrivano a 70 persone, sì; ma ripostare storie, tweet e status di quel/la tizio/a che abbiamo preso in avversione con altri 69 utenti è revenge porn da incel, mentre condividerle con altri 8, 10 o 15 può essere derubricato a ordinaria amministrazione? Onestamente no, non credo (senza contare che c’è chi bersaglia ossessivamente i suoi antagonisti algoritmici anche in pubblico, con danni esponenzialmente maggiori).
Lo dico anche perché molte persone che si sono sentite legittimate ad arrabbiarsi per questa vicenda non considerano che la chiave di volta della loro attività sui social spesso **poggia proprio su ciò verso cui puntano il dito**: mettere in pasto altre persone – non di rado prive dei codici, dell’appartenenza di ceto o dei numeri di pubblico con cui potersi difendere – allo spirito di corpo di chi è parte dello stesso gruppo o [camera dell’eco](https://www.treccani.it/vocabolario/echo-chamber%5F%28Neologismi%29/?ref=culturewars.it), esponendole a una *walk of shame* fatta di post e *reactions* da colpetto di gomito.
Certo, condividere materiale privato – peggio se di natura intima – è tutta un’altra storia (e su quest’accusa si pronunceranno i diretti protagonisti del caso, magari). Ma per quanto riguarda il nucleo delle contestazioni che ho letto, direi che la «decostruzione transfemminista» c’entra poco: se Serena Mazzini ha fatto parte di un gruppo Telegram privato con accesso a invito in cui qualche decina di contatti si scambiavano battutine sui loro bersagli di riferimento, ha partecipato a una prassi che le piattaforme digitali hanno reso la norma accettata da almeno un decennio. Il «call-out duraturo» facciamolo a Mark Zuckerberg, magari.
Non è mia intenzione difenderla – l’ha fatto e, immagino, lo farà da sola – e chi obietta che da una persona che studia le derive digitali ci si deve aspettare di più ha molte ragioni. Ma mi piacerebbe che pensassimo tutti all’ultima volta in cui ci siamo fermati a riflettere prima di esporre – in pubblico o in privato – malcapitati che percepiamo come lontani da noi. Io stesso ho iniziato a farlo in tempi dolorosamente recenti, e ancora non mi riesce sempre bene.
Fedez – che di Mazzini è un noto avversario da tempo – se non altro è stato onesto: a scandalo scoppiato, ha [postato](https://www.biccy.it/storie-criptiche-chiara-ferragni-serena-mazzini/?ref=culturewars.it) soltanto un pezzo di una sua canzone che parla di sedersi lungo un fiume e aspettare di veder passare il proverbiale cadavere del nemico.
Tutto sommato, l’ho trovato più genuino di cercare di ammantare a tutti i costi beghe e questioni personali di **significati ultimi per il destino della società**: uno spostamento semantico che accade ogni giorno sui social, per precisa scelta di chi li ha disegnati in questa forma. È meglio tenerlo a mente in vista della prossima faida su Instagram.
## ****Altre news dal fronte**
- E quindi un po’ di aggiustamenti agli [algoritmi di Google Maps](https://twitter.com/kaseyklimes/status/1802431551671603375?ref=culturewars.it) potrebbero aiutare i quartieri più svantaggiati?

- Pare che il silenzio sia diventato uno [strumento di gentrificazione](https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2022/09/let-brooklyn-be-loud/670600/?ref=culturewars.it) (se sì, la mia intolleranza al rumore fa di me un finto povero);

- Il chirurgo generale degli Stati Uniti d’America (che no, non è un chirurgo di mestiere, ma la figura istituzionale che si occupa di salute pubblica all’interno del governo di Washington) vuole un [*warning label* per i social](https://www.nytimes.com/2024/06/17/opinion/social-media-health-warning.html?ref=culturewars.it), causa primaria di un’«emergenza» salute mentale fra gli adolescenti.
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### I nostri occhi e Rafah
URL: https://www.culturewars.it/occhi-su-rafah/
Last updated: 2024-05-30T10:48:43.000Z
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A meno che tu non viva in un capanno su una luna di Urano, avrai visto o partecipato a un trend che in questi giorni si è preso Instagram: la condivisione virale di un’immagine realizzata con un’IA generativa che mostra una tendopoli in cui gli alloggi di fortuna, visti dall’alto, si allineano per comporre le parole «***All Eyes on Rafah***», il teatro di probabili [crimini di guerra](https://www.amnesty.org/en/latest/news/2024/05/israel-opt-israeli-air-strikes-that-killed-44-civilians-further-evidence-of-war-crimes-new-investigation/?ref=culturewars.it) di Israele ai danni dei civili palestinesi inermi sfollati in questa città.

L’immaginetta è stata pensata come uno **stratagemma per portare i riflettori dell’opinione pubblica mondiale** a occuparsi maggiormente della crisi umanitaria in corso al confine tra Palestina ed Egitto, e per, come si dice, dare un segnale massiccio di opposizione alle violenze dell’offensiva israeliana.
Un intento giusto, e numericamente raggiunto: mentre scrivo l’immagine è già arrivata a **45 milioni di repost**, che si traducono in una visibilità impressionante. Ma, come ogni fenomeno che ha nelle piattaforme digitali il suo teatro di svolgimento, All Eyes on Rafah è rapidamente finito al centro di critiche, scontri e commentari che hanno spostato l’oggetto dalla sostanza alla forma.
La prima obiezione che gli è stata mossa è quella che il sempre ottimo Daniele Zinni ha sintetizzato benissimo – e col suo consueto stile – in questo meme:

Zinni fa riferimento a una delle campagne di mobilitazione pubblica a mezzo social media più famose dell’ultimo decennio di viralità. Nel 2012 una sconosciuta ong californiana pubblicò su YouTube un breve documentario su un sanguinario leader militare ugandese, Joseph Kony: si intitolava, appunto, ***Kony 2012***.
Il video fu il primo a superare le 100 milioni di visualizzazioni sulla piattaforma, e una delle prime vere mobilitazioni virali dell’era social: arrivò, in un modo o nell’altro, a centinaia di milioni di persone nel mondo, e fruttò all’associazione decine di milioni di dollari di donazioni.
Il contenuto però venne presto accusato di essere impreciso, fuorviante (com’era, si scoprì poi, accaduto con altro materiale prodotto dalla ong in questione, Invisible Children) e di fatto [controproducente](https://www.theatlantic.com/international/archive/2012/03/solving-war-crimes-with-wristbands-the-arrogance-of-kony-2012/254193/?ref=culturewars.it). Un sequel del documentario, pubblicato a breve distanza dal primo, non ottenne nemmeno una frazione della frazione del palcoscenico che si era ritagliato il primo. La vicenda ebbe un peso smodato sulla salute mentale del regista del video – nonché cofondatore dell’associazione – Jason Russell, che diede in escandescenze in pubblico e finì in una [clinica psichiatrica](https://www.bbc.com/news/world-us-canada-17409934?ref=culturewars.it).
**Da *Kony 2012* il mondo è cambiato**, e anche i social. Quello che accade a Rafah, già al centro delle cronache degli ultimi sette mesi e di un’importante quota di attivismo dentro e fuori dai social, non si può certo accostare a un oscuro signore della guerra di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima.
Ma è vero che qualcosa in comune, le due vicende, ce l’hanno: a partire dal rischio di limitare la nostra partecipazione a un **gesto di appartenenza simbolico**, che si dice efficace perché aumenta l’attenzione ma di fatto, se non è inserito in direttrici più ampie, non esce dai confini del trend virale del momento.
L’anno dopo la vicenda di Kony l’Unicef, anticipando di almeno dieci anni discorsi che non abbiamo ancora iniziato ad affrontare come si deve, diffuse alcuni [spot pubblicitari](https://www.ilpost.it/2013/05/03/attivismo-clic-unicef-svezia/?ref=culturewars.it) che avevano come filo conduttore uno slogan semplice e incontestabile: «I mi piace non salvano vite. I soldi sì».
Intendiamoci: su numeri come quelli di All Eyes on Rafah, non ho certezze granitiche. Centinaia di milioni di persone che, volente o nolente, vengono richiamate a un brutale eccidio in corso sono una cosa buona, non c’è dubbio. **È un segnale politico? In molti sensi sì**: ma se la leadership israeliana, il governo Netanyahu e l’IDF non si sono fermati di fronte alla richiesta di mandati d’arresto della Corte penale internazionale, a milioni di persone scese in piazza per i palestinesi in ogni parte del mondo e a una varietà di condanne internazionali, perché dovrebbero farlo per un’immaginetta con una scritta?
Voglio dire: nel 2024, siamo davvero ancora così ingenui da pensare che la viralità di un contenuto fuggevole sia condizione sufficiente per «tenere alta l’attenzione»? Come si fa a misurare l’impatto di una storia Instagram – magari schiacciata tra una foto del gatto e un selfie al ristorante – su una situazione di una tale urgenza? Non rischiamo (come, questo sì, accadeva già ai tempi di Kony) di chiudere frettolosamente la questione col benessere fittizio e l’assoluzione morale istantanea di un gesto simbolico? Di, insomma, condividere i nostri occhi su Rafah e tornarcene compiaciuti [alla macchinetta del caffè](https://twitter.com/emrato/status/1795722471024603603?ref=culturewars.it)?
Ma questi potrebbero essere ricami, fisime da studiosi delle dinamiche delle piattaforme. Va bene. Quel che mi rende pessimista tuttavia, personalmente, è anzitutto registrare dove sono davvero, i nostri occhi: perché i discorsi su Rafah in queste ore mi sembrano essere stati **soppiantati da quelli sull’immagine** che compone la parola «Rafah»: il fronte dei pro, il fronte dei contro, le trincee lungo le camere dell’eco, i *quote-tweet*, gli screenshot, le liste di chi ha condiviso e chi no, gli attacchi ai famosi e meno famosi. Eccetera.
Prendi questo tweet, che pare aver incontrato il favore di quasi diecimila utenti:
> mi sta per scoppiare una vena [pic.twitter.com/EBb9ynjFcj](https://t.co/EBb9ynjFcj?ref=culturewars.it)
>
> — vals; 🍉 (@piccoliboati\_) [May 28, 2024](https://twitter.com/piccoliboati%5F/status/1795523082213556708?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
È aberrante che una campagna su crimini e violenze ai danni di persone innocenti diventi l’occasione per sferrare un gancio al primo che passa, **colpevole soltanto di non essere aggiornato** sul contenuto delle condivisioni che vede su Instagram. Se l’intento dell’immagine – come hanno sostenuto in molti – è arrivare a sensibilizzare «fuori dai social», perché quando ci riesce talvolta iniziamo a scaldarci, impazienti di mostrare con sprezzo al nostro pubblico l’inanità del tizio a caso di turno?
Una risposta, anzi un triste sospetto, ce l’ho. Perché spesso entrare nella tana del coniglio della **modificazione comportamentale** che sta alla radice dell’assiduità socialmediale non è un atto neutro: significa mettere l’io narrante davanti alla storia, arrivando a sfumare inconsapevolmente i confini tra l’una e l’altra. Perpetuare dinamiche di polarizzazione e allontanamento dal dato di realtà originario – che, nel caso dei social odierni, sono dinamiche costitutive del mezzo – non può far bene ad alcuna causa.
Detto questo, e per concludere: hai condiviso All Eyes on Rafah? Per quanto mi riguarda non hai fatto nulla di male, anzi. **Bravo/a.** Ma non illuderti che fare la tua parte per avere un effetto concreto, anche soltanto cumulativo, possa fermarsi lì, ecco. Convivere con un po’ più di sensi di colpa per la nostra impotenza, in un mondo che ci piega a logiche comunicative del marketing e annacqua ogni pensiero trasformativo in pose da influencer, potrebbe non essere una cosa cattiva.
[Qui](https://donate.unrwa.org/gaza/~my-donation?%5Fcv=1&ref=culturewars.it), se hai modo e voglia, puoi donare qualcosa ai profughi palestinesi tramite l’Unrwa; [qui](https://www.unicef.org/appeals/state-of-palestine?ref=culturewars.it) tramite l’Unicef; [qui](https://www.anera.org/where-we-work/palestine/gaza/?ref=culturewars.it) tramite Anera. Le cose che cambiano il mondo sono ancora queste.
## ****Altre news dal fronte**
- Effetti delle guerre culturali: i capoccia delle aziende [non parlano più tanto](https://archive.is/eSd8W?ref=culturewars.it) di cambiamenti climatici, sostenibilità ambientale e diversità;

- Le [ricadute di ChatGPT sull’ambiente](https://www.theguardian.com/commentisfree/article/2024/may/30/ugly-truth-ai-chatgpt-guzzling-resources-environment?ref=culturewars.it) sono molto più serie di quanto immaginavi;

- Peraltro: un sacco di grandi testate stanno facendo accordi con OpenAI, la società produttrice di ChatGPT. Che effetti avranno [sull’informazione](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2024/05/a-devils-bargain-with-openai/678537/?ref=culturewars.it)?
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### Kennedy, terzo incomodo
URL: https://www.culturewars.it/kennedy-jr-candidato-usa/
Last updated: 2024-07-17T13:25:23.000Z
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Il prossimo 27 giugno CNN ospiterà il **primo dibattito presidenziale** in vista delle elezioni americane di novembre: sarà la prima volta che due persone che hanno già occupato il ruolo di presidente degli Stati Uniti si sfideranno in diretta televisiva, e il dibattito avverrà nella data più anticipata della storia degli anni elettorali.
Donald Trump e Joe Biden però potrebbero non parteciparvi da soli: il terzo incomodo dell’evento ha un nome di peso, **Robert F. Kennedy Jr.**, e gli entourage dei due sfidanti si erano dichiaratamente accordati per tenerlo fuori dal confronto, considerandolo tutt’al più una fonte di fastidio.
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### Il silenzio di Amal C.
URL: https://www.culturewars.it/amal-clooney-gaza/
Last updated: 2024-05-30T09:44:04.000Z
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Lunedì 20 maggio il procuratore capo della Corte penale internazionale (ICC) Karim Khan si è espresso a favore dell’emissione di mandati d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano **Benjamin Netanyahu**, del suo ministro della Difesa Yoav Gallant, del leader di Hamas Yahya Sinwar e di sue due sottoposti, il capo delle Brigate Qassem Mohammed Deif e il leader politico di Hamas Ismail Haniyeh.
È il culmine di un lavoro legale durato mesi, in cui la procura dell’ente sovranazionale ha vagliato le prove disponibili per concludere che le leadership di Israele e Hamas hanno violato il diritto internazionale e sono da intendersi colpevoli di **crimini di guerra e crimini contro l’umanità**.
L’annuncio di Khan non si tradurrà, ovviamente, in un arresto in grande stile dei cinque politici mediorientali (in passato la Corte ha prodotto pronunciamenti simili su Vladimir Putin e Mu’ammar Gheddafi, tra gli altri), ma è il primo vero colpo battuto dalla giurisprudenza internazionale su un conflitto in corso che ha già fatto decine di migliaia di morti innocenti. Ed è un colpo importante, in prospettiva diplomatica.
Tra gli esperti di settore che hanno revisionato l’incriminazione formale dell’ICC c’è **Amal Alamuddin** – ora meglio nota col suo nome da sposata Amal Clooney – che appare anche tra le firme di [un op-ed](https://www.ft.com/content/aa2089c5-6388-437d-bf5c-9268f3a788ce?ref=culturewars.it) pubblicato sul Financial Times in cui il gruppo ha spiegato le ragioni dell’esito della sua perizia:
> Per mesi ci siamo impegnati in un ampio processo di revisione e analisi. Abbiamo esaminato attentamente ciascuna delle richieste di mandato d'arresto \[...\] E siamo unanimemente d’accordo sul fatto che esistono ragionevoli motivi di ritenere che i sospettati identificati abbiano commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità all’interno della giurisdizione dell’ICC.
Amal Clooney, ben prima di essere un volto noto della cronaca rosa hollywoodiana, lo era – e lo è – nell’agone del diritto umanitario internazionale: è apparsa davanti alla Corte penale internazionale e alla Corte internazionale di giustizia rappresentando vittime di genocidio armene, del Darfur, ucraine.
Eppure il suo cursus honorum negli ultimi mesi non le ha evitato un profluvio di critiche sui social media. Il motivo? Beh, il non essersi esposta su Gaza. E con «esporsi» qui intendiamo, ovviamente, il pubblicare storie Instagram o tweet sulla tragedia in corso in Palestina.
«Il silenzio di Amal Clooney su Gaza mostra i limiti del liberalismo», tromboneggiava non più tardi del mese scorso [questo tizio](https://www.mintpressnews.com/amal-clooney-silence-gaza-shows-limits-liberalism/287251/?ref=culturewars.it), tal Alan MacLeod, spiegando che la «*liberal icon*» e la sua Clooney Foundation for Justice:
> Non si tirano mai indietro dal pronunciare i loro verdetti globali sulle questioni relative ai diritti umani. Eppure, nonostante sia di origine libanese e palestinese lei stessa, la Donna dell’anno 2022 della rivista Time ha mantenuto un silenzio completo sui continui bombardamenti di Israele su quei paesi.
Col senno del poi, certo, ma ora sappiamo che mentre lui scriveva articoli come questo e [correggeva titoli](https://twitter.com/AlanRMacLeod/status/1790039740839870888?ref=culturewars.it) di CNN in favore di follower, lei era una delle otto persone al mondo che stavano lavorando per porre le basi legali per un mandato di cattura per Netanyahu. Tu vedi a volte i paradossi, eh?
Ho preso un singolo articolo ad esempio, ma Amal Clooney è stata *called out*, come si dice, per il suo presunto inattivismo da migliaia di utenti, che **su TikTok la accusavano di essere «troppo impegnata»** per spendere due parole sulla questione (e dunque avevano ragione, in senso letterale).
Trarre a forza un apologo senza pieghe da questa storia sarebbe incauto: non tutti coloro che non si schierano sui massacri in corso fanno parte di un gruppo di lavoro che opera per condannarne i responsabili (anzi, non sono un esperto di statistica ma temo si tratti di un caso raro), ed è ben più che legittimo che il pubblico e gli attivisti facciano pressione perché l’attenzione internazionale rimanga alta, in generale.
Eppure qualcosa la vicenda di Amal Clooney lo mette in chiaro. Per cominciare, che quel che mostriamo sui social media non può e non deve bastare a definire il **nostro apporto alle cause che sosteniamo**: un tweet al vetriolo o un minuto di video indignato su TikTok, salvo rare eccezioni, hanno l’unico effetto di alimentare un ciclo di engagement e frustrazione che non esce dal recinto di una bolla di opinione pre-costituita.
Anche quando ci illudiamo di stare aiutando qualcuno nel mondo reale – e talvolta succede per davvero, intendiamoci: ma in che percentuale? – in realtà stiamo anzitutto facendo felice un algoritmo.
La radicalità del nostro pensiero e la fermezza delle nostre posizioni, di per sé, non hanno nulla a che vedere con quello che postiamo online: pubblicare un contenuto su internet è la cosa più semplice del mondo, può farlo chiunque a costo vicino allo zero. Ma l’effetto della moltiplicazione di contenuti dell’era dei social non è stata una moltiplicazione analoga della presa sociale e politica delle mobilitazioni: il risultato, anzi, è depotenziato a monte e – 9 volte su 10 – nel caso in questione **non ha alcuna conseguenza sui bombardamenti** israeliani.
Non significa che unirsi e fare divulgazione politica o attivismo sui social media sia di per sé sempre e invariabilmente vano: il problema, semmai, è che abitiamo una società dove una dichiarazione alla stampa o un commento su Twitter contano più del bene fatto sul campo, del proverbiale sporcarsi le mani per cambiare il mondo, invece di limitarsi a raccogliere like con le sue tragedie e i suoi problemi.
E questo andazzo, insomma, non può portare in un buon posto. La prossima volta che chiediamo a una persona che sappiamo nostra ”alleata” perché non si espone con un post, concediamole il beneficio del dubbio: magari si espone in altri luoghi, fatti di meno engagement e più efficacia. E se è così, prendiamo esempio.
## ****Altre news dal fronte**
- Sottogenere delle guerre culturali che mi piace molto: gli [elettrodomestici woke](https://www.theguardian.com/commentisfree/article/2024/may/19/free-fridges-make-dishwashers-great-again-us-conservatives-odd-priorities?ref=culturewars.it) (secondo i Repubblicani);

- *Mania*, il romanzo della critica letteraria Lionel Shriver che immagina un’America dove non si può più dire «stupido» per questioni di correttezza linguistica, [pare così così](https://www.nytimes.com/2024/04/09/books/review/lionel-shriver-mania.html?ref=culturewars.it);

- Trovarsi al timone della Tate di Londra di questi tempi? [Un vero casino](https://www.thetimes.co.uk/article/how-to-run-the-tate-in-the-age-of-culture-wars-by-the-chairman-sq8f7clgt?ref=culturewars.it).
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### Perché così tanti neri votano Trump?
URL: https://www.culturewars.it/perche-afroamericani-votano-trump/
Last updated: 2024-07-17T13:27:37.000Z
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Sabato Donald Trump ha tenuto un importante e partecipatissimo **comizio a Wildwood, nel New Jersey**, sul tratto di costa americana conosciuta con lo stesso nome del più triste reality televisivo mai prodotto: la Jersey Shore.
Dell’evento girano [immagini](https://twitter.com/LauraLoomer/status/1789500823531069783?ref=culturewars.it) che mostrano una spiaggia stipata di gente, con un pubblico radunatosi ad ascoltare il candidato Repubblicano che Fox News quantifica in poco meno di 40mila persone, mentre una fonte dell’amministrazione comunale locale, sentita da Associated Press, [stima](https://apnews.com/article/trump-new-jersey-president-trial-gag-order-59a8073e5a22f7a1e13f1461e9998419?ref=culturewars.it) addirittura tra gli 80mila e i 100mila partecipanti.
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### Meglio un orso o un Gen-Z?
URL: https://www.culturewars.it/divario-maschi-femmine-genz/
Last updated: 2024-05-10T05:29:54.000Z
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Di recente l’Economist ha pubblicato un [articolo](https://www.economist.com/international/2024/03/13/why-the-growing-gulf-between-young-men-and-women?ref=culturewars.it) dal titolo dissonante rispetto al suo standard: *Why young men and women are drifting apart*, ovvero «Perché **i ragazzi e le ragazze** si stanno allontanando».
Nell’analisi si spiega che in larga parte del mondo industrializzato sta avvenendo, perlopiù in sordina, una mutazione antropologica potenzialmente epocale: pescando dati resi disponibili dallo European Social Survey, dal General Social Survey statunitense e dal Korean Social Survey, il settimanale britannico ha notato che nella fascia d’età 18-29 anni uomini e donne non sono **mai stati così in disaccordo** fra loro.
Nello specifico, nei dati aggiornati al 2020 tra i maschi di quell’età si registrava una leggera preferenza per il posizionarsi sullo spettro politico dal lato dei progressisti, mentre le femmine erano decisamente più a sinistra, con una differenza di ben 27 punti percentuali. La **divergenza di vedute** registrata valeva il doppio di quella fra gli istruiti a livello universitario e i senza laurea, per dare un termine di paragone.
Scriveva lo stesso Economist:
> In tutti i grandi paesi esaminati, i maschi sono risultati più conservatori delle femmine. \[...\] Uomini e donne hanno sempre visto il mondo in modo diverso. Ciò che colpisce, però, è che si è aperto un abisso nelle opinioni politiche, poiché le donne più giovani stanno diventando nettamente più liberal, mentre i loro coetanei maschi no.
Su questo articolo si è innestato un interessante dibattito, corredato da qualche tentato debunking della lettura offerta (l’Atlantic, per esempio, ha [scritto](https://www.theatlantic.com/politics/archive/2024/03/gen-z-gender-divide-2024-election/677723/?ref=culturewars.it) che se diversi studi mostrano che i giovani uomini e le giovani donne sono in rotta di collisione, «almeno altrettanti suggeriscono che il divario sulla base del genere è stabile. Ed è difficile trovare alle urne la prova di un gap crescente. La guerra dei sessi della Gen-Z, in altre parole, probabilmente non è apocalittica») ed è possibile che le sue conclusioni siano affrettate, o persino ingigantite.
Quel che appare più importante, tuttavia, è che i dati portati dall’Economist smentiscono, o almeno ridimensionano, alcune narrazioni sulla gioventù a cui siamo assuefatti in quanto semplici, monodimensionali, preconfezionate.
Il gap di cui discutere è anzitutto culturale, ricorda giustamente la testata. A un campione di giovani di 27 paesi europei è stato chiesto quanto concordassero con l’enunciato «la promozione dei diritti delle donne e delle ragazze è andata troppo oltre e mette a rischio le opportunità degli uomini e dei ragazzi»: i maschi, non sorprendentemente, si sono rivelati più propensi delle femmine a essere d’accordo con la frase, ma soprattutto i Gen-Z si sono dimostrati **più tenacemente antifemministi degli uomini più anziani**.
Traendo un parallelo con un dato meno uniformato alla prassi scientifica, alle giovani donne di quel campione sondaggistico si sarebbe potuta porre un’altra domanda, oggi incredibilmente attuale: «Se fossi sola in un bosco, preferiresti incontrare un uomo o un orso?».
Dello [scenario ipotetico](https://edition.cnn.com/2024/05/06/us/man-bear-safety-tiktok-question-cec/index.html?ref=culturewars.it) a cui TikTok ha regalato milioni di visualizzazioni e migliaia di titoli in questi giorni si sta parlando [già](https://www.latimes.com/opinion/story/2024-05-08/man-versus-bear-tiktok-meme?ref=culturewars.it) [abbastanza](https://www.washingtonpost.com/opinions/2024/05/09/man-bear-question-hurts-women/?ref=culturewars.it), ma la storia in sé evidenzia che qualche intuizione, l’articolo di cui sopra, l’ha avuta: scostando il punto focale della critica alla condizione femminile in una società tuttora modellata sugli uomini, l’ultima polemica di genere polarizzante che viaggia sugli algoritmi nucleari di TikTok racconta di un mondo in cui ragazzi e ragazze scavano trincee dietro visioni del mondo contrapposte, che talvolta diventano inconciliabili.
Viviamo nel mondo dei “[**redpillati**](https://www.theguardian.com/technology/2016/apr/14/the-red-pill-reddit-modern-misogyny-manosphere-men?ref=culturewars.it)”, giovani uomini che usano riferimenti a un film uscito al cinema prima della loro nascita per creare comunità rabbiose che dicono di aver scoperto di vivere in una società che li rende schiavi del femminismo e delle sue presunte storture; il mondo di **Andrew Tate** e dei suoi infiniti epigoni, anche italiani, che macinano migliaia e milioni di visualizzazioni su Twitch o YouTube trattando le donne come prede da collezionare o svilire; questa è la civiltà degli **incel**, e quella dove il rapporto con l’altro sesso, più che problematizzato, è reso impossibile da faglie di divisione acuite dalla compartimentazione strutturale dei social media. *Not all men* da una parte, tweet tendenziosamente virali sui ginecologi e gli [*uword*](https://twitter.com/search?q=uword&src=typed%5Fquery&f=top&ref=culturewars.it) (uomini, sì) dall’altra.
Insomma, sembra che un problema di fondo esista eccome, nel senso delineato dall’inchiesta dell’Economist. E il modo migliore per affrontarlo forse potrebbe partire da una sana dismissione di alcuni fra i luoghi comuni più popolari dell’opinionista medio da *feel-good* Facebook: no, la Generazione Z non è invariabilmente buona, educata, progressista. Anzi.
Ricordo ancora cosa mi è scattato nella testa quando, non troppo tempo fa, ho letto un post di un contatto su Facebook che diceva più o meno: l’altro giorno sull’autobus ho origliato una conversazione tra giovani teenager che parlavano di un amico transgender; uno l’ha *misgendered*, usando il pronome sbagliato, l’amico l’ha corretto e il primo ha protestato dicendo che stavano parlando fra di loro, che problema c’era. E l’altro, perentorio: è una questione di rispetto. Il mio contatto traeva da questa scenetta un sospiro liberatorio: meno male che i giovani oggi crescono così.
Ok, devo essere sincero: il primo pensiero che mi è scattato è stato *questa cosa non è mai avvenuta, era lo spunto per comporre un post gramelliniano*. Ma non ne sono orgoglioso (anche se su Reddit esiste un intero canale dedicato agli improbabili racconti formativi di precoce progressismo, [r/WokeKids](https://www.reddit.com/r/wokekids/?ref=culturewars.it)). Meglio parlare del secondo, che è stato: i giovani non stanno affatto crescendo così. Stanno crescendo anche – non dico soprattutto – coi mattoncini nel nome utente e un’ironicissima insofferenza per il femminismo, o in comunità della ***manosphere*** in cui il collante ideologico è l’avversione per qualunque forma di emancipazione femminile.
Che stia accadendo con un punto percentuale in meno o due in più, i giovani uomini e le giovani donne **stanno prendendo direzioni opposte**, anche perché il loro rapporto col mondo è mediato da piattaforme nate per profilarli, allontanarli dalla realtà e portarli a discutere per giorni della pericolosità degli orsi. Possiamo raccontarcela diversamente e fare finta che questi meravigliosi ragazzi risplendano del sol dell’avvenire di un progressismo inevitabile, ma l’unica cosa che ne caveremo, credetemi, sarà il like di qualche vegliardo come noi.
## ****Altre news dal fronte**
- Vale la pena leggere l’assai discusso [intervento](https://www.newyorker.com/news/essay/shibboleth-the-role-of-words-in-the-campus-protests?ref=culturewars.it) sul New Yorker della scrittrice britannica Zadie Smith: parla dell’uso un po’ troppo facile di certe parole nelle proteste pro-Palestina in atto nei campus americani;

- [Storiona](https://www.reddit.com/r/OutOfTheLoop/comments/1cnpjjc/whats%5Fgoing%5Fon%5Fwith%5Fjames%5Fsomerton/?ref=culturewars.it) di James Somerton, youtuber queer accusato di plagi ripetuti e appropriazioni un po’ creative di fondi su Patreon, che ha finto una *suicide note* mentre [usava un profilo Twitter](https://twitter.com/supitscarrie/status/1788372049783910524?ref=culturewars.it) secondario e cercava fondi per acchittare una campagna di molestie ai danni del collega che l’aveva scoperto;

- Come il governo iraniano, mentre [condanna a morte](https://www.france24.com/en/middle-east/20240504-rap-music-iran-crossing-red-line-politics-makes-you-target-toomaj-salehi?ref=culturewars.it) un rapper molto famoso nel paese, Toomaj Salehi, usa questo genere musicale come strumento di propaganda islamista.
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[](https://www.culturewars.it/may-special)
### Caccia alla renna, caccia al cervo
URL: https://www.culturewars.it/baby-reindeer-netflix-doxing/
Last updated: 2024-05-04T22:14:31.000Z
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Di norma ai pranzi, alle cene o agli aperitivi di ogni ordine e grado si finisce a parlare di ciò che abbiamo guardato recentemente su Netflix o altrove: *chances are*, per dirla all’inglese, che in questi giorni ti sia capitato di parlare di ***Baby Reindeer***, la miniserie autobiografica scritta e interpretata dall’attore, drammaturgo e comico scozzese Richard Gadd.
Nella serie Gadd, che ha trentaquattro anni, mette in scena la sua storia personale: quella dell’ascesa nel mondo dello spettacolo britannico, ma anche – anzi, soprattutto – quella delle molestie sessuali e degli stupri che, da giovane comico, ha subito da parte di un regista potente e affermato.
Il titolo, *Baby Reindeer*, compone invece un altro rimando autobiografico: la **vicenda di stalking** di cui Gadd è rimasto vittima nel 2015, quando lavorava in un pub per pagarsi le spese a Londra. Un giorno come un altro ha offerto una tazza di tè a una donna più grande, che si era seduta sola al bancone e gli aveva detto di non poter pagare la consumazione.
**«*I felt sorry for her*»**. È la frase che Gadd usa sia in *Baby Reindeer* che nell’omonimo one-man show teatrale del 2019 da cui è nata la trasposizione oggi così popolare su Netflix: ha visto una donna di mezza età solitaria, grassa, all’apparenza socialmente emarginata, e le ha fatto una gentilezza. Lei ha reagito affezionandosi molto a lui.
«All’inizio tutti al pub pensavano che fosse divertente che avessi un’ammiratrice», ha spiegato Gadd [al Times](https://archive.is/Ks79K?ref=culturewars.it#selection-2663.219-2663.290). Da quel giorno però Martha – il nome utilizzato nella serie è fittizio, per proteggere la privacy della donna realmente esistente – ha iniziato a perseguitare Gadd con migliaia di email, appostamenti, commenti gelosi o paranoici sui social e imboscate sotto casa o ai suoi spettacoli. Lo chiamava quasi sempre «*baby reindeer*», cucciolo di renna.
Il suo stalking è durato per quattro lunghi, snervanti anni, che nello show sono resi da una riuscita atmosfera perennemente cupa e ansiogena, come se il protagonista si trovasse in un labirinto privo di uscita: Richard Gadd è un uomo quasi trentenne fisicamente sano, e la polizia non vuole saperne di credere che la sua incolumità sia *veramente* messa a rischio da una signora sovrappeso che gli scrive a ogni ora del giorno.
In *Baby Reindeer*, quello che abbiamo visto in streaming, alla fine Martha ottiene nove anni di carcere e un’ordinanza restrittiva. Nella realtà non sappiamo cosa sia successo alla protagonista in negativo della storia; sappiamo solo che Gadd – come denota l’impianto della serie, largamente votato a ispezionare gli interstizi di un suo possibile, inconfessabile bisogno di lei, lasciando **uno spazio alla pietà per la stalker** – ha dichiarato di non aver voluto «mandare in prigione una persona così mentalmente instabile».
Ecco, parlando di persone mentalmente instabili: ogni giorno anche tu, caro lettore/cara lettrice, leggi tirando su col pollice decine, se non centinaia di post di persone che farebbero la fortuna di psicologi e psicoterapeuti (sia detto senza nessuno stigma, sia chiaro: andate dallo psicologo, anzi, se potete, ché fa solo bene).
La notazione en passant non è casuale, perché *Baby Reindeer* ha una storia sui social che comincia dove finisce quella in streaming: centinaia e poi migliaia di utenti si sono adoperati per rintracciare le identità della stalker che ha perseguitato Gadd e del personaggio influente del mondo dello spettacolo che l’ha stuprato, approfittandosi del potere che era in grado di esercitare su di lui.
Il regista e autore Sean Foley, in particolare, si è visto costretto a contattare la polizia dopo aver ricevuto centinaia di messaggi minacciosi in rete da giustizieri a mezzo smartphone; lo stesso Richard Gadd ha pubblicato una storia su Instagram per difenderlo, [chiedendo](https://twitter.com/SeanFoleyJ/status/1782646265353777623?ref=culturewars.it) al suo pubblico: «Per favore, non fate congetture su chi possano essere le vere persone coinvolte. Non è il punto dello show».
Il contrappasso in essere è particolarmente beffardo, ma anche così tristemente ricorrente da assurgere a paradigma: una serie nata col preciso intento di non additare colpevoli, preferendo riflettere fino all’estremo spasimo sul crinale che corre fra autoanalisi e rimosso psicologico, diventa l’ennesima chiamata alle armi per una pseudo-giustizia manichea, per l’adunata chiassosa di un esercito di detective a tempo perso.
Richard Gadd insisteva ancora nel 2019, ai tempi della prima comparsa teatrale di *Baby Reindeer*, dicendo: «Voglio davvero che capiamo che anche lei è una vittima in questa storia». «Lei» ovviamente è Martha, la donna che l’ha perseguitato, pedinato, spaventato, minacciato per quattro anni interi.
Se è Gadd stesso, la vittima, a chiedere la redenzione del carnefice, chi siamo noi per gettare il cuore oltre l’ostacolo affinché il colpevole subisca una damnatio memoriae pubblica? In nome di quale volontà collettiva superiore parliamo? E cosa dice di noi, prima che dei carnefici?
Nelle risposte alla storia di Gadd in sostegno di Foley, ripostata da quest’ultimo su Twitter (pardon, non lo chiamerò mai X), i commenti più gettonati dicono tutti più o meno così:
> Just says speculation is unfair. Doesn't exonerate.
>
> — 🇬🇧 K̶l̶a̶u̶s̶ (@KlausSchwabX) [April 23, 2024](https://twitter.com/KlausSchwabX/status/1782806152679493961?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Nel film universalmente considerato il suo maggior capolavoro, ***Il cacciatore***, il regista Michael Cimino ci ha mostrato la vita inizialmente tranquilla dell’operaio Mike Vronsky, grande appassionato di caccia al cervo, che verrà sconvolta dal Vietnam e da un mondo impazzito.

”Il cacciatore” (1978)
Mike, il cacciatore, ha una sua etica fondamentale: spara al cervo «un colpo solo», dandogli la possibilità di scappare e sopravvivere. Cimino ha dichiarato di essersi identificato con questo personaggio, «un uomo di principi» che presenta una sorta di sua «affinità spirituale» con il cervo a cui dà la caccia. «Non si è mai un buon cacciatore **se non si è la preda stessa**», a suo dire.
*Il cacciatore* è uscito nelle sale cinematografiche nel 1978\. Quasi cinquant’anni dopo, per comprendere gli abissi che abitiamo non ci servono più le metafore della caccia, di Saigon in fiamme, dele roulette russe disperate o, se proprio, le complicate contraddizioni dell’umana pietà promosse dai colossi dello streaming: basta un algoritmo che crei il giusto effimero engagement. Con tutto quel che ne consegue.
## ****Altre news dal fronte**
- Non mi convincerete mai che il senatore Bernie Sanders [non sia una brava persona](https://twitter.com/jeremyslevin/status/1785807664913543198?ref=culturewars.it), o quantomeno un bravo politico;

- Una gran bella lettura: i grandi college americani fanno da sempre marketing sulla loro lunga storia di proteste e attivismo, [salvo poi chiamare la polizia](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2024/05/college-activism-hypocrisy/678262/?ref=culturewars.it) quando qualcuno protesta;

- Per non parlare del vicepresidente per l’inclusione all’Università della Northern Arizona che si mette a [smontare le tende](https://twitter.com/Alexander%5FAvina/status/1785783248963993645?ref=culturewars.it) dei manifestanti pro-Palestina: il capolavoro, diciamo.
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### Ti sogno, California
URL: https://www.culturewars.it/california-repubblicani-elezioni/
Last updated: 2024-07-17T13:29:00.000Z
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> Ti sogno California /
> E un giorno io verrò.
Così cantavano i Dik Dik nella celebre cover di *California Dreamin’* dei The Mamas & the Papas (nel caso non sapessi di cosa sto parlando, [ecco](https://www.youtube.com/watch?v=ODYs8vJWSgY&ref=culturewars.it)).
Ed erano parole in linea con quelle riservate per quasi due secoli al cosiddetto Golden State: una meta avventurosa e in parte esotica, da Grand Tour d’oltreoceano, terra di bizzarrie, eccentricità vista mare e corse all’oro. Ma oggi, a ben vedere, la **California** è soprattutto un luogo dell’anima delle *culture wars*.
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### Woke in miniatura
URL: https://www.culturewars.it/warhammer-woke-miniature/
Last updated: 2024-04-19T11:37:11.000Z
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Tra le tante cose di cui non so assolutamente nulla figura certamente **Warhammer**, «un wargame tridimensionale futuristico, prodotto dalla Games Workshop nel 1987» (grazie Wikipedia, sei sempre gentile con me). Ragione per cui scrivere questa puntata è stato particolarmente ostico, ma procediamo.
Warhammer, detto anche senza Wikipedia, è un gioco da tavolo di strategia ambientato in un lontano futuro distopico, con territori da conquistare e armate di soldati tridimensionali, ma è soprattutto un fenomeno culturale che unisce collezionismo, pittura, dimensione ludica, universi fantasy e tantissimi negozi a marchio Games Workshop. Negli anni ha attirato attorno a sé una community molto diffusa e dedicata, che di solito definiamo pigramente *nerd*, che permette all’azienda di fare *a decent amount of money*, per dirla come quelli là: nel 2023 ha registrato profitti per quasi 290 milioni di euro.
Perché stiamo parlando di caste di guerrieri in miniatura da dipingere su una newsletter che tratta di politically-presunto-correct e affini? Semplice: perché il mondo di Warhammer è stato squassato da un terremoto. Il motivo me l’ha spiegato il collega Lorenzo Fantoni, che invece di Warhammer sa molto (seguirlo [su Instagram](https://www.instagram.com/lore%5Ffantoni/?ref=culturewars.it) per credere):
> Games Workshop ha messo un custodes donna, cioè un personaggio femminile in una “casta” di guerrieri finora considerati solo uomini.
Ecco, figurati se non c’era di mezzo una donna (classico humor che potrebbe finire scrinsciottato in una storia di qualche influencer pazzo, ma andiamo avanti). Scherzi a parte: la cosa pare così grave (...) da meritare un titolo strillato – e onestamente strepitoso – [sul Daily Mail](https://www.dailymail.co.uk/news/article-13313535/Wokehammer-gender-row-Games-Workshop-fans-army-squadron.html?ref=culturewars.it): «**It’s Wokehammer!**».
Risulta che Games Workshop abbia avuto l’incauta ma decisamente innocua pensata di inserire una figura femminile fra gli **Adeptus Custodes**, ovvero (cito) «i più grandi guerrieri del genere umano, semidei in lucenti armature di auramite che brandiscono le più micidiali e perfette armi dell’Imperium».
Il nome del pomo della discordia, parte della nuova edizione di Warhammer 40.000, è Calladyce Taurovalia Kesh: i fan duri e puri hanno vissuto la cosa come una sorta di tradimento dei Custodes, che [secondo il sito specializzato Wargamer](https://www.wargamer.com/warhammer-40k/female-adeptus-custodes?ref=culturewars.it) in quasi trent’anni di saga erano sempre stati maschi.
Sui social l’azienda produttrice si è difesa spiegando che «ci sono sempre stati Custodes femmina», ma non è stato abbastanza per placare l’onda d’urto dell’ennesima polemica di trincea su Twitter, o come si chiama adesso. Come riporta il Daily Mail, l’ex sviluppatore di *World of Warcraft* Mark Kern ha accusato Games Workshop di «cambiare genere ai personaggi per **segnare punti woke**».
Tantissimi fan si sono espressi in termini simili, qualcuno vendendo le sue statuine da collezione, oppure [cancellando](https://twitter.com/Grummz/status/1780025328616038589?ref=culturewars.it) la sua iscrizione al servizio in abbonamento Warhammer+, per protestare contro la mancanza di rispetto mostrata verso la *lore* della comunità. I commentatori sono certi: Warhammer è [diventato woke](https://twitter.com/Sargon%5Fof%5FAkkad/status/1779865669170790610?ref=culturewars.it).
Ora: detto che io, per l’appunto, di questo mondo so meno di zero, e che tendenzialmente sarei d’accordo con questo tweet qui di seguito:
> the warhammer community, where you create armies of dolls based on fanfic lore and then paint them by following makeup tutorials, is a very conceptually funny place to exclude women from.
>
> — jorbs (@JoINrbs) [April 15, 2024](https://twitter.com/JoINrbs/status/1779998948213887110?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Dicevo, detto questo capisco anche che il senso di comunità e l’aderenza alle regole e alle prassi – specie nel caso di antropologie cosiddette nerd, per cui la socialità può risultare una dimensione molto complessa – siano fattori importanti in scene come quella di Warhammer: se chi ci gioca da anni si sente **deluso dal suo passatempo** preferito, chi sono io per dirgli che non dovrebbe esserlo?
Nel contempo, però, da osservatore di bisticci simili, non posso evitare di notare che il pattern del *gone woke* si ripete quasi sempre uguale a se stesso: un’azienda, un’istituzione, una produzione si macchia di una scelta “inclusiva” che scontenta alcuni fan e si presta alla polarizzazione; nascono le polemiche in vitro; arriva il Daily Mail; Trump ci fa un post su Truth; alla fine ne parla Piacenza sulla sua newsletter.
È successo con la «Sirenetta nera», per citare il primo caso che mi viene in mente, e succede ogniqualvolta i discorsi sulla rappresentazione si intersecano con fanbase online e meccanismi della viralità.
Quel che esce dal nastro trasportatore alla fine del macchinario è un mondo in cui la *wokeness*, da set di teorie e pratiche più e meno individuabili e criticabili, diventa uno specchietto per allodole con cui **tradurre conflitti simbolici nel campo della cultura pop**. In questa cornice tutto è woke, e ogni fatto diventa interpretabile attraverso le sue lenti: di certo Games Workshop voleva «segnare punti woke» aggiungendo personaggi femminili, anche se Warhammer 40.000 li ha già da tempo e la parità di genere [non sembra così al di fuori del suo universo](https://www.quora.com/What-are-womens-rights-like-in-the-Warhammer-40k-universe?ref=culturewars.it).
Continuiamo imperterriti a essere prigionieri – chi più e, per sua fortuna, chi meno – di riflessi pavloviani banalizzanti e cornici asfittiche che rendono ogni tema sociale la riproposizione pedissequa di frame da sbadiglio e *catfight* senz’arte né parte: c’è solo da sperare che fra 40mila anni un regno di valorosi guerrieri interstellari ristabilisca le dovute priorità.
Aspetta: ho detto «guerrieri», al maschile? Oh, cazzo.
## ****Altre news dal fronte**
- Guerre culturali dalle parti di National Public Radio: il suo direttore degli ultimi 25 anni, Uri Berliner, [si è dimesso](https://www.npr.org/2024/04/17/1245283076/npr-editor-uri-berliner-resigns-ceo-katherine-maher?ref=culturewars.it) dopo aver criticato in un saggio la presunta svolta liberal dell’emittente;

- Il concetto di *lived experience* e i richiami alle vite vissute (da opporre alla fredda scienza) [sono armi a doppio taglio](https://aeon.co/essays/on-lived-experience-from-the-romantics-to-identity-politics?ref=culturewars.it), come diciamo spesso qui;

- La più prestigiosa università d’Australia organizza un corso di [matematica indigena](https://science.anu.edu.au/news-events/news/maths-has-no-borders-professor-rowena-ball-brings-indigenous-mathematics-anu?ref=culturewars.it), in cui «i numeri rivestono un’importanza secondaria»: mi dispiace solo che nessuno ci abbia pensato quand’ero al liceo.
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### La conversione di Donald
URL: https://www.culturewars.it/trump-cristiani-religione/
Last updated: 2024-07-17T13:30:58.000Z
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Alla radice, **Donald John Trump** è un venditore. E anche uno di quelli bravi: nella vita ha venduto di tutto, da palazzi col suo nome eretto a caratteri cubitali sulla facciata, fino a omonime linee di arredamento, bistecche a marchio Trump (sì, [davvero](https://en.wikipedia.org/wiki/Trump%5FSteaks?ref=culturewars.it)) e giochi in scatola celebrativi.
Nella sua offerta di vendita politica di maggior successo, tipicamente Trump parla di un’Apocalisse imminente causata dall’attacco della sinistra ai valori tradizionali americani: un messaggio potente, che però risulta anche più efficace per i cristiani bianchi di fede evangelica.
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### Piskor è vivo, noi siamo morti
URL: https://www.culturewars.it/piskor-suicidio-accuse/
Last updated: 2024-04-05T08:24:34.000Z
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**Ed Piskor** è stato un nome centrale della scena del fumetto indie: dalla sua matita sono uscite tavole fortunate come la serie sulla storia dell’hip hop *Hip Hop Family Tree*, la rivisitazione di un classico in [*X-Men: Grand Design*](https://fumettologica.it/2018/01/x-men-grand-design-ed-piskor-recensione/?ref=culturewars.it) e la trilogia di *Red Room*. Il canale YouTube Cartoonist Kayfabe, che gestiva col collega Jim Rugg, ha pubblicato interviste a fumettisti celebri o promettenti e discussioni per appassionati del settore.
Ed Piskor è stato, al passato prossimo, perché il primo aprile del 2024 si è ucciso, all’età di 41 anni, dopo uno scandalo montato improvvisamente sui social media che l’ha visto protagonista in negativo. La storia della sua fine è emblematica, in parte già sentita, ma anche terribilmente educativa.

Una vignetta di Ed Piskor da “Hip Hop Family Tree”.
A marzo la cartoonist **Molly Dwyer**, nota anche con il nome d'arte Sydgoblin e oggi 21enne, ha condiviso sul suo profilo Instagram screenshot di sue passate conversazioni con Piskor, risalenti al 2020, quando lei aveva 17 anni. Ha chiamato il collega, tra le altre cose, «un fottuto MANIACO», spiegando che «si è infilato nei suoi messaggi privati» di Instagram quando lei era ancora minorenne per adescarla (per chi vuole, le storie postate da Dwyer [sono qui](https://bsky.app/profile/travishedgecoke.bsky.social/post/3kofwn7acmf24?ref=culturewars.it)).
In seguito un’altra donna, l’omonima **Molly Wright**, di professione animatrice, ha dichiarato pubblicamente sul suo profilo X che Piskor le aveva promesso il numero di telefono del suo agente in cambio di una fellatio. Sempre su X, la podcaster nota come **Taffeta Darling** ha scritto che Piskor le aveva offerto di presentarla a persone importanti dell’industria del fumetto se lei fosse andata a casa sua a farsi disegnare nuda.
Nessuno di questi post è più visibile: è rimasta soltanto la versione di Piskor, che in un ultimo messaggio affidato a [uno scarno Google Doc](https://docs.google.com/document/d/10F%5F%5F3KMESejEU42ep9zwjJQbnTI4aPXb1IuG%5FiyBepE/edit?fbclid=IwAR0ChnV7NVj8EvOIwD195Lof6OR3KqpdN7iSYPIb9%5Fvi6y3yJ%5F2JJ-0tfeg%5Faem%5FAfCF51TfSwUOc9HlpkyvUeHcXmtwTuBAioqDfJbHdvSml3GkTbYZuLa8dliJRBUT7cHkqM72CMD65mB69m3agrEZ&ref=culturewars.it) ha negato le accuse, spiegando che quelli mostrati da Dwyer erano messaggi messi fuori contesto, e che negli anni intercorsi dal loro invio era stata lei a cercare lui per fare sesso; che quanto detto da Wright «non è mai accaduto»; quanto a Taffeta Darling invece sì, avrebbe voluto disegnarla senza vestiti, «e non mi scuserei mai per volerlo».
Il nocciolo duro di queste storie, in fin dei conti, riguarda sempre una scelta di campo: con chi scegli di stare? A chi scegli di credere? E cosa dice la tua scelta di te? Come chiunque non sia loro quattro, non so se Ed Piskor abbia mai molestato in modo socialmente sanzionabile Molly Dwyer, Molly Wright o Taffeta Darling. Non voglio credere senza esitazioni a lui e non voglio credere senza esitazioni a loro, con tutto quel che ne consegue.
So però che una persona è morta perché, [citandola](https://www.facebook.com/edpiskor/posts/pfbid0Ymvj4F4AmMdASEJxUpS7LuSg9SBqKk3DMsCLDFKP3wdt5g8WcGgbS1cZkmZx118cl?%5F%5Fcft%5F%5F[0]=AZVdoHWAnhfiZOkcHOzFoqtxSgLqQMJW96ugPkMcJmMdyCJN7RRivjv33wGGsZnPfg1WytyQslFU0R8cFOdt-oYY8CeNInexI-s2ecRlrIFTFTU6yiZq1gY1Yb-0ablwoswpvw5u25Z5GSDVkcV5hiPFNb4sqH7HnRiWpmHZ9sK09Q&%5F%5Ftn%5F%5F=%2CO%2CP-R), si è sentita «impotente contro una folla inferocita di questa portata»; che ha scritto con consapevolezza, prima di farla finita, «sono stato ucciso da bulli di internet. Alcuni di voi là fuori hanno contribuito alla mia morte mentre vi divertivate coi pettegolezzi. Non sono un’AI. Sono un essere umano vero. Avete scheggiato piccoli pezzi della mia autostima per tutta la settimana fino a quando non sono stato vaporizzato».
La *suicide note* di Piskor, a prescindere da ogni altra considerazione, è umanamente straziante e difficile da leggere per chiunque. Ma è anche una lettura da fare, perché a suo modo è un trattato di educazione civica scritto da una persona che dalla mattina alla sera si è vista tramutare in un «paria» senza scampo.
> Non lo faccio per senso di colpa \[...\]. Le mie intenzioni non sono mai state sordide né con lei \[Molly D\], né con nessun altro. Lo faccio per un’intensa vergogna. Non siamo fatti per avere centinaia di persone che ci giudicano e/o ci molestano in contemporanea. Una mente privata e solitaria non può sopportarlo.
Una questione mi sembra dirimente, fra le tante che si potrebbero discutere. Poniamo, per ipotesi di scenario, che Piskor sia stato un predatore sessuale al 100% colpevole, e che le accuse a lui rivolte fossero solo un’anticamera delle sue vere colpe: in che modo la marea montante algoritmica avrebbe sanato questi abusi? Cosa fa davvero per il progresso della società la **feroce ostracizzazione corale** di un nuovo portatore di lettera scarlatta?
È questo che dobbiamo chiederci. «I cittadini di internet stanno facendo giochi pericolosi con la vita delle persone», ha sostenuto nel suo ultimo scritto Piskor, ma sono giochi oltretutto inutili, a somma zero. Che soddisfano solo chi può usarli come passatempi, per poi gettare lo smartphone sul divano e tornare a guardare un film su Netflix.
Solo qualche orrendo mutante plagiato dai like – tipo [questo qui](https://twitter.com/alecrobbins/status/1774959680126939519?ref=culturewars.it) – può pensare che al fumettista sia stata aperta davanti la porta di una vera «*accountability*», magari dura, ma doverosa. Nella realtà, una mostra dedicata alle sue opere nella città natale di Pittsburgh era già stata [cancellata](https://smashpages.net/2024/03/26/ed-piskor-gallery-showing-indefinitely-postponed-after-misconduct-allegations/?ref=culturewars.it); il suo partner artistico di sempre Jim Rugg l’aveva già scaricato con un post su Instagram; una tv e un giornale locale avevano già inviato dei reporter a casa dei suoi genitori, senza premurarsi di oscurare il numero civico nelle riprese. E via discorrendo.
Non ci viene il sospetto che, se le accuse di comportamenti inappropriati come quelle dirette a Ed Piskor ritornano identiche dopo anni e anni di mobilitazioni sulle piattaforme, forse oltre ai peccatori ci sono limiti anche nello scopo intrinseco, negli effetti e nella grammatica di queste mobilitazioni? Finché al posto dei discorsi mirati a educare su un piano complesso metteremo al centro del palcoscenico le giostre che si fermano alla punizione più triviale, il riflettore sarà sempre sulla cancel culture e mai sulla cultura, astraendo da ogni contesto vittime e carnefici.
Noi utenti, però, possiamo fare una scelta: ogni giorno abbiamo modo di **non aggiungere neve alle valanghe** in formazione. Dire «non potevo immaginare» nel 2024 non è più una scusa, anche in casi meno dolorosi e tragici di quello di Ed Piskor: abbiamo il dovere di pensare che le folle sono sempre volubili, rabbiose e crudeli, anche quando hanno ragione.
Ed Piskor prima di morire ha citato alcuni colleghi che avevano rilanciato entusiasticamente le accuse che gli pendevano sulla testa, senza alcun interesse per il verificarne la portata e i dettagli, dicendo loro «avete avuto il vostro pezzo di carne». E alla fine, come estremo auspicio: «Spero che questo indurrà le persone a pensarci due volte prima di unirsi a un accanimento mediatico su internet».
Ecco: se non prendi sul serio nemmeno le parole di un uomo che sta per morire, chiediti se sei ancora del tutto vivo.
## ****Altre news dal fronte**
- Pare che la nuova legge sull’*hate speech* in Scozia [non porterà all’arresto](https://www.theguardian.com/politics/2024/apr/02/jk-rowling-will-not-be-arrested-under-new-scottish-hate-law-say-police?ref=culturewars.it) di J.K. Rowling, se te lo stavi chiedendo;

- Quando la guerra per bande delle piattaforme diventa caos nel mondo reale: il collasso di una ricca cittadina americana di sinistra, raccontato [dal New Yorker](https://twitter.com/axiomamerican/status/1776018436268712306?ref=culturewars.it);

- Quindi no, alla fine Joe Biden non voleva mettere al bando [le uova di Pasqua](https://www.esquire.com/it/news/attualita/a60380326/biden-uova-pasqua-destra/?ref=culturewars.it).
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### Un wokismo di classe
URL: https://www.culturewars.it/guerre-culturali-cangiano-recensione/
Last updated: 2024-03-29T06:30:11.000Z
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Dopo *La nascita del modernismo italiano* (Quodlibet) e *Cultura di destra e società di massa* (Nottetempo), incentrati sulla prima parte del Novecento, Mimmo Cangiano, docente di Critica letteraria e Letterature comparate presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, con ***Guerre culturali e neoliberismo*** (Nottetempo) si sposta sulla contemporaneità della società occidentale e cerca di ricomporre un quadro d’insieme dei fenomeni culturali e sociali che stanno alla base di molte frizioni e tensioni di oggi.
Cangiano è evidentemente un comparatista e un teorico della letteratura per cui, come tale, si pone il problema dei rapporti che intercorrono tra i contesti di produzione e l’opera d’arte. In questo senso è interpretabile la linea secondo cui procede tutto il libro. Lungi dall’essere una mera analisi sociologica del fenomeno delle *culture wars* negli Usa, infatti, vengono posti una serie di problemi che riguardano la sovrastruttura attuale, ovvero l’ideologia culturale che si va affermando nella nostra contemporaneità.
Il dibattito sulle guerre culturali e il loro apparato simbolico sono da alcuni decenni al centro degli studi non solo di letteratura comparata negli Stati Uniti, ma più in generale negli insegnamenti di letteratura e di stampo umanistico prima nei campus d’oltreoceano e poi in quelli europei e italiani.
È evidente come il dibattito politico e culturale si stia **concentrando sempre di più su questioni identitarie**, antirazzismo e anti-sessismo. Inoltre, anche qui come già in America, a essere investito da questa querelle, dopo il settore disciplinare di americanistica e anglistica, è stato quello di letterature comparate e critica letteraria. Non è un caso che proprio l’Associazione di teoria e storia comparata della letteratura Compalit abbia dedicato nel 2021 il suo convegno annuale a temi come quelli della *cancel culture* e della *cultural appropriation.* In seno a questa emigrazione del dibattito dall’America del Nord al nostro paese nasce il libro di Cangiano.
L’autore però non si propone solo l’analisi dei fenomeni e la ricostruzione di un quadro d’insieme (in questo senso è estremamente interessante e lucido il terzo capitolo che cerca di ricostruire i rapporti tra post-strutturalismo, *French Theory* e *Cultural Studies*), ma resta ancorato a una chiave interpretativa da materialista storico.
La tesi proposta, quindi, sembra voler spiegare che rapporti intercorrono tra marxismo e guerre culturali, e se queste ultime possano essere davvero considerate parte di un più ampio fronte di lotta anticapitalista. La risposta, mai celata, è che lo sono solo nel momento in cui si accompagnano a una serie di lotte sociali.
Lo spostamento dei conflitti sul solo piano ideologico o simbolico (rappresentazione televisiva delle minoranze, inclusività del linguaggio, politiche a favore delle donne nelle grandi aziende, eccetera) fa in modo, infatti, che «la lotta sovrastrutturale tenda progressivamente a soppiantare ogni altro tipo di lotta».
La demolizione delle ineguaglianze all’interno della nostra società non può quindi risolversi sul piano culturale se questo non ha un effetto di ritorno sul piano materiale. L’autore mette in luce come le élite dominanti tendano, tramite le *culture wars*, a fare delle operazioni di vero e proprio **occultamento della dimensione economica** delle disuguaglianze.
Non sarà il lancio di una serie tv su Cleopatra in cui la regina d’Egitto viene presentata con tratti sub-sahariani a risolvere il gap economico tra la borghesia bianca e la stragrande maggioranza degli afroamericani che faticano a pagarsi le cure mediche nelle città statunitensi, così come non sarà la presenza sul palco dell’Ariston di un rapper proveniente dalle più disagiate periferie di Napoli, finanziato dalla stessa casa discografica di metà dei concorrenti in gara, a procurare agli stessi abitanti di quelle periferie un fondo pensionistico o un lavoro che gli consenta di vivere dignitosamente.
La perdita di quello che è, gramscianamente, il nesso dialettico tra cultura e prassi è davvero al centro dell’efficacia delle *culture wars*. La critica al capitale e ai suoi modelli ideologici diviene, come già riteneva Mark Fisher, un modo per rafforzare il capitale stesso che non viene più riformato dal suo interno attraverso una dialettica socialista, ma si autoalimenta tramite le stesse critiche.
Tuttavia Cangiano va oltre l’interpretazione di Fischer e mette in luce due errori nelle pratiche del culturalismo. La prima è l’assunto secondo cui il capitale sarebbe monologico, ovvero **maschile, bianco, etero, cis, abilista** e via discorrendo. Questa definizione, che pure passa per una base di verità, non contempla l’innata capacità di questa struttura economica di replicarsi. In virtù di questa replicabilità il capitale può farsi femmina, nera e *queer* e mettere a capo di un’importante azienda una donna lesbica afroamericana, ma continuare a pagare pochi centesimi un’altra donna *queer* in Pakistan per cucire delle scarpe da ginnastica tra i miasmi di colla tossica.
Il secondo problema evidenziato nel culturalismo è il cambio di ruolo, rispetto al marxismo tradizionale, della soggettività. La soggettività al centro delle *cultural wars* infatti vive ai margini della società e da questa posizione cerca di conquistarsi un ruolo simbolicamente più centrale.
Nel marxismo prevale, invece, una dialettica del servo-padrone per cui il padrone sfrutta il servo giocando sul plusvalore: ma la soggettività che sta al centro della struttura economica, per quanto oppressa, è proprio il servo che produce anche per il padrone, che sarebbe altrimenti incapace di provvedere a se stesso. Da ciò proviene la teorizzazione di tipi di lotta come lo sciopero, come anche la consapevolezza che il soggetto che vive una subalternità di classe è anche l’unico che può mandare avanti gli ingranaggi del capitale.
Senza una prospettiva di classe, le *cultural wars* non sono molto di più che **volterriani principi di tolleranza** estesi all’ennesima potenza. Ciò ne spiega la loro popolarità in luoghi come le università statunitensi ed europee, dove la giusta attenzione al linguaggio inclusivo convive con l’aziendalizzazione degli istituiti universitari, l’innalzamento delle rette e la dilagante precarizzazione che impedisce ai ricercatori di vivere dignitosamente del proprio lavoro.
Il libro di Mimmo Cangiano si presenta come una scrittura lucida, leggera, intellettualmente onesta e attentissima a citare sempre le sue fonti. Offre, anche ai non esperti, uno strumento pratico per capire cosa succede nel mondo della cultura dell’Occidente. Mescolando in maniera consapevole elementi legati alla sua esperienza e un ricco apparato teorico, l’autore ricostruisce una realtà complessa: come quella di un Paese che elegge un presidente come Donald Trump, e poi tira giù le statue degli schiavisti mentre dà fuoco alle centrali di polizia.
## ****Altre news dal fronte**
- Vittime di spending review: il governo americano ha [deciso](https://edition.cnn.com/2024/03/22/politics/house-office-diversity-inclusion-disbanded?ref=culturewars.it) di privarsi dell’Office of Diversity and Inclusion;

- Simpatico giochino del Pentagono che immagina di mandare l’esercito contro i *regazzini* che protestano, [eh eh eh](https://theintercept.com/2020/06/05/pentagon-war-game-gen-z/?ref=culturewars.it);

- È arrivata la [Bibbia di Trump](https://twitter.com/TrumpDailyPosts/status/1772658279908253974?ref=culturewars.it) (ma di questo, per gli abbonati, parleremo meglio molto presto).
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### L’era delle TikTok Elections
URL: https://www.culturewars.it/tiktok-ban-stati-uniti/
Last updated: 2024-07-17T13:34:34.000Z
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La settimana scorsa la Camera degli Stati Uniti ha [approvato](https://www.nytimes.com/2024/03/13/technology/tiktok-ban-house-vote.html?ref=culturewars.it) un disegno di legge che è diventato un tema di contrasto nazionale e internazionale: quello sulla vendita – o, eventualmente, sulla **messa al bando** – di TikTok in America.
TikTok ha **170 milioni di utenti** negli Stati Uniti (in Italia sono poco meno di 20 milioni) ed è un collante inter-generazionale che ha creato un’estetica e una gamma di codici comunicativi che influenzano come poco altro il mainstream globale.
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### La nostra American Fiction
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Last updated: 2024-03-15T12:38:42.000Z
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C’è un film di cui questa newsletter non poteva non parlare: si intitola *American Fiction*, l’ha girato il regista Cord Jefferson ed è valso al suo protagonista, Jeffrey Wright, una candidatura come Miglior attore protagonista agli ultimi Oscar (oltre che una alla Migliore sceneggiatura non originale per lo stesso Jefferson, di cui poi è risultato il vincitore).
E la sua trama è, in effetti, il non plus ultra di una critica culturale che negli ultimi anni era largamente mancata a Hollywood. **Thelonious ‘Monk’ Ellison** è un autore afroamericano di mezza età che scrive romanzi “alti” ispirati alle tragedie greche e vende poco, anzi pochissimo.
Per campare Monk insegna anche letteratura in università, ma un confronto con una studentessa bianca – lei si era inviperita per una parola offensiva scritta sulla lavagna, ovvero il titolo di *The Artificial Nigger*, un celebre racconto di Flannery O'Connor, lui le aveva risposto «se riesco a passarci sopra io, direi che puoi farlo anche tu» – lo fa allontanare per decreto dall’ateneo (aveva, d’altronde, «messo a disagio alcuni studenti», secondo gli amministratori scolastici).
Mentre le sue finanze, la sua vita accademica e la sua carriera da scrittore vanno a rotoli, il protagonista continua a imbattersi nel successo mainstream di Sintara Golden, un’autrice rivale che ha appena pubblicato il suo ultimo successo, *We’s Lives in da Ghetto*. Com’è facile comprendere anche a chi non ha visto il film, Golden è una parodia pungente dell’autore nero specializzato in una *Blackness* **in teoria liberatoria, ma in pratica un attimo stereotipata**: vernacolo afroamericano onnipresente, storie uniformate di gang e vita criminale in periferia, ragazze madri, rapper che spacciano, eccetera eccetera.
Quando la vedrai (se non l’hai già vista) ti piacerà l’estenuazione fatta di silenzioso ma visibilissimo disprezzo che accompagna Monk quando assiste a un’intervista commossa in prime time a Sintara Golden, che poi procede a leggere un passo del suo libro inconsistente come se fosse un classico memorabile, o la sera, quando accende la tv e ci trova storie di spacciatori afroamericani in fuga dal ghetto.
Ma nel film c’è molto altro, a cominciare dal cambio di passo che segna il dipanarsi della trama: sfinito dalla morte improvvisa della sorella, dalla madre ammalatasi, dalla sua famiglia in frantumi, dai problemi economici e soprattutto da un mondo che non accetta la sua erudizione, Monk scrive per scherzo *My Pafology*, la finta autobiografia di un ricercato nero in fuga, il fittizio Stagg R. Leigh; per scherzo la propone al suo agente letterario; per scherzo, ovviamente, trova un editore disposto a renderlo milionario (la scena del primo colloquio fra «Leigh» e la publisher bianca è forse la più riuscita del film: ricorrono gli aggettivi «crudo» e «vero» già usati per il libro di Golden, Monk è **costretto a parlare come un rapper** e il tutto raggiunge un livello di grottesco celestiale).
«I bianchi pensano di volere la verità, ma non la vogliono: vogliono sentirsi assolti» dice l’agente di Thelonious Ellison al suo assistito, ed è una delle direttrici del film: tante pose nominalmente votate all’*allyship* e all’inclusione in realtà sono poco più che mostrine da appuntarsi sul petto per dirsi bravi e dalla parte giusta, anche se nei fatti remano spesso in direzione contraria alla «diversità» di cui si dicono portavoce. Fin dai tempi della *blaxploitation* commerciale del cinema degli anni Settanta, la comunità afroamericana dibatte sulla rappresentazione dei neri su pellicola. Ma di questi tempi, il mainstream parla di altri termini onnipresenti.
*American Fiction* è un film contro la «**cultura woke**», come si è letto? In parte satireggia una sua incarnazione precisa (le università pavide e prone, l’editoria moralisteggiante priva di spessore, l’inclusività di facciata), è vero, ma non è soltanto questo. Anzi, nel fatale confronto tra Monk e Sintara Golden, che a un certo punto si trovano nella stessa giuria di un premio letterario, emerge una tensione che sembra andare nel verso opposto: Monk la accusa di rendere i neri umanità bidimensionale; Golden spiega che i suoi libri sono il risultato di ricerca dettagliata, poi chiede al suo accusatore per quale motivo agli afroamericani dovrebbe essere precluso il successo commerciale solo perché scrivono cose che piacciono ai bianchi. E il protagonista fa scena muta.
E poi c’è il finale (che qui non spoilereremo, dai). In generale, si può dire che *American Fiction* è un film che di risposte certe non ne ha: al posto del suo sceneggiatore e regista Cord Jefferson, avrei forse calcato di più la mano sul versante della satira tagliente del finto progressismo controproducente. Ma lui ha fatto una cosa diversa, lasciando molte domande aperte e girando il volante dello script verso i saliscendi della vita privata del protagonista. Jefferson stesso ha [detto](https://www.esquire.com/entertainment/movies/a46131646/cord-jefferson-american-fiction-interview/?ref=culturewars.it) che il suo «sogno» è che la pellicola stimoli un nuovo dibattito, non che venga usata per inchiodare colpevoli ben definiti alle loro responsabilità.
Che sia un lungometraggio in controtendenza – e che questa controtendenza vada esaminata, letta e compresa – è senza dubbio (e sbaglia, non a caso, anche chi combattendo le guerre culturali da sinistra è corso ad arruolare *American Fiction* fra le truppe di un integralismo opposto, vedendoci o volendoci vedere una complessa critica della *white supremacy* di Hollywood: non è nemmeno questo). Ma **quella del film «anti-woke» è una semplificazione** fuorviante, che fa torto all’intento cauto e meditabondo della sceneggiatura.
Come si dice in questi casi, *era meglio il libro*: in questo caso *Erasure*, il romanzo di Percival Everett uscito nel 2001, una parodia [molto più definita](https://rosselliotbarkan.com/p/the-problem-with-american-fiction?ref=culturewars.it), sistematica e decisa di un genere letterario visto come il fumo negli occhi da Everett. Ma *American Fiction* rimane, per quel che mi riguarda, un film riuscito e da vedere. Foss’anche soltanto per una battuta perfetta rivolta da Thelonious ‘Monk’ Ellison al suo agente che gli stava spiegando i motivi di mercato per cui non vendeva abbastanza: gli editori volevano «***black books***», non le sue alzate d’ingegno.
> My book is a black book because I’m black and I wrote it.
## ****Altre news dal fronte**
- Il trend delle influencer di TikTok che interpretano [la donna che sta a casa](https://t.co/1vYkhF2HFK?ref=culturewars.it);

- Ah, peraltro: le materie umanistiche sono per caso diventate [una cosa di destra](https://www.newyorker.com/magazine/2024/03/18/have-the-liberal-arts-gone-conservative?ref=culturewars.it)?

- Che gli Stati Uniti lo bannino davvero (difficile) o meno, TikTok [va comunque regolato](https://www.washingtonpost.com/opinions/2023/04/14/tiktok-teens-mental-health-regulation/?ref=culturewars.it), per il bene di tutti.
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### Il mondo dalla frontiera
URL: https://www.culturewars.it/intervista-francesco-costa-frontiera/
Last updated: 2024-03-08T08:48:40.000Z
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A mo’ di disclaimer: **Francesco Costa** per me è una vecchia conoscenza: non solo perché lo leggo dai tempi del suo primo blog, ma perché Francesco è stato anche il giornalista che, dodici o tredici anni fa, mi ha insegnato i fondamenti di questo mestiere (e, soprattutto, ha saputo trasmettermi la passione che ci vuole per svolgerlo in un certo modo). Come si dice in questi casi: gli devo molto.
Ma di questo a te interesserà relativamente: più importante è dire che di Francesco, che nel frattempo è diventato un nome affermato del giornalismo nazionale e gode di un meritato successo, è appena uscito l’ultimo libro, [*Frontiera*](https://www.mondadoristore.it/Frontiera-Perche-sara-nuovo-Francesco-Costa/eai978880477688/?ref=culturewars.it) (Mondadori), un affresco a più tinte degli Stati Uniti d’America e le loro questioni aperte.
Era l’occasione giusta per scambiare due parole e fargli qualche domanda su quel Paese al di là dell’oceano Atlantico che influenza – e influenzerà – così tanto la nostra vita quotidiana, su quello che ha messo nel libro e su quel che è rimasto fuori: ed eccoci qua.

**⪢ Nelle interviste ad autori e autrici c’è chi è pregiudizialmente contro il momento “raccontami il tuo libro”; a me invece piace sempre, devo dire (*«so sue me*», direbbe il Michael Scott di *The Office*): cosa hai messo in *Frontiera*, a chi si rivolge e perché – cito dall’introduzione – è un saggio «frastagliato e non lineare»?**
Perché è un libro di frammenti. È diviso in cinque parti ma ogni parte non è un discorso che va da A a B, un capitolo che inizia e finisce e ti ha raccontato una cosa. Perché niente nella realtà ha questa forma, mi sono detto. Niente si può raccontare con un discorso che inizia e finisce. Ogni fenomeno ha cento cause diverse che vediamo e altre cento che non vediamo, e si lega ad altri fenomeni ognuno con le sue duecento ragioni che riguardano magari altri settori, altre persone o cose avvenute un secolo fa. Ho provato a riprodurre con la scrittura la stessa modalità – frastagliata e non lineare, appunto – con cui facciamo esperienza della realtà, dato che lo scopo del libro è raccontare la realtà. Credo che anche per questo motivo non sia facilissimo per me *pitchare* questo libro. Sai quella cosa «convincimi a comprarlo nel tempo di un viaggio in ascensore»? Ogni volta che ne parlo lo faccio in un modo diverso.
Ma è un libro che ha l’ambizione di raccontare come pensano gli americani. Come ragionano. Come guardano a se stessi e al mondo. E sulla base di questo, argomenta che gli americani restino i migliori a giocare al gioco del capitalismo, per quanto le regole del capitalismo possano farci orrore; e dato che non si vedono regole nuove all’orizzonte, che anche questo secolo sarà un secolo americano. Che non vuol dire che andrà tutto bene, naturalmente. Qualcuno potrebbe cominciare a scrivere *pitchare*, per esempio.
**⪢ E d’altronde l’ultima volta che ci siamo ripetuti «ne usciremo migliori», si potrebbe obiettare, non è andata poi così bene. Ma tornando al libro: uno dei frammenti è titolato con un termine di cui da queste parti ci occupiamo spesso, «Identità». I lettori ci troveranno Ibram X. Kendi, teenager “cancellati“, J.D. Vance, il caso Bud Light e un atlante preciso del «nevroticismo» (cito) che orbita attorno alle cosiddette guerre culturali, negli Stati Uniti e non solo. Due domande in una: qualcosa trapela da *Frontiera* e riassumerla in breve non è cosa facile, ma che idea ti sei fatto del bailamme delle questioni identitarie? E quanto peso pensi che avrà nel risultato di novembre? (Si potrebbe dire che il fu candidato più pervicacemente *anti-woke* à la Twitter, Ron DeSantis, non ha toccato palla: poi però c’è Trump).**
Non ho *una* idea sulle questioni identitarie, negli Stati Uniti ma non solo. Ne ho molte, diverse, a volte in contraddizione, spesso in evoluzione. Spesso sono scoraggiato dalla povertà del dibattito. L’idea che risposte e soluzioni siano semplici, o che si possa mettere ogni cosa in un solo grande cassetto e dire “tutto bene” o “tutto male”, va bene per i talk show. Penso anche che il mestiere del giornalismo attorno a questi temi dovrebbe essere discuterne più che litigarne. Indagare più che schierarsi, cercando di essere utili, di sottrarci ai riflessi condizionati. Nel libro ci provo, e per questo mi soffermo più sulle storie che sulle grandi parole, *politicamente corretto*, *woke*, *cancel culture*, eccetera. Per capire da dove vengono e come toccano le vite delle persone.
È difficile dire che peso avranno questi temi alle elezioni. Sono fenomeni che scuotono la società dal basso molto più che dall’alto. La politica li subisce più di quanto sembri. Le questioni identitarie appassionano gli americani ma i politici sono il pezzo meno interessante della storia. Inoltre le leggi statali coprono un sacco di temi – scuola, sanità, ordine pubblico, sport universitari… – che sono quindi parzialmente sottratti al dibattito delle presidenziali. La mia sensazione è che oggi le battaglie sui temi culturali ti possano aiutare a diventare qualcuno fra le persone ipercoinvolte, principalmente sui social media, e di conseguenza sulla stampa. Ma non ci puoi diventare presidente.
**⪢ Chiarissimo (e totale sintonia sullo scrivere libri – o newsletter! – per provare a sottrarsi da quei riflessi condizionati). Mentre parliamo, buona parte dell’X – si dice, «dell’X»? Altrimenti: «del Twitter» – americano sta litigando su fatti di quattro anni fa: Adam Rubenstein nel 2020, da redattore del New York Times, ha editato un famoso (o famigerato) op-ed del senatore Tom Cotton, quello del «*Send In the Troops*» in risposta alle proteste più radicali del movimento Black Lives Matter. Rubenstein ha raccontato** [**sull’Atlantic**](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2024/02/tom-cotton-new-york-times/677546/?ref=culturewars.it) **di essere stato messo in disparte – e addirittura ripreso dalle risorse umane dell’azienda – per le sue posizioni moderate-conservatrici, finendo a fare da capro espiatorio per le critiche attirate dalla pubblicazione del pezzo. La sinistra, scusa il termine, *woke*, gli dà del bugiardo. È quella che ultimamente aveva impiegato le sue energie per bersagliare una serie di tweet pro-Palestina sull’allenare il fisico** [**forse abilisti**](https://www.culturewars.it/sport-abilista-twitter/)**, proprio mentre nelle bolle adiacenti, a destra, si cercava di vederci più chiaro su Taylor Swift, nota** [**agente del Deep State pro-Biden**](https://www.washingtonpost.com/politics/2024/02/14/gop-swift-superbowl/?ref=culturewars.it)**. Nell’introduzione di *Frontiera* descrivi «un Paese lontano \[...\] dalla litigiosità della politica e dalla polemica perpetua dei social media». Ponendo che anche quello che scorgiamo sulle piattaforme sia un Paese: i due paesi, online e offline, avrebbero ancora qualcosa da dirsi? E che ne sarà di questo divario nei prossimi anni, secondo te?**
Il Paese online e quello offline, dici? Va’ a sapere. Ovviamente la realtà è una sola. E mi sembra molto evidente che gli incentivi creati dai social media ci portino a interpretare online la versione peggiore di noi, in assoluto la più stupida, istintiva, aggressiva, polemica ed egoriferita. È vero che quella versione spesso tracima nella vita vera. Ma non prenderei a esempio della situazione generale un editor del New York Times o qualcuno che scrive su Twitter che bisogna andare in palestra per fare la rivoluzione e qualcun altro che pensa che il primo problema di quella frase sia il suo “abilismo”, per fortuna. Nessun posto di lavoro al mondo è uguale al New York Times e quando dici qualcosa e hai davanti qualcuno, invece che uno schermo, le interazioni cambiano. La maggior parte delle persone – fuori dai college, certo, e in generale tra chi non passa quattordici ore al giorno attaccato a uno schermo – davanti a episodi come questi scuote la testa o gira gli occhi in alto. Siamo diventati tutti molto più scemi, è indubbio, giriamo nella ruota dell’indignazione perpetua come criceti e lasciamo che un algoritmo costruito per farci comprare un profumo decida la nostra gerarchia delle notizie. Ma non siamo tutti scemi quanto il protagonista del giorno su Twitter, per fortuna. Le persone che osservano una shitstorm e pensano tra sé e sé “che stronzi, che imbecilli” sono fortunatamente ancora parecchie di più di quelle che partecipano a una shitstorm. Solo che per ovvie ragioni sentiamo solo le seconde. Forse questa cosa cambierà, in parte mi pare stia già succedendo. Ma non nel senso che gli insulti degli stronzi saranno coperti da una maggior quantità di insulti dei presunti “buoni”. Semplicemente daremo meno peso a quello che ha scritto un tizio che si annoiava sul divano.
**⪢ Domanda secca: c’è qualcosa che, da italiani (o diciamo pure: da non-americani) non abbiamo ancora capito di Donald Trump? Come fa a essere il candidato “da battere” a marzo del 2024? (E già che ci siamo, anche se la famosa sfera di cristallo non ce l’ha nessuno: alla fine secondo te sarà battuto?).**
Moltissime. Per esempio: in economia Trump ha vinto primarie e presidenziali del 2016 spostandosi al centro rispetto al suo partito, non a destra. Prima di lui i Repubblicani avevano un’agenda economica ultra-liberista: grossi tagli alle tasse da ripagare tagliando pensioni, sanità, servizi. Romney fu fatto a fette da Obama proprio su questo. Trump non ha mai sostenuto né fatto nulla del genere. Il tutto mentre i Democratici invece si spostavano a sinistra: Biden sta governando da sinistra rispetto alle posizioni di Hillary Clinton, che a sua volta aveva un programma ben più di sinistra di quello di Obama.
Un’altra cosa che qui non vediamo è quanto siano *normali* le persone che votano Trump. È normale che il tipo col cappello con le corna faccia più notizia degli altri, e ai comizi di Trump partecipano soprattutto i più motivati e talvolta sciroccati, ma alle primarie dei Repubblicani in Iowa ha partecipato un settimo degli elettori che votano i Repubblicani alle elezioni. Non sono quelli che votano alle primarie, “gli elettori di Trump”. Quella è la sua base, piccola e rumorosa. La grandissima parte delle persone che votano Trump non sono più stronze o razziste della media, non odiano nessuno, vedono i suoi limiti. Vorrebbero tasse più basse e più poteri per il loro stato che per il governo federale; o vorrebbero decidere quando comprare un’auto elettrica o le piastre a induzione senza che li costringa la legge. Possono avere torto, ma hanno idee normalissime che esistono in ogni Paese del mondo. Preferirebbero votare un politico conservatore che non fosse Trump, ma lo votano turandosi il naso come sicuramente sarà capitato anche a me e a te almeno una volta nella vita di votare per qualcuno che non ci piaceva perché quegli altri erano peggio.
Le presidenziali vengono spesso decise da poche migliaia di voti. Chiunque oggi avanzi pronostici su un’elezione che si terrà fra otto mesi sta tirando a indovinare, o ha scelto una posizione che gli sembra utile assumere. Però la risposta alla tua ultima domanda dipenderà molto da quante persone conservatrici decideranno di turarsi il naso ancora una volta. Anche perché l’esperienza politica di Trump è l’esperienza di un perdente: dopo aver vinto per il rotto della cuffia nel 2016, pur prendendo tre milioni di voti in meno di Clinton, Trump e i suoi hanno perso nel 2018, nel 2020 e nel 2022\. A giudicare dai risultati delle primarie, il consenso di Trump non è per niente solido, fuori da quel 20-25 per cento di americani che lo amano visceralmente. Ma le presidenziali sono una questione binaria, ogni guaio dell’uno avvantaggia l’altro: magari Biden inciamperà in diretta durante un confronto tv e tutte le nostre analisi andranno a farsi benedire.
**⪢ Nel capitolo finale di *Frontiera*, che ha lo stesso titolo del libro, scrivi: «Il fatto che gli Stati Uniti non siano mai stati all’altezza dei loro valori proclamati non ha impedito a quei valori di rappresentare un obiettivo a cui tendere, di dare una direzione al progresso anche fuori dai loro confini». Come ultima domanda, allora, ti chiedo se quei valori oggi sono cambiati: e se sì, con quali effetti, per loro e per noi. Insomma: cosa rimane oggi della frontiera americana?**
Il mito della frontiera è ancora al centro del modo che gli americani hanno di guardare a se stessi e al mondo: è fondativo, lo si ritrova dentro ogni discorso pubblico. Non riguarda il confine, anche se viene dal rapporto degli americani con lo spazio: è un’idea più culturale che politica. Per questo motivo, quando si definiscono il faro di speranza del mondo, gli americani la raccontano più a se stessi che a noi. Noi saremo giustamente scettici ma loro ci credono per davvero. E c’è un’altra cosa importante da capire, per noi che li guardiamo da fuori: il mito della frontiera e dell’esplorazione non comporta necessariamente alcuna nobiltà. A volte produce coraggio e altre volte scelleratezza, imprudenza. A volte genera degli strappi di progresso destinati a riverberarsi nel mondo, a produrre speranza, fiducia, cambiamenti: capita ancora oggi, si pensi alla legalizzazione della marijuana o al matrimonio egualitario, o alla gigantesca elaborazione culturale sui gender studies o sul razzismo, che ha una influenza globale e non è certo tutta da buttare. Altre volte genera avventurismo, crudeltà, o immagina l’esistenza di una presunta “purezza” americana da difendere. Ma ecco: gli americani si buttano dentro con tutte le scarpe, sempre. Questo è rimasto.
## ****Altre news dal fronte**
- E niente, anche il manifesto delle Olimpiadi di Parigi è stato [accusato di wokismo](https://today.rtl.lu/entertainment/news/a/2174948.html?ref=culturewars.it);

- Una [recensione](https://www.theguardian.com/film/2024/feb/03/american-fiction-review-cord-jefferson-jeffrey-wright-tracee-ellis-ross?ref=culturewars.it) del Guardian di *American Fiction*, film sull’ipocrisia di una certa «inclusione» che mi riprometto di vedere in questi giorni;

- La debacle dei [*test score*](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2024/03/standarized-testing-requirements-act-sat/677667/?ref=culturewars.it) di ammissione ai college americani, che hanno danneggiato chi in teoria avrebbero dovuto aiutare.
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### Dovemo votà e te piji er gelato?
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Last updated: 2024-07-17T13:37:58.000Z
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La citazione del film di Claudio Caligari simbolo degli anni Ottanta, *Amore tossico* ([qui](https://www.youtube.com/watch?v=Se60imZePos&ref=culturewars.it) la scena celebre), si applica bene a quanto successo a Joe Biden lunedì scorso, quando aveva appena finito di registrare una puntata del *Late Night with Seth Meyers*, show di punta della prima serata dell’emittente Nbc di cui era ospite.
Joe Biden, in compagnia dello stesso Seth Meyers, **si è concesso un cono** in un negozio della catena di gelato artigianale Van Leeuwen di fronte al Rockefeller Center di New York, dove si trova la sede di Nbc, e qui il presidente degli Stati Uniti ha risposto alle domande di un capannello di giornalisti. Mal gliene incolse.
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### La generazione del bianco
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Last updated: 2024-03-04T23:46:06.000Z
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**Gemini** doveva essere un progetto centrale nella strategia di **Google**, il suo guanto di sfida a OpenAI nel settore dell’intelligenza artificiale, presentato in pompa magna l’anno scorso e svelato al grande pubblico due mesi fa, come versione aggiornata del precedente chatbot Bard.
Eppure i titoli e la copertura mediatica che il progetto sta ricevendo in queste ore non sono la pubblicità che Alphabet avrebbe voluto, anzi: Gemini ha combinato un bel po’ di casini, diventati subito virali nel modo più conflittuale e burrascoso. In un caso finito [sul New York Times](https://www.nytimes.com/2024/02/22/technology/google-gemini-german-uniforms.html?ref=culturewars.it), un utente ha chiesto al chatbot di generare l’immagine di un soldato tedesco nel 1943. L’IA si è inizialmente rifiutata, poi ha prodotto questo:

Un ex impiegato di Google di origine indiana, Deedy Das, ha condiviso su X i risultati generati dai prompt «una donna australiana» e «una donna tedesca», chiosando che «è penosamente difficile convincere Google Gemini a riconoscere che esistono i bianchi».
> It's embarrassingly hard to get Google Gemini to acknowledge that white people exist [pic.twitter.com/4lkhD7p5nR](https://t.co/4lkhD7p5nR?ref=culturewars.it)
>
> — Deedy (@debarghya\_das) [February 20, 2024](https://twitter.com/debarghya%5Fdas/status/1759786243519615169?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Risultati simili sono stati segnalati anche in risposta a input come «crea l’immagine di un [Papa](https://twitter.com/IMAO%5F/status/1760093853430710557?s=20&ref=culturewars.it)» (realizzando il sogno dei mitici [Pitura Freska](https://www.youtube.com/watch?v=OlamxsQhlaQ&ref=culturewars.it) a Sanremo). Un altro ingegnere di ‘Big G’ ha [scritto](https://twitter.com/stratejake/status/1760333904857497650?s=20&ref=culturewars.it) di non essersi «mai sentito così in imbarazzo di lavorare per un’azienda», a corredo dello screenshot di un suo tentativo di creare una «rappresentazione storicamente accurata di un re medievale britannico» che di accurato aveva effettivamente molto poco.
In altri casi, come riportato dal Times, Gemini si è rifiutato direttamente di generare persone bianche: il sistema rispondeva a prompt che chiedevano immagini di coppie di etnia asiatica o africana, ma non procedeva con le coppie caucasiche, spiegando che non poteva «generare immagini di persone basate su etnie e colori della pelle specifici, per evitare di perpetuare stereotipi e pregiudizi dannosi».
Mercoledì, Google si è [difesa](https://twitter.com/Google%5FComms/status/1760354549481546035?ref=culturewars.it) definendo il tentativo di diversificare gli output della sua intelligenza artificiale «una cosa buona in generale», ma che qui aveva «mancato il bersaglio». La funzionalità di generazione di immagini di Gemini è stata messa in pausa in attesa di una revisione più approfondita.
I professionisti dell’***anti-wokismo*** si sono gettati a pesce sulla vicenda, com’era prevedibile: articoli sul [New York Post](https://twitter.com/nypost/status/1760623631283954027?ref=culturewars.it), servizi di Fox News, gragnole di tweet di trumpisti di ogni ordine e grado, video di [Matt Walsh](https://twitter.com/MattWalshShow/status/1760756960452821446?ref=culturewars.it), eccetera. Elon Musk si è scagliato contro la «folle programmazione razzista e anti-civiltà» del colosso di Mountain View, nientemeno.
Molte di queste persone sono chiaramente in malafede, come ricordiamo spesso da queste parti, ma in questo caso hanno una qualche ragione, anche se non per i motivi che credono loro. Questo pasticcio di Google è una risposta al cosiddetto ***AI bias***, un fenomeno di cui si parla da qualche anno.
Riassumendo in un paragrafo una [questione complessa](https://www.vox.com/technology/23738987/racism-ai-automated-bias-discrimination-algorithm?ref=culturewars.it), diversi sistemi di intelligenza artificiale – dal riconoscimento facciale ai chatbot dei servizi clienti online – sono segnati a monte da **un input di dati che spesso si rivela discriminatorio** nei confronti di alcune categorie di persone: negli Stati Uniti a un afroamericano potrebbe non essere concesso un mutuo perché un sistema automatico lo associa a tratti potenzialmente pericolosi; una donna caraibica potrebbe non venire assunta da una società perché un’IA di un cacciatore di teste ci vede un soggetto problematico, eccetera.
Gemini è stata programmata per colmare questo gap, come ha [spiegato](https://x.com/JackK/status/1760334258722250785?s=20&ref=culturewars.it) nemmeno tanto fra le righe il suo responsabile Jack Krawczyk, ma si è ritrovata con in mano una discriminazione de facto in senso contrario. Questa debacle, anche se non avesse servito un clamoroso e gratuito assist alla banda Trump, sarebbe comunque stata un problema: perché il chatbot della prima azienda tech del mondo non “vuole” generare immagini di persone bianche?
Una bella beffa, per Google, considerando che un pugno di anni fa si trovava **sulla graticola per motivi diametralmente opposti**: nel 2015 Google Photos aveva [etichettato](https://www.bbc.com/news/technology-33347866?ref=culturewars.it) come «gorilla» una foto di due persone nere, portando l’azienda a rimuovere il tag «gorilla» dalla sua sezione foto (una policy che perdura tuttora) e a intensificare i suoi sforzi in direzione della diversità, anche nei risultati delle ricerche di immagini.
Ma sarà che il troppo stroppia, o più probabilmente che su questi temi in questi anni ci si trova sempre a camminare sulle uova: eccoci qua. Quando gli chiedi di rappresentare esseri umani, ora Gemini risponde «stiamo lavorando per migliorare la capacità di Gemini di generare immagini di persone», avvisando che gli utenti riceveranno una notifica quando la funzione tornerà disponibile.
## ****Altre news dal fronte**
- Jon Stewart [contro](https://twitter.com/TheDailyShow/status/1759790628370575696?ref=culturewars.it) Tucker Carlson propagandista a Mosca (io però su questo la penso pressapoco [come Paolo Mossetti](https://twitter.com/paolomossetti/status/1760082388833763429?ref=culturewars.it));

- «Il sesso con fini ricreativi è il Male», [disse](https://twitter.com/realchrisrufo/status/1760704767771431360?ref=culturewars.it) questo ideologo di una destra moderna e rispettabile;

- Una [recensione](https://www.iltascabile.com/recensioni/guerre-culturali-e-neoliberismo-di-mimmo-cangiano/?ref=culturewars.it) di *Guerre culturali e neoliberismo* (Nottetempo), di Mimmo Cangiano, saggio che conto di trovare il tempo di gustarmi prossimamente.
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### Un affabulatore Nato
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Last updated: 2024-07-17T13:42:33.000Z
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Il 10 febbraio **Donald Trump** si trovava a Conway, una placida cittadina della South Carolina a pochi minuti di auto da Myrtle Beach. Era sul palchetto del suo comizio e stava parlando di come, quando tornerà presidente, gestirà le alleanze degli Stati Uniti (Trump dà sempre il meglio quando parla di politica internazionale).
Ha citato uno scambio che dice di aver avuto durante il suo primo mandato, con un non precisato leader di «un grande Paese» – un Paese che non aveva incrementato i suoi investimenti per la difesa al 2% del Pil, come indicato dalle linee guida della **Nato** – riportandolo nei termini che seguono:
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### Ginnastica e rivoluzione
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Last updated: 2024-03-04T23:47:06.000Z
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Oggi Twitter non è più lui, tanto che non si chiama più così (ciao, X) ed è insidiato da tanta concorrenza – l’ultima in ordine di tempo: quella dell’impalpabile Threads, che personalmente non utilizzerò mai – ma a volte regala ancora momenti da sindrome di Stendhal.
È ciò che è successo in questi giorni, quando il profilo di un’attivista ha postato questo messaggio e un relativo thread a corredo (purtroppo da allora è scomparso tutto, capirai a breve il perché) e si è scatenato un inferno su cui vale la pena soffermarci: diversamente da Las Vegas, quel che succede su X non rimane su X.

Contesto: **Kiran Fatima** è un’attivista pro-Palestina, che si occupa anche di un sito che raggruppa risorse per seguire e sostenere la causa palestinese. Il senso del suo tweet – che a me, giusto o sbagliato che si giudichi, pare abbastanza chiaro – era che la sinistra ha bisogno di imparare a difendersi. E che per farlo deve allenare il fisico.
Nei messaggi successivi – di cui non ho trovato screenshot, ma posso rimandarti a [questo](https://twitter.com/Halalcoholism/status/1756267938355790278?ref=culturewars.it) tweet – Fatima articolava il suo pensiero come segue:
> Il tempo del nichilismo, dell’autocommiserazione, delle scuse è finito. Viviamo in un Paese fascista – qualsiasi Paese dell’occidente. Ai nostri vicini vulnerabili e ai popoli del Sud Globale, per esempio la Palestina, serve che facciamo un passo in più.
E poi così:
> Sì, ci sono molte cose su cui non hai controllo nel mondo. Ciò che puoi controllare è il cibo, le bevande, il fumo che inserisci dentro di te, e nella maggior parte dei casi puoi controllare come muovi il tuo corpo, quando e a quale scopo. Usa questa cosa. Concentrati su ciò che puoi controllare.
Seguiva una sorta di parte da arringa motivazionale di genere self-help («trova una cosa che ami fare»), unita al fissaggio di una soglia minima di allenamento («una routine di 50 flessioni al giorno è meglio di niente»), e **una serie di conclusioni difficili da travisare**: «Devi essere forte per te e per chi è intorno a te» (più sotto: «Se sei una persona di sinistra, comportati da tale». Ultimo tweet: scritta a caratteri cubitali «UN FASCISTA OGGI SI È ALLENATO. E TU?»).
Insomma, hai capito l’antifona. Sono d’accordo? Beh, no: con tutti gli acciacchi, le violenze di Stato e le ingiustizie sistemiche che la crisi del liberalismo si porta dietro, quantomeno le nostre pericolanti democrazie ci permettono ancora (e per ora) di non dover andare in giro coperti di pelli di leopardo a ucciderci l’un l’altro per uno stinco di brontosauro: non so se tornerei indietro su questo punto, grazie, gentilissima.
Eppure la cosa davvero fenomenale, eloquente, inimmaginabile è stata **l’accoglienza riservata a questo intervento** fra i ranghi del Twitter (pardon, X) progressista, una volta che è inevitabilmente diventato virale: migliaia – e non è detto per dire, per cui ri-sottolineo: *migliaia* – di persone hanno accusato Kiran Fatima di abilismo, per aver diffuso un messaggio che non tiene conto della sensibilità delle persone disabili.
> This doesn’t really take into account the disabled leftists but okay
>
> — 💙 Haven / Aura 💗 (@Venom\_H4v3n) [February 8, 2024](https://twitter.com/Venom%5FH4v3n/status/1755683941283979589?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
> Ableist leftists have literally made the stakes SO HIGH just to pick up FOOD from the GROCERY STORE and RIDE THE BUS, but want people to be hauling their asses into a gym.
>
> — bothered black girl (@IfuekoNadine) [February 9, 2024](https://twitter.com/IfuekoNadine/status/1756079059413451178?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Per [qualcuno](https://twitter.com/lyluancake/status/1755815951063519678?ref=culturewars.it) il suo appello rende l’attivista l’equivalente sinistrorso di Andrew Tate, il noto pugile e influencer britannico di ideali misogino-fascisti; per altri è un richiamo all’[eugenetica](https://twitter.com/CiaranStrange/status/1755991961599942811?ref=culturewars.it) nazista; altri utenti ancora ci hanno [visto](https://twitter.com/angel%5F0f%5Fdeathx/status/1755824812599955700?ref=culturewars.it) propaganda e *dog whistle* dell’estrema destra; c’è chi ha detto che neri e transgender non avrebbero gradito questo discorso (perché?); soprattutto, non si contano le accuse di aver «invalidato l’esistenza» (così si dice, nel gergo twitterian-attivistico) delle persone affette da disabilità.
Kiran Fatima, la cui tempra si immagina essere scolpita nella pietra di diecimila infinite bagarre su Twitter (anche questo è allenamento), prima di capitolare qual Costantinopoli si è difesa come una leonessa, producendo anche scambi memorabili come questo.

È bene citare anche, a margine e come vincitori del premio speciale della giuria, **l’approdo en masse di profili di destra** che, per citare una chiosa efficace, «hanno risposto coi contenuti più omoerotici mai postati, cercando nel contempo di suonare come Conan il Barbaro».
> Leftists sperging about the ableist aggression of being told to exercize is hilarious but have you seen the right-wingers replying with the most homoerotic content ever posted while trying to sound like Conan the Barbarian [pic.twitter.com/8dzLskipU3](https://t.co/8dzLskipU3?ref=culturewars.it)
>
> — Pierre-A. Benoist (@CrneMambe) [February 10, 2024](https://twitter.com/CrneMambe/status/1756310960858386702?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Come dico sempre: è difficile, per chi non è avvezzo alle dinamiche online, capire la presa che queste storie – le quali fino in un tempo relativamente recente non avrebbero fatto capolino neanche nelle discussioni più estemporanee dell’ultimo bar di provincia – hanno su intere piattaforme digitali, e soprattutto sulle porzioni di opinione pubblica che esse contribuiscono a formare. Soprattutto negli Stati Uniti il discorso sull’inclusione si incaglia con regolarità in cul-de-sac benpensanti di questo tipo, che di fatto annullano a monte ogni possibile confronto.
Bisogna rendersi conto del fatto che le diatribe come quella di Kiran non sono solo storielle laterali da osservare con divertimento o Fremdschämen. La mole di energie, di tempo, di risorse comunicative che sottraggono a ciò che – rimanendo al caso in esame – si potrebbe fare di concretamente progressista andrebbe indagata più a fondo. E lo stesso si dica per il loro impatto sulla nostra comprensione del testo e i nostri tic discorsivi, la nostra propensione all’ascolto degli altri, il nostro desiderio di formare legami politici e sociali.
La triste verità è che punti di attrito del genere, per gli utenti di X o TikTok, valgono nella sostanza la polemica del toast tagliato a metà per due euro, quella sulla [ristoratrice e la recensione fasulla](https://www.culturewars.it/giovanna-pedretti-recensione/) o il dibattito algoritmico sulla posizione in classifica di Geolier a Sanremo: sono passatempi in cui poter dire la propria, mettersi sul piedistallo, unirsi alla grancassa virale (con un po’ di fortuna, venendone sospinti).
La differenza, però, è che a fare le spese di questo pigro passatempo sono processi fondamentali nell’evoluzione culturale delle società che abitiamo: la tribalizzazione che si legge nelle infinite repliche all’attivista che si è erta sul pulpito (per poi trovarsi nell’occhio del ciclone) non solo non migliora materialmente la condizione di disabili, transgender, afroamericani e palestinesi sotto le bombe di Israele, ma va paradossalmente a detrimento di ognuna di queste categorie, i cui portavoce online – non tutti, per fortuna, ma troppi – si perdono in schermaglie di facciata.
Un mondo di polemichette mentre fuori c’è la morte, insomma. Un’epoca di tempeste in bicchieri d’acqua che non intaccano lo status quo, anzi lo alimentano. Oppure, detta con altre parole:
> Dog look at my socialists we never having a revolution
>
> — Lil' Triangle (@TriangleCyclops) [February 10, 2024](https://twitter.com/TriangleCyclops/status/1756270556037496900?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
## ****Altre news dal fronte**
- Sono arrivati i «[solo poly](https://www.nytimes.com/2024/02/08/style/solo-polyamory-dating.html?smid=url-share&ref=culturewars.it)», che sono i poliamorosi che però rimangono single. Non hai capito niente? Nemmeno io, non preoccuparti;

- Server queer [finiti in mano ai talebani](https://twitter.com/olivertraldi/status/1757060105151844535?ref=culturewars.it);

- Che senso ha che Joe Biden sbarchi su TikTok a febbraio del 2024? [La ringrazio per la domanda](https://www.removepaywall.com/https:/www.theatlantic.com/technology/archive/2024/02/joe-biden-tiktok-account/677453?ref=culturewars.it).
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[Newsletterati](https://newsletterati.com/?ref=culturewars.it), una selezione di newsletter italiane da leggere.
### Trattori in tangenziale
URL: https://www.culturewars.it/trattori-proteste-europa/
Last updated: 2024-03-04T23:47:23.000Z
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Unendo un viaggio stampa al dilettevole, ho passato qualche giorno a Barcellona. Mercoledì, nel primo pomeriggio, mentre mi avviavo a passi spediti per il Passeig de Gràcia, la lunga e prestigiosa via che taglia a metà il quartiere centrale dell’Eixample, ho sentito un coro di clacson particolarmente insistente e acuto.
Con una certa mia sorpresa, a pochi metri dalla Casa Batlló di Antoni Gaudí c’era un’imponente sfilata di trattori di ogni forma e colore, alcuni con enormi rimorchi, altri con le pale anteriori alzate per aria, mentre diversi passanti applaudivano e salutavano il corteo: a prima vista, sembrava un esercito trionfante che percorre la città appena conquistata in direzione del porto. Un esercito di contadini.

Barcellona, mercoledì.
Sapevo della protesta degli agricoltori in corso in Italia e altrove ma, ammetto, fino a quel momento avevo ignorato la portata continentale delle manifestazioni: oltre all’Italia e alla Spagna, i trattori hanno percorso e bloccato le strade di Francia, Germania, Olanda, Grecia, Romania, Polonia.
I motivi che li hanno spinti a farlo sono vari – e in alcuni casi relativi alla situazione specifica del singolo Paese – ma largamente condivisi: un pagamento dei raccolti che è diventato insufficiente a coprire il costo della vita; una concorrenza dei prodotti importati dai Paesi extra-UE considerata sleale, dato che si tratta di materie prime che non devono sottostare ai regolamenti più stringenti di Bruxelles; un framework di leggi comunitarie e decisioni dei governi nazionali visto come ingiusto e penalizzante.
In queste rivendicazioni entra spesso il tema della transizione ecologica: in Olanda negli ultimi mesi la miccia delle proteste si è accesa dopo la richiesta di ridurre le emissioni di azoto equivalente nel settore agricolo; in Germania e Francia gli agricoltori si sono mobilitati dopo i piani – poi rimandati o ritirati – di cancellare le agevolazioni fiscali per i mezzi a gasolio che operano nei campi; in Italia, nel manifesto del Comitato nazionale riscatto agricolo, che giusto ieri sera hanno portato un loro comunicato sul palco del Festival di Sanremo, si legge direttamente di «follie green» e «ideologie ambientaliste».
In Francia, il maggior produttore agricolo dell’Unione europea, le proteste sono diventate particolarmente intense, e sono passate dai blocchi stradali con le balle di fieno nel sud del Paese fino all’ingresso di un grande corteo di mezzi agricoli nel centro di Parigi. «Il mondo sta cambiando troppo velocemente per noi, non sappiamo dove ci troviamo», ha detto [al Guardian](https://www.theguardian.com/world/2024/jan/26/world-changing-too-fast-organic-farmers-french-protests?ref=culturewars.it) l’agricoltore Pierre Bretagne, proveniente da Pornic, nella Loira, che guadagna 6-700 euro al mese per la sua produzione agricola biologica.
Quello di Bretagne sembra essere un sentimento diffuso: Natacha Guillemet, che alleva la pregiata razza bovina Parthenaise – venduta nelle boutique più costose di Parigi – a Vouvant, nella Vandea, ha spiegato al quotidiano britannico che alla fine del mese mette in fila le bollette e decide quali pagare, non potendole saldare tutte; Giulia Goglio, lodigiana 28enne alla testa di un gruppo di coltivatori in protesta nel Nord Italia, ha [dichiarato](https://www.ilgiorno.it/lodi/cronaca/la-marcia-dei-trattori-la-lodigiana-giulia-goglio-portavoce-delle-proteste-chiediamo-dignita-52e864a1?ref=culturewars.it): «Quello che m’interessa è far comprendere all’opinione pubblica le difficoltà del mondo agricolo».
La situazione è particolarmente complicata, perché da una parte gli agricoltori sono la categoria produttiva più direttamente toccata dai cambiamenti climatici, ma dall’altra anche la più colpita da alcune delle misure concertate a livello comunitario per combatterli: non è un caso che a fare da trait d’union della protesta, anche e soprattutto in Italia, sia l’opposizione al Green Deal.
Peccato che si tratti di un’opposizione spesso confusa, e ancora più spesso sfruttata sul piano politico: per fare un esempio, due misure largamente citate alle manifestazioni dei trattori internazionali sono il dimezzamento dei pesticidi entro il 2030 e l’obbligo di lasciare il 4% dei terreni a maggese, entrambe già sospese a Bruxelles l’anno scorso.
Con le elezioni europee del prossimo giugno che incombono, gli agricoltori vengono considerati dai partiti populisti un trampolino di lancio – o rilancio – da sfruttare: è accaduto in Olanda, teatro di aspre contestazioni fin dall’anno scorso, col Pvv di Geert Wilders; in Germania con AfD; nella stessa Spagna, col Partito popolare e Vox. In Italia, Giorgia Meloni dopo che le proteste hanno iniziato a fare notizia ha dichiarato che «questo governo si occupa degli agricoltori» e annunciato un taglio dell’Irpef per le fasce più basse di reddito.
Che la politica più spietatamente opportunistica si proclami all’improvviso vicina a produttori del settore primario [che non aveva mai calcolato molto](https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/02/08/ignorati-blanditi-o-usati-per-interesse-politico-dal-parlamento-ue-alle-false-promesse-dei-governi-nazionali-dove-nasce-la-protesta-dei-trattori/7437464/?ref=culturewars.it), in chiave propagandistica e anti-ambientalista, è un problema bello grosso: senza guardare a quel dettaglio di poco conto delle sorti del pianeta su cui viviamo, se le masse degli scontenti individuano nell’unica fonte dei loro problemi una sorta di “Ztl del green” fatta di burocrati in monopattino, a farne le spese saranno anzitutto loro.
Parallelamente, tuttavia, non credo sia giusto limitarsi a indicare nel fronte dei trattori una nuova incarnazione del nemico. O meglio: non penso basti. \[*Linko un articolo largamente condivisibile, che contesto su un punto*\] [Sostenere](https://lucysullacultura.com/trattori-negazionisti-populisti-il-fronte-anti-ambientalista-di-cui-dovremmo-preoccuparci/?ref=culturewars.it) che gli agricoltori «hanno visto un’onda politica» – quella reazionaria dell’anti-ambientalismo – «e hanno deciso di salirci sopra» mi sembra un modo di inquadrare la questione che inverte cause ed effetti: considerate le premesse, è più verosimile che i trattori che occupano le strade d’Europa abbiano deciso di fraternizzare con l’unica parte delle istituzioni che si è mostrata propensa ad ascoltarli (seppure, aggiungiamo noi, in modo del tutto strumentale).
Sarà che tutti i miei nonni erano contadini, e forse soltanto per uno di quei guizzi della storia e del destino oggi non mi trovo anche io immerso in quel loro mondo di rimorchi e prezzi da contrattare per passare l’inverno, ma nella sbrigatività con cui si [liquidano](https://twitter.com/StefanoFeltri/status/1754409281586094339?ref=culturewars.it) molte delle istanze dei coltivatori – figure anacronistiche, spesso con un accesso alle informazioni meno diretto del nostro, e come tali facili bersagli di un classismo strisciante – leggo il chiudere gli occhi di fronte ad alcune disuguaglianze della nostra epoca, quelle meno immediatamente marketizzabili o à la page: quelle delle province arretrate, dei mestieri “di una volta”, dei paesi che non frequentiamo e di cui non sappiamo – né, in fondo, vogliamo sapere – nulla, perché ci crediamo evoluti, in definitiva migliori.
Eppure nel mondo là fuori le proteste degli agricoltori sono popolari, eccome: in Francia il 90% della popolazione [si è detta](https://www.npr.org/2024/01/30/1227909412/france-farmers-protest-paris-tractors-highways?ref=culturewars.it) favorevole ai blocchi stradali dei trattori; in Italia la percentuale si [attesta](https://www.affaritaliani.it/politica/la-protesta-dei-trattori-unisce-gli-italiani-piu-del-70-a-favore-sondaggio-900547.html?ref=culturewars.it) sul 70%, e anche nel nostro Paese si è assistito alle scene di acclamazione dei mezzi agricoli che ho visto coi miei occhi nel centro di Barcellona.
Torna a fare capolino il solito vecchio dilemma, un interrogativo che personalmente mi tormenta non di rado: se anche è vero – come è vero – che la transizione ecologica è il minimo indispensabile (e già ampiamente messo a repentaglio) per salvare il salvabile, come si fa a pretendere che chi ne pagherà le prime conseguenze lo accetti in silenzio, o che non si avvicini a quelli che dicono di volerlo ascoltare, anche se sono dei brutti ceffi? Se è certo – come è certo – che esistono un giusto non più rimandabile e uno sbagliato non più accettabile, è giusto che io, dal mio divano a Milano, faccia spallucce di fronte alle sorti di un contadino di Viterbo o Treviso che non riesce a vivere del suo lavoro?
Su questo continuum città-provincia, anche in senso lato, si giocano da almeno un decennio i destini di molta della politica mondiale, e sono sempre più convinto che il progressismo debba farsi carico di istanze che continuano a rimanere lontane dal suo sguardo. Non porterà viralità su Instagram, ma anche il mondo rurale esiste e merita di poter vivere con dignità, persino quando si accoda alle corbellerie su Greta Thunberg e l’ambientalismo.
Tra le mietitrebbiatrici e le pale scavatrici non dovrebbero esserci i populisti olandesi, gli estremisti di destra tedeschi o il ghigno tronfio di Marine Le Pen, ma politici di sinistra che si sono accorti che il sistema attualmente in essere crea, e da tempo, sacche di povertà e ingiustizia materiale, economica, su cui nessuno ferma lo sguardo e l’attenzione. Se non vanno loro a parlare con quelle persone, se non provano a capirle, a rappresentarle, non penso che ci voglia Pellizza da Volpedo per decretare che la colpa non è dei contadini.
## ****Altre news dal fronte**
- È la fine dei social? Secondo [l’Economist](https://www.removepaywall.com/https:/www.economist.com/leaders/2024/02/01/the-end-of-the-social-network?ref=culturewars.it), che ha dedicato all’argomento una copertina, più che altro sono cambiati: e la loro nuova caratteristica più rilevante è che sono molto poco social;

- La grande [vittoria propagandistica](https://www.cnn.com/2024/02/08/media/vladimir-putin-tucker-carlson-interview-reliable-sources/index.html?ref=culturewars.it) di Vladimir Putin, dopo l’intervista concessa a quello scendiletto di Tucker Carlson;

- Joe Biden è di nuovo oggetto di accuse di aver perso un po’ di facoltà intellettive (non è vero, per quel che ne sappiamo): ne ho scritto [su Esquire](https://www.esquire.com/it/news/politica/a46694078/biden-accuse-demenza-senile/?ref=culturewars.it).
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### Donald contro Taylor
URL: https://www.culturewars.it/trump-contro-taylor-swift/
Last updated: 2024-07-17T13:46:26.000Z
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Il nuovo nemico pubblico numero uno dei Repubblicani americani ha 34 anni, lunghi capelli biondi e una sfolgorante carriera da popstar ai vertici dell’industria musicale globale. Si chiama Taylor Swift, e poche settimane fa la rivista Time l’ha eletta «Person of The Year» per il 2023.
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### Categoria nuove proposte
URL: https://www.culturewars.it/speciale-elezioni-usa/
Last updated: 2024-02-19T10:20:31.000Z
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Quando ho aperto Culture Wars, a dicembre del 2021, ho scelto di creare una cosa che in Italia non c’era: un approfondimento settimanale, informato e ragionato, su temi su cui troppo spesso ci accapigliamo per abitudine, per partito preso, per spirito di corpo o per sentito dire; temi che ci arrivano come lontani echi di mondi che non conosciamo, e a cui ho deciso di dare la profondità che secondo me meritano.
Ho voluto aprire una newsletter gratuita, che chiunque potesse leggere e riprendere: si è rivelato un orientamento azzeccato, che ha portato, tra le altre cose, al successo del [libro](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/) che di questo piccolo spazio è figlio, *La correzione del mondo*. Eppure, forse ti sorprenderebbe scoprire quanto tempo ci vuole per mettere insieme una puntata della newsletter che stai leggendo. Qualcuno mi ha suggerito di convertirla in una semplice lista di link e segnalazioni, qualcun altro di farla meno “scritta”, altri ancora di semplificarla... ma oh, a me – e, per fortuna, pare non soltanto a me – piace così.
Ci vuole tempo per radunare i pensieri e scriverla, dicevo, e quando sei freelance – soprattutto nel mio precarissimo settore lavorativo – il tempo è denaro. Ti risparmio il piagnisteo sulle mie finanze, ma il fatto che il servizio che sto usando per inviare la newsletter, Ghost, a brevissimo mi costerà [più di 700 euro](https://ghost.org/pricing/?ref=culturewars.it) l’anno, beh, è una *cause of concern*, come dicono gli anglofoni: per coprire i costi ho provato ad avviare crowdfunding annuali (peraltro sempre riusciti, grazie a voi lettori), ad aprire profili per le donazioni, ma insomma, tutto si è rivelato una pezza assai limitata. E il progetto è rimasto, seppur felicemente, in perdita.
[Scopri lo speciale America 2024](https://www.culturewars.it/membership/)
La soluzione, alla fine, ce l’avevo sotto gli occhi, e dopo mesi di ipotesi e riflessioni mi sembra di poterla definire un ottimo compromesso: da una parte mantenere il core business delle attività di Culture Wars, cioè l’approfondimento settimanale, gratuito per tutti; dall’altra, proporre per la prima volta un piano a pagamento, dove chi vuole può sostenere il progetto con contributi ragionevoli in cambio di articoli e materiale extra. Ed eccoci qua, quindi: *sigla*!
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Le elezioni americane sono un mondo a sé, e non per modo di dire: l’imponenza delle sovrastrutture che governano, delle macchine di propaganda e consenso che attivano e del riverbero internazionale dei *talking point* che innescano non hanno pari in nessun altro evento politico mondiale.
In Italia abbiamo alcuni ottimi giornalisti che se ne occupano, e chi sono io, umile salariato del settore editoriale, per fare concorrenza a Francesco Costa? (Scherzo, eh: un saluto affettuoso a Francesco, per me anzitutto una vecchia conoscenza che si merita ciò che ormai da anni sta raccogliendo).
La [nuova proposta in abbonamento](https://www.culturewars.it/membership/) di Culture Wars, lo speciale America 2024, però ti offre un’altra prospettiva sulle elezioni presidenziali, e insieme uno sguardo diverso: quello filtrato dalle specialità della casa – le cosiddette *culture wars*, per l’appunto. Perché Trump si è messo a difendere strenuamente le ciambelle in diversi comizi e apparizioni mediatiche, per esempio? E per quale motivo, più recentemente, i Repubblicani hanno pensato bene di denunciare orrendi complotti orditi da... Taylor Swift? Da dove viene la memificazione della politica americana e mondiale, e chi avvantaggia?
Per ricevere in esclusiva queste e altre meraviglie – si fa per dire – ti chiedo, se ne hai la possibilità, di scegliere fra un contributo mensile di 3 euro e uno annuale di 29 euro, quest’ultimo foriero di un notevole risparmio. Se ti sentissi più generoso/a, potresti considerare invece il piano che ho chiamato «Premium supporter», da 55 euro l’anno, con cui ricevi anche una copia con dedica del mio saggio. Tutti i piani comprendono l’accesso a un gruppo Telegram privato in cui condividerò letture, riflessioni più immediate e altri contenuti interessanti in anteprima.
Cominciamo con gli invii non appena il primo lettore rompe il ghiaccio abbonandosi, e poi proseguiamo da lì: agli abbonati manderò almeno due contenuti esclusivamente per loro ogni mese (verosimilmente saranno di più, ma ho voluto fissare una soglia minima). Gli abbonamenti si rinnovano automaticamente, ma ovviamente puoi annullarli quando vuoi. E sono processati da Stripe, strumento assai noto e serio, con cui non avrai alcun problema.
Che dici: ti piace? Facciamo questa cosa insieme? Personalmente non sto nella pelle, lo ammetto, e mi piacerebbe molto che questa dei contenuti extra diventasse una direzione in cui espandere stabilmente il progetto. Ma fammi sapere anche tu, ci conto!
## ****Altre news dal fronte**
- Un bell’articolo di Lucia Tozzi sulle [menzogne iper-chic](https://lucysullacultura.com/le-architetture-educative-non-sono-piu-ne-progressiste-ne-inclusive/?ref=culturewars.it) con patina “inclusiva” dell’architettura educativa d’élite;

- Di tensioni in Australia avevamo parlato ed eravamo stati, come dire, facili profeti: a Melbourne alcuni attivisti (Bbc dice «vandali») hanno [tirato giù](https://www.bbc.com/news/world-australia-68090094?ref=culturewars.it) dal piedistallo una statua dell’esploratore James Cook;

- Cos’ha da insegnare la salma di Lenin ai liberali occidentali? Oh, [moltissimo](https://unherd.com/2024/01/lenins-lesson-for-western-liberals/?ref=culturewars.it).
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### Contro la ferocia del sassolino
URL: https://www.culturewars.it/giovanna-pedretti-recensione/
Last updated: 2024-02-16T09:44:25.000Z
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Nella serata di domenica 14 gennaio in prossimità delle acque del fiume Lambro a Sant’Angelo Lodigiano, in provincia di Lodi, è stato trovato il cadavere di **Giovanna Pedretti**.
La donna 59enne era diventata – come si dice – virale pochi giorni fa per una sua [risposta](https://tg24.sky.it/cronaca/2024/01/12/pizzeria-le-vignole-lodi-recensione?ref=culturewars.it) alla recensione pubblicata su Google da un avventore della pizzeria di cui era titolare in paese, Le Vignole, il quale si era detto «non a suo agio» per aver cenato accanto a ragazzi gay e disabili. Nella sua risposta, Pedretti lo invitava a non tornare a Le Vignole in quanto persona non gradita.
In seguito erano sorti dubbi sull’autenticità dello screenshot fornito dalla donna – tra gli altri, la giornalista Selvaggia Lucarelli aveva dedicato [ampio spazio](https://twitter.com/stanzaselvaggia/status/1746092929779659203?ref=culturewars.it) alla vicenda, definendo «questa Giovanna Pedretti» una persona resa indebitamente «un’eroina» dalla stampa mainstream – e il vento aveva iniziato a spirare in direzione contraria, portando addosso alla ristoratrice un coro altrettanto virale di accuse e insulti. Infine, il tragico epilogo.
Ci sono alcune importanti linee guida da tenere a mente, quando si scrive di suicidi: la prima, e senza dubbio più rilevante, è che bisogna convincersi che il più inappellabile dei gesti non segue mai logiche lineari, e dunque si deve resistere alla tentazione di legarlo indissolubilmente a un motivo particolare. Così cercherò di fare anche io qui.
Tutto – i tempi, i modi, le dinamiche – fornisce indizi in una direzione, ma appunto: resistiamo. Anche cercando di non saltare a conclusioni irraggiungibili, tuttavia, non possiamo **chiudere ancora una volta gli occhi** di fronte a quelle verità che conosciamo già da tempo.
Perché sappiamo – e lo sappiamo, ormai, bene – che il nostro firmamento è pieno di stelle cadenti prima rapidamente innalzate e poi bruscamente portate alla collisione da forze gravitazionali che **siamo noi a mettere in moto** ogni giorno; conosciamo i nomi i cognomi, a volte i numeri di tesserino Odg delle persone che nella vita, per ruolo pubblico, per malintesa missione civica o feroce specializzazione professionale indirizzano gogne, appongono marchi d’infamia e rovinano vite di passanti variamente considerati in errore; e iniziamo anche a subodorare che se questa prassi è la nostra pistola di Čechov, allora l’arma si è messa a sparare troppe volte e all’improvviso, lasciando i personaggi spaesati e la trama azzoppata.
Giovanna Pedretti non era **Vera Gheno**, la sociolinguista che più o meno nelle stesse ore, per un caso molto diverso con alcuni fenotipi simili, si districava fra insulti corali e rimproveri sprezzanti di vario grado. Gheno era stata accusata di ignavia in malafede per non aver postato sulla situazione a Gaza, e ne erano nati giorni di polemiche e screenshot infamanti. Lei l’ha definita una «serrata shitstorm», le ha di certo portato via tempo e serenità, ma quantomeno sui social Gheno, che si occupa di linguaggio e comunicazione e proprio alle shistorm ha dedicato un [libro](https://www.longanesi.it/libri/vera-gheno-lantidoto-9788830455252/?ref=culturewars.it), sa orientarsi: è legittimo immaginare che la quasi sessantenne Pedretti di fronte alla gragnuola di insulti si sia sentita sbalzata di sella.
In un’analisi che condivido in parte, il mio amico Raffaele Alberto Ventura ieri ha [scritto](https://www.facebook.com/raffaele.ventura/posts/pfbid02s5d1672VkGngHfCAyQ5qto6JSPM5ovaKNhKXxAX26XF3REgcmi3vRzu8kMqvwKeQl?%5F%5Fcft%5F%5F[0]=AZViN%5FD3q-jy-HUzQW95QiKTW1T-3AzJUR02XAIHnGd7x5zTHf9iUwELozO9wMBXTyjWBYIUge2u0iEx3AOk3QmEFoHQ%5FN4kq3bbFE0%5FjYzZgo0Lpf3yUjCHq92oOrcNcVg&%5F%5Ftn%5F%5F=%2CO%2CP-R):
> Visto che non impariamo mai, l’unica risposta alla gogna di ieri sarà la contro-gogna di domani. Perché se c’è una vittima ci deve essere anche un colpevole. Ma che facciamo quando il colpevole è distribuito, frammentato, vaporizzato, polverizzato? Quando il male è risultato di tante piccole azioni tutto sommato innocenti? Quando magari un commentino, una condivisione, un like, uno sguardo lo hai dato anche tu? E avevi diritto di farlo, forse persino ragione.
Ventura deriva da questo ragionamento la conclusione che col tempo impareremo naturalmente la grammatica di una nuova ecologia della comunicazione, ma io sono più scettico: se anche oggi ci dispiace per la sociolinguista e domani saremo affranti per la signora bersagliata che arriva al gesto estremo, nulla mi fa pensare – o anche solo sperare – **che dopodomani non azioneremo le stesse leve** che abbiamo premuto oggi, o non lanceremo il nostro solito, su due piedi innocuo sassolino nello stagno dell’engagement.
Continueremo a farlo non perché siamo diventati persone orribili, almeno a prima vista o nel complesso, ma perché l’intero sistema comunicativo che ci è stato costruito attorno porta a **spazzare la responsabilità sotto al tappeto della viralità**, frammentandola nel rivolo di concorsi di colpa tipico delle dinamiche di massa. Era Elias Canetti a scrivere che «solo nella massa l'uomo può essere liberato dal timore d'essere toccato».
La sorte terribile di Giovanna Pedretti, il fatto che è **una vittima *nostra*** (sì, mia, tua, della tua amica che si è appena iscritta a Threads, di tuo cugino che posta foto degli sconosciuti in metropolitana, dell’influencer/debunker invitato in prima serata, eccetera), mi fa pensare che gli antidoti non serviranno, se prima non la smetteremo col veleno.
Dobbiamo interrompere subito, oggi, il nostro sostegno attivo alla barbarie sistematizzata che i pifferai magici dell’età dei social media rendono possibile e profittevole. Non possiamo più innalzarli e dargli valore, prestigio, seguito. Abbiamo il dovere di renderci conto che la leva aziona sempre il bulldozer e **il sassolino porta strutturalmente alla frana**, e abbiamo anche il diritto di sapere che le piattaforme, spacciate per oasi di libera espressione di identità, in realtà sono giochi con regole asfittiche che premono nella direzione contraria dell’omologazione, della generazione seriale di stereotipi e della perdita di senso.
Non è questione di prendersela con gli influencer tout court, né si può ridurre il discorso al semplice richiamo a un’etica del buonsenso sul web o all’educazione alle nuove tecnologie: l’orizzonte comunicativo e politico dei prossimi anni sarà imperniato sull’impossibilità sociale di tollerare oltre **un Panopticon di mostri in prima pagina**, anzi in primo scroll. Ci siamo dentro tutti e tutte, ed è ora di provare attivamente a uscirne.
## ****Altre news dal fronte**
- La popolare piattaforma di newsletter Substack ha un problema di, uhm, nazisti? Il giornalista Casey Newton [dice di sì](https://www.platformer.news/p/why-platformer-is-leaving-substack?ref=culturewars.it), mentre il collega Jesse Singal [non è così convinto](https://jessesingal.substack.com/p/platformers-reporting-on-substacks);

- L’exploit delle *culture wars* arriva dopo decenni di accurata preparazione, [spiega](https://www.youtube.com/watch?v=w2%5FYCOXyFPA&ref=culturewars.it) il sempre ottimo Jon Ronson;

- L’assurdo mondo delle [dichiarazioni DEI ](https://reason.com/2024/01/06/the-conformity-gauntlet/?ref=culturewars.it)(*Diversity & Inclusion*) obbligatorie nelle università americane.

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### Cose dell’altro emisfero
URL: https://www.culturewars.it/australia-day-dutton/
Last updated: 2024-02-16T09:44:47.000Z
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Talvolta mi è stato rinfacciato un dato di fatto tanto corretto quanto irredimibile: qui **si parla troppo di Stati Uniti**. Ed è vero! Ma sai, siamo tutti nipoti dello zio Sam: e poi vuoi mettere quanta materia prima approda ogni giorno sui nostri transatlantici digitali? Ecco.
Purtroppo e per fortuna però le guerre culturali – so che non devo rispiegare ogni volta l’espressione, ma nel dubbio: ciò su cui si scannano in modo più veemente i plagiati dai social media, siano essi ministri o titolari di mercerie – attecchiscono anche altrove. Pensa al posto più lontano che ti viene in mente: esatto, accade **persino in Australia**.
Antefatto: da maggio del 2022 in Australia è in carica uno dei rari governi laburisti della storia del Paese, guidato dal primo ministro Anthony Albanese, mentre la Coalition – l’unione dei partiti di centro-destra all’opposizione – nello stesso periodo ha nominato come suo nuovo leader **Peter Dutton**.

“Peter Dutton, per servirla”.
Ora, Dutton è **un personaggino che merita due parole** a parte: nel 2001, da neo eletto al parlamento australiano dopo una carriera nella polizia del Queensland, aveva usato il suo primo intervento in aula per rimarcare che nel suo precedente lavoro aveva «visto il comportamento disgustoso di persone che, francamente, giustificano appena la loro esistenza nella nostra società, a volte eccessivamente tollerante».
Ma questo è niente: ancora nel 2011 il buon Dutton [parlava](https://twitter.com/PeterDutton%5FMP/status/145274421270163457?ref=culturewars.it) apertamente di «sporchi sinistri», e nel 2018, quando era già ministro dell’Immigrazione (che [splendida idea](https://www.abc.net.au/news/2016-11-21/peter-dutton-fraser-made-mistake-resettling-lebanese-refugees/8043624?ref=culturewars.it)!) solo le corti federali del Paese gli hanno ingiunto di **permettere a bambini richiedenti asilo gravemente malati** **di curarsi** in Australia, perché lui aveva [fatto di tutto](https://www.theguardian.com/world/2018/aug/01/peter-dutton-again-forced-by-court-to-transfer-sick-child-from-nauru-to-australia?ref=culturewars.it) per impedirlo. Non basta? Che palato difficile: nel 2019, Dutton ha anche [dichiarato](https://www.theguardian.com/australia-news/2019/jun/21/peter-dutton-condemned-for-vile-and-offensive-nauru-claims?ref=culturewars.it) con una certa nonchalance che le donne vittime di stupro che ricercano cure abortive in Australia in realtà si attardano in messinscene.
E insomma, questo rispettabile leader dell’opposizione e del conservatorismo liberale nelle ultime ore ha chiamato i suoi elettori al boicottaggio di **Woolworths**, una popolarissima catena di supermercati australiana che aveva appena reso pubblica la sua decisione di dismettere le sue forniture di oggettistica legata all’**Australia Day**, la festa nazionale celebrata il 26 gennaio che ricorda lo sbarco della First Fleet britannica nella baia di Sydney (correva l’anno 1788).
Woolworths ha dichiarato che la scelta ha avuto una motivazione duplice: la prima, e principale, è che semplicemente fra i suoi consumatori non c’è bastante domanda di questo tipo di merchandise. La seconda, connessa, riguarda una «discussione più ampia sul 26 gennaio e su cosa significa per le diverse parti della comunità»: da anni l’opinione pubblica australiana discute di come, per le popolazioni indigene, l’Australia Day sia **conosciuto come Invasion Day o Survival Day**, per sottolineare gli espropri di terre, le vessazioni e l’oppressione che il colonialismo britannico ha portato agli abitanti originari delle terre australi. Per questo motivo, oggi festeggiare il 26 gennaio non è più popolare come un tempo, specie [fra i giovani](https://www.bbc.com/news/world-australia-64341454?ref=culturewars.it).
A Peter Dutton la libera scelta di inventario di una catena privata, essendo lui un liberale vero, però non è piaciuta. Il leader della Coalition ha scritto su X che Woolworths ha scelto di **«propagare l’agenda woke»** e ha accusato la società di stare «provando a cancellare l‘Australia Day». Gli hanno fatto eco, a cascata, diversi membri del suo partito (Henry Pike ha parlato di «un altro patetico tentativo da parte delle grandi aziende di imporci la loro ideologia woke»), la [grancassa di News Corp](https://twitter.com/SkyNewsAust/status/1745397770373271765?ref=culturewars.it) del connazionale Rupert Murdoch e un’infinità di pundit conservatori di ogni ordine e grado. Dutton ha rincarato la dose in un’intervista radiofonica:
> Se \[i clienti\] non vogliono celebrare l’Australia Day, beh, la decisione spetta a loro, ed è per questo che credo che le persone dovrebbero boicottare Woolworths.
Ad aggiungere grottesco al grottesco, l’espressione idiomatica del **pensare alle bandierine** in questo caso diventa da intendere in senso letterale: Big W, un marchio del gruppo di Woolworths, continuerà a vendere le bandierine coi colori del vessillo nazionale per tutto l’anno, ha rassicurato un portavoce del marchio. Ma ormai, come si suol dire, i buoi erano scappati (e stavano già twittando).
In tutto questo, come spesso accade, i problemi veri – quelli da cui sarebbe bene non essere troppo distratti per opera dei Dutton di ogni latitudine – risiedono altrove, in una corsia diversa da quella dei cestoni con le bandierine di plastica prodotte in Cina: il governo laburista sta lavorando a una [nuova legge sui prezzi](https://www.theguardian.com/australia-news/2024/jan/10/australian-supermarkets-could-face-tougher-rules-as-labor-frontbencher-says-some-prices-dont-pass-the-pub-test?ref=culturewars.it) al pubblico praticati dai supermercati australiani, che diverse associazioni dei consumatori giudicano ingiustamente alti, specie in un momento di inflazione in discesa.
Priorità agli antipodi, insomma, se mi concedi la battuta.
## ****Altre news dal fronte**
- Pare che il lessico scientifico dell’astronomia sia [troppo violento](https://www.scientificamerican.com/article/the-language-of-astronomy-is-needlessly-violent-and-inaccurate/?ref=culturewars.it) (ma a dirlo è Scientific American, che ultimamente si è specializzato nella *wokeness* insensata su pista);

- Sì sì, va bene Ibram X. Kendi, la cacciata di Claudine Gay, la lettura antirazzista, tutto quello che vuoi: ma rimane che [ti sei fregato i soldi](https://twitter.com/olivertraldi/status/1742272860079473090?ref=culturewars.it) col tuo portavocismo ammantato di falsa virtù;

- Il [gergo reazionario](https://jacobin.com/2023/12/walter-mignolo-politics-of-decolonial-investigations-review-decoloniality-postcolonialism-academic-jargon-universalism?ref=culturewars.it) della decolonizzazione, secondo Jacobin.
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### Un autentico circolo vizioso
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Last updated: 2024-02-16T09:45:05.000Z
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Giorni così densi, di eventi sui social media e discussioni intorno ai social media, sono un buon momento per fare il punto sulla fase che stiamo attraversando, e per isolare alcuni elementi significativi sui quali continuare a riflettere nel prossimo futuro. Per non mettere alla prova la vostra pazienza, eviterò di dilungarmi sui fatti già noti e mi concentrerò sul **filo che li lega**.
A proposito di fili, da poco più di una settimana gli utenti europei hanno finalmente accesso a **Threads**, la nuova piattaforma di Meta che vuole far concorrenza a Twitter/X. Queste prime giornate non permettono di fare previsioni accurate sulla piega generale che prenderà l'ambiente, ma qualcosa di interessante è già emerso dalle dichiarazioni d'intenti di alcuni *player* di rilievo.
Faccio solo alcuni esempi, tra i **molti post inaugurali notevoli**: Beppe Sala ci ha tenuto da subito a specificare che non avrà un social media manager; il Napoli calcistico si è chiesto «come ci sono finito qua», alla prima persona singolare; Tommaso Paradiso ha postato un vocale in cui diceva «No vabbè questa è proprio *robba* mia, ahahah», testimoniando così di essere stato proprio lui a premere il tasto «Pubblica».
Questi approcci sono sintomatici di un fenomeno più ampio. Ci troviamo al punto d'incontro tra una necessità e un desiderio: la necessità, da parte di chi cerca esposizione pubblica, di mettere le mani avanti e anticipare che la propria comunicazione non potrà essere sempre ineccepibile; il desiderio più o meno conscio, da parte del pubblico stesso, di **una qualche forma di autenticità**, di una boccata d'aria genuina su Threads che permetta di prendere le distanze dalle mitomanie di Facebook, dalle pagliacciate di TikTok e dalle artificiose vanità di Instagram.
Eppure, su Threads non puoi che entrare in connessione con le medesime persone che erano già sugli altri social: chiunque sia su Threads aveva già un account altrove. **Cosa speri di sapere di più su quelle persone?** E loro cosa sperano di poterti dire di più su di sé che prima non potevano dire? Viene il dubbio che stiamo cercando soluzioni ai nostri disagi su piattaforme identiche a quelle che li hanno creati.
Il desiderio di autenticità, frustrato e ravvivato in un intreccio d'interpretazioni diverse, è stato centrale anche nel caso socialmediatico-giudiziario della settimana. Non credevamo che **Chiara Ferragni** potesse materialmente avere dei segreti, perché non sembrava esistere un momento della sua vita che non fosse reso pubblico su un social o trasmesso in streaming. L'Antitrust invece ha multato lei e Balocco per aver [tradito la fiducia dei consumatori](https://www.ilsole24ore.com/art/chiara-ferragni-e-balocco-multati-dall-antitrust-il-pandoro-griffato-AFIHnB4B?refresh%5Fce=1&ref=culturewars.it); per aver detto, deliberatamente o meno, il falso.
Oggi Chiara Ferragni è qualcosa di più che una semplice influencer – è una celebrità *tout court* – ma se la sua ricchezza e il suo potere hanno una legittimazione originaria, questa deriva proprio dalla fiducia che una larga fetta di utenti-consumatori ripone o ha riposto nell'affidabilità e nell’autenticità di Ferragni. Forse per questo, i suoi tentativi di tirarsi fuori dal guaio reputazionale non potevano che iniziare con l’apparizione [in video](https://www.instagram.com/p/C0%5FwGLQIKPK/?ref=culturewars.it) su Instagram.
Molti hanno sottolineato gli elementi di cui era costruita la performance: le lacrime, lo sfondo anonimo, i colori spenti, la luce dall’alto, e così via. È **un curioso paradosso: un video *normale***, come se lo potrebbe fare una persona qualunque che non disponga di una luce frontale né di assistenti all'immagine o di abitudine a filmarsi, sa subito di farlocco se a realizzarlo è Chiara Ferragni. Sotto al reel, Guy Debord avrebbe forse commentato che «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso».

Quando scrivi “Influencer che cerca disperatamente di mostrarsi autentica in un video per Instagram” nel generatore immagini di Bing, appare questo.
Chi cercava conferma al sospetto che la Chiara Ferragni sempre in scena fosse in realtà una marionetta, controllata ossessivamente dalla Chiara Ferragni dietro le quinte, avrà goduto nel vederla smascherata dall’Antitrust e poi dalle centinaia di meme e commenti sarcastici. Specularmente, chi cercava conferma alla visione di Chiara Ferragni come donna intraprendente e volitiva, fallibile ma sincera, avrà apprezzato di vederla fedele a sé stessa, pronta a reagire dal fondo del suo momento di debolezza. Il video ha totalizzato 1.4 milioni di like, numeri che nemmeno lei fa tutti i giorni, e la tuta grigia che indossava – prezzo: 600 euro – è andata rapidamente sold out.
Entrambi questi punti di vista, però, restano impelagati nel tentativo di stabilire una verità su Chiara Ferragni, sulla sua autenticità, **attraverso ciò che posta sui social**. Anche chi non crede a lei, rischia di credere all'autenticità di chi demistifica i video di Chiara Ferragni; brave persone, non lo metto in dubbio, ma comunque diverse da ciò che postano.
Viene da fare un parallelo con ciò che è successo all'informazione nell'ultimo decennio: il proliferare di notizie inverificabili o false ha fatto fiorire **il mestiere del debunker**, quello che smentisce le fake news e riporta tutto sul piano della realtà; solo che il piano della realtà, come l'autenticità, non è un concetto autoevidente, e presto ci siamo ritrovati con i debunker *di una certa parte politica* opposti ai debunker *di un’altra parte politica*. Tutti sono convinti che circolino innumerevoli notizie false, ma tutti pensano che quelle false siano le notizie su cui si informano gli altri.
Per tornare al caso in oggetto, credo che sia importante resistere alla tentazione di cercare l’autenticità, nella propria autorappresentazione social così come in quella altrui. Si tratta di **un orizzonte destinato a spostarsi sempre più in là** a ogni passo, e inseguirlo significa cadere in una trappola. Significa abboccare a strategie di marketing, da una parte, e trattare sé stessi come oggetti da cui estrarre valore attraverso strategie di marketing, dall'altra.
Il modo in cui sono progettati i social media e il modo in cui abbiamo imparato a viverli – la possibilità di rendersi più visibili andando incontro alle richieste dell’algoritmo, la centralizzazione di un feed unico in cui leggere i post di tutti, il suggerimento automatico di contenuti da account che non seguiamo, l'esistenza del tasto «Condividi» e altro ancora, come ho approfondito [qui](https://www.iconografie.it/tempolinea/schizoposting/?ref=culturewars.it) – **impedisce strutturalmente un’autorappresentazione autentica**, e forse proprio per questo la rende tanto desiderabile.
Ma sui social ogni nostro contenuto diventa temporaneamente *tutto quello che siamo*, e **non sarà producendo infiniti cloni di noi stessi che raggiungeremo l'identità completa**, coerente e compatta a cui aspiriamo; né sarà consumando contenuti altrui che potremo valutare l'integrità della loro. Chissà, forse la stessa Chiara Ferragni è presa in questo gioco di specchi e non può ormai fare altro che continuare a esibire, in modo volontario e involontario, i lati di sé che emergono dai casi a cui la espongono le sue scelte e la mera sorte.
Come interrompere questo circolo vizioso? Difficile rispondere; di certo non basterà cambiare piattaforma, postare senza pensare o licenziare il social media manager.
## ****Altre news dal fronte**
- La finaccia di Ron DeSantis, che ha puntato tutto sull’antiwokismo [e ha perso](https://www.huffpost.com/entry/desantis-anti-woke-campaign%5Fn%5F658098bee4b08e9b410b7af7?ref=culturewars.it);

- La destra neozelandese soffia sul fuoco delle guerre culturali [prendendosela coi Maori](https://www.abc.net.au/news/2023-12-18/nz-maori-party-protests-new-governments-reform-agenda-/103224462?ref=culturewars.it);

- La rimozione del famoso e discusso monumento ai Confederati dal cimitero nazionale di Arlington, in Virginia, è [diventata un caso](https://www.nytimes.com/2023/12/19/us/confederate-memorial-arlington-cemetery.html?ref=culturewars.it).
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### E se non ci vediamo prima
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Last updated: 2024-01-10T16:37:08.000Z
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Il buon Sigmund Freud disse una volta che un giorno, guardandoci indietro, gli anni di lotta ci sembreranno i più belli: cosa possibile, per carità – chi sono io per mettere in dubbio ciò che dice Freud? – ma va anche detto che il terapeuta di Anna O. probabilmente non poteva immaginare **«lotte» sconsolanti** come quelle di questi anni. E come quelle dell’anno che sta per chiudersi, nello specifico.
Tanto per dire, solo per rimanere all’ultima settimana, nella scuola media Jacques-Cartier di Issou, sobborgo a ovest di Parigi, è scoppiato un caso dopo che una insegnante ha mostrato ai suoi giovani allievi ***Diana e Atteone***, un celebre dipinto tardomanierista del pittore italiano Giuseppe Cesari che raffigura le ninfe e la dea sorprese nude al bagno dal mitologico cacciatore.
Alcuni studenti dodicenni, molti di loro di fede musulmana, si sono **lamentati della vista “oscena”** – purtroppo trovando un’efficace sponda nei loro genitori, che hanno inviato lettere di protesta alla scuola – e così dalla discussione di un dipinto ospitato al Louvre è nata una polemica nazionale (in un Paese dove il rapporto con l’Islam è notoriamente problematico, e in cui nel 2020 Samuel Paty, un professore di scuola media, è stato [decapitato](https://www.france24.com/en/live-news/20231127-six-pupils-go-on-trial-over-2020-murder-of-french-schoolteacher?ref=culturewars.it) per aver mostrato una vignetta su Maometto).
Della vicenda ho avuto il privilegio di parlare ai microfoni degli studi di *24 Mattino*, la trasmissione di Simone Spetia su Radio 24 ([qui](https://www.radio24.ilsole24ore.com/programmi/24mattino/puntata/trasmissione-14-dicembre-2023-063000-2400735623655846?fbclid=IwAR3i8Lv29SqxjhooTaORQCRvwiHXnxyxxgvnVKGDqZkVTNnm8BBhpAp4NjQ&ref=culturewars.it) si può riascoltare la puntata, se vuoi), e ahinoi – tornando agli anni di lotta, e alle lotte di quest’anno – **non è l’unica del genere** da mettere a verbale nel 2023: a gennaio Erika López Prater, una professoressa di storia dell’arte dell’antica Hamline University, in Minnesota, ha addirittura [perso il lavoro](https://www.culturewars.it/arte-maometto-universita/) per aver mostrato (dopo aver preso ogni precauzione) un capolavoro dell’arte islamica alla sua classe: una studentessa musulmana si è lamentata di aver visto rappresentato il Profeta, si è creato il caso, il contratto di López Prater non è stato rinnovato.
Ma anche fra i cosiddetti difensori della tradizione occidentale e del classicismo le cose non vanno meglio: a marzo la Tallahassee Classical School, che porta la difesa del canone anche nel nome, ha allontanato la sua preside dopo che alcuni piccoli, innocenti pargoli (e relativi genitori) si sono [lamentati di aver visto in classe la scultura più famosa della storia](https://www.culturewars.it/david-michelangelo-florida/), il ***David* di Michelangelo**, che sarà anche ben fatto, sì, ma è anzitutto tremendamente nudo.
Per il resto, **che anno è stato nelle cosiddette *culture wars*** di cui parliamo in quest’angolo di email e garbata antipatia per il like? Come da alcuni a questa parte non ci siamo fatti mancare niente, si può dire: politici di profilo internazionale che impazziscono e iniziano a costruire barricate attorno alle [cucine a gas](https://www.culturewars.it/cucina-gas-repubblicani/), oppure di fronte a innocue [proposte di urbanistica sostenibile](https://www.culturewars.it/15-minute-city-complotto/). Quando non direttamente [sulle ciambelle](https://www.thedailybeast.com/donald-trumps-new-2024-campaign-talking-point-save-the-donuts?ref=culturewars.it).
Spostandoci più a sinistra, è stato l’anno delle damnatio memoriae ai danni di chi si è reso colpevole di aver [giocato a un videogioco](https://www.culturewars.it/hogwarts-legacy-rowling/) ispirato a una saga scritta da una persona con idee criticabili (mi scuso per la frase contorta, ma i gradi di separazione sono questi), e quello in cui un brillante editore britannico si è detto: è ora di **aggiornare i libri di** [**Roald Dahl**](https://www.culturewars.it/dahl-censura-sensitivity-readers/), così che possano «essere ancora apprezzati da tutti» (*well done, Winston*).
In Italia, tre povere criste da asilo Mariuccia della xenofobia hanno passato [giorni burrascosi](https://www.culturewars.it/ragazze-treno-cinese-shitstorm/) in una grandiosa messinscena virale delle ombre della società algoritmica, mentre influencer ricche e famose ci hanno spiegato che il riposo è [«un atto politico»](https://www.culturewars.it/atto-politico-giorgia-soleri/); più recentemente, noi uomini ci siamo [messi impunemente davanti all’obiettivo](https://www.culturewars.it/giulia-cecchettin-not-all-men/), in un film dove non dovevamo, per una volta, interpretare i protagonisti.
Le mie storie – diciamo – preferite? Difficile ricordarle tutte, viste quante me ne passano per le mani, ma mi è impossibile non menzionare l’[evento](https://www.nbcchicago.com/news/local/highland-park-responds-after-criticism-over-poverty-simulation-event/3222148/?ref=culturewars.it) di «simulazione di povertà» annullato da un club per ricchi dei sobborghi Wasp di Chicago, perle come Jordan Peterson che vede [«tirannia»](https://twitter.com/jordanbpeterson/status/1628292293173342208?ref=culturewars.it) nel mite adesivo che chiede di non sprecare inutilmente carta in un bagno pubblico, chicche come il seminario antirazzista [per soli bianchi](https://freebeacon.com/campus/woke-or-kkk-nyu-hosts-whites-only-antiracism-workshop-for-public-school-parents/?ref=culturewars.it) a New York e paradossi quali l’*Aspettando Godot* [cancellato](https://www.irishtimes.com/culture/stage/2023/02/04/irish-directors-all-male-beckett-play-cancelled-as-only-men-could-audition/?ref=culturewars.it) nei Paesi Bassi perché interpretato da soli attori maschi, come d’obbligo per *Aspettando Godot*.
Tra le letture più serie che ho consigliato, invece, menzione d’onore per la [lectio magistralis](https://www.theguardian.com/books/2023/mar/19/mary-beard-interview-everyone-is-policing-everything-culture-wars?ref=culturewars.it) sull’era delle guerre algoritmiche della classicista britannica Mary Beard, il saggio del sociologo premio Pulitzer Matthew Desmond sull’[origine della povertà](https://www.nytimes.com/2023/03/09/magazine/poverty-by-america-matthew-desmond.html?ref=culturewars.it) in America e, in italiano, le claustrofobie che vanno a braccetto con un certo uso del termine «[privilegio](https://www.iltascabile.com/societa/colpevoli-di-privilegio/?ref=culturewars.it)».
Concludendo con una nota personale, per me il 2023 è stato **un anno straordinario**: il mio libro [*La correzione del mondo*](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/), nato per volere dell’editore Einaudi come spin-off e approfondimento di questa newsletter, è stato – lo posso dire, anche se mi tremano un po’ le gambe – un successo di pubblico e di critica (tolto, per completezza, un singolo caso di un singolo tizio del giro ***p o e s i a*** che l’altro giorno, a otto mesi dall’uscita, ne ha parlato malissimo insultandomi sul suo profilo Facebook: nulla che pesi sulla statistica inferenziale, ma dovere di cronaca), mi ha permesso di viaggiare da Trento a Napoli alla Sardegna in dozzine di presentazioni, festival, firmacopie, incontri pubblici in scuole e biblioteche.
Mi sono divertito un mondo, lo ammetto, ma soprattutto ho sentito la responsabilità e l’onore di farmi interprete e, nel mio piccolo, catalizzatore di **discorsi che presto saranno sempre più centrali** non soltanto sul piano culturale, ma anche nel nostro modo di rapportarci al prossimo. Ne sto parlando in radio, sui giornali e, appunto, in buona parte del Paese con lettori, lettrici e persone che passano alle presentazioni: e questo sì, è davvero un privilegio.
Grazie anche alle **firme che hanno contribuito** coi loro punti di vista e le loro storie a Culture Wars nel 2023: e quindi, in ordine cronologico, a Francesco Marino, Silvia Camporesi, Bernardo Notarangelo, Veronica Costanza Ward, Francesco Avallone, Flavia Carlorecchio e Raffaele Alberto Ventura. E grazie a te, se anche oggi sei arrivato/a fin qui a leggere, per il tuo supporto e i tuoi contributi al dibattito e al progetto. *It was a blast*, come si dice in questi casi.
## ****Altre news dal fronte**
- Masha Gessen [non riceverà più](https://lithub.com/masha-gessens-hannah-arendt-prize-has-been-cancelled-because-of-their-essay-on-gaza/?ref=culturewars.it) l’Hannah Arendt Prize per “colpa” di un suo saggio su Gaza;

- Quella volta che cancellarono [Charlie Chaplin](https://www.economist.com/culture/2023/12/12/when-charlie-chaplin-was-cancelled?ref=culturewars.it);

- [Prigioni canadesi](https://twitter.com/PSPC%5FSPAC/status/1735314901990552057?ref=culturewars.it) un po’ *woke*.
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### Il doppio Harvard
URL: https://www.culturewars.it/harvard-antisemitismo-universita/
Last updated: 2024-02-16T09:45:21.000Z
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Inizio da un disclaimer che ti devo, lettore o lettrice, dato che ognuno di noi ha le sue prospettive ed è bene dichiararle: su **Israele e Palestina** penso che in questa fase ci sia uno Stato che sta commettendo crimini ai danni dei civili e un popolo che li sta largamente subendo, e in modo sproporzionato. (Ci sarebbero migliaia di post-scriptum e addendum da allegare a questa affermazione semplicistica, ma concedimi l’occamismo e procediamo).
Lo dico da una parte perché sulla questione non mi sto esprimendo, almeno sui social – troppa distorsione, troppo posizionamento sotto steroidi, troppo rumore bianco: le solite cose – e dall’altra perché la precisazione possa affiancare e completare **il discorso che segue**, che è il punto di questa edizione.
Martedì la Commissione sull’Istruzione e i lavoratori della Camera statunitense ha audito le presidi di **Harvard, MIT e University of Pennsylvania** sugli sforzi dei loro atenei per contrastare i discussi casi di **antisemitismo** finiti nelle cronache delle ultime settimane (anche se una lista o mappa aggiornata, che io sappia, non esiste, si tratta soprattutto di atti di vandalismo anti-israeliano e uso di slogan considerati antisemiti a manifestazioni pro-Palestina; [qui](https://www.adl.org/resources/report/campus-antisemitism-study-campus-climate-and-after-hamas-terrorist-attacks?ref=culturewars.it), invece, qualche dato in merito alle mutate percezioni di sicurezza degli studenti ebrei nei campus statunitensi).
A rubare la scena in aula sono state le domande particolarmente pugnaci poste dalla repubblicana della Commissione **Elise Stefanik** a **Claudine Gay**, che è preside di Harvard da poco più di cinque mesi. Stefanik ha chiesto ripetutamente a Gay se «dirsi favorevoli al genocidio degli ebrei» viola o meno «i codici di condotta di Harvard», chiedendo una risposta breve e affermativa che la preside – come le sue colleghe – non ha voluto dare.
Harvard è *particolarmente* sulla graticola fin dai fatti del 7 ottobre, quando un gruppo di suoi studenti filopalestinesi aveva diffuso una lettera che attribuiva a Israele la responsabilità politica e morale dell’eccidio di Hamas, e per questo motivo era stata [molto criticata](https://www.newyorker.com/news/dispatch/the-anguished-fallout-from-a-pro-palestinian-letter-at-harvard?ref=culturewars.it). Quando Stefanik parla di sostenitori del «genocidio», però, si riferisce alle manifestazioni studentesche in cui si cantano slogan per l’Intifada e altri motti come «*from the river to the sea, Palestine will be free*», considerato da alcuni [intrinsecamente antisemita](https://www.vox.com/world-politics/23972967/river-to-sea-palestine-israel-hamas?ref=culturewars.it).
Prima di procedere: se anche i canti degli studenti di Harvard fossero di contenuto antisemita, ritengo che ci voglia molta motivazione per considerarli **sfrontati richiami genocidari**. E per quanto i casi di molestie ai danni degli ebrei nei campus siano un tema che richiede una pubblica discussione, è triste che questa discussione nelle istituzioni sia stata affidata alla deputata Stefanik, la cui buona fede – come nel caso di tanti altri suoi compagni di partito – è testimoniata dal fatto che non più tardi dell’anno scorso diffondeva [teorie complottiste sugli ebrei cattivi](https://www.nytimes.com/2022/05/16/us/politics/elise-stefanik-replacement-theory.html?ref=culturewars.it) che controllano il mondo. Per dire.
C’è tuttavia una formula ricorrente, nelle risposte date dalle presidi delle prestigiose università dell’Ivy League alla Commissione: **«Dipende dal contesto»**. Nel difendersi dalle lance in resta dei deputati, sia Gay che le sue omologhe hanno dichiarato a più riprese che, anche nei casi di antisemitismo, bisogna differenziare tra parole e atti.
«Quando le parole si trasformano in comportamenti che violano le nostre politiche, comprese le politiche contro il bullismo, le molestie o le intimidazioni, prendiamo provvedimenti», ha detto la stessa preside di Harvard. E ancora:
> \[*A Harvard*\] Abbracciamo e ci impegniamo per la libera espressione, diamo ampio spazio al *free speech*, anche quando riguarda punti di vista discutibili.
Eppure non è proprio così (e, purtroppo, nell’averlo fatto notare stavolta ha avuto ragione Stefanik): da una decina d’anni le università americane d’élite, organismi con board finanziari da cui passano finanziamenti milionari, hanno **preso la strada che va in direzione nettamente opposta** rispetto all’impegno per la libera espressione che considera il contesto e lo scarto tra parola e azione. L’opinione confliggente o la privata condotta extra-accademica sono diventate forme accertate di *harm*, male inferto, e una singola segnalazione di uno studente che non si sente più *safe* attiva burocrazie gargantuesche, talvolta con effetti [paradossali](https://www.culturewars.it/arte-maometto-universita/).
Ha [scritto](https://twitter.com/JonHaidt/status/1732389011983900857?ref=culturewars.it) in queste ore l’autore e psicologo Jonathan Haidt:
> Ciò che mi offende è che dal 2015 le università si sono affrettate a punire le “microaggressioni”, un contenitore in cui sono finite dichiarazioni intese con gentilezza, se anche una persona di un gruppo tenuto in considerazione si fosse sentita offesa. I presidi invece ora dicono: “Gli ebrei non sono un gruppo considerato, quindi offendere o minacciare gli ebrei non è poi un grosso problema. Per gli ebrei, tutto dipende dal contesto”. Potremmo chiamare questo doppio standard “antisemitismo istituzionale”.
Ora: io non penso che esista un «antisemitismo istituzionale» a Harvard o al MIT di Boston; o, se esiste, non penso che la pistola fumante in tal senso possano essere **un responso sgangherato a una lettera** studentesca o le mezze risposte di una preside in sella da meno di metà anno. Sarà perché mi sento vicino alla causa palestinese? Può darsi.
Quel che conta però, ai fini del mio punto, è che quel «doppio standard» di cui parla Haidt esiste davvero: non si può sostenere per anni, e con veemenza variabile, che la vera violenza è nascosta nell’uso di pronomi sbagliati ed espressioni quotidiane da decostruire e poi un bel giorno, con nonchalance, passare ad assicurare che lo slogan sul fiume e il mare **va valutato solo sul piano del contesto e delle buone intenzioni** di chi lo usa.
Non si può fare campagna sull’*harm* insito nell’[invito a parlare](https://www.nytimes.com/2021/10/20/us/dorian-abbot-mit.html?ref=culturewars.it) in un’aula universitaria di uno scienziato che ha criticato le politiche di diversità e inclusione, da una parte, e dall’altra pretendere che nessuno alzi un dito se nella tua facoltà si [spiega](https://twitter.com/MrAndyNgo/status/1711190354626515194?ref=culturewars.it) che una strage come quella di Hamas è una **normale pratica di decolonizzazione**.
Per chi avesse ancora dei dubbi, chi scrive è ampiamente nel campo di quelli che **privilegerebbero sempre il contesto**, le intenzioni, la carità interpretativa, a prescindere dalla materia del contendere. E, nel caso, se qualcuno ha cambiato idea e attraversato le barricate, lo accolgo a braccia aperte e, francamente, provo sollievo.
I college e le università americane oggi sono però ancora lontani da questa presa di coscienza: chi ha provato a fargli aprire gli occhi – come i nuovi movimenti [per il dialogo civile](https://www.removepaywall.com/https:/www.washingtonpost.com/magazine/2022/03/16/college-students-have-become-fearful-expressing-their-views-new-civil-dialogue-movement-may-restore-healthy-debate?ref=culturewars.it) – e riportare studenti e professori in una realtà dove **lo scambio di opinioni divergenti** non porta necessariamente alla rigida polarizzazione burocratizzata e alla reciproca censura, per ora ha detto di non aver ricevuto l’attenzione che i board e gli ingranaggi di Harvard rivolgono a gruppi più à la page. Ma i tempi cambiano: con calma, a volte, ma cambiano. Ed a prescindere dal contesto.
## ****Altre news dal fronte**
- Uh-oh, una Babba Natale femmina e afrodiscendente ha rovinato le festività [a quei bambinoni della destra belga](https://www.theguardian.com/world/2023/dec/05/belgian-character-queen-nikkolah-created-to-add-inclusivity-to-festive-season-dragged-into-row-sinterklaas?ref=culturewars.it);

- Donald Trump, probabile prossimo presidente degli Stati Uniti, ha una nuova missione importantissima: [salvare le ciambelle](https://www.esquire.com/it/news/attualita/a45890715/trump-ciambelle-donut/?ref=culturewars.it);

- Il buon Hegel nell’era [della cosiddetta *wokeness*](https://jacobin.com/2023/12/hegel-wokeness-world-spirit-political-theory-history-philosophy-richard-bourke?ref=culturewars.it).
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### Gli uomini non cambiano
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Last updated: 2024-02-16T14:40:35.000Z
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**Giulia Cecchettin** ha perso la vita a 22 anni perché il suo ex ragazzo Filippo Turetta l’ha uccisa con più di 20 coltellate e ha abbandonato il suo corpo nelle vicinanze del lago di Barcis, in provincia di Pordenone.
Una storia che conosci, perché se ne parla incessantemente (e giustamente) da giorni, e perché a latere della cronaca si è sviluppato un confronto attorno al tema della violenza maschile e alla società che vi fa sfondo, culminante nelle manifestazioni del **25 novembre**, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
A dirla tutta, però, sarebbe arduo sostenere che si è sviluppato un confronto vero: anche stavolta, persino con una giovane donna ammazzata il giorno prima della sua laurea, anche di fronte al più puro orrore della violenza assassina, siamo finiti nel **gorgo del posizionamento** e delle distorsioni generati dall’engagement algoritmico. Io stesso in piccola parte ho alimentato la macchina che critico, ricordando su Instagram quella volta che la mia compagna ha tenuto testa a un tamarro possessivo che minacciava la fidanzata su un treno stipato di pendolari ignavi, con tanto di chiosa più bella che utile (o forse *cringe*): «Insegnami».
Non se ne esce, ed è un peccato, anzi peggio: perché effettivamente il genere di cui faccio parte ha urgente **necessità di fare quattro passi al di là delle proprie certezze**, e tirarsi fuori dalla discussione adducendo che tu in prima persona non hai ammazzato nessuno (oltreoceano direbbero *well, good job! Attaboy!*) è un modo particolarmente penoso di approcciare il tema.
Qualunque maschio di qualsiasi generazione ha accettato o dato spago a esternazioni più che sbagliate, non è intervenuto in difesa di persone coinvolte in cose che ha visto o sentito non ritenendole fatti suoi, ha conosciuto donne che lottavano contro un uomo opprimente e non le ha aiutate, **ha beneficiato di una cultura che l’ha messo sul piedistallo** fin dalla tenera età, a discapito di esseri umani perfettamente identici a lui, a parte una coppia di cromosomi.
Dovremmo farlo, questo benedetto discorso, non solo per le **103 donne italiane che hanno perso la vita** per colpa di uomini violenti negli ultimi undici mesi, ma anche perché quella violenza e quel senso di possesso delle vite altrui rimangono in circolo e colpiscono tutti, non soltanto le vittime: chi ha avuto a che fare da vicino con storie di oppressione femminile lo sa.
Dovremmo discutere, ma anche stavolta non lo faremo se non in maniera deliberatamente limitata, si diceva, perché il canale di comunicazione su cui farlo è un pugno di piattaforme dove **conta solo l’interazione misurabile del contenuto**: e così in questi giorni si è assistito a un tripudio di maschi che fanno penitenza e maschi che si dicono colpevoli (quando non si professano direttamente innocenti, appunto), sempre davanti all’obiettivo, sempre in scia dell’hashtag del giorno.
Viviamo nell’epoca che si ferma a parlare della felpa indossata dalla sorella di una ragazza appena uccisa a coltellate, e ci costruisce attorno [una miserabile polemica](https://bologna.repubblica.it/cronaca/2023/11/21/news/consigliere%5Fregionale%5Fdella%5Flega%5Fcontro%5Fla%5Fsorella%5Fdi%5Fgiulia%5Fll%5Fpatriarcato%5Fnon%5Fesiste%5Flei%5Fe%5Fsatanista%5Fquello%5Fe%5Fil%5Fvero%5F-420907937/?ref=culturewars.it); nell’epoca in cui il «bruciate tutto» di Elena Cecchettin, che ha 24 anni e ha – ricordiamolo ancora, casomai – appena perso la sorella, diventa uno slogan da brandire per fare *influencing* a buon mercato, l’ennesimo (l’ha fatto persino la Polizia di Stato, e [non è andata bene](https://www.instagram.com/p/Cz1PkImopct/?ref=culturewars.it)).
Di fatto, e fino a prova contraria, nessuno è immune dal grande inganno dei social media, **nessuno esce dal** [**castello dei vampiri**](https://www.chaosmotics.com/it/in-evidenza/uscire-dal-castello-dei-vampiri?ref=culturewars.it) **di cui parlava Mark Fisher**: ben prima che la società patriarcale, la cultura dello stupro e l’educazione dei figli maschi, sul piedistallo algoritmico [ci siamo](https://www.instagram.com/p/CzyxQN%5FrKOo/?ref=culturewars.it) [noi](https://twitter.com/beik94/status/1727236754132881451?ref=culturewars.it); Giulia Cecchettin è l’espediente narrativo a cui chiedere scusa o a cui dire che siamo innocenti, colpevoli, diversi, migliori.
(Piccolo excursus rispetto all’ultimo link del paragrafo qui sopra: dopo averlo inserito in questa puntata ho avuto modo di parlare con Karem Rohana di quella sua storia Instagram, mi ha raccontato da dove è venuta e spiegato – riassumendo – che era sincera, spontanea. Non ho motivo di non credergli, in privato mi ha fatto una buona impressione e bisogna quantomeno dargli atto di essersi trovato a dover gestire all’improvviso un pubblico enorme ed emotivo. Lo scambio che abbiamo avuto mi ha fatto riflettere un po’ su come formo i miei giudizi online, e molto su come internet nel 2023 rende pressoché **impossibile non mettersi al centro del palco**, a prescindere dalle intenzioni consce: l’ho fatto io con la mia storia, l’ha fatto lui con la sua).
Il **not all men**, come viene chiamato quell’atteggiamento permaloso e auto-assolutorio di una parte del genere maschile di fronte a casi come quello di Giulia Cecchettin, è una fesseria controproducente. Come lo è (*trigger warning*, se si dice così: link e citazione di articolo di Guia Soncini in arrivo) [sostenere](https://www.linkiesta.it/2023/11/femminicidio-uomini-uccidono-donne/?ref=culturewars.it) che il femminicidio è la naturale conseguenza di una questione biologica inestirpabile. Eppure ha ragione, Soncini, quando dice – con la consueta, indomita e vagamente insopportabile verve – che «postare “se domani non torno, sorella, distruggi tutto” non serve a far cambiare idea all’ex che sta per ammazzare la tua vicina di casa».
Quel che penso è che abbiamo bisogno di meno influencer chiusi in bolle che predicano a convertiti alimentando conflitti da cui non saranno toccati, e più persone disposte a intervenire concretamente per cambiare la cultura di un Paese e la realtà delle sue disparità sociali: e non saranno i metodi, gli scopi e le **retoriche da in-group/out-group** di Giorgia Soleri a farlo, mi dispiace. Ha scritto Jonathan Bazzi [su Domani](https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/femminicidi-dobbiamo-agire-subito-leducazione-e-solo-retorica-da-social-ovhz4u7i?ref=culturewars.it):
> Non si può pensare che gli assassini di domani smettano di esserlo con l’autocoscienza: le letture semplicistiche e galvanizzanti dei social danno la convinzione di occuparci dei problemi, ma non è così. Creano falò di indignazione ed empowerment, ma la realtà poi, con le sue opacità, le sue contraddizioni, le sue richieste precise e allo stesso tempo diverse di caso in caso, rimane a guardarci.
>
> Siamo sedati da questa valanga di verbosità polarizzate e performative, fatte di frasi sempre uguali, che occultano la verità delle relazioni concrete, dei corpi immersi nel mondo, che violano e soccombono, nonostante le nostre buone intenzioni e le campagne a mezzo Instagram.
>
> In questo tempo, in cui ognuno è brand di sé stesso, nessuno più vuole dire cose scomode: la bestia nera, più o meno ammessa, riconosciuta, è la perdita della reputazione, l’inciampo rispetto alle aspettative della community.
Gli uomini non cambiano, e Mia Martini ce lo spiegava già più di trent’anni fa. Oggi però possono urlare orgogliosamente la loro diversità, oppure diventare virali con la loro nuova consapevolezza, o ancora amplificare le loro presunte virtù con un riquadretto zeppo di termini specialistici postato su Instagram. Oppure, in mancanza d’altro, scrivere la puntata disorientata di una loro newsletter.
## ****Altre news dal fronte**
- La prestigiosa Harvard Law Review ha [censurato](https://www.theguardian.com/education/2023/nov/22/harvard-law-pro-palestinian-letter-gaza-israel-censorship?ref=culturewars.it) in fretta e furia un articolo accademico di un ricercatore palestinese, Rabea Eghbariah, che aveva già approvato. E a Hollywood le cose [non vanno meglio](https://www.ansa.it/canale%5Flifestyle/notizie/people/2023/11/22/hollywood-divisa-su-gaza-scarica-sarandon-e-barrera%5Fdcde3bbe-87d3-4b5f-8e10-232ca85fcf18.html?ref=culturewars.it);

- Crossover: c’è un caso di cosiddetta [cancel culture](https://twitter.com/AsianGuyStream/status/1727031484329107727?ref=culturewars.it) [nel mondo del K-pop](https://www.koreaboo.com/news/txt-soobin-criticism-problematic-anime-idols-heat/?ref=culturewars.it);

- Capisci che le cose vanno benissimo quando scopri che è in atto una battaglia campale sulla falsariga delle *culture wars* [tra gli allevatori di bulldog francesi](https://www.vanityfair.com/style/2023/11/the-french-bulldog-revolution?ref=culturewars.it).
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### Influencer in corsia
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Le [immagini](https://www.tiktok.com/@todayonline/video/7298319385058495762?ref=culturewars.it) si susseguono molto velocemente, così come le parole, incomprensibili, e i prodotti. Lo sfondo è arancione, sembra di essere in un magazzino, con tutti i pacchi impilati in modo ordinato. Un timer, in basso a destra, scorre. Al centro della scena, l’influencer cinese **Xiang Xiang** e il suo innovativo – dicono – modo di suggerire oggetti da acquistare: due secondi per presentare il prodotto, scandire il prezzo e via al prossimo. Funziona, dicono i media internazionali: Xiang avrebbe guadagnato circa 18 milioni di dollari in una settimana.

Quelle immagini, a loro modo ipnotiche, hanno richiamato alla mia memoria **una scena di *The End of the Tour***, il film che racconta l’intervista di David Lipsky a David Foster Wallace, subito dopo la pubblicazione di *Infinite Jest*. A un certo punto, i due tornano a casa e iniziano a parlare di solitudine. Jason Segel/Foster Wallace dice:
> La tecnologia avanzerà sempre di più e sarà sempre più facile, sempre più comodo, sempre più piacevole starsene seduti da soli a guardare immagini fornite da gente che non ci vuole bene, me vuole i nostri soldi. Questo va bene a piccole dosi, ma se questa è la base della tua alimentazione, muori. In un senso molto profondo, finisci per morire.
Quella di Xiang è, in un certo senso, una rivelazione violenta di una questione ormai evidente nell’analisi sociale del web. Quelle piattaforme nate come spazi di confronto, con *mission* ambiziose come “connettere le persone”, sono ormai sempre più abitate da un lato da semplici fruitori, e dall’altro da creatori di contenuti di professione.
È un percorso iniziato tempo fa, quando la rottura di un certo velo di ingenuità ha rivelato che sul web e i social media si poteva davvero guadagnare **prima di tutto attraverso la “vendita” di se stessi** (il famigerato *personal branding*), e poi attraverso la proposizione di prodotti da acquistare.
Taylor Lorenz, nel suo libro *Extremely Online*, fa risalire questo processo alle **mamme blogger dei primi anni del Duemila**, le prime, scrive Lorenz, «a costruire brand personali, a rendersi prodotti (*commodifying themselves* in inglese rende ancora meglio l’idea)» costruendo comunità online.
Del resto, c’era un vuoto che andava riempito: con la crescita nell’uso degli smartphone, il web era alla ricerca di accentratori, di un nuovo star system di persone e organizzazioni in grado di interpretare quegli spazi, di abitarli secondo le loro regole. Serviva una *ri-mediazione*: ok, ci sono gli algoritmi delle piattaforme, ma **di chi fidarsi all’interno di quell’esplosione di articoli**, contenuti, post?
In questo contesto, il valore predominante è stato **l’autenticità**. Ovvero, questo nuovo star system si presentava come qualcosa di diverso: persone qualunque che, grazie alle possibilità offerte da quella nuova tecnologia, si mettevano al servizio degli utenti, per offrire loro consigli, opinioni, intrattenimento. È un patto tacito da cui inizia una parte consistente di quello che oggi consideriamo il successo online: Salvatore Aranzulla è solo un nerd che risolve problemi tecnologici, Chiara Ferragni una ragazza con la passione per la moda, eccetera.
«C’è questa idea» – dice il giornalista Michael Serazio in un recente [articolo su Vox](https://www.vox.com/culture/23950580/deinfluencing-tiktok-shop-influencer-culture-consumerism?ref=culturewars.it) – «che tutto venga fatto per amore e non per soldi, senza secondi fini. Questo ha creato nel pubblico l’aspettativa che queste persone siano affidabili, e questo è esattamente ciò che le rende preziose per poi vendere per conto di operatori di marketing e aziende».
È un paradosso: per funzionare – in un mercato che solo nel nostro Paese vale 400 milioni di euro – bisogna essere autentici. Ma perché valga la pena buttarcisi, in quel mercato, bisogna **trovare un modo di guadagnare**: e quindi collaborazioni, sponsorizzazioni, pubblicità e altre cose ben poco autentiche.
Così il web diventa un posto che non è più divertente, secondo Kyle Chayka [del New Yorker](https://www.newyorker.com/culture/infinite-scroll/why-the-internet-isnt-fun-anymore?ref=culturewars.it), dominato da «una manciata di giganteschi social network che hanno preso il controllo dello spazio aperto di internet, **centralizzando e omogeneizzando le nostre esperienze** attraverso i propri sistemi opachi e mutevoli di raccomandazione di contenuti».
Sistemi che solo chi pensa di poter guadagnare, di poter essere in grado di vendere qualcosa, ha interesse a conoscere profondamente, a sfruttare a proprio vantaggio. È un circolo vizioso: l’idea di poter fare soldi online è un motore fortissimo per iniziare a pubblicare, secondo **quell’illusione** – figlia del nostro rapporto precedente con i social network – **per cui in realtà non è un lavoro**, ma una passione.
E allora chi comincia lo fa con un obiettivo preciso, un progetto, un punto di approdo. E si informa, sfrutta i sistemi di raccomandazione delle piattaforme, pubblica molti contenuti. E la sensazione è quella di **annegare in un mare di influencer, content creator, divulgatori**.
Di recente, come chiunque dia anche uno sguardo distratto al mondo di Internet, mi sono imbattuto in alcuni [video](https://vm.tiktok.com/ZGeJMfsH7/?ref=culturewars.it) di **Giuliana Florio**, la creator che ha portato nel nostro Paese il fenomeno degli [Npc](https://en.wikipedia.org/wiki/Non-player%5Fcharacter?ref=culturewars.it). È una ragazza che va in diretta su TikTok e, a partire dagli stimoli del pubblico (like o regali) risponde con gesti predeterminati, come dire una certa cosa o fare un certo gesto. È come premere un tasto, a cui corrisponde una reazione.
Ecco: Florio in alcuni video pubblicati a corredo di questa attività racconta che lei non è solo questo, che dietro le dirette Npc c’è qualcosa di più profondo, che nella vita vorrebbe fare altro. Ma pochi, nei commenti, sembrano darle credito: lei, per il pubblico algoritmico da cui dipendono le sue fortune, è **solo un personaggio non giocante**.
Dall’altra parte dell’Oceano, **Mr. Beast** (lo youtuber più famoso al mondo) di recente ha pubblicato l’ennesimo [video](https://www.youtube.com/watch?v=mwKJfNYwvm8&ref=culturewars.it) in cui mostra alle sue centinaia di milioni di follower il suo buon cuore: nel contenuto, racconta di aver costruito 100 pozzi in alcuni Paesi dell’Africa. Ma è stato criticato, come spesso gli capita in situazioni del genere. Sulla sua newsletter Garbage Day, Ryan Broderick se lo spiega in modo piuttosto semplice: Mr. Beast è solo contenuti virali; è chiaro che ogni cosa che fa fuori da quel campo suoni finta, artefatta.
E il punto, infatti, non è tanto la vendita di prodotti in senso stretto. È **un ecosistema costruito intorno alla categorizzazione delle identità**, poste negli scaffali algoritmici di riferimento. Un [bell’articolo su The Outline](https://theoutline.com/post/8627/raising-a-teen-personality-types-growth-mindset?ref=culturewars.it) racconta le difficoltà di crescere un adolescente in un mondo in cui le identità sono ridotte a «tipi», a partire da una teoria secondo cui la definizione di noi stessi non dipende dal comportamento, ma viceversa. Sei prima un tipo, una caratterizzazione precisa: è da lì che decidi come comportarti.
Come sempre, quando si parla di digitale, si può fare riferimento a circostanze meramente tecniche. Quando, in una delle poche cose vagamente intelligenti che ha fatto dopo la presa di Twitter, Elon Musk ha reso pubblico parte dell’algoritmo della piattaforma, è venuto fuori che quella che oggi si chiama X **categorizza gli utenti a partire dagli argomenti** di cui postano. E che, piuttosto prevedibilmente, se io mi occupo di calcio e pubblico un post sulla musica, quel post viene penalizzato, viene mostrato a un numero inferiore di persone. Perché chi siamo noi per complicare il lavoro dell’algoritmo, chiamato a far incontrare nel modo più efficace possibile domanda e offerta?
È **un fatto tecnico, che diventa sociale**. Per funzionare, devi stare sullo scaffale, ancora prima di vendere qualcosa. E devi starci in una corsia precisa, ben identificata: riconoscibile, facile da categorizzare prima dell’inevitabile pollice su, prossimo video.
E il dibattito pubblico, prima online e poi offline, diventa nient’altro che riaffermazione di identità, una lotta per occupare o presidiare il proprio scaffale.
## ****Altre news dal fronte**
- Parlando di algoritmi e quel che producono: su TikTok è diventata virale, a distanza di vent’anni, la famigerata [lettera di Osama bin Laden contro l’America](https://www.rollingstone.com/culture/culture-features/osama-bin-laden-letter-to-america-goes-viral-21-years-later-tiktok-1234879711/amp/?ref=culturewars.it): molti tiktoker con seguiti oceanici l’hanno definita illuminante;

- Salutiamo con favore il licenziamento di Suella Braverman, fino a pochi giorni fa ministra dell’Interno britannico, nonché folle [olimpionica di *culture wars*](https://www.bloomberg.com/news/articles/2023-10-03/firebrand-tory-mimics-us-culture-war-rhetoric-to-stoke-support?ref=culturewars.it)reazionarie;

- Chiedere ad artisti e scrittori di prendere posizione sulla Palestina (o su qualsiasi altra questione politica) [non è quel che pensi](https://www.removepaywall.com/https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2023/11/pro-palestine-activism-viet-thanh-nguyen-92y/676005/?ref=culturewars.it).
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### Io li odio i nazisti del BookTok
URL: https://www.culturewars.it/tillie-cole-tiktok/
Last updated: 2024-02-16T14:42:19.000Z
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**Tillie Cole** è un’autrice di romanzi rosa tra le più popolari del cosiddetto #BookTok, cioè l’ampia comunità interna a TikTok che si interessa di libri e li commenta: titoli come *Dammi mille baci* e *Sulle note di noi due* le hanno garantito l’accesso alla lista elitaria dei bestseller del New York Times e di Usa Today, e il suo successo internazionale l’ha portata a vendere più di 200mila copie anche in Italia.
In queste ore, però, la sua ascesa fulminante si è trasformata in una caduta rovinosa, e proprio ad opera della piattaforma che l’aveva innalzata: nel suo libro del 2019 **Darkness Embraced** – parte di una trilogia dedicata a personaggi delle gang criminali, *Hades Hangmen* – la storia è incentrata su due personaggi: Tanner Ayers, «erede del Ku Klux Klan del Texas» e Adelita Quintana, «figlia del boss più violento del cartello messicano».
Da notare, prima di procedere, è che Tillie Cole scrive libri di genere **dark romance**, dove i confini del tradizionale romanzo rosa vengono portati all’estremo: violenza, possesso, scene sessuali non consensuali sono all’ordine del giorno (e segnalate da appositi *trigger warning* nelle sinossi).
E ciononostante, fino all’altro giorno *Darkness Embraced* era l’ennesimo successo della celebrità di TikTok: poteva vantare vendite stellari, medie voto insostenibilmente positive su Amazon e gli altri store online, oltre a trionfi di pubblico entusiasta. Finché qualcuno sui social in questi giorni, a quattro anni dall’uscita del libro, ha iniziato a notare che, beh, la trama **romanza** – piuttosto letteralmente – **un membro del Ku Klux Klan**. E [apriti cielo](https://twitter.com/iurlocalpozer/status/1720085680083316856?ref=culturewars.it).

Premetto, come sempre, che le critiche sono sempre lecite; nel caso specifico, io stesso considero un attimo di cattivo gusto rendere un *Klansman* il bel texano che merita la salvazione per tramite dell’avvenente latina. Il punto è che il cattivo gusto non è fuorilegge, né merita la censura. E invece, seguendo il copione di questi casi, dopo ore di lavoro indefesso degli algoritmi **Tillie Cole ha ritirato** il suo libro e l’annessa trilogia, per poi postare su Instagram le solite scuse liturgiche e vuote, da ostaggio che legge un messaggio tenuto in mano dai suoi rapitori:
La cosa che ho trovato particolarmente assurda è che **gli anatemi più virali** che hanno puntato il dito contro l’autrice ([esempio](https://www.tiktok.com/@mynameismarines/video/7298844917730757931?ref=culturewars.it)) convergono su punti di riprovazione quali: *i personaggi del libro sono stereotipati! L’eroe dice e pensa cose terribili, razziste, discriminatorie! Parla addirittura di essere scopati* [*dalla razza ariana*](https://twitter.com/CHIWROTE/status/1722438153112314103/photo/2?ref=culturewars.it)*!*

Cari fratelli e sorelle in Cristo (o anche *CrisTok*, con un po’ di gusto per i calembour), come si dice: certo, **Tanner Ayers è un personaggio orrendo**, squallido, offensivo. Ma lo è perché è – beh, come dire – un nazista. Si deve poter discutere sulla scelta di quel tipo di profilo, ci mancherebbe; ma la normale prassi di questo genere romanzesco non prevede certo protagonisti dotati di individualità eccezionali o limati col cesello letterario. Altrove Tillie Cole ha scritto di rudi [mafiosi georgiani](https://tilliecole.com/darkness/reap/?ref=culturewars.it), violenti [lottatori](https://tilliecole.com/darkness/raze/?ref=culturewars.it) clandestini e cattivissimi [assassini seriali](https://tilliecole.com/darkness/raphael-a-deadly-virtues-series-book-1/?ref=culturewars.it): non mi sorprenderebbe scoprire che sono stati tratteggiati in modo stereotipato e pensano – numi! – *cose terribili e razziste*.
È interessante notare come in questi casi il reo (qui: la rea) del giorno **perde istantaneamente il diritto a qualsiasi attenuante** **generica**: lunghi, likatissimi sermoni postati sul #BookTok da utenti soprattutto statunitensi spiegano che nel caso di Tillie Cole si vedono in azione le logiche della *whiteness* che interviene per difendere i consimili; come riassume [un articolo](https://www.pajiba.com/book%5Freviews/author-tillie-cole-faces-pushback-for-romance-novel-featuring-klansman-hero.php?ref=culturewars.it) sulla vicenda, «questo è suprematismo bianco». Anche a uno sguardo abbozzato e superficiale, si trovano dozzine di interventi che inseriscono a forza l’accaduto nel frame più pigro e manicheo del discorso razziale d’oltreoceano, con la donna bianca privilegiata che opprime la comunità nera inserendo simboli razzisti nei suoi libri.
A nessuno, almeno tra quelli che sono stati maggiormente spinti e amplificati dall’algoritmo, viene in mente che Tillie Cole abbia sbagliato, certo, ma in sostanziale buona fede e **facendo null’altro che ciò che l’ha portata nell’Olimpo** di vendite e audience in cui si trova, ovvero ciò che ha sempre fatto su (e per) TikTok: inventare storie d’amore e redenzione impossibili, dai contenuti controversi e pruriginosi, costruite attorno a personaggi sostanzialmente banali e stereotipati.
Se ti piace, buon per te. Se non ti piace, **perché non getti il telefono sul divano e ti vai a fare una passeggiata?** Quando lo dicevano a me sbuffavo e pensavo di avere a che fare con *boomer* senza speranza, ma forse tutto sommato avevano ragione loro.
## ****Altre news dal fronte**
- Homer Simpson [non strangolerà più](https://www.independent.co.uk/arts-entertainment/tv/news/homer-simpson-strangling-bart-b2442203.html?ref=culturewars.it) il figlio Bart, perché «i tempi sono cambiati»;

- Ma in che senso il nuovo chatbot à la ChatGPT sviluppato da Elon Musk [è «anti-woke»](https://nymag.com/intelligencer/2023/11/elon-musks-grok-ai-bot-is-anti-woke-what-does-that-mean.html?ref=culturewars.it)?

- Con quei bravi ragazzi de [I 400 Calci](https://www.i400calci.com/?ref=culturewars.it) ieri abbiamo parlato [su Twitch](https://www.twitch.tv/videos/1972964799?ref=culturewars.it) di *Sound of Freedom*, il lungometraggio con Jim Caviezel che ha spaccato i botteghini americani anche perché per molti è diventato il, ehm, [film di QAnon](https://www.indiewire.com/news/general-news/sound-of-freedom-shuts-down-qanon-ties-1234895825/?ref=culturewars.it).
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### La voce del padrone
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Last updated: 2025-05-22T14:18:03.000Z
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L’invasione di **Gaza** prosegue senza sosta e con essa continuano ad arrivare le notizie, le immagini, i video, i resoconti terribili del più puro orrore. Ma su questo, che pure sarebbe la cosa più importante, non mi dilungo, perché per fortuna e purtroppo ci sono altri luoghi in cui approfondire i tragici eventi in corso.
È stata la settimana in cui **Zerocalcare** nel suo dire no al Lucca Comics ci ha dato una lezione di attivismo rara per l’epoca in cui viviamo, unendo alla sua posizione coerente e ferma un approccio diverso, non giudicante, senza piedistalli né «gare di radicalità», per citare (ne ho scritto [qui](https://www.esquire.com/it/news/attualita/a45679900/zerocalcare-lucca-comics-attivismo/?ref=culturewars.it), per Esquire).
Ma tanto il suo esempio è inconsueto, per usare un eufemismo, quanto attorno a lui a indirizzare le nostre opinioni su una questione così delicata sono persone e **profili/brand che si distinguono per urlacci**, disinformazione e metodi almeno questionabili.
Un amico mi ha portato all’attenzione un profilo Twitter tra quelli che ottengono più engagement nel cosmo filopalestinese d’oltreoceano: quello di [Shaun King](https://twitter.com/shaunking?ref=culturewars.it).
King è una vecchia conoscenza dell’attivismo statunitense: ex pastore religioso e attivista, nei mesi successivi all’omicidio di George Floyd a Minneapolis il suo ultimo progetto, l’associazione antirazzista **Grassroots Law Project**, si è attirato parecchie critiche per una gestione un po’ allegra (o molto [generosa verso King](https://www.thedailybeast.com/inside-shaun-kings-shadowy-dollar67-million-nonprofit-grassroots-law-project-formed-after-george-floyds-death?ref=culturewars.it) stesso, che dir si voglia) dei fondi milionari che ha ricevuto.
Da qualche tempo King – che in passato è già stato accusato di appropriazioni indebite e [gogne raffazzonate](https://www.mic.com/articles/189467/attorney-texas-trooper-sexually-assaulted-woman-threatened-fiance-during-traffic-stop?ref=culturewars.it#.PmFSQWQRY) online – risulta attivissimo sul fronte palestinese, e i suoi milioni di follower danno un pubblico enorme alle sue sparate: ha recentemente [detto](https://twitter.com/missfalasteenia/status/1718137273579966468?ref=culturewars.it) di stare «lavorando giorno e notte» con «un team di esperti, leader e funzionari governativi» per portare alla sbarra con l’accusa di crimini di guerra «tutti i responsabili del genocidio in corso».
King, le cui iniziative da portavoce sono state screditate almeno [in un paio di altre occasioni](https://en.m.wikipedia.org/wiki/Shaun%5FKing?ref=culturewars.it), e su cui buona parte della comunità online per questo motivo nutre dubbi, è però virale ogni giorno con i suoi post su Gaza e Israele. Così come lo è **Jackson Hinkle**, 22enne che su Twitter (pardon, X) è diventato uno dei profili più ritwittati dall’inizio della guerra.
Il caso di Hinkle è particolarmente preoccupante: già noto per aver diffuso propaganda trumpiana e poi putiniana, dal 7 ottobre è diventato un megafono in servizio permanente a favore (si fa per dire) della causa palestinese, che sostiene amplificando notizie non confermate, [decontestualizzando](https://today.rtl.lu/news/fact-check/a/2132904.html?ref=culturewars.it) materiale d’archivio e [mentendo a tutto spiano](https://www.poynter.org/fact-checking/2023/haaretz-rebuts-a-viral-claim-about-its-reporting-on-israeli-casualties/?ref=culturewars.it). I suoi post raggiungono e superano non di rado il **milione di visualizzazioni** (anche se lui, nel contempo, continua a frignare lamentando di essere vittima di plurimi *shadow ban*).
Se il fronte pro-Palestina piange, quello pro-Israele non ride (e qui permettimi una notazione: io non credo che nessuna di queste persone abbia a cuore la causa di una o dell’altra parte; anzi, se devo essere onesto **credo non gli importi nulla** né di approfondirla, né di raccontarla: per questi cosplayer conta massimizzare le visualizzazioni, il pubblico, in definitiva i soldini che possono farci).
L’account Twitter – ok, non riuscirò mai a dire “X”, abbi pazienza – **@StopAntisemites** colleziona figurine di persone che hanno espresso pensieri e commenti su Gaza e Hamas che in diversi casi sconfinano nell’antisemitismo, però in altri sono partecipazioni a manifestazioni o [critiche radicali](https://twitter.com/StopAntisemites/status/1719951751070015964?ref=culturewars.it), di per sé legittime.
Con la scusa di «fermare l’antisemitismo», questo profilo in realtà mette in campo cacce alle streghe che chiedono apertamente alla mente alveare di [identificare sconosciuti](https://twitter.com/StopAntisemites/status/1720095297790198251?ref=culturewars.it) che hanno strappato manifesti per strada, oppure [a scuola](https://twitter.com/StopAntisemites/status/1719192853803409761?ref=culturewars.it), o auspicano il licenziamento indicandone il [luogo di lavoro](https://twitter.com/StopAntisemites/status/1717874108208152908?ref=culturewars.it) e i contatti dei superiori. **Un inferno borgesiano alimentato dagli algoritmi**, insomma.
I social media, di per sé, non sono per forza una iattura; sì, ci si possono fare tante belle cose: li si può usare per conoscere persone, riconoscersi in gruppi, partecipare a comunità. Ma torniamo sempre all’elefante placidamente accovacciato al centro della stanza: nella loro forma odierna, sono poco più che **una macchina del caos** che allontana i suoi utenti dalla minima umanità condivisa e produce bestialità e distorsioni come come quelle elencate fin qui (che sono, ovviamente, solo alcuni di un larghissimo campionario di esempi).
E in un momento storico – nonché in giorni di cronaca internazionale – in cui di umano è rimasto poco, questo costituisce un problema pressante, urgente e non rimandabile.
Secondo il filosofo e mistico armeno Georges Gurdjieff, **la voce del padrone** – per noi anzitutto il titolo di un noto album di Franco Battiato – era da comprendere a partire da una similitudine: un essere umano è composto da quattro corpi visualizzabili come una carrozza con cocchiere; il primo è la carrozza vera e propria (il corpo fisico), il secondo è il cavallo (cioè i sentimenti della persona), il terzo è il cocchiere stesso (il pensiero) mentre il quarto, il padrone che dà le indicazioni, rappresenta l’Io, la coscienza, la volontà.
In questa formulazione, la carrozza è attaccata al cavallo per mezzo delle stanghe, il cavallo è unito al conducente per mezzo delle redini, mentre il cocchiere stesso interagisce col padrone per mezzo della voce di lui. E oggi più che mai dovremmo chiederci, in sella al nostro cocchio, **quale padrone ci sta parlando**, e perché.
## ****Altre news dal fronte**
- Breve [storia delle *culture wars*](https://www.bloomberg.com/features/2023-america-fashion-history-culture-wars/?accessToken=eyJhbGciOiJIUzI1NiIsInR5cCI6IkpXVCJ9.eyJzb3VyY2UiOiJTdWJzY3JpYmVyR2lmdGVkQXJ0aWNsZSIsImlhdCI6MTY5ODc1ODUxNCwiZXhwIjoxNjk5MzYzMzE0LCJhcnRpY2xlSWQiOiJTM0U5R0pUMEFGQjUwMSIsImJjb25uZWN0SWQiOiIwRTFFQkE0MzQzMDQ0QUNFODg1NDEwNzZGNURCMTFFMiJ9.7Hughh1RfowuRiuABMjyuw4CpB99ogx%5FrOO1hBK3Ojc&ref=culturewars.it) nel guardaroba: come i grandi marchi della moda americana scendono in campo nelle guerre culturali;

- Simpatico rimedio alle mattane della destra repubblicana nel ramo della scuola pubblica: [tornare al precettore](https://www.bloomberg.com/news/features/2023-10-30/liberal-parents-join-evangelicals-in-home-schooling-their-kids-thanks-to-culture?ref=culturewars.it) che viene a insegnare a casa ai pargoli;

- Il relativismo [secondo Bernard Williams](https://aeon.co/essays/bernard-williams-moral-relativism-and-the-culture-wars?ref=culturewars.it).
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### Salvare il mondo S.p.A.
URL: https://www.culturewars.it/capitalismo-woke-estratto/
Last updated: 2024-02-16T14:43:09.000Z
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> «Spaventata dai cambiamenti economici sostanziali e dall’incapacità del governo di fornire soluzioni durature, la società si rivolge sempre più alle aziende, sia pubbliche che private, per trovare soluzioni alle questioni sociali ed economiche più urgenti».
Queste le parole di **Larry Fink**, il miliardario a capo della società di gestione di investimenti BlackRock. Il messaggio era stato scritto nel 2019 nella lettera che, come ogni anno, aveva inviato agli amministratori delegati delle aziende in cui la sua compagnia investe. Il documento era stato la tribuna da cui Fink aveva fatto proseliti su quelle che, a suo avviso, erano le responsabilità delle aziende nei confronti della società.
Il grande investitore aveva dipinto un mondo cupo, in cui i mercati finanziari erano incerti, la fiducia era venuta meno, i salari erano stagnanti e la tecnologia una minaccia ai posti di lavoro. Il risultato, a parer suo, sarebbe stato un’ondata di disordini sociali che, in tutto il mondo, si sarebbe espressa attraverso «rabbia popolare, nazionalismo e xenofobia».
Gli Stati democratici erano disfunzionali, mentre la fiducia nelle istituzioni pubbliche andava deteriorandosi. Che fare dunque per uscire da questi tempi bui? La sua risposta era che **la gente chiedeva che fossero le imprese a trovare le soluzioni**. Che si tratti di protezione dell’ambiente, di redditi pensionistici sostenibili, di disuguaglianza di genere o di discriminazione razziale, le aziende, secondo Fink, devono prestare il proprio soccorso. «Il mondo ha bisogno della vostra leadership», spiegava agli amministratori delegati animato quasi da una certezza morale.
La posizione che aveva assunto non era stata un cambiamento radicale da parte sua. Rafforzava quanto aveva già espresso nella lettera del 2018 a quegli stessi amministratori. In quella missiva, Fink insisteva anche sul fatto che «la società si rivolge sempre più al settore privato e chiede alle aziende di rispondere alle sfide sociali più ampie». Il messaggio era chiaro: **«La società esige che le imprese, sia pubbliche che private, abbiano uno scopo sociale»**.
\[…\]
\[*Si contano*\] tre tipi di reazione alle lettere di Fink per gli AD in merito agli impatti e alle finalità sociali. La prima è quella di abbracciare il suo pensiero per la sua dedizione nei confronti della società. La seconda è condannarlo per aver messo in circolazione una nefasta agenda politica sinistroide ed ecologista, che distruggerà la bellezza lucrativa del capitalismo aziendale. La terza è tornare a celebrarlo, non per le sue credenziali sociali, ma perché ha trovato un modo attuale di fare soldi usando l’impatto sociale come nuovo motore del valore per gli azionisti.
Quest’ultima posizione presuppone che il suo approccio sarà quello che salverà il capitalismo aziendale. La prima è ingenua, se non addirittura credulona. In sostanza, la seconda e la terza rimangono posizioni economicamente conservatrici nei valori espressi, anche se in disaccordo sui mezzi che meglio garantiranno la longevità del sistema aziendale.
Vi è però una prospettiva ulteriore, più politica e ben più inquietante, da me sostenuta in questo libro. E cioè che il capitalismo woke sia **uno stratagemma da parte delle imprese per assumere il controllo della democrazia**. È un mezzo attraverso il quale le società private stanno cercando di sottrarre il potere politico ai governi per trasferirlo nelle proprie mani.
Per rendersene conto, non è necessario leggere troppo tra le righe delle lettere di Fink. In quella del 2018, egli aveva ammesso che dalla crisi finanziaria globale del 2008 «chi detiene il capitale ha raccolto enormi benefici», mentre chi ne è sprovvisto ha risentito di «una bassa crescita dei salari e di sistemi pensionistici inadeguati». Il risultato, afferma il grande investitore, è un mondo polarizzato tra chi ha e chi non ha, lasciando intendere che questa polarizzazione rappresenta **un rischio per la ricchezza** delle persone che ha appena classificato come «coloro che possiedono il capitale».
Ecco che, improvvisamente, l’alta morale di Fink in materia di scopi sociali appare più un interesse personale dettato dalla classe di appartenenza. Sarebbe anche legittimo domandarci se la sua preoccupazione per le persone prive di capitale sia frutto di un genuino senso di giustizia e di premura per gli altri. Potrebbe essere, invece, frutto dell’ansia che emerge allorché la classe di miliardari a cui appartiene viene **colta dal timore di aver spinto le disuguaglianze del capitalismo talmente oltre il limite** che gli scontenti potrebbero, infine, ribellarsi?
Non occorre esagerare o sovrainterpretare, poiché è lo stesso Fink ad affermarlo chiaramente senza bisogno di analisi. Nella sua lettera del 2019, egli ammette infatti che le grandi disuguaglianze create dal capitalismo hanno «alimentato rabbia popolare, nazionalismo e xenofobia». In altre parole, il fatto che il capitalismo attuale abbia creato delle disuguaglianze così enormi costituisce **una minaccia all’esistenza stessa del capitalismo**.
Questa minaccia, sostiene Fink, non viene dal socialismo, bensì dal fascismo. Se le aziende non interverranno collettivamente, c’è il rischio, secondo lui, che subiscano gli effetti su larga scala di un «grande sconvolgimento politico ed economico».
Le sue parole, apparentemente di buon cuore, appaiono improvvisamente come **l’espressione di una profonda paura**. Il timore che quello che lui definisce uno «sconvolgimento economico» possa addirittura mettere a repentaglio il capitalismo stesso. La proposta di Fink non è quella di ripristinare i valori democratici di uguaglianza e solidarietà, ma che le imprese assumano – se necessario, in modo ostile – le funzioni del governo. Se non lo faranno, il suo timore è che il sistema sul quale poggia la disuguaglianza di cui lui stesso beneficia rischi di essere distrutto.
Lo scopo del capitalismo woke si rivela, dunque, quello di **salvare il capitalismo stesso**. Fink ha sostenuto esplicitamente che sia l’opinione pubblica a chiedere l’intervento delle imprese, poiché i governi hanno fallito. Nel 2019 egli aveva infatti dichiarato il «fallimento del governo nel fornire soluzioni durature» all’incertezza economica, così come nel 2018 aveva parlato di «governi che non si preparano al futuro» per quanto riguarda la sopravvivenza finanziaria dei lavoratori.
Con lo stile che si addice a un banchiere d’investimento, anziché cercare di aggiustare un sistema democratico a pezzi, Fink propone **un’acquisizione ostile da parte delle imprese** e per le imprese. Come giustificazione adduce il fatto che siano gli stessi membri della società – ovvero i cittadini aventi diritti politici – a chiedere che le imprese si facciano avanti per colmare le lacune che i governi non sono riusciti a colmare. Questa attestazione nei confronti della “società” costituisce di per sé un’abrogazione della democrazia.
Secondo Fink, la ragione che siano le aziende a dover intervenire è che sarebbe la “società”, cioè la gente, a chiederlo. Asserisce che le imprese abbiano una sorta di **mandato democratico di ingerirsi negli affari dello Stato**, e questo sebbene lo facciano, innanzitutto, per tutelare i propri benefici finanziari a lungo termine. E ripete: «Gli stakeholder spingono le aziende a intervenire su questioni sociali e politiche delicate, soprattutto perché vedono che i governi non riescono a farlo in maniera efficace».
Il problema fondamentale della soluzione proposta da Fink a un mondo stremato dall’incremento della disuguaglianza economica e dalla reazione populista che ne consegue non è ripristinare la democrazia bensì distruggerla.
*Da “*[*Capitalismo woke*](https://fazieditore.it/catalogo-libri/capitalismo-woke/?ref=culturewars.it)*. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia” di Carl Rhodes, Fazi Editore, 314 pagine, 20 euro. Per gentile concessione della Bristol U.P. e della Eulama Lit. Ag.*
## ****Altre news dal fronte**
- Soliman Hijjy è un producer palestinese che sta lavorando col New York Times e ogni tanto in passato gli è capitato di, ehm, [inneggiare a Hitler](https://www.huffingtonpost.it/esteri/2023/10/27/news/il%5Fnew%5Fyork%5Ftimes%5Friassume%5Fil%5Fgiornalista%5Fdei%5Fpost%5Ffilo-nazisti%5Fcome%5Finviato%5Fa%5Fgaza-13981390/?ref=culturewars.it);

- E peraltro: come un libro che «umanizza» palestinesi e israeliani è diventato [un problema di pr](https://www.nytimes.com/2023/10/23/opinion/israel-cancel-culture-debate.html?ref=culturewars.it) e ha portato a eventi cancellati (grazie a Cecilia M.);

- Lo strambo e interessante fenomeno delle [università “anti-cancel culture”](https://www.ft.com/content/24d90558-c4f6-405e-817b-cadd5f25c426?ref=culturewars.it) che stanno spuntando come funghi.
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### Cosplayer a Gaza
URL: https://www.culturewars.it/cosplayer-a-gaza/
Last updated: 2025-05-22T14:14:55.000Z
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Alle 19 ora di Gaza City un razzo ha [colpito l’ospedale Al-Ahli](https://www.bbc.com/news/world-middle-east-67144061?ref=culturewars.it), gestito dalla Chiesa anglicana, che secondo le stime in quel momento ospitava un migliaio di profughi palestinesi in fuga dall’assedio di Israele. Secondo le fonti palestinesi sono morte 471 persone; secondo quelle israeliane, qualche decina.
La tragedia, come è stata raccontata su buona parte dei media, è servita a **rafforzare convinzioni pre-esistenti**: i filo-palestinesi (un gruppo cui appartengo) si sono detti certi fin da subito che ad armare quell’ordigno è stato l’esercito israeliano, mentre i filo-israeliani non hanno mai avuto dubbi che si sia trattato di un razzo di Hamas finito lì per errore.
Quella dell’ospedale Al-Ahli è solo l’ultima incarnazione di un approccio deteriore al conflitto arabo-israeliano che trova nelle piattaforme digitali il suo migliore alleato e che si sta rivelando l’ennesima, nonché più turpe, **occasione per piantare una bandierina** – metaforica o in formato emoji – e dichiarare un’appartenenza gregaria nella divisione rituale a squadre. Se la tragedia è polarizzante, delle vittime che ci importa?
_This post is for paying subscribers only._
### Manuale per non farsi cancellare
URL: https://www.culturewars.it/regola-del-gioco-ventura/
Last updated: 2023-10-13T05:30:06.000Z
Caro Davide, qualche giorno fa sono stato intervistato da *Wired* e in preda alla *folie des grandeurs* ho dichiarato: «**Sono l’Elon Musk del politicamente corretto**».
In effetti come sai ho creato uno strumento chiamato **PCorrector**, un’intelligenza artificiale in grado di valutare – a partire dai principi che ho enucleato nel mio nuovo libro [*La regola del gioco*](https://www.amazon.it/la-regola-del-gioco-raffaele-alberto-ventura/dp/8806259059/?tag=einaudi-21&ref=culturewars.it) – in quale misura un testo possa risultare problematico™ per la sensibilità contemporanea.
Tu scrivi una frase e PCorrector **ti dice se è problematica oppure no**, ti spiega perché e infine ti propone una riformulazione. Ogni tanto l’intelligenza artificiale esagera con le precauzioni, ma visto che anche gli esseri umani spesso esagerano con le reazioni direi che siamo a posto. [Potete provarlo voi stessi](https://www.rav.ltd/pcorrector?ref=culturewars.it). L’algoritmo dell'autocensura, l’ha definito il quotidiano *La Verità*. Cos’ho da dire a mia discolpa?

Ok, PCorrector ogni tanto è un po’ puntiglioso.
Ovviamente io non sono l’Elon Musk del politicamente corretto. Sia perché il funzionamento di PCorrector è molto più semplice del complicato sistema di leve fiscali e provocazioni mediatiche che ha reso il patron di Tesla l’uomo più ricco del mondo, sia perché non credo *davvero* che questo strumento vada generalizzato. **Ho semplicemente fatto un esperimento** che mostra come, con delle istruzioni abbastanza precise, con qualche conoscenza dei temi più caldi del dibattito pubblico, sia possibile individuare in anticipo gli elementi di un testo che possono suscitare polemica*.*
(Ora faccio una digressione. C’è ancora gente convinta che le nuove intelligenze artificiali sarebbero dei calcolatori che forniscono risposte “logiche”, tutt’al più distorte da qualche bias o pregiudizio, ma **è assolutamente il contrario**: le intelligenze artificiali buttano fuori, in forma strutturata, le cose che gli abbiamo messo dentro noi, e in quanto tali non ci fanno accedere a nessuna verità superiore, tipo il “42” di Douglas Adams, sono soltanto dei motori di ricerca molto avanzati).
Comunque questa cosa del correttore ha fatto ammattire tutti. Io, Raffaele Alberto Ventura, sarei dunque diventato **un ideologo del wokismo**? Beh, bisognerebbe leggere il mio nuovo libro per saperlo. Direi semmai che dietro a concetti come *woke* stanno trasformazioni sociali che vanno ben oltre il moralismo fastidioso di un pugno di attivisti *over-educated* e di manager impegnati nel *rainbow-washing*. Quali trasformazioni? In breve direi: la fine di una lunga parentesi di pace civile e di libertà d’espressione quasi assoluta, che però nascondeva profondi squilibri.
Quanta acqua è passata sotto i ponti, da quando su *Wired* usciva il mio [articolo](https://www.wired.it/play/cultura/2021/05/10/cancel-culture-esiste-debunker-politicamente-corretto/?ref=culturewars.it) in cui già affrontavo la questione, dal titolo: «La cattiva notizia è che la cancel culture esiste eccome». Era rivolto contro **un pugno di puntigliosi rompicoglioni** impegnati a gaslightare\* le masse ignoranti dalle pagine di qualche sito di fact-checking, insistendo per dire che la cancel culture non esiste.
In realtà quel titolo glielo avevi dato tu, abilissimo Davide, perché il mio era: «Il politicamente corretto esiste ed è inevitabile». Diverse connotazioni di uno stesso ragionamento, che possiamo virare al positivo o al negativo ma che resta sostanzialmente immutato, e che ispira anche *La regola del gioco*. Il mondo sta cambiando, comunicare è sempre più difficile, **qualcuno ne trae vantaggio e altri un po’ meno**. Ora smettiamo di litigare e chiediamoci, semplicemente, come funziona.
Come ci ripetiamo io e te, questa rivoluzione non sembra toccare molto quelli che in Italia se ne lamentano ma intanto continuano a dire assolutamente tutto quello che vogliono dire: infatti al potere c’è Giorgia Meloni, non Vladimir Luxuria. Eppure **questa rivoluzione dei codici è un fenomeno reale** per chi lavora nel terziario avanzato, nella cultura, nei media, oppure in contatto con l’internazionale.
«Le nuove élite saranno arcobaleno», ho scritto qualche giorno fa su *Domani*. Ovviamente è meglio che siano arcobaleno che in camicia bruna, ma resta un problema: come facciamo a evitare che il capitale morale del ceto medio progressista diventi un nuovo fattore di esclusione per i meno *skilled*? A me questa cosa manda ai matti perché quando frequenti gli intellettuali ti accorgi che nel loro campo visivo, diciamo pure nel nostro, c’è **un cono d’ombra che li rende ciechi al privilegio** di “sapere le cose” e di essere “migliori”.
Ho scritto [*La regola del gioco*](https://www.amazon.it/la-regola-del-gioco-raffaele-alberto-ventura/dp/8806259059/?tag=einaudi-21&ref=culturewars.it) per loro, cioè per noi. Sia te che io, in effetti, abbiamo perso molto tempo in questi anni a rispondere a chi alzava il ditino perché avevamo messo una parola fuori posto o addirittura ritenuto interessante riflettere sugli aspetti più problematici delle crociate fatte in nome della giustizia sociale. Volevano farci sentire indegni del consesso civile; ci hanno fatto sentire, al massimo, un po' provinciali, come **delle piccole *My Fair Lady***. Quanta fatica ci saremmo risparmiati, se avessimo avuto un manuale! Et voilà, eccolo qua.
A un certo punto volevamo persino scrivere un libro insieme tu ed io, ricordi? Abbiamo anche fatto una scaletta dettagliata e scambiato innumerevoli idee. Poi ci siamo detti che volevamo affrontare la questione da angoli diversi. Alla fine mi sono detto che a nessuno interessava più – soprattutto dopo che il [tuo libro](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/)\*\*, caro Davide, ha messo un punto fermo sulla questione – l’ennesimo pamphlet *pro* o *contro*. Meglio prendere atto delle trasformazioni avvenute e tentare di spiegare come funziona la comunicazione in un’epoca in cui i codici culturali cambiano continuamente.
A quali principi aggrapparci? Nella *Regola del gioco* ho provato a elencarne alcuni: la consapevolezza che il linguaggio è pragmatico, cioè produce effetti reali, e i codici mutevoli; l'idea che in ogni momento dobbiamo **scegliere tra proteggere la nostra reputazione e massimizzare la nostra visibilità**; l'irriducibile politicità di praticamente tutto, dai cartoni animati al Rna, passando dai prodotti di bellezza e dall’acqua minerale. Soprattutto dobbiamo rassegnarci al fatto che ogni testo è sempre un pretesto perché altri prendano la parola.
Bene così, un po’ di ricambio non farà male. Ma per sicurezza **mettiamoci comunque casco e ginocchiere**, non si sa mai. Io qualche botta l’ho già presa, e immagino che con l’uscita di questo libro ne prenderò ancora.
\* «***Gaslighting*»**? Per fortuna nel mio libro c’è anche un glossario di tutte le parole astruse spuntate fuori nell’ultimo decennio. In questo caso, cito, si tratta di una «manipolazione psicologica che spinge l’interlocutore a dubitare di sé stesso». Letteralmente quello che fanno gli intellettuali al resto della popolazione da quando esistono.
\*\* Non riesco a crederci che hai linkato il tuo libro in un post che **serviva a promuovere il mio**.
## ****Altre news dal fronte**
- Certo, Frantz Fanon [scrisse](https://twitter.com/snackvampire/status/1710525716213965115?ref=culturewars.it) che «la decolonizzazione è sempre un processo violento», ma ciò non significa che possiamo passare allegramente dal trovare intollerabile la «violenza» di un programma di corso universitario con troppi autori bianchi, al considerare tutto sommato ok quella vera, letterale, che uccide persone innocenti in Medio Oriente: dai, su;

- Anche le guide nei musei stanno venendo trascinate a forza [nelle *culture wars*](https://www.theartnewspaper.com/2023/10/11/how-museum-guides-are-being-enlisted-in-the-us-culture-wars?ref=culturewars.it);

- Salman Rushdie, feroce reazionario favorevole alla libertà di espressione che ha firmato la lettera di Harper’s contro la cancel culture (sì, sono ironico) scriverà un libro sull’attentato che ha rischiato di costargli la vita, e noi [non vediamo l’ora](https://www.nytimes.com/2023/10/11/books/salman-rushdie-memoir-stabbing-knife.html?smtyp=cur&smid=tw-nytimes&ref=culturewars.it).
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### Il prossimo tuo come te stesso
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Last updated: 2025-05-22T14:18:31.000Z
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**Coleman Hughes** è un giornalista e scrittore afroamericano di origini portoricane. Gli interventi di Hughes – che nel 2019 è intervenuto al Congresso americano schierandosi contro le *reparations*, cioè il sistema di proposte per risarcire economicamente i discendenti delle vittime della schiavitù ai danni dei neri americani – sono ospitati anche da testate conservatrici come Quillette, il Wall Street Journal e la National Review.
Nelle ultime settimane, però, di Hughes si è parlato in riferimento a **un Ted Talk**: quello che ha registrato alla conferenza annuale Ted a Vancouver lo scorso aprile e che ha fatto scoppiare un caso. Il tema dell’intervento è la **color blindness** – ovvero l’approccio, di cui Hughes è fautore, che non vuole che l’appartenenza etnico-razziale risulti il fattore dirimente nella definizione delle politiche pubbliche e dei rapporti sociali – e la vicenda è stata raccontata dallo stesso autore in un [articolo uscito su The Free Press](https://www.thefp.com/p/coleman-hughes-is-ted-scared-of-color-blindness?ref=culturewars.it):
> Come potete immaginare, Ted è una macchina straordinariamente ben oliata. Nelle settimane e nei mesi precedenti la conferenza ho scritto il mio discorso, l’ho rivisto insieme al team di curatori di Ted e i loro fact-checker l’hanno passato al setaccio. Non mi sono mai preparato così tanto per uno speech. Il 19 aprile sono salito sul palco davanti a un pubblico di quasi 2.000 persone e l'ho recitato.
Hughes aggiunge che, a parte qualche parere contrario, alla fine della sua orazione «l’accoglienza è stata estremamente positiva. Il pubblico ha applaudito; alcuni si sono addirittura alzate in piedi. A cena e nei corridoi, le persone mi si sono avvicinate per dirmi che il discorso gli era piaciuto, e coloro che non erano d’accordo mi hanno fatto critiche intelligenti e ponderate».
Ma, come hai capito, era soltanto il tempo sereno prima della tempesta. L’ultimo giorno della kermesse, a un tradizionale confronto à la *town hall* in cui il pubblico può esprimersi sui contenuti della conferenza, due persone hanno denunciato il discorso di Coleman Hughes con parole scandalizzate e altisonanti: **una donna l’ha definito «razzista»**; un uomo ha detto che Hughes aveva proposto di «tornare ai giorni del “[separati ma uguali](https://it.wikipedia.org/wiki/Separati%5Fma%5Fuguali?ref=culturewars.it)”». Molti hanno applaudito.
Ancora più interessante è ciò che è successo dopo: **Chris Anderson**, il capo supremo di Ted, che sulle prime, durante l’assemblea finale di Vancouver, aveva preso il microfono per ricordare al pubblico che «Ted non può sottrarsi alle controversie su questioni così importanti», in un secondo momento ha contattato Hughes per spiegarli che il suo intervento aveva attirato «resistenze» interne all’organizzazione, e che una parte dello staff era convinta che Ted non avrebbe dovuto pubblicarlo.
Molto del risentimento e della richiesta di ritirare il contenuto, adduceva Anderson, veniva da **Black@Ted**, che si [definisce](https://www.ted.com/about/programs-initiatives/black-at-ted?ref=culturewars.it) «un gruppo delle risorse umane che fornisce un *safe space* ai dipendenti che si identificano come Neri». Hughes racconta che il capo di Ted gli ha chiesto se volesse incontrare queste persone: lui, secondo la sua versione dei fatti, ha detto di sì, per poi scoprire subito dopo che il gruppo, per motivi a lui ignoti, aveva ritirato la sua disponibilità a incontrarlo.
In seguito, Anderson ha fatto una serie di proposte insolite al suo ospite: prima ha chiesto a Hughes di accettare la pubblicazione del video del discorso in una versione accorpata a un susseguente **dibattito da sostenere con persone di posizioni anti-*color blindness*** (Hughes ha rifiutato); poi gli ha proposto di registrare il dibattito in un altro video, suggerendo che questo avrebbe dato ulteriore spazio alle idee di Hughes (il quale, non essendo nato ieri, ha rifiutato ancora).
Alla fine le due parti hanno trovato un accordo: ci sarebbe stato un dibattito, ma sarebbe avvenuto due settimane dopo la normale pubblicazione e sponsorizzazione del Ted Talk. Hughes tuttavia sostiene – e qui anche i numeri confermano che lo fa correttamente – che il suo discorso è **rimasto per settimane in un cono d’ombra**, e che l’organizzazione non ha messo in moto la sua nota e potente macchina per promuoverlo, come ha sempre fatto negli altri casi.
Volendo vederci chiaro – ed essendo, teoricamente, un giornalista – ho deciso di ascoltare integralmente l’intervento della discordia, che nonostante tutto [si trova su YouTube](https://www.youtube.com/watch?v=QxB3b7fxMEA&ab%5Fchannel=TED&ref=culturewars.it). Non tanto sorprendentemente, **non ci ho trovato davvero nulla di incendiario**, nemmeno a voler vedere del marcio a tutti i costi, neanche dando per scontato che l’oratore agisca e parli col grado massimo di malafede nascosta.
Nel suo Ted Talk, Coleman Hughes ricorda che il primo a usare l’espressione *color blindness* fu Wendell Phillips, attivista per l’abolizione della schiavitù nell’Ottocento e presidente della American Antislavery Society; spiega che, secondo lui, «eliminare le politiche sulla base della razza non equivale a eliminare le politiche per ridurre le disuguaglianze. Significa soltanto che quelle politiche dovrebbero essere messe in atto **sulla base della classe, non della razza**». Verso l’inizio, riassume il suo messaggio in:
> Sostenere la *color blindness* non significa fingere di non notare la razza: è sostenere il principio secondo cui dovremmo fare del nostro meglio per trattare le persone a prescindere dalla loro razza, sia nella nostra vita personale che nella nostra politica pubblica.
Non pare così «razzista» come messaggio, dopotutto, specie considerando che a sostenerne una versione identica nella sostanza era un reverendo afroamericano autore di un altro discorso, appena più noto, che oltre a **«*I have a dream*»** diceva di immaginare un’America in cui le persone «non sono giudicate per il colore della loro pelle ma per il contenuto del loro carattere».
Quell’America è lontana dal materializzarsi: oggi **è considerato «razzista» perorare la causa di chi non considera prima e anzitutto la razza**, con un ribaltamento completo rispetto all’epoca in cui il primato dell’appartenenza si traduceva in segregazionismo e razzismo.
E se da una parte – come peraltro ricordato dallo stesso Hughes – questa prospettiva è nata per risolvere, a volte con risultati promettenti, problemi veri e attuali (si pensi al diritto allo studio negato a tante comunità afroamericane e all’*affirmative action* che vuole migliorarne l’accesso all’istruzione superiore), dall’altra non sarà il **mito della differenza a ogni costo** a salvare il mondo: non solo la *color blindness* dei bolsi *liberal* pre-identitari [convince](https://www.pewresearch.org/short-reads/2019/02/25/most-americans-say-colleges-should-not-consider-race-or-ethnicity-in-admissions/?ref=culturewars.it) ancora la larga maggioranza degli americani, ma il focus sulla tribalità identitaria, peggiorato dalle piattaforme, ha prodotto un già misurabile [peggioramento](https://news.gallup.com/poll/1687/race-relations.aspx?ref=culturewars.it) delle relazioni fra bianchi e neri d’America.
Eppure Chris Anderson si è piegato a un gruppo di persone la cui idea è che ci siano **idee che fanno del male perché sono diverse dalle loro**, e che come tali non meritano di essere diffuse; eppure il testo del discorso sul palco di Hughes, dopo mesi di fact-checking incrociati, è diventato una fonte di grattacapi da cui Ted ha provato a dissociarsi sbarazzandosene; eppure lo stesso Chris Anderson, se il racconto di Hughes è onesto, ci ha mostrato l’ennesimo esempio di cosa succede quando un ente che si relaziona al pubblico e alle masse social diventa ostaggio di ricatti etici, che chiamano risposte marziali per il solo ricorso a un formulario pseudo-attivistico.
E beninteso, oltreoceano succede anche altrove: in California dichiarare che sei per **«trattare tutti allo stesso modo»** in un test Diversity & Inclusion [costa la selezione](https://www.nytimes.com/2023/09/08/us/ucla-dei-statement.html?ref=culturewars.it) per il lavoro universitario, ad esempio. Ma dire che dovremmo almeno tendere a trattare tutti allo stesso modo, e poterci approcciare agli altri vedendoli come nostri simili in cui rivedere parti di noi stessi, non è affatto inconsapevolmente razzista: a dire il vero, è la dimensione filosofica del progressismo da un paio di millenni.
## **Altre news dal fronte**
- Siccome non ci sono altre urgenze, è probabile che i pronomi inclusivi finiranno [di fronte alla Corte Suprema](https://www.politico.com/news/magazine/2023/10/01/pronouns-schools-supreme-court-00118832?ref=culturewars.it) degli Stati Uniti;

- Michael Benz, amicone di Donald Trump ed Elon Musk, a tempo perso è anche [un influencer neonazista](https://twitter.com/oneunderscore%5F%5F/status/1710475439758610516?ref=culturewars.it);

- [Idee di pulpito](https://twitter.com/jamesearl23/status/1709405688777363781?ref=culturewars.it) socialmediale per il prossimo Halloween.
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### Bebe Vio, privilegiata
URL: https://www.culturewars.it/bebe-vio-privilegiata/
Last updated: 2023-09-25T07:41:07.000Z
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È successo che Beatrice Maria Adelaide Marzia Vio Grandis, nota al grande pubblico come **Bebe Vio**, la settimana scorsa ha partecipato a un evento di celebrazione dei 75 anni della Costituzione italiana, in presenza del presidente Mattarella e altri ospiti d’onore.
Invitata alla Camera dei deputati, la 26enne schermitrice paralimpica ha tenuto un discorso appassionato sui giovani, le loro aspirazioni e il loro tempo, dicendo [tra le altre cose](https://tg.la7.it/cronaca/bebe-vio-ai-giovani-basta-scuse-lavorate-20-09-2023-193954?ref=culturewars.it) due parole su quelle che ha definito **le «scuse» che cerchiamo** per giustificarci con noi stessi:
> Adesso mi sono finalmente laureata. È stata un’impresa, però ce l’ho fatta. La cosa che tutti mi hanno sempre chiesto è: “Ma come fai a trovare il tempo? Come fai a studiare e allenarti tante ore al giorno? Come fai a fare tutto quanto insieme?”. In realtà secondo me siamo bravissimi a inventarci scuse, tantissime scuse per trovare un motivo per non riuscire a farlo. Tantissime scuse per dire “no, vabbè, ma adesso non posso”, “no, adesso non ce la faccio”. In realtà il tempo non significa avere tempo ma riuscire a trovarlo. La mia fortuna è essere un atleta: tra le gare e in viaggio ho la possibilità di studiare.
Sei d’accordo? A me, ascoltandola, è parsa la riproposizione del **rodato pensiero motivazionale** a cui un personaggio come Bebe Vio, dato il suo vissuto straordinario, ci ha abituato negli anni. Il suo ruolo è sempre stato questo: e stupirebbe il contrario, visto che l‘atleta ha perso braccia e gambe per una meningite quando aveva 11 anni, è tornata a scuola, si è laureata e ha vinto una dozzina di medaglie d’oro alle Olimpiadi e ai Mondiali del suo sport.
Insomma, non vedo casus belli. E invece, incredibilmente, su Twitter (pardon, “X”) e su Instagram queste poche parole sono diventate oggetto di pensosi sermoni miranti ad additare **il «privilegio» di Bebe Vio**.
Sì, sì, hai letto bene: il «privilegio». Prendi ciò che ha postato **Alessandro Sahebi**, giornalista con un buon seguito (e che personalmente di solito apprezzo). Riprendo alcune storie della lunga serie che ha dedicato alla vicenda:








Sahebi non è stato l’unico a promuovere questa lettura, peraltro: prendi il successo che commenti del genere hanno avuto anche su altre piattaforme, ad esempio q̶u̶e̶l̶l̶a̶ ̶c̶l̶o̶a̶c̶a̶ ̶d̶i̶ X:
> Sì è una privilegiata perché proviene da famiglia ricca.
> La maggior parte delle persone con la sua stessa disabilità non possono avere le stesse protesi all'avanguardia o attrezzi adatti per lo sport. Quindi sì, nella sfortuna è stato il suo privilegio a fare la differenza [https://t.co/hIjC6afqyP](https://t.co/hIjC6afqyP?ref=culturewars.it)
>
> — Ilaria Condizionata (@pastaalfo) [September 21, 2023](https://twitter.com/pastaalfo/status/1705002719407227376?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Ora, mi è difficile anche solo iniziare a commentare, perché credimi, questa cosa **mi rattrista nel profondo**. Ma proviamoci, premettendo che sulle disuguaglianze economiche mi è da poco cresciuto il barbone canuto di Carlo Marx.
In generale non so cosa sia andato così storto, nel mondo in cui viviamo, per sentirsi in dovere di sostenere pubblicamente – pensando persino di essere fini critici, e non cerberi schiavi del proprio pubblico e incapaci di empatia – che **una venticinquenne che ha vissuto più di metà della sua vita senza arti** sia «una privilegiata», ma in qualche modo è successo.
Il termine-mondo del *privilegio* è oggetto di un uso così leggero e scriteriato online, nelle nicchie del sedicente attivismo *easy-peasy*, da risultare svuotato di ogni senso: **è il fucile giocattolo che spara il tappino**; quando spara il bimbo è contento, si sente importante e può passare rapidamente agli altri giocattoli.
Perché guarda, mi è perfettamente chiaro che la situazione economica della sua famiglia abbia a tutti gli effetti aiutato Bebe Vio (le scuole, i trattamenti, le protesi costose): ma **lei rimane anzitutto la vittima** di un male terribile e di una disabilità gravissima che l’hanno resa un paria de facto nella società, prima che riuscisse a sfidare la sua condizione e a farne un simbolo.
Come disse una volta il ciclista Franco Chioccioli a un reporter che gli chiedeva conto di possibili intercessioni dall’alto per spiegare un suo gran risultato al Giro d’Italia del 1991: «Sì, Dio mi avrà aiutato di sicuro. Però a sudare su quella bicicletta c'ero io». Ecco, a sudare sulla metaforica bicicletta di Bebe Vio non c’eri tu, non c’ero io: **c’era lei**.
Le difese della lettura di Sahebi e i suoi emuli recitano più o meno così: *il senso è chiaro, non è una privilegiata in senso assoluto *ma in senso relativo**, perché (citando il tweet di cui sopra) «la maggior parte delle persone con la sua stessa disabilità» non dispone delle stesse opportunità.
E questo è un dato di fatto, persino scontato. Ma non si può fingere che il sommarsi di questi discorsi declamati sul nostro pulpito algoritmico di moralizzatori ex cathedra non **finisca precisamente per additare colpevoli predeterminati e assoluti** che *noi, proprio noi, indissolubilmente noi* siamo lì per smascherare una volta per tutte.
Come ho scritto nel mio libro *[La correzione del mondo](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/)*, teorizzando il suo concetto di intersezionalità – cioè, detta breve, la necessità di considerare più caratteristiche identitarie nella definizione dell’oppressione patita da un individuo – la giurista **Kimberlé Crenshaw** «aveva postulato la simultaneità delle oppressioni, un netto rifiuto all’ipotesi di creare una gerarchia fra di esse, e la necessità di considerare il contesto in cui si muove il soggetto».
Dov’è finito il contesto in cui si muove Bebe Vio, cioè un’esistenza di cui si è ri-appropriata contro tutto e tutti, rendendola un simbolo che non ha precedenti in Italia? E perché lo riduciamo a un’occasione per postare Instagram Story che ammiccano con l’occhiolino ai follower (*hey*, ha frequentato «prestigiose università private»! **Sì, Sahebi, ma io e te abbiamo le gambe e le braccia** e non abbiamo passato l’intera giovinezza a dover subire gli sguardi degli estranei: lei sì).
In quest’epoca illuminata di minoranze che finalmente parlano per loro stesse, stranamente a fare da rappresentanti e portavoce della «maggior parte delle persone con la stessa disabilità» di Bebe Vio **siamo ancora noi**, che alle medie ci siamo andati sulle nostre gambe. Curioso, eh?
Peccato, perché sarebbe davvero interessante – nonché a questo punto urgente – chiedere a queste persone di esprimersi direttamente su Bebe Vio: quando la sentono parlare alla Camera di fronte a Mattarella pensano che è «un discorso che non ci meritavamo da ascoltare»? O piuttosto una schermitrice disabile medaglia d’oro invitata a Montecitorio le fa sentire **rappresentate, viste, inorgoglite**?
Io la risposta non ce l’ho, perché grazie al cielo non sono un influencer e non ho verità precostituite a cui sacrificare tutto il resto: ma se ti ho portato a rifletterci è già qualcosa.
## **Altre news dal fronte**
- Christopher Rufo è il volto principale della critica alla *Theory* progressista d’oltreoceano: peccato che il primo a censurare [sia proprio lui](https://www.thedailybeast.com/right-wing-activist-christopher-rufo-became-the-one-thing-he-claims-to-hate?utm%5Fsource=twitter%5Fowned%5Ftdb&via=twitter%5Fpage&utm%5Fcampaign=owned%5Fsocial&utm%5Fmedium=socialflow);

- Ehi, che bello: la “[Karen](https://www.urbandictionary.com/define.php?term=Karen&ref=culturewars.it)” a cui l’Internet buono, riveduto e corretto ha dato addosso per supposto razzismo [era in realtà diversamente abile](https://twitter.com/krassenstein/status/1705676703190729057?ref=culturewars.it);

- È uscito per Fazi *[Capitalismo woke](https://fazieditore.it/catalogo-libri/capitalismo-woke/?ref=culturewars.it)*, un saggio dello studioso australiano Carl Rhodes su «come l'abbraccio calcolato del mondo aziendale alla giustizia sociale rappresenti una seria minaccia per la società». Lo leggo e ti faccio sapere com’è.
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[](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/la-correzione-del-mondo-davide-piacenza-9788806257347/?ref=culturewars.it)
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### Una parola che parli di me
URL: https://www.culturewars.it/neurodivergenza-storia-diagnosi/
Last updated: 2023-09-22T07:53:06.000Z
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Qualche tempo fa stavo svuotando casa per un trasloco. Era tutto sottosopra, dovevo iniziare a inscatolare le cose e non sapevo da dove cominciare. A un certo punto, guardando una pila di vestiti, **mi sono paralizzata**. Ho sentito una disperazione folle montare dentro. Ho iniziato a girare come una pallina da flipper impazzita per tutte le stanze e più passava il tempo più mi accartocciavo su me stessa. Sapevo cosa stava per succedere: panico, follia.
Una persona che mi stesse guadando, ad esempio il mio compagno, pur conoscendomi non sarebbe mai potuta arrivare a dedurre – a capire – che stavo per avere **un “attacco”**. Che non riuscivo più a ragionare. Che non era successo niente, nessun *trigger* improvviso, ma dentro di me si stava scatenando una reazione atomica.
Oggi, a 32 anni, posso dire che funziono abbastanza bene. Ma mi è rimasto qualcosa di sfuggente nella percezione che ho di me stessa. Risposte fuori luogo a stimoli banali. Attacchi di disperazione incontrollata. Cose così.
Quando ho letto la parola “**neurodivergenza**” per la prima volta qualche anno fa mi sono incuriosita. Ho letto alcune cose che mi hanno fatto alzare il proverbiale sopracciglio: comportamenti, sensazioni, situazioni che mi erano stranamente familiari. Gli articoli hanno continuato a fioccare, e così le testimonianze.
Circa un anno fa ho letto la storia di una mia coetanea diagnosticata Asperger. Più leggevo, più mi saliva il magone: sembravano parole scritte da me. Mi ritrovavo non solo nei sintomi, ma anche nella percezione di questa diagnosi da parte sua e delle persone a lei care. Era una descrizione quasi chirurgica dei miei pensieri. Ho sentito la necessità di fare qualcosa. Ho deciso di iniziare con una ricerca più approfondita sull’Asperger e ho scoperto che la diagnosi nelle donne potrebbe avere parametri diversi rispetto agli standard calibrati sugli uomini. Mi sono detta: e se provassi questa via? Suonava molto definitiva, non mi convinceva sotto tutti i punti di vista. **Chi si arroga il diritto di definirti?** Secondo che parametri?
Ne ho parlato con un’amica psicologa, che mi ha consigliato di contattare un centro specializzato in neurodivergenze. Non era convinta che io fossi Asperger, ma credeva al mio malessere.
Poi ho scritto a mia sorella di 23 anni, che mi ha detto: «Qualunque sia la motivazione, prova e vedi. L’amica di X per esempio non capiva perché non si ricordasse le cose all’esame nonostante studiasse tanto. Parlandone con Y, che ha un Dsa \[disturbo dell’apprendimento*, Nda*\], si è resa conto che molte cose coincidevano. È andata in un centro, le hanno diagnosticato un Dsa, e adesso è molto sollevata. E durante gli esami può tenere gli schemi per aiutarsi». Molto semplice, molto pratico, **molto normale**.
Infine ho scritto all’autrice della testimonianza chiedendole cosa fosse cambiato nella sua vita dopo la diagnosi. Lei mi ha parlato di un percorso di psicoterapia mirato a gestire gli aspetti più difficili, e poi di **una maggiore sensibilità nei suoi confronti** da parte delle persone che si rapportano con lei. Anche quelle più vicine.
Allora mi sono chiesta: **io perché voglio farmi diagnosticare?** Mi voglio far mettere un’etichetta in fronte? In cuor mio lo so che funziono diversamente, ma perché voglio che la gente lo sappia? Nella mia testa avrebbe senso che le persone attorno a me sapessero che vivo con molta fatica e difficoltà cose apparentemente banali, e che mi trattassero conseguentemente con più... gentilezza? **Ma già lo fanno**. Chi mi vuole bene e mi conosce da tempo accetta me e le mie difficoltà, le mie asperità. Sa che può capitare che per una giornata non apra bocca, oppure che un piccolo ma repentino cambio di piani mi faccia precipitare nell’angoscia. Eccetera, eccetera.
Però mi dico che una diagnosi medica darebbe al tutto un tono di realtà. Di autorevolezza. Non un “vabbè, è normale avere giornate storte”. No: **è la chimica del mio cervello** che non funziona, o qualcosa del genere.
Mi sento incompresa nel senso che neanch’io so spiegare bene cos'è quello che vivo, che provo in certe situazioni. Allora, visto che il linguaggio è imperfetto – e visto anche che nessuno riuscirà mai a capire cosa significa essere qualcun altro – se magari riuscissimo a racchiudere tutto questo in una parola, una locuzione o una frase magari la comunicazione e la comprensione sarebbero più facili? **Se lo nomino, allora esiste?**
Per un po’ ho accantonato la questione. Poi l’[intervento di Francesco Avallone](https://www.culturewars.it/neurodivergenza-salute-mentale/) su una passata edizione di questa newsletter ha riattivato i miei ragionamenti. Avallone ha scritto un articolo su Lucy – e poi qui su Culture Wars, appunto – sul «ruolo che hanno le diagnosi nel definire la propria identità», sui rischi del ridurre una persona alla sua diagnosi, sull’attivismo banale e a volte aggressivo in tal senso. Dice che «l’essere umano assomiglia molto più all’acqua che alla pietra» e che «le diagnosi rischiano di essere un concetto su cui basare la propria identità piuttosto labile e limitante».
Sono d’accordo con lui. Io non sono *sempre* così: forse per questo una diagnosi mi sembra monolitica, limitante. Non ho *sempre* delle reazioni strane. Non ho sempre la stessa reazione al medesimo stimolo. **Però a volte sì**. E quelle sono le volte che contano, per me, perché mi fanno stare male, smetto di funzionare come vorrei e devo anche sforzarmi di non turbare troppo gli altri. Come dicevo, per arrivare a funzionare in modo socialmente accettabile ho fatto e faccio uno sforzo di adattamento titanico, che dura da anni.
Torniamo alla storia del trasloco. Ho imparato a collocare questi attacchi e quindi a saperli gestire prima che arrivino (o mentre stanno arrivando). So che ho una grande difficoltà a dare priorità ai *task*, a organizzare mentalmente le cose – qualunque cosa, da come sistemare i vestiti nell’armadio a cosa fare della mia vita professionale. È come se tutte le possibilità coesistessero nello stesso momento nel mio cervello e non riuscissi a ordinarle, **una matassa di realtà indistricabile**. Mi paralizzo. È una cosa spesso molto fastidiosa, e nei momenti peggiori invalidante.
Ecco, queste mi sembrano situazioni in cui chi mi sta accanto potrebbe essere facilitato nel capirmi se ci fosse una diagnosi. Il non essere “vista” dalle persone a me vicine aggiunge quel pizzico di imprevedibilità alle mie capacità di adattamento. So che se quel giorno fossi stata da sola avrei saputo gestire meglio l’attacco, non sarei esplosa. E per qualcuno che non è me è più facile ricordarsi “è neurodivergente” che non “quando succede A allora fa B, però solo se C”. Invece di spiegare i miei moti interiori in un momento in cui sono già bastantemente in crisi, si mette una bella pezza cognitiva e possiamo proseguire la nostra vita.
Tra me e me sono arrivata a concludere che il fatto che alcune persone si identifichino con la propria diagnosi o che online si combattano alcune battaglie vuote e banali, o persino controproducenti, non è un motivo sufficiente per prendere posizioni che rischiano di continuare a far soffrire chi è neurodivergente. Mi sembra **una situazione *lose-lose***: negandomi una diagnosi non miglioro la società, ma peggioro la mia vita.
Intendiamoci: personalmente sono per le soluzioni collettive, e riconosco che molte sofferenze apparentemente individuali derivano da una realtà condivisa a dir poco problematica. Però nel quotidiano sono tanto stanca, e sapere che chi ho accanto riesca a nominare – e a comprendere – la mia difficoltà esistenziale mi aiuterebbe a campare più serena, mentre troviamo soluzioni collettive. Non lo vedo come un trionfo dell’individualismo, anzi. Per me significherebbe condividere un pezzetto della mia fatica con le altre persone. **Un esercizio di empatia**.
## **Altre news dal fronte**
- È interessante la [polemica](https://www.tiktok.com/search?q=natalia%20aspesi&t=1695365056989&ref=culturewars.it) che si è generata su TikTok per un [articolo](https://www.repubblica.it/robinson/2023/09/17/news/quello%5Fche%5Fleggono%5Fle%5Fragazze-414713002/?ref=culturewars.it) (qui dietro paywall) della decana Natalia Aspesi sulle cosiddette *booktoker*, cioè le influencer – perlopiù al femminile – che postano su quell’appina distopica recensioni e pareri su romanzi incentrati su storie d’amore: Aspesi sostiene che dietro la ventata di novità da terzo millennio in bio, queste persone continuano ad appassionarsi a trame e personaggi spesso stereotipati e retrogradi, e secondo me ha ragione;

- Due parole sul famigerato [video](https://video.repubblica.it/edizione/milano/il-dialogo-tra-un-attivista-del-clima-e-un-poliziotto-durante-il-blocco-stradale-a-milano/452940/453903?ref=culturewars.it) dell’attivista di Ultima Generazione che fa la figura del fesso con un poliziotto in viale Fulvio Testi a Milano: nella società della performance socialmediale – che è anche, purtroppo, quella in cui si muove molto attivismo – a contare è sempre anzitutto la performance, appunto. Se un poliziotto si mostra carino, cortese e logico davanti all’obiettivo della fotocamera, ha vinto. Non è che forse, in generale, ci vorrebbero meno obiettivi?;

- Ibram Kendi è una delle grandi star dell’antirazzismo statunitense, nella sua accezione più (perdonami) *woke* e intransigente: il suo Center for Antiracist Research all’Università di Boston però ha [incamerato decine di milioni](https://www.bostonglobe.com/2023/09/20/metro/following-layoffs-boston-university-announces-inquiry-into-ibram-kendis-antiracist-center/?event=event12&ref=culturewars.it) di dollari di finanziamenti per produrre quasi niente. E tanti afroamericani [iniziano a essere stanchi](https://twitter.com/JennMJacksonPhD/status/1704860830372696181?ref=culturewars.it) di certi «*celebrity authors*» che si appropriano delle loro lotte.
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### Considera Gianluca
URL: https://www.culturewars.it/gianluca-pinter-correzione-mondo/
Last updated: 2023-09-15T09:58:52.000Z
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Nel periodo in cui ho frequentato una piccola associazione di volontari che si riuniva al mezzanino della stazione Centrale di Milano per dare una prima assistenza ai profughi – soprattutto siriani – in arrivo in Italia, ho conosciuto una persona alla quale talvolta mi trovo ancora a pensare: **Gianluca Pinter**, un uomo sulla sessantina con una folta coda di capelli bianchi e un temperamento burbero, incline alla battuta pronta e alle contumelie.
Pinter era il centro nevralgico di ogni attività del mezzanino: distribuiva pasti, si occupava personalmente del reperimento di abiti e coperte, aiutava i migranti nell’intricato disbrigo delle pratiche, riuniva le famiglie facendo il giro degli hub di accoglienza del Milanese. Dormiva per strada a sua volta, ed era instancabile: lo potevi trovare **attivo a qualsiasi ora**, giorno e notte, e quando non era a portare un po’ di conforto a un bivacco di senzatetto o nel centro di accoglienza di via Sammartini potevi star certo che stesse riposando nella roulotte parcheggiata lí davanti, sotto il lungo cavalcavia della stazione.
Era stato un senzatetto a sua volta, e aveva vissuto la Milano violenta degli anni Settanta dalla parte dei fascisti: il suo nome compare nell’inchiesta sulla morte di [Fausto e Iaio](https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio%5Fdi%5FFausto%5Fe%5FIaio?ref=culturewars.it), i due studenti di sinistra massacrati dalla destra nera per ritorsione del pestaggio rosso di uno spacciatore fascista nel 1978\. Ecco, **quello spacciatore fascista era lui**.
E non aveva mai rinnegato i suoi trascorsi, Gianluca: prima fascista, poi – tra un pasto caldo e l’altro servito ai migranti infreddoliti – **orgogliosamente salviniano**, e capace di una verve polemica che aveva nelle giunte di sinistra il suo bersaglio preferito. «Salvini ha ragione, ma questi sono poveracci e io li aiuto. Se uno ha freddo a me non me ne frega niente da dove viene, gli do una coperta. Poi il resto si vede», [era solito dire](https://www.ilfoglio.it/granmilano/2019/11/10/%20news/gianluca-oss-pinter-il-fascista-ebreo-e-salviniano-che-aiutava-gli-homeless-285393/?ref=culturewars.it) a chi gli chiedeva conto del controsenso.
Gianluca Pinter era una contraddizione vivente: votava Lega, era ebreo e non aveva problemi ad ammettere il suo passato fascista, ma dedicava ogni giorno della sua vita all’accoglienza delle persone che la Lega non voleva accogliere, non di rado rimettendoci di tasca propria. È morto nel 2019, nella solitudine che l’aveva sempre accompagnato e dopo una vita senza gli onori che avrebbe meritato. Prima di quella data era sempre stato troppo impegnato a **rendere il mondo un posto un po’ migliore** per trovare il tempo di postare ossessivamente slogan di posizionamento su Twitter o Instagram.
Ma immaginiamo per un secondo che l’avesse fatto: alla prima esternazione su Salvini e sull’immigrazione gli avrebbero dato del fascista (senza sbagliare di molto, per l’appunto) e del nemico dei poveri e delle persone ai margini, **sbagliando invece di moltissimo**.
Dire che Gianluca Pinter risultasse rappresentativo dell’elettore leghista medio sarebbe prenderci in giro, ed è probabile che non bastino mesi o anni per trovarne un altro come lui. Eppure la sua vicenda, benché quantomeno inusuale e iperbolica, è adatta a rappresentare un altro errore di forma e di sostanza in cui stiamo cadendo: il **non saper più scindere le persone dalle loro opinioni**.
Anzi, a dirla tutta non sappiamo proprio più **distinguere i piani**. Quel che facciamo sempre più spesso è accorpare una persona a caso di cui non sappiamo nulla a un suo singolo messaggio quasi sempre estrapolato dal contesto di provenienza, e di cui in fin dei conti non ci interessa granché: lo facciamo per esibire la nostra pretesa virtù, rinsaldare la nostra appartenenza e serrare i ranghi del fronte di cui facciamo parte. Se i Gianluca in Do minore del mondo non vogliono finire ricondivisi e dileggiati sui nostri feed (una cosa che succede regolarmente anche in senso politico opposto, da sinistra a destra), che la smettano di avere idee che riteniamo sbagliate. Facile, no?
Eppure quelle persone con cui ci scontriamo sono quelle che vivono intorno a noi, e con cui volente o nolente dobbiamo e dovremo rapportarci. Possono essere genitori, [parenti](https://www.culturewars.it/contro-la-rieducazione-natalizia-della-nonna/), vicini di casa: anche se legittimamente non vogliamo aver nulla da spartire con alcune loro posizioni retrograde, non meritano di essere rinchiusi in **un singolo commento stupido** o in una sola convinzione erronea.
A scanso di equivoci, i demoni nelle società in cui viviamo esistono eccome – e un’attualità politica di stragi razziste e assalti alle istituzioni democratiche ce l’ha provato al di là di ogni dubbio – ma **non è con la demonizzazione indiscriminata che li sconfiggeremo**. Ci servono più conoscenza e accettazione dell’altro, più tolleranza – che è esattamente ciò che a sinistra si continua a dichiarare di sostenere – non il contrario.
Possibile che nessuno si accorga dello stridore generato dal credere in uno spettro virtualmente infinito di identità di genere, da una parte, mentre dall’altra si finisce per ammettere solo incasellamenti **rigidamente divisi in buoni e cattivi**? Anche il mondo delle opinioni degli altri, come le nostre percezioni interiori, è più complicato di un sistema binario e approssimativo.
*© 2023 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino*
## **Altre news dal fronte**
- Tutti i limiti dell’espressione-autodafé *[check your privilege](https://www.iltascabile.com/societa/colpevoli-di-privilegio/?ref=culturewars.it)*;

- In California dichiarare che sei per «trattare tutti allo stesso modo» in un test Diversity & Inclusion [costa la selezione](https://www.nytimes.com/2023/09/08/us/ucla-dei-statement.html?ref=culturewars.it) per il lavoro universitario;

- Quando persino [la morte di una bambina](https://www.newyorker.com/news/us-journal/how-a-culture-war-over-race-engulfed-a-school-district?ref=culturewars.it) di dieci anni diventa terreno di dispute da *culture wars*.
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### Orchi a Venezia e altre storie
URL: https://www.culturewars.it/venezia-allen-favino/
Last updated: 2023-09-08T12:50:59.000Z
Oggi – tanto per cambiare – facciamo un discorso complicato, che orbita attorno a una delle fatiche più erculee dell’umanità contemporanea: il distinguo. È in corso, lo saprai, l’80ª edizione della **Mostra del cinema di Venezia**. Ci sono i tanti film in concorso e fuori, le passerelle, i voti agli “outfit” dei giornali e degli influencer e insomma, le solite altre amenità del caso.
Ma poi ci sono anche le contestazioni, le polemiche, le ferite aperte. Una in particolare, popolare nelle nicchie social, in forma scritta recita più o meno così: *ehi ragazzi*, vi pare giusto che la Mostra del cinema di Venezia **venga consacrata ai pedofili?** No, dico, lo sapevate che hanno invitato un gruppetto di uomini anziani che toccano i bambini a presentare i loro film?
Capisco la provenienza di queste critiche, in parte la condivido, ma il grosso limite che hanno è quello di fare di tutta l’erba il proverbiale fascio, accorpando carnefici e accusati, e riducendo vicende complesse e opache a condanne sbrigative virali. Forse se **non l’avete sentito, che Venezia omaggia una cricca di pedofili, è perché**, nonostante quel che [si dice](https://twitter.com/search?q=woody%20allen&src=typeahead%5Fclick&ref=culturewars.it) su X/Twitter, **non è del tutto vero**.
Quella del contestato **Woody Allen** è una brutta storia su cui da trent’anni grava una cappa di dubbi, pronunciamenti e testimonianze che non lasciano spazio a nessuna certezza. Spesso si è parlato, in relazione a questo caso,di cancel culture: eppure il regista stesso ha detto che [non sa cosa significhi](https://deadline.com/2023/09/woody-allen-cancel-culture-metoo-movement-1235536282/?ref=culturewars.it) venire “cancellato”, e di certo non ha smesso di fare film e vivere la sua vita da milionario newyorkese.
Nel frattempo in questi giorni in Laguna è approdato anche un vero, acclarato *sex offender*, che decenni fa si è dichiarato colpevole di aver violentato una tredicenne e ha ammesso, anzi rivendicato di essere attratto dalle ragazzine di quell’età: è il regista **Roman Polański**. Ogni iniziativa di protesta nei confronti della sua presenza è, per quel che vale il mio parere personale, più che legittima e ben motivata (qualche mese fa l’attrice francese Adèle Haenel aveva [annunciato](https://www.euronews.com/culture/2023/05/10/french-actress-adele-haenel-quits-film-industry-over-complacency-towards-sexual-predators?ref=culturewars.it) il suo sciopero contro la compiacenza del settore verso i predatori sessuali come Polański).
Il caso Woody Allen invece lo conosco – bene – da anni, è **profondamente diverso**, e non è chiaro a chi o cosa giovi renderlo parte di un [polpettone unico](https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2023/09/04/news/mostra%5Fvenezia%5Fwoody%5Fallen%5Fcontestato%5Fstupratore-413326746/?ref=culturewars.it): se Polański è stato condannato ed è addirittura fuggito all’estero per non essere processato, Allen vive a Manhattan da sempre, e nessun tribunale, centro di violenza sui minori o psicologo ha mai confermato nessuna delle accuse che pendono sul suo capo. Attribuirgli persino che «si scopa» la fu figlia adottiva **Soon-Yi Previn** – come ho visto fare fin troppo in questi giorni – sorvola sul fatto che i due stanno insieme da trent’anni e hanno due figli: sì, la relazione è di certo inconsueta, ma saranno pure fatti loro, no?
Per una volta giova rimandare alla lettura della [pagina Wikipedia](https://en.wikipedia.org/wiki/Woody%5FAllen%5Fsexual%5Fabuse%5Fallegation?ref=culturewars.it) in lingua inglese dedicata al caso, che è completa e precisa: sfido chiunque ad arrivare in fondo pensando in buona fede **“questa canaglia l’ha fatta franca”**. E non perché la sua innocenza sia cristallina e indubitabile, ma perché – repetita iuvant – tutti coloro che avrebbero potuto e dovuto accertare la sua colpevolezza non l’hanno fatto: tribunali, periti, esperti di violenza sui minori, psicologi, consulenti, collaboratori domestici di casa Allen-Farrow. Soon-Yi e il fratello Moses Farrow, se è per questo, hanno [dichiarato](https://ronanfarrowletter.wordpress.com/2018/01/04/moses-farrow-speaks-out/?ref=culturewars.it) che è stata la loro madre adottiva Mia Farrow, e non Woody Allen, ad abusare di loro.
Sì, ho visto il documentario Hbo *Allen v. Farrow*; sì, ho letto i diversi interventi negli anni di **Dylan Farrow**, l’altra figlia, quella che ha dichiarato di essere stata abusata da Allen e che all’epoca dei fatti aveva sette anni e viveva in una famiglia altamente disfunzionale; no, non sono sicuro di niente, se non del fatto che di sicurezze in questo caso non ce ne sono, appunto. Riporto un commento apparso sotto l’[editoriale](https://www.nytimes.com/2014/02/09/opinion/sunday/woody-allen-speaks-out.html?ref=culturewars.it) difensivo di Allen pubblicato dal New York Times nel 2014:

Non elevo Woody Allen a esempio morale, a eroe, men che meno a vittima, ma mi spaventa che le piattaforme digitali della comunicazione di oggi direzionino l’attivismo sostituendo metodicamente all’approfondimento dei casi e delle situazioni **una verità di vulgata precotta**, che non ha tempo da perdere dietro ai “se” e ai “ma”: *se tutti quelli che leggo scrivono che è un pedofilo, vergogna!, quello è un pedofilo*. (E poi «si scopa» la figlia adottiva, no?).
Senza troppi sforzi, si possono trovare sul fu Twitter i commenti di chi ha partecipato in prima persona alla contestazione di Allen a Venezia, vantandosi di aver inferto un colpo alla *rape culture*. Ma del *rape* del regista di Manhattan non sappiamo nulla di più di ciò che vogliamo convincerci di sapere, e farne un altro esempio certo e indubitabile di tossicità da additare – fregandosene delle prove, delle perizie, degli effetti che quest’approssimazione ha sulle persone meno potenti di Woody Allen e sulla capacità persuasiva delle cause più nobili e giuste – non è il futuro sensibile e giusto che auspichiamo: **è un passato oscurantista da lettera scarlatta**.
## E poi c’è Favino

L’altro grande tema della Mostra del cinema 2023 sono le parole del più noto degli attori nostrani, **Pierfrancesco Favino**, che nella conferenza stampa di presentazione del film *Comandante* Edoardo De Angelis, di cui è protagonista, e in susseguenti interviste ha dichiarato che il cinema italiano farebbe bene a fare «fronte comune» per far sì che ruoli come quello di Enzo Ferrari – il fondatore della causa automobilistica interpretato da Adam Driver nel *Ferrari* di Michael Mann – non siano affidati a «stranieri lontani dai protagonisti reali delle storie, a cominciare dall’accento esotico».
Favino ha parlato anche di «appropriazione culturale», chiedendo: «Se un cubano non può fare un messicano, perché un americano può fare un italiano?». È un modo di inserirsi in **un dibattito che all’estero è già alle soglie del mainstream** da anni (e il riferimento all’«appropriazione culturale», in questo senso, è chiaro). [Secondo](https://www.instagram.com/p/CwuaMUut2tg/?ref=culturewars.it) la sceneggiatrice Ludovica Rampoldi, Favino ha sottolineato «un paradosso»:
> In un momento in cui gli americani (e non solo) danno estrema importanza al concetto di autenticità, perché rappresentano storie e personaggi italiani in modo non autentico?
Molti altri hanno spostato il tema sulla debolezza economica e “di sistema” del cinema italiano. Riassumendo questa posizione: Favino fa benissimo a porre il problema, ma sarebbe meglio fare pressione e adoperarsi per dare al cinema nostrano più voce in capitolo a Hollywood.
Qualcuno ha persino [definito](https://www.facebook.com/andrea.masala.161/posts/pfbid07SAmzcxoQqWtT1vhgUFnE6h5tb32EafFG3Wmfd2qQdnBhw4PgVZLzjAGTbzGwMwal?%5F%5Fcft%5F%5F[0]=AZWdVHvePVcWqm%5FZBhrm-qV%5FwcfVr4ArqfiD5Fdx6lnta6Vl7iE0gaHbq0I--ZgKXhdaqluqrZhdiiKhej2prM6wbubta1acOFz-6TP0-CL8-1dFVdwEpTDBorJMmj49zyEJ7ogygwBop7YAQD5ykwdVcGnWcVP2hCwr8gjbQP74%5Fw&%5F%5Ftn%5F%5F=%2CO%2CP-R) la sua uscita «una sintesi tra rivendicazioni sovraniste e rivendicazioni woke». Io credo invece che ci sia molto di che parlare, e che lo stiano facendo persone più titolate di me. Ma di «appropriazione culturale» relativa ai film tratto anche io, nel mio saggio *[La correzione del mondo](https://amzn.eu/d/c8IPcFR?ref=culturewars.it)* (Einaudi Stile Libero). Citando:
> Se a destra una marea montante di intolleranza e razzismo porta a cicliche polemiche online innescate da una rappresentazione «diversa» dei personaggi della fiction (come dimenticare quelle sulla *Sirenetta* interpretata dall’attrice afroamericana Halle Bailey nel *live action* Disney di quest’anno, o quella sugli elfi neri del nuovo adattamento tolkieniano del *Signore degli Anelli* di Amazon?), paradossalmente anche al di qua delle barricate si generano pedanti dispute pregiudiziali su attori che scantonano oltre i ruoli a loro permessi: perché Bryan Cranston, che non è disabile, ha interpretato un quadriplegico nel film *The Upside* (2017)? Per quale motivo in *Doctor Strange* (2016) il ruolo dell’Antico, che tradizionalmente nei fumetti Marvel da cui il lungometraggio è tratto era un monaco tibetano, è andato a Tilda Swinton? Dato per assodato che quella dei conservatori sulla *Sirenetta* è propaganda bieca e reazionaria, come si fa a opporle una logica simmetrica, per cui quelli appena citati sono esempi inauditi di abilismo e *whitewashing* da condannare con vibrante indignazione, e non legittime scelte di casting?
Se si accetta il *frame* discorsivo per cui una «minoranza oppressa» – espressione che online si usa con la generosità e l’approssimazione del sale in cucina, purtroppo per le minoranze e per gli oppressi – può essere rappresentata **solo da attori e attrici che ne fanno parte**, e in generale che bisogna puntare sull’autenticità (diciamo) della provenienza degli attori, allora Favino ha ragione da vendere: certo, gli italo-americani «oppressi» non lo sono più da tempo, ma perché considerarli al di fuori di queste logiche?
Sottoscrivere questa forma mentis ha delle implicazioni ineludibili, tuttavia: significa che l’Adam Driver di turno farà bene a passare di mano il suo ruolo di Enzo Ferrari non perché c’è una produzione, una proposta, una partizione del cinema in grado di raccontare meglio quella storia, ma perché una regola di forma ha determinato a priori che non è la persona più adatta a recitarla, a prescindere da altre e ben più sensate considerazioni ulteriori (l’accento, gli eventuali stereotipi, eccetera).
A te sembra **il viatico migliore per migliorare il cinema italiano**? A me non tanto.
## **Altre news dal fronte**
- Il dramma di chiamarsi [John Hittler](https://twitter.com/EvokingGenius/status/1699419530395599032?ref=culturewars.it);

- Harvard è tra le [peggiori](https://www.thefire.org/news/harvard-gets-worst-score-ever-fires-college-free-speech-rankings?ref=culturewars.it) università d’America sotto il profilo del *free speech*;

- Un ricco sobborgo liberal di Chicago, Highland Park, aveva organizzato (per poi cancellarlo in fretta e furia) un evento di [«simulazione di povertà»](https://www.nbcchicago.com/news/local/highland-park-responds-after-criticism-over-poverty-simulation-event/3222148/?ref=culturewars.it), definito «esperienza immersiva» in un country club, per sensibilizzare sulle condizioni di vita della popolazione indigente.
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### Quel pomeriggio di un giorno da cani
URL: https://www.culturewars.it/stupro-palermo-reazioni-social/
Last updated: 2023-08-23T11:56:19.000Z
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La società feroce in cui viviamo non è soltanto quella della violenza orribile di Palermo e della sua finta lontananza da noi, di [quei](https://www.dire.it/19-08-2023/945672-stupro-palermo-chat-shock-cento-cani-su-una-gatta-ma-la-carne-e-carne/?ref=culturewars.it) **«cento cani sopra una gatta»** che fanno vergognare e che dovrebbero farci fermare tutti a pensare, ma anche quella di come l’accadimento sta venendo metabolizzato e rimescolato sui nostri onnipresenti mezzi di – per così dire – comunicazione, i social media.
Viviamo nel mondo in cui si cercano i nomi e i volti degli arrestati, mettendo in pericolo omonimi innocenti e familiari, ma **si va a caccia anche dei profili della diciannovenne**, taggandola in fiumane di *content*, casomai dovesse gradire il rivivere costantemente quella notte, o l’essere imperituramente legata all’orrore di cui è incolpevole vittima.
Siamo la società in cui alcuni avvocati “algoritmici” [postano](https://www.facebook.com/matilde.mattozzi/posts/pfbid022dTL31uaJxdQ2G41V6S2SxrSWKaiiotxgpgz3xzXNypfdFy8QQaeMW8tVMV2BtWfl) che certe persone non meritano difesa processuale, rendendo in automatico colleghi e colleghe mostri senza etica e non normali servitori della legge, e quando la giudice che si occupa del caso [trasferisce](https://www.palermotoday.it/cronaca/violenza-sessuale-gruppo-foro-italico-minorenne-interrogatorio.html?ref=culturewars.it) l’unico minore fra i colpevoli in una comunità per la custodia cautelare, come da prassi indicata dalla giurisprudenza, gli influencer urlano in coro che un carnefice **«è stato scarcerato»**. E così: altro *content*.

Da [Factanza](https://www.instagram.com/p/CwNRZUcNFUt/?img%5Findex=4&ref=culturewars.it)
Viviamo nell’epoca in cui profili da centinaia di migliaia di follower sostengono non, come troverei indubitabile, che la cultura patriarcale che permea la nostra società fa da sfondo a orrori del genere, e che sbagliamo dunque a considerarci del tutto innocenti, ma direttamente che **le «battute sessiste» fanno da apriporta agli stupri** e agli omicidi, ne sono responsabili in modo paragonabile e vanno, in buona sostanza, considerate nello stesso campo. Oppure, altrove, che gli sguardi “sessualizzanti” che si posano sulle donne in discoteca sono fatti della stessa sostanza delle violenze di gruppo, e chi si macchia dei primi non è dissimile da quelli che agiscono le seconde.

Da [Francesco Cicconetti](https://www.instagram.com/mehths/?ref=culturewars.it)
Comprendo e rispetto il fatto che queste chiose sono in buona fede, e vorrebbero seguire la direzione giusta della decostruzione delle discriminazioni meno apparenti. Ma sulle piattaforme **ogni esitazione critica e distanza dubbiosa si annulla** con un colpo di spugna: per vincere la lotteria della viralità contano la brevità estremizzata, lo schiacciamento del contesto, la grechetta sul profilo, l’engagement di tutto rispetto.
**Oggi la marijuana della battuta** del nonno sulle donne al volante o dell’occhiata oggettificante in discoteca, **domani l’eroina di uno stupro** di gruppo: è logica, o almeno così pare (anticipo l’obiezione del “non si voleva certo dire questo”: bene, perché il mio punto è proprio che si poteva dire tutt’altro; nessun medico ci ha prescritto di banalizzare questioni complesse affrettandoci a postare frasi a effetto tagliate con un machete. Alla nostra società non servono battaglie campali alimentate da algoritmi, ma spunti educativi che possano includere e far evolvere le persone).
Sono, questi che stiamo vivendo, gli anni in cui su TikTok [nascono](https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/08/22/stupro-palermo-su-tiktok-profili-con-i-nomi-degli-arrestati-e-post-a-loro-difesa-polizia-postale-molti-sono-fake/7268501/?ref=culturewars.it) dozzine di account fake coi nomi e i volti del branco palermitano, per **massimizzare e perpetuare l’indignazione**, la tensione, la confusione seguita alla notizia di quella notte.
I social media, nella forma in cui ne disponiamo oggi, sono **un problema che esacerba tutti gli altri problemi**: funzionano bene per la promozione e l’autopromozione – perché per questo sono pensati e strutturati – ma nell’orizzonte del progresso sociale si rivelano inutili, anzi attivamente dannosi. Chiediamone di migliori, senza like, senza performance onnipresenti, senza oscenità ulteriori in un mondo già bastantemente osceno.
## **Altre news dal fronte**
- A prescindere da quanto detto sopra, secondo me la famosa [vignetta sui bicchieri d’acqua](https://www.facebook.com/zerorisposte/posts/pfbid0351Aer867iQK43xNHzt8QV2iDexiV2bmk1mABpRZjciC3qGXXtteVymiTJhKuS1Tzl) è una metafora riuscita;

- Le guerre culturali (o qualcosa del genere) del governo Meloni sulle nomine direttoriali dei principali musei italiani, [viste dal Washington Post](https://www.washingtonpost.com/world/2023/08/21/italy-meloni-museums-michelangelo/?ref=culturewars.it);

- Ma in che senso una tizia diventata virale per le sue escandescenze filmate su un volo americano ora [sarebbe](https://www.rollingstone.com/culture/culture-commentary/airplane-lady-tiffany-gomas-meltdown-speaks-out-1234806522/?ref=culturewars.it) «un’eroina dell’estrema destra», Rolling Stone?
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[](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/la-correzione-del-mondo-davide-piacenza-9788806257347/?ref=culturewars.it)
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### Neurodiversi da chi?
URL: https://www.culturewars.it/neurodivergenza-salute-mentale/
Last updated: 2023-07-28T05:30:46.000Z
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La settimana scorsa ho scritto [un articolo per *Lucy – Sulla cultura*](https://lucysullacultura.com/diagnosticarsi-un-disturbo-mentale-per-un-follower-in-piu/?ref=culturewars.it), una rivista che si occupa di cultura e attualità. Nell’articolo, che gli editor hanno intitolato **«Diagnosticarsi un disturbo mentale per un follower in più»**, mi interrogo sul ruolo che hanno le diagnosi nel definire la propria identità, offrendo una critica a questa tendenza, e su come i social possano essere causa dei sintomi di disagio mentale che pretendono di affrontare.
Il mio punto era (ed è) che l’essere umano assomiglia molto di più all’acqua che alla pietra, e che le diagnosi, sensibili al momento storico e al contesto in cui ci trova, rischiano di essere **un concetto su cui basare la propria identità piuttosto labile e limitante**.
Nell’articolo ho anche osservato come proprio sui social negli ultimi anni si sia diffusa una visione del mondo basata su quella che alcuni chiamano *social justice culture*, *identity politics*, o, più dispregiativamente, *wokeness*. L’idea alla base di questa ideologia è che le persone siano categorizzabili in una serie di caratteristiche identitarie, a cui corrispondono vari livelli di oppressione o privilegio, e che la propria identità marginalizzata (di genere, etnica o razziale, basata sull’orientamento sessuale) garantisca autorità sui temi che la riguardano. Molti dei discorsi sulla salute mentale provengono proprio da questa fazione, che **ha fatto** ad esempio **della «neurodivergenza» l’ennesimo marker identitario**.
L’articolo ha scatenato reazioni contrastanti. Da un lato ho ricevuto molto supporto, non solo da psicologi e psichiatri, ma anche da persone con disturbi mentali diagnosticati, che non si rivedono in un certo tipo di attivismo che porta inevitabilmente a indentificarsi col proprio disturbo, trasformandolo in una cosa pop e stravagante. Dall’altro, [sotto il post Instagram dell’articolo](https://www.instagram.com/p/CuocvsDshl6/?igshid=YzcxN2Q2NzY0OA==&ref=culturewars.it) non si contano i commenti ostili.
Un tempo forse si sarebbe detto qualcosa di simile a “non sono d’accordo con questo contenuto” e si sarebbe proceduto ad argomentare smontandolo pezzo per pezzo. La reazione che ha causato questo articolo invece descrive perfettamente, io credo, il tipo di cultura iper-progressista che critico: **richieste di rimuovere l’articolo taggando gli editor** (probabilmente ignorando che lo abbiamo modificato e approvato insieme, com’è ovvio) e indignazione – tanta da definirlo «scandaloso», «vergognoso», «problematico», «offensivo», e addirittura «violento» – sono in linea con le distorsioni mentali operate da una fazione che ricorre al pensiero in bianco e nero e a un certo catastrofismo (**«è una microaggressione, non un articolo»**, «neanche tanto micro!»; «queste posizioni sono dannose!»).
Una neuropsicologa ha minacciato di segnalarmi all’Ordine degli psicologi (a cui non sono iscritto, non essendo né psicologo né residente in Italia), sulla base di presunte inesattezze che avrei scritto, senza mai entrare nel merito delle mie argomentazioni. Per non parlare poi del classico «ascoltate le persone marginalizzate!». **Ma chi sono le «persone marginalizzate», qui, esattamente?** Poche cose sono sminuenti nei confronti di una categoria quanto l’idea che milioni di persone che ne fanno parte pensino la stessa cosa e aderiscano invariabilmente alla medesima prospettiva.
Ciò che ha turbato diversi lettori è stato il mio aver citato l'autismo e le contraddizioni del concetto di neurodivergenza. Nonostante non fosse il focus dell'articolo, vale comunque la pena parlarne. Di recente mi è capitato di leggere [un lungo articolo](https://www.thefp.com/p/the-autism-surge-lies-conspiracies?utm%5Fsource=post-email-title&publication%5Fid=260347&post%5Fid=135287566&isFreemail=true&utm%5Fmedium=email) scritto da Jill Escher, madre di due bambini autistici e presidente del [National Council on Severe Autism](https://www.ncsautism.org/?ref=culturewars.it) americano, che, tra le varie cose, descrive i danni concreti del nuovo attivismo per la neurodivergenza. I figli di Escher rientrano nei [casi gravi di autismo](https://www.verywellhealth.com/what-is-severe-autism-260044?ref=culturewars.it): non verbali dalla nascita, non in grado di lavarsi i denti o svolgere altre attività quotidiane, incapaci di comprendere concetti astratti quali «compleanno» o «famiglia».
L’attivismo neurodivergente **considera il termine «autismo grave» obsoleto e stigmatizzante**, ma in che altro modo si può definire una condizione simile? Come mi chiedo nell’articolo, cos’hanno in comune i figli di Escher e tante delle persone che su internet si identificano come neurodivergenti? A chi giova questo tipo di attivismo? Di certo non a tante persone autistiche che non sono in grado di esprimersi tramite tweet e infografiche. Come spiega Escher, se si considera l’autismo una variante del comportamento da celebrare, piuttosto che un’emergenza sanitaria, ne consegue che la ricerca per prevenirlo, trovarne le cause e trattarlo viene ostacolata.
Nel pezzo ho citato anche [Clementine](instagram.com/clementinemorrigan), un’amica che fa la scrittrice e che scrive spesso di alcolismo, relazioni e traumi. Trattando temi controversi quali la cosiddetta *cancel culture*, Clementine non è nuova al dover gestire persone indignate che capiscono poco delle sue intenzioni. Quando le ho chiesto come si comporta quando le persone travisano le sue idee, spesso in cattiva fede, mi ha risposto dicendo che quando scriviamo di temi controversi finiamo nei guai non solo per ciò che abbiamo scritto, ma **anche per ciò che *non* abbiamo scritto né pensiamo**.
In molti hanno pensato che io abbia sostenuto che non si dovrebbe parlare di disagi mentali, di dover vergognarsi di soffrirne, o che addirittura pensi che le persone si rivolgono a psichiatri o psicologi *apposta per* scrivere di avere un disturbo mentale nella bio di Instagram. Inutile dire che **sono tutte cose che non penso neanche lontanamente**. Per prendere in prestito le [parole di Clementine](https://www.instagram.com/p/CuxGe8qg8rL/?igshid=YzcxN2Q2NzY0OA==&ref=culturewars.it):
> Le critiche richiedono che si dimostri comprensione degli argomenti che si intende criticare; molti pensano di stare portando una critica, quando in realtà stanno argomentando contro cose che la persona criticata non ha mai detto.
In questi giorni ho anche ironizzato molto sull’essere stato *cancellato* dalla comunità neurodivergente e dagli influencer della *mental health*. Non si tratta di una cancellazione vera e propria, però: la maggior parte dei commenti riguardava l’articolo e non la mia persona, e in ogni caso non posso venire ostracizzato da una comunità di cui non faccio parte. È interessante però soffermarsi sulle **modalità di pensiero che sono alla base della *cancel culture*** e di come queste si manifestino. Natalie Wynn ([in arte ContraPoints](https://www.youtube.com/channel/UCNvsIonJdJ5E4EXMa65VYpA?ref=culturewars.it)), celebre youtuber progressista e transgender, dopo essere stata cancellata più volte dai suoi fan, ha creato [un video di oltre un’ora](https://www.youtube.com/watch?v=OjMPJVmXxV8&ref=culturewars.it) in cui elenca i *trope* della *cancel culture*, un insieme di fallacie logiche e scorciatoie del pensiero che ne stanno alla base e che la alimentano: la presunzione di colpevolezza (spesso un’accusa è abbastanza perché qualcuno venga considerato colpevole, senza alcuna sfumatura); l’astrazione e l’essenzialismo (quando le critiche di un comportamento negativo o male interpretato diventano totalizzanti rispetto all’identità di una persona); lo pseudo-intellettualismo e la tendenza a segnalare la propria superiorità morale per giustificare la deumanizzazione altrui; l’imperdonabilità senza attenuanti (nessuna scusa è mai abbastanza); la colpa per associazione e il dualismo (o “con noi” o “contro di noi”).
Nel mio caso, un esempio di astrazione è l’accusa secondo cui avrei scritto che è sbagliato fare divulgazione su questi temi – che è **una cosa che *non* penso**, nel caso fosse necessario ripeterlo. Con l’essenzialismo invece nelle critiche si passa a: *questo articolo è abilista*, nonostante l’intento nello scriverlo fosse quello di sottolineare come banalizzare o eliminare le contraddizioni che caratterizzano i disturbi mentali implichi fare un grande disservizio a chi ne soffre.
Resta aperta la domanda che fa da sottotitolo al mio articolo: com’è successo che la diagnosi psichiatrica da etichetta delicata sia passata a essere un accessorio da indossare? Ne parlavo qualche giorno fa con un mio professore, che sosteneva come questo rifugio nel Sé, nella propria identità marginalizzata di minoranza da proteggere, sia l’esito di un senso generale di impotenza di fronte a un mondo sempre più deregolamentato e su cui sentiamo di non avere potere. È in un certo senso la vittoria di ciò che sosteneva Margaret Thatcher (non proprio una campionessa di progressismo): **la società non esiste, esistono solo gli individui**.
Aderire a questo tipo di cultura **incoraggia le persone a identificarsi come vittime**. Molto spesso in questa prassi non c’è malizia, anzi: può trattarsi di un bisogno umano di riconoscimento e accettazione (faccio spesso ironia sul fatto che a Milano nel cosiddetto terziario avanzato in molti fanno finta di avere tanti soldi, mentre a Montréal, in Canada, dove vivo attualmente, è più comune averli realmente ma spacciarsi per poveri). Non è neanche un caso che in Nordamerica si contano diversi [casi](https://www.cbc.ca/news/canada/saskatchewan/mary-ellen-turpel-lafond-carleton-mcgill-honorary-doctorate-1.6760024?ref=culturewars.it) di persone che si fingono [nere](https://www.nytimes.com/2018/05/25/us/rachel-dolezal-welfare-fraud.html?ref=culturewars.it) o [indigene](https://en.wikipedia.org/wiki/Pretendian?ref=culturewars.it), e quindi di appartenere a un’etnia diversa dalla propria di origine (solitamente la bianca caucasica), per accedere a riconoscimenti e posizioni privilegiate, ad esempio in ambito accademico.
In passato accadeva il contrario: si millantava un’appartenenza a una classe aristocratica, o negli Stati Uniti i figli *white-passing* di famiglie nere potevano emanciparsi più facilmente dalla propria famiglia d’origine. Quando vengono scoperte, oggi queste persone finiscono per essere ampiamente criticate e ostracizzate, ma c’è da chiedersi come siamo arrivati a questo punto.
Si potrebbe forse inquadrare come una sorta di **rivincita morale degli oppressi**, una mentalità per cui denunciare discriminazioni garantisce autorità in virtù di una posizione considerata prossima (per motivi esperienziali o identitari) al peso della marginalizzazione. Ma se per passare da violenti oppressori a vittime basta un ritocco cosmetico, allora qualcosa in questo sistema non funziona. Una persona che ha commentato il mio articolo ha scritto:
> Vivo negli USA e qui autodiagnosticarsi l’autismo e l’ADHD è diventata prassi comune. A me non è che dia fastidio \[...\] Ma queste persone hanno invaso ormai tutti gli spazi dedicati alle persone autistiche, spesso spingendo fuori chi è diagnosticato \[...\] Appena nomini una diagnosi formale ti attaccano con “è un privilegio” \[...\] eppure loro non si fanno problemi ad appropriarsi di una disabilità trattandola come un’identità, cosa che io trovo mille volte più abilista.
A fronte di una società che maltratta al di là di ogni dubbio determinate categorie, in contesti progressisti «essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio», per fare eco al saggio [*Critica della vittima. Un esperimento con l’etica*](https://www.edizioninottetempo.it/it/critica-della-vittima?ref=culturewars.it) di Daniele Giglioli.
Ma questo atteggiamento di riverenza, di cui ha [scritto](https://www.thephilosopher1923.org/post/being-in-the-room-privilege-elite-capture-and-epistemic-deference?ref=culturewars.it) anche il filosofo Olúfẹ́mi Táíwò, **dà potere solo in apparenza**. In verità, risulta sminuente e non fa altro che tenere le persone in una posizione subalterna.
Aggrapparsi con meno tenacia e monodimensionalità a uno specifico aspetto della propria identità non significa rigettare ogni etichetta per autodefinirsi, o dover negare ogni appartenenza di gruppo, ma aprirsi alla possibilità di emanciparsi e fare passi avanti: perché **ci sono cose più complesse e cruciali di un cumulo di like** provenienti dalla propria nicchia di convertiti.
## **Altre news dal fronte**
- Twitter, anzi scusa “X” (quanto è matto l’Elon, quanto), è un posto meraviglioso in cui migliaia di persone che si considerano buone, di sinistra e orientate alle migliori cause possono invitare allegramente un tizio che detestano [a togliersi la vita](https://jessesingal.substack.com/p/why-so-many-people-told-me-to-kill);

- Contrordine: le guerre culturali [non sono soltanto una distrazione](https://unherd.com/2023/07/our-culture-war-is-not-a-distraction/?ref=culturewars.it) con cui prendersi a ceffoni digitali sui social media;

- Ma tornando brevemente alla salute mentale: perché non rendere il proprio antidepressivo di riferimento [una simpatica réclame di *Barbie*](https://twitter.com/gabby%5Ffrost/status/1683875934665945091?ref=culturewars.it)?
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### “Era educato, includeva sempre”
URL: https://www.culturewars.it/disney-biancaneve-nani/
Last updated: 2023-07-21T08:41:03.000Z
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Uscirà un remake di ***Biancaneve*** diretto da Greta Gerwig, la regista che ci ha appena regalato quell’onnipresente *Barbie* che, unito alla piacevole temperatura media di quarantadue gradi centigradi, sta rendendo più che gradevole questo luglio.
La stampa mainstream, dopo la diffusione delle prime immagini del prossimo film [a opera dell’ineffabile Daily Mail](https://www.dailymail.co.uk/tvshowbiz/article-12298801/EXCLUSIVE-Snow-White-Seven-Politically-Correct-Companions.html?ref=culturewars.it), si è prevedibilmente gettata a pesce sul rifacimento «[politicamente corretto](https://www.rainews.it/articoli/2023/07/biancaneve-senza-il-principe-e-i-7-nani-al-cinema-arriva-la-versione-politicamente-corretta-8b7a94ff-cba9-4491-9d13-2f154f09fba7.html?ref=culturewars.it)» del classico **Disney**, dettagliando la [polemica](https://www.open.online/2023/07/16/biancaneve-senza-principe-sette-nani-snow-white-film-disney/?ref=culturewars.it) seguita alle scelte della produzione di rimpiazzare i sette nani con figure attoriali non-nane e improntate alla diversità etnica e di genere, nonché di **levare di torno il principe**, di modo che ora Biancaneve possa «[salvarsi da sola](https://www.huffingtonpost.it/life/2023/07/16/news/biancaneve%5Ftravolta%5Fdal%5Fpolitically%5Fcorrect%5Fnel%5Fnuovo%5Ffilm%5Fsilurati%5Fil%5Fprincipe%5Fe%5Fi%5F7%5Fnani-12759836/?ref=culturewars.it)».
Specularmente, di conseguenza, il nuovo bailamme socialmediale sul tema dell’aggiornamento di un’opera classica ha portato **intere falangi progressiste a schierarsi a testuggine**, preparandosi all’assedio: e allora vai col valzer di spiegazioni, anche puntuali, di come già la versione di Biancaneve dei fratelli Grimm fosse molto diversa dalla fiaba originaria; di distinzioni tra fiaba e favola; di inviti un po’ indignati a considerare che è normale che le storie si adattino ai tempi. Eccetera, eccetera.
Ora, sul tema personalmente mi sono già espresso altre volte: dal caso dell’espunzione dei termini “proibiti” dai romanzi per bambini di [Roald Dahl](https://www.culturewars.it/dahl-censura-sensitivity-readers/) in poi, fino a ciò che ne *[La correzione del mondo](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/)* ho definito «**effetto Biancaneve**»: quella tendenza un attimo – ma proprio un attimo – morbosa di certo conservatorismo internazionale a ingigantire la portata e gli effetti delle versioni “rivedute” dei classici, inquadrandoli come più ampi piani di distruzione indiscriminata della tradizione occidentale.
Va precisato che nell’esempio a cui mi riferivo nel mio saggio si trattava del caso costruito attorno all’articolo apparso su una piccola e ininfluente rivista californiana, mentre qui abbiamo una milionaria produzione hollywoodiana finanziata da Disney; e sì, suona quantomeno ridicolo che la megacorporation dell’intrattenimento abbia commentato di aver rimosso i nani di Biancaneve in seguito a un «confronto con la comunità delle persone affette da nanismo»: chi sono i portavoce di questa comunità? Chi li ha individuati, e come? A che conclusioni ha portato il dialogo? Domande retoriche, ovviamente: **basta dire di aver ascoltato e incluso, e il gioco è fatto**.
Nel frattempo sul pianeta Terra, lontano dalle indignazioni e contro-indignazioni algoritmiche di Twitter, Instagram e TikTok, a Hollywood sta andando in scena **il più grande sciopero delle maestranze del cinema e della tv** che si sia visto da tempo: il Sag-Aftra, il sindacato degli attori, presentatori e addetti ai lavori dello spettacolo, è in agitazione da una settimana per una serie di richieste presentate all’associazione dei produttori hollywoodiani, la potente Alliance of Motion Picture and Television Producers (Amptp), di cui fa parte Disney.
> SAG just released all the deal points and the AMPTP's response. OH MY F\*CKING GOD. [#SAGSstrike](https://twitter.com/hashtag/SAGSstrike?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) 1/3 [pic.twitter.com/mOfX2ZCy7k](https://t.co/mOfX2ZCy7k?ref=culturewars.it)
>
> — Senta Moses (@SentaMMoses) [July 18, 2023](https://twitter.com/SentaMMoses/status/1681127057701617664?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Tra le altre richieste, come è stato [riportato](https://www.hollywoodreporter.com/business/business-news/actors-strike-sag-aftra-proposals-studios-streamers-1235534950/?fbclid=IwAR046ji5qyScXQJTqST92HtlXhN5HVr5sdna8AXI%5FQgDDsyypsVbu8GchM0&ref=culturewars.it), figurano anche quelle di far rispettare il **diritto a fare pause di lavoro sul set** e di permettere agli attori e alle maestranze di avere sufficienti giorni di riposo: entrambe sono state rigettate senza tanti complimenti dagli studios.
A questo è bene aggiungere che Disney si è distinta per **un approccio radicalmente antisindacale** in quest’ultimo periodo, concretizzatosi in pressioni indebite su sceneggiatori e showrunner in stato di agitazione. Citando [dal Manifesto](https://ilmanifesto.it/disney-e-gli-altri-studios-le-pressioni-contro-lo-sciopero-della-wga?fbclid=IwAR0Vkc1cPYQcHCvb1tABZph2iknUMMd5lyv%5FgSTr9F480Zd5dp6%5F%5FcutM-U&ref=culturewars.it):
> Disney ha inviato una comunicazione agli showrunner avvertendoli che i loro impegni con lo studio continuano – «nonostante lo sciopero» – perché essendo dei produttori i loro compiti non sono legati alla scrittura.
Bob Iger, il Ceo di Disney, che guadagna più di 25 milioni di dollari l’anno, ha [definito](https://deadline.com/2023/07/bob-iger-lambasted-for-cnbc-comments-about-strike-he-came-out-of-retirement-to-make-54-million-in-two-years-and-says-this-1235437262/?ref=culturewars.it) **«molto inquietante» la sindacalizzazione** in atto a Hollywood, e si è parlato di un presunto piano della (anche) sua Amptp di [mandare sul lastrico gli sceneggiatori](https://deadline.com/2023/07/writers-strike-hollywood-studios-deal-fight-wga-actors-1235434335/?ref=culturewars.it) per poterli spremere meglio.
A fronte di tutto questo, come mi fa sentire che Disney abbia avviato un «confronto con la comunità delle persone affette da nanismo»? Beh, più o meno come uno lasciato a casa dal capitano d’industria di turno mentre quest’ultimo è in procinto di acquistare in comodità la sua sedicesima Ferrari, e che di lì a poco sente il commendatore far sfoggio di virtù in prima serata: *questo è un modello che non inquina, sapete?*
Quel che voglio dire è che oggi ci vuole poco, drammaticamente poco a mettersi a disquisire di Mammolo e Pisolo, rispondenza alle fiabe e pro e contro di schermaglie simboliche e culturali (lo fa settimanalmente persino una newsletter non poi così brillante di un tipo che conosco, figurati!).
Però va tenuto a mente che **al di fuori di quei simboli c’è ancora**, anzi soprattutto, **il mondo reale**: e se in quel mondo una multinazionale maltratta i suoi dipendenti o mette i bastoni fra le ruote alle loro lotte di riconoscimento salariale, non mi interessa nulla della sua presunta intenzione di (cito) «trovare nuovi approcci» a una storia di una principessa che mangia una mela avvelenata.
Perché i suoi «nuovi approcci» sono uno specchietto per allodole: le permettono di farsi bella davanti a una nicchia, nella migliore delle ipotesi, o di lucrare sull’eco dell’indignazione social che generano i prodotti “divisivi”, nella peggiore. Ma **gli approcci veri e propri**, quelli che contano davvero, **rimangono gli stessi**: quelli di un sistema che sfrutta le persone, le mastica e le sputa a suo piacimento. Un sistema che oggi ha sposato questi valori perché in questo momento gli conviene per arricchirsi, e domani ne sposerà di antitetici: saremo ancora lì a dire “bravo, com’è sensibile lei” all’ipotetico commendatore?
Altro che inclusione, altro che correttezza. Questa non è una fiaba, né tantomeno una favola: torniamo sulla Terra, il posto in cui fino a non molto tempo fa contava più quel che facevi che le virtù che sciorinavi.
## **Altre news dal fronte**
- A Cambridge, Boston, la decisione di cancellare i corsi di algebra avanzata alle scuole medie per non creare disparità tra gli alunni [potrebbe non essere stata una grande idea](https://www.bostonglobe.com/2023/07/14/metro/cambridge-schools-divided-over-middle-school-math/?ref=culturewars.it);

> Tutte chi? Asterisco? Ma quale asterisco? Ma smettetela per favore che state facendo un danno incalcolabile al diritto alla interruzione volontaria di gravidanza delle [#donne](https://twitter.com/hashtag/donne?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it), di tutte quelle donne che come me hanno lottato per voi!! [https://t.co/oZhXAZaR1O](https://t.co/oZhXAZaR1O?ref=culturewars.it)
>
> — anna paola concia (@annapaolaconcia) [July 16, 2023](https://twitter.com/annapaolaconcia/status/1680669280004612097?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- I miei 2 centesimi sulla [polemichetta Twitter](https://twitter.com/annapaolaconcia/status/1680669280004612097?ref=culturewars.it) sull’asterisco nel post sulla legge per il diritto all’aborto: chi usa quei segni grafici è largamente benintezionato e in buona fede, ma quel che dice Anna Paola Concia non è affatto un prestare il fianco alla propaganda di estrema destra, come ha detto qualche minion; al netto del resto, una donna oppressa dalla mancanza di legislazione in favore delle cure abortive ha tutto il diritto di voler leggere «donna», che è un termine con un portato politico e di rappresentanza. La questione è difficile ed esiste: non riduciamo tutto a tifo e squadrette, suvvia;

- Anche l’appartenenza razziale in America è [sempre più fluida](https://www.washingtonpost.com/opinions/2023/07/19/racial-identity-fluid-politics-republican-party/?ref=culturewars.it), pare.
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### L’unico social network buono
URL: https://www.culturewars.it/threads-twitter-morte-social/
Last updated: 2023-07-14T05:30:47.000Z
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Non avrei onestamente mai immaginato di citare i **99 Posse** nel titolo di una puntata di questa newsletter, ma la vita è sorprendente ed eccoci qua.
Non so se sai che due tra le persone più ricche e influenti di quest’era geologica, **Mark Elliot Zuckerberg ed Elon Reeve Musk**, parlano da un po’ di organizzare un Grande Evento che li vedrebbe impegnati a [menarsi in una gabbia](https://www.nytimes.com/2023/07/01/technology/elon-musk-mark-zuckerberg-cage-match.html?ref=culturewars.it).
Cosa di per sé interessante: sognavamo – e ci siamo detti per anni, incidentalmente – che l’era dei social media avrebbe portato con sé liberazione, disintermediazione, rappresentanza e tante altre cose meritevoli, ma *fast forward* di una dozzina d’anni e ci troviamo a **decidere per quale miliardario matto fare il tifo**, tanto nel prossimo atteso incontro di lotta libera quanto nella scelta della prossima piattaforma a cui affidare la nostra comunicazione pubblica.
Sì, perché nel frattempo Zuckerberg ha lanciato **Threads**, la risposta a una domanda che nessuno di sano si era mai posto: *come sarebbe Twitter se fosse una succursale di Instagram?* Sfruttando l’ennesima inane idiozia del suo rivale Musk – la limitazione del numero di tweet visualizzabili su Twitter, durata quanto un gatto in tangenziale – ‘Zuck’ ha agitato di fronte al pubblico deluso dell’uccellino blu (e quindi, citando la definizione succinta e perfetta di Ian Bogost [sull’Atlantic](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2023/07/meta-threads-social-media-platform-death-rebirth/674638/?ref=culturewars.it), «giornalisti, influencer, nazionalisti bianchi, #brand e altri») il fantoccio di un’alternativa percorribile, ammantandolo persino di uno certo presunto afflato indie e antisistema.
Però ecco, insomma, non so come dirlo e suonerà come una rivelazione, ma: Mark Zuckerberg non è uno sviluppatore indie, e **il «sistema» l’ha letteralmente creato lui**. Che così tanta gente sia caduta mani e piedi nel suo calcolato [spin da amicone ritrovato dell’internet](https://catvalente.substack.com/p/mark-fking-zuckerberg-is-not-your) la dice lunga sul livello di anestetizzazione delle coscienze operato dal framework mediatico di questi anni.
Ma comunque: e questo Threads, com’è, dato che per ora non è accessibile dall’Italia (almeno senza quei due o tre accorgimenti noti)? Il giornalista Ryan Broderick – che purtroppo, tocca ricordare, racconta ancora [la favoletta di un Twitter scomodo che le canta ai potenti](https://twitter.com/oneunderscore%5F%5F/status/1676648238919589901?ref=culturewars.it) e per questo viene chiuso da un potente, ma vabbè: qualche cazzata l’abbiamo detta tutti – l’ha [definito](https://www.garbageday.email/p/the-algorithmic-anti-culture-of-scale?ref=culturewars.it) **«un cimitero del *content*»**, spiegando che il suo lancio è sempre stato inteso da Meta come «una mano di vernice fresca per il codice di Instagram, sperando che potesse rendere il network nuovamente rilevante».
Nel frattempo diversi utenti della nuova app ne hanno colto il carattere che somiglia alla realizzazione ultima della distopia finale dei social media: Threads è un **ricettacolo di post sgarzolini di brand e influencer che provano a venderti cose**. Ossia quello che c’è stato finora, ma peggio.
> It’s truly pathetic that this is the endgame of social media. A powerful tool for education and organization co-opted into a dead-eyed utopia for brands to post the most saccharine shit imaginable and have it forced into your feed. Happy meal ass app. [pic.twitter.com/BbHMmhI20M](https://t.co/BbHMmhI20M?ref=culturewars.it)
>
> — Giovanni Colantonio (@MarioPrime) [July 6, 2023](https://twitter.com/MarioPrime/status/1676934271813001216?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Sì, per certi versi il nuovo gingillo non è niente di nuovo: è solo un altro passo nel solco tracciato in un decennio da **luoghi digitali che sono sempre stati tossici, distorcenti e dannosi** per la nostra salute. Solo che oggi ce ne accorgiamo: quando Zuckerberg scrive su Threads che «dovrebbe esserci un’app di conversazioni pubbliche con oltre 1 miliardo di persone. Twitter ha avuto l'opportunità di farla ma non ci è riuscito. Speriamo di farlo noi», leggendo il post siamo istintivamente inorriditi, perché in noi è ancora vivissimo il ricordo, o meglio la recente esperienza di cosa è accaduto su una piattaforma arrivata al massimo a 500 milioni di utenti (a chi non ricordasse suggerisco anzitutto di googlare le parole “Donald Trump”).
Probabilmente ha ragione Bogost, quando scrive che da qui in avanti repliche pedisseque dei social media più celebri nasceranno e moriranno ciclicamente in base alle volontà (e ai capricci) di un pugno di capitani d’impresa della Silicon Valley, pronti a renderli **copie di zombie che si attardano in un deserto che hanno già razziato** ripetutamente.
«I social media non possono tornare buoni, perché non li lasciamo evolvere». Abbiamo bisogno della loro invivibilità asservita alle logiche del marketing, che in qualche caso disperato continueremo a raccontarci come un Eden di attivismo e progresso sociale (come no, come no). Ma è **il bisogno generato da una dipendenza patologica**, pavloviana, tossica. Lo è sempre stato, anche se ci è piaciuto credere il contrario.
E allora forse tanto vale **accogliere col sorriso ogni fine** rituale di queste macchine che ci tengono una compagnia ossessiva e interessata, e sperare oltre ogni dato di realtà che sia la volta buona, che stavolta si possa rompere il maleficio che ci ha reso loro schiavi: mai come al tempo degli algoritmi *mors tua, vita mea*, caro Twitter.
## **Altre news dal fronte**
- È un mondo così, in cui capita che l’uomo più ricco del mondo – è sempre quello del menarsi nella gabbia – alimenti attivamente una folle teoria della cospirazione che ha accusato un ignaro ventenne di essere [un agente sotto copertura infiltrato in un gruppo neonazista](https://www.vice.com/en/article/93k34e/conspiracy-theorists-and-elon-musk-falsely-accuse-student-of-being-fed-posing-as-neo-nazi?ref=culturewars.it);

- Un seminario antirazzista per genitori della New York University a cui puoi partecipare [solo se sei bianco](https://freebeacon.com/campus/woke-or-kkk-nyu-hosts-whites-only-antiracism-workshop-for-public-school-parents/?ref=culturewars.it). *Ma che bellissima idea*!

- Con Twitter perderemo anche tanti preziosi [messaggi dai toni insensatamente apodittici](https://twitter.com/EmmaVigeland/status/1678399997115604992?ref=culturewars.it): peccato, ma anche no.
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### Di che colore è un americano?
URL: https://www.culturewars.it/affirmative-action-corte-suprema/
Last updated: 2023-07-08T09:58:29.000Z
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Ho spesso pensato, per snobismo intellettuale, che **ciò che affliggeva molti dei miei parenti americani** riguardo alla questione della razza fosse una forma di menefreghismo, una supponente ignoranza, una bieca apatia. Solo le donne della famiglia ritrovavano forza e spalle dritte parlando del loro essere donne nere, e i loro insegnamenti restano bene impressi nella mia testa.
Le mie convinzioni non erano infondate, ma il motivo di tanta distanza da questioni che ritenevo dovessero infiammare la vita quotidiana di una famiglia del South Side di Chicago era che per loro erano una cosa vecchia, trita e ritrita, sperimentata con conseguenze diverse, ma un’unica convinzione di fondo: **non c’è legge o norma negli Stati Uniti che sia stata fatta davvero per ripagare i neri**.
Erano gli anni Novanta, e da allora sono cambiate molte cose, eppure non così tante per buona parte delle minoranze d’America, a partire da quella afroamericana.
La scuola è un punto cruciale: l’accesso ai college è una questione obbligata e molto complessa, oltre che determinante nella vita di un adolescente americano. Il diritto all'educazione, il diritto di accesso alle università ha cambiato faccia nei decenni, e il ruolo decisivo lo ha giocato l’**affirmative action**, quell’insieme di politiche volte a garantire pari opportunità nell’impiego e nell’istruzione, con l’obiettivo dichiarato di contrastare la discriminazione basata su un’ampia gamma di questioni identitarie, tra cui razza, sesso, genere, religione, origine nazionale e disabilità.
Originariamente introdotte su larga scala negli anni Sessanta per affrontare la discriminazione razziale, le politiche di “azione positiva” hanno una storia lunga. **Il primo presidente a usarle fu John F. Kennedy**, che col Comitato per le pari opportunità di lavoro incaricò gli appaltatori federali di garantire che i candidati fossero trattati allo stesso modo indipendentemente da razza, colore, religione, sesso od origine nazionale.
L’*affirmative action* però col tempo è diventata anche altro: è stata utilizzata per ottenere benefici, voti ai partiti (specie, va da sé, provenienti dagli afroamericani), e spesso anche **dalle istituzioni per salvarsi la faccia e lavarsi le mani**. Beh, oggi ci si trova invece con una patata bollente in mano. Con la [sentenza del 29 giugno](https://edition.cnn.com/2023/06/29/politics/affirmative-action-supreme-court-ruling/index.html?ref=culturewars.it), votata a larga maggioranza dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, si è stabilito che le politiche di ammissione dell'Harvard College e dell'Università della Carolina del Nord – basate anche sull’appartenenza etnica – violano la Costituzione: inizia la fine dell’*affirmative action* nell’istruzione superiore statunitense.
Già col passare dei decenni aveva cominciato a insinuarsi il dubbio – sostenuto anche da molti ex studenti, intellettuali e studiosi della società americana – che l’*affirmative action* potesse trasformarsi in una discriminazione “al contrario”, che non rendesse i candidati studenti appartenenti a minoranze uguali agli altri, ma li avvantaggiasse a discapito di altri studenti. Oltre alla media, agli interessi, alle inclinazioni e alle abilità sportive, sul curriculum secondo alcuni appariva la razza, come plus o minus. Gli stessi studenti neri – alcuni di loro ora in posizioni importanti della politica e della legislazione americana, come nel caso limite del giudice conservatore [Clarence Thomas](https://www.vox.com/scotus/23742240/affirmative-action-supreme-court-college-admissions-unc-harvard-education-culture-wars?ref=culturewars.it) – ricordano come imbarazzante e frustrante l’essersi trovati per anni in classe con gli occhi degli studenti bianchi addosso, e **sguardi che dicevano “tu sei qui grazie al colore della tua pelle”**.
Mentre gli anni Ottanta e Novanta hanno visto un aumento nell’accesso di studenti neri e di altre minoranze nelle università più prestigiose, la polemica sulle implicazioni – non chiare o addirittura negative – dell’*affirmative action* nel processo di selezione per i college ha portato molte associazioni, rappresentanti della destra conservatrice e persino giudici della Corte Suprema a denunciare l'illiceità dei suoi principi. La stessa complicata applicazione di queste policy le ha rese attaccabili, spesso deboli, e oggetto di infiniti confronti pubblici: la discussione sul mantenerle nella loro forma attuale, d’altronde, era aperta da tempo negli Stati Uniti.
Ma la sentenza cambia tutto. La questione sulla legittimità dell’utilizzo di metodi “costruttivamente discriminatori” in base alla razza nei due atenei coinvolti è stata posta da un’organizzazione no profit, la Students for Fair Admissions (SFFA), che si prefigge di difendere i diritti umani e civili assicurati dalla legge, incluso quello degli individui ad avere uguale protezione legislativa. L‘organizzazione ha fatto separatamente causa sia ad Harvard che all’NCU. La decisione della corte a favore dell’organizzazione e contro l’*affirmative action* ha **una portata nazionale, ma soprattutto extra-scolastica**.
Ci risiamo, Anzi, siamo sempre lì.
Chi come me è cresciuto in Europa a metà tra due culture (italiana e afroamericana) ha la sensazione che parlare di razza sia intellettualmente superato, involuto. Non dispiace che una discussione tanto profonda nella sua seconda madrepatria rimanga aperta, perché la vera domanda alla base della questione dell’*affirmative action* è: **fare differenze aumenta o diminuisce le differenze?** Non una domanda banale, ma che forse non ha risposta.
Potrebbe però averne una per la questione afroamericana negli Stati Uniti, il paese protagonista dell’affermazione della versione più letale della questione della razza, il razzismo, in cui con praticità e brillante ipocrisia una parte politica, anche con questa sentenza, continua a giocare la partita a scacchi delle elezioni e del potere sulle spalle delle minoranze.
Ancora oggi oltreoceano persistono **profonde divisioni su come fare i conti con l’eredità di discriminazione razziale**, e quali tipi di misure migliorative la legge dovrebbe consentire. Sarà interessante vedere come cambieranno le percentuali di minoranze negli iscritti alle università come Harvard (che oggi ha un 15,2% di afroamericani, 27,9% di asiatici, 12,6% di latinoamericani) e NCU (asiatici 10,9%, latinoamericani 8,52%, afroamericani 8,23%) e quanti ricorsi, quante manifestazioni e quanti tentativi di abrogazione serviranno per pacificare gli animi di un paese tanto frammentato.
Di certo, la Corte Suprema ha cambiato rotta. Il presidente dell’organo, il giudice John Roberts, che ha firmato la sentenza del 29 luglio, scriveva già nel 2007 nella sentenza *Parents Involved in Community Schools v. Seattle,* che «il modo per fermare la discriminazione razziale è smettere di discriminare sulla base della razza». Sedici anni dopo ha offerto una linea ancora più netta: «Eliminare la discriminazione razziale significa eliminarla tutta, e l’Equal Protection Clause si applica senza riguardo ad alcuna differenza di razza, colore o nazionalità, è universale nella \[sua\] applicazione».
Una frase sensata, se non si considerasse il momento storico in cui molte di queste leggi sono state promulgate; un momento in cui lo status di cittadino con tutti i diritti **per un nero negli Stati Uniti era (ed è) ancora molto lontano dall’essere una realtà**; se non si calcolasse il secolo di lotte e battaglie, il valore delle riparazioni morali legate all’enormità dell’ingiustizia, l’infinito gap culturale, educativo, sociale ed economico non di una, ma di generazioni di esseri umani della comunità nera, lo sfruttamento e l’uccisione di corpi neri su cui si è costruito un paese, la violenza psicologica di umiliazione e sottomissione che ancora ora, in un angolo nemmeno troppo nascosto, punge il cuore e il cervello di ogni afroamericano.
Allora forse si potrebbe non avere riguardo. E far finta di nulla, come ci viene detto spesso per non rispondere alle becere offese più o meno velate e violente della popolazione bianca, anche qui in Italia: **Fai finta di nulla**.
Non c’è dubbio che organizzazioni, associazioni, attivisti non faranno finta di nulla, perché è chiaro – come ha dichiarato la giudice “dissidente” Sonia Sotomayor – che «la decisione della Corte Suprema avrà un impatto devastante in una società endemicamente divisa, dove la razza ancora conta e continuerà a contare». Forse la decisione della corte che si rifiuta ipocritamente di vedere il colore della pelle e le sue implicazioni si rifiuta anche di guardare il famoso elefante nella stanza: e di che colore è, a voi immaginarlo.
## **Altre news dal fronte**
- Quello di Erica Marsh era un account woke ultra-ottuso, capace di ottenere visibilità su Twitter per le sue sparate oltre ogni limite. Non l’unico in questo senso, certo, ma piccolo dettaglio: lei probabilmente [non è mai esistita](https://www.washingtonpost.com/technology/2023/07/04/twitter-erica-marsh-suspended/?ref=culturewars.it);

- Cos’è quel muso lungo? Il suprematismo bianco ormai è [più *diverse* di una multinazionale](https://twitter.com/neontaster/status/1677275398877462530?ref=culturewars.it) inclusiva;

- È arrivato Threads, anzi «[Zombie Twitter](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2023/07/meta-threads-social-media-platform-death-rebirth/674638/?ref=culturewars.it)».
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Last updated: 2023-06-23T10:00:16.000Z
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È uscito da poco il 2023 [Digital News Report](https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/digital-news-report/2023?ref=culturewars.it), uno dei principali – se non *il* principale – report sull’informazione globale, compilato dal Reuters Institute of Journalism di Oxford e di grande impatto già soltanto per il suo enorme bacino statistico: 93mila rispondenti di ogni fascia d’età, provenienti da 46 Paesi.
Il Reuters e il suo partner YouGov hanno analizzato e documentato nero su bianco, come si dice, i movimenti tellurici nel nostro rapporto con le notizie. Trovando che a ogni latitudine – e con crescite esponenziali nel Sud del mondo – la dieta mediatica **dipende sempre più da un pugno di piattaforme** video: Instagram, YouTube, TikTok. Nel contempo, l’elefantiaco e vetusto Facebook prosegue in picchiata la sua china di perdita di influenza.
E poi ci sono **gli influencer**, sempre più graniticamente centrali nel filtro e nella diffusione delle news, e il [dato](https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/digital-news-report/2023/attitudes-towards-algorithms-impact-news?ref=culturewars.it) eloquente per cui il pubblico ripone pressapoco la stessa **fiducia nella selezione delle notizie** operata dai giornalisti di ruolo e in quella regolata dagli algoritmi (la prima è apprezzata dal 27% dei rispondenti, la seconda dal 30%).
C’è però una parte dei *[key findings](https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/digital-news-report/2023/dnr-executive-summary?ref=culturewars.it)* del report di quest’anno che ha catturato la mia attenzione più di questi aspetti. Eccola:

Per i meno anglofoni: «nonostante le speranze» che internet avrebbe allargato la dialettica democratica, sempre meno persone risultano essere parte dei discorsi alimentati dal ciclo delle notizie online. Solo un quinto del totale è considerabile **un partecipante attivo al discorso pubblico** social-mediato, e addirittura il 47% non vi partecipa affatto.
Non bastasse, due dati freddi e taglienti come coltelli: nel Regno Unito e negli Stati Uniti la proporzione di partecipanti attivi è diminuita di dieci punti percentuali dal 2016\. E nel mondo, in generale, l’identikit di chi fa parte di questo gruppo al comando è: **maschio, con una scolarizzazione di livello alto** e idee politiche faziose e inflessibili.
Beh, sono io o sembra proprio **un identikit preoccupantemente simile a quello di coloro che nella storia hanno sempre** ***partecipato***? Di chi ha sempre avuto voce in capitolo e carta bianca per orientare i discorsi e le scelte comuni?
Ecco, non è propriamente un dettaglio: abbiamo passato l’ultimo decennio a dirci che le piattaforme, la connessione onnipresente e la viralità globale ci avrebbero restituito un mondo più giusto, e se non più giusto almeno più partecipato. Ma oggi **ci ritroviamo a vivere in uno dove parlano gli stessi di prima di internet**: quelli che fanno la voce grossa e hanno tempo, modo e risorse per prevalere sugli altri.
Ci siamo illusi che quello che avviene su Twitter o Instagram fosse «passare il microfono agli altri» (per citare una definizione [di Claudia Durastanti](https://www.internazionale.it/opinione/claudia-durastanti/2020/07/17/passare-microfono-altri-cancel-culture?ref=culturewars.it) che utilizzo spesso in senso critico, e me ne scuso con lei), mentre la realtà andava da un’altra parte. Facendo una cosa inelegante qual è citarmi da solo, ne *La correzione del mondo* scrivo:
> Quella dei «nuovi invitati alla festa» del dibattito pubblico a cui «passare il microfono», colpevoli al limite di una «aggressività gioiosa» nel porre le loro istanze politiche e rimostranze sociali, è una versione parziale e profondamente ritoccata di ciò che accade ogni giorno sulle macchine degli algoritmi. Questa presunta responsabilizzazione passa da multinazionali senza alcuna agenda progressista, che in passato non si sono fatte problemi a usare la loro arbitrarietà decisionale *contro* le minoranze, e induce a concentrarsi sulle manifestazioni superficiali e sui piani simbolici, lasciando da parte ogni considerazione politica più profonda e duratura, nonché qualsiasi possibilità di ravvedimento e persuasione. Questo «passare il microfono» in realtà l’ha lasciato a disposizione degli stessi che l’hanno sempre avuto stretto fra le mani, con poche eccezioni: semplicemente ora cantano un’altra canzone o cambiano la dedica.
Mentre scrivevo il libro non avevo a disposizione gli ultimi dati del Digital News Report, ovviamente, ma sapevo – come so tuttora – che nell’internet attuale «tutto è inclusivo a parte i posti esclusivi» (qui invece cito Marracash), e che la nostra comunicazione globale è appaltata da un decennio a **multinazionali opache e in cerca di engagement che abbiamo scambiato per veicoli di progresso sociale**.
Come ha spiegato il filosofo di origine nigeriana Olúfémi Táíwò in un suo bel [saggio](https://www.thephilosopher1923.org/post/being-in-the-room-privilege-elite-capture-and-epistemic-deference?ref=culturewars.it), sui social odierni persino gli appartenenti nominali a una minoranza finiscono per non coincidere affatto con le persone di cui vorrebbero fare le veci: **essere nella stanza degli specchi socialmediali** oggi significa avere più tempo libero a disposizione e una maggiore padronanza di codici linguistici, oltre a una scolarizzazione elitaria e un ceto di appartenenza più alto.
Quando leggi qualche influencer che, magari per giustificare questo o quello, dice di lottare per le minoranze che rialzano la testa su Twitter, **sappi che le minoranze**, con poche eccezioni, **non sono su Twitter**. E, detto francamente, che non ci serve un altro influencer nelle vesti di buttafuori di un club privato: vogliamo l’ingresso libero per tutti e per tutte, in un posto aperto e felice.
> «La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un'opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione».
## **Altre news dal fronte**
- Avrai letto della [brutta storia](https://milano.repubblica.it/cronaca/2023/06/21/news/molestie%5Fsessuali%5Fagenzie%5Fpubblicitarie%5Fmilano-405271579/?ref=culturewars.it) delle molestie seriali, anzitutto tramite tremenda chat di gruppo, dalle parti della grande agenzia pubblicitaria We Are Social: a me ha colpito anzitutto che la prima denuncia di questo #MeToo dell’advertising risale a [gennaio del 2020](https://italia-podcast.it/podcast/freegida/freegida-5-e-solo-un-altra-stupida-storia-di-moles?ref=culturewars.it), cioè a più di tre anni fa. Perché nessuno ha approfondito prima queste storie? E mi ha colpito anche molto il profilo di Monica Rossi – lo pseudonimo dietro cui si cela l’intervistatore da cui è nato il caso di questi giorni – che ha pubblicato [un post](https://www.facebook.com/monica.rossi.77398143/posts/pfbid0fRVieXGa1UqsDKScaDBNt17gZyRt6dwbHMeSaA1Dz8L5uT9bQsQo3RHWUs2JQGYbl?%5F%5Fcft%5F%5F[0]=AZWZBcNfe0QR1La-gpmRCDKjHzngVxl7sCzdde6MJ3cMB6pvEVhSsnevJwxWdmtapvczWAyi0Sa%5F3gLl6OWFitsw7APqHX2mtVw%5FEAJJEQCEpogsYLO19zqnFwSNkPJ7uZEFp41nrNWI4S9xKqAGvcueCHNGHbkvSLSkSh8D1RAhVw&%5F%5Ftn%5F%5F=%2CO%2CP-R) in cui dice di aver scelto di non pubblicare una nuova intervista perché «ci sono già troppe persone che si vogliono fare portavoce di un movimento che vorrebbe mettere insieme cose diversissime fra loro e che mi chiedono di mettermi "a disposizione" per fare come dicono loro»;

- Ahi ahi, anche gli [investimenti sostenibili](https://www.removepaywall.com/article/current?ref=culturewars.it) sono entrati nel ping pong mediatico-istituzionale delle guerre culturali;

- Breve [storia dell’*affirmative action*](https://www.vox.com/scotus/23742240/affirmative-action-supreme-court-college-admissions-unc-harvard-education-culture-wars?ref=culturewars.it) in America (è il nome che si dà a quel complesso di norme e regole che facilitano l’ammissione di persone appartenenti a minoranze nelle università), che potrebbe finire quest’estate.
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### L’era del Dottore
URL: https://www.culturewars.it/berlusconi-arcore-dottore/
Last updated: 2024-11-19T16:10:32.000Z
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Io il Dottore l’ho un po’ conosciuto – dico «Dottore» perché perlomeno tra la metà degli anni ’80 e l'inizio dei ’90 Silvio Berlusconi nel gruppo Fininvest era chiamato così. Non era ancora «il Presidente», era il Dottore. Ve lo racconto per come l’ho conosciuto io, meno che trentenne.
In quegli anni nel gruppo – con mutevoli fortune – mi sono occupato, nella divisione televisiva, di attività estere, e mi sono guadagnato i galloni con il lancio (allora non si diceva ancora startup) di Telecinco in Spagna. È stato un periodo straordinario e divertentissimo: cultura del fare, anche dell’apparire e soprattutto della zero carta. Ricordo di aver chiesto una riunione per valutare l'investimento di sei miliardi di lire negli Studios Roma, carretera de Irun, Madrid, e il direttore del controllo di gestione disse: «Ma dobbiamo proprio riunirci per sei miliardi di lire?», come fossero caramelle. Per la mia esperienza, **se il mito sessantottino della fantasia al potere ha avuto luogo in ambiente corporate, questo è stato tra Milano 2 e Cologno** in quegli anni.
Accadde che due persone che non si amavano per nulla – Adriano Galliani, allora a capo della divisione televisiva, e il compianto Valerio Lazarov, a capo di Videotime e futuro direttore generale di Telecinco – parlassero tutt'e due bene di me al Dottore. E quindi arrivò la famosa telefonata. Berlusconi mi convocò ad Arcore. Non mentirò: io anche allora avevo la barba, e sapevo che al Dottore le persone con la barba non piacevano. Mi pare dicesse, con parole più colorite, che **se uno ha la barba dev'essere per forza o un grande genio o un immenso deficiente** – e che la statistica faceva propendere per la seconda possibilità. Che fare? Tagliarsi la barba prima di andare ad Arcore? Chiesi un rispettoso consiglio a Galliani che mi disse: la scelta è sua, ma se poi vuole tornarci, ad Arcore, è meglio che se la tagli. E io, ventisettenne di belle speranze, me la tagliai.
(Piccola digressione: Silvio Berlusconi dava del tu a tutti noi, ma si faceva dare del tu da pochissime persone. Ricordo che il tu glielo dava Fedele Confalonieri. E anche Boldi: si, perchè dagli artisti, dai presentatori, il tu lo accettava. Ma un alto dirigente, appena assunto e del quale non faccio il nome, cominciò con **un pericolosissimo «caro Silvio»** senza troppo accorgersi che il «caro Silvio» continuava a dargli del lei. Durò meno di sei mesi).
Quando arrivai ad Arcore, Berlusconi mi illustrò il suo disegno che mi riguardava. Voleva che io portassi ad Arcore, una volta al mese, i direttori dei programmi delle “sue” televisioni europee – La Cinq, Telefunf, e ora la neonata Telecinco – per «fare il palinsesto dell'Europa». Ora, io sapevo benissimo che in Francia, ne La Cinq, noi eravamo in minoranza e comandava Boygues; nella tedesca Telefunf, con la quale tenevo io i rapporti, andava meglio, ma solo perchè, pur possedendo noi solo il 50% delle azioni, pagavamo il 100% delle perdite – ed erano 100 miliardi delle vecchie lire all'anno, non bruscolini. (La cosa, per come me l'hanno raccontata, andò così: un giorno Berlusconi e il proprietario tedesco dell'altro 50% assistettero a un’epica partita del Milan, che stravinse giocando benissimo, e Berlusconi – che in alcuni momenti era davvero generosissimo – disse che **le perdite le avrebbe pagate lui per intero**).
Al termine di quel colloquio, il Dottore, molto affabile, mi disse: «Conosciamoci meglio. D'ora in poi **tutti i venerdì pomeriggio ad Arcore vieni anche tu**». Il venerdì pomeriggio ad Arcore lui riuniva, con l'accorta regia di Giovanelli, il Comitato Programmi. Insomma, si faceva la televisione. Avrei voluto essere sincero con lui, fin da quel primo incontro. E dirgli: «Mi scusi, Dottore, ma quelle che lei chiama le nostre televisioni europee non ci amano affatto. In Francia ci hanno estromesso dalla gestione. In Germania comprano programmi in giro senza dirci nulla». Probabilmente ora così direi. E probabilmente avrei fatto bene a dirlo anche allora. Ma ero giovanissimo. Tacqui e annuii.
Feci un giro di telefonate: la Francia si negò e così pure la Germania. Mi rimaneva la Spagna, dove c'era un nostro uomo, Valerio Lazarov, con il quale avevo lavorato bene insieme. Ad ogni telefonata, però, Valerio mi esponeva un motivo per cui ad Arcore non poteva venire: una volta era la gravidanza di sua moglie; un'altra era il nuovo programma di prime time che richiedeva tutta la sua attenzione. Finchè un giorno Valerio – che era rumeno di nascita, poi scappato in Spagna e infine approdato in Italia, per poi tornare in Spagna con Telecinco, mi disse: «Bernardo, a te lo devo dire. **Io ho vissuto le tre più feroci dittature del Novecento europeo: quella di Ceausescu, quella di Franco *y* quella di Silvio Berlusconi**. E quindi, ora che ho guadagnato la libertà, non verrò mai ad Arcore a farmi fare il palinsesto da una banda di ragazzi che non sa neanche che in Spagna il prime time inizia alle dieci e mezzo di sera». Fu, per me, l'inizio della fine.
Dai venerdì di Arcore ho imparato moltissimo, e lì ho potuto apprezzare di riflesso **quel grandissimo venditore che era Silvio Berlusconi**. Ricordo come, in prossimità di un incontro con clienti pubblicitari, soprattutto imprenditori della ricca provincia italiana, si facesse raccontare particolari degni di nota – ad esempio che il figlio dell'imprenditore X si era diplomato con 60/60\. Studiava e si ricordava tutto. E poi, incontrando l'imprenditore X, diceva: «Mi congratulo, ho saputo del sessanta di suo figlio, complimenti», conquistando il cuore di quelle persone. Interi budget pubblicitari strappati alla Rai. Però, come tutti i grandissimi venditori ed affabulatori,si autoconvinceva di tutto ciò che diceva, fino a crederci. Ha strappato alla Rai fior di artisti, ma se la Rai provava a strapparne uno diceva: «Vedete come sono scorretti?». **E nel dirlo era davvero sincero**.
Visto che nei venerdì di Arcore ero – o almeno mi sentivo – un pesce fuor d'acqua, per diminuire il mio disagio avevo scelto una posizione strategica, a due sedie da lui, con – tra lui e me – il suo assistente. In tal modo i nostri sguardi non si incrociavano praticamente mai. Finchè...
I cinema Odeon, allora del gruppo, avevano iniziato a programmare il primo giovedì del mese delle serate di anteprima, a inviti, per giornalisti e altre persone di riguardo. I dirigenti del gruppo, tra cui io, erano invitati. **Un fatale giovedì** venne programmato *Un tè nel deserto*, di Bertolucci. Doveva introdurre proprio lui, il regista, che però perse il volo dagli Stati Uniti. Così decise di parlare, in sua vece, Berlusconi. Non era un periodo facile: dopo la sua crescita impetuosa il gruppo aveva problemi economico-finanziari; non passava settimana che qualche forza politica presentasse proposte che significavano centinaia di miliardi di lire di tagli ai ricavi Fininvest. E quella sera il Dottore non era in forma. Infilò una papera dopo l'altra. Ricordo che disse: «A me è piaciuto molto anche il film del mese scorso» **attribuendo il ruolo di protagonista non a Schwarzenegger ma a Shevarnadze** (allora ministro degli esteri dell’Urss). Proseguì consigliando a tutti non solo i film di Bertolucci, ma anche le sue famose poesie (scritte invece dal padre). Insomma, quando si spensero le luci, dall'oscurità protettrice partì una poderosa raffica di fischi.
Il giorno dopo era venerdì. Arcore. La riunione iniziò senza di lui. Il Dottore arrivò dopo mezz'ora, in tuta, come talvolta accadeva. Sembrava rilassato. Dopo un po' chiese: «C'era qualcuno all'Odeon ieri?». Secondo me c'erano quasi tutti, ma calò il silenzio e calò anche, di dieci gradi, la temperatura nella stanza. Io mi voltai dall’altra parte, protetto dalla mia posizione strategica. Mi sentivo al sicuro. E qualcuno, dal fondo della sala, disse: «C’era Notarangelo». Mi voltai giusto in tempo per vedere Berlusconi che spostava quasi di peso il suo assistente, unica persona tra lui e me. Guardandomi negli occhi mi chiese: **«Come sono andato?»**. Io vedevo le persone in fondo, dietro Berlusconi, (e in particolare ricordo Brugola, che ora non c'è più) che si sbracciavano facendomi gesti per farmi dire: *Benissimo, Dottore, alla grande, come sempre*. Ora, non ero un eroe ma nemmeno so mentire. Scelsi la soluzione peggiore: il compromesso. E dissi: «Dottore, così così». E, avvedendomi del gelo assoluto nella sala, aggiunsi: «Però nel finale è migliorato». Berlusconi, col volto scuro, sbottò: «Ma non capisci! Ho dovuto improvvisare!».
E in quel mentre... Cos'è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione. E nella sala si palesò il genio, nella persona di **Paolo Vasile**, allora direttore dello stabilimento di produzione di Roma e poi, fino a pochi mesi fa, gran capo di Telecinco. Vasile disse: «Dottore, ma non ha notato come sibilava il microfono?». «Paolo, in che senso?», chiese Berlusconi. «Lei ha iniziato a parlare e subito il microfono ha fatto le bizze. E per questo lei si è deconcentrato!». «Paolo, hai ragione!». «Devo anzi dirle che non è ammissibile che qualcuno la faccia parlare così senza prima provare il microfono! Io prenderei provvedimenti».(Insegnamento d'oro: spostare la responsabilità su oggetti e persone non presenti. Spero solo che il tecnico audio dell'Odeon non sia stato licenziato).
**Ho mai votato Berlusconi? No, proprio perché sono liberale**, anche se l'indomani della sua vittoria nel 1994 ho sperato che davvero potesse fare il bene dell'Italia – e così, a mio avviso, non è stato. Ho visto con sgomento mia madre, che ventenne teneva comizi per la Repubblica nel referendum del ’46 e colpì Togliatti con il suo entusiasmo, diventare fervente berlusconiana e tale rimanere, fino, in alcune circostanze, a negare l'evidenza – esattamente come lui, il Dottore, si autoconvinceva di ciò che diceva.
Dopo la prima guerra del Golfo arrivò alla riunione del venerdì sconsolato (cosa che non era da lui) e si lasciò andare ad un lamento. «Ragazzi, ora tutti parlano di **Ted Turner** e della Cnn. Io forse entrerò nei libri di storia solo in una nota a pie’ di pagina. Certo, lui ha avuto i suoi vantaggi: è nato nel Paese che ha vinto la Seconda guerra mondiale, e io nel Paese che l'ha persa. Ma credetemi, siamo vicini di villa ai Caraibi e io sono molto, molto, *molto* più intelligente di lui».
Ricordo un pomeriggio di bel tempo, nel bellissimo parco di Arcore. Qualcuno gli chiese: «Dottore, cosa vuole fare ora?». «Entrare nella storia», fu la sua risposta. Ecco, non l'ho votato mai perchè uno che vuole far tenere la prolusione della sua università del pensiero liberale a Putin, liberale non è – anche se, per i motivi che ho esposto, si autoconvince di esserlo. Io **diffido di coloro che vogliono entrare nella storia**. Spesso ci entrano nel modo sbagliato. E lui, il Dottore, è riuscito a entrarci.
## ****Altre news dal fronte**
- Non so dire se è uno «*scandal*» o no, ma di certo la [rimozione di questo paper](https://www.city-journal.org/article/anatomy-of-a-scientific-scandal?ref=culturewars.it) sulla teoria per cui la comparsa della disforia di genere negli adolescenti può essere influenzata da fattori sociali va discussa;

- Questo invece so dirlo: il recente attacco virale alla copertura del New York Times dei temi transgender era e rimane una vergogna, e negli Usa [se ne stanno accorgendo](https://www.washingtonpost.com/opinions/2023/06/15/new-york-times-transgender-coverage-controversy/?ref=culturewars.it);

- Benvenuti nel mondo [dei gay repubblicani](https://www.latimes.com/politics/story/2023-06-13/lgbtq-gay-republican-defends-gop-legislation-pride?ref=culturewars.it).
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[](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/la-correzione-del-mondo-davide-piacenza-9788806257347/?ref=culturewars.it)
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### Tagliare fuori persone come me
URL: https://www.culturewars.it/universita-londra-woke/
Last updated: 2023-06-16T07:22:52.000Z
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Faccio la **bioeticista** di professione. Ho sempre lavorato in università all’estero, negli Stati Uniti prima e poi nel Regno Unito. Il mio ex dipartimento al King's College di Londra, Global Health and Social Medicine, è stato uno dei primi promotori del movimento detto di “**decolonizzazione del piano di studi**” (cioè articolato attorno allo slogan *decolonize the curriculum*): un approccio volto a aumentare la diversità di autori provenienti dai *low and middle income countries* (o LMIC), e dai Paesi ex coloniali, nei sillabi dei corsi dell’università.
Quando sono arrivata, nel 2013, non si parlava ancora di decolonizzazione. Il dipartimento era stato messo in piedi pochi mesi prima, in seguito alla migrazione di un gruppo di persone che sotto la guida del sociologo Nikolas Rose lavoravano all’adiacente London School of Economics su biopolitica, tecnologie e società. Il King’s College offrì loro la possibilità di imbastire un dipartimento in scienze sociali, salute e medicina (si chiamava così, inizialmente: **Social Sciences, Health and Medicine**), un dipartimento interdisciplinare fatto di persone con formazioni diverse interessate alle ramificazioni sociali, culturali, politiche ed etiche delle nuove tecnologie della vita, nel solco di Michel Foucault e di Paul Rabinow.
Nel 2016, le cose hanno cominciato a cambiare, e in fretta. Prima c’è stato il cambio di nome del dipartimento. L’idea che stava prendendo piede era che la bioetica fosse meno di richiamo rispetto alla “**Global Health and Social Justice**”, che era diventato il master bandiera del dipartimento e attirava più studenti, soprattutto da oltreoceano (i quali pagano il doppio di tasse universitarie). Quindi il dipartimento è stato ribattezzato Global Health and Social Medicine. Altri dipartimenti oltreoceano avevano fatto mosse simili già qualche anno prima, come quello di Public Health a Harvard, rinominato Global Health.
Poi sono arrivate le politiche attuate dall’alto verso il basso in ateneo, sempre col fine dichiarato di *decolonize the curriculum*. Durante la pandemia sono state emesse linee guida basate su un’analisi quantitativa del numero di autori di Paesi *low and middle income* contenuti nei sillabi del nostro dipartimento, volte a incoraggiare – prima – e a obbligare – poi – i coordinatori dei corsi a cambiare i propri programmi per renderli più inclusivi di comunità marginalizzate, e a rispettare metriche quantitative di rappresentanza.
L’obiettivo lodevole non è però epistemicamente neutrale riguardo all’oggetto di studio della materia. Gli autori stranieri di università degli LMIC, per cominciare, si occupano mediamente meno di bioetica, e per questioni di forza maggiore: i loro stati di provenienza hanno problemi più urgenti della modificazione del genoma umano attraverso tecnologie Crispr o delle cellule staminali indotte pluripotenti, dovendosi spesso occupare di epidemie di malaria, tubercolosi o Zika.
Quando l’ho fatto notare all’amministrazione, mi è stato detto che erano gli studenti a voler essere esposti a **più temi di giustizia globale e sociale**. Eppure, per mia esperienza, se uno studente universitario sceglie di studiare bioetica è perché è interessato allo studio dell’impatto delle nuove tecnologie sulla società. Altrimenti sceglie qualcos’altro. Se si sostituiscono i temi della bioetica con altri discorsi, magari politicamente impegnati, si insegna una materia diversa: cosa che ci sta, e che va anche bene, ma va dichiarata. Così magari anche chi si iscrive fa scelte informate e non si trova ad aver scelto (e a stare pagando quasi 12mila sterline all’anno) un master in bioetica dove più di metà del piano di studi in realtà copre temi di giustizia sociale e salute globale.
In una occasione mi è capitato di non cogliere una sfumatura della lingua inglese usata da un’interlocutrice in una mail. La persona in questione aveva scritto «*we are expecting*», e io le avevo risposto facendole congratulazioni per la sua gravidanza. Una collega, che ricopriva una posizione più *senior* della mia e che ci leggeva in copia, mi ha risposto separatamente con una lunga e altezzosa email, dicendo di sentirsi «mortificata» dalle mie parole e dal mio aver imposto i miei presupposti normativi eterosessuali su altri.
Ho chiesto di potermi chiarire (lei aveva scritto «*we are expecting*», non «*I am pregnant*»: la prima è una locuzione che in inglese possono usare partner di persone in gravidanza – sia donne che uomini – per riferirsi alla coppia). Mi sono scusata di aver involontariamente offeso. La mia collega senior mi ha spiegato che la regola è presupporre che la persona che si ha di fronte appartenga a una certa sottocategoria di sottocategoria di minoranza: così facendo, non si offenderà nessuno. La destinataria della comunicazione, la cui partner era in stato di gravidanza, non ci aveva nemmeno fatto caso. Eppure la mia collega in una posizione senior nel dipartimento mi aveva accusato a prescindere, insinuando la mia inadeguatezza a insegnare per via delle mie supposizioni eteronormative. C’erano dinamiche di potere in gioco, e nei suoi toni nessuna attenuante. Perché questa ostinazione a creare il conflitto tra supposte identità imposte alle persone dall’esterno anche in casi, come questo, in cui non ce n’è bisogno?
L’ultimo episodio significativo in cui sono stata coinvolta in maniera diretta è **il processo di selezione di un nuovo candidato** per una posizione come *lecturer* in dipartimento. La selezione di ogni nuovo membro dello staff accademico nel Regno Unito avviene in due step: un primo che prevede lo screening dei candidati e la decisione di chi ammettere alla prova orale, e il secondo in cui viene valutata la prova orale. Non è detto che chi fa parte della commissione che giudica quali candidati ammettere alla prova orale faccia poi parte dei membri della commissione che presiede la prova orale; anzi, la seconda solitamente è composta da persone senior del dipartimento o facoltà che non si sono prese la briga di esaminare tutti i candidati.
In questo episodio io facevo parte della prima commissione, ma non della seconda. La discussione con gli altri colleghi di dipartimento coinvolti nella selezione su chi invitare al colloquio è subito virata verso **quali candidati appartenessero a una minoranza** etnica marginalizzata. Solo questi candidati sarebbero stati considerati ammissibili alla prova orale, in quanto in linea con il progetto di aumentare la «diversità e inclusione» del dipartimento.
Dopo aver fatto notare che non mi sembrava giusto mettere in atto **regole che non erano specificate da nessuna parte** nell’annuncio di lavoro, e in base alle quali per inciso io stessa non avrei mai ottenuto il mio posto di lavoro in università, i membri senior della commissione mi hanno risposto che non si trattava di una questione personale: bisognava aumentare la diversità dello staff accademico, rispondendo alle esigenze del corpo studentesco. Un candidato non si può valutare coi criteri oggettivi delle scale di valutazione e del “merito”, mi è stato fatto notare, perché far parte di una minoranza obbliga sempre e comunque a partire svantaggiati. Essere emigrati dall’Italia all’estero, magari da primi nella propria famiglia ad aver conseguito un titolo di laurea, invece non conta.
Le questioni sono molto complesse e meritano di essere affrontate con ogni cautela e sensibilità, ma un’*affirmative action* messa in atto in questo modo attualizza la [minaccia dello stereotipo](https://philosophy.rutgers.edu/climate-v2/climate-issues-in-academic-philosophy/stereotype-threat?ref=culturewars.it), un fenomeno noto in psicologia che definisce l’internalizzare messaggi come “non sono bravo abbastanza”, “non sono abbastanza competitivo” (delusioni specialmente efficaci su donne, come dimostrano [molti dati](https://awl-ojs-tamu.tdl.org/awl/article/view/91?ref=culturewars.it) in questo campo): alcune persone che non vengono ammesse al colloquio giungeranno alla logica conclusione di non esserselo meritato, e smetteranno di fare domanda alla prossima opportunità.
Non tutti, inoltre, sono d’accordo sul fatto che la decolonizzazione attraverso la riscrittura dei *curricula* e l’assunzione guidata di persone di pelle non bianca sia il mezzo giusto per aumentare la diversità in università. Qualche voce critica comincia a farsi sentire: Olúfẹ́mi Táíwò, professore associato nigeriano-americano di filosofia alla Georgetown University, autore di [*Against Decolonisation*,](https://www.hurstpublishers.com/book/against-decolonisation/?ref=culturewars.it) sostiene che queste strategie in realtà sono volte a infantilizzare autori che provengono dall’Africa o altri Paesi LMIC, e a imporre su di loro visioni di cosa dovrebbero studiare e cosa dovrebbero insegnare, separandolo nettamente da ciò su cui i colleghi bianchi possono (o devono) scegliere di specializzarsi.
La mia decisione di licenziarmi a settembre di anno scorso è dipesa da una concomitanza di fattori: pandemia, Brexit e questioni di logistica familiare, ma è vero anche che mi sono sentita tagliata fuori in modo crescente dal fare bioetica in un dipartimento votato all’*anti-racism* e alla *Social Justice*, dove *decolonising the curriculum* voleva dire, se possibile, per questioni di coerenza, **mettere ai margini o rimuovere dallo staff anche persone come me**, per sostituirle con altri tipi di “corpi”.
Anche il master in bioetica e società al King’s non esiste più. Non c’è da sorprendersi, forse: portava pochi introiti, e nella missione di *decolonizzazione* dell’offerta formativa del dipartimento la bioetica non serviva più. Tuttavia, gli studenti, almeno quelli che ho incontrato io, **non guardano al colore della pelle o al tipo di corpo** che un insegnante ha; anzi, vedono cosa c’è sotto: un po’ di conoscenza appresa attraverso sudate carte, e poi passione per la materia, desiderio di scambiare conoscenza con altre persone, diverse ma non in quanto etichettate come tali, e di contribuire assieme attraverso un processo critico alla creazione di nuova conoscenza. E questo è il motivo per cui, amarezza verso l’istituzione a parte, resto ottimista per il futuro.
## **Altre news dal fronte**
- Il grande [segreto della viralità](https://twitter.com/dieworkwear/status/1666186038245752833?ref=culturewars.it) su Twitter;

- Suprematismo bianco *[letteralmente ovunque](https://twitter.com/AuronMacintyre/status/1665176471894216704?ref=culturewars.it)*;

- Due terzi d’America è [contraria](https://www.pbs.org/newshour/politics/new-poll-shows-americans-overwhelmingly-oppose-anti-transgender-laws?ref=culturewars.it) all’ondata di leggi repubblicane sulle persone transgender.
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### La dittatura del contenuto
URL: https://www.culturewars.it/tiktok-dittatura-contenuto/
Last updated: 2023-05-26T14:21:56.000Z
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C’è stato un momento, a febbraio del 2022, in cui ogni settimana quasi 10mila video su TikTok hanno raggiunto [la soglia dei 10 milioni di visualizzazioni](https://www.adweek.com/social-marketing/beyond-virality-understanding-tiktoks-new-growth-patterns/?ref=culturewars.it). Tradotto: in un mese circa 40mila contenuti di account di ogni genere sono stati visti almeno 10 milioni di volte ciascuno. Creando tendenze, fenomeni virali, nuovi personaggi e uno star system a misura di algoritmo.
Del resto, Alex Zhu – fondatore di Musicall.ly, che poi sarebbe diventato TikTok – lo aveva detto in un’intervista del 2016: ai social network serve, più di tutto, una nuova America. Uno spazio in cui **chiunque, in qualunque momento, possa trovare la notorietà**.
È una delle chiavi del successo della piattaforma cinese in un mercato difficile e dominato dai soliti noti: la sensazione concreta, offerta agli utenti, di avere davvero la possibilità di costruire qualcosa di nuovo, in una pianura brulla che potrebbe ricordare l’Ovest degli Stati Uniti. È la **fabbrica da un milione di follower**, come in una fortunata definizione coniata dal sito The Information.
TikTok ha consolidato l’idea che **chiunque possa diventare un influencer**: magari sei solo un ragazzo che fa facce buffe, o fai panini, o metti cover al cellulare. Non conta. Basta ci siano i contenuti, perché il resto lo fa l’algoritmo.
Guardare la sezione «Per te» di TikTok dietro questa lente di ingrandimento fa un effetto particolare. Lo ha notato anche il New York Times, che [in un bell’articolo](https://www.nytimes.com/2023/05/17/business/tiktok-influencers-gen-z.html?ref=culturewars.it) ha raccontato come questa illusione **condiziona il comportamento della Gen Z** sulla piattaforma. Non è solo la costante creazione di contenuti, l’idea di dover avere un piano editoriale, il seguire format ormai codificati come il [«Prepariamoci insieme»](https://www.tiktok.com/@thisislexyslife/video/7229298521218747654?ref=culturewars.it). È anche la volontà di convertire l’attenzione – anche quando, in fin dei conti, non è poi così tanta – con l’offerta di buoni sconto e liste dei desideri su Amazon.
Insomma, è il **linguaggio dell’*influencing* che diventa senso comune**, favorito da una caratteristica della piattaforma. Un ambiente che offre a tutti la possibilità – anche se del tutto ipotetica e imprevedibile – di raggiungere un determinato ruolo sociale o professionale.
In una guida del MIT che si intitola, in modo lapidario, *Content*, Kate Eichhorn mette in fila un paio di concetti importanti per capire questo fenomeno. Il primo è una definizione del contenuto, tra i veri *iperoggetti* del XXI secolo, che:
> Può contenere un’informazione di vario genere, raccontare una storia, intrattenere, ma non deve fare nessuna di queste cose per circolare in maniera efficace.
Perché il punto finale è proprio questo: **che si diffonda, che giri**, che sia potenzialmente disponibile a un numero enorme di persone.
Accanto a questa definizione, Eichhorn fa un passo avanti importante e parla del concetto di **Content capital**, il capitale di contenuto. Si tratta di un’idea molto simile a quella di capitale culturale, introdotta da Pierre Bourdieu, secondo cui beni intangibili come l’istruzione, il modo di vestirsi o di comportarsi influenzano la posizione sociale di una persona e le sue opportunità di mobilità sociale.
È esattamente quello che fa il capitale di contenuto, che è però formato dalla somma dei contenuti prodotti e pubblicati online. Non è il frutto di una condizione sociale di partenza, né tantomeno del possesso di oggetti culturali: è una **funzione diretta dell’attività online**. In altre parole, sono credibile su un determinato argomento – e posso quindi sperare di emergere in quel settore – se ho a disposizione un numero importante di contenuti su quel tema. Se sono **algoritmicamente presente**, se esisto nello spazio in cui la quasi totalità delle persone del mondo passa una parte consistente del suo tempo di veglia.
Del resto, in un libro del 1980, *Divertirsi da morire*, Neil Postman parla della verità come di una conversazione tra l’essere umano e i mezzi di comunicazione. E dice una cosa apparentemente semplice: ci fidiamo di più dei contenuti espressi in format con cui abbiamo familiarità, su mezzi che frequentiamo su base quotidiana. E quindi di Kennedy, più che di Nixon; o di Berlusconi, più che di Occhetto; oppure, venendo a oggi, di un anonimo salumiere napoletano che fa video su TikTok, piuttosto che del consiglio di un amico.
È una visione del mondo che porta con sé una serie di conseguenze. Se dire la propria non è più solo un modo di relazionarsi alla propria rete sociale, ma anche un metodo per guadagnare una posizione, **tutto diventa contenuto**. Ogni momento diventa un’opportunità di testimonianza, uno spunto per consolidare il proprio capitale. Ed è un concetto che si può applicare a qualunque campo, dalla produzione culturale al giornalismo, fino al turismo, che si trasformano in nient’altro che una serie di *content opportunity*.
Il punto è che se tutto è contenuto, cambia anche il modo che abbiamo di reagire a quello che vediamo. Ne parla bene ne *Il contagio* Walter Siti, in un discorso riferito alla società dello spettacolo, mediata e resa possibile da un certo tipo di televisione.
> Se percepiamo il mondo come un prodotto artistico allora valgono per il mondo le regole che valgono per le opere d'arte, cioè l'indifferenza morale e la sospensione dell'incredulità. Tra una realtà concreta ma deprimente e una rappresentazione seducente ma immaginaria, scegliamo la seconda.
Portiamo questo concetto a **una società dello spettacolo onnipresente**, in cui non esiste il filtro all’ingresso delle reti televisive o dei produttori cinematografici. E in cui la produzione di contenuti diventa un modo per costruire sé stessi non solo in relazione agli altri, ma anche rispetto alle proprie specificità culturali e professionali. Il mondo si tramuta in una raccolta di opportunità da cogliere per fare un contenuto. L’influencing, la grammatica dietro la produzione di contenuti, diventa ideologia, per dirla con Slavoj Žižek: ovvero una sovrastruttura che rende il mondo un format, e che ci impedisce di vederlo per come è davvero.
Tempo fa, il giornalista americano Ezra Klein scriveva che Twitter è «una gamification del dibattito pubblico». I social media sono questo, più di ogni altra cosa: **un gioco del mondo**, per dirlo con Cortazar. Il punto è capire cosa succede quando le regole del gioco diventano le regole del mondo.
## **Altre news dal fronte**
- Target, la catena di negozi più popolare d’America, ha [annunciato](https://www.npr.org/2023/05/24/1177963864/target-pride-month-lgbtq-products-threats?ref=culturewars.it) di aver tolto dagli scaffali alcuni oggetti in vendita legati al mese del Pride dopo che dei suoi dipendenti sono stati oggetto di attacchi politicamente motivati negli store;

- Infine Ron DeSantis, il machiavellico governatore della Florida, si è candidato alla presidenza degli Stati Uniti: e già nel video di lancio della campagna si ravvisano le sue [fissazioni sul versante *culture wars*](https://time.com/6282255/ron-desantis-elon-musk-campaign-culture-war/?ref=culturewars.it);

- «Ce l’abbiamo fatta!», giubilarono quelli, celebrando un coro virale di insulti, violenza verbale e minacce che ha portato un tizio che non la pensa come loro [a lasciare una piattaforma](https://jessesingal.substack.com/p/on-alex-goldman-calling-for-matt).
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### Questa email è un atto politico
URL: https://www.culturewars.it/atto-politico-giorgia-soleri/
Last updated: 2023-05-13T08:39:30.000Z
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Non so se lo sai, ma pare che Giorgia Soleri sia andata a fare un viaggio [a Ibiza](https://www.instagram.com/p/Cr1NxautHmi/?ref=culturewars.it).

Partiamo dalle basi, per i meno attenti. **Chi è Giorgia Soleri**: è la compagna di Damiano David dei Maneskin, ma lei non sarebbe affatto contenta della definizione. D’altronde da quando è diventata famosa (e lo è diventata per un motivo ineluttabile: era – ed è ancora – la fidanzata del frontman di uno dei gruppi più famosi del mondo) Soleri ha fatto anche altre cose, tra cui pubblicare un libro di poesie e promuovere alla Camera una proposta di legge sulla vulvodinia, la malattia ginecologica di cui soffre (e soffrono tante altre donne). E non solo: ha partecipato al reality televisivo *Pechino Express* e ha parlato [estesamente](https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/01/18/giorgia-soleri-ecco-quali-farmaci-prendo-crepet-sinfuria-il-suo-scopo-accrescere-follower-intervenga-il-ministro-della-salute/6940774/?ref=culturewars.it) dei farmaci psichiatrici che assume, tra gli altri motivi per cui ne abbiamo letto.
La definizione apre a discussioni, ma non ci si può sbagliare troppo sostenendo che Giorgia Soleri è **il personaggio più famoso dell’attivismo online italiano**, insomma. Ed è per questo che le sue prese di posizione, il suo lessico e in definitiva le sue scelte sono più rilevanti di quel che potremmo essere portati a pensare: ha 800mila follower, un pubblico più ampio di quello della maggior parte dei media tradizionali, e si è costruita un personaggio pubblico dal profilo engagé (a *Pechino Express* era un 50% della coppia delle «Attiviste», non a caso).
**Il suo post su Ibiza non ha avuto fortuna**, per usare un eufemismo: recarsi in una delle mete più appetibili del Mediterraneo con un viaggio presumibilmente offerto (il «presumibilmente» è muto, non siamo arrivati sulla Terra ieri) e giustapporci una didascalia sul riposo come «atto politico» non ha conquistato il suo pubblico, che anzi si è molto risentito: possibile che la pur nobile riflessione contro la società della performance e del sacrificio sia meno pregnante, quando viene da un’influencer in vacanza a Ibiza.
[](https://www.instagram.com/p/CsEam51MjYf/?ref=culturewars.it)
In realtà, posto che si possa definire «vittima» una persona che si trova alle Baleari all’inizio di maggio, **Giorgia Soleri è vittima di se stessa**, o quantomeno della logica di piattaforma che sfrutta senza patemi: sì, in linea di massima poter riprendere i propri ritmi al di fuori di un sistema che spreme gli esseri umani *sarebbe* un atto significativo, ma come facciamo a dar credito al pulpito di chi si trova nella più unica delle condizioni, e sulla punta della piramide sociale?
Gli influencer come lei ci hanno abituato a **considerare il messaggio un accessorio** di una recita in cui contano innanzitutto i performer e la loro sfera personale, le loro intime sensazioni e l’esibizione delle altrui mancanze. Dopo una personalizzazione così estrema e sconsiderata delle cause, qualcuno si stupisce se un post sul sacrificio inviato da una spiaggia per ricchi sortisce un certo *backlash*?
Incidentalmente nel mio libro appena uscito, *[La correzione del mondo](https://amzn.eu/d/3XxTSdO?ref=culturewars.it)* (Einaudi Stile Libero) si parla molto di questi argomenti: ti condivido qui una pagina tra le tante dedicate al tema.
[](https://amzn.eu/d/9MnGult?ref=culturewars.it)
©2023 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Ecco: io non penso che Giorgia Soleri sia il Male, ci mancherebbe. Ma la sua opera, anche la più apparentemente meritoria, contiene in sé un grande malinteso: quello per cui l’attivismo sia interamente declinabile in una serie di dita puntate, esibizioni di sé e questioni di etichetta e definizione.
Certo che è buona cosa contribuire a combattere lo stigma che circonda i farmaci per la salute mentale, ma [citare](https://twitter.com/Davide/status/1614992418415288324?ref=culturewars.it) i propri come fossero le caramelle preferite di fronte a centinaia di migliaia di ragazzi giovanissimi non è una grande idea; e sicuramente raccontare le proprie malattie per scardinarne i pregiudizi è meritevole, ma l’azione politica collettiva è più di un’autobiografia costante e dolente.
Per me, personalmente, Giorgia Soleri può fare della sua vita ciò che vuole: il problema è che esiste un sistema di impalcature che l’hanno innalzata a pensatrice pubblica e maîtresse à penser in servizio permanente. E visto che le cose stanno così no, non accetto il pippotto sui «corpi non conformi, disabili, queer» dopo una serata al Pacha di Ibiza.
## **Altre news dal fronte**
- Il direttore del Kinsey Institute, prestigioso centro di ricerca internazionale su sesso e genere, [commenta](https://www.removepaywall.com/article/current?ref=culturewars.it) la legge dell’Indiana – lo Stato americano che lo ospita – voluta dai Repubblicani che gli ha tagliato i fondi;

- Uh, il grande spauracchio delle drag queen è [arrivato in Svezia](https://www.lemonde.fr/en/international/article/2023/05/11/the-swedish-far-right-s-culture-war-against-drag-queens%5F6026253%5F4.html?ref=culturewars.it);

- «Fammi decidere cosa mi offende»: Tom Hanks [contro la ri-edizione puritana](https://www.mediaite.com/entertainment/tom-hanks-denounces-censorship-of-old-books-let-me-decide-what-i-am-offended-by/?ref=culturewars.it) dei libri.
[](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/la-correzione-del-mondo-davide-piacenza-9788806257347/?ref=culturewars.it)
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### L’inganno di Babele
URL: https://www.culturewars.it/correzione-del-mondo-einaudi-estratto/
Last updated: 2023-05-05T05:20:39.000Z
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«L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali». Uscito nella raccolta del 1941 *Il giardino dei sentieri che si biforcano*, “La biblioteca di Babele” è uno dei racconti più affascinanti scaturiti dalla mente geniale di **Jorge Luis Borges**.
Il grande autore argentino immagina **un universo realizzato da una sterminata collezione di libri**, organizzati da un demiurgo in un sistema di sale esagonali collegate fra loro. Lo spazio della Biblioteca è ordinato con una precisione metodica e infallibile: ogni parete ha cinque scaffali; ogni scaffale trentadue libri; ogni libro quattrocentodieci pagine; e così via. Eppure quasi tutti i libri dell’infinita serie di gallerie e corridoi hanno contenuti privi di senso: «Per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze».
Ciononostante, nella Biblioteca dimorano tutti i saperi possibili: non esistono due libri identici, e sugli scaffali si può trovare «tutto ciò ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue». La cosa non poteva che creare grandi aspettative negli esseri umani, dato che «non v’era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse: in un qualche esagono»: tutti gli uomini e tutte le donne, si pensò all’inizio, avevano a disposizione un patrimonio illimitato di conoscenza e sapere. Eppure la speranza si tramutò in frustrazione: in qualche esagono lontano c’era un libro con tutte le risposte ai loro problemi, ma risultava inaccessibile.
Nella Biblioteca i volumi «corrono il rischio incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio». Lo stesso atto di esprimersi diventa un problema: non esiste una sillaba della Biblioteca, per quanto apparentemente priva di senso compiuto, che non sia «piena di tenerezze o di terrori» per un qualche altro linguaggio di Babele; per questo motivo parlare diventa giocoforza produrre tautologie, e il rischio di non capirsi è sempre presente. «**Tu che mi leggi** – scrive Borges – **sei sicuro d’intendere la mia lingua?**».
Non servono voli pindarici per rendersi conto del fatto che la biblioteca di Babele borgesiana ricorda da vicino la piú grande invenzione del xx secolo: **Internet**. Anche Internet è composto da una serie virtualmente infinita di nodi, collegati fra loro in modo arcano ma regolati da un sistema onnicomprensivo e immutabile; anche Internet contiene una quantità di sapere che supera di gran lunga quella che possiamo esplorare con la mente (già nel 2010, ogni due giorni veniva prodotta online una quantità di informazioni pari a quella generata dall’inizio della storia dell’umanità fino al 2003); negli anni, anche su Internet le promesse di democrazia e uguaglianza, messianicamente realizzabili «in un qualche esagono» della rete, hanno lasciato a poco a poco il posto a uno scoramento generalizzato e a una frustrazione generata dal caos semantico; anche nella biblioteca di Internet, infine, si parlano tanti linguaggi quanti sono i suoi scaffali, e **comunicare senza malintesi è diventato complicato per chiunque**.
\[...\]
Senza farci troppo caso, abbiamo sviluppato l’intima persuasione che l’interlocutore in disaccordo con noi sia **sempre e solo complice oggettivo dei mali del consesso civile**, o al limite un loro utile idiota. E se anche quest’ultimo volesse provare a capire, pensiamo sempre piú spesso che le ragioni «giuste» siano e rimangano soltanto le nostre, che le sue intenzioni siano questionabili: l’Altro è solo un cretino da ricacciare senza tanti complimenti sul suo scaffale sottosviluppato, magari con un clic.
Con l’ausilio di ineffabili righe di codice scritte da scaltri programmatori della California, oggi va di moda una certa **resa caricaturale dell’estraneo**, intendendo il termine come un attributo ontologico: chi non fa parte della propria asfittica «bolla» di frequentazioni e/o opinioni diventa presto il nemico attorno cui compattarsi. Anche se la grande maggioranza delle persone comuni non passa ore delle sue giornate a dividersi in squadre per insultarsi su Twitter e Instagram, una minoranza petulante e oggetto di un’attenzione sproporzionata dei media e dell’opinione pubblica l’ha reso la sua raison d’être, tanto che oggi molto del discorso sui libri altrui e gli scaffali lontani della cosmogonia di Borges passa per le storpiature di manicheismi creati in laboratorio. **Distorsioni lontane dalla realtà, ma che per qualche motivo la stanno rimpiazzando**.
Dobbiamo cercare di **non diventare cavie a nostra volta**: lontano dalla Biblioteca vivono – perlopiú placidamente – larghe maggioranze di persone comuni con prospettive da persone comuni, che ridono a battute che troviamo offensive, che consumano prodotti culturali che aborriamo, che hanno abitudini che giudichiamo superate o retrograde; esseri umani che di «cancel culture», «shitstorm», «woke», «Terf», «maschi bianchi cis-etero» e altro ubiquo lessico dei guerrieri online contemporanei non hanno mai sentito parlare.
Nel mondo reale **le persone non sono tutte incasellabili nella sola invalicabile categoria a cui le riduce l’algoritmo** della nostra esperienza del mondo: boomer e no vax, femministe intersezionali e attivisti per il clima, liberisti contrari al lockdown e scettici sull’invio di armi all’Ucraina. Ognuno di noi passa del tempo su uno schermo a litigare con un rivale che è stato creato appositamente per lui; un avversario viscido e maligno troppo bello per essere vero, tanto che, in molti casi, a tutti gli effetti non lo è. È quel che si ottiene quando ci si allontana troppo dall’idea minima condivisa di che cosa significhi essere umani.
*© 2023 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino*
## **Altre news dal fronte**
- Vuoi ancora un po’ di *La correzione del mondo*? Sei ancora indeciso/a se acquistarlo o meno? Pronti, via: Esquire ha pubblicato [un assaggio del terzo capitolo](https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a43790233/culture-wars-piacenza-estratto/?ref=culturewars.it), quello dedicato ai cosplayer delle buone cause, che secondo me ti piacerà;

- L’ultima vittima delle guerre culturali combattute dai conservatori: [il povero *high school musical*](https://www.washingtonpost.com/education/2023/05/02/banned-school-plays-musical-theater-censorship/?ref=culturewars.it);

- Il barbaradursismo (termine che ho appena coniato) dei palinsesti delle grandi tv è immune alle fissazioni delle *culture wars*? Ovviamente no, almeno in Gran Bretagna, dove anzi [le alimenta persino](https://www.theguardian.com/tv-and-radio/2023/may/03/police-pc-daytime-tv-hotbed-right-wing-politics-culture-war?ref=culturewars.it).
[](https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/la-correzione-del-mondo-davide-piacenza-9788858442333/?ref=culturewars.it)
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### Contro la rieducazione social
URL: https://www.culturewars.it/ragazze-treno-cinese-shitstorm/
Last updated: 2023-04-27T17:38:04.000Z
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Nelle ultime ore è diventato virale, come si dice, un video che mostra tre giovanissime studentesse su un treno diretto a Milano mentre prendono in giro con sottotesti razzisti due persone non inquadrate: il fidanzato di origine cinese di **Mahnoor Euceph**, influencer e regista statunitense con ascendenze pakistane, e la madre di lui.
Euceph ha documentato l’accaduto – risalente al 16 aprile scorso – con un video da lei girato e pubblicato in questi giorni sul suo profilo TikTok, che in poche ore ha attirato **decine di milioni di visualizzazioni, commenti e condivisioni**. Nel [filmato](https://twitter.com/MajestyCatsy/status/1650932890459316232?ref=culturewars.it) si vedono le tre ventenni che ridacchiano fra loro ripetendo con tono di voce volontariamente udibile «*ni hao*», il saluto informale più comune in Cina. A un certo punto una dice all’altra, senza smettere di ridere: «Sore’, mo’ finiamo su Fanpage!».

Nel giro di pochissimo tempo il contenuto è stato **ripubblicato ovunque**, e diversi utenti hanno identificato le tre protagoniste, che frequentano altrettante note università milanesi. Una, l’Università di Milano Bicocca, mentre scrivo ha ancora il suo profilo Instagram disattivato per via della quantità di commenti indignati che ha ricevuto; un’altra, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha pubblicato un [post](https://www.instagram.com/p/CreJ%5FpYo64h/?ref=culturewars.it) in cui spiega che compirà «i dovuti accertamenti su quanto accaduto e sulle relative responsabilità», anche se i fatti si sono svolti su un treno regionale.
Nel frattempo il trio ha disattivato i suoi profili sui social network; almeno una ragazza, a quanto si apprende dai resoconti della vicenda, ha [chiesto scusa](https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2023/04/26/razzismo-sul-treno.-il-video-e-virale-arrivano-le-scuse%5F26d15ff5-d22f-4e0f-9ce2-944f7f7ae83b.html?ref=culturewars.it) a Euceph per l’accaduto; la regista ha spiegato di non aver **«mai sperimentato un razzismo così palese»** prima di allora in vita sua; un razzismo che è proseguito anche dopo che ha deciso di iniziare a filmare, e per cui ha poi auspicato su TikTok che i suoi follower italiani potessero «trovare e fare vergognare» quelle impudenti universitarie.
Cosa che è puntualmente avvenuta, come spesso accade in questi casi: i contatti di massa inviperiti **alle università, ai datori di lavoro** (due su tre dei quali hanno reagito [pubblicando](https://www.instagram.com/p/Crfu1t9Mes5/?ref=culturewars.it) in bella vista [post antirazzisti](https://www.instagram.com/p/CremnfZodR7/?ref=culturewars.it) sui loro profili) e ai parenti e amici delle studentesse sono cresciuti esponenzialmente di ora in ora, fino al consueto culmine dello shitstorm: la demonizzazione indiscriminata del reo, costretto a rimuovere ogni traccia di sé dalla rete per placare la sete di giustizia sommaria della folla.
Quel che penso io della vicenda è che le tre hanno vent’anni, sono evidentemente di ingegno non brillante e prive di quell’educazione al rispetto basilare del prossimo che nelle famiglie normali ti insegnano in tenera età, e hanno fatto ricorso al **più infantile e francamente idiota degli armamentari xenofobi**: il verso al diverso. «*Ni hao*», sì: pensa, io ho studiato cinese e vissuto in Cina, *ammazza che ridere*! Niña, Pinta e Santa Maria sono quanto di più lontano da ciò di cui vorrei mai trovarmi a prendere le parti, ecco.
Eppure mi sembra lunare, assurdo, terribile vedere che non *a monte* della comprensibile indignazione per l’accaduto e della relativa figura di palta internazionale, ma *a valle* di una gogna di proporzioni smodate – che a chiunque abbia conservato un briciolo di senno appare giusta, proporzionata e motivata quanto l’invasione dell’Iraq del 2003 – messaggi premiati da migliaia di like [dicono](https://twitter.com/sailor%5Fsnickers/status/1651121927551852545?ref=culturewars.it): «Non mi dispiace». Quando non [dicono](https://twitter.com/search?q=ragazze%20godo&src=typed%5Fquery&f=live&ref=culturewars.it) «godo», si intende. O quando non dicono «non provo nessuna pietà».

E allora ci sarà pur bisogno che qualcuno ve lo ricordi, che **il razzismo non si risolve condannando in fretta e furia tre cretine alla damnatio memoriae** coi forconi algoritmici, perché le bullette di domani staranno zitte – o, più verosimilmente si scambieranno i «*ni hao*» con cui darsi colpetti di gomito su WhatsApp – non perché saranno improvvisamente diventate James Baldwin, ma per evitare una cura Lodovico di insulti e minacce.
Ci sarà pure bisogno che qualcuno vi ricordi che per finire in gorghi deleteri e senza fine non c’è nemmeno bisogno di essere scioccamente razzisti o privi di rispetto per gli altri: basta capitare nella tendenza sbagliata al momento sbagliato, postare un messaggio fraintendibile, o addirittura essere presi di mira da un influencer in vena di mazzate. Il nome [West Elm Caleb](https://www.culturewars.it/algoritmi-west-elm-caleb/) dovrebbe dirvi qualcosa; per rimanere ai classici, il nome [Justine Sacco](https://www.ilpost.it/2015/02/14/justine-sacco/?ref=culturewars.it) dovrebbe dirvi qualcos’altro. **Si gode sempre, finché non puoi più godere perché è successo a te** (e no, non sto insinuando che chiunque potrebbe essere ripreso a sfottere una persona di etnia cinese in treno: io non lo farei mai, e spero bene neanche tu).
**Non sta a internet «trovare» il colpevole del giorno** e innalzarlo a simbolo da ardere su una pira. Non solo perché i procedimenti giudiziali nei consessi civili si fanno altrove, ma anche perché ciò che accade sui social è soltanto un format collaudato, un teatrino con ruoli fissi e nessun reale progresso sociale o di coscienza: c’è chi ha sbagliato e chi è stato offeso, la persona dietro al dito e quella che sta venendo indicata, la scusa preconfezionata e la chiamata in causa in favore di like. Non si impara nulla, non si fanno passi avanti o di lato: **l’unico fine dello shitstorm è da ricercare nello shitstorm stesso**, come nei reality show che impiegano personaggi-stereotipo per alzare gli ascolti.
Dobbiamo accorgerci del maleficio claustrofobico in cui le multinazionali dell’algoritmo ci hanno imprigionato: **la frase «non provo nessuna pietà» non è niente di cui vantarsi**, non merita like né orgoglio e sicumera da condivisione corale; è, senza mezzi termini e da sempre, la porta sull’abisso dell’umano.
Non provare pietà per tre innocue deficienti che meritavano soltanto una lavata di capo, anche sonora, e un po’ di educazione al rispetto **non fa di te una persona più attenta alle discriminazioni**, alleata delle minoranze e di sinistra: ti rende soltanto il servo zelante di un sistema malato, spietato e scientificamente ingegnerizzato in Silicon Valley per far fare sempre più soldi a un pugno di miliardari senza scrupoli.
Il che è persino peggio di un già pessimo «*ni hao*» dai sottotesti razzisti, se ci pensi.
## **Altre news dal fronte**
- Rimanendo in tema, [qui](https://quantsmagazine.com/2023/02/la-trasformazione-dei-social-network/?ref=culturewars.it) Andrea Daniele Signorelli racconta come stanno cambiando i social media, e perché a suo modo di vedere stanno diventando più aperti alla spontaneità di un tempo;

- La [storia incredibile](https://www.nytimes.com/2023/04/25/us/politics/bud-light-boycott-politics-republicans.html?ref=culturewars.it) dei contraccolpi che il boicottaggio della destra americana ha causato alla birra Bud Light, “colpevole” di essersi servita di un influencer transgender per un’attività promozionale;

- Come Nashville, la *Music City* americana del Tennessee, è [diventata l’epicentro](https://www.ft.com/content/c7f2edaf-4f6e-42b6-9225-6c3bf67b41a4?ref=culturewars.it) delle *culture wars* statunitensi.
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### “It’s a-me, Woke Mario!”
URL: https://www.culturewars.it/super-mario-film-woke/
Last updated: 2023-04-26T14:17:07.000Z
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Nel mare magnum dei dissidi culturali «esistono storie che non esistono», per citare le sempre profonde parole del maestro Maccio Capatonda. Da queste parti non l’abbiamo mai nascosto: buona parte dei casus belli su cui ci si scorna tra social e politica, se non direttamente inventati di sana pianta, sono **grossolane o interessate esagerazioni** di fenomeni tangenziali e non così rilevanti nel mondo reale.
*E allora perché te ne occupi, scusa?* Buonissima domanda! La risposta è – immagino – la stessa che daresti tu a una curiosità analoga sul perché leggi o commenti queste cose ormai ogni giorno: perché in un’era iper-mediatizzata in cui dominano caos informativo e scontri simbolici, i temi d’attrito delle guerre culturali possono assumere qualsiasi forma.
Perché il governo italiano dedica il suo tempo a parlare di **«sostituzione etnica»** (ecco, da una parte mi tocca ringraziare il ministro Lollobrigida, perché un intero capitolo de *La correzione del mondo* è dedicato alle parole d’ordine della destra xenofobo-complottista), o a scagliarsi contro la carne sintetica, oppure ancora a cercare di proibire gli anglicismi nella comunicazione pubblica? Perché i Repubblicani americani non discutono d’altro che di come boicottare la birra [Bud Light](https://www.vox.com/money/2023/4/12/23680135/bud-light-boycott-dylan-mulvaney-travis-tritt-trans?ref=culturewars.it)? Perché il linguaggio dei social-dipendenti sbarca nel mainstream e le piattaforme direzionano i dibattiti? Perché il 2023 è anche questo, purtroppo: *stamoce*, come direbbero a Roma.
Tutta questa introduzione per dirti che all’inizio di questo mese è uscito il film di Super Mario, il più celebre e amato idraulico italo-americano di Brooklyn: si intitola con poca originalità **Super Mario Bros. - Il film** (o *The Super Mario Bros. Movie*) ed è stato [un enorme successo](https://movieweb.com/super-mario-bros-movie-clobbers-box-office-records/?ref=culturewars.it) di pubblico, dato che ha incassato 400 milioni di dollari in tutto il mondo a meno di una settimana dall’uscita nelle sale cinematografiche e riempito i cinema di ogni latitudine.
Sul pianeta Terra, insomma, tutto a posto. *Not so much online*, dove per mesi prima della première si è parlato di disastri annunciati al botteghino: sui social è stata criticata anzitutto la scelta di affidare la voce di Mario all’attore Chris Pratt, che non è italiano e quindi avrebbe potuto [suonare offensivo](https://screenrant.com/super-mario-bros-movie-chris-pratt-controversy-response/?ref=culturewars.it) (che devo dirti?). Dopo l’uscita del primo trailer, che ha reso chiaro che Pratt nel film non replica il consueto accento stereotipato del personaggio, i fan sono insorti per il motivo opposto: Super Mario ora suonava [troppo banale](https://www.yahoo.com/entertainment/the-super-mario-bros-movie-trailer-chris-pratt-performance-jack-black-211823593.html?ref=culturewars.it) e senz’anima.
Una polemica rinfocolata anche dal fatto che, nonostante Pratt sia un attore da blockbuster campioni di incassi (*Avengers*, *Guardiani della Galassia*, eccetera), da anni è criticato per una voce da lui sempre [smentita](https://deadline.com/2022/06/chris-pratt-church-controversy-hillsong-1235053819/?ref=culturewars.it), quella di aver frequentato la Hillsong Church, una chiesa pentecostale australiana accusata di promuovere “terapie di conversione” per gli omosessuali e altre oscenità retrograde.
L’inversione a U più pirotecnica sul tema film di Super Mario però, nemmeno a dirlo, viene dal fronte conservatore. Dopo il primo teaser del lungometraggio – che mostrava Luigi, e non la principessa Peach, nel ruolo del personaggio da salvare – il solito filotto di outlet e influencer di destra ha visto nella trama lievemente modificata la pistola fumante di **una svolta *woke*** della saga Nintendo: se Peach diventa un personaggio d’azione allora è chiaro che il film è ostaggio di [«un’agenda femminista»](https://www.youtube.com/watch?v=t7INv1zR4lg&ref=culturewars.it), dico bene?
E ti dirò di più: la Rainbow Road, la strada arcobaleno su cui i cartoon sfrecciavano nei titoli di Mario Kart, che compare nella pellicola, è stata [additata](https://www.reddit.com/r/Mario/comments/z9p35a/this%5Fcant%5Fbe%5Freal/?ref=culturewars.it) da qualche fess... voglio dire da qualche *acuto commentatore* come una prova autoevidente della «propaganda Lgbt+» di cui il film sarebbe infarcito.
> TV Tropes just recently called out the people who are praising The Super Mario Bros Movie as “anti-woke”. [pic.twitter.com/nKTXAyUHbZ](https://t.co/nKTXAyUHbZ?ref=culturewars.it)
>
> — Crimson Mayhem (@Crimson\_Mayhem\_) [April 13, 2023](https://twitter.com/Crimson%5FMayhem%5F/status/1646302610469670913?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Poi sì, come si diceva *The Super Mario Bros. Movie* è diventato un successo planetario, e allora costoro hanno fatto ciò che fa qualunque persona adulta e matura non appena si accorge di aver sostenuto complete idiozie: finge di aver sempre **sostenuto l’esatto opposto**.
Diverse personalità *anti-woke* sono corse ad arruolare i dati del box office di Super Mario al loro fronte, a partire dal presentatore Steven Crowder, che ha [spiegato](https://twitter.com/scrowder/status/1645434875241955330?ref=culturewars.it) al pubblico del suo seguito show perché tutto questo rappresenta un successo reazionario. In buona sostanza, riassumendo: l’eroe conquista la fanciulla, come nei Cari Vecchi Film Di Una Volta, quelli soppiantati dal politicamente corretto.
Rimando a un [pezzo](https://www.thegamer.com/dangerous-woke-mario-movie/?ref=culturewars.it) sul tema di un sito specializzato in videogiochi, TheGamer, per un banale quanto apprezzabile invito a tornare alla realtà:
> Crowder ha ragione, Mario conquista la tipa. Ma è anche uno scemotto. E Peach, dal canto suo, è una leader senza paura. Ma indossa anche un vestito, per la maggior parte del tempo. Nulla di questo film asseconda qualcuno in particolare \[...\], non viene trattata alcuna particolare ingiustizia, non c’è un messaggio politico distinguibile di cui parlare. È solo Mario, nient’altro.
## **Altre news dal fronte**
- Secondo l’editorialista del [New York Times](https://www.nytimes.com/2023/04/16/opinion/free-speech-campus-universities-promising-news.html?ref=culturewars.it) David French la libertà di espressione (quella propriamente detta, non la pantomima interessata che ne fanno alcuni) sta vivendo un momento di riscossa nei campus statunitensi;

- *Breaking news*: la sinistra globalista vuole costringerci a mangiare insetti. O almeno, questo dice una [nuova teoria complottista](https://newrepublic.com/article/171781/meat-culture-war-crickets?ref=culturewars.it) tra le più in voga nel campo ultraconservatore;

- Ho iniziato a vedere l’ultimo [video](https://www.youtube.com/watch?v=EmT0i0xG6zg&ref=culturewars.it) della seguitissima youtuber ContraPoints, dedicato a *The Witch Trials of J.K. Rowling*, il podcast che ha recentemente intervistato l’autrice di Harry Potter. Dura due ore e appunto, non l’ho ancora finito: se hai tempo te lo consiglio, lei è sempre brava, i video sono ben fatti e questo riassume in modo efficace le accuse mosse alla scrittrice e l’inconsistenza di fondo della sua ultima lunga testimonianza. Non sono però per niente d’accordo su uno degli assunti delle chiose di ContraPoints: l’epoca storica in cui viviamo non ha affatto problemi di imposizione di discussioni pacate e civili nel *free marketplace of ideas*. Questa è una fantasia, o tutt'al più un argomento fantoccio: nel mondo reale la società è *davvero* sempre più polarizzata, e i suoi membri sempre più divisi, perché a nessuno interessa discutere, tantomeno civilmente. Ovviamente c’è chi non vuole (ed è difficile persuadersi che JKR non sia fra questi ultimi), ma non è un buon motivo per sostenere che l’imbarbarimento del confronto a tutti i livelli, la violenza verbale e le minacce tutto sommato sono una cosa buona e progressista.
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### “La correzione del mondo”, il libro nato da una newsletter
URL: https://www.culturewars.it/la-correzione-del-mondo-einaudi/
Last updated: 2026-08-23T20:31:33.000Z
Te lo dico nella maniera più spassionata: ho scritto [un saggio](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/) ispirato da questa newsletter, lo pubblica Einaudi ed è uscito il 2 maggio 2023\. Si intitola ***La correzione del mondo***, come – in parte – questa newsletter, e non potrei essere più contento.
Iniziamo dalla sua sinossi:
> Dalle statue rimosse a orde di utenti incattiviti che si segnalano su Twitter, fino alle infinite suddivisioni identitarie: La correzione del mondo si districa tra le esagerazioni, le minimizzazioni e la propaganda che inquinano il dibattito sul tema del politicamente corretto. Mentre i reazionari soffiano sul fuoco del complottismo vittimista che rende tutto un attacco al loro stile di vita, i romanzi di Roald Dahl vengono corretti prima di essere ripubblicati, un videogioco di Harry Potter è accusato di danneggiare un'intera «comunità di esseri umani» e i cartoni animati della nostra infanzia sono tacciati di «cultura dello stupro». Perché all'improvviso siamo diventati sensibili a certi temi? E perché la dimensione politica è stata soppiantata da divisioni settarie, rituali di espiazione e gare per diventare portavoce online di istanze appiattite? Andando oltre i consueti mantra distorsivi – da «dittatura del politicamente corretto» a «cancel culture» – Davide Piacenza risponde con esempi e testimonianze alle domande che monopolizzano le nostre polemiche quotidiane.
Nelle sinossi dei libri editi dai grandi editori entrano anche complesse valutazioni di marketing, dovuti inserimenti di parole chiave e divinazioni di interiora di uccelli, per cui non ti stupire se nel testo troverai poche statue rimosse ma molte considerazioni su come **la dittatura dell’algoritmo** – l’unica realmente esistente, ma una di cui non si lamenta quasi nessuno – ha reso il nostro mondo **una Babele borgesiana**, nonché il terreno di coltura perfetto per finti dibattiti strumentalizzati dalla propaganda e drogati dai like.
*La correzione del mondo* è un libro composto delle parole di grandi autori (lo stesso **Jorge Luis Borges, H. P. Lovecraft, Chimamanda Ngozi Adichie**, tra gli altri), sociologhe dei media transgender, sopravvissute all’Olocausto, filosofi nigeriani, storiche afroamericane, volontari milanesi per la prima assistenza dei migranti, ex spacciatori, neonazisti diventati attivisti antiviolenza, comiche famosissime e sconosciuti tecnici delle riparazioni californiani.
Scriverlo è stato un privilegio. Quando, anni fa, sono stato contattato da Einaudi Stile Libero, Culture Wars aveva ancora poche centinaia di iscritti ed era il progetto part-time appena avviato di un freelance in bolletta. Vederla diventare un saggio che ha popolato gli scaffali delle librerie di tutto il Paese è stato un traguardo insperato, ma mi piace pensare che sia stato anche il riconoscimento dell’intuizione da cui è nata, e dell’**approccio laico, ragionevole e aperto** con cui ho cercato di svilupparla.
Di libri sul tema ce ne sono già a iosa, non posso certo negarlo. Ma in Italia ricadono quasi tutti in due macro-insiemi: **o il tomo «sulla *cancel culture*»** che passa in rassegna con studio certosino i casi di cancellazioni vere o presunte, perdendo di vista la proverbiale *bigger picture*, **oppure tesauri pseudo-didattici e sbadigliogeni di «nuovo linguaggio» che parlano ai convertiti** (e non di rado sfruttano la grancassa socialmediale di un autore influencer la cui prima preoccupazione è il personal branding).
**Mancava una critica precisa, aperta e progressista** dell’unica dittatura strisciante che esiste davvero e non causa levate di scudi: quella dell’algoritmo made in Silicon Valley, quella per cui di «inclusione» e «oppressione» si discute solo nei limiti claustrofobici concessi dai reparti di user growth di multinazionali alla ricerca disperata di profitto. Quella che sta drogando e mettendo a repentaglio ogni senso percorribile di «società», e rendendo il dibattito pubblico una mitraglia impazzita di «al lupo, al lupo» strumentali conservatori e ridimensionamenti pavloviani od ottusità arriviste progressisti.
[Altro su “La correzione del mondo”](https://www.culturewars.it/libro-correzione-mondo/)
Io ho provato a colmare la lacuna: a te giudicare se ci sono riuscito.
*La correzione del mondo* è acquistabile, oltre che in libreria, sui principali store:
➔ [Ibs](https://www.ibs.it/correzione-del-mondo-cancel-culture-libro-davide-piacenza/e/9788806257347?ref=culturewars.it)
➔ [Amazon](https://amzn.eu/d/dW4KbyU?ref=culturewars.it)
➔ [Mondadori Store](https://www.mondadoristore.it/correzione-mondo-Cancel-Davide-Piacenza/eai978880625734/?ref=culturewars.it)
➔ [Libreria Universitaria](https://www.libreriauniversitaria.it/correzione-mondo-cancel-culture-politicamente/libro/9788806257347?ref=culturewars.it)
### Il coast-to-coast polarizzato
URL: https://www.culturewars.it/california-florida-polarizzazione/
Last updated: 2023-04-07T05:30:42.000Z
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Negli Stati Uniti, il centro nevralgico di ogni contrapposizione sui temi di attrito contemporanei, le *culture wars* si giocano anzitutto nello spazio dei campus universitari, che da tempo sono il terreno di coltura di teorie radicali, nuove sensibilità e vecchie reazioni.
In questo senso, il continuum che va dalla sinistra più (occhio, ché arriva il termine-mondo) *woke* alla destra più reazionaria, per una qualche ironia del destino, si può riportare come un trasferello di una volta sulla cartina geografica: all’estrema sinistra – cioè a ovest, guardando il mappamondo – degli Usa c’è la California, capitale del progressismo senza se e senza ma, mentre all’estrema destra – a est, affacciata sull’Atlantico – troviamo la Florida del governatore turbo-reazionario Ron DeSantis.
I due *megastates* da tempo hanno assunto il ruolo di fronti bellici in prima linea negli scontri culturali, a partire da quelli che orbitano attorno all’istruzione pubblica e all’insegnamento, racchiudendo in sé la polarizzazione che piaga i dibattiti nel resto del Paese (e diciamo pure di buona parte del mondo occidentale). California e Florida, prima che due Stati, oggi sono due simboli di appartenenza politica e, per così dire, ideale.
D’altronde, di mezzo ci sono due visioni del mondo contrapposte: se la California dal 2020 ha [deciso](https://www.politico.com/states/california/story/2020/05/21/university-of-california-eliminates-sat-act-requirement-1285435?ref=culturewars.it) di smettere di considerare i punteggi ottenuti dagli studenti delle scuole superiori all’ACT e al SAT, i test standardizzati per misurare il livello di preparazione per il college, in Florida entrambi gli score continuano a venire richiesti per l’ammissione all’università.
E se nel Golden State, a ovest, [si bada alla *diversity*](https://dailybruin.com/2022/08/21/university-of-california-increases-diversity-in-state-admissions-for-fall-2022?ref=culturewars.it) e ad ampliare a qualsiasi costo l’accesso delle minoranze all’istruzione superiore, i Repubblicani del Sunshine State, a est, stanno cercando pervicacemente di smantellare i programmi pubblici di *diversity and equity* (ne abbiamo parlato anche [da queste parti](https://www.culturewars.it/desantis-florida-woke/)). Sulla West Coast si propone di [valutare](https://www.thefire.org/news/fire-opposes-proposed-deia-regulations-california-community-colleges?ref=culturewars.it) docenti e dipendenti sulla base della loro «comprensione di principi DEIA \[acronimo di *Diversity, equity, inclusion, and accessibility*, nda\] e antirazzisti»; sulla East Coast si crea un clima di sorveglianza che bandisce ogni testo sospettato di contenuti “non-conformi” come la *critical race theory*, e si [prende a modello](https://www.newyorker.com/magazine/2023/04/10/the-christian-liberal-arts-school-at-the-heart-of-the-culture-wars?ref=culturewars.it) l’Hillsdale College, l’università cristiana e tradizionalista del Michigan osannata dalla destra.
Anche se entrambi i modelli hanno i loro limiti, le loro mancanze e le loro ottusità ideologiche, non ci vuole molto a determinare cosa è meglio e cosa è peggio, e quale risulta più immediatamente pericoloso. Ma la stessa divisione in cluster politico-accademici è rischiosa, secondo gli esperti, perché con ogni probabilità porterà a un circolo vizioso di frazionamento sociale: «Questo stato di cose farà avanzare ulteriormente la polarizzazione», ha [detto](https://www.washingtonpost.com/education/2023/04/03/red-blue-college-culture-war/?ref=culturewars.it) al Washington Post David Strauss, consulente per l'istruzione superiore a Baltimora. «E questo per me è un pericolo».
Quest’anno la Corte Suprema a maggioranza conservatrice – la stessa che ha già stroncato la sentenza *Roe v. Wade* sul diritto all’aborto – si pronuncerà sull’*affirmative action* nelle ammissioni universitarie, verosimilmente smantellando il sistema di leggi nazionali che prevedono quote di minoranze etniche e razziali di cui tenere conto nelle nuove iscrizioni. E la decisione politica genererà senza dubbio ulteriori polarizzazioni.
Va detto, peraltro, che lo scisma tra i due Stati non si ferma al versante accademico: nei grandi centri della California vige una cultura politica improntata a un certo *laissez faire* nel campo sociale (come dimostra [il caso di San Francisco](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/06/how-san-francisco-became-failed-city/661199/?ref=culturewars.it)), mentre Miami sta virando decisamente [a destra](https://www.ft.com/content/e962daa7-f3d2-42e9-94ef-8caddd50036d?ref=culturewars.it); in una prigione californiana si possono incontrare operatori assistenziali che chiedono ai detenuti di [dichiarare i loro pronomi](https://ymeskhout.substack.com/p/three-little-pronouns-go-to-court), e nel contempo in Florida – dove il governatore DeSantis ha dichiarato guerra al colosso locale Disney perché aveva criticato le sue leggi anti-Lgbt – i gruppi neo-nazisti si stanno [coordinando](https://www.npr.org/2023/03/10/1158344050/florida-far-right-extremism-politics-desantis?ref=culturewars.it) in maniera più regolare e preoccupante che in passato.
In California e Florida non sono (ancora) stato, purtroppo. Ma qualche mese fa ho incontrato un rappresentante degli studenti di ciò che di più simile ai college della *Cali* esista sulla costa orientale: la New York University, un bastione dell’università iper-progressista, per quanto privata ed [elitaria](https://www.cnbc.com/2019/08/02/it-costs-76614-to-go-to-nyuheres-how-much-students-actually-pay.html?ref=culturewars.it), dove l’attenzione alla *diversity* è un valore fondante e politicamente attivo. Cosa mi ha detto questa persona? Per quello ci vuole una puntata ad hoc: rimani su questi schermi.
## **Altre news dal fronte**
- La famosa organizzazione no-profit Oxfam ha diffuso una guida al «linguaggio inclusivo» di 92 pagine per il suo staff e i suoi collaboratori, a cui si chiede di preferire «genitore» al posto di «padre» e «madre» in alcuni contesti, tra le altre cose. Quest’ultima raccomandazione ha mandato ancora una volta in tilt i media populisti e la destra, ma a ben vedere, come scrive Peter Williams [su New Statesman](https://www.newstatesman.com/quickfire/2023/03/furore-oxfam-woke-language-guide-misses-point?ref=culturewars.it) (paywall), oltre il solito cicaleccio qualcosa di cui occuparsi ci sarebbe: «Attribuire così tanto potere alle particolarità della scelta delle parole trascura il tono, l'intento e il contesto», specie se spieghi che «*elderly people*» («persone anziane») va bene, ma «*seniors*» («anziani») no, o che dire «la migrazione è un fenomeno complesso» è halal, ma per qualche motivo «la crisi dei rifugiati» risulta haram. Non resta che scegliere da che parte stare, dice Williams: «Un bigottismo sbruffone o una santimonia esibita?»;

- Se si chiede al giornalismo di fare attivismo, è necessario che chi lo pratica scelga fra le due cose, perché [sono e rimarranno (si spera) cose diverse](https://twitter.com/writingblock/status/1642212598019153922?ref=culturewars.it);

- Cose succede su quelle disumane cloache dette *social media* quando perdi un figlio piccolo e gli antivaccinisti [lo scoprono](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2023/03/covid-vaccine-misinformation-social-media-harassment/673537/?ref=culturewars.it).
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### Un capolavoro di fregnacce
URL: https://www.culturewars.it/david-michelangelo-florida/
Last updated: 2025-05-22T14:18:18.000Z
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La cosa peggiore che può succederti, quando hai una newsletter su «politicamente corretto» e affini, è più o meno che a poche ore dalla tua uscita settimanale una *charter school* della Florida [cacci la sua preside](https://eu.tallahassee.com/story/news/education/2023/03/23/tallahassee-classical-principal-out-after-complaints-about-david-statue-lesson/70039104007/?ref=culturewars.it) perché ha permesso che il *David* di Michelangelo venisse mostrato a degli studenti di 11 e 12 anni. E così eccoci qui eccezionalmente di lunedì, mi perdonerai.
Comunque: una *charter school* nell’ordinamento statunitense è una scuola a statuto speciale, che riceve finanziamenti sia pubblici che privati, e in generale ha meno vincoli rispetto agli istituti pubblici. Quella che ha allontanato la preside Hope Carrasquilla per la vicenda del *David* si chiama Tallahassee Classical School, impartisce un’educazione fondata sui classici e dalla sua fondazione – risalente a meno di tre anni fa – ha operato in stretto contatto con l’Hillsdale College.
La partnership è rilevante perché Hillsdale è l’università privata di orientamento conservatore del Michigan diventata una [dichiarata](https://twitter.com/BryanDGriffin/status/1611397694953504769?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1611397694953504769%7Ctwgr%5Ec9e059f83658f49ca40b0bb38c579625de6b0cc6%7Ctwcon%5Es1%5Fc10&ref%5Furl=https%3A%2F%2Fwww.tallahassee.com%2Fstory%2Fnews%2Feducation%2F2023%2F03%2F23%2Ftallahassee-classical-principal-out-after-complaints-about-david-statue-lesson%2F70039104007%2F&ref=culturewars.it) fonte di ispirazione per Ron DeSantis, l’iper-reazionario dominus della Florida nell’atto di costruire – a colpi di [leggi liberticide](https://www.bbc.co.uk/news/world-us-canada-65054809?ref=culturewars.it) – un sistema educativo pubblico modellato a immagine e somiglianza delle ossessioni [dei *culture warriors* di destra](https://www.culturewars.it/desantis-florida-woke/). Uno dei presidi di facoltà dell’Hillsdale College è Christopher Rufo, l’ideologo e attivista anti-*critical theory* che DeSantis ha nominato nel nuovo board del New College, l’istituto finora considerato un bastione dell’educazione di stampo progressista in Florida.
Torniamo ai fatti di cui abbiamo letto così tanto in questi giorni: tre genitori degli alunni della Tallahassee Classical School si sono lamentati ufficialmente, bontà loro, perché ai rispettivi pargoli è stata mostrata la scultura più famosa della storia dell’arte, simbolo universale del Rinascimento, eccetera, che per chi non lo sapesse (*eheh*) fa bella mostra dei genitali della figura mitologica scolpita da Michelangelo. Un genitore ha parlato apertamente di «pornografia» mostrata ai minori.
Qui le cose si fanno interessanti, diciamo: Barney Bishop III, il presidente del board della scuola che in tempi recentissimi aveva [fatto sapere](https://eu.tallahassee.com/story/news/education/2023/03/23/tallahassee-classical-principal-out-after-complaints-about-david-statue-lesson/70039104007/?ref=culturewars.it) che avrebbe seguito fino alla fine del mondo Ron DeSantis nella sua lotta senza quartiere contro «tutto questo indottrinamento *woke*», si è piegato assai rapidamente alle lamentele di quel pugno di mamme e papà, spiegando che «i diritti dei genitori sono supremi, e ciò significa proteggere gli interessi di tutti i genitori, che si tratti di uno, 10, 20 o 50».
Il sito Slate ha poi [parlato direttamente](https://slate.com/human-interest/2023/03/florida-principal-fired-michelangelo-david-statue.html?ref=culturewars.it) con Bishop per vederci più chiaro, e chiedergli cosa diavolo fosse successo: l’amministratore prima ha spiegato di non aver allontanato la preside per la faccenda della statua (pur senza dare altre motivazioni), poi ha cambiato rotta rivelando che il docente di storia dell’arte titolare della lezione sul *David*, come da regole interne alla scuola, aveva chiesto alla direttrice d’istituto di diramare una circolare sui contenuti «controversi» che sarebbero stati mostrati agli alunni, ma quest’ultima non aveva provveduto a redigerla.
Quando l’intervistatore di Slate prova a riportare il discorso sulla Terra, adducendo un semplice «non credo che la scultura sia materiale controverso», Bishop gli risponde che:
> Mostrare la statua del David nella sua interezza è appropriato per certe età. Cercheremo di capire di quali età si tratta.
Ma non soltanto: Bishop parla di «enormi *red flag*» (riferite a quando il suddetto professore avrebbe chiesto agli studenti di non dire ai genitori che a scuola avevano visto l’immagine di una statua di cinque metri raffigurante un uomo nudo), e sembra in tutto e per tutto quello stereotipo dell’educatore *woke* di cui a parole si presenta come il più acerrimo nemico.
> Negli Usa una professoressa è stata licenziata e accusata di “pornografia” per aver fatto vedere ai suoi studenti il David di Michelangelo. La società moderna spiegata facile: Onlyfans è “emancipazione e libertà” ma i capolavori dell’arte vengono censurati per la cancel culture.
>
> — Francesco Giubilei (@giubileif) [March 25, 2023](https://twitter.com/giubileif/status/1639547164920627200?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
È per questo che il valzer della destra internazionale sulla *cancel culture*, che com’era prevedibile ha iniziato a suonare non appena le parole «Michelangelo» e «licenziata» hanno varcato il confine della Florida, in questo caso sono così impareggiabilmente risibili: una scuola di orientamento tradizionalista-conservatore ha allontanato una preside rea di aver permesso che la sua scuola mostrasse agli alunni la scultura più celebre del mondo senza i doverosi (?) *trigger warning*, cedendo al perbenismo ottuso di pochi folli. Se anche questa è *cancel culture [woke](https://twitter.com/Francrossi68/status/1639671530689888258?ref=culturewars.it)*, allora facciamo prima a dirci cosa non lo è.
Come sempre più spesso accade, queste vicende finiscono in imbuti e amplificatori che le rendono ciò che non sono: stendendo un velo pietoso sugli house organ più conservatori, anche italiani, andrebbe fatto notare anche [a Repubblica](https://www.repubblica.it/cultura/2023/03/24/news/david%5Fmichelangelo%5Fcensura%5Famerica%5Fpornografico-393560010/?ref=culturewars.it) che non è «per la scuola americana» che il meraviglioso *David* «è pornografico», ma letteralmente per un singolo genitore scemo di Tallahassee, che forse tutto sommato non merita di orientare la conversazione globale sull’arte, la cultura e la nuova sensibilità.
Tutto a posto a sinistra, quindi? Per quel che posso vedere da qui, non proprio: continuo a ritenere assurdo e nei fatti deleterio che queste storie più e meno irrilevanti, incendiarie e simboliche finiscano amplificate o sottaciute a seconda del mulino a cui sembrano portare acqua.
Perché se certamente la Florida di Ron DeSantis non ha problemi di *wokeness* o cose simili, la tendenza a rimuovere qualsiasi potenziale *problematico* è assodata e ravvisabile a ogni livello dell’istruzione nordamericana. A gennaio la vicenda della docente di storia dell’arte del Minnesota mandata a casa per aver mostrato a degli studenti universitari un’immagine religiosa di Maometto (ne abbiamo parlato [da queste parti](https://www.culturewars.it/arte-maometto-universita/)) sembra l’immagine riflessa della vicenda di Michelangelo: tornano le scelte di *damage control* preventivo, l’ipocrisia strisciante, lo zelante cedimento al conformismo di maniera purché nulla cambi, e persino le filastrocche dei vertici dell’ateneo a giustificare i loro passi falsi.
Stiamo costruendo un mondo non soltanto più polarizzato, ma anche più ostile al ragionamento e al confronto libero e formativo: non so se la risolveremo con una semplice cernita di storielle a cui dedicare la nostra attenzione.
Speriamo piuttosto in un nuovo Rinascimento, di quelli grazie a cui nelle scuole orientate allo studio dei classici una volta si potevano ancora mostrare le statue di uomini nudi.
## **Altre news dal fronte**
- Ma sai che forse questi social media [non sono così amati](https://twitter.com/JonHaidt/status/1639249498177257473?ref=culturewars.it) dai teenager come sembrava all’inizio?

- Intanto il Ceo di TikTok Shou Zi Chew [non ha idea](https://twitter.com/melissakchan/status/1639027529448321024?ref=culturewars.it) di se e come la Cina stia mettendo in atto una persecuzione etnica ai danni degli uiguri. E dire che mi sembrava un tipo informato;

- Ci mancava giusto la «[digital blackface](https://twitter.com/wesyang/status/1639965109119336449?ref=culturewars.it)».
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### Come un leone in gabbia
URL: https://www.culturewars.it/trump-arresto-gop/
Last updated: 2023-03-24T06:30:56.000Z
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Da qualche giorno, Donald J. Trump ha uno di quei grattacapi che è sempre meglio non avere: nei prossimi giorni un agente di polizia di New York potrebbe recitargli una formula che dice che ha il diritto di rimanere in silenzio e di nominare un suo avvocato difensore. Insomma, sì: Trump potrebbe essere [arrestato](https://www.nytimes.com/2023/03/20/nyregion/trump-arrest-indictment-nypd.html?ref=culturewars.it).
A sentire lui, anzi, sarebbe dovuto succedere questo martedì – per quel giorno il tycoon ha mobilitato i suoi postando all’impazzata sul suo Truth Social – ma mentre scrivo questo dispaccio l’ex presidente risulta ancora libero. Se sarà preso in custodia e sottoposto alla procedura standard di impronte e foto segnaletiche, succederà per una [storia](https://www.wsj.com/articles/trumps-hush-money-a-history-of-the-wsjs-investigation-fccf8096?ref=culturewars.it) che risale al 2016, e a un mese prima delle elezioni presidenziali da lui vinte, quando l’allora candidato alla Casa Bianca ha corrisposto – tramite il suo avvocato e faccendiere personale di allora, Michael Cohen – un pagamento di 130mila dollari alla pornostar Stormy Daniels, per comprare il suo silenzio su un incontro sessuale col tycoon avvenuto nel 2006, dieci anni prima.
La vicenda – squisitamente trumpiana, va detto: sembra uscita da una puntata di *Better Call Saul* – non è rilevante sotto il profilo penale per il pagamento in sé, ma per come Trump ha provato a registrarlo nei libri contabili della sua campagna: l’allora candidato ha messo a tacere l’attrice porno facendo passare l’ingente esborso della Trump Organization in favore di Cohen, un totale di 420mila dollari per aver portato a termine il lavoretto, come non meglio specificate «spese legali», violando le leggi statunitensi sul finanziamento delle campagne elettorali.
> Donald Trump has been arrested downtown Washington DC [pic.twitter.com/81su1uCsBB](https://t.co/81su1uCsBB?ref=culturewars.it)
>
> — erén 👾 (@BEYAWONCE) [March 21, 2023](https://twitter.com/BEYAWONCE/status/1638189285433024516?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
E così, mentre simpatiche software IA ricostruiscono scenari [al momento fake](https://www.inquirer.com/politics/nation/ai-trump-arrest-photos-fake-20230322.html?ref=culturewars.it) di arresti prossimi venturi, nella realtà Trump ha già definito la questione «una caccia alle streghe politica» e preso ripetutamente di mira il procuratore capo di Manhattan Alvin Bragg, definito «un attivista progressista», «procuratore farabutto», «razzista al contrario» (Bragg è il primo afroamericano a ricoprire il suo ruolo a Manhattan) e anche, per non farsi mancare niente, «tiranno *woke* che ha politicizzato il sistema giudiziario».
La prima domanda da porsi è: quanto peso ha ancora a destra il biondo ex presidente Trump, dopo anni di scandali e un tentato assalto ai palazzi della democrazia americana? La risposta, dura da accettare, è: più di quello che immagini.
Tanto per dire, nonostante la sua xenofobia mai del tutto mascherata, Donald Trump continua ad andare forte tra i Repubblicani non-bianchi, che potrebbero addirittura [risultare decisivi](https://www.politico.com/newsletters/the-recast/2023/03/21/trump-gop-voters-of-color-00088105?ref=culturewars.it) per la sua performance alle primarie dei conservatori (va notato che anche se l’ex presidente fosse arrestato, nulla di quanto scritto nella Costituzione americana gli impedirebbe di [correre per la Casa Bianca](https://www.npr.org/2023/03/22/1164822171/trump-run-president-campaign-arrest-charges-voters-indictment?ref=culturewars.it) nel 2024).
Anche se finora i suoi inviti ai supporter a scendere in piazza per protestare contro il possibile imminente arresto sono largamente [caduti nel vuoto](https://twitter.com/atrupar/status/1638172837004595206?ref=culturewars.it), un terzo dei Repubblicani americani si considera ancora elettore di Trump, [prima che del GOP](https://s3.documentcloud.org/documents/23589424/230032-nbc-january-2023-poll-v2-129-release.pdf?ref=culturewars.it) stesso: il che ci suggerisce che se tutti gli scandali e le indagini finora non sono stati abbastanza per porre fine alla luna di miele elettorale di Trump coi suoi, nulla lo sarà mai davvero. Il 28% degli elettori di destra gli è così devoto che lo voterebbe [anche se si candidasse da indipendente](https://www.thebulwark.com/exclusive-bulwark-poll-most-republicans-want-to-move-on-from-trump/?ref=culturewars.it).
I suoi principali competitor alle primarie finora si sono guardati bene dall’affrontare direttamente l’ex presidente: persino il governatore della Florida Ron DeSantis, considerato il suo principale rivale, si è tenuto sul cauto fino a pochi giorni fa, quando ha deciso di... difendere Trump [spiegando](https://www.nytimes.com/2023/03/20/us/politics/desantis-trump-indictment.html?ref=culturewars.it) che Alvin Bragg è «un procuratore finanziato da Soros» che «vuole imporre un’agenda politica» (non risulta).
Una persona vicina al tycoon ha riassunto bene la quintessenza del trumpismo in una frase raccolta da Politico, che fa anche un po’ venire i brividi:
> Ha corso con un programma misurato sugli uomini e le donne dimenticati d’America: sono stati con lui da quando ha annunciato la candidatura nel 2015, erano con lui nel 2020\. Non lo abbandoneranno.
## **Altre news dal fronte**
- La grande storica e saggista britannica Mary Beard ha delle [idee molto interessanti](https://www.theguardian.com/books/2023/mar/19/mary-beard-interview-everyone-is-policing-everything-culture-wars?ref=culturewars.it) sulla tendenza bipartisan a sorvegliare e punire algoritmicamente di questi tempi maleodoranti;

- Bethany Mandel è un’autrice conservatrice che ha scritto Stolen Youth, un libro sul presunto «indottrinamento woke» operato dalla sinistra sui più giovani. Ma quando è stata chiamata a dare una definizione di *woke*, beh... non è andata benissimo;


- Cosa succede quando provi a fare un ragionamento equilibrato e rispettoso su Twitter, chapter 39259 (Ana Kasparian è una commentatrice progressista che collabora con Jacobin, per la cronaca: non esattamente Vittorio Feltri).
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### La stagione della drag queen
URL: https://www.culturewars.it/drag-queen-destra/
Last updated: 2023-03-10T06:30:10.000Z
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Uno spettro si aggira per l’America: è lo spettro delle drag queen. Se mi perdoni l’apocrifo marxiano, la sostanza non cambia: su entrambe le sponde dell’Atlantico i performer drag, da innocui artisti simbolo della cultura gay quali erano fino a ieri, sono finiti al centro del gorgo degli scontri politici e culturali di un’era sempre ansiosa di trovare nuovi casus belli.
Non ti sorprenderà apprenderlo, ma il motivo che li ha elevati a nemico pubblico numero uno ha poco a che vedere con la buona fede. In Tennessee è arrivata la prima [legge](https://edition.cnn.com/2023/03/02/politics/tennessee-ban-drag-show-performances-governor/index.html?ref=culturewars.it) di uno Stato a guida conservatrice contro le drag queen: l’ha firmata il governatore Bill Lee, e non si rivolge direttamente ai performer, ma da luglio, con una scelta di circonlocuzioni che lasciano poco spazio ai dubbi, proibirà le «performance per adulti dannose nei confronti dei minori» portate in scena da «imitatori di maschi o femmine», accostati indistintamente agli intrattenitori sessuali.
Com’è che le istituzioni del Tennessee sono arrivate a promulgare questa fondamentale, imprescindibile legge? Beh, detta semplice: una propaganda reazionaria martellante da mesi ha messo nel mirino le *[story hours](https://www.dragstoryhour.org/?ref=culturewars.it)* – un programma nazionale statunitense di incontri nelle scuole o nelle librerie in cui le drag queen leggono libri per bambini – [indicandole](https://twitter.com/ada%5Flluch/status/1633843085812846595?ref=culturewars.it) come esempi di perversione a opera di una sinistra attivamente impegnata a esporre gli infanti a spettacoli di natura sessuale. E la polemica, come spesso accade in questi casi, ha fatto il giro del mondo (quantomeno di quello anglosassone), col britannico Times che ha [definito](https://www.thetimes.co.uk/article/drag-queen-school-story-hour-lgbt-kids-c2ft8wkzt?ref=culturewars.it) i drag show «l’ultimo fronte delle guerre culturali».
Le obiezioni sono tutte giuste, non fosse che sono tutte sbagliate: in primis perché – udite udite – non c’è niente di «sessuale» nelle *story hours*. Sono eventi per bambini e come tali, di norma, completamente privi di contenuti inadatti per l’infanzia. Vedere per credere: questa di seguito è una *story hour* andata in scena a New York. Nota il clima teso ed evidentemente perverso, caro lettore o cara lettrice.
Senza contare che la storia del drag, prima di diventare parte integrante della cultura queer, risale indietro fino alle rappresentazioni delle opere di Shakespeare, quando i ruoli femminili venivano interpretati da attori uomini vestiti con parrucche e abiti lunghi, e passa per la Germania di [Weimar](https://www.itsnicethat.com/articles/party-party-party-bone-idle-press-publication-111018?ref=culturewars.it), il vaudeville, l’era proibizionista e il secondo dopoguerra, un’epoca tutt’altro che libertina in cui, tuttavia, ad andare in tv vestito da donna era il primo vero volto della tv statunitense, Milton ‘Mr. Television’ Berle.
Insomma: di per sé, nelle performance drag non c’è nulla di scandaloso. Il punto è che negli ultimi anni – e soprattutto negli ultimi mesi, a dire il vero – le drag queen sono diventate loro malgrado il capro espiatorio perfetto della paranoia sistematizzata dai conservatori e (soprattutto) dalla destra estrema, che le ha rese il simbolo dei mali del mondo «inclusivo».

Milton Berle e Bob Hope in tenuta drag nel 1985\. Berle lo faceva sin dagli anni Cinquanta.
Libs of TikTok, la maggiore cassa di risonanza della propaganda anti-gender di Twitter, non lascia passare un giorno senza postare [video di drag show](https://twitter.com/libsoftiktok/status/1630959458435121153?ref=culturewars.it) per bambini con vari gradi di sessualizzazioni implicite o esplicite, e l’abitudine si è già tradotta in conseguenze nel mondo reale: a giugno dell’anno scorso un manipolo di estremisti di destra del gruppo dei Proud Boys ha [impedito fisicamente](https://edition.cnn.com/2022/07/21/us/drag-lgbtq-rights-race-deconstructed-newsletter-reaj/index.html?ref=culturewars.it) lo svolgersi di una *story hour* in California, e proteste del genere sono [arrivate](https://www.nbcnews.com/nbc-out/out-news/drag-story-hour-protest-nyc-caps-year-anti-drag-attacks-rcna63737?ref=culturewars.it) anche nell’altro bastione liberal di New York City, oltre ad aver passato il confine e aver fatto capolino in Canada e in Gran Bretagna.
Non solo gli influencer di destra più e meno estrema, ma nemmeno la stampa mainstream dell’establishment conservatore si perde più un singolo caso di drag show a tutti gli effetti [questionabile](https://www.spectator.co.uk/article/the-sinister-rise-of-drag-shows-for-children/?ref=culturewars.it): qualche deriva c’è (il commosso premio della critica vada alla drag queen a lezione in una scuola dell’Isola di Man che si è messa a [litigare](https://www.thetimes.co.uk/article/sex-education-suspended-on-isle-of-man-after-drag-queen-row-jnlc7w2m6?ref=culturewars.it) con un undicenne sull’identità di genere), e alcune anche piuttosto gravi, ma nulla che suggerisca che i singoli casi inappropriati non siano eccezionali, o – peggio – che iniziative del genere nascondano una volontà di adescamento (*grooming*, per rimanere alla terminologia delle guerre culturali americane) di minori, come sostiene la claque anti-Lgbt+.
Fai uno sforzo di immaginazione, di quelli che uno preferirebbe non fare: se fossi un performer drag con intenti malevoli nei confronti di bambini in età scolare, cosa faresti per attirarli? Ah, come dici? Inviteresti i loro genitori a portarli in una biblioteca pubblica, dove gli leggerai dei libri illustrati? Ecco, ci siamo capiti: loro saranno pure esageratamente truccati, ma i pagliacci veri sono i loro detrattori.
Posso anche comprendere, in parte, quei genitori che non vogliono esporre i loro figli a iniziative di questo genere. Il fatto è che qui nessuno sta imponendo niente a nessuno, mi pare: se vuoi portare il piccolo John Maria a sentire le storie lette dal signore con la parrucca colorata nella *library* comunale, bene; altrimenti puoi comodamente tenerlo a casa, in modo che continui a sparare col mitra sui passanti giocando a GTA V. *Where is the problem*?
Da Bibbiano in avanti, la grancassa della destra di ogni latitudine continua imperterrita a suonare lo stancante motivetto della sinistra che allunga le mani sui bambini. Un motivetto destinato a ulteriore popolarità nell’epoca delle *culture wars*, purtroppo.Non resta che prenderla con filosofia: come ha detto una volta RuPaul, noto fuorilegge del Tennessee, «la chiave per navigare questa vita è non prenderla troppo seriamente».
## **Altre news dal fronte**
- Siccome qui cerchiamo di accontentare anche i palati più esigenti, ecco una bella [disamina](https://www.theguardian.com/commentisfree/2023/mar/04/mezquita-hagia-sophia-two-sacred-symbols-culture-wars-belie-complex-history?ref=culturewars.it) di come le dannate *culture wars* si sono impadronite anche del tira e molla interreligioso che perseguita due tra i monumenti più belli del mondo, la moschea-cattedrale di Cordoba, in Spagna, e la basilica di Santa Sofia a Istanbul;

- La causa di Stephen Elliott, fondatore del sito letterario The Rumpus, nei confronti di Moira Donegan è finita con un [risarcimento](https://twitter.com/JayShams/status/1631733678526156802?ref=culturewars.it) a favore di Elliott. Donegan nel 2017, in pieno #MeToo, era stata la creatrice della Shitty Media Men List, un documento online che ospitava segnalazioni anonime di molestie e comportamenti inappropriati da parte di uomini dell’editoria americana. Quando il documento è diventato pubblico, Elliott ha definito le accuse «completamente false» e ha denunciato Donegan – la quale oggi è una columnist del Guardian sui temi di cui parliamo da queste parti – per diffamazione; un altro degli uomini finiti nella lista pur essendosi dichiarati innocenti, il freelance Mike Tunison, ha [raccontato](https://medium.com/@mike%5Ftunison/hi-im-on-the-shitty-media-men-list-but-maybe-you-already-knew-that-f446aed1f93b?ref=culturewars.it) com’è cambiata la sua vita dopo le accuse;

- Non so se conta come link bellico-culturale, ma in ogni caso chissenefrega: un articolo straordinario del sociologo premio Pulitzer Matthew Desmond sul [perché la povertà persiste](https://www.nytimes.com/2023/03/09/magazine/poverty-by-america-matthew-desmond.html?ref=culturewars.it) in America (in buona sostanza, non è tanto questione di un welfare stitico, quanto di meccanismi di sfruttamento dei meno abbienti e di mancanza di diritti sul lavoro).
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### Impazziti per 15 minuti
URL: https://www.culturewars.it/15-minute-city-complotto/
Last updated: 2023-08-22T21:19:47.000Z
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«Nel futuro tutti saranno famosi per 15 minuti», ebbe a dire una volta un tizio che senza saperlo consegnò al mondo un’amara profezia dell’avvento di Twitter e Instagram. Ancor prima che famosi, tuttavia, in quel vagheggiato futuro col senno di poi siamo diventati tutti scemi, *sorry Andy*.
La citazione rimane valida, in ogni caso, perché quel quarto d’ora non smette di far parlare di sé: oggi è il quantitativo di tempo diventato il marchio distintivo di un concetto popolarizzato da uno studioso franco-colombiano, Carlos Moreno, e diffuso a ogni latitudine, che in inglese è stato ribattezzato *15-minute city,* ovvero“città a 15 minuti”.
Riducendo all’osso, una *15-minute city* è un centro urbano che si è assicurato che in ogni suo punto i servizi essenziali per il cittadino – tanto per elencarne alcuni scontati: ospedali, negozi, scuole – si trovino a distanza di una breve camminata o di un giro in bicicletta. I benefici di una città così costruita sono una ridotta dipendenza dall’uso dell’automobile, un minore inquinamento e un incremento sensibile della qualità della vita di chi ci abita.
Moreno è consigliere della sindaca di Parigi Anne Hidalgo, la quale ha basato la sua recente rielezione su questa proposta. E negli ultimi tempi il modello ha conquistato studi e dibattiti di settore, oltre ad alcune amministrazioni cittadine. La *15-minute city* si struttura su una complessa serie di interventi non solo ambientali, ma anche connessi alle politiche dell’impiego (non funziona senza una robusta dose del cosiddetto smart working, per esempio), alle soluzioni abitative, nonché alle regolamentazioni dell’edilizia e del commercio: «Non si tratta di chiudere una strada su due per rendere la città *green* e semplificare il traffico», come ha [notato](https://www.elconfidencial.com/espana/madrid/2023-02-23/carlos-moreno-ciudad-15minutos-madrid%5F3580095/?ref=culturewars.it) lo stesso ricercatore, che insegna sistemi complessi alla Sorbona.
Eppure la sua idea innocua e benintenzionata – nonché nell’orbita delle discussioni urbanistiche anche da prima di lui, grazie all’assunto per cui evitarsi una vita intera di incolonnamenti in tangenziale potrebbe non essere così male – è diventata l’ennesimo terreno di scontro culturale, e la quintessenza di una teoria cospirazionista di estremo successo che ha scalato i ranghi della destra internazionale. Insomma, butta lì il complottista, siamo sicuri che questa storia dei 15 minuti non sia *un sotterfugio del governo segreto mondiale per controllarci*?
Non fare quella faccia: sta succedendo davvero. A Edmonton, in Canada, il dipartimento di sviluppo urbanistico ha dovuto [chiarire](https://www.edmonton.ca/city%5Fgovernment/urban%5Fplanning%5Fand%5Fdesign/district-planning?ref=culturewars.it) che la sua idea di creare distretti “a 15 minuti” mirava soltanto a generare zone più percorribili a piedi, non distopie di controllo sociale come si leggeva online. Ma proprio sui beneamati social media il caso ha assunto proporzioni enormi, ed è stato incendiato da commenti come [quello](https://twitter.com/jordanbpeterson/status/1609255646993457153?ref=culturewars.it) del sempre più sciroccato Jordan Peterson, secondo cui scegliere a tavolino tra quali zone della città ci si può spostare in macchina – soluzione che, incidentalmente, il modello della *15-minute city* non prevede – sarebbe «parte di un piano liberticida ben documentato» (in un altro momento l’ha definito «una moda passeggera monopolizzata da *wannabe* dittatori»). Anche un folto gruppo di studenti universitari della città canadese, preoccupato da eventualità orwelliane che i proponenti del quarto d’ora urbanistico non hanno mai nemmeno lontanamente considerato, si è [riunito](https://www.instagram.com/p/CoVMAEDP8vR/?ref=culturewars.it) per protestare contro la *15-minute city*.
A Oxford, nel Regno Unito, l’anno scorso il consiglio comunale ha [discusso](https://www.oxfordmail.co.uk/news/23073992.traffic-filters-will-divide-city-15-minute-neighbourhoods/?ref=culturewars.it) e approvato una soluzione che indicava sei arterie trafficate del centro storico entro cui scoraggiare la guida a determinati orari di punta del giorno, con l’ausilio di telecamere di sorveglianza capaci di fotografare le targhe delle auto prive di permesso di transito. Oltre a questo, la città ha individuato alcuni quartieri a traffico limitato, delimitati dai classici “panettoni” che vi impediscono l’accesso.
Non l’avesse mai fatto: le due misure sono state così distorte e falsate dal frullatore impazzito della destra sui social – molti hanno iniziato a scrivere che i residenti sarebbero stati chiusi nelle loro case per oscuro volere dei burocrati cittadini, altri che tutto ciò avrebbe condotto a una [schiavizzazione di massa](https://twitter.com/LozzaFox/status/1627437580802220033?ref=culturewars.it) – che alcuni operatori comunali sono rimasti vittime di abusi nella vita reale, a causa di ciò che l’amministrazione di Oxford ha [definito](https://www.oxford.gov.uk/news/article/2332/joint%5Fstatement%5Ffrom%5Foxfordshire%5Fcounty%5Fcouncil%5Fand%5Foxford%5Fcity%5Fcouncil%5Fon%5Foxford%5Fs%5Ftraffic%5Ffilters?ref=culturewars.it) la diffusione di «informazioni inaccurate» sul programma. Proprio nell’Oxfordshire, durante una protesta partecipata da migliaia di persone contrarie alla temibile città a un quarto d’ora, è apparso uno striscione emblematico. Recitava:
> Non vogliamo città a 15 minuti, non vogliamo vaccini, non vogliamo il 5G, non vogliamo telecamere.
È una frase che racchiude tutta la paranoia dell’estrema destra dei nostri tempi: un confuso coacervo di terrore dello spauracchio del controllo governativo, complottismi imprendibili e cumulativi, opposizione ideologica alle politiche sanitarie di era pandemica e dosi massicce di disinformazione. Il refrain torna in tante dichiarazioni di portavoce dei turbo-conservatori: sempre in UK Katy Hopkins ha [accostato](https://www.youtube.com/watch?v=wkZDcVFIxRI&ref=culturewars.it) la *15-minute city* ai lockdown anti-Covid, spergiurando che le autorità sono a tanto così dall’usare le moderne tecnologie di riconoscimento facciale per discriminare alcuni cittadini (ma, quel che è peggio, mi ha bruciato lo spunto per il titolo di questa edizione della newsletter, sostenendo – purtuttavia con incredibile sussiego, lei – che «qui nel Regno Unito avrete soltanto 15 minuti di libertà»).
La vicenda si ricollega a un altro cavallo di battaglia *far right* degli ultimi anni: quel *Great Reset* (o “Grande Reset”, in italiano) ispirato a un di per sé anzitutto soporifero [video](https://www.youtube.com/watch?v=hRPQqfwwuhU&ref=culturewars.it) del World Economic Forum di Davos: la presentazione dell’omonima iniziativa voluta dall’organizzazione nel 2020, il cui primo fine è immaginare un sistema economico più equo e sostenibile dopo la pandemia. Ma quella formula, ripetuta e distorta all’infinito, è diventata la pistola fumante di ogni buon reazionario complottista (così tanto che Davos stessa ha dovuto [fare ammenda](https://www.youtube.com/watch?v=uPYx12xJFUQ&ref=culturewars.it) dei suoi errori di pr, diciamo).
E quindi: *le élite finanziarie globali stanno cercando di usare il Covid per cambiare in senso distopico la nostra vita e le nostre abitudini?* La risposta dopo la pubblicità, tranne per chi ce l’ha già: il deputato dei Tory Nick Fletcher, ad esempio, il quale è [certo](https://twitter.com/NickFletcherMP/status/1623699476366991360?ref=culturewars.it) che questa storia dei quartieri dove non sgasare al volante sia finalizzata a «portarti via le tue libertà personali», come ha dichiarato ai colleghi (spero sbigottiti) del Parlamento britannico.

Protesta a Oxford (Getty Images)
Potremmo continuare a citare fuori di testa per ore: il punto è anche che la grande battaglia contro il quarto d’ora urbanistico è solo l’ultimo e più evidente tassello di un più vasto [scenario](https://www.politico.eu/article/green-cities-without-backlash-climate-change/?ref=culturewars.it) di resistenze a iniziative legislative di stampo ambientalista, che in Europa stanno incontrando fiere e organizzate opposizioni, specie quando toccano l’uso dell’automobile privata.
Certo, non tutto è bianco o nero, e anche i contestatori irretiti dalla disinformazione e dagli «al lupo» hanno a loro assai parziale giustificazione decenni di città abbandonate a loro stesse (anche in Europa, e anche in Italia), interi quartieri diventati parchi divertimento per arricchiti e aumenti verticali dei prezzi dei beni di consumo e dell’energia: se frequenti una comunità in cui ti dicono che la transizione verde è solo l’ultimo tassello di un piano malvagio finalizzato a impoverirti e abbandonarti, in assenza di strumenti interpretativi migliori va a finire che ci crederai davvero.
Ma no – meglio precisare ancora – nessuno vuole rinchiudere gli abitanti di Oxford in ghetti pattugliati da telecamere spietate in mano ai potenti del globo, né ci sono congiurati intenti a ricreare una «prigione staliniana», come hanno sostenuto alcuni manifestanti britannici: era proprio soltanto un tentativo di respirare meno tossine, scusateci tanto. Il resto l’ha fatto la gioiosa macchina da guerra reazionaria dei nostri tempi, adattando la trama cospirazionista internazionale a ogni situazione specifica, da [Londra](https://twitter.com/SimonElmer2022/status/1631584464676564992?ref=culturewars.it) all’[Australia](https://twitter.com/nbreavington/status/1627321505536147457?ref=culturewars.it).
Per citare lo stesso Carlos Moreno in un’[intervista](https://www.politico.eu/article/dont-lock-me-neighborhood-15-minute-city-hysteria-uk-oxford/?ref=culturewars.it) che ha rilasciato a Politico, questa storia è l’emblema dei «livelli di follia che abbiamo raggiunto in questo mondo». E chi sono io per dare torto a un eminente urbanista?
## **Altre news dal fronte**
- Le citazioni di [questo tweet](https://twitter.com/ErikWemple/status/1631365865328238594?ref=culturewars.it) ti spalancheranno le porte del bel mondo in cui sputare addosso a un giornalista a caso del New York Times è cosa buona e giusta, purché ammantata di – uhm – “attivismo”;

- Oh no, Elon Musk vuole [costruire](https://www.theinformation.com/articles/elon-musk-s-basedai-and-the-ai-culture-wars?ref=culturewars.it) un suo ChatGPT «anti *woke*»: sono arrivate le *culture wars* dell’intelligenza artificiale, alzi la mano chi ne avrebbe fatto volentieri a meno;

> e quel sorrisetto del cazzo d [#Travaglio](https://twitter.com/hashtag/Travaglio?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it), che potrebbe avere solo uno stronzo che ha altri due passaporti nella tasca interna del cappotto
>
> — Elly Schlein (@ellyesse) [March 7, 2013](https://twitter.com/ellyesse/status/309778226627108864?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- In questi giorni sono girati vecchi tweet di Elly Schlein, la nuova segretaria del Partito democratico, come questo qui sopra. Al netto del *lol* – per fortuna largamente maggioritario – qualcuno ci ha ricamato sopra chiose lunari, con la prosopopea e la sicumera di chi sta prendendo in castagna il resto del mondo. Riassumendo: *ah, meno male che ora ridete! Prima suonavate l’allarme per gli archivi di Twitter usati per rovinare le persone!* Testina, fatti dire una cosa: i tweet di Schlein nel peggiore dei casi le faranno perdere la stima e il voto di qualche fan esagitato di Marco Travaglio; per il resto sono contenuti ironici e perfettamente *meme-friendly* di una politica di rilievo nazionale appena eletta, che tutti – dico *tutti* – coloro che non sono Vittorio Feltri hanno commentato in questa chiave, e che quindi non hanno niente da spartire con [casi](https://www.linkiesta.it/2021/09/cancel-culture-non-esiste-dibattito-social-network-cancellazioni/?ref=culturewars.it) antitetici di poveri diavoli random finiti nel tritacarne dei social media per un nonnulla decontestualizzato o malinteso. L’equazione funziona solo se la tua priorità è sostenere strumentalmente una Verità predeterminata, ecco.
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### Lettori sensibili
URL: https://www.culturewars.it/dahl-censura-sensitivity-readers/
Last updated: 2023-08-22T21:19:20.000Z
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Non so se hai sentito \[*irony mode: on*\] ma l’editore britannico dei libri di Roald Dahl, Puffin Books, ha approvato centinaia di [interventi di modifica](https://www.theguardian.com/books/2023/feb/18/roald-dahl-books-rewritten-to-remove-language-deemed-offensive?ref=culturewars.it) alle opere dell’autore per bambini, d’accordo con gli eredi di Dahl; modifiche che in teoria – ha comunicato la casa editrice – «possano consentire» ai romanzi «di essere ancora apprezzati da tutti oggi».
Dico «in teoria», perché la pratica è un po’ diversa: gli zelanti censori, l’avrai letto, non hanno soltanto fatto sparire termini ed espressioni *problematici* (direbbero quelli bravi) come «ciccione» e «brutta e bestiale» (ne *Gli sporcelli*), ma si sono spinti fino ad alterare interi passi dei libri. Per esempio ne *Le streghe*, che orbita attorno a un bambino tramutato in topo da una congrega di maghe, prima si leggeva (edizione Salani, trad. it. Francesca Lazzarato e Lorenza Manzi):
> Le streghe sono tutte donne. Non voglio parlar male delle donne. In genere sono adorabili. Ma tutte le streghe sono donne: è un fatto.
Ora il passo contiene solo la prima frase. E quando il bambino dice alla nonna che allora tirerà i capelli a ogni donna per essere sicuro che non sia una strega, lei nella versione originale rispondeva: «Non dire stupidaggini. Non puoi tirare i capelli a tutte le donne che incontri, anche se portano i guanti. Provaci e vedrai». Ora invece la risposta è diventata, traducendo dall’inglese:
> Non dire stupidaggini. E poi ci sono tanti motivi per cui una donna può indossare una parrucca, senza che ci sia nulla di sbagliato.
E così via: la riedizione ha addirittura silurato diverse occorrenze di «bianco» e «nero», anche quando utilizzati per descrivere un oggetto comune, come un indumento.

Altre fondamentali modifiche.
Ritornando a utilizzare un’espressione che cerco di evitare da parecchio tempo, nello specifico non penso che questo caso – che comunque è rilevante e merita la nostra attenzione – possa rientrare nel novero di una *cancel culture* propriamente detta: nessuno ha chiesto in coro a Puffin Books di emendare i testi di Roald Dahl; anzi, è probabile che nessuno si sia mai posto il problema prima.
Ben più verosimile è che la Roald Dahl Story Company, che dal 2021 è di proprietà di Netflix, abbia voluto apporre una mostrina sul suo petto, per ricerca di *clout* o per banale conformismo, sfruttando uno spirito del tempo che ha fatto dell’«inclusività» un totem confuso, malinteso e in perenne aggiornamento.
Se una cosa così misera è successa – un fatto che pochi hanno avuto l’ardire di difendere; e questi ultimi beh, tenderei a darli per persi – è perché in quest’epoca esiste non solo una cultura dove tutto ciò è possibile, ma anche un capitalismo di farabutti che ci va a nozze e la commercializza. Il risultato è la produzione *in vitro* di un mondo incorruttibile perché di plastica, dove tutto è pulito, finto e mondato dai riferimenti *cattivi*. Con tanti saluti ai chiaroscuri e alle suggestioni che fanno parte della complessità di una persona.
Ma è interessante anche parlare dei *sensitivity readers*, cioè le persone che materialmente hanno messo le mutande del Braghettone agli affreschi favolistici di Roald Dahl: sono una figura professionale relativamente nuova, ma che all’estero fa parlare di sé già da anni, specie nell’ambito della letteratura per l’infanzia.
Un *sentivity reader* è un editor ulteriore che non fa parte della redazione della casa editrice, il cui compito è leggere un manoscritto (o un libro di cui l’editore detiene i diritti) a caccia di eventuali contenuti offensivi, rappresentazioni errate, stereotipi etnici o culturali e pregiudizi di vario tipo.
In Italia, che io sappia, non è una carriera percorribile. Ma all’estero ha già fatto parlare molto di sé. Nel 2020 *Il sale della terra*, romanzo dell’autrice Jeanine Cummins considerato il caso editoriale dell’anno, è diventato protagonista di un [enorme caso](https://www.vox.com/culture/2020/1/22/21075629/american-dirt-controversy-explained-jeanine-cummins-oprah-flatiron?ref=culturewars.it) letterario centrato sull’accusa mossa a Cummins di essersi appropriata, in quanto donna bianca, di una storia non sua: quella di una madre e una figlia costrette a mettersi in viaggio verso la frontiera degli Stati Uniti. Se l’opera fosse passata attraverso il controllo di un lettore non-bianco, secondo i critici, sarebbe uscita senza rappresentazioni stereotipate.
La figura è anche molto criticata: lo scrittore irlandese John Boyne ha [commentato](https://twitter.com/john%5Fboyne/status/1489523165151862788?ref=culturewars.it) che «nessuno scrittore serio permetterebbe che il suo lavoro venga sanificato», mentre la collega poetessa scozzese Kate Clanchy ha [dichiarato](https://unherd.com/2022/02/how-sensitivity-readers-corrupted-literature/?ref=culturewars.it) che un *sensitivity reader* voleva farle «contaminare i suoi ricordi», e ha deciso di rescindere il suo contratto di pubblicazione con l’editore. Per Lionel Shriver, a causa del suo impiego buona parte degli autori «eviterà del tutto lo scrivere di personaggi con background diversi dal proprio». Hillary Jordan, autrice di *Fiori nel fango* (Neri Pozza, da cui è stato tratto il film *Mudbound*), ha speso parole di elogio per la nuova e più sviluppata sensibilità di quest’epoca, ma con un ammonimento:
> Viene dalla curiosità su come vivono le altre persone; nasce dal desiderio di abbattere le barriere che ci separano. E non so proprio come si possa fare, se hai qualcuno che ti guarda alle spalle e tossisce leggermente per farti sapere quando sei fuori strada.
Kate Milford, autrice fantasy per un pubblico adolescente, [sostiene](https://www.npr.org/2017/02/28/517657413/authors-hire-sensitivity-specialists-so-not-to-offend-readers?ref=culturewars.it) invece che considera questa al pari delle altre figure professionali con cui collabora: «È un’estensione della stessa ricerca che farei per ogni libro». E [non è l’unica](https://www.andreadunlop.net/blog/2020/9/9/controversy-around-sensitivity-readers-part-1?ref=culturewars.it).
Per quanto mi riguarda, penso che il problema risieda sempre nel dove posizionare l’asticella dell’offesa, o della rappresentazione errata: saremo tutti d’accordo che avere una figura specializzata in storia coloniale africana che dà una lettura in più al nostro libro ambientato nell’Africa coloniale, beh, è tutt’altro che una tragedia.
Più complesso è definire cosa offende una data minoranza, soprattutto dal momento che il *sensitivity reader*, in sé, per quanto sensibile e accorto possa essere, alla fine della fiera parla per sé: i messicani, le persone transgender, gli indiani, le ragazze madri non sono tutti uguali, e al di là di un minimo comune denominatore di condizione condivisa è difficile pensare di poterli raggruppare in un insieme omogeneo.
Di universale, per ora, ci è rimasta la letteratura. Facciamo in modo che rimanga tale, che dici?
## **Altre news dal fronte**
- Va bene, [qui](https://twitter.com/jordanbpeterson/status/1628292293173342208?ref=culturewars.it) c’è Jordan Peterson che vede «tirannia» in un adesivo gentile che chiede di non sprecare carta nei bagni pubblici: vedi tu;

- L’[editoriale](https://www.theonion.com/it-is-journalism-s-sacred-duty-to-endanger-the-lives-of-1850126997?ref=culturewars.it) meno satirico del sito satirico The Onion, che de facto accusa apertamente il New York Times di transfobia per la sua copertura del dibattito sulla transizione nei minorenni. Non è l’unico ad averlo fatto: c’è anche una [lettera aperta](https://nytletter.com/?ref=culturewars.it) di centinaia di collaboratori della testata. Mi starò perdendo qualcosa (nel qual caso, i commenti sono aperti!), ma le inchieste del Times le ho lette, di discriminazione documentabile sulla pelle delle persone transgender non ne ho vista, e vorrei che uscissimo tutti a toccare l’erba;

- Nemmeno i Repubblicani [sanno bene che vuol dire *woke*](https://www.washingtonpost.com/politics/2023/02/21/wokeism-republicans-liberals/?ref=culturewars.it), nonostante sia la singola parola che hanno pronunciato più di frequente negli ultimi anni.
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### Colui che non deve essere giocato
URL: https://www.culturewars.it/hogwarts-legacy-rowling/
Last updated: 2023-08-22T21:19:01.000Z
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È uscito un videogioco che è una bomba, ma non per modo di dire: *Hogwarts Legacy*, titolo-evento sviluppato da Avalanche Software per Warner Bros Interactive Entertainment, riporta la saga di Harry Potter su pc e console dopo dieci anni dall’ultima volta, con un mondo *open world* da esplorare e una nuova storia. E, oltre ad aver mandato in solluchero diverse generazioni di fan sul pianeta Terra, sul pianeta Internet ha fatto deflagrare nuovi e fragorosi ordigni sul fronte delle cosiddette guerre culturali.

Uno screen da Hogwarts Legacy.
Pare essere [un buon gioco](https://www.metacritic.com/game/playstation-5/hogwarts-legacy?ref=culturewars.it), ma io purtroppo non sono un famoso streamer seguito da folle oceaniche su Twitch e questo non è Multiplayer.it: di *Hogwarts Legacy* parliamo, *guess what*, perché la sua uscita è il pomo della discordia di una nuova ondata di polemiche imperniate su J.K. Rowling, l’autrice della saga di Harry Potter, a valle delle sue reiterate e spesso sgraziate uscite sulle persone transgender.
Non mi dilungo troppo, perché una singola email non sarebbe abbastanza per ripercorrere in modo esauriente gli ultimi anni di vita da guerriera online di Rowling: basterà dire che dal 2020 si è imbarcata in una critica serrata via via più esasperata dell’attivismo transgender, rendendola apparentemente un’occupazione a tempo pieno (chi vuole un sunto più ricco e abbastanza onesto può cliccare [qui](https://www.glamour.com/story/a-complete-breakdown-of-the-jk-rowling-transgender-comments-controversy?ref=culturewars.it)) e fraternizzando con l’ambiente definito anche del femminismo radicale trans-escludente, o – con acronimo d’uso talvolta un filo leggerino – *Terf*.
Il fatto è che il gioco, come altri prodotti a marchio Harry Potter prima d’ora, ha provato in tutti i modi a distanziarsi dalla scrittrice: gli sviluppatori hanno [precisato](https://www.ign.com/articles/hogwarts-legacy-developers-respond-to-controversy?ref=culturewars.it) che il loro videogame è «per tutti»; la personalizzazione del personaggio in-game non permette la scelta del genere sessuale del suddetto; c’è anche il primo [personaggio transgender](https://www.everyeye.it/notizie/hogwarts-legacy-e-personaggio-transgender-frecciatina-j-k-rowling-633469.html?ref=culturewars.it) dell’universo Harry Potter, la strega Sirona Ryan.
Ma non è stato abbastanza: diversi siti di recensioni videoludiche – TheGamer, GameSpot, Checkpoint Gaming, per citarne alcuni – hanno scelto di non trattare la sua uscita; altri, come Wired Usa, gli hanno dato una stella “sulla fiducia”, [spiegando](https://www.wired.com/review/hogwarts-legacy-review/?ref=culturewars.it) che «i suoi danni sul mondo reale sono impossibili da ignorare»; altri ancora, come GamesHub, hanno scritto [testualmente](https://www.gameshub.com/news/opinions-analysis/hogwarts-legacy-does-not-deserve-to-be-reviewed-on-its-own-merits-40246/?ref=culturewars.it) che «è impossibile parlare positivamente di *Hogwarts Legacy* senza danneggiare una comunità di esseri umani». NME ha [precisato](https://www.nme.com/reviews/game-reviews/hogwarts-legacy-review-3392991?ref=culturewars.it) che la sua recensione «non è un endorsement delle opinioni o i commenti di Rowling»; Hard Drive ha [elencato](https://youtu.be/BXKi5ZHe%5Fx8?ref=culturewars.it) in un video «5 cose che potresti comprare al suo posto», con scelte etiche più oculate.
> Watching gaming outlets jump through rhetorical hoops to justify coverage on Hogwarts Legacy isn’t surprising, but it’d be more honest if they played it straight and just said “our shaky business model does not allow us to ignore any game that might sell 10 million copies.”
>
> — Patrick Klepek (@patrickklepek) [February 6, 2023](https://twitter.com/patrickklepek/status/1622599571971923970?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Mi riesce difficile comprendere come una recensione positiva di un videogame non possa che tradursi in «fare del male a una comunità di esseri umani», specie se il suddetto videogame avrebbe comunque venduto milioni di copie, e soprattutto non ha fatto altro che cercare di distanziarsi dalle posizioni maligne. Ma trovo ancora più assurde le notizie degli streamer presi ripetutamente di mira perché giocavano a *Hogwarts Legacy* sul loro canale Twitch, in qualche caso [finendo in lacrime](https://gamerant.com/hogwarts-legacy-girlfriend-reviews-twitch-video-clip/?ref=culturewars.it), o gli statement di quelli che hanno preso il gioco [a martellate](https://twitter.com/plainrocktweets/status/1624071018280275968?ref=culturewars.it).
Anche non volendo separare la creazione dall’indiretto creatore, esistevano dei modi di parlare dell’evento senza perdere di vista il contesto che lo circonda: il giga-network di videogame IGN, lungi dall’essere in bilico su uno «*shaky business model*», ha inserito nel suo [articolo](https://www.ign.com/articles/hogwarts-legacy-review-harry-potter-ps5-xbox-pc?ref=culturewars.it) sul titolo videoludico uno specchietto informativo che affronta l’annosa questione, scrivendo tra l’altro la cosa più sensata letta fin qui:
> In qualità di critici, il nostro compito è rispondere alla domanda se riteniamo che Hogwarts Legacy sia divertente da giocare, e perché. Se sia etico giocarci è una questione separata, ma comunque molto importante.
Forse peraltro, come spesso accade, si perde di vista che moltissime persone nel mondo sono placidamente ignare delle polemiche che orbitano attorno alle accuse di transfobia a J.K. Rowling, e conoscono Harry Potter come un personaggio d’animazione, un ricordo d’infanzia, in qualche modo un compagno di vita. Nonostante il bailamme, non a caso *Hogwarts Legacy* ha già [frantumato record di vendita](https://it.ign.com/hogwarts-legacy/200432/news/hogwarts-legacy-parte-forte-dominio-assoluto-su-steam-vendite-eccezionali-in-diversi-paesi-europei?ref=culturewars.it) che duravano da decenni.
Non bastasse, in reazione a boicottaggi in sé perfettamente legittimi (se nessuno obbliga *te* a non acquistare vattelapesca, qual è il problema?), i tossici spazi online che frequentiamo si sono riempiti di intelligentoni che tengono a sottolineare di aver comprato plurime copie del videogioco *just to own the libs*: “Se fa incazzare il sottobosco della sinistra online, noi lo facciamo”. Beh, molto maturo.
Si è dunque creata una singolare situazione per cui la destra crede di fare attivismo anti-trans ripulendo gli scaffali dei negozi da un gioco «per tutti» con personaggi di spiccata diversità, tra cui una strega transgender, mentre la sinistra si è convinta di fare attivismo pro-trans invocando la massima reprimenda per chi semplicemente ci gioca.
È un mondo complicato. Ma al di fuori di Twitter, in quelle lande isolate di ciò che una volta si chiamava realtà, giocare a un videogioco di per sé non significa odiare nessuno: *Hogwarts Legacy*, come ogni iterazione di Harry Potter, è una storia di liberazione, solidarietà e unione. Valori che Rowling ha sacrificato all’altare della guerra e dell’ossessione settaria, ma che per fortuna hanno ancora la possibilità di rivivere in nuove rivisitazioni delle sue storie: dipende da noi.
## **Altre news dal fronte**
> ChatGPT says it is never morally permissible to utter a racial slur—even if doing so is the only way to save millions of people from a nuclear bomb. [pic.twitter.com/2xj1aPC2yR](https://t.co/2xj1aPC2yR?ref=culturewars.it)
>
> — Aaron Sibarium (@aaronsibarium) [February 6, 2023](https://twitter.com/aaronsibarium/status/1622425697812627457?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Questo è un altro arretrato interessante: in breve, hanno chiesto a ChatGPT se direbbe un «*racial slur*», cioè un insulto razzista, qualora fosse l’unico modo per salvare il mondo da una catastrofe nucleare. “Lui” ha risposto di no, ma il dettaglio abbastanza inquietante è che anche questo è diventato un caso enorme, e un’infinita fonte di panico per la compagine conservatrice. Per carità, la programmazione delle intelligenze artificiali e il loro funzionamento sono temi importanti e su cui riflettere, ma [guarda tu stesso](https://twitter.com/search?q=chatgpt%20racial%20slur&src=typed%5Fquery&ref=culturewars.it) che piega ha preso il tutto;

- Beckett, ma anche un po’ Kafka: l’università di Groningen ha [annullato](https://www.irishtimes.com/culture/stage/2023/02/04/irish-directors-all-male-beckett-play-cancelled-as-only-men-could-audition/?ref=culturewars.it) una messa in scena di *Aspettando Godot* perché il regista della produzione aveva scritturato solo attori maschi, come peraltro era stato obbligato a fare dalle volontà testamentarie beckettiane;


- Un [pezzo](https://compactmag.com/article/a-black-professor-trapped-in-anti-racist-hell?ref=culturewars.it) interessante con una storia esemplare, ben scritta, onesta (purtroppo apparso su una testata che, mi dicono, non è il massimo di rispettabilità: turiamoci il naso, per questa volta).
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### Ma la divisa di un altro colore
URL: https://www.culturewars.it/poliziotti-neri-tyre-nichols-razzismo/
Last updated: 2023-08-22T21:18:40.000Z
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Venerdì scorso la polizia di Memphis ha diffuso i video delle body cam di alcuni agenti e di una telecamera stradale che mostrano l’uccisione di Tyre Nichols, un 29enne afroamericano fermato dalla polizia il 7 gennaio scorso per un sospetto eccesso di velocità.
Nei documenti (che puoi vedere [qui](https://www.youtube.com/watch?v=uSZ6Rj9urhw&ab%5Fchannel=CNN&ref=culturewars.it), tenendo a mente che si tratta di immagini impressionanti) si vede Nichols che viene immobilizzato, poi si divincola dalla presa dei poliziotti e scappa; quindi viene pestato ripetutamente dai cinque agenti, che gli procurano ferite di cui morirà tre giorni dopo.
In relazione a questo caso si è parlato molto, e giustamente, di ennesimo esempio di brutalità della polizia statunitense. Ma c’è un dettaglio che ha portato a discuterne anche più del solito: tutti e cinque i poliziotti sospesi dal Memphis Police Department per l’omicidio di Tyre Nichols sono afroamericani.
Da cui la domanda della mente collettiva: *anche le azioni di un poliziotto nero possono essere motivate dal razzismo*? La risposta breve, per l’idea che mi sono fatto, è *sì*. Ma meglio andare con ordine e presentare qualche riflessione sul tema: il commentatore di Cnn e attivista Van Jones ha scritto in un [articolo](https://edition.cnn.com/2023/01/27/opinions/tyre-nichols-memphis-police-department-jones/index.html?ref=culturewars.it) che:
> La narrazione “poliziotto bianco uccide uomo di colore disarmato” non avrebbe mai dovuto essere l'unica lente attraverso la quale abbiamo tentato di comprendere gli abusi e la cattiva condotta della polizia.
In sostanza, secondo Jones il razzismo anti-nero è pervasivo e si trasmette in modo latente nella società, tanto che anche gli stessi afroamericani non ne sono immuni: «Il fenomeno di poliziotti neri violenti che si accaniscono su giovani neri non è una novità», si legge. «L’odio per sé stessi esiste». Quest’ultima frase riecheggia anche in un tweet in caps lock postato dalla leggenda dell’Nba LeBron James:
> WE ARE OUR OWN WORSE ENEMY!!!
>
> — LeBron James (@KingJames) [January 28, 2023](https://twitter.com/KingJames/status/1619143671303266304?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
A James, però, sono state mosse diverse critiche, di cui molte improntate a variazioni di una singola obiezione: perché non considerare il suprematismo bianco? Per quale motivo dimenticarsi il razzismo «sistemico» e istituzionale?
Di un’altra opinione si è detto è invece Thomas Chatterton Williams, critico culturale (anch’egli afroamericano) e firma dell’Atlantic, che ha messo giù in un [pezzo](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2023/02/tyre-nichols-white-supremacy-racism/672903/?ref=culturewars.it) le sue contestazioni all’approccio sistemico à la *critical theory*, scrivendo:
> L’idea che la spiegazione più probabile per questo specifico orrore in questo specifico luogo in questa specifica epoca vada ridotta a una forza permanente, invisibile e non falsificabile chiamata suprematismo bianco vira pericolosamente vicino al determinismo.
Eppure il grande scrittore James Baldwin spiegava già nel 1985, nel suo saggio *The Evidence of Things Not Seen*, che un poliziotto nero *può* essere intollerante, anzi spesso nella sua esperienza personale si dimostrava ansioso di prendere di mira i suoi “simili”, cercando di marcare una differenza e de facto dimostrando di aver internalizzato una divisione sociale di stampo razzista.

*The Evidence of Things Not Seen, 1985*
Senza contare che l’argomento in favore del movente razziale dell’assassinio di Memphis è anche piuttosto semplice: la polizia americana ha una lunga e documentata storia di abusi sui neri e le comunità marginalizzate, e pensare che il suo humus culturale sia intrinsecamente ostile agli afroamericani non appare certo una forzatura.
Ma d’altra parte gli scritti di Baldwin relativi a cinquant’anni fa – cioè nettamente precedenti non soltanto il pestaggio razzista di George Floyd a Minneapolis nel 2020, ma persino quello di Rodney King a Los Angeles nel 1991 – non bastano a spiegare le complicate relazioni intra-gruppi sociali del 2023, sostiene Chatterton Williams. E aggiunge una considerazione che è venuta in mente anche a me: «Questa logica infantilizzante non può fare a meno di assolvere i cinque agenti dalla responsabilità di un crimine atroce che la maggior parte delle persone e la maggior parte degli agenti di polizia di qualsiasi provenienza sociale non commettono».
Se il primo e unico responsabile di tragedie come quella di Tyre Nichols è la *white supremacy* e non si considerano adeguatamente l’individuo, la sua etica e il suo libero arbitrio, persino l’agente Derek Chauvin diventa il mero strumento di una forza onnipervasiva più grande di lui, l’esecutore di moventi che stanno altrove. Ma nessun criminale si merita queste attenuanti: Chauvin è maschio e bianco, sì, ma anzitutto un assassino a sangue freddo che ha ucciso un uomo disarmato.
Difficile trovare una morale della triste favola, dunque, ma se c’è, credo sia la seguente: questi fatti vanno inquadrati nelle tensioni razziali che attraversano gli Stati Uniti da sempre, e chi si ferma al colore della pelle degli assassini perde di vista un punto importante della questione più ampia: il razzismo istituzionale esiste. Ma anche usare il suprematismo bianco come passepartout assiomatico rischia di fare più male che bene, tenendo fuori dal computo non solo l’agire degli individui, ma anche – anzi, forse: soprattutto – le dinamiche di potere che regolano le interazioni sociali e il controllo pubblico e statale.
Tyre Nichols, George Floyd, Michael Brown e gli altri sono anzitutto vittime dello Stato e di un monopolio della forza corrotto. E questo non va dimenticato.
## **Altre news dal fronte**
- Va bene, non posso che dare l’Oscar di questa settimana a Francesco Giubilei, il prolificissimo commentatore-intellettuale-peperino della destra italiana, che è riuscito a [vedere](https://twitter.com/giubileif/status/1619978178075959297?ref=culturewars.it) «ideologia woke» in un innocuissimo [articolo](https://www.theguardian.com/commentisfree/2023/jan/23/reading-is-precious-but-the-cult-of-book-ownership-can-be-smug-and-middle-class?ref=culturewars.it) del Guardian che parlava di donare libri in eccesso (molto ridere per la [reazione sbalordita](https://twitter.com/rhiannonlucyc/status/1620040624841039877?ref=culturewars.it) dell’autrice);

- Poffarbacco, anche la guerra in Ucraina è diventata [una sciocca *culture war*](https://www.ft.com/content/8e8d0f8e-dd29-41c4-80a6-90bd3676208b?ref=culturewars.it);

- Dunque \[*controlla note*\] pare che le M&M’s abbiano dovuto ritirare frettolosamente i loro personaggini parlanti a forma di caramella perché risultavano [troppo divisivi](https://twitter.com/nytimes/status/1617594302405672972?ref=culturewars.it) nell’America polarizzata del 2023.
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### C’è un nuovo Trump in città
URL: https://www.culturewars.it/desantis-florida-woke/
Last updated: 2023-08-22T21:18:19.000Z
I docenti del distretto scolastico di Manatee, una contea sita al centro della Florida che ha poco meno di mezzo milione di abitanti, hanno dovuto [chiudere le biblioteche](https://www.cbsnews.com/tampa/news/manatee-county-school-teachers-close-off-classroom-libraries-for-review/?ref=culturewars.it) delle loro scuole agli studenti finché ogni singolo libro sugli scaffali non sarà sottoposto a un processo di revisione certosino, per non rischiare un’indagine penale a loro carico.

via Popular.info
Questo succede perché nello Stato di Miami, il terzo più popoloso d’America, il governatore Ronald Dion DeSantis – il politico 44enne che verosimilmente sfiderà Trump alle prossime primarie del Partito repubblicano per la Casa Bianca, con più di qualche possibilità di vittoria – ha stabilito i confini di quel che è lecito leggere a scuola.
L’insieme di direttive, approvato l’anno scorso e poi parzialmente bloccato da due pronunciamenti del giudice distrettuale Mark Walker (che l’ha [definito](https://www.theguardian.com/us-news/2022/nov/18/judge-florida-ron-desantis-stop-woke-law?ref=culturewars.it) «decisamente distopico»), si chiama Stop WOKE (acronimo di «Wrongs to Our Kids and Employees») Act, ed è essenzialmente la piattaforma con cui Ron DeSantis si candida ad assumere il ruolo di guida politica dei Repubblicani.
Cosa contiene la legge? [Ufficialmente](https://www.flsenate.gov/Committees/BillSummaries/2022/html/2809?ref=culturewars.it) è un insieme di norme che proibiscono alle scuole di insegnare corsi e dottrine antirazzisti o di critica sociale che portino gruppi di studenti a provare «senso di colpa, angoscia o qualsiasi forma di disagio psicologico» per via della loro etnia o genere di appartenenza, nonché a proibire l’«istruzione sessuale» ai bambini più piccoli, che la propaganda di destra dipinge da tempo come vittime di un mai verificato *grooming* (adescamento) di provenienza sinistrorsa.
Nei fatti, però, DeSantis non ha fatto mistero fin dall’inizio di considerarla il suo guanto di sfida personale a ciò che definisce «indottrinamento woke»: dalla *critical race theory* – il complesso e multiforme apparato di studi postmoderni che analizzano con lenti rinnovate e spesso ipermilitanti il razzismo «sistemico» in ogni anfratto della società, ai corsi di diversità e inclusione, fino ai testi scolastici con echi anche lontani di contenuti Lgbt+.
Non è la prima volta che i libri e l’istruzione finiscono al centro delle schermaglie politiche e culturali tra fronti contrapposti: accade almeno fin dagli anni Settanta, quando la destra evangelica iniziò a organizzare la sua resistenza reazionaria contro l’ingresso nelle scuole di testi di impatto sociale, come l’autobiografia di Malcom X, unendosi in una saldatura politica con la destra americana che dura a tutt’oggi.
Ma DeSantis ha elevato il livello dello scontro, e in modo molto irresponsabile. Viste le maglie sapientemente larghe del suo Stop Woke Act, qualsiasi lettura che non coincide con l’idea repubblicana di «istruzione» può essere – ed è già – sottoposta a censura, sostituendo al delicato (e regolamentato) rapporto tra docente e alunno la scure autoritaria dello Stato: da una biblioteca della Florida è stato rimosso in fretta e furia *[And Tango Makes Three](https://nymag.com/intelligencer/2023/01/ron-desantis-florida-schools-censorship-universities-dont-say-gay-stop-woke.html?ref=culturewars.it)*, un libro illustrato per bambini ispirato alla storia vera di due pinguini maschi che hanno nidificato insieme allo zoo di Central Park, per capirci.
I veri bersagli del fervore legislativo di DeSantis appaiono poco chiari: lui stesso li ha [indicati](https://thehill.com/changing-america/respect/diversity-inclusion/3608241-what-is-desantiss-stop-woke-act/?ref=culturewars.it) alternativamente in quegli insegnamenti che fanno sentire gli studenti «personalmente responsabili» di misfatti storici compiuti da persone della loro stessa etnia o nazionalità, ma anche in chi utilizza i soldi delle tasse della Florida per «insegnare ai ragazzi a odiare il nostro Paese e a odiarsi l’un l’altro»; eppure si è [scagliato](https://www.cbsnews.com/miami/news/florida-education-dept-lists-reasons-for-rejecting-ap-african-american-studies-course/?ref=culturewars.it) anche contro programmi di studio che chiamano in causa alcune bandiere dell’attivismo antirazzista, e ha [chiesto](https://apnews.com/article/ron-desantis-colleges-and-universities-race-ethnicity-florida-education-97d0b8aef2fc3a60733c8bd4080cc07b?ref=culturewars.it) alle università pubbliche di fornirgli i dati relativi a numero ed età dei loro studenti transgender.
Quando non [litiga con Disneyland](https://www.nytimes.com/article/disney-florida-desantis.html?ref=culturewars.it), Ron DeSantis accumula capitale politico sfruttando nel modo più subdolo le faglie degli scontri culturali in atto in quest’epoca. Lo fa addirittura meglio – e, quel che è peggio, con più costanza e metodicità – del suo sfidante alle primarie repubblicane, Donald J. Trump, di cui potrebbe rivelarsi una versione machiavellica e sotto steroidi.
Da una parte per il governatore della Florida vale un discorso che si può applicare, con le dovute differenziazioni, anche a [Elon Musk](https://www.culturewars.it/musk-twitter-halloween/) e i suoi sostenitori: attenzione a chi si presenta come l’eroe del buonsenso da opporre alla follia prescrittiva di una *wokeness* indistinta, specie se a questi proclami roboanti seguono carriere politiche e propagande manichee con scarso gusto per il distinguo. L’«indottrinamento» di cui parla DeSantis, se esiste, è radicalmente diverso di quello che ha trasposto nella sua legge liberticida: sì, alcune parti dell’attivismo e dell’accademia abbracciano forme assai ottuse e controproducenti di *theory* in cui tutte le vacche sononere (e quelle bianche quasi sempre suprematiste), ma un’istituzione che le censura stilando liste orwelliane di temi proibiti commette un atto indiscutibilmente, esponenzialmente peggiore.
Dall’altra parte, il columnist del New York Times Jamelle Bouie è [convinto](https://www.nytimes.com/2023/01/24/opinion/desantis-florida-culture-w.html?ref=culturewars.it) che la sinistra americana debba evitare di cercare di battere il nuovo Trump sul suo terreno:
> Il modo migliore per neutralizzare DeSantis come forza politica potrebbe essere dedicare meno tempo al conflitto culturale e più tempo a sostenere chiaramente che, se gli fosse data la possibilità, taglierebbe ciò che resta della rete di sicurezza e utilizzerebbe i proventi per aiutare i ricchi a rimanere ricchi.
## **Altre news dal fronte**
> appearing non-white gives people power and profit? interesting notion... welcome to the Intellectual Dark Web [https://t.co/O77d2ni66g](https://t.co/O77d2ni66g?ref=culturewars.it)
>
> — Oliver Traldi (@olivertraldi) [January 22, 2023](https://twitter.com/olivertraldi/status/1617234369462079489?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Non ci incartiamo coi «we need to talk about», suvvia (e poi basta, basta, basta con la *cultural appropriation*, intesa come concetto ad cazzum);

- Associated Press bada alle cose importanti, tipo non discriminare [scrivendo «i francesi»](https://twitter.com/APStylebook/status/1618658301750689792?ref=culturewars.it);


> “Obese” is the N word for plus-sized people.
>
> — Dr. Anita B. Etin, PhD 💕 (@DrAnitaBEtin) [January 24, 2023](https://twitter.com/DrAnitaBEtin/status/1617674808539447296?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Benvenuti su Twitter, il posto dove il proclama sentenzioso e pseudo-militante di un account parodistico viene visto da 14 milioni di persone e discusso per giorni interi come se fosse non solo una cosa seria, ma direttamente questione di vita o di morte.
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### La rivolta del fornello
URL: https://www.culturewars.it/cucina-gas-repubblicani/
Last updated: 2023-08-22T21:17:55.000Z
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Ciclicamente la cronaca politico-culturale di questi tempi bizzarri si arricchisce di conflitti che nascono attorno alle cose più impensabili: conservatori convinti di dover [difendere il Natale](https://www.culturewars.it/ue-natale-giuseppe-maria/) dalla correttezza politica; trumpiani incalliti che [contestano Starbucks](https://edition.cnn.com/2016/11/18/living/trump-cup-starbucks/index.html?ref=culturewars.it); progressisti leziosi intenti a fare le pulci a [Pepé la puzzola](https://deadline.com/2021/03/pepe-le-pew-space-jam-2-new-york-times-rape-culture-controversy-1234708688/?ref=culturewars.it); serissimi uomini di governo impegnati a censurare la uhm, *propaganda gender* di [Peppa Pig](https://www.repubblica.it/politica/2022/09/09/news/peppa%5Fpig%5Ffdi%5Frai%5Fepisodio%5Fdue%5Fmamme-364900118/?ref=culturewars.it).
Sempre più temi di attrito da *culture war* finiscono nei nostri feed e sui giornali che leggiamo svogliatamente, e sempre più spesso hanno a che fare con letterali cretinate. E chi siamo noi, dunque, per privarci del piacere di approfondire l’ultimo casus belli proveniente dagli Stati Uniti? Signore e signori, entrino *i fornelli a gas*.
Sì, avete capito bene: i conservatori d’America stanno uscendo di testa per il loro diritto inalienabile a cucinare con quelle simpatiche fiammelle blu. Ma andiamo con ordine: da almeno mezzo secolo gli studi a disposizione dicono che i fornelli non sono proprio un toccasana per la salute. Una [ricerca](https://www.mdpi.com/1660-4601/20/1/75?ref=culturewars.it) recente, in particolare, descrive come le cucine a gas sarebbero dirette responsabili del 13% dei casi di asma infantile diagnosticati negli Stati Uniti; inoltre le loro concentrazioni di [benzene](https://greenreport.it/news/inquinamenti/le-perdite-dalle-stufe-e-gas-possono-creare-concentrazioni-di-benzene-potenzialmente-pericolose/?ref=culturewars.it), una sostanza cancerogena, non lasciano tranquilli. E poi, ovviamente, c’è la questione ambientale: le emissioni di metano che finiscono nell’atmosfera dalle nostre cucine ammontano a più di quanto si pensava, e solo negli Usa hanno un impatto annuale paragonabile alla CO2 prodotta [da 500mila automobili](https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acs.est.1c04707?ref=culturewars.it).
Per tutti questi motivi, alcuni Stati americani stanno correndo ai ripari: in California, la città di [Berkeley](https://www.nytimes.com/2023/01/18/us/gas-stove-debate-california.html?ref=culturewars.it) è stata la prima a rendere le cucine non a gas obbligatorie nella maggior parte delle nuove case ed edifici; poi l’hanno seguita San Francisco, Los Angeles e Sacramento, oltre che New York City. Ma la scintilla si è accesa (ops) lo scorso 9 gennaio, quando Richard Trumka, commissario della Consumer Product Safety Commission, l’agenzia federale deputata alla sicurezza dei prodotti in commercio, ha dichiarato che il suo ente stava considerando di emettere un divieto alla vendita delle cucine a metano, definite «un pericolo nascosto».
Non l’avesse mai detto: i Repubblicani hanno dato di matto, accusando direttamente Biden, la sinistra, *chiunque* di voler mettere le mani sui loro fornelli.
> I’ll NEVER give up my gas stove. If the maniacs in the White House come for my stove, they can pry it from my cold dead hands. COME AND TAKE IT!!
>
> — Ronny Jackson (@RonnyJacksonTX) [January 10, 2023](https://twitter.com/RonnyJacksonTX/status/1612839703018934274?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Questo è un onorevole texano, per capirci. Ma non è l’unico: c’è chi spiega di aver aperto [a casaccio](https://twitter.com/drmistercody/status/1613635701752623104?ref=culturewars.it) 5 fuochi senza dover cucinare come gesto di sfida, *just to own the libs*; Andrew Gruel, uno chef televisivo, ha pensato bene di [legarsi con del nastro adesivo](https://twitter.com/ChefGruel/status/1612598128951296000?ref=culturewars.it) alla sua cucina a gas per protestare contro la proposta di divieto (peraltro già smentita); il governatore della Florida e possibile prossimo presidente degli Stati Uniti Ron DeSantis ha [twittato](https://twitter.com/GovRonDeSantis/status/1613556347488079872?ref=culturewars.it) la [bandiera di Gasden](https://it.wikipedia.org/wiki/Bandiera%5Fdi%5FGadsden?ref=culturewars.it) con una cucina a gas al posto del serpente a sonagli; la senatrice Marsha Blackburn ha [osservato](https://twitter.com/MarshaBlackburn/status/1613964695081189387?ref=culturewars.it) che «un governo che può decidere che fornelli usi è un governo con troppo potere».
La domanda sorge spontanea: che problemi hanno gli americani? In senso lato, si direbbe molti; ma in senso stretto e relativo alle cucine a gas, la questione è anche culturale: l’industria del metano ha un settore di pubbliche relazioni molto efficace, [spiega l’Economist](https://www.economist.com/the-economist-explains/2023/01/17/how-gas-stoves-became-part-of-americas-culture-wars?ref=culturewars.it), l’American Gas Association, che tra le altre cose pubblica [ricette online](https://cookingwithgas.org/make-the-recipes/?ref=culturewars.it). «*Cooking with gas*», lo slogan dell’associazione risalente addirittura agli anni Trenta, «è stato cotto insieme alla psiche americana», scrive il settimanale.
Et voilà, ecco che la propaganda dei conservatori online si è messa a scavare trincee attorno ai fornelli a gas, giurando che la sinistra è pronta a sequestrarli all’americano medio (spoiler: no). Viviamo tempi interessanti, sì.

**#CultureWarsMeets** torna facendo quattro chiacchiere con Bruno Montesano, studioso di politica e società e giornalista che questa settimana ha passato qualche giorno difficile su Twitter per aver scritto questo tweet:
> Elly Schlein rappresenta il tentativo di dare una prospettiva di socialdemocrazia intersezionale al Pd, in cui i diritti non sono gerarchizzabili e la risposta ai limiti del neoliberismo non è un ritorno alla protezione del maschio bianco lavoratore.[https://t.co/JrQl23KPda](https://t.co/JrQl23KPda?ref=culturewars.it)
>
> — Bruno Montesano (@brun\_montesano) [January 14, 2023](https://twitter.com/brun%5Fmontesano/status/1614304568556326912?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
🗣⚔️ ***Bruno, com’è che ti sei trovato, tuo malgrado,* [*main character*](https://knowyourmeme.com/memes/twitters-main-character?ref=culturewars.it) *su Twitter l’altro giorno? E partiamo dall’inizio: cos'è l’intersezionalità? Perché secondo te è importante?***
Ho condiviso l’intervista al manifesto a Elly Schlein definendo la sua proposta politica come di «socialdemocrazia intersezionale». Ha girato molto (250k+ visualizzazioni). Forse perché il tweet è stato commentato da qualche personaggio noto e da alcuni giornalisti apparentemente brillanti. E poi perché sembrava astruso e quindi, chi per divertirsi 5 secondi, chi perché reazionario, commentandolo lo hanno fatto circolare. L’espressione «socialdemocrazia intersezionale» l’avevo già utilizzata a inizio dicembre, in un thread contro l’antisemitismo latente – e spesso patente – di alcune critiche a sinistra a Schlein sul numero di passaporti che ha e il supposto patrimonio che (non) ha. Si può non essere convinti delle proposte di Schlein, ma il contenuto di molti attacchi non è politico, non riguarda il suo grado di anticapitalismo. Per socialdemocrazia intersezionale intendevo, come ho provato a spiegare, che si stratta di una proposta anti-neoliberale che però, invece, che puntare alla restaurazione della protezione keynesiana, mira a estendere i diritti a soggetti precedentemente non garantiti (donne, comunità Lgbt+, minoranze religiose, migranti). L’intersezionalità è un modo di leggere l’intersezione tra varie forme di oppressione. Classicamente razza, sesso, genere e classe. Ma si può guardare in modo intersezionale anche al rapporto tra queste dimensioni e la devastazione ambientale. Il termine ha una genesi contesa e diverse possibili applicazioni, più o meno radicali.
🗣⚔️ ***Faccio ammenda dei miei peccati:* [*io stesso*](https://twitter.com/Davide/status/1614318957900750848?ref=culturewars.it)*, pur senza volerlo, ho contribuito al montare della marea attorno a quel tweet, rispondendogli. Quali sono le risposte che hai ricevuto che reputi più fuori fuoco o direttamente assurde, e secondo te da cosa vengono?***
Quella che mi irrita di più verte sul fatto che l’intersezionalità sia un concetto borghese, da sinistra Ztl: serve, al contrario, a guardare alla classe per quello che è e non in modo astratto e malinconico, retrospettivo. Il 9% della forza lavoro italiana è composto da stranieri, e produce 144 miliardi, il 10% del Pil (dati F. Moressa del 2022). Se possono accedere a fette più o meno ampie di welfare e al voto non è irrilevante. Se sono rappresentati come irrimediabilmente altri e minacciosi, ciò si riflette anche su quanto salario e quanti diritti possono rivendicare dove lavorano. Inoltre, chi lavora non per forza è eterosessuale e le donne, come noto, non sono una minoranza. I diritti riproduttivi hanno una dimensione materiale, contribuiscono a determinare i rapporti di forza sul posto di lavoro e nella società. Di solito, a questo errore prospettico – spesso ammantato del marxismo più triviale che usa la distinzione altrimenti complessa tra struttura e sovrastruttura come una clava – si accompagna la distinzione tra diritti civili e diritti sociali. Schlein, al contrario, propone di non dividerli, come invece buona parte del PD ha fatto in un verso e M5S nell’altro.
Specularmente, l’altra reazione fastidiosa è quella di sorpresa sarcastica da parte di chi sa benissimo di cosa si sta parlando. Così come si tende a negare l’esistenza del neoliberismo, così si fa con l’intersezionalità. Infine, è sciocca la posizione per cui la categoria di intersezionalismo non parlerebbe a chi vive nelle periferie di questo paese o a chi non ha «un’alta cultura». Franco Fortini, alle accuse di parlare complesso, di «non scrivere chiaro», diceva che non c’era alternativa. La chiarezza era rispetto a un contesto dato, di dominio, con una retorica «di regime», ideologica e naturalizzata. Se si voleva pensare e agire contro il presente e contro l’opprimente senso comune prodotto dall’industria culturale non bisognava parlare chiaro. Notava inoltre che spesso chi lamenta la scarsa chiarezza di solito ha capito benissimo ciò che dice di non capire e, paternalisticamente e con fini politici, tenta di squalificare la posizione avversaria relegandola nel cono d’ombra dell’incomprensibilità, o, peggio, dell’astrusità. Lui parlava dei giornali. Qui siamo a una discussione su Twitter.
🗣⚔️ ***In realtà, come sappiamo e come hai spiegato, fuori dai patri confini “intersezionale” non è affatto una sorta di supercazzola prematurata, ma una teoria di scienze sociali dibattuta. Per quale motivo da noi spesso la si liquida in due parole?***
Come sulla cancel culture, in Italia c’è un dibattito molto provinciale e in malafede. Anche chi è esposto a dibattiti stranieri decide di fare polemiche demenziali (vedi la questione del bacio a Biancaneve) su dittature del pol.corr. che non ci sono. Alcuni seguono agende politiche che non esplicitano, altri sono pigri; altri, cinicamente, decidono di titillare gli umori più retrivi del paese, agitando inesistenti minacce totalitarie alla cultura e alla società occidentale.
🗣⚔️ ***Più che il termine in sé, personalmente trovo complicato il significato che gli si attribuisce, specie sui social: cioè – riassumendo in modo giocoforza un po’ grezzo – non la considerazione delle diverse direttrici di oppressione nel considerare le discriminazioni, ma il meccanismo della “patente a punti” che porta l’influencer-portavoce a fare il vigile urbano all’intersezione delle identity politics, decidendo chi passa prima con la sua auctoritas algoritmica. Tu come la vedi?***
La discussione su universalismo e identità è molto complessa e ha una storia lunga. Non apprezzo il proliferare di microsigle identitarie e di pose ricattatorie per cui, in virtù della posizione soggettiva, si ha ragione e monopolio sulla parola. Credo che sia più interessante, denunciato il finto universalismo in cui viviamo che ha escluso e continua ad escludere vari soggetti, cercare di crearne uno concreto. Fare questo però significa prendere sul serio le specifiche condizioni di oppressione sulle linee di genere, sesso, razza e classe – e alle molteplici intersezioni che si determinano. Il rischio è quello di rafforzare queste identità: in un primo momento, ciò è comprensibile. Ma, successivamente, bisogna lavorare per sfumare le categorie e rompere le essenzializzazioni sorte nel primo momento, come sosteneva Frantz Fanon. Per evitare di creare nuove forme di oppressione ed esclusione.
🗣⚔️ ***Secondo te la teoria dell’intersezionalità ha chances di prendere piede nel mainstream progressista in Italia, magari proprio con Elly Schlein?***
Non ho idea delle probabilità possibili. Mi pare tuttavia che nella società si possano rintracciare delle tendenze. Soprattutto, se guardiamo al lessico e alle pratiche di molti movimenti. Penso a Non una di meno, Fridays for future e Extinction Rebellion. Forse nei media digitali, in parte, queste categorie circolano di più. Schlein parla di intersezionalità, non è anticapitalista ma denuncia le diseguaglianze prodotte dal neoliberalismo (che purtroppo esiste, [checchè ne dica Panebianco](https://www.rivistailmulino.it/a/diverso-parere-a-proposito-del-neoliberismo?ref=culturewars.it)). Non è particolarmente radicale ma, contro una destra radicale postfascista come quella italiana e globale, e con un centro così imbelle come quello di Calenda e Renzi, e con un Pd così moderato e incolore – e una sinistra radicale così malmessa – mi sembra una buona proposta politica. È riuscita a coagulare delle forze intorno a sé. Vedremo fino a che punto saprà esserne autonoma.
## **Altre news dal fronte**
- Storia assurda della scrittrice di romanzi rosa che ha finto la sua morte per sfuggire ai social media, [ma cosa cazzo](https://www.nytimes.com/2023/01/16/health/fake-death-romance-novelist-meachen.html?ref=culturewars.it);

- Ovviamente i talebani si stanno [comprando le spunte blu](https://www.bbc.com/news/world-asia-64294613?ref=culturewars.it) su Twitter, perché nulla di questo mondo ha senso;

- Cose che online diventano enormi diatribe metafisiche: chiedere o non [chiedere aiuto col trasloco](https://twitter.com/cathrynlavery/status/1614668597166747649?ref=culturewars.it) agli amici.
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### L’immagine del profeta
URL: https://www.culturewars.it/arte-maometto-universita/
Last updated: 2023-08-22T21:17:35.000Z
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La Hamline University è l’università più antica del Minnesota, fondata nel 1854 da un vescovo metodista nel centro delle Twin Cities, a Saint Paul, al di là del fiume Mississippi che divide la città dalla sua gemella Minneapolis.
Hamline, che è un ateneo privato, da qualche settimana è finita al centro della cronaca nazionale per un caso che riguarda una lezione di storia dell’arte mondiale tenuta lo scorso 6 ottobre da Erika López Prater, una professoressa a contratto, che durante un collegamento online ha mostrato ai suoi studenti questa immagine.

È una miniatura di grande importanza per l’arte: raffigura l’angelo Gabriele che consegna al profeta Maometto le rivelazioni di Allah, e appare in quella che è stata definita la prima storia del mondo, *Jāmiʿ al-tawārīkh* (“Compendio delle cronache”), l’ambiziosa opera risalente al 14esimo secolo dello storico islamico persiano Rashid al-Din.
Tornando ai giorni nostri, però, questa è anche l’immagine per cui López Prater non insegnerà più a Hamline. Per capire perché, bisogna rifarsi a una diatriba millenaria interna al credo islamico: quella sulle immagini che raffigurano Maometto, viste da alcuni credenti come passibili di idolatria, e come tali proibite.
La cronaca del caso, nella sua forma più asciutta, è semplice: per evitare mancanze di rispetto, la docente aveva inserito nel programma del suo corso un c*ontent warning*, come si dice oggi, avvisando gli iscritti che durante le lezioni sarebbero state mostrate immagini di figure sacre, come Maometto e Buddha; poi quel giorno di ottobre, prima di mostrarla, ha ribadito al suo uditorio cosa stava per succedere, in caso qualche studente musulmano preferisse abbandonare temporaneamente l’aula virtuale.
López Prater riferisce che nessuno ha scelto di farsi da parte. Ma dopo la fine della lezione Aram Wedatalla, studentessa sudanese laureanda in economia e presidente della Muslim Student Association dell’ateneo, l’ha contattata per esprimerle il suo disagio. Poi Wedatalla ha scritto anche alla direzione accademica e quattro giorni dopo la docente è stata contattata dalla preside delle facoltà umanistiche, la quale ha paragonato l’inserimento dell’immagine maomettana nel corso all’uso del più famigerato degli epiteti razzisti; due settimane dopo, Hamline aveva tagliato i suoi rapporti con l’esperta di storia dell’arte.
Nel frattempo sono successe cose interessanti: il 7 novembre David Everett, che a Hamline riveste il ruolo di «vicepresidente per l’eccellenza inclusiva», ha inviato un’email a tutto il personale accademico spiegando che quanto successo durante una lezione recente era stato «innegabilmente avventato, irrispettoso e islamofobico» e dando appuntamento a tutti a un «forum sul tema dell’islamofobia» per il successivo 8 dicembre; all’iniziativa ha poi partecipato anche la stessa Wedatalla, che ha descritto in lacrime l’accaduto e ha detto di essersi sentita ostracizzata dalla sua comunità.
Jaylani Hussein, direttore dell’ala minnesotiana del Council on American-Islamic Relations, un gruppo pro-Islam, è salito sul palco dell’evento di riparazione per denunciare un atto che ha «ferito» gli studenti. Mark Berkson, professore di religione a Hamline, è andato controcorrente: ha obiettato alzando la mano dal pubblico che non c’è affatto concordia – nemmeno nel mondo musulmano, né in quello degli storici dell’arte islamica – sul carattere proibito delle rappresentazioni di Maometto (e se è per questo è stato lo stesso vice di Hussein, Edward Ahmed Mitchell, a distinguere tra «non islamico» e «islamofobico»: «Se bevi una birra di fronte a me stai facendo una cosa non islamica, mica islamofobica»). Parlando [al New York Times](https://www.nytimes.com/2023/01/08/us/hamline-university-islam-prophet-muhammad.html?ref=culturewars.it), in un articolo a cui ho largamente attinto fin qui, Berkson ha poi spiegato il motivo del suo intervento:
> Ci è stato chiesto di prendere per buono, senza farci domande, che ciò che la nostra collega ha fatto – insegnare un capolavoro di arte islamica in un corso di storia dell’arte dopo aver dato molteplici avvertimenti – era in qualche modo equivalente al vandalizzare le moschee, alla violenza contro i musulmani e all’incitamento all'odio.
L’aspetto più assurdo della storia è proprio la linea tenuta dai dirigenti della Hamline University: la presidente di Hamline, Fayneese Miller, ha co-firmato una [lettera](https://news.artnet.com/art-world/professor-terminated-art-history-paintings-muhammad-2238922?ref=culturewars.it) al corpo studentesco in cui comunicava che «il rispetto per gli studenti musulmani osservanti in quella classe avrebbe dovuto prendere il posto della libertà accademica», per poi insistere sulla priorità da accordare al non rischiare di offendere le sensibilità degli altri.
Nel caso di Erika López Prater, però, «offendere» era evidentemente l’ultimo degli intenti: ha mostrato arte durante una lezione di arte, facendosi il giusto scrupolo di avvisare per tempo chi avrebbe potuto avere da ridire. Se un’università rimpiazza – per usare i termini della sua dirigente – la libertà pedagogica con la resa a dinamiche settarie irragionevoli e controverse (alcuni esperti di arte islamica [riconducono](https://newlinesmag.com/argument/academic-is-fired-over-a-medieval-painting-of-the-prophet-muhammad/?ref=culturewars.it) il divieto di rappresentare Maometto a recenti forme conservatrici di Islam, e altri musulmani si sono detti [offesi](https://twitter.com/AmnaUncensored/status/1608626004494544899?ref=culturewars.it) dalla censura di Hamline, non dalla professoressa), difficile immaginare che ne verrà fuori qualcosa di buono.
L’Hamline Oracle, il giornale degli studenti dell’ateneo di St. Paul, dopo i fatti aveva inizialmente ospitato un commento del preside della facoltà di religione che criticava la scelta di Hamline, per poi rimuoverlo dal suo sito [spiegando](https://hamlineoracle.com/10776/opinion/staff-ed-journalism-minimizing-harm-and-trauma/?ref=culturewars.it) che uno dei suoi principi cardine è «minimizzare il male» sofferto dagli studenti (la critica è poi [ricomparsa](https://hamlineoracle.com/10740/opinion/commetary-the-debate-over-representations-of-muhammad/?ref=culturewars.it) a un mese dal suo ritiro, quando la storia è diventata materia di scontro nazionale).
Quello dell’*harm* (il male dannoso, appunto) è un tema: cosa non è *harm*, se lo è anche ospitare una discussione sul presunto *harm* causato dalla breve apparizione di una miniatura islamica che celebra Maometto in una lezione universitaria? E come possiamo evitare di fare il male, se anche prendere ogni accortezza per disinnescarlo non basta a non generare vittime?
Un commento fondamentale e centrato sulla vicenda l’ha fatto Todd Green, autore di libri sull’islamofobia (quella vera), che ha detto che lo stallo alla messicana di Hamline – nel frattempo rimasticato dalle onnipresenti propagande dei nostri tempi – è «tragico» nella misura in cui finisce per mettere uno contro l’altro due fronti che dovrebbero essere alleati: l’Islam e coloro che lo studiano e mirano a esorcizzarne la resa stereotipata, intollerante e monodimensionale.
Storie come questa vengono ormai inquadrate di default in narrazioni asfittiche e precotte: «La dittatura del politicamente corretto!»; «le università schiave della *wokeness*!». Eppure io – che ormai un po’ ci ho fatto l’occhio, diciamo – penso che in ballo ci sia molto di più, a partire dalle dinamiche di potere e da ciò che orbita attorno ai diritti del lavoro.
Anche negli Stati Uniti è [in atto da anni](https://www.aaup.org/issues/contingency/background-facts?ref=culturewars.it) una precarizzazione sistematica delle professioni accademiche: significa che tutte le Erika López Prater con contratti a termine si ritrovano in balia di incidenti di percorso come questo, gestiti da capi opportunisti e ignavi come quelli. Come ha commentato un docente di storia della University of Minnesota, David Perry:
> Un’aula è uno spazio teso in cui, se l’insegnamento è buono e pertinente, a volte incontreremo cose che scuotono la nostra visione del mondo. La questione è come reagiscono le persone che detengono il potere in questi momenti.
Non significa che la studentessa abbia “fatto bene” a rendere il suo personale motivo di disagio un’arma contundente, ovvio. Ma ciò che fa uno studente ventenne ha un peso, mentre ciò che decide un amministratore di mezza età ne ha uno diverso: perché i secondi sembrano più ottusi dei primi?
Ci si può legittimamente chiedere come (e dove) si starebbe parlando di questa storia se la studentessa in questione fosse stata una cattolica praticante mortificata da un rimando sessuale in un dipinto classico, certo, ma il nocciolo della vicenda riguarda anzitutto i sistemi di potere e le loro vittime collaterali.
Anche perché, non troppo lontano dal Minnesota, a mettere il bavaglio ai professori e a censurare i corsi sono direttamente le istituzioni: come accade in Florida, dove il probabile candidato repubblicano alla presidenza del 2024 Ron DeSantis ha creato una caccia alle streghe imperniata attorno al suo «Stop Woke Act», un impianto legislativo reazionario che mette de facto fuorilegge anche le più innocue lezioni che gravitano nel campo delle riletture sociali e culturali antirazziste, e che incoraggia attivamente gli studenti a rendersi delatori al servizio dello Stato, il tutto [sulla pelle dei professori senza contratto](https://www.propublica.org/article/desantis-critical-race-theory-florida-college-professors?ref=culturewars.it).
Il «politicamente corretto», si diceva, no? *Well, it’s more complicated than that*.
## **Altre news dal fronte**
- Il dipartimento di scienze sociali della University of Southern California [non userà](https://news.sky.com/story/university-department-removes-the-word-field-over-racist-connotations-12784945?ref=culturewars.it) più la parola *field* («campo», inteso di studi) nella sua comunicazione ufficiale, per via delle possibili «connotazioni razziste» e schiaviste della suddetta;

- Kenneth Roth, che ha diretto l’ong Human Rights Watch per 29 anni, si è visto [negare](https://www.thenation.com/article/society/hrw-harvard-israel-kennedy-school/?ref=culturewars.it) un ruolo al Carr Center for Human Rights Policy di Harvard che gli era già stato offerto: all’università non sono andate giù le critiche della sua ex organizzazione al colonialismo israeliano;

> As a black man and former NFL player I can say this article is absolutely ridiculous.
>
> — Tony Dungy (@TonyDungy) [January 7, 2023](https://twitter.com/TonyDungy/status/1611551363212922881?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- La risposta di Tony Dungy, ex giocatore professionista della Nfl, a una rivista di scienza che da tempo [cerca di farsi bella](https://www.scientificamerican.com/article/damar-hamlins-collapse-highlights-the-violence-black-men-experience-in-football/?utm%5Fterm=Autofeed&utm%5Fmedium=Social&utm%5Fsource=Twitter#Echobox=1673036232) con un *virtue signalling* sperticato.
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### A Natale non rieducare la nonna 🎄
URL: https://www.culturewars.it/contro-la-rieducazione-natalizia-della-nonna/
Last updated: 2023-08-22T21:17:10.000Z
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È tutto pronto: ci sono i bicchieri delle occasioni speciali, i tovaglioli rossi un po’ kitsch, quello zio taciturno che non vedi da due anni perché alla scorsa tornata aveva l’influenza e qualche stuzzichino già pronto sulla tavola.
È Natale, e *a Natale puoi*, recita il celebre adagio pubblicitario. Eppure durante le Feste, quando ci si ritrova fianco a fianco con mamme, papà, fratelli, sorelle, nonni e zii, ci sono anche alcuni “non puoi”: c’è chi “non può” parlare di politica, chi preferirebbe evitare di toccare l’argomento figli, quelli che non si vorrebbero mai trovare a dover spiegare che lavoro fanno, quegli altri – i meno fortunati – a cui capita persino di dover giustificare scelte di vita e relazioni amorose.
La conosci, quella delle famiglie felici che si somigliano tutte, e delle infelici ognuna a modo suo, no? Sì, perché è famosa in quanto scritta da Tolstoj e in quantomolto azzeccata: le Feste per tanti e tante sono una piccola prigione che dura qualche giorno di fastidio e indigestione, ma nei casi peggiori addirittura di abuso o confronto con realtà di provenienza disgraziate.
Da qualche tempo però quello dei pranzi e delle cene coi parenti è diventato un topos socialmediale a sé stante: prova a fermarti a contare quanti post hai letto in questi giorni sul dover condividere un capitone con uno zio che ha votato Meloni, o sul trovarsi ad affrontare un cotechino con lenticchie davanti a un cugino indiscreto che ti chiede quando farai finalmente un figlio. Quanti sono? Inizio a rispondere io: *tantissimi*.
Come detto, di prevaricazioni sulle tavole natalizie ne avvengono per davvero. Ma salvo casi particolari e più che spiacevoli, di norma si tratta di sedersi su una sedia e mangiare, magari chiudendo un orecchio di fronte a qualche sciocchezza legata a opinioni molto discutibili e già note del parentado. Eppure a leggere Twitter e Instagram, ormai, sembra che tornare a casa per Natale equivalga a partire per combattere la più terribile delle guerre.
Mi ha colpito un [post](https://www.facebook.com/thePeriodoff/posts/pfbid0KoKJKTiZHsA8fE2tsLMWhv4tRwRU9CWJfWPUQb9S8CrDMv9sJBqPgmnUCNND1Khvl?%5F%5Fcft%5F%5F[0]=AZVu6bAo3VzjfyPb1oPr0WIkqEnAly%5F4kBWT9gSDWCyC1ZCEOGfJkfbrDDWZR6H4h-8gahlcR8EUrQ959FcYaQz7X9J2mjYC-T0eoHKThVPRUiiydCHwuVd8Pn44BLzVPsUXelf9cNVX63ySFXihDLcBvGTG-x%5Fzo0TUiSX%5FfyZZRuZrwelV8-heZ4fmqXby5FM&%5F%5Ftn%5F%5F=%2CO%2CP-y-R) della newsletter femminista thePeriod che rilancia un gioco inventato dalla suddetta, di per sé anche simpatico: si ottengono punti «affrontando argomenti scomodi (e femministi) con amici e parenti durante le feste». E dunque, tra le altre regole di ingaggio:



Ora: per carità, se vuoi sfidare a duello tua madre sui peli ascellari o far venire un infarto a tua nonna *to make a statement*, io non sono nessuno per farti cambiare idea. Però due cose mi sento di dirtele, e riguardano un approccio diventato riconoscibile: questa discreta tracotanza che vuole piegare con pervicacia ossessiva ogni anfratto del reale alla sua prospettiva elevata, superiore, inattaccabile.
Per cominciare, che tristezza questa grandinata di post pre-natalizi scritti dalla prospettiva dell’eroe che torna al paesello o alla casa genitoriale una volta l’anno in visita evangelica. Che tristezza presentarsi non come il figlio o il nipote da sempre benvoluto e sostenuto che – quando possibile – chiude un occhio di fronte ai difetti e agli anacronismi di ognuno, ma come il missionario mandato dal dio del Giusto per educare dei selvaggi e accompagnarli a una sommaria espiazione dei peccati.
Non è sempre così, ma in tanti casi assai comuni quei «selvaggi» hanno a loro volta tollerato le mancanze e i difetti del rivoluzionario ora inorridito dal dover condividere un’insalatina di rinforzo col loro oscurantismo retrogrado, svezzandolo amorevolmente, e magari gli pagano ancora l’affitto del bilocale a Milano.
Se sedendoti accanto alla cara e mite nonnina che ti ha cresciuto e hai visto l’ultima volta dodici mesi prima riesci soltanto a pensare: «Adesso ti faccio vedere io come si sta a tavola, maledetta *Terf*!», beh, davvero, cerca aiuto. O quantomeno getta lo smartphone nel primo cassonetto che trovi: perché avrai anche una parte di ragione, ma per la parte restante sei terribilmente fuori strada.
Un punto molto importante è che di quel che pensa tua nonna dei peli ascellari e di motti dell’attivismo online come «*trans women are women*» dovrebbe importarti il giusto. E non perché tua nonna meriti uno speciale salvacondotto morale, ma perché il mondo in cui vivi lo stai costruendo *tu* (come lei, a suo tempo, ha costruito il suo).
Se credi di poterne generare uno migliore atteggiandoti a inflessibile sacerdote moralizzatore che lascia da parte l’insalata russa per inchiodare il settantaseienne zio Franco alle sue mancanze, insomma, sai come si dice in questo periodo: tanti auguri!
## **Altre news dal fronte**
> No woke Santa this year :) [pic.twitter.com/NRb8801w78](https://t.co/NRb8801w78?ref=culturewars.it)
>
> — Ryan Walters (@ryanmwalters) [December 22, 2022](https://twitter.com/ryanmwalters/status/1606012500599664640?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- In che senso, scusa? Cosa sarebbe un «*woke Santa*»?

- Molto, molto giusto [ciò che si dice](https://twitter.com/OizaQueensday/status/1605843313642409987?ref=culturewars.it) qui;

- In due parole, perché penso che [questa](https://twitter.com/DM%5FDeluca/status/1604408472673599488?ref=culturewars.it) sia un’opinione fuorviante, spiegato come lo spiegherei a una persona cara: la «minaccia alla correttezza del dibattito pubblico sui social» sono i social stessi, anzitutto (i motivi li hanno ripetuti fior fior di penne, ma la mia preferita è sempre quella di Jaron Lanier nel suo *[Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social](https://www.ilsaggiatore.com/libro/dieci-ragioni-per-cancellare-subito-i-tuoi-account-social/?ref=culturewars.it)*, Il Saggiatore). E poi, a meno di non essere davvero dalla parte di Elon Musk – «parte» che è l’estrema destra, per quanto mi riguarda – in relazione a questi discorsi non si parla affatto di «studenti e persone trans», ma di loro portavoce (spesso autonominati) che orientano il dibattito nella direzione più forzata ed estremizzata, con l’imprescindibile aiuto di algoritmi ed *echo chamber* ad astrarre progressivamente dalla realtà. Non vi è dubbio che Elon Musk in sé sia un problema infinitamente peggiore di tizi ottusi che vivono troppo su Twitter, ma come sempre i problemi non sono mutualmente esclusivi, e inquadrarli solo in questa prospettiva varrà pure qualche like, ma alla fine della fiera rimane un mezzuccio strumentale e adatto al medium che lo ospita.
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### Anno formidabile, quello
URL: https://www.culturewars.it/storie-guerre-culturali-2022/
Last updated: 2023-08-22T21:16:44.000Z
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Mentre ero disattento si è fatto il 16 dicembre, il che significa che il 2022 – il caro, vecchio 2022 – si appresta ad andare in pensione e scomparire dai radar e dai nostri scontrini. Che anno è stato, chiedi? Mah, tirare le somme è sempre complicato, ma di certo sono successe parecchie cose, il mondo è stato sull’orlo dell’Apocalisse 4 o 5 volte – come ormai ogni anno – e io, nel mio piccolo, ho avuto le mie avventure e disavventure.
Più interessante, però, è fare un ricco recap di quel che il 2022 è stato sul fronte di quelle che chiamiamo sbrigativamente “guerre culturali”; un fronte che – questa newsletter, in piccolo, ne è la prova – è letteralmente esploso negli ultimi tempi, e che non finisce di regalarci polemichette, screzi, shitstorm e quant’altro.
E allora niente: eccoti il recap.
## *Gennaio*
Nel primo mese dell’anno, gli Stati Uniti d’America fanno i conti col primo lugubre anniversario dell’assalto al Campidoglio caldeggiato – diciamo così – dall’ex presidente Donald Trump. Joe Biden [parla](https://chicago.suntimes.com/columnists/2022/1/6/22870378/capitol-attack-january-6-anniversary-biden-speech-harris-2020-presidential-election-trump-big-lie?ref=culturewars.it) apertamente di «una battaglia per l’anima americana», mentre i [retroscena](https://abcnews.go.com/Politics/riot-jan-dangerously-close-call-trumps-plot-succeeded/story?id=81858613&ref=culturewars.it) del 6 gennaio precedente mostrano come il tycoon abbia giocato un ruolo centrale nell’aizzare la folla.
*In other news*, la corte di Bristol, in Inghilterra, [archivia](https://www.bbc.com/news/uk-england-bristol-59727161?ref=culturewars.it) ogni accusa nei confronti dei militanti di Black Lives Matter che avevano rimosso e gettato nel porto locale una statua dedicata allo schiavista Edward Colston nel 2020\. Intanto il 10 gennaio quella boccaccia di Papa Francesco fa gli [auguri](https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/january/documents/20220110-corpo-diplomatico.html?ref=culturewars.it) al Corpo diplomatico vaticano con un misurato pippone sulla cancel culture, spiegando che «si va elaborando un pensiero unico – pericoloso – costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee». E a fine mese il consiglio scolastico della contea di McMinn, in Tennessee, [vota](https://www.thecut.com/2022/01/a-tennessee-school-board-voted-to-ban-maus-from-schools.html?ref=culturewars.it) per rimuovere da ogni classe *Maus*, la graphic novel di Art Spiegelman sulla Shoah premiata col Pulitzer.
## *Febbraio*
Nel mese più corto dell’anno scoppia la grande [protesta](https://www.nytimes.com/2022/02/02/arts/music/spotify-earnings-joe-rogan.html?ref=culturewars.it) a suon di hashtag contro Spotify e il suo super-podcast di Joe Rogan, che si è attardato a diffondere un po’ troppe balle sul Covid-19 e non solo, mentre sul palco sanremese del teatro Ariston Checco Zalone viene [accusato](https://www.instagram.com/p/CZfflkTtsdv/?ref=culturewars.it) di transfobia per un suo sketch.
Ma nemmeno si finisce di portare via i fiori, che arriva la famigerata [petizione](https://www.change.org/p/lo-schwa-%C9%99-no-grazie-pro-lingua-nostra?ref=culturewars.it) contro lo schwa di un gruppo di linguisti capeggiato da Massimo Arcangeli. E come non ricordare con una lacrimuccia 🤡 le quasi sempre intelligenti 🤡 [polemiche](https://www.culturewars.it/tolkien-colore-elfi-inclusione/) sul colore della pelle degli elfi del nuovo *Signore degli anelli* di Amazon?
## *Marzo*
La Russia invade l’Ucraina, e allora l’Università Bicocca di Milano [pensa bene](https://twitter.com/nico%5Fmorabito/status/1498763890829766658?ref=culturewars.it) di cancellare un corso dello scrittore Paolo Nori su Dostoevskij «per evitare ogni forma di polemica in un momento di forte tensione». Intanto, un’incredibile attivista asessuale [scompone](https://www.instagram.com/p/CajWRnbM7ra/?ref=culturewars.it) il significato profondamente *afobico* del detto «fate l’amore non fate la guerra» (questa è probabilmente la mia cosa preferita dell’anno, lo ammetto). Poi Will Smith dà una pizza in faccia al collega Chris Rock alla cerimonia degli Oscar, e chissà come la questione diventa [un problema di razzismo](https://www.culturewars.it/will-smith-oscar-schiaffo-razzismo/).
## *Aprile*
Tiene banco la Bibbiano d’America: Ron DeSantis, governatore della Florida e star repubblicana, ha [firmato](https://www.npr.org/2022/03/28/1089221657/dont-say-gay-florida-desantis?ref=culturewars.it) la legge “Don’t Say Gay”, che impedisce alle scuole di trattare temi Lgbt+, mentre la macchina della destra online [rilancia](https://twitter.com/realchrisrufo/status/1510976280577064963?ref=culturewars.it) le accuse di *grooming*, cioè adescamento di minori, ai suoi nemici politici. Intanto Zosia Brom, anarchica polacca, [implora](https://freedomnews.org.uk/2022/03/04/fuck-leftist-westplaining/?ref=culturewars.it) i compagni di smetterla di dividere tutto in pro-Nato e anti-Nato.
## *Maggio*
In Italia è il mese dell’adunata degli alpini, che quest’anno va in scena a Rimini e si porta dietro una mole inusitata di denunce di molestie e polemiche: [forse qualcosa è cambiato](https://www.culturewars.it/adunata-alpini-rimini/). A Buffalo, nello Stato di New York, un diciottenne usa un’arma d’assalto su cui ha inciso frasi razziste per fare una strage in un supermercato frequentato da afroamericani: nel suo delirante “manifesto” ci sono teorie che hanno ripetuto, [identiche](https://www.culturewars.it/strage-buffalo-sostituzione/), anche le più alte cariche del governo italiano in carica.
## *Giugno*
Arriva la sentenza sul processo Johnny Depp-Amber Heard, che ha monopolizzato internet e i discorsi che orbitano attorno alle *culture wars* per almeno tre mesi, e noi ne parliamo [qui](https://www.culturewars.it/processo-depp-heard-me-too/). Intanto al Washington Post succede il finimondo quando una giornalista costruisce una campagna martellante di accuse sulla pubblica piazza per il retweet di una battuta sessista di un collega (di questo, invece, parliamo [qui](https://www.culturewars.it/washington-post-retweet-sonmez/)). Poi la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America smantella la sentenza *Roe vs. Wade*, che dal 1973 garantiva il diritto all’aborto nel Paese ([qui](https://www.culturewars.it/corte-suprema-aborto-donne/)).
## *Luglio*
Fa caldissimo, non piove, eppure sui media nostrani si continua allegramente a [negare](https://www.culturewars.it/negazionismo-climatico/) i cambiamenti climatici. Intanto a Milano il calciatore Tiémoué Bakayoko viene scambiato per uno spacciatore e perquisito senza molta gentilezza dalla polizia, mentre a Minneapolis gli attivisti di BLM [se la prendono](https://www.culturewars.it/razzismo-polizia-bakayoko-sundberg/) con la vicina di Tekle Sundberg, un ragazzo con problemi mentali che le ha sparato in casa.
## *Agosto*
Trent’anni dopo la fatwa, Salman Rushdie viene accoltellato a un evento pubblico nello Stato di New York da un giovanissimo musulmano del New Jersey, che ai tempi della pubblicazione dei *Versi satanici* non era nemmeno nato. Ecco perché la libertà di espressione [è una cosa seria](https://www.culturewars.it/salman-rushdie-liberta-espressione/).
## *Settembre*
Chiude [Kiwi Farms](https://www.culturewars.it/kiwi-farms-forum-ban/), un postaccio dell’internet dedicato a dossieraggi e molestie mirate e spesso razziste. Ma intanto esce una *Sirenetta* con protagonista Halle Bailey, che è nera, e dunque rieccoti 🤡 le quasi sempre intelligenti 🤡 [polemiche](https://www.smh.com.au/culture/movies/notmyariel-why-everyone-is-arguing-about-the-little-mermaid-reboot-20220915-p5bi9k.html?ref=culturewars.it). E, a fine mese, eccoti il governo Meloni: una manna, tipo.
## *Ottobre*
Scoppiano le proteste delle giovani e giovanissime donne in Iran, che ci impongono di [riflettere sul nostro ruolo](https://www.culturewars.it/iran-velo-islamofobia/) di supporter occidentali. Il nuovo presidente del Senato, Ignazio La Russa, vede «cancel culture» nella rimozione di un ritratto [di Benito Mussolini](https://www.lastampa.it/politica/2022/10/18/news/la%5Frichiesta%5Fdi%5Fbersani%5Ffoto%5Fdi%5Fmussolini%5Fal%5Fmise%5Ftogliete%5Fla%5Fmia-12175588/?ref=culturewars.it) (te l’avevo detto che sarebbe stato una manna).
## *Novembre*
Elon Musk si siede sul suo trono di nuovo dominus di Twitter, e si capisce subito come sarà il suo regno: fake news contro esponenti progressisti, vaghe e strumentali promesse di «libertà di espressione», e intanto una spiccata militarizzazione della piattaforma, con richiesta ai dipendenti di dedicarsi a una versione «hardcore» del loro lavoro o venire licenziati in massa (succedono entrambe, ma poco male: forse è [la fine dei social media](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2022/11/twitter-facebook-social-media-decline/672074/?ref=culturewars.it)). Ah, intanto una tizia che ha gettato le caramelle dei figli ad Halloween [diventa un caso nazionale](https://www.culturewars.it/musk-twitter-halloween/) negli Usa, e Balenciaga crea un [grosso casino](https://www.theguardian.com/fashion/2022/nov/29/balenciaga-apologises-for-ads-featuring-bondage-bears-and-child-abuse-papers?ref=culturewars.it) con una campagna pubblicitaria fraintendibile.
## *Dicembre*
Con i Twitter Files, il disegno propagandistico di sòr Elon diventa ancora più chiaro, ma che [qualcosa di opaco](https://www.culturewars.it/twitter-files-hunter-biden/) ci fosse nella gestione della piattaforma è cosa su cui fermarsi a riflettere. Vabbè, ne parleremo a Natale coi parenti, zio Franco saprà che fare.
## **Altre news dal fronte**
> Gotta love all those “anti-colonialism” people celebrating [#Morocco](https://twitter.com/hashtag/Morocco?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [pic.twitter.com/mw4aYpWG4X](https://t.co/mw4aYpWG4X?ref=culturewars.it)
>
> — Cas Mudde (@CasMudde) [December 10, 2022](https://twitter.com/CasMudde/status/1601632667736633345?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Come forse sai, mercoledì sera c’è stata la seconda semifinale dei Mondiali di calcio, Francia-Marocco. Una partita che è stata più di una partita, da molte parti indicata come una guerra dei mondi: colonizzatori contro colonizzati, Europa contro Africa, Occidente contro Sud del mondo. Una lettura che ha un suo perché (in Francia vivono più di un 1 milione e 100mila marocchini, e il Paese africano è stato un protettorato francese per un cinquantennio, fino agli anni Cinquanta), ma che dimentica diversi altri pezzi: per cominciare, come ha [detto](https://twitter.com/casamacombo/status/1601885655847649281?ref=culturewars.it) la scrittrice Igiaba Scego, in entrambe le squadre militano «figli della migrazione». E poi, paradossalmente, anche il Marocco oggi è colpevole di un certo colonialismo: da decenni occupa illegalmente il Sahara occidentale, la vastissima area a sud dei suoi confini che ha ottenuto dalla Spagna, e dove secondo diversi [report](https://wagingnonviolence.org/forusa/2021/01/united-nations-must-hold-vote-self-determination-western-sahara/?ref=culturewars.it) attua politiche di repressione e addirittura una pulizia etnica della popolazione indigena saharawita. Ma anche questa vicenda meriterebbe altre precisazioni: secondo l’autrice Fatima El Mouh, che è di origine saharawita e ho sentito su Instagram, nel Western Sahara «senza dubbio ci sono alcuni che vogliono l’indipendenza, e il Fronte Polisario sta portando avanti questo, dall’altra sono tanti che si sentono marocchini totalmente». Chi ha ragione? Tutti? Nessuno? Nel dubbio, meno certezze e più approfondimenti;

- Maledetti genitori bianchi che [tolgono culturalmente la gioia](https://twitter.com/wickdchiq/status/1600550009195597824?ref=culturewars.it) dai loro bambini! (Nel tweet commentato, ora rimosso perché postato da un account sospeso, c’era un banalissimo video di pochi secondi con bambini – bianchi – [intenti a sorridere](https://twitter.com/BDSixsmith/status/1601092408066052096?ref=culturewars.it) e divertirsi);

- Tornando un attimo al calcio, una domanda molto americana che si è posta il Washington Post: perché Leo Messi quando gioca in nazionale [non ha compagni di squadra neri](https://www.washingtonpost.com/made-by-history/2022/12/08/why-doesnt-argentina-have-more-black-players-world-cup/?ref=culturewars.it)? La risposta breve è che in Argentina ci sono poche persone afroamericane, ed è anche relativamente semplice: l’op-ed del quotidiano statunitense invece ci ha visto molto altro.
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### Perché i Twitter Files sono importanti
URL: https://www.culturewars.it/twitter-files-hunter-biden/
Last updated: 2023-08-22T21:16:17.000Z
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Il giornalista Matt Taibbi ha pubblicato [su Twitter](https://twitter.com/mtaibbi/status/1598822959866683394?ref=culturewars.it) la prima parte dei «Twitter Files», una serie di scambi di messaggi interni all’azienda risalenti al 2020 che mostrano l’iter decisionale che ha portato all’oscuramento sulla piattaforma di un articolo del New York Post sul figlio di Joe Biden. Il nuovo dominus della società Elon Musk ha reclamizzato l’evento come la pistola fumante dei problemi della precedente gestione di Twitter, mentre molti suoi critici, per converso, ci hanno visto niente altro che la normale amministrazione della *content moderation*.
> THE TWITTER FILES:
>
> A half dozen screenshots of content moderation policy executives earnestly debating content moderation policy
>
> — farhad manjoo (@fmanjoo) [December 3, 2022](https://twitter.com/fmanjoo/status/1598844800106565632?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
I fatti: a tre settimane dalle elezioni presidenziali di novembre 2020, la testata turbo-populista newyorkese aveva dato alle stampe una [storia](https://nypost.com/2020/10/14/email-reveals-how-hunter-biden-introduced-ukrainian-biz-man-to-dad/?ref=culturewars.it) su Hunter Biden, secondogenito dell’allora candidato democratico, basata su «un’enorme raccolta di dati recuperati da un computer portatile». In un laptop rinvenuto in un negozio di riparazione del Delaware – lo Stato di residenza della famiglia Biden – e girato al Post da Rudy Giuliani (il geniale architetto della conferenza stampa al [Four Seasons Total Landscaping](https://www.wired.it/lol/2020/11/08/trump-conferenza-stampa-parcheggio-four-seasons/?ref=culturewars.it), ma non divaghiamo), i reporter avevano trovato le prove del passato coinvolgimento di Biden Jr. in una vicenda che riguarda una società energetica in Ucraina, Burisma, dove Hunter lavorava dal 2014 – e per cui ora è oggetto di un’indagine federale – oltre a video espliciti che documentavano le sue dipendenze da sostanze stupefacenti e alcuni incontri sessuali.
A pochi giorni dall’Election Day, per la campagna Biden quell’articolo rappresentava una spada di Damocle: i file interni a cui Taibi ha ottenuto l’accesso da Twitter – per volere personale di Elon Musk, che ha [rilanciato](https://twitter.com/elonmusk/status/1598864377750306816?ref=culturewars.it) la vicenda con grande trasporto – dimostrano proprio che i grand commis democratici hanno contattato privatamente la piattaforma per chiederle di limitare la circolazione della storia.
E Twitter ha detto di sì, all’inizio: la condivisione del link all’articolo del New York Post è stata limitata (in un eccesso di zelo, il team di moderazione dei contenuti ha persino reso impossibile l’invio tramite messaggi privati) e diversi account sono stati sospesi per averlo twittato, compreso quella della portavoce della Casa Bianca Kaleigh McEnany, finché due giorni dopo l’allora Ceo Jack Dorsey ha [cambiato idea](https://www.nytimes.com/2020/10/16/technology/twitter-new-york-post.html?ref=culturewars.it) e chiesto scusa per la decisione.
Ufficialmente, in quelle prime ore Twitter aveva motivato la sua scelta di moderazione rifacendosi alle sue policy sui contenuti «rubati o hackerati»: secondo quanto riportato da Taibbi sulla scorta dei documenti di cui è entrato in possesso, però, all’interno della stessa azienda la motivazione appariva come una foglia di fico, dato che di norma la piattaforma applicava quella regola [in presenza di un hackeraggio confermato](https://twitter.com/mtaibbi/status/1598852182572298241?ref=culturewars.it) dalle autorità.
Curiosamente, diversi soloni d’area (o aspiranti tali) di cui puoi sempre anticipare con precisione millimetrica le prese di posizione hanno ripetuto in coro un’altra esegesi: i tweet rimossi dal team di moderazione della piattaforma su pressione dell’entourage di Biden sarebbero stati «una forma di [revenge porn](https://twitter.com/stevanzetti/status/1598832067684356097?ref=culturewars.it)», e come tali necessitavano di modalità d’azione speciali. Una spiegazione che Twitter non ha mai offerto al pubblico, nemmeno allora, e che suona parecchio come un tentativo di chiudere la questione prima di aprirla.
Beninteso, l’intera operazione dei Twitter Files ha tutta l’aria di essere anzitutto una trovata pubblicitaria orchestrata da Musk per dare risalto e pseudo-solidità alla sua mitopoiesi, secondo cui prima della sua venuta Twitter era un covo di estremisti di sinistra intenti a distruggere il *free speech* (nella [seconda puntata](https://twitter.com/bariweiss/status/1601007575633305600?ref=culturewars.it) della pubblicazione dei file, affidata alla ex giornalista del New York Times Bari Weiss, si documentano gli *shadow ban* ai danni di alcuni profili conservatori). Ma non c’è bisogno di essere *muskofili* come Taibbi o Weiss per accorgersi che qualcosa di cui preoccuparsi, in quei documenti, c’è eccome.
Se anche non concordiamo con le conclusioni del reporter (e il qui presente Piacenza, almeno, non vi concorda di certo), il fatto stesso che la rimozione di contenuti pubblicamente accessibili avvenga nel dietro le quinte di relazioni e interessi politici da ravvivare con un’email è un problema; che persone interne a Twitter e informate dei fatti [non riuscissero a capire](https://twitter.com/mtaibbi/status/1598834882414727168?ref=culturewars.it) le regole che stavano venendo applicate, o perché, è un problema; che lo stesso Dorsey, a quanto si legge, non fosse [informato](https://twitter.com/mtaibbi/status/1598834231794315265?ref=culturewars.it) del caso, è un problema.
Ed è un problema anche maggiore, a monte di tutto il resto, che esistesse (o, chissà, esista ancora) una prassi per cui ai potenti e ai gruppi di pressione sono riservate corsie preferenziali di interazione, da sfruttare per sottoporre richieste di censura e revisione a piattaforme private assurte a gatekeeper della comunicazione pubblica. Le altre vittime di revenge porn – quelle vere, magari – come fanno?
La lezione dei Twitter Files non è che la sinistra censura la libertà di espressione, vuole disfarsi del Primo Emendamento, o chissà quale altra corbelleria propagandistica (richieste del genere, poco sorprendentemente, arrivavano a dozzine anche dal team Trump): è che imprese private a cui abbiamo delegato la possibilità di accedere alle informazioni abdicano senza grande timore al loro ruolo auto-intestato di trasparenti abilitatori di dibattito, perdendo di vista i loro velleitari proclami di neutralità e dimostrandosi placidamente inclini a funzionare con l’antico meccanismo del favore all’amico importante di turno.
Il che mi fa dormire assolutamente sereno, considerando lo spessore e la sincera attitudine democratica degli amici della nuova proprietà di Twitter. Dico bene?
## **Altre news dal fronte**
- Klaus Fiedler, illustre psicologo tedesco e direttore della prestigiosa rivista scientifica Perspectives on Psychological Science, si è dovuto [dimettere](https://freebeacon.com/campus/prestigious-psychology-journal-demands-editor-resign-for-soliciting-criticism-of-black-psychologist/?ref=culturewars.it) dal suo ruolo dopo aver dato spazio sulla rivista a un «dibattito sulla diversità» che criticava il lavoro sulla diversità nella ricerca settoriale di un collega afroamericano di Stanford, Steven Roberts. Roberts [sostiene](https://psyarxiv.com/xk4yu?ref=culturewars.it) che il dibattito sia stato «truccato» ai suoi danni da tre maschi bianchi di mezza età (Fiedler e due colleghi che hanno pubblicato critiche del suo lavoro), mentre secondo Fiedler la vicenda – che ha portato alle sue dimissioni obbligate, dopo una petizione accademica che ha raggiunto le 1300 firme in pochi giorni – è stata volutamente esagerata per creare il caso antirazzista virale;

> Quentin Tarantino: The present age of cinema is, alongside the 80s and 50s, the worst one
>
> Noah Berlatsky: It sounds to me like Tarantino is saying he wants us to go back to the 50s, when women were shut out of Hollywood
>
> Why publish something like this? It's so dishonest [pic.twitter.com/aRP3FHjrH0](https://t.co/aRP3FHjrH0?ref=culturewars.it)
>
> — Jesse Singal (@jessesingal) [November 27, 2022](https://twitter.com/jessesingal/status/1596905950119854081?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Che esista una classe di mandarini dell’impero che prova a usare i discorsi «inclusivi» come volano per le proprie ambizioni, riplasmando agevolmente la realtà a seconda della convenienza del caso, è purtroppo vero: un esempio a caso tra i tanti;

- Il signor Donald Trump – ora ufficialmente un [evasore](https://edition.cnn.com/2022/12/06/politics/trump-organization-fraud-trial-verdict/index.html?ref=culturewars.it) fiscale – ha pensato bene di postare un messaggio sul suo social network Truth Social in cui [auspicava](https://edition.cnn.com/2022/12/03/politics/trump-constitution-truth-social/index.html?ref=culturewars.it) «la sospensione di tutte le norme, i regolamenti e gli articoli legislativi, anche quelli che si trovano nella Costituzione» americana, colpevole di non dare abbastanza sponda alla sua valle di paranoia, abitata da complotti di elezioni rubate. Non ci si crede? E invece dovrai credere anche al fatto che un repubblicano dell’Arizona eletto al Congresso [gli è andato dietro](https://www.huffpost.com/entry/paul-gosar-trump-terminate-constitution%5Fn%5F639107f0e4b0b72f15bfb0b8?d%5Fid=5244798&ncid%5Ftag=tweetlnkushpmg00000016&utm%5Fmedium=Social&utm%5Fsource=Twitter&utm%5Fcampaign=us%5Fpolitics).
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### E non sentirlo 🎂
URL: https://www.culturewars.it/anniversario-musk-balenciaga/
Last updated: 2023-08-22T21:15:50.000Z
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Era il 3 dicembre 2021, e il qui presente Davide Piacenza inviava a poco più di un centinaio di fortunelli la [prima edizione](https://www.culturewars.it/ue-natale-giuseppe-maria/) di questa newsletter, dedicata alla stramba fissazione della destra per un’innocua circolare terminologica dell’Unione Europea. Non si sa come ma da quel giorno sono passati dodici mesi, e i fortunelli sono diventati 1600.
Che dire, se non “grazie, pubblico”? Beh, forse che ho approntato un [sondaggio](https://it.surveymonkey.com/r/K2QWRSD?ref=culturewars.it) per tirare le somme di questo primo anno insieme: spero lo userai per dirmi che ne pensi di Culture Wars, su cosa può migliorare e cosa può fare più spesso (bastano trenta secondi, ho cronometrato).
[](https://it.surveymonkey.com/r/K2QWRSD?ref=culturewars.it)
Intanto, questa settimana mi sono imbattuto nell’ennesima dimostrazione della tossicità di un signore di cinquantuno anni, incidentalmente l’uomo più ricco del mondo: Elon Musk. E poi sono anche rimasto a bocca aperta di fronte a come la pubblicità di un marchio di alta moda ha rilanciato le cattedrali di paranoia più in voga tra i nuovi reazionari digitali. Ma andiamo con ordine: prima Musk.
Intendiamoci, per capire che il miliardario sudafricano non sia in buonissima fede basta dare un’occhiata a quel che posta sulla piattaforma di cui è il nuovo dominus, Twitter: dallo scorso 23 novembre ha [sospeso](https://twitter.com/justin%5Fhart/status/1597456530500354049?ref=culturewars.it) la policy anti-disinformazione a tema Covid del sito; si è attardato in pressoché qualsiasi tipo di trolling per mettersi in mostra, facendo finire [fra i trending topic](https://twitter.com/jsrailton/status/1586723108005842948?ref=culturewars.it) il trumpianissimo soprannome «Chief Twit» a coronamento dei suoi sforzi; e, proprio come Trump, attacca ormai [incessantemente](https://twitter.com/elonmusk/status/1595108806534406144?ref=culturewars.it) tutto ciò che è progressista e in odore di media mainstream.
Un [articolo](https://theintercept.com/2022/11/29/elon-musk-twitter-andy-ngo-antifascist/?ref=culturewars.it) di The Intercept analizza come il nuovo corso di Twitter stia agevolando attivamente l’estrema destra, riammessa sulla piattaforma dopo l’[amnistia](https://www.cnbc.com/2022/11/24/elon-musk-says-twitter-is-granting-amnesty-to-suspended-accounts.html?ref=culturewars.it) voluta da Musk: tra le altre cose il social ha appena sospeso indefinitamente il profilo di Chad Loder, ricercatore di sicurezza e antifascista che col suo lavoro ha portato all’identificazione di un estremista di destra che ha aggredito un poliziotto durante l’assalto al Congresso americano del 6 gennaio 2021.
Loder non è l’unico a cui è toccata questa sorte: dozzine di altri profili di giornalisti e attivisti progressisti sono spariti nel giro di qualche settimana, sfruttando la scomparsa del team di Twitter che – prima di licenziarsi in massa, accusando il nuovo proprietario di gestire l’azienda [in modo dittatoriale](https://news.sky.com/story/twitter-is-not-safer-under-elon-musk-and-he-has-made-alarming-changes-to-site-former-exec-warns-12758375?ref=culturewars.it) – si occupava di evitare quelle che le policy definivano «manipolazioni della piattaforma». Musk stesso, peraltro, non fa mistero di intendersela molto con personaggi e [post](https://twitter.com/mattyglesias/status/1596179552233226241?ref=culturewars.it) dai connotati più che ambigui, che fanno della lotta senza quartiere alla sinistra *woke*, quasi sempre resa il Male assoluto,una ragione sociale.
E pensare che il signor Musk si era presentato – e ancora si presenta, assurdamente – come garante del «*free speech*», e appena un mese fa [prometteva](https://twitter.com/WIRED/status/1586139528389181441?ref=culturewars.it) che Twitter sotto il suo regno avrebbe avuto un «consiglio di moderazione dei contenuti con punti di vista ampiamente diversi», per non scontentare nessuno.
La verità è che della «libertà di espressione» a Musk, Trump e relativi sostenitori non importa granché: la useranno come bandierina fintanto che gli farà comodo (e quando si viene sospesi da una piattaforma che proibisce, seppure in maniera migliorabile, discriminazioni e discorsi d’odio, fa comodo di certo), poi la getteranno via.
Il problema è che, nel frattempo, per tante persone che passano troppo tempo online il concetto stesso diventerà una foglia di fico reazionaria: a che ci serve, questo *free speech*? A permettere a un miliardario di fare comunella coi razzisti?
E ora come ora, come si fa a spiegar loro che la libertà di per sé non è un meme, una *red flag* o il sottoprodotto delle derive del capitalismo digitale, né, come diceva Gaber, «star sopra un albero»: libertà, per l’appunto, «è partecipazione».
Alla festa di compleanno di otto anni del vispo bambino Elon Musk partecipano soltanto i suoi amichetti più stretti, che incidentalmente fanno tutti i ruttini senza mettersi la mano davanti alla bocca e sono dispettosissimi: niente male per la piazza comune digitale su cui, a dire dello stesso festeggiato, si sarebbe dovuto costruire «il futuro della civiltà».
## **Altre news dal fronte**

- Ti invito caldamente a cercare «Balenciaga» [su Twitter](https://twitter.com/search?q=balenciaga&src=typed%5Fquery&ref=culturewars.it) in questo momento: perché non appaiono foto di capi e calzature stravaganti ma discorsi sulla – uh – *pornografia infantile*? È presto detto, e c’entra la fissazione pluridecennale dei reazionari più complottisti per il grande tema del (mai verificato) sfruttamento dei bambini operato da una sinistra malvagia e priva di scrupoli, una grande chiesa cospirazionista che va da Bibbiano al [Pizzagate](https://www.iltascabile.com/societa/un-anno-di-pizzagate/?ref=culturewars.it). Il brand di alta moda ha cercato di fare ciò che cercano di fare tanti poveretti del suo settore, cioè di «osare» sempre e comunque, e «osando» ha diffuso gli scatti di una campagna marketing che raffigurano una bimbetta con in mano un orsacchiotto che veste... sadomaso? Esattamente, *what-the-fuck*. Fatto sta che la destra internazionale ci si è buttata a pesce, e da [Tucker Carlson](https://twitter.com/ColumbiaBugle/status/1594869537144336384?ref=culturewars.it) su Fox News fino ai matti di Twitter (non che fra i due poli intercorra troppa differenza, si intende) troverai centinaia di migliaia di like accordati a [pacatissimi utenti](https://twitter.com/LayahHeilpern/status/1595765362624270336?ref=culturewars.it) secondo cui chi veste Balenciaga «promuove la pornografia infantile e va cancellato». E meno male che a «cancellare» erano quegli altri. Io, in ogni caso, per fortuna sono troppo squattrinato per promuovere alcunché;

- C’è la Wellcome Collection di Londra che ha vinto il Wokolino d’Oro (premio la cui esistenza ho appena inventato per il tuo sollazzo) con un [thread](https://twitter.com/ExploreWellcome/status/1596091202381975552?ref=culturewars.it) spiazzante che, in mezzo ad alcune riflessioni legittime, sostanzialmente dice che un museo è intrinsecamente razzista (ma anche cose più [lunari](https://twitter.com/s8mb/status/1596880839711002630?ref=culturewars.it));

- L’impero romano? Mai esistito: è stato un’appropriazione culturale dei popoli indigeni europei orchestrata dalla Chiesa, almeno [secondo questa qui](https://twitter.com/MildlyAmused/status/1594036375178944520?ref=culturewars.it).
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### I Mondiali degli altri
URL: https://www.culturewars.it/mondiali-qatar-proteste/
Last updated: 2023-01-19T21:28:21.000Z
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E dunque sono iniziati i Mondiali di calcio, che a questo giro sono in Qatar, un Paese ospitante in cui nell’ultimo decennio sono morti diversi lavoratori – in grande maggioranza migranti: la stima precisa è [oggetto di discussione](https://www.dw.com/en/fact-check-how-many-people-have-died-for-the-qatar-world-cup/a-63763713?ref=culturewars.it), ma si parla di migliaia di vittime – impegnati nella costruzione delle infrastrutture per l’evento, e che negli ultimi giorni è stato ampiamente criticato per la sua [nota discriminazione](https://www.amnesty.org/en/location/middle-east-and-north-africa/qatar/report-qatar/?ref=culturewars.it) sistematica di donne, omosessuali e altre minoranze.
Se anche il calcio non dovesse essere la tua *cup of tea –* e dunque non fossi d’accordo col caro vecchio George Bernard Shaw, quando sosteneva che questo sport è l’arte di comprimere la storia universale in 90 minuti – nel campionato del mondo del Qatar ci sono in ballo molte altre cose: il nostro rapporto con culture a noi distanti per valori e per priorità, i [rapporti economici](https://twitter.com/leonardocarella/status/1594392531827331072?ref=culturewars.it) di potenze non democratiche con le istituzioni internazionali, e persino la nostra stessa prospettiva sul mondo.
[Qualcuno](https://twitter.com/SocDoneLeft/status/1594457862914424834?ref=culturewars.it) ha parlato di critiche agli emiri motivate da «islamofobia»; [diversi](https://twitter.com/bruce%5Farthur/status/1595327673647210496?ref=culturewars.it) hanno offerto accostamenti bislacchi ma molto pensosamente autocritici tra democrazia occidentale e autoritarismo qatarino; si è fatto [humor assai nero](https://twitter.com/lastpositivist/status/1594424972969140224?ref=culturewars.it) sul Qatar che fa «*cultural appropriation* della schiavitù dall’Occidente». Il presidente della FIFA, Gianni Infantino, ha provato ad arginare le polemiche spiegando nella conferenza stampa della vigilia che «l’Europa dovrebbe scusarsi 3000 anni per ciò che ha fatto» prima di obiettare sull’operato altrui (e a me sono subito venuti in mente quelli che, alla notizia della barbara uccisione della povera Saman Abbas, la diciottenne pachistana assassinata dalla sua famiglia a Novellara, Reggio Emilia, per aver rifiutato un matrimonio combinato, hanno commentato che anche in Italia il delitto d’onore è rimasto in vigore fino al 1981: risolviamola con un pari e patta di orrore retrogrado, ma sì).
Siccome si parla di calcio, ho chiesto aiuto a un esperto: il buon Giuseppe Pastore, anche noto come [@gippu1](https://twitter.com/gippu1?ref=culturewars.it), penna raffinata e giornalista sportivo dal ricco e meritato seguito (oltre che un caro amico, detto per full disclaimer). È la nuova puntata di un format di tête-à-tête che ultimamente era un po’ sparito dai radar di questa newsletter e torna a fare capolino con vivo piacere, **#CultureWarsMeets**.

🗣⚔️ ***Caro Giuseppe, sei senz’altro la persona giusta a cui chiedere che Mondiale è questo, e perché è così diverso.***
È diverso perché è storto, anzitutto dal punto di vista dello spazio-tempo: a novembre, nel pieno della stagione dei grandi campionati europei, o come si dice banalmente “d’inverno” (che poi è autunno, visto che finisce il 18 dicembre). Ignorando che sono 92 anni che argentini, brasiliani e uruguayani giocano il Mondiale nel loro inverno australe, ma vabbè: è uno dei tanti indizi della superiorità morale calcistica che l’Occidente ha dato a se stesso. E poi, ovviamente, è diverso per tante altre ragioni molto più serie, tuttavia nessuna delle quali una primizia nella controversa storia dei Mondiali di calcio.
🗣⚔️ **Ecco, hai lambito argomenti che da queste parti sono più popolari della pizza Margherita: l’Occidente, la sua presunta superiorità morale e via discorrendo. A pensarci bene, questi Mondiali sono diversi perché mai così “diverso” è stato il set di valori del Paese ospitante rispetto a quelli in voga nel mainstream occidentale. Mi sono imbattuto in uno dei tanti esempi virali di tifoso arrivato a Doha con una maglietta con l’arcobaleno che è stato* [*costretto a togliersela*](https://twitter.com/GrantWahl/status/1594721724746338305?ref=culturewars.it) *prima di entrare allo stadio, e della pronta risposta di un qatarino che si diceva* [*«orgoglioso»*](https://twitter.com/binnahar85/status/1594764842220617728?ref=culturewars.it) *di quella censura («esistono culture con valori diversi che devono essere ugualmente rispettate»). Ma se ogni approccio va «rispettato» a prescindere – magari perché ha versato generosi flussi di denaro nelle casse di un’istituzione come la FIFA, volendo malignare – come si fa a tracciare una linea tra l’accettabile e l’inaccettabile?**
Partiamo dall’inizio: il Qatar ha comprato questo Mondiale, ha comprato i delegati FIFA preposti all’assegnazione, ha comprato i voti dell’UEFA stringendo accordi economici con la Francia i cui effetti si vedono ancora adesso. L’Occidente che alza la voce e strepita di diritti violati non s’è fatto il minimo problema, allora come oggi. Se basta la minaccia di un cartellino giallo a indurre 6 capitani europei su 7 (Galles, Belgio, Inghilterra, Olanda, Svizzera e Danimarca) a fare un passo indietro sulla fascia di capitano arcobaleno, come si possono prendere seriamente tutti questi discorsi? Il coraggio dell’Iran che rimane in silenzio sull’inno nazionale è un pugno nello stomaco dell’Europa, e ne sottolinea l’ormai inguaribile subalternità a culture se vogliamo più violente e sfacciate, ma anche molto più convinte di sé. Poi c’è il capitolo Germania, che almeno ha mandato un segnale e si è mossa compatta portando in Qatar anche il ministro dell’Interno: per antiche attitudini e modernità, mi pare l’unico Paese all’altezza del ruolo di faro sui diritti civili.
🗣⚔️ **Questo è un punto interessante, e che merita un piccolo approfondimento: cosa intendi per «questi discorsi», volendo essere più precisi? Perché una cosa su cui insistiamo molto su questa newsletter è come certi marker identitari e politici, se resi una mostrina da esporre sui social media e* [*appropriati dalle logiche del marketing*](https://www.culturewars.it/rainbow-washing-pride-aziende/)*, rischiano di condurre a battaglie di facciata, che crollano come castelli di carte al primo alito di vento. È il caso delle nazionali che hai citato?**
Hanno parlato molto, tutti i capitani: Kane, Kjaer, van Dijk, Vertonghen… solo il francese Lloris è stato più prudente, forse perché istruito un po’ diversamente dalle sue autorità. Ma hanno fatto poco, molto poco, alla resa dei conti. Non è una grande metafora del mondo-social in cui siamo sprofondati noi occidentali? Grandi proclami, post impeccabili, campagne molto *catchy*, poi la realtà è sempre un po’ più complessa. Siamo deboli, poco credibili e questo ci espone alla protervia di un Qatar, che a questo punto si sente libero di cambiare a suo piacimento le carte in tavola (vedi il dietro-front sulla birra, che ha fatto infuriare la Budweiser) a due giorni dall’inizio del Mondiale: tanto, se la risposta del “mondo civile” è così tenera…
🗣⚔️ ***Sì, e in questo senso mi sembrano tristemente significative anche le parole della conferenza stampa di Gianni Infantino, già assurte al canone del grottesco: se è vero che «per quello che noi europei abbiamo commesso negli ultimi 3.000 anni dovremmo scusarci almeno per i prossimi 3.000 anni» è anche vero che, se la matematica non mi fa difetto, 6.000 anni gettati alle ortiche iniziano a essere tantini, e quindi forse sarebbe meglio iniziare un po’ prima a «dare lezioni», almeno quando in ballo ci sono migliaia di morti innocenti. Te la butto lì: non è che coi Mondiali del Qatar il movimento-calcio si è scoperto meno multiculturale, ma paradossalmente anche meno “forte” di quanto credeva (e voleva convincerci) di essere?***
No, è secondo me più una nostra percezione fallace, quella di considerare «calcio» solo la nostra parte di mondo. Solo 7 Nazionali su 32 hanno pensato di sollevare il tema dei diritti civili (nascondendolo poi in larga parte sotto il tappeto alla minaccia di un cartellino giallo, come abbiamo visto). Sette su 32 è poco più del 20%: non è nemmeno tutta l’Europa, visto che all’appello mancano i Paesi dell’Est e anche nazioni come Spagna o Portogallo, dove il tema non è evidentemente così sentito. Lasciando perdere l’enormità del continente americano, mancano tutta l’Asia e l’Africa, che insieme sommano oltre tre miliardi di terrestri ugualmente appartenenti e appassionati al movimento-calcio quanto noi occidentali. Più multiculturali di così!
🗣⚔️ ***Quindi tu dici, correggimi se sbaglio: se la maggior parte del mondo non tiene a certe buone cause per noi (almeno apparentemente) imprescindibili, non è detto che su quelle buone cause si misuri la “forza”, almeno culturale, del movimento. Ma se è vero questo, allora anche le varie campagne sul «No to racism» e i codici di comportamento FIFA sono poco più che neve al Sole, e quella dello sport motore di rispetto e inclusione ne esce come una specie di leggenda metropolitana.***
Ancora una volta, ci stiamo facendo tradire dalla nostra percezione del mondo. Noi occidentali possiamo fare tutte le campagne che vogliamo su inclusione, rispetto, no al razzismo, no al sessismo, no al cyber-bullismo, e come si fa a non essere d’accordo? Ma poi c’è un’altra parte di mondo che organizza una cerimonia d’apertura di un Mondiale e in oltre mezz’ora non inquadra nemmeno una donna. Da occidentali naturalmente siamo lontani mille miglia da questa visione del mondo, ma non possiamo negare che esista. Un pregio perverso di Qatar 2022 è portare alla luce del sole queste profonde differenze culturali, che per certi versi sono anche affascinanti nella loro programmatica incompatibilità: differenze e punti critici che ovviamente erano ben presenti a quelli che hanno venduto il Mondiale al Qatar nel dicembre 2010, e che non li ha minimamente impensieriti. Va anche detto che ovviamente esistono Paesi musulmani molto più tolleranti del Qatar, e naturalmente anche molto meno ricchi – chissà se le due cose sono collegate.
🗣⚔️ ***Va bene, va bene, adesso, per citare il signor Wolf, basta farci le culture wars a vicenda: chiudiamo parlando un po’ di calcio giocato, come si diceva una volta. Quali nazionali dovremmo tenere d’occhio, e alla fine secondo te chi la spunterà (e, volendo allargarci, perché)?***
Il Brasile e la Francia sembrano avere qualcosa in più della concorrenza, soprattutto per ricchezza e profondità della rosa; è anche vero che in un Mondiale di sette partite chi parte forte quasi mai arriva a dama. Potrebbe essere un torneo deciso dal genio tattico di un allenatore: da questo punto di vista occhio all’Olanda di Van Gaal e soprattutto alla Spagna di Luis Enrique, due allenatori che hanno anche vinto la Champions League con i club e, rispetto agli altri colleghi, possono trovare più facilmente la chiave per eventuali correzioni in corsa.
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### Cambiare il mondo senza Twitter
URL: https://www.culturewars.it/twitter-social-media-attivismo/
Last updated: 2023-08-22T21:15:04.000Z
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Il reporter esperto di cultura internet Ryan Broderick ha dedicato l’[ultima puntata](https://www.garbageday.email/p/one-giant-slow-motion-fail-whale?ref=culturewars.it) della sua newsletter, Garbage Day, alla conquista di Twitter di Elon Musk. Nel suo articolo, una lunga disamina di quelli che l’autore vede come i meriti della piattaforma nell’aver generato, più di ogni altra, un «*global social internet*», Broderick arriva al centro del suo ragionamento scrivendo questo paragrafo:
> La narrazione in questo momento è che l'egomania di Musk lo ha spinto ad acquistare e inevitabilmente rovinare Twitter perché sperava di trasformarlo in X, il suo clone totalitario di una «app per tutto» à la WeChat. Ma ce n’è un’altra, più semplice. Un uomo cresciuto nel Sudafrica dell’apartheid, la cui famiglia possedeva una miniera di diamanti \[...\] ha comprato un’app costruita da attivisti e afroamericani, a cui il Sud globale riconosce il ruolo di prezioso strumento democratico, e che è utilizzata dai giornalisti di tutto il mondo come fonte di informazioni libera e aperta, e ha cercato di trasformarla nel suo country club personale.
Stimo l’autore di queste righe, e sono stato iscritto alla sua newsletter per anni, però questa uscita mi ha fatto alzare un sopracciglio.
Non perché la conclusione del discorso sia sbagliata, anzi: Musk, per quanto si è visto fin qui, vuole *davvero* rendere Twitter la sua stanza dei balocchi, dove può [licenziare in tronco con un’email](https://twitter.com/CaseyNewton/status/1592539948745650176?ref=culturewars.it) chi lo critica, per giunta riuscendo a rimanere serio mentre invoca la «libertà di espressione». Ed è probabile che la sua mentalità possa essere accostata a quella di un «colonialista», per citare ancora Broderick, anche se a me sembra piuttosto il prodotto deteriore di un capitalismo iperlibertario che si è sviluppato nel luogo più «anticoloniale» del mondo: la Silicon Valley.
A farmi storcere il naso, semmai, è la resa di Twitter che esce dalla sua invettiva: un luogo con le sue pecche, certo, ma fondamentale per l’attivismo e i diritti delle minoranze. È l’ennesima riproposizione di una domanda che sembra già vecchia come il mondo, ma ha soltanto un decennio: i social media sono adatti all’attivismo?
La questione è complicata: dovendola riassumere, si può dire che chi risponde più convintamente “sì” è convinto che le piattaforme abbiano saputo organizzare efficacemente le voci di minoranze e categorie oppresse, ottenendo risultati tangibili che hanno migliorato la vita delle persone, mentre chi propende per il “no” è più propenso a ritenere che gli hashtag e i trending topic non siano una forma efficace di lotta politica.
E quindi, “sì” oppure “no”? Di certo c'è che il social dell’uccellino blu è stato – ed è ancora, in parte – la casa del Black Twitter, un’unione informale di persone di origine afroamericana che negli anni ha usato la piattaforma per discutere e diffondere temi di interesse per la popolazione nera (qui, en passant, si ritiene sia nata la pratica primigenia del *call out*, cioè la denuncia pubblica sul web dei casi di razzismo e discriminazioni, quella che nel 2014 ha portato l’America a parlare dell’assassinio di Mike Brown a Ferguson, in Missouri, e ha creato la base per movimenti di innegabile popolarità come Black Lives Matter).
Meredith Clark, una ricercatrice e studiosa del Black Twitter secondo cui la piattaforma digitale garantisce una forma di attivismo efficace, ha recentemente [detto](https://www.npr.org/2022/11/12/1136312108/what-happens-to-black-twitter-under-musk?ref=culturewars.it) che nelle comunità nere che frequenta molti stanno lasciando Twitter, ma altri sono decisi a rimanere.
> Vedo persone che dicono, no, rimaniamo. Puntiamo i piedi. Siamo la storia di questa piattaforma. Abbiamo contribuito così tanto, l’abbiamo resa preziosa nel modo in cui lo è oggi. L'abbiamo resa una risorsa. Quindi no, non andremo da nessuna parte.
È indubbio, peraltro, che anche in altri casi celebri l’attivismo sui social ha avuto effetti concreti: il più citato è quello delle Primavere Arabe del 2010-11, dove Twitter ha giocato un ruolo formidabile da strumento di organizzazione delle rivolte, ma ci sono anche il #MeToo e, in misura minore, l’organizzazione della Women’s March, la grande manifestazione in risposta all’Inauguration di Donald Trump, entrambi risalenti al 2017.
In un certo senso e determinate incarnazioni, quindi, Twitter è stato *davvero* un centro di attivismo. Ma siamo sicuri che sia stato l’attivismo a «costruirlo» e renderlo ciò che è oggi, come suggerisce Broderick? Scostando la patina di engagement socialmediale e gli annessi cicli mediatici, i contorni si fanno più sfumati: il #MeToo, come movimento, è nato un decennio prima della sua popolarizzazione algoritmica del 2017, e per alcuni [commentatori](https://www.vox.com/2017/10/28/16563668/me-too-tarana-burke-harvey-weinstein-harassment-assault?ref=culturewars.it) non ha dato il giusto spazio alla sua fondatrice originale, l’afroamericana Tarana Burke, mettendo sul piedistallo anzitutto le esperienze di un gruppo ristretto di attrici bianche di Hollywood; le Primavere Arabe dieci anni dopo sono state [cancellate](https://foreignpolicy.com/2020/12/17/arab-spring-dignity-is-real-so-is-arab-failure/?ref=culturewars.it) dai ritorni all’autoritarismo dei Paesi dove erano fiorite; la Women’s March, oggi, offre sui suoi profili più che altro occasioni di [mesto ludibrio](https://twitter.com/womensmarch/status/1463229266976464912?ref=culturewars.it).
Se l’attivismo ha «costruito» Twitter, deve aver seguito un progetto bizzarro: la firma dell’Atlantic Ian Bogost ha [sottolineato](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2022/11/twitter-facebook-social-media-decline/672074/?ref=culturewars.it) come i social media nella loro forma odierna – di cui Twitter è l’indiscusso capostipite – forniscono all’utenza l’esatto opposto dei requisiti di base per una comunicazione e persuasione sociale propriamente dette, l’architrave su cui poggia qualsiasi lotta politica. Si predica solo ai convertiti, mentre ineffabili algoritmi ci portano a cercare l’engagement a qualsiasi costo, a discapito dell’ascolto reciproco.
> Dalla richiesta di recensire ogni prodotto che acquisti alla convinzione che ogni tuo tweet o immagine su Instagram meriti “mi piace”, commenti o follower, i social media hanno prodotto una resa assolutamente instabile e sociopatica della socialità umana.
Ma più ancora, a convincermi del fatto che i social media non sono fatti a immagine e somiglianza dei movimenti c’è il loro grado intrinseco di rappresentatività. Spesso si dice che Twitter ha permesso di «passare il microfono» a segmenti della società marginalizzati e oppressi: ma questi ultimi sono davvero su Twitter a indirizzare le conversazioni?
È il nocciolo di un argomento affascinante presentato dal filosofo nigeriano-americano Olúfẹ́mi O. Táíwò. In buona sostanza, gli appartenenti a una minoranza che sono più attivi su Twitter sono inadatti a rappresentarla in toto.
«Da un punto di vista sociale, i “più colpiti” dalle ingiustizie sociali che associamo a identità politicamente rilevanti come genere, classe, razza e nazionalità hanno una probabilità sproporzionata di trovarsi in carcere e sottoccupati, o di far parte del 44% della popolazione mondiale senza accesso a Internet – e quindi tanto di essere lasciati fuori dalle stanze del potere, quanto di venire ignorati dalle persone che le abitano», ha scritto Taiwo in un suo interessante [saggio](https://www.thephilosopher1923.org/post/being-in-the-room-privilege-elite-capture-and-epistemic-deference?ref=culturewars.it). Il solo far parte di un gruppo di pressione attivo su Twitter, in questo senso, porrebbe i portavoce in una dimensione intimamente diversa da quella di chi vorrebbero rappresentare.
Non solo: un rilevamento dell’ente statistico americano per eccellenza, il Pew Research, nel 2019 ha [trovato](https://www.pewinternet.org/2019/04/24/sizing-up-twitter-users?ref=culturewars.it) che l’utenza dell’uccellino blu è statisticamente molto più giovane, benestante e istruita della popolazione statunitense più ampia. Il che non è certo una colpa, ma costringe i *Twitter-addicted* a muoversi in una realtà parallela fatta di bolle non comunicanti e polarizzanti, che distorcono ciò che dicono e giocano con la loro psiche. E con che coraggio si può pensare seriamente che un meccanismo del genere sia la quintessenza dell’«attivismo», tanto da renderlo un suo sinonimo?
## **Altre news dal fronte**
- Il New York Times ha pubblicato un nuovo [capitolo](https://www.nytimes.com/2022/11/14/health/puberty-blockers-transgender.html?ref=culturewars.it) della sua serie di inchieste su uno dei temi al centro del dibattito socio-culturale degli Stati Uniti: i farmaci bloccanti della pubertà per minori transgender e i loro effetti a lungo termine;

- «Non sono razzista, ho [un cane nero](https://twitter.com/Sleazebuster/status/1592665330815766530?ref=culturewars.it)»;

> Omg I just realized a lot of people on twitter have me blocked because they think I mean Colorist (racist) and not Colorist (a person employed to color comics)
>
> — Marissa Louise (@marissadraws) [November 15, 2022](https://twitter.com/marissadraws/status/1592593802187116545?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Un posto perfetto per l’attivismo, dicevamo.
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### Guerre di metà mandato
URL: https://www.culturewars.it/midterm-desantis-cultura/
Last updated: 2023-08-22T21:14:23.000Z
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Negli Stati Uniti si contano ancora i voti delle elezioni di Midterm, così chiamate perché arrivano alla metà esatta del *term* del presidente in carica. Riassunto veloce, per chi magari non mastica molta politica americana: si temeva che per i Democratici – complici l’alta inflazione e un presidente attualmente non popolarissimo: due terzi degli elettori non vogliono che Joe Biden si ricandidi, anche se lui al momento [pare fregarsene](https://time.com/6232089/joe-biden-2024/?ref=culturewars.it) – potesse andare molto male, ma la cosiddetta *onda rossa* (cioè il trionfo dei Repubblicani) non c’è stata.
Il nuovo assetto del Congresso non sarà chiaro ancora per settimane: al Senato – dove attualmente la composizione è divisa in uno stallo di 50 senatori Democratici e 50 Repubblicani – la partita si deciderà in Nevada, Arizona e Georgia, Stati dove i contendenti sono vicinissimi, mentre alla Camera i Repubblicani dovrebbero strappare una ristretta maggioranza, dopo aver ottenuto buonissimi risultati in Florida e nello Stato di New York.
Perché parliamo di elezioni in una newsletter che si chiama Culture Wars? Ah, è semplice: perché è stata la tornata elettorale più improntata alle guerre culturali dei tempi recenti, e una a cui dobbiamo guardare per capire come si strutturerà la politica americana (e, di riflesso, internazionale) nei prossimi tempi.
Per cominciare, il personaggio della destra statunitense uscito più rafforzato dalle Midterm si chiama Ron DeSantis, è stato largamente rieletto governatore della Florida, come il nome tradisce ha origini italiane, e soprattutto pesca a piene mani dal repertorio delle *culture wars*: voglio dire, è il politico che ha coniato una legge ribattezzata nientemeno che [Stop Woke Act](https://abcnews.go.com/Politics/florida-gov-ron-desantis-anti-critical-race-theory/story?id=85555497&ref=culturewars.it), che da luglio proibisce l’insegnamento di ciò che, con una definizione volutamente fumosa e fuorviante, definisce *critical race theory*:di per sé il termine indicherebbe un insieme di teorie accademiche post-moderniste volte a decostruire la matrice razzista che si ritiene annidata in molti aspetti della vita sociale americana, ma la legge si estende a prendere di mira qualsiasi tentativo di educare alla diversità e alla storia dell’antirazzismo.
Non solo: DeSantis – il quale verosimilmente si candiderà alle elezioni per la Casa Bianca del 2024; e Donald Trump temendo il suo consenso l’ha già [minacciato](https://www.nytimes.com/2022/11/08/us/politics/trump-desantis-2024.html?ref=culturewars.it), consigliandogli di non farlo – si è ripetutamente opposto al parere delle autorità sanitarie durante la pandemia di Covid-19, firmando leggi contro l’obbligo di vaccinazione dei [lavoratori](https://edition.cnn.com/2021/11/18/politics/desantis-florida-covid-mandates/index.html?ref=culturewars.it) e mettendo in dubbio l’efficacia dei [vaccini](https://www.governing.com/now/gov-ron-desantis-doesnt-always-tell-the-full-covid-story?ref=culturewars.it) (scelte che, purtroppo, [hanno pagato](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/11/desantiss-covid-gamble-paid-off/672063/?ref=culturewars.it)); si è fatto promotore della legge cosiddetta [*Don’t Say Gay*](https://www.npr.org/2022/03/28/1089221657/dont-say-gay-florida-desantis?ref=culturewars.it), che proibisce e limita la discussione di temi che hanno a che fare con l’identità di genere e l’orientamento sessuale nelle scuole della Florida; si è persino avventurato in un [lungo contenzioso](https://www.businessinsider.com/desantis-says-he-told-disney-to-stay-out-of-dont-say-gay-fight-2022-6?r=US&IR=T&ref=culturewars.it) con Disney World, l’enorme parco divertimenti della zona di Orlando, dopo che la società di intrattenimento aveva criticato pubblicamente il suo operato: DeSantis gli ha tolto i benefit fiscali di cui godeva; in uno spot elettorale del 2018 insegnava alla figlioletta di pochi anni a [«costruire il muro»](https://www.washingtonpost.com/news/powerpost/wp/2018/07/30/build-the-wall-florida-gubernatorial-candidate-tells-his-young-daughter-in-campaign-ad/?ref=culturewars.it) coi mattoncini per bambini.
Ma DeSantis non è l’unico tema riconducibile al filone degli scontri culturali – né, in realtà, il primo. Sì, ci sarebbe il candidato dell’Ohio al Congresso che ha dichiarato i suoi [pronomi](https://www.reddit.com/r/worldnewsvideo/comments/xh1k0x/majewski%5Fmy%5Fpronouns%5Fare%5Fpatriot%5Fass%5Fkicker%5Fi%5Fgot/?ref=culturewars.it) inclusivi: «*Patriot*» e «*ass-kicker*». Ma questo è folklore: al centro della contesa, in moltissimi Stati, c’è stato l’aborto, che dopo la storica e preoccupante sentenza della Corte suprema che ha smantellato *[Roe vs. Wade](https://www.culturewars.it/corte-suprema-aborto-donne/)*, l’architrave del diritto all’interruzione di gravidanza in America, è diventato un problema centrale. Ora, personalmente mi sento un po’ a disagio nel mettere un tema che riguarda la salute e il corpo delle donne nelle *culture wars*, ma è indubbio che ha avuto un grande peso: in tre Stati – California, Vermont e Michigan – gli elettori oltre che per il Congresso hanno votato per l’inserimento del diritto all’aborto nelle rispettive costituzioni, e il New York Times ha [scritto](https://www.nytimes.com/2022/11/10/us/politics/abortion-midterm-elections-democrats-republicans.html?ref=culturewars.it) che le campagne dei Democratici incentrate sul diritto ad abortire hanno avuto successo, portando la sinistra a raccogliere più voti di quelli immaginati dalle previsioni.
C’è stato, poi, un grande dato inerente al voto generazionale: il [63% dei voti](https://twitter.com/AntonioArellano/status/1590203749112639488?ref=culturewars.it) per la Camera dei rappresentanti della fascia d’età 18-29 anni è andato ai Democratici (contro il 35% ai Repubblicani), mentre il [70% dei loro coetanei](https://twitter.com/CivicYouth/status/1590320802263695364?ref=culturewars.it) in Pennsylvania ha portato al Senato John Fetterman, in una delle corse più in bilico e importanti di queste elezioni. Numeri ancora più interessanti, se si considera che quella dei più giovani è risultata [l’unica fascia d’età](https://twitter.com/CivicYouth/status/1590161449594540032?ref=culturewars.it) a preferire la sinistra alla destra.
Le questioni che ruotano attorno alle preoccupazioni dei genitori per l’insegnamento (o alla resa propagandistica che ne fanno i Repubblicani), all’identità di genere nelle scuole e ai trattamenti medici per i minorenni transgender, anche se meno visibili, hanno [dato forma](https://www.vox.com/policy-and-politics/2022/11/4/23436470/education-crt-parents-schools-midterms-desantis?ref=culturewars.it) in profondità a queste elezioni. E, a meno di grandi sorprese, rimarranno sul tavolo anche nei prossimi due anni, quelli che ci porteranno a conoscere il nome del 47esimo presidente degli Stati Uniti.
## **Altre news dal fronte**

- Pare che a breve inizierà la nuova stagione di Pechino Express, il reality di Sky in cui alcune coppie devono cimentarsi con prove vattelapesca durante pittoreschi viaggi on the road. Tra gli altri partecipanti ci sono Giorgia Soleri e Federica Fabrizio, ribattezzate «Le Attiviste» e così reclamizzate all’audience. Ora: nulla di personale, ma l’attivismo, per come lo si è inteso fino all’altro ieri, prevedeva il difendere una causa in modo disinteressato, anche *contro* i propri interessi; se ora, con un salto semantico notevole, diventa brandire cause selezionate da team di ricerca marketing, oggetto di contratti di sponsorizzazione e filtrate da agenzie, talent e consulenti d’immagine, bisognerà capire se più che *attivismo* non sia forse una nuova incarnazione del caro vecchio *capitalismo*;

- Torniamo un attimo all’America e ai distretti elettorali, anche se questa è una notizia i cui effetti vanno molto oltre le urne: per la prima volta la maggior parte degli statunitensi vive in quartieri dalle [composizioni etniche e razziali miste](https://www.washingtonpost.com/business/2022/11/04/mixed-race-neighborhoods/?ref=culturewars.it);

- «I social media non sono mai stati un modo naturale di lavorare, giocare e socializzare, anche se sono diventati una cosa che ci viene naturale». E se – tra Twitter che smatta col suo capo e Facebook che licenzia e incassa il flop del metaverso – ci trovassimo di fronte alla [fine di quelle piattaforme](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2022/11/twitter-facebook-social-media-decline/672074/?ref=culturewars.it) digitali che ci hanno rovinato la vita? Pezzo monumentale per capire dove siamo arrivati, e che strada si può prendere da qui.
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### Dolcetto o Musketto? 🎃
URL: https://www.culturewars.it/musk-twitter-halloween/
Last updated: 2023-08-22T21:13:56.000Z
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## Come rubare le caramelle ai bambini
È da un po’ che non ci occupiamo di storie *what the fucking hell* provenientida quel mondo fatato e infestato da miliardari fuori di senno che è Twitter, ma quella di oggi ci farà recuperare terreno (purtroppo, si intende).
La mattina di Ognissanti, la professoressa di filosofia dell’Università di Chicago Agnes Callard ha postato questo tweet:
> 9yo: mama you DIDN'T throw out the halloween candy?!---
>
> \[background: we have a halloween tradition where after the kids go to bed, I throw all their candy in the garbage. The next morning, they are filled with rage.\]
>
> \---thank you SO much!!! \[hugs & kisses\]
>
> Reader, I forgot.
>
> — Agnes Callard (@AgnesCallard) [November 1, 2022](https://twitter.com/AgnesCallard/status/1587430021437833218?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Beh, sappiamo tutti l’inglese: in buona sostanza, dice Callard, una «tradizione di Halloween» della loro famiglia vuole che lei prenda le caramelle faticosamente racimolate dai suoi figli in maschera e le getti via quando loro se ne vanno a dormire, *kaputt*.
Una tradizione assai strana da condividere col grande pubblico, intendiamoci. E poi: la filosofa scherzava? Non scherzava? La prima volta che ho letto il messaggio mi è parso evidente che fosse ironico, ma poi lettura dopo lettura ho iniziato a convincermi che forse non lo era. Insomma, boh.
Ma lasciamo da parte gli intenti, perché gli effetti sono più interessanti: centinaia, e poi migliaia, e poi decine di migliaia di persone si sono improvvisamente messe a discutere di ciò che questa donna fa la sera di Halloween coi bon bon gommosi dei suoi bambini. E non solo! Colleghi professori e studenti hanno iniziato a postare storie che la mettono in cattiva luce, tipo queste.
> She once gave a talk at an undergrad conference on love, and as part of the talk mentioned that she fell in love for the first time a few months ago, while her husband who she had 3 kids with was in the audience. The person she fell in love with was a grad student in her dept. [https://t.co/NVOrI6OZo5](https://t.co/NVOrI6OZo5?ref=culturewars.it)
>
> — Leif Hancox-Li, PhD (@struthious) [November 2, 2022](https://twitter.com/struthious/status/1587813010529296384?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
> Fun fact Jorts: this is the professor best known for crossing a picket full of struggling University of Chicago grad workers and justifying it as a “philosophical emergency”. This is therefore and unsurprising turn. Cruelty to workers—> cruelty to children. Checks out.
>
> — A.V. (Alex) Marraccini (@saintsoftness) [November 2, 2022](https://twitter.com/saintsoftness/status/1587597016867418112?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Qualche risposta al tweet di Callard ha osservato che comportamenti analoghi da parte dei genitori gli hanno [causato](https://twitter.com/mister%5Fharder/status/1587584007633510404?ref=culturewars.it) disordini alimentari duri a morire; altri hanno [parlato](https://twitter.com/OHSCHOOLBONDS/status/1587523503955271683?ref=culturewars.it) nientemeno che di «*child abuse*»; altri ancora (diciamolo pure: i migliori) sono andati a spulciare anni di tweet della filosofa per cercare [evidenze](https://twitter.com/heathdwilliams/status/1587547426503757827?ref=culturewars.it) di sottrazione indebita di glucosio infantile.
Ma più in generale, sono le proporzioni assunte dalla vicenda a risultare completamente incredibili per chi non frequenta Twitter, e insieme rivelatorie di che cosa sono, in buonissima parte, i social media oggi. Perché tutta questa gente all’improvviso ha puntato il dito su una tizia random che passava di lì, finendo per renderla il centro di un caso a cui dedicare toni da guerra mondiale per giorni interi?
Osservare in diretta lo svolgersi di vicende come quella di Agnes Callard è come entrare nel motore di una macchina impazzita, creata appositamente per bruciare il motore e rendersi ingovernabile. Beninteso, se non scherzava – oppure scherzava? Boh – la professoressa è davvero una madre stronza, e una prece per quei bambini: ma... tutte quelle accuse? Quella bile? Quella prosopopea? E che c’entrano i sindacati universitari? O con chi ha scopato? O cosa ha scritto una volta [del film *Joker*](https://twitter.com/cob%5Fis%5Fonline/status/1587525789960081409?ref=culturewars.it)?
È il solito discorso: quella sempiterna, avvolgente, inarrestabile follia quotidiana che prendiamo per buona, senza farci troppe domande. Un delirio distorcente che per molti chiusi al suo interno – e questo è il dettaglio che trovo più inquietante – va considerata una normalità giusta: *togli i Ciucci Frizz ai tuoi figli? Aspettati conseguenze da internet.* Beh, che dire? Okay.
## Il troll più potente del mondo
Ecco, non so se sai (*eh eh*), ma Elon Musk si è comprato Twitter, si è presentato nella sua sede imbracciando [un lavandino](https://twitter.com/elonmusk/status/1585341984679469056?ref=culturewars.it), ha dichiarato di voler licenziare metà dei dipendenti della piattaforma e poi ha prontamente iniziato a condividere [brutti meme](https://twitter.com/elonmusk/status/1587894226695884800?ref=culturewars.it) che sembrano usciti da un forum dell’alt right per difendere la sua scelta di far pagare all’utenza 8 dollari mensili per la famosa spunta blu accanto al nome (io ce l’ho da dieci anni. Mi ha mai cambiato qualcosa? No).
Insomma, sì: l’uomo è completamente pazzo. Ma ora, incidentalmente, è anche il troll più potente del mondo: dietro le sue [lettere](https://twitter.com/elonmusk/status/1585619322239561728?ref=culturewars.it) di grande tatto agli inserzionisti per implorarli di non andarsene – obiettivo che per ora sembra [lontano](https://www.ft.com/content/17281b81-b801-4a8f-8065-76d3ffb400fa?ref=culturewars.it) dal venire centrato – Musk ha sposato apertamente una definizione di *free speech* insieme fuorviante e subdola, rendendo la di per sé nobile libertà di espressione poco più che la *sua* libertà di fare il bello e il cattivo tempo (il Washington Post ha [parlato](https://twitter.com/WillOremus/status/1588164519901204480?ref=culturewars.it) di una «nuova cultura di segretezza e paura» nella sede di Twitter). E ha aperto le danze del nuovo corso [diffondendo](https://twitter.com/anildash/status/1586720171397419011?s=20&t=34sPNvLeqWfu0i3RkvSUTg&ref=culturewars.it) una terribile fake news sull’aggressione al marito della speaker della Camera Nancy Pelosi.
Ce n’è abbastanza per prendere armi e bagagli e fare ciao ciao a Twitter, come qualcuno sta facendo. Ma non è detto che il giochino di Musk gli riesca ancora a lungo. Nel suo bell’articolo “[*Welcome to hell, Elon*](https://www.theverge.com/2022/10/28/23428132/elon-musk-twitter-acquisition-problems-speech-moderation?ref=culturewars.it)”, Nilay Patel ha scritto, rivolgendosi direttamente al folle Elon:
> Puoi fare tutte le promesse sulla «libertà di parola» che desideri, ma la noiosa realtà è che dovrai comunque vietare un mucchio di parole legali se vuoi fare soldi. E quando inizierai a farlo, i tuoi nuovi inquietanti fanboy di destra si rivolteranno brutalmente contro di te.
Elon Musk è abituato a pensare a razzi che vanno su Marte e auto che si guidano da sole, ma un grande social network è un’altra cosa: significa mediare, sedersi per testimoniare di fronte al Congresso, trattare con governi dittatoriali e liberticidi, e aggiornare repentinamente le politiche di moderazione. Scontentando sempre tutti. Lui sarà pronto a farlo? Le sue aziende saranno pronte a subire i contraccolpi delle sue sortite twitteriane? Per ora ha dimostrato soltanto di avere tanto tempo da perdere, proprio come gli altri.
## **Altre news dal fronte**
- La produzione teatrale non binaria di Romeo e Giulietta che è stata [accusata](https://twitter.com/Noahpinion/status/1587729926794358784?ref=culturewars.it) di antisemitismo (non chiedermi altro);

- Negli Stati Uniti si parla di *affirmative action*, che mira a promuovere le quote di minoranze meno rappresentate nelle università. Ne parleremo meglio, ma intanto ecco [questo op-ed](https://www.nytimes.com/2022/11/01/opinion/affirmative-action-asian-american-bias.html?ref=culturewars.it) pubblicato dal New York Times secondo cui gli studenti asiatici-americani di Harvard «potrebbero anche aver beneficiato del loro status razziale molto prima di presentare la domanda di iscrizione».
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### Oltre la zuppa
URL: https://www.culturewars.it/attivisti-clima-zuppa-quadri/
Last updated: 2023-08-22T21:13:25.000Z
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Il 14 ottobre scorso due attiviste del gruppo Just Stop Oil sono entrate alla National Gallery di Londra e hanno aperto e [gettato](https://www.theguardian.com/environment/2022/oct/14/just-stop-oil-activists-throw-soup-at-van-goghs-sunflowers?ref=culturewars.it) il contenuto di un barattolo di zuppa al pomodoro Campbell’s su *I girasoli* di Vincent van Gogh, che come buona parte delle opere di quel valore e importanza è protetta da una lastra di vetro.
Il 23 ottobre dei manifestanti del gruppo ambientalista tedesco Letzte Generation (Ultima Generazione) hanno tirato purè di patate su *I covoni* di Claude Monet, dipinto impressionista custodito nel Museo Barberini di Potsdam. E giusto ieri, al Museo Mauritshuis dell’Aia, altri attivisti di Just Stop Oil hanno [preso di mira](https://tg24.sky.it/mondo/2022/10/27/attivisti-quadro-ragazza-orecchino-perla?ref=culturewars.it) *La ragazza con l’orecchino di perla* di Johannes Vermeer.
I gruppi di dimostranti, dopo essersi incollati le mani alla parete dell’opera, hanno fatto seguire alle azioni dimostrative brevi spiegazioni dei loro gesti: «Cosa vale di più, l’arte o la vita?», ha urlato una manifestante a Londra, «siete più preoccupati della salvaguardia di un quadro che della salvaguardia del pianeta?». In Germania una delle artefici della protesta si è rivolta agli astanti dicendo:
> Ci troviamo in una catastrofe climatica, e tutto ciò che temete è un po’ di zuppa di pomodoro o purè su un dipinto. Quando ascolterete, finalmente, e smetterete di far finta che vada tutto bene?
Di questi gesti si è parlato infinitamente negli ultimi giorni e settimane: il ministro degli Esteri britannico James Cleverly ha [definito](https://twitter.com/jamescleverly/status/1581327788388163584?ref=culturewars.it) gli attivisti «lattanti vestiti da adulti in cerca di attenzione»; il commentatore statunitense Ross Douthat ha [visto](https://www.nytimes.com/2022/10/15/opinion/oil-energy-crisis-van-gogh.html?ref=culturewars.it) una contraddizione in termini nel chiedere meno combustibili fossili e contemporaneamente un’energia meno cara; l’esperto di sostenibilità e ambiente Jonathan Foley ha [detto](https://twitter.com/GlobalEcoGuy/status/1584329092765138944?ref=culturewars.it) di non essere sicuro che le protezioni siano sufficienti a proteggere le opere, aggiungendo che questi gesti potrebbero aumentare a dismisura i costi di gestione dei musei.
> i will avenge u mr van gogh [pic.twitter.com/FnB6Q2RHyY](https://t.co/FnB6Q2RHyY?ref=culturewars.it)
>
> — im not reading all that (@LilNasX) [October 25, 2022](https://twitter.com/LilNasX/status/1585054981270687745?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Più in generale, le azioni dimostrative hanno attirato una robusta dose di critiche, spesso articolate attorno all’assunto che vuole che trovate del genere allontanino possibili alleati delle cause ambientaliste: chi mai vorrà fare qualcosa per il clima, se l’attivismo climatico prende di mira le opere d’arte più amate del mondo?
In realtà questo ragionamento, pur rispettabile, mi sembra mancare un punto importante: la zuppa sul van Gogh e il purè sul Monet non sono pensati per creare consenso «riformista» intorno a una particolare causa, bensì per rompere in modo pirotecnico quel che gli attivisti vedono come un sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica verso le sorti del pianeta. E, nel mentre, garantire un po’ di visibilità per i loro gruppi di appartenenza (quanti nel grande pubblico conoscevano Just Stop Oil fino a all’altro ieri?). L’ha [dichiarato](https://twitter.com/michaelmezz/status/1582184473252098049?ref=culturewars.it) anche la stessa Phoebe Plummer, una delle due giovani donne che hanno imbrattato *I girasoli* a Londra:
> Riconosco che sembra un’azione un po' ridicola. Sono d'accordo, è ridicola. Ma non stiamo ponendo la questione: “Tutti dovrebbero gettare zuppa sui quadri?”. Stiamo avviando un discorso in modo da poter porre le domande che contano.
Certo, sui social network si è discusso quasi esclusivamente di vetri protettivi, zuppe e opere d’arte, e relativamente molto poco delle questioni che gli attivisti hanno cercato di mettere al centro del dibattito. Ma non è affatto detto che azioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi giorni – e ce ne sarebbero diverse altre da citare, dalle gomme dei Suv [bucate](https://www.torinotoday.it/cronaca/gomme-sgonfiate-suv-crocetta-19-ottobre-2022.html?ref=culturewars.it) a Torino al [blocco](https://www.independent.co.uk/news/uk/morgan-just-stop-oil-kent-essex-london-b2204992.html?ref=culturewars.it) di un ponte sul Tamigi a Londra – siano nocive per il supporto alla causa climatica: è possibile che anche quel poco parlare di *climate change* abbia una sua efficacia.
Che preoccuparsi per il clima sia una priorità non più rimandabile è dimostrato dall’attualità di questi giorni di fine ottobre che stiamo passando in maglietta: [solo 26 dei 193 Paesi](https://www.nytimes.com/2022/10/26/climate/un-climate-pledges-warming.html?ref=culturewars.it) che hanno firmato gli accordi di Glasgow sul clima l’anno scorso hanno presentato piani di riduzione delle emissioni di un qualche spessore, ha scritto il New York Times. Ma anche discutere delle zuppe potrebbe avere una sua efficacia, dopotutto. Il ricercatore di movimenti sociali James Ozden ha provato a fare il punto sui dati e le ricerche disponibili in materia, che sebbene lungi dall’essere esaustivi suggeriscono che, beh, organizzare una protesta eclatante e divisiva si rivela [più utile di non fare niente](https://jamesozden.substack.com/p/why-i-could-be-wrong-about-soupgate).
Personalmente mi trovo in disaccordo soprattutto con chi ha visto in queste dimostrazioni un’incarnazione di ciò che chiamiamo «attivismo performativo», cioè la tendenza a dare un supporto di facciata alle buone cause, spesso per mettersi in una luce comodamente positiva e ottenerne i preziosi like a corredo.
Ecco, non penso proprio che quello dei membri di Just Stop Oil sia «attivismo performativo» (una pratica di cui, beninteso, mi considero tra i detrattori più inflessibili): la performance attivistica ad alzo zero è quella per cui basta un tweet che ci auto-dichiara depositari di virtù, o fedeli alleati di una causa che in realtà potremmo anche non sostenere affatto. Se non cogliamo la differenza tra questo e l’essere disposti a farsi arrestare e ingiuriare in un luogo pubblico, legando per sempre il proprio volto a un gesto per molti intrinsecamente scellerato come l’imbrattamento di un capolavoro, allora forse il nostro problema va oltre quel po’ di purè.
## **Altre news dal fronte**
- Dunque è arrivata la quarta stagione di *Boris*, che noi tutti fan vecchi e nuovi aspettavamo tipo Natale. L’ho già vista per metà, e ho [trovato molto azzeccato](https://www.esquire.com/it/cultura/tv/a41787324/litalia-di-boris-e-cambiata-tantissimo-perche-non-cambiasse-niente/?ref=culturewars.it) l’adattamento dei contenuti a questi anni, specie nel modo in cui cattura i cambi di casacca gattopardeschi di quelli – aziende e privati cittadini – che cercano di saltare sul carro politicamente corretto della *Diversity & Inclusion* con goffe inversioni a U. Senza troppi spoiler, ti basterà sapere che il buon Biascica, colto nell’atto del suo solito insulto ai sottoposti, si ricorda del corso di linguaggio inclusivo aziendale a cui è stato sottoposto e si corregge in un più accettabile «*’Ammerdu*!»;

- Alcuni ruoli accademici sono *inerentemente* conservatori? Un bel [thread](https://twitter.com/lastpositivist/status/1584821912554811393?ref=culturewars.it) di Liam Bright, che lavora nell’università ed è, per inciso, uno dei profili più intelligenti che seguo su Twitter;

- Una giornata qualsiasi su Twitter (non provare a capirci qualcosa: non c’è niente da capire, davvero):
> me explaining to my boyfriend at work that twitter discourse has moved from sex is a right to instacart ableism and that jorts the cat is now canceled bc he told an abled bodied person to go get their groceries themselves bc they made a tweet about men being incompetent shoppers [pic.twitter.com/yt2u8OGMiP](https://t.co/yt2u8OGMiP?ref=culturewars.it)
>
> — spooky ember ☭ 🎃 (@bimbomarxistt) [October 19, 2022](https://twitter.com/bimbomarxistt/status/1582718902479769600?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

- Sulla triste discesa agli inferi di Kanye West e gli onnipresenti, inevitabili richiami a una sua presunta «cancellazione»: [quel che dice il signore, grazie](https://twitter.com/AndreasHale/status/1584971424519032838?ref=culturewars.it).
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### Cancellàti, a noi!
URL: https://www.culturewars.it/mussolini-cancel-culture/
Last updated: 2023-08-22T21:12:56.000Z
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Tornare da un viaggio all’estero con poco tempo speso online ha lati impagabili: non sai cosa siano gli «audio di Berlusconi»; ti sei perso ogni prezioso commento sull’ultima polemica orbitante attorno ai Ferragnez; addirittura non ricordi qual era il film preferito da bambina di Giorgia Meloni, sicuro oggetto di un encomiabile articolo del Corriere della Sera.
Un fatterello, però, non poteva che lasciarmi a bocca aperta anche dall’altra parte dell’Atlantico, facendosi largo nel chiasso colorato delle avenue newyorkesi: il presidente del Senato Ignazio La Russa che, rispondendo alla [polemica](https://www.lastampa.it/politica/2022/10/18/news/la%5Frichiesta%5Fdi%5Fbersani%5Ffoto%5Fdi%5Fmussolini%5Fal%5Fmise%5Ftogliete%5Fla%5Fmia-12175588/?ref=culturewars.it) sulla presenza dell’effigie di Benito Mussolini in un luogo istituzionale – la sede del ministero dello Sviluppo economico, Palazzo Piacentini, in occasione dei suoi 90 anni – dice:
> \[La foto del Duce\] c’è anche al ministero della Difesa, e c’è scritto \[il suo nome\] anche al Foro italico: che facciamo, cancel culture anche noi?
*Oh, boy*. È successo, insomma: *cancel culture* non significa più niente, è la battuta-tormentone di Zelig, l’aglio nella cucina del commento politico, la notte in cui tutte le vacche sono nere. Tanto che la seconda carica dello Stato – incredibili, le cose che riuscite a combinare mentre uno è in vacanza – dice «fare cancel culture» come fosse una specie di gergo giovanilistico di cui dimostrarsi impratichiti. Fatta la cancel culture, d’altronde, perché non fare anche l’Harlem Shake?
Più seriamente, è difficile anche cominciare a spiegare perché le discussioni sull’opportunità di rimuovere l’immagine del Duce (leggasi bene: *il Duce*) da uno spazio pubblico e istituzionale non sono – sospiro – «cancel culture». La Russa, d’altronde, lo sa benissimo da solo: perché Mussolini è stato un dittatore a capo di un regime criminale di cui la nostra Repubblica è la dichiarata antitesi; perché ha perfettamente senso che il suo nome e il suo volto siano oggetto di damnatio memoriae; perché, banalmente, dargli spazio nelle celebrazioni è contrario ai valori sociali fondanti che ci siamo dati settantacinque anni fa.
Non tutto ciò che implica una messa in discussione di una parte di storia è «cancel culture»: la Repubblica italiana, che io sappia, è fondata sul lavoro, non sulla «cancel culture». E applicare [indiscriminatamente](https://twitter.com/ardigiorgio/status/1582337466765230080?ref=culturewars.it) quest’etichetta non fa altro che svilire e piegare un discorso complesso, oltre a renderlo il terreno di coltura d’elezione dei reazionari che brandiscono il feticcio dello spauracchio del fanatismo progressista.
> “Ed è cancel culture, sioresiori” [pic.twitter.com/W88NMvYY9X](https://t.co/W88NMvYY9X?ref=culturewars.it)
>
> — Davide Piacenza (@Davide) [September 30, 2022](https://twitter.com/Davide/status/1575866332410949632?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
L’uso che la destra fa del termine – anche in casi meno grotteschi di questo, peraltro – mi persuade ulteriormente a continuare a non utilizzarlo, oltre che a pentirmi di averlo fatto in passato: «cancel culture» è principalmente un fischietto per cani che ognuno usa come clava con cui percuotere gli avversari, e come tale ampiamente deprivato della capacità di descrivere la realtà.
Certo, una parte dei fenomeni spesso ricompresi nell’espressione – quelli su cui i La Russa di ogni latitudine non se la sentono di pontificare – rimangono temi che dovrebbero andare oltre lo scornarsi sul termine: come chiamiamo quando una persona comune della working class perde il lavoro [perché è stata postata su Twitter](https://twitter.com/yascha%5Fmounk/status/1276869119598637056?ref=culturewars.it) da un ossessionato? Come definiamo un tizio a caso che si trova la vita rovinata dagli algoritmi di Tiktok che l’hanno [elevato a paradigma](https://www.culturewars.it/algoritmi-west-elm-caleb/) di mascolinità tossica? Che etichetta mettiamo sulla riscontrabile tendenza social-indotta a elidere le sfumature e i discorsi complessi, come se tutto fosse (e, peggio, dovesse essere) bianco o nero, progressista o reazionario, accettabile o non accettabile?
Tutto questo, ovviamente, con Mussolini “cancellato” non c’entra nulla, per l’appunto. In Italia il «fanatismo progressista», se esiste, è ben lontano da avere un peso specifico superiore a quello di una piuma al vento.
Il discorso, semmai – sospiro ancora – è *culturale*. Riguarda la formazione di giovani e giovanissimi, le nuove formae mentis e le modificazioni della nostra psiche sociale, il modo in cui ci rapportiamo agli altri e pensiamo ai rapporti di potere e alle minoranze. Dopo due anni a occuparmi di questi argomenti in modo più approfondito, sono sempre più convinto che dobbiamo trovare il modo di parlarne in modo sensato, aperto e consapevole. E questo modo passa necessariamente attraverso il pensionamento di *cancel culture*: tolte le parole d’ordine e le caricature che fanno la fortuna di Twitter, chissà che si riesca finalmente a parlare di ciò che succede nel mondo vero e proprio.
## **Altre news dal fronte**
- Spiace per l’olimpionico del salto in alto Gianmarco Tamberi, ma la sua solidarietà a Paola Egonu e Zaynab Dosso, atlete vittime di razzismo, espressa [alla Gazzetta dello Sport](https://www.gazzetta.it/Atletica/19-10-2022/tamberi-con-papa-finita-ora-nuovo-coach-volare-ancora-450701076871%5Fpreview.shtml?reason=unauthenticated&origin=http%3A%2F%2Fwww.gazzetta.it%2FAtletica%2F19-10-2022%2Ftamberi-con-papa-finita-ora-nuovo-coach-volare-ancora-450701076871.shtml&ref=culturewars.it) è qualcosa di più che imbarazzante: «Tra basket e musica io sono nero dentro, tutti i miei idoli sono persone di colore»? *Seriously*?

> La copertina dell’[#Economist](https://twitter.com/hashtag/Economist?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) è vergognosa ed offensiva nei confronti dell’Italia. Giornalismo di qualità? [pic.twitter.com/tP6CaGYzv3](https://t.co/tP6CaGYzv3?ref=culturewars.it)
>
> — Marcello Foa (@MarcelloFoa) [October 20, 2022](https://twitter.com/MarcelloFoa/status/1582980504638234624?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Perché questa copertina dell’Economist ha fatto scattare moltissimi sull’attenti (compreso l’ambasciatore italiano nel Regno Unito, che si è sentito in dovere di puntualizzare che [non siamo solo pasta e pizza](https://www.editorialedomani.it/fatti/lambasciatore-italiano-scrive-alleconomist-dopo-la-copertina-su-pizza-e-spaghetti-ub5mamdg?ref=culturewars.it))? È una domanda più interessante delle motivazioni dietro alla pigra rappresentazione del settimanale, e che potrebbe riservarci sorprese: perché un senso anche lasco di unità nazionale in Italia esiste solo in corrispondenza di un’offesa percepita?

- La maggior parte degli editor della rivista letteraria Hobart si è [licenziata](https://lithub.com/most-of-lit-journal-hobarts-editors-resign-over-tedious-anti-woke-interview/?ref=culturewars.it) dopo un’intervista allo scrittore cubano-americano Alex Perez, [pubblicata](https://www.hobartpulp.com/web%5Ffeatures/alex-perez-on-the-iowa-s-writers-workshop-baseball-and-growing-up-cuban-american-in-america?ref=culturewars.it) sul sito di Hobart: è molto lunga e io ho troppo jet lag addosso per leggerla tutta, ma a una prima occhiata non ci ho trovato i motivi di scandalo che LitHub (primo link) dice di vederci. La leggerò meglio, ma di sicuro pare un contenuto interessante.
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### Dal diario di un signore di New York
URL: https://www.culturewars.it/diario-new-york/
Last updated: 2023-08-22T21:12:28.000Z
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Un *New York minute*, nel gergo locale, è un minuto che dura un attimo, associato alla velocità proverbiale della Empire City. Io a New York non venivo dal 2015, quando l’avevo visitata in altre circostanze, e in buona parte anche in un altro mondo.
Questi sette anni, a vederla oggi, non sembrano affatto volati: interi quartieri hanno cambiato volto e [allontanato](https://www.marketwatch.com/story/no-more-new-york-people-are-trying-to-flee-the-empire-state-for-warmer-destinations-no-thanks-to-higher-rents-and-cost-of-living-11663097876?ref=culturewars.it#:~:text=According%20to%20a%20new%20report,the%20state%20lost%20319%2C020%20people.) definitivamente chi ci viveva fino all’altro ieri, la gente che incontri pare generalmente più provata, più afflitta, e soprattutto la povertà è centuplicata e ha invaso come un fiume senza argini le strade scintillanti e lugubri di Manhattan. Chi ce la faceva ce la fa ancora, chi non ce la faceva finisce sempre più spesso sulla strada. L’impero è visibilmente in crisi, ma si attarda in giochi circensi di maxischermi, ristoranti a chilometro zero e tour organizzati a Central Park.
In questi primi giorni di viaggio ho percorso a piedi una distanza totale di poco superiore ai 50 chilometri (iPhone dixit), concretizzando quel bolso detto giornalistico sul consumare la suola delle scarpe, e nel farlo mi sono concesso la cosa più entusiasmante che si possa fare a New York: parlare con le persone che ci vivono. L’ho fatto con quelle che ho trovato alle fermate delle metropolitane e degli autobus, coi tassisti e gli autisti di Uber, coi cassieri di minimarket di periferia, coi pendolari su treni per il New England, con coppiette a passeggio nei giardini pubblici al tramonto, con addetti alla sicurezza, con uscieri e con alcuni passanti.
Conversazioni spontanee, istantanee, *small talk* in vesti imperiali, e la naturale evoluzione di quel senso di incredulità megalomane che prima o dopo pervade chiunque abbia messo piede nella Grande Mela; la voglia di prendere sotto braccio il primo che capita per dirgli: *ti rendi conto di tutto questo grandeur meraviglioso? Di tutta questa miseria ingiustificabile? Come può essere tutto vero?*

Abu viene dall’India, dove fino a pochi anni fa insegnava scienze politiche in un college. Oggi guida una di quelle berline scure con gli interni in pelle che in Italia hanno soltanto più alcuni anziani, avrà sui sessant’anni e porta una coppola blu che gli nasconde la fronte. Mi dice che abita a Park Slope, uno dei quartieri più costosi di Brooklyn (l’affitto medio per un bilocale in zona è attualmente molto sopra i 3mila dollari), grazie a due signori che venivano spesso nella farmacia in cui lavorava appena arrivato in America. Gli serviva una casa, loro ne avevano una vuota: «“Basta che tu non faccia feste”, mi hanno detto. \[*ride*\] Ma che feste vuoi che faccia? La mia festa è arrivare a casa la sera».
Abu si destreggia al volante per le strade di Brooklyn puntellate di dehor e caffè vagamente europei e intanto, saputo che faccio il giornalista, mi chiede che penso di quel che succede in Ucraina: «*What do you think? I have my theory*». La sua *theory* è che la Russia di Vladimir Putin è stata messa nell’angolo dall’espansionismo americano, e d’altronde – spiega Abu – Churchill ha fatto lo stesso errore con Hitler negli anni Trenta.
Nabir ha una quarantina d’anni e un food truck parcheggiato a cento metri dal toro di Wall Street, sempre preso d’assalto da turisti chiassosi che fanno la fila per immortarlasi nell’atto di toccargli i genitali. Nabir è in America da quattro anni, torna in Algeria solo quando riesce, ha una moglie «di qui» e quando gli chiedo se New York gli piace scoppia a ridere: «*It’s New York! Everybody likes it*». Dice che ci sono sempre più *«crazy people*» in giro, però, e che bisogna stare attenti: quelli se stai troppo vicino al bordo della piattaforma ti buttano sotto le metropolitane. E che dire di quelli che ti strappano il cibo dalle mani? Per un po’ sono venuti a chiedergliene tutti i giorni, dice, e anche con modi bruschi, poi hanno desistito.
Nabir non dice il falso, almeno fino a un certo punto: io stesso non ricordavo così tante persone senza fissa dimora nei parchi, lungo le Avenues, sulle panchine della metropolitana e in ogni angolo su cui si possa posare lo sguardo. Il numero di homeless a New York non era così alto [dai tempi della Grande Depressione](https://amsterdamnews.com/news/2022/03/24/nycs-homeless-population-grows-amid-mental-health-crisis-that-predominately-affects-people-of-color/?ref=culturewars.it), e il fenomeno colpisce in modo sproporzionato gli afroamericani. Intanto un bicchiere «*small*» di frutta frullata comprato da un camioncino parcheggiato sui marciapiedi di Times Square costa ormai otto dollari; una cena nell’Upper East Side almeno 70-80; la spesa al supermercato mensile poco meno di 500 dollari a persona; gli affitti, beh, l’abbiamo visto. Anche il Queens e la suburbia costano troppo per moltissimi.

Secondo Lamar, che lavora in un Whole Foods – la catena di supermarket di Amazon – nel Bronx, è molto giovane e porta i capelli in treccine finissime, i 17 dollari l’ora che la società di Jeff Bezos promette ai nuovi assunti sui manifesti di cui è tappezzato il punto vendita «non sono abbastanza nemmeno per pagare le bollette». Quando gli chiedo cosa non va a New York secondo lui, allarga le braccia: «*You know, man*: non c’è lavoro. E anche quando c’è, non è abbastanza per avere una vita dignitosa. Sei nella capitale del mondo, ma sei costretto a vivere come l’ultimo degli ultimi». Se ne andrebbe dalla Big Apple? «Se potessi sì, subito e senza guardare indietro».
Kathy è una *frequent flyer*, per così dire, della linea ferroviaria ad alta velocità che collega New York a Boston, passando per i paesaggi incantevoli e colorati di rosso autunnale del New England. Ha i modi e il portamento di una signora che ha vissuto una vita ben più che «dignitosa», e in un secondo momento scopro che è una personalità pubblica della politica dei Duemila, ma questo al momento non rileva. Mi parla di come la destra americana stia cercando di «distruggere le fondamenta del vivere comune». Ricorda che il 6 gennaio 2021, il giorno dell’assalto al Campidoglio, era davanti alla tv, impietrita, e crede che Donald Trump potrebbe essere il candidato conservatore delle presidenziali del 2024\.
Racconta di un’amica di lunga data, un’avvocatessa di origine ebraica dell’Upper East Side, che ha smesso di parlarle da quando lei non ha voluto seguirla sulla strada del trumpismo più intransigente, negando che Joe Biden avesse rubato le elezioni del 2020\. «Non era una di loro, all’inizio. Ma poi ha iniziato a credere a ciò che vedeva su Fox News, a entrare in quel gorgo. E ora credo non frequenti più nessuno al di fuori di quel circolo di posizionamento politico».

Se New York con le sue centinaia di lingue e migliaia di accenti è la coscienza della civiltà occidentale, sorprende fino a un certo punto che sia in crisi. È più probabile che ancora una volta incarni il ruolo di specchio dei tempi: del trionfo del capitalismo inclusivo a parole e spietato nei fatti, della celebrazione ufficiosa del *burial ground* e della mostra antirazzista en plein air a due passi da persone di etnia afroamericana che muoiono di stenti per le strade.
È, come sempre, un luogo insuperabile, pieno di storie, crocevia di esistenze diverse. Il simbolo dell’esperimento americano, il *melting pot*. Ma qualcosa si è rotto, ed è difficile dire cosa potrà ripararlo. Porgendomi un taco ripieno a due passi dalla capitale della finanza mondiale, Nabir mi ha detto sgranando gli occhi: «*Nowadays it’s like this, my friend*. La gente vede il video di un gattino su Internet e pensa che sia la cosa più bella del mondo, farebbe a gara per adottarlo. Ma sono pronto a darti 100 dollari se mi dimostri che poi si ferma per la strada a dare una mano a un disperato che gli chiede aiuto».
✍🏼
(Il titolo di oggi è un richiamo al lavoro di una meritevole casa editrice al femminile, Astoria, e a un libro che ha pubblicato qualche anno fa: *[Dal diario di una signora di New York](https://www.astoriaedizioni.it/catalogo/dorothy-parker-dal-diario-di-una-signora-di-new-york/?ref=culturewars.it)* è una raccolta di racconti di una formidabile scrittrice newyorkese a cavallo fra le due guerre, Dorothy Parker. Non posso che consigliarti entrambi).
## **Altre news dal fronte**
- L’elezione del leghista Lorenzo Fontana a presidente della Camera dei deputati è, per dirla con una parola sola, una tragedia (nonché il simbolo che il tanto decantato rispetto delle istituzioni è soltanto un lontano ricordo). Qui il video del suo saluto al congresso di Alba Dorata, la formazione di estrema destra greca disciolta per i suoi legami col neonazismo. Era il 2016, non trent’anni fa:
> Nel 2016 il saluto di Lorenzo Fontana per il congresso di Alba Dorata, partito neonazista greco dichiarato dalla corte d’appello di Atene “organizzazione criminale”. [#matrice](https://twitter.com/hashtag/matrice?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [pic.twitter.com/TZYlU3Z1WX](https://t.co/TZYlU3Z1WX?ref=culturewars.it)
>
> — Alekos Prete (@AlekosPrete) [October 13, 2022](https://twitter.com/AlekosPrete/status/1580641899563847680?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

- Allarme, allarme: Mindy Kaling, la mitica Kelly di *The Office*, ha messo mi piace a una battuta cinica di J. K. Rowling, dunque [evidentemente detesta le persone transgender](https://twitter.com/JennMHoppe/status/1580732394318929922?ref=culturewars.it), perché a quanto pare funziona così;

- Molto ridere: secondo diversi media americani di primissimo piano, alcuni latinoamericani del consiglio municipale di Los Angeles hanno usato espressioni razziste [per colpa del suprematismo bianco](https://twitter.com/ZaidJilani/status/1580965760696193024?ref=culturewars.it).
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### Teheran senza veli
URL: https://www.culturewars.it/iran-velo-islamofobia/
Last updated: 2023-08-22T21:12:01.000Z
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Il 16 settembre Mahsa Amini, una ragazza curda iraniana di 22 anni, è morta in custodia delle forze dell’ordine in una caserma di Teheran dopo essere stata fermata dalla polizia della moralità – il corpo scelto che dal 2005 in Iran controlla che le donne indossino l’hijab – perché non portava il velo come richiesto dai codici religiosi del regime.
La morte di Amini ha generato alcune delle proteste maggiori viste negli ultimi anni in Iran, un Paese che non è nuovo alle manifestazioni di piazza che orbitano attorno a istanze politiche, sociali ed economiche (ce ne sono state di molto partecipate nel 2017 e nel 2019, senza andare troppo indietro nel tempo). La grande novità, tuttavia, risiede nel fatto che queste proteste sono partecipate e sostenute da una fascia di popolazione che finora non si era compattata in maniera così evidente ed efficace: le giovani donne della Generazione Z.
> High schoolers in Iran.
>
> The person who sent the photo said:
> “We won’t give up, we won’t back down”[#MahsaAmini](https://twitter.com/hashtag/MahsaAmini?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [#IranRevolution](https://twitter.com/hashtag/IranRevolution?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [#مهسا\_امینی](https://twitter.com/hashtag/%D9%85%D9%87%D8%B3%D8%A7%5F%D8%A7%D9%85%DB%8C%D9%86%DB%8C?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [pic.twitter.com/BekeF5MZc5](https://t.co/BekeF5MZc5?ref=culturewars.it)
>
> — Masih Alinejad 🏳️ (@AlinejadMasih) [October 4, 2022](https://twitter.com/AlinejadMasih/status/1577316378016550912?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Quella che sta scuotendo l’Iran è la rivoluzione delle ragazze: sono loro che stanno scattando foto in cui non indossano il velo o fanno gesti ai ritratti delle massime autorità civili e religiose iraniane nelle scuole; sono loro che stanno scendendo per le strade da tre settimane, esponendosi alla violenza della polizia (secondo Iran Human Rights, una ong per i diritti umani con sede in Norvegia, le forze del regime hanno già causato la morte di [154 manifestanti](https://www.iranintl.com/en/202210056098?ref=culturewars.it)) e chiedendo a gran voce il supporto internazionale sui social network.
Secondo Nameh News, un network conservatore iraniano, il regime non è pronto a reagire a queste giovani donne: «Il governo iraniano non può né sopprimere completamente questa nuova generazione, né ignorarla», ha [scritto](https://www.iranintl.com/en/202209305107?ref=culturewars.it) il suo direttore Mosrtafa Sadeghi, per poi aggiungere:
> Non sono né di sinistra né di destra. Sono ribelli. Sono le figlie e i figli dei social media che hanno organizzato una ribellione contro i decisori del Paese e i media tradizionali di cui non si fidano più. \[...\] Seguono uno stile di vita diverso, passano il tempo nei caffè e fanno lunghe passeggiate con le amiche mentre discutono di questioni culturali. Allo stesso tempo, vogliono sapere perché sono state imposte così tante restrizioni su di loro.
Da più parti (menzione speciale per [un tweet](https://twitter.com/FratellidItalia/status/1575450156127981572?ref=culturewars.it) del partito italiano che ha organizzato un’intera campagna elettorale attorno allo slogan «Pronti», poi ha vinto le elezioni e si è scoperto che non aveva su nemmeno i calzini), nella più classica tradizione del gnè gnè all’avversario socialmediale, sono state invocate «le femministe nostrane» («come mai per questo non vi indignate?», ha scritto polemicamente proprio il profilo di Fratelli d’Italia).
A dire il vero, di manifestazioni delle «femministe nostrane» per le ragazze e donne iraniane in Italia ce ne sono state eccome: le hanno organizzate Non una di meno e altri collettivi femministi, in grandi città come [Roma](https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/10/01/iran-studenti-in-piazza-a-roma-a-sostegno-delle-proteste-qui-per-tutte-le-vittime-del-regime-manifestanti-cantano-bella-ciao/6824617/?ref=culturewars.it) e [Bologna](https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2022/10/01/iran-bologna-manifesta-per-mahsa-donna-vita-liberta%5Fdcfeeb68-2b30-4c61-8aef-6a95bbed1e56.html?ref=culturewars.it). Se invece quel che si vuol notare – diversamente dal pigro tentativo propagandistico di FdI – è che queste manifestazioni potevano essere più ampie e partecipate, beh: parliamone.
Che la sinistra di ogni latitudine sia troppo lesta a premere il pulsante dell’accusa di *islamofobia*, o ad autocensurarsi temendo che qualcuno lo prema per lei, è difficile da negare. L’attivista iraniano-americana per i diritti delle donne Masih Alinejad di recente si è [lamentata](https://twitter.com/AlinejadMasih/status/1558372171617124358?ref=culturewars.it) pubblicamente proprio del mancato supporto occidentale alle sue lotte progressiste in Medio Oriente: «In Iran mi è stato detto che se critico l'Islam verrò uccisa, incarcerata, frustata, cacciata dal Paese», ha scritto Alinejad, «in occidente mi è stato detto che condividere la mia storia causerà islamofobia. La fobia però è una paura irrazionale: la mia paura degli islamisti è razionale».
L’anno scorso, quando la 23enne di Vimercate (provincia di Monza e Brianza) Ikram Nazih è stata [arrestata](https://www.wired.it/attualita/politica/2021/08/12/ikram-nazih-carcere-marocco-blasfemia/?ref=culturewars.it) a Casablanca, in Marocco – dove si trovava in vacanza con la sua famiglia – per una vignetta «blasfema» che aveva pubblicato per pochi minuti su Facebook due anni prima, la vicenda è passata a lungo sotto silenzio. E a notarlo sono state due firme col pedigree progressista ben lontane da qualsiasi sospetto di islamofobia, quali [Giuliana Sgrena](https://ilmanifesto.it/ikram-nazih-la-blasfemia-serve-alla-repressione/?ref=culturewars.it) e [Luigi Manconi](https://www.repubblica.it/commenti/2021/08/11/news/ikram%5Fnazih%5Fla%5Fragazza%5Fitaliana%5Fin%5Fcarcere%5Fin%5Fmarocco-313713633/?ref=culturewars.it). Senza contare le diverse reazioni paradossali (o l’[assenza](https://www.radio24.ilsole24ore.com/programmi/24mattino-le-interviste/puntata/il-silenzio-politica-saman-AEIdXBO?ref=culturewars.it) di reazioni, in alcuni casi) a cui abbiamo assistito con la terribile vicenda di Saman Abbas, la giovane di origine pakistana che sempre l’anno scorso a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, è stata uccisa dalla sua famiglia per aver rifiutato un matrimonio combinato.
Probabilmente, come spesso gli capita, ha ragione Adriano Sofri quando scrive che:
> L'occidente migliore è fuori dall'occidente. Nelle giovani iraniane che liberano i capelli e vengono assassinate per questo. L'Europa migliore è fuori dall'Europa. Nei giovani ucraini che ne sventolano la bandiera. O in una giovane pakistana che le è arrivata dentro e viene assassinata dai suoi - i suoi... Per capire chi siamo, o almeno chi non siamo, chi non siamo più, bisogna guardare a chi non è ancora come noi, e immagina che noi siamo come lei ci immagina.
## **Altre news dal fronte**
- Mermaids, la principale associazione senza scopo di lucro che segue e salvaguarda la transizione negli adolescenti del Regno Unito, è oggetto di [un’inchiesta](https://www.bbc.com/news/uk-63081644?ref=culturewars.it) delle istituzioni britanniche dopo che alcuni report hanno evidenziato problemi nelle sue policy di tutela dei minorenni, che comprendono la fornitura di fasce contenitive per il seno ai teenager senza aver adeguatamente informato le loro famiglie;

- Mia cara ostetrica bianca, fattelo chiedere con sincera curiosità: ma se con ogni evidenza non sei razzista, perché [ci tieni a dire di esserlo](https://twitter.com/wesyang/status/1577689065343750144?ref=culturewars.it) comunque? ([Qui](https://read.qxmd.com/read/30811907/racist-like-me-a-call-to-self-reflection-and-action-for-white-physicians?ref=culturewars.it) il suo intervento completo);

- Uno stimato luminare della chimica organica, Maitland Jones, è stato [sollevato dal suo ruolo di professore](https://www.nytimes.com/2022/10/03/us/nyu-organic-chemistry-petition.html?ref=culturewars.it) alla New York University dopo che una parte significativa dei suoi studenti ha firmato una petizione contro il suo corso, giudicato troppo difficile e avaro nelle valutazioni. Una storia interessante, anche se non so bene che morale trarne.
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### Quando c’era lei
URL: https://www.culturewars.it/giorgia-meloni-cancel-culture/
Last updated: 2023-08-22T21:11:38.000Z
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Dunque, non so se hai saputo ma un partito post-fascista ha stravinto le elezioni in Italia (per chi se lo sta chiedendo: è un curioso Paese a forma di stivale dell’Europa del Sud). La sua leader, Giorgia Meloni, ha 45 anni e aveva fatto un appello al voto pubblicando [un video con in mano due meloni](https://www.youtube.com/watch?v=iFE8v2w3EAo&ab%5Fchannel=IlSole24ORE&ref=culturewars.it). Al momento sta valutando a quali *personalità di altissimo profilo* (mi pare si dica così, di norma) affidare i ministeri del suo governo, e Dio ci aiuti.
In ogni caso, anche nell’ambito dei temi trattati da questa newsletter, il trionfo meloniano è rilevante: l’Italia avrà il governo più di destra della sua storia repubblicana, e con esso verosimilmente assisteremo a tantissime schermaglie più e meno lascamente ancorate sul piano delle guerre culturali. Un piano su cui la leader di Fratelli d’Italia ha puntato molto, anche al di là del suo tormentone da vocalist sull’essere «donna, madre e cristiana».
Insomma: che cosa pensa la prima premier donna della storia del nostro Paese? Qual è la sua visione del mondo? Avrà mica mai detto \[*sospiro*\] cancel culture? Per questa puntata di Culture Wars ho messo insieme una selezione di sue dichiarazioni, in modo da raccontarla con le sue stesse parole (e, soprattutto, prepararci al futuro prossimo che ci attende).
> «Guardando al Nord America ci batteremo in particolare per la difesa dei simboli e dei monumenti che negli ultimi anni sono stati al centro di vergognose pratiche di “cancel culture”. E non è un caso che, proprio nel collegio di Genova, città natale di Cristoforo Colombo, abbiamo scelto di candidare uno dei nostri più validi dirigenti \[...\] Una scelta simbolica per rinnovare il nostro impegno contro chi vorrebbe abbattere i simboli della nostra storia e della nostra identità nel mondo».
> ([La Voce di New York](https://lavocedinewyork.com/news/politica/elezioni-2022/2022/09/14/intervista-a-giorgia-meloni-difenderemo-i-simboli-italiani-vittime-della-cancel-culture/?ref=culturewars.it), 14 settembre 2022)
Ora mi fai un nome di «chi vorrebbe abbattere i simboli della nostra storia e della nostra identità nel mondo», Gio. Ma uno, eh. Comunque candidare i più meritevoli in difesa di Cristoforo Colombo mi sembra un grande passo avanti per la democrazia, brava.
> «Il delirio della cancel culture si scatena anche sul cibo. Questa volta la terribile minaccia proviene dalla torta di mele, classificata come razzista perché avrebbe radici nel colonialismo e nella schiavitù. Chissà quando toccherà, per esempio, alla pizza o al vino. Sono curiosa di sapere cosa si inventeranno».
> ([Herself](https://www.giorgiameloni.it/2021/06/14/meloni-il-delirio-della-cancel-culture-si-scatena-anche-sul-cibo-e-classifica-la-torta-di-mele-come-razzista/?ref=culturewars.it), 14 giugno 2021)
L’articolo per cui qui Meloni ha *droppato la c-word*, come diciamo nel basso Piemonte, è uscito [sul Guardian](https://www.theguardian.com/environment/2021/may/01/food-injustice-has-deep-roots-lets-start-with-americas-apple-pie?ref=culturewars.it) ed è stato scritto da un esperto di sistema alimentare mondiale, il britannico di origine indiana Raj Patel. A voler essere molto comprensivi, contiene in effetti qualche riga da alzata di sopracciglio («la torta di mele è americana quanto la terra, la ricchezza e il lavoro rubati. Viviamo ancora oggi le sue conseguenze»), ma in generale è puntuale e informato. E soprattutto non chiama in nessun modo alla, uhm, *cancellazione* della torta di mele, ma semmai a pensare ai rapporti economici e lavorativi che la rendono così diffusa.
> «Lavoreremo per attuare la prima parte della legge 194 e sostenere le donne che non vogliono abortire, difenderemo la libertà educativa delle famiglie da chi vuole imporre le teorie gender nelle scuole, ci batteremo per rendere l’utero in affitto reato universale e velocizzare le adozioni».
> ([Panorama](https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2022/08/la-mia-italoia-e-concreta-libera-dalle-ideologia-int-meloni-panorama.pdf?ref=culturewars.it), 10 agosto 2022)
Per quanto riguarda «la prima parte della legge 194», l’espressione è – casualmente – molto in voga negli ambienti anti-abortisti di ispirazione cattolica, come quello del [Movimento per la Vita](https://www.bioeticanews.it/chi-applica-la-prima-parte-della-legge-194-tutela-della-maternita/?ref=culturewars.it). Il riferimento è all’art. 1 della legge italiana sull’accesso alla aborto, che stabilisce che «lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio».
Stabilire «l’inizio» della vita umana è forse questione da filosofi più che da legislatori, ma una cosa rimane certa: «le donne che non vogliono abortire», in Italia, non sono obbligate a farlo. Viceversa, per quelle che vogliono abortire la situazione non è affatto rosea: in alcune regioni, come il Molise, l’interruzione di gravidanza è di fatto [impossibile](https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/12/27/aborto-dal-1-gennaio-2022-in-molise-resta-un-unico-medico-non-obiettore-concorso-deserto/6437962/?ref=culturewars.it), in violazione della legge 194.
«Le teorie gender», invece, semplicemente [non esistono](https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=278005&ref=culturewars.it).
> «Vedo l'ideologia woke distruggere le basi della famiglia naturale, attaccare la vita, insultare la religione, cambiare le parole e persino imporre nuovi segni grafici. Solo pochi mesi fa, i burocrati dell'Unione Europea hanno scritto un documento di centinaia di pagine, dicendoci che per essere inclusivi, dovevamo escludere ogni riferimento al Natale».
> ([Herself](https://www.ilgiornale.it/video/mondo/meloni-cpac-non-ci-arrenderemo-cancel-culture-e-modello-2013612.html?ref=culturewars.it), ospite alla convention dei Repubblicani americani, 27 febbraio 2022)
Premier Meloni, che quel coacervo di movimenti e frange individualistiche che si definisce «woke» abbia molta confusione in testa è pacifico, e convengo con lei che in molti casi fa più danni che altro. Ma sostenere che chi ne fa parte (per quanto l’espressione «ideologia woke» sia una sorta di contraddizione in termini: anche qui si parla più che altro di unicorni) vuole «distruggere la famiglia tradizionale» e «attaccare la vita» è una barzelletta. Chi vuole distruggere che? Chi sta attaccando cosa? E in che modo? Mistero.
Sul panico conservatore abilmente destinato a un innocuo documento dell’Ue sul linguaggio inclusivo in occasione del Natale abbiamo parlato nella [prima puntata *ever* di Culture Wars](https://www.culturewars.it/ue-natale-giuseppe-maria/), lo scorso dicembre: la rimando a quella, nel caso.
> Il politicamente corretto colpisce anche le carte da gioco e i classici per bambini, fortunatamente (per ora) non in Italia.
> Quando finirà questo delirio ideologico? [pic.twitter.com/3tjxfbE25l](https://t.co/3tjxfbE25l?ref=culturewars.it)
>
> — Giorgia Meloni 🇮🇹 ن (@GiorgiaMeloni) [January 25, 2021](https://twitter.com/GiorgiaMeloni/status/1353743752146382849?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Sarai contento/a di sapere che la presidente del Consiglio del tuo Paese a breve si occuperà dei casi di [rimozione dai profili dei minori su Disney+](https://www.facebook.com/NowThisNews/photos/disney-has-removed-several-movies-including-dumbo-peter-pan-the-aristocats-and-s/4359642530792504/) di cartoni animati d’antan: detto da uno per cui sono il pedante tentativo di una corporation di farsi dire «brava» dai suoi clienti (ho guardato *Gli Aristogatti* due dozzine di volte da bambino, e non sono cresciuto con la convinzione che gli asiatici suonino xilofoni con le bacchette, né se è per questo che tutti i romani siano sfrontati e piacioni), fa piacere sapere quali saranno le priorità del nuovo esecutivo.
Vorrà dire che, se mancherà il gas, ci scalderemo con la cosiddetta cancel culture.
## **Altre news dal fronte**
- Meg Smaker è una regista che ha passato un anno e mezzo in un centro di riabilitazione per persone accusate di terrorismo in Arabia Saudita: nel documentario *Jihad Rehab*, che era stato selezionato per il Sundance di quest’anno, ha parlato con ex detenuti di Guantanamo, che si sono aperti con lei e le hanno spiegato cosa li ha portati a unirsi ad Al Qaeda in gioventù. Il Guardian aveva [recensito](https://www.theguardian.com/film/2022/jan/22/jihad-rehab-review-eye-opening-documentary-on-a-controversial-program?ref=culturewars.it) il film in toni entusiastici («è un film per persone intelligenti che cercano di mettere alla prova i loro preconcetti»), e Variety [pure](https://variety.com/2022/film/festivals/jihad-rehab-review-1235161199/?ref=culturewars.it). Ma gli attacchi pubblici – e i conseguenti problemi – non sono arrivati da destra, come si aspettava Smaker, bensì da sinistra: alcuni filmmaker musulmani – e tanti portavoce non musulmani – hanno accusato la regista, che è bianca, di essersi appropriata di una storia che non la riguarda, e in molti casi di fare propaganda islamofoba (per completezza, alcuni degli ex prigionieri intervistati hanno firmato una [lettera aperta](https://www.cage.ngo/from-former-guantanamo-prisoners-to-jihad-rehab?ref=culturewars.it) contro il film). Le stesse persone che fino a poco prima avevano lodato la pellicola hanno iniziato a criticarla con veemenza, a partire dalla sua produttrice Abigail Disney. E il Sundance ha cambiato idea, escludendola dalla kermesse. La storia di *Jihad Rehab* è [sul New York Times](https://www.nytimes.com/2022/09/25/us/sundance-jihad-rehab-meg-smaker.html?ref=culturewars.it) e merita una lettura;

- Piccolo [capolavoro](https://twitter.com/TereseMarieM/status/1575270063518752768?ref=culturewars.it): Joyce Carol Oates, non essendo identitariamente molto bella, non aveva alcun diritto di scrivere *Blonde*, un romanzo ispirato alla vita di Marilyn Monroe. Non è un tweet pubblicato da un adolescente cretino che passa troppo tempo online, ma bensì dall’autrice di un bestseller finito nella classifica dei libri più venduti del New York Times, la canadese Terese Marie Mailhot;

- Un [commento](https://twitter.com/lhfang/status/1574784331943403522?ref=culturewars.it) che mi sono segnato: «Stiamo raggiungendo una singolarità in cui le uniche persone che vedono il mondo esclusivamente attraverso lenti razziali sono le persone di sinistra con un’istruzione universitaria e i movimenti politici di estrema destra»;

- Tweet che mi fanno sempre ridere, stavolta non involontariamente:
> can't believe they made mussolini a woman in the reboot. this woke nonsense has ruined yet another franchise
>
> — Ida🏳️⚧️🥔 (@Ida\_Clemens) [September 26, 2022](https://twitter.com/Ida%5FClemens/status/1574412668043235329?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
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### Deportazione per scherzo
URL: https://www.culturewars.it/deportazione-migranti-desantis/
Last updated: 2023-08-22T21:10:46.000Z
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Calati nella parte: sei una donna di trent’anni in fuga dal tuo Paese, che da tempo è sprofondato in una crisi economica e sociale tale da impedirti di comprare il cibo per la tua famiglia. Prendi con te il minimo indispensabile, i tuoi figli, e ti dirigi verso il confine. Nel cuore hai fissato la speranza di una Terra promessa. E per arrivarci sei disposta a consegnare i tuoi ultimi risparmi a mercanti di esseri umani senza scrupoli, attraversando a piedi uno dei territori più pericolosi del mondo.
È una storia comune a moltissime persone, invischiate in una rotta migratoria di cui alle nostre latitudini si parla poco: secondo le stime, [più di un quinto](https://www.nytimes.com/2022/09/16/world/americas/migrants-venezuela-us-immigration.html?ref=culturewars.it) degli abitanti del Venezuela si è messo in viaggio in cerca di una vita migliore. Sono sette milioni di persone: la più grande migrazione della storia dell’emisfero australe. I venezuelani che approdano al confine meridionale degli Stati Uniti sono quasi triplicati negli ultimi anni, e costituiscono la seconda nazionalità più rappresentata fra i più di 2 milioni di persone arrestate dalle autorità di frontiera nel 2022.
La storia di quell’ipotetica migrante senza nome passa per il cosiddetto tappo del Darién, la giungla selvaggia al confine tra America centrale e meridionale che chi vuole arrivare negli Usa percorre a piedi, guadando fiumi e scalando montagne: è un territorio aspro, ostile e piagato da bande di predoni che prendono di mira le carovane di migranti derubando e stuprando le donne ([qui](https://youtu.be/KMqn2cI9DFI?ref=culturewars.it) un breve documentario di Medici Senza Frontiere). Quindi continua fino al confine americano, per finire arrestata dalla polizia di frontiera e posta in custodia federale, in attesa delle procedure di richiesta di asilo o rimozione dal territorio statunitense.
È qui che negli ultimi giorni è accaduto qualcosa di inedito: a San Antonio, nei pressi di un centro di prima accoglienza, una donna – presentatasi col nome di [Perla](https://www.forbes.com/sites/brianbushard/2022/09/17/a-search-and-reward-for-perla-blonde-mystery-woman-accused-of-misleading-migrants-to-marthas-vineyard/?sh=2e5205763c4b&ref=culturewars.it) – si è avvicinata a diversi gruppi di venezuelani e ha offerto loro degli omaggi per un fast food; poi ha iniziato a parlargli di un volo gratis per un «rifugio» a loro destinato, dove avrebbero potuto trovare ciò che cercavano: lavoro, un po’ di soldi, qualcosa per sbarcare il lunario. Quel posto si trovava in Massachusetts, aveva spiegato Perla.
«Perla» era però un’emissaria del governatore repubblicano della Florida Ron DeSantis – il probabile sfidante di Donald Trump alle primarie della destra per le prossime presidenziali – e la sua offerta una truffa senza scrupoli: i venezuelani, dopo averla accettata entusiasticamente, si sono trovati a Martha’s Vineyard, una località di villeggiatura della costa Est storicamente frequentata dall’élite liberal (una Capalbio americana, grosso modo), che si trova a più di 3300 chilometri dal Texas.
Non ci si può girare intorno: il possibile prossimo candidato della destra americana alla Casa Bianca ha volontariamente truffato persone ridotte allo stremo per organizzare una messinscena mediatica. Il fine precipuo di questa crudele pagliacciata è quello di *own the libs*, cioè fare incazzare i progressisti, come dicono gli americani. DeSantis ha volutamente speso soldi pubblici per trasferire dozzine di migranti in un luogo impreparato da accoglierli, generando problemi logistici a catena.
> Rachel Self, a Boston immigration attorney tells you everything you need to know about immigrants sent to Martha’s Vineyard.
>
> They’d been given falsified U.S. addresses by immigration officials, perhaps ensuring that they’d be deemed in the country illegally. [pic.twitter.com/mBp7AqBow1](https://t.co/mBp7AqBow1?ref=culturewars.it)
>
> — 🇺🇦Skyleigh Heinen🇺🇸 (@Sky\_Lee\_1) [September 16, 2022](https://twitter.com/Sky%5FLee%5F1/status/1570789631570096128?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Quello di Martha’s Vineyard è solo uno dei casi balzati ai disonori della cronaca: in segno di rimostranza simbolica (ma direi più che altro puerile), i governatori repubblicani degli Stati di confine hanno passato gli ultimi tempi a mandare richiedenti asilo nelle ricche città tendenzialmente di sinistra della East Coast. Il governatore del Texas Greg Abbott ha [prenotato un autobus](https://www.nytimes.com/2022/08/06/nyregion/migrant-bus-texas-ny.html?ref=culturewars.it) per trasferire a New York 50 migranti venezuelani, che secondo il sindaco Eric Adams hanno ingolfato ulteriormente i dormitori per senzatetto della città; altri autobus sono arrivati [a Washington](https://www.nytimes.com/2022/08/04/us/migrants-buses-washington-texas.html?ref=culturewars.it); due mezzi colmi di persone sono stati inviati direttamente [alla residenza](https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/migrant-buses-texas-kamala-harris-home-b2167989.html?ref=culturewars.it) della vicepresidente Kamala Harris. E per qualche giorno si è parlato anche di un [possibile volo](https://eu.usatoday.com/story/news/politics/2022/09/20/migrants-bidens-delaware-home-gov-desantis/10436238002/?ref=culturewars.it) diretto a casa di Joe Biden, in Delaware.
Si tratta, insomma, dell’incredibile attuazione del vecchio trucchetto retorico para-xenofobo del «prendeteli a casa vostra», che non sembra cambiare a seconda della latitudine: non è un caso che la stampa italiana negli ultimi anni si sia concentrata sull’accoglienza dei profughi proprio [nella stessa Capalbio](https://www.corriere.it/cronache/16%5Fagosto%5F13/migranti-cinquanta-profughi-le-ville-vip-anche-capalbio-fa-barricate-efedd9fa-6118-11e6-8e62-f8650827a70c.shtml?ref=culturewars.it), considerata la capitale morale di una mai verificata ipocrisia della sinistra sulla questione migranti.
Il punto è che al centro di questi giochini tra fronti contrapposti ci sono persone in fuga da guerre, carestie, miseria; persone che, nel caso americano, stanno arrivando [a migliaia](https://www.nytimes.com/2022/08/04/us/migrants-buses-washington-texas.html?ref=culturewars.it) a New York e Washington per trovarsi costrette a dormire in rifugi per indigenti o, quando sono meno fortunate, sulle panchine e nei parchi; persone che hanno il diritto – anche legale – a cercare una vita migliore negli Stati Uniti, e si sono trovate irretite in una sceneggiata di bassissima politica.
Se il giudizio morale su questa sordida vicenda è indubbio per chiunque, personalmente spero che anche quello legale possa mettersi al passo: non è esagerato accostare questa vicenda a una sorta di orribile [traffico di esseri umani](https://www.washingtonpost.com/politics/2022/09/15/desantis-abbott-migrants-legality/?ref=culturewars.it) istituzionalizzato. E se penso che è stato ideato, organizzato e messo in atto da esponenti di punta di un partito votato da metà degli americani... vabbè, non ci penso.
## **Altre news dal fronte**
- In Iran Mahsa Amini, una ragazza ventiduenne, è stata uccisa da un pestaggio della «polizia della moralità pubblica» del regime di Teheran. La sua colpa era unicamente non stare indossando l’hijab, il velo islamico. La sua morte ha portato alla nascita spontanea di [dozzine di cortei](https://www.bbc.com/news/world-middle-east-62986057?ref=culturewars.it) partecipati dalle donne iraniane, che hanno bruciato i loro hijab, si sono tagliate i capelli e hanno sfidato il regime. Proteste che hanno causato già nove morti tra i manifestanti e una stretta sull’accesso ai social network in tutto il Paese; proteste che l’Occidente dovrebbe sostenere e rendere un *talking point* centrale: lo farà?;

- In Australia alcuni arditi vogliono chiedere alle autorità regolatrici dei prodotti cinematografici di [inserire una classificazione](https://www.theguardian.com/australia-news/2022/sep/07/lack-of-consent-push-for-australian-film-classifications-to-note-concerning-scenes?ref=culturewars.it) per le scene contenenti sesso non consensuale, che a loro dire «normalizzerebbero» questi atti;

- Altra parolina che ti insegno gratis: *ratioed*. Si dice di un post – specie su Twitter – il cui rapporto (*ratio*, appunto) tra like e condivisioni/commenti pende pericolosamente verso questi ultimi, segnalando che quel contenuto è verosimilmente finito nell’occhio del ciclone. Ecco: [questo](https://twitter.com/TheAtlantic/status/1571174651253899264?ref=culturewars.it) pezzo dell’Atlantic contro la divisione per genere sessuale degli sport è stato *ratioed*.
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### Aboubakar il colonizzatore
URL: https://www.culturewars.it/aboubakar-soumahoro-colonialismo/
Last updated: 2023-08-22T21:10:25.000Z
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Dunque, non so se hai visto (ora inizio a fare il vago, non sono capace di dare direttamente le cattive notizie) ma ecco insomma, sì, in un giorno qualunque di fine estate è successo, si è verificato, è arrivata l’agenzia: *la regina d’Inghilterra è morta*. Come? Non sapevi? Ma figurati, sono qui apposta. (Serve ancora un bel coccodrillo? Nel caso, questo [di Politico Europe](https://www.politico.eu/article/the-short-unhappy-life-of-elizabeth-windsor-queen-elizabeth-ii-obituary/?ref=culturewars.it) a me è piaciuto molto).
Dopo settant’anni di regno Elisabetta II d’Inghilterra se ne è andata «pacificamente», ha fatto sapere uno scarno comunicato della famiglia reale britannica, ma lo stesso avverbio non si può usare per molti fra coloro che sono rimasti: la sua figura era un collante nazionale per il Regno Unito, ma scontava anche una pesante storia coloniale del fu impero britannico. Per questo e altri motivi, ovviamente non tutti si sono uniti alle coccolose condoglianze dell’orso Paddington.
> Thank you Ma’am, for everything.
>
> — Paddington (@paddingtonbear) [September 8, 2022](https://twitter.com/paddingtonbear/status/1567931094858702850?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
E sai che c’è? Va bene così. Non mi aspettavo che una figura storica e politica come Queen Elizabeth venisse salutata dal cordoglio unanime di afrodiscendenti, irlandesi e indiani, tra gli altri, e in generale scusa ma non me la sento di – uhm – difendere l’istituzione monarchica, quando abbiamo già un piede nel 2023\.
Certo, ci sono state uscite pirotecniche come quella della professoressa di linguistica applicata Uju Anya – oggetto di un opinabile [comunicato](https://twitter.com/CarnegieMellon/status/1567975991330615297?ref=culturewars.it) della sua università, la Carnegie Mellon, per aver augurato una morte fra «dolori strazianti» a Sua Maestà – che paiono più che altro il risultato di una puerile ricerca di attenzione (curioso, in questo senso, come appena un pugno di giorni prima la stessa Anya si fosse distinta per aver [definito](https://twitter.com/UjuAnya/status/1559183982289469445?ref=culturewars.it) “da dove vieni?” «una domanda non educata», da evitare a ogni costo). Ma non ci si poteva aspettare che una morte politica non chiamasse reazioni di pancia politiche.
Ragione per cui, tolti i casi limite come quello di Anya, personalmente non mi sono sognato di rompere l’anima alle persone con storie e provenienze diverse che hanno deciso di dare spazio non ai corgi e ai cappellini e a Meghan Markle, ma alla storia del colonialismo e ai suoi effetti di lungo corso sulle società odierne. Questa cortesia (che possiamo chiamare *basic human decency*) a quanto pare non va per la maggiore, tuttavia.
Aboubakar Soumahoro, sindacalista e attivista di lungo corso, fondatore della Lega Braccianti e della Coalizione internazionale Sans-Papiers, migranti e rifugiati, oltre che candidato alle prossime elezioni con la coalizione Sinistra Italiana-Europa Verde, ha affidato ai suoi profili social un breve messaggio destinato alla scomparsa della monarca. Eccolo:
> Umane condoglianze alla famiglia di SM Elizabeth II. La nostra umanità si misura guardando oltre lo status: dietro l’istituzione c’è una vita umana da rispettare. Ricordo la profonda amicizia con Mandela, con cui condivideva i valori della lotta anti-apartheid. [pic.twitter.com/0Vj2MiwUeB](https://t.co/0Vj2MiwUeB?ref=culturewars.it)
>
> — Aboubakar Soumahoro (@aboubakar\_soum) [September 9, 2022](https://twitter.com/aboubakar%5Fsoum/status/1568148999890243584?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Nella versione pubblicata su Instagram il testo è appena [più lungo](https://www.instagram.com/p/CiR1E2gtN-v/?ref=culturewars.it), ma la sostanza non cambia: Soumahoro, che è di origine ivoriana, ha offerto «umane condoglianze» (c’è scritto) a una figura storica su cui non ha ritenuto di dilungarsi ulteriormente, con analisi e considerazioni più ampie, e ne ha condiviso un ricordo personale.
Parrebbe tutto in regola, no? Ovviamente no, perché sui social network se lo sono mangiato vivo. Tre quarti dei commenti e le risposte ai suoi post gli danno del «traditore»; gli dicono «sei un venduto»; lo invitano con poche cortesie a cancellare; lo [accostano](https://twitter.com/WILCHE91/status/1568211827221315584?ref=culturewars.it) senza apparente timore al personaggio di Samuel L. Jackson in *Django*, il capo della servitù nera «assoggettato al sistema», pensandosi anche gran progressisti; una ragazza di nome Chiara e con un cognome veneto, su Instagram, gli dice più gentilmente che «in rispetto al popolo africano \[...\] forse era meglio evitare».
Ma se c’è qualcuno che può esprimersi sul popolo africano quello è anzitutto Aboubakar Soumahoro, che in Africa ha vissuto fino ai 20 anni, e nei 20 successivi ha dedicato interamente la sua esistenza a migliorare le condizioni di vita materiali di migliaia di africani sfruttati in Italia. Come si può anche solo *pensare* di fargli la predica su ciò che «è giusto» o no dire in un’occasione del genere? Capisco il disaccordo, e sulla storia si possono esprimere tutti, *but this*?

Vedi, il grosso problema di fondo qui è che mi sembra che gli appartenenti alle minoranze vadano bene solo quando confermano e si adeguano a una narrativa d’area netta e senza sfumature – qui incidentalmente è quella sostenuta da centinaia di utenti bianchissimi, quelli che hanno criticato aspramente le condoglianze di Soumahoro – senza metterci troppo del loro.
Il candidato di Sinistra Italiana potrà anche aver deluso i suoi potenziali elettori, ma le idee politiche a volte possono rivelarsi un piano interamente separato dai sentimenti e dalle emozioni che un evento come la morte della regina d’Inghilterra suscita in una persona. Perché gli esseri umani sono organismi complessi, si contraddicono e raramente aderiscono come un manto a un’etica inflessibile, priva di compromessi e venature.
Ma noi siamo troppo presi dalla foga del giudicare attraverso le lenti di una malintesa purezza per accorgercene: il risultato è che, su quei grandi e orribili esperimenti sociali che chiamiamo social network, oggi si può insegnare l’antirazzismo ad Aboubakar Soumahoro, e non sentirsi nemmeno un pochino coglioni.
## **Altre news dal fronte**
- La polemica più disperatamente scema della settimana: *signora mia*, la Sirenetta ora è un po’ più scura di prima! Terribile, lo so: ma dove andremo a finire? Qui c’è un bel [thread](https://twitter.com/normanination4/status/1569091173305974785?ref=culturewars.it) di bimbetti neri commossi dal vedere la principessa Disney più simile a loro (e intanto magari ne approfittiamo per archiviare quell’altra cretinata della *cultural appropriation*, che dici?);

- Un lungo, verbosissimo e piuttosto incredibile [thread](https://twitter.com/chaedria/status/1569391345089007616?ref=culturewars.it) su Twitter che dettaglia come una semplice richiesta di intervista inviata da Helen Lewis, nota giornalista dell’Atlantic, alla curatrice Chaédria LaBouvier secondo quest’ultima ha causato *harm*, *violence,* sospetti di razzismo e tutto il resto del repertorio;

- I Repubblicani che siedono al Senato americano hanno [proposto](https://www.politico.com/news/2022/09/13/republicans-graham-bill-restrict-abortions-nationwide-00056404?ref=culturewars.it) una legge federale che vieterebbe il ricorso all’aborto dopo la 15esima settimana di gestazione, facendo eccezioni solo in caso di stupri denunciati alle autorità, anche in caso la vittima sia minorenne.
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### La fine dell’era del kiwi 🥝
URL: https://www.culturewars.it/kiwi-farms-forum-ban/
Last updated: 2023-08-22T21:10:01.000Z
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Fino a pochi giorni fa, Kiwi Farms è stato un forum dedito all’odio rituale, uno di quelli che cercava strenuamente di potersi fregiare del titolo di “luogo peggiore di internet”: secondo i suoi gestori – a partire dal fondatore, l’ex amministratore di 8chan Joshua Moon – aveva 16mila login al giorno, e la sua attività ruotava attorno a uno dei suoi canali, */lolcows*.
A dispetto del nome dai rimandi ironici, */lolcows* è stato per quasi un decennio (Kiwi Farms è aperto dal 2013) un luogo di molestie mirate e campagne concentrate sul rovinare la vita di una serie di persone – individuate in quanto giudicate dagli utenti «con comportamenti eccentrici che possono essere sfruttati per il divertimento», ipse dixit – che ha anche avuto un ruolo nella decisione tragica di alcune persone di togliersi la vita.
Kiwi Farms è sparito da internet il 4 settembre, quando Cloudflare, il grande provider web che utilizzava, l’ha [bloccato](https://blog.cloudflare.com/kiwifarms-blocked/?ref=culturewars.it) per «imminente e urgente minaccia alla vita umana». Ma per anni ha preso di mira attivisti transgender, femministe, persone neurodivergenti, giornalisti, esponenti del mondo dei videogame, e anche personaggi dell’estrema destra.
La sua fine si deve anzitutto alla lotta senza quartiere di una donna transgender statunitense, Clara Sorrenti – nota online col suo nickname [Keffals](https://twitter.com/keffals?ref=culturewars.it) – la quale nell’ultimo anno è diventata l’obiettivo principale dell’utenza di */lolcows* su Kiwi Farms. La “colpa” di Sorrenti è anzitutto essere una streamer che discute su Twitch le leggi repubblicane a tema Lgbt+: è quel che è bastato a renderla oggetto di richieste coordinate di rimozione del suo canale, oltre che di *[swatting](https://www.repubblica.it/tecnologia/2022/08/18/news/morire%5Fdi%5Fvideogiochi%5Fe%5Fdi%5Fstreaming%5Fcose%5Flo%5Fswatting%5Fe%5Fcome%5Ffunziona-362013450/?ref=culturewars.it)* e di diffusione del suo indirizzo di residenza, il che l’ha costretta a uscire di casa e andare a stare in un hotel per un po’. Quando ha postato una foto del suo gatto sul letto dell’albergo dove si era appoggiata, tuttavia, i frequentatori di Kiwi Farms hanno iniziato a indagare sui copriletti di ogni struttura della zona in cui vive, trovando quella in cui alloggiava e ricominciando a tormentarla, stavolta anche con l’invio di infinite pizze a domicilio a suo nome.
Comprensibilmente disperata, Sorrenti ha attraversato l’Atlantico per fare visita a un’amica a Belfast, in Irlanda del Nord. Ma i suoi molestatori l’hanno seguita anche lì: uno si è presentato con un biglietto pieno di insulti transfobici sulla porta di casa dove risiedeva, ha detto l’attivista. E quando la sua amica si è concessa la leggerezza di postare circa la loro intenzione di provare il poutine – un piatto canadese a base di patate fritte – a Belfast, Kiwi Farms ha recapitato allarmi bomba a tutti i ristoranti della città che lo servivano.
Keffals da tempo fa campagna sui social network per chiedere il blocco del sito di Kiwi Farms, e la fine della sua personale Odissea di abusi: in questi giorni il suo #DropKiwiFarms ha raggiunto risultati migliori delle attese, dopo che nel giro di 24 ore il forum è stato lasciato a piedi non solo da Cloudflare, ma [anche dalla società russa](https://kotaku.com/kiwi-farms-dead-closed-rip-shut-down-russia-telegram-1849498373?ref=culturewars.it) che aveva temporaneamente deciso di assisterlo in sua sostituzione, DDoS-Guard (ironicamente, il fondatore di Kiwi Farms Joshua Moon ha reagito postando su Telegram una lunga lamentela cospirazionista che contiene la frase rassegnata e imperdibile: «Questo meme della Russia che sarebbe un Paese libero è uno scherzo»).
È difficile definire in modo esauriente qual è il collante ideologico di un luogo come Kiwi Farms, che secondo i report ha giocato un ruolo nel suicidio di tre persone vittime del suo stalking sfinente: certo, è stato un covo di omofobi, razzisti, transfobi, incel e varie frange di estrema destra, che ha trovato un suo ruolo anche nella strage di Christchurch in Nuova Zelanda nel 2019\. Ma la sua connotazione va oltre tutte queste categorie – come ha provato a spiegare, in un [intervento](https://defaultfriend.substack.com/p/suicide-by-kiwi-farms) sfumato e controverso, critico anche di Keffals, una donna transgender nera come Taylor Stuckey – e forse l’aspetto più spaventoso è proprio questo: a dominare in queste community è anzitutto un nichilismo radicale, capace di ridere e costruire *layer* memetici sul rovinare la vita di persone scelte a caso.
La vicenda assurda di Kiwi Farms – che ricalca quelle di 8chan, 4chan, Daily Stormer e altri luoghi d’elezione dell’alt-right – porta con sé anche un dibattito complicato: Cloudflare, il gigante di internet che copre *un quinto* della rete globale e ne garantiva il funzionamento, pochi giorni prima di definirlo «una minaccia alla vita umana» aveva dichiarato che l’avrebbe mantenuto online. In un [lungo post](https://blog.cloudflare.com/Cloudflares-abuse-policies-and-approach/?ref=culturewars.it) aveva scritto che:
> Come la compagnia telefonica non ti chiude la linea se dici cose terribili, razziste, bigotte, siamo giunti alla conclusione consultandoci con politici, regolatori ed esperti che interrompere i servizi di sicurezza perché riteniamo deplorevole ciò che pubblichi sia la policy sbagliata.
Eppure ha fatto esattamente l’opposto, per fortuna. Nel mentre il forum di Kiwi Farms aveva iniziato a prendere di mira clienti di Cloudflare che avevano espresso contrarietà alla posizione presa dall’azienda, e quest’ultima ha ceduto alla pressione tornando sui suoi passi.
Kiwi Farms è andato, e non ci sono più sue tracce nemmeno sull’Internet Archive. Difficile però pensare che non torni in qualche forma, o con qualche erede: succede sempre, e ogni volta i provider internet si arrovellano per cercare una definizione decente di “libertà di espressione” con cui giustificare le loro azioni, anche se nella realtà l’«espressione» è già diventata aperta e rivendicata violenza. Keffals, che ha costruito la sua *online persona* sull’esposizione quotidiana degli utenti di Kiwi Farms, ripagandoli con la loro stessa moneta, ha [detto](https://edition.cnn.com/videos/business/2022/09/06/clara-sorrenti-trans-activist-kiwi-farms-troll-site-donie-orig-vpx.cnn?ref=culturewars.it) in un’intervista di queste ore che può pensare di perdonare i suoi stalker seriali: «Non li odio, si sono fatti coinvolgere in un *hate group*».
La sfida è tirare una linea per fare in modo che quegli *hate group*, se proprio continueranno a esistere e mostrare la parte peggiore dell’essere umano che certi meccanismi di internet solleticano, non proliferino più in modo così incontrollato e distruttivo.
## **Altre news dal fronte**
> why did a white woman write a cookbook about dumplings and noodles [pic.twitter.com/RTtyyXdW66](https://t.co/RTtyyXdW66?ref=culturewars.it)
>
> — roslyn talusan (@roslyntalusan) [August 16, 2021](https://twitter.com/roslyntalusan/status/1427082605426577412?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- La prima altra news di oggi è anche uno spin-off del tema principale. Keffals è protagonista di un diverbio con un’autrice femminista filippino-americana, Roslyn Talusan, che va avanti da un anno: cioè da quando Talusan ha scritto il tweet di cui sopra e Clara Sorrenti le ha [risposto](https://twitter.com/roslyntalusan/status/1545495813127917568?ref=culturewars.it) con un ironico e irreprensibile «*because noodles are tasty*». Ne è nato un gorgo impossibile all’incrocio dell’intersezionalità, per cui francamente non vedo soluzioni all’orizzonte: un anno dopo i fatti Talusan e sostenitori hanno ripreso la risposta di Keffals (nel frattempo impegnata in ben altri problemi, come abbiamo visto sopra) per [tacciarla di razzismo](https://twitter.com/MistressSnowPhD/status/1546201798225981440?ref=culturewars.it) anti-asiatico coperto da «appropriazione di anti-transfobia»; quelli di Keffals hanno accusato Talusan di transfobia e misoginia. E insomma, qui ci vorrebbe una rotonda;

- Christian Henson, compositore e co-fondatore di Spitfire Audio, una società londinese attiva nella tecnologia per l’industria musicale, si [«prenderà una pausa»](https://www.musicradar.com/news/spitfire-audio-christian-henson?ref=culturewars.it) (notare l’eufemismo) dal suo ruolo dopo aver postato un tweet di supporto alla scrittrice J.K. Rowling e alle sue idee circa il dibattito sulle persone transgender;

- Perché la proposta di revisione costituzionale progressista in Cile si è schiantata su [una percentuale bulgara di “No”](https://www.france24.com/en/americas/20220905-too-much-too-fast-why-chile-s-draft-constitution-was-roundly-rejected?ref=culturewars.it). Micro-riflessione: online c’è una certa tendenza consolidata e *super cool* a parlare dei fantomatici “moderati” come fossero ircocervi, o generici scemi da commiserare; cose che magari sono, ma incidentalmente continuano a comporre la grande maggioranza delle persone che vivono nel mondo reale. Se si vogliono ottenere cambiamenti importanti – e sacrosanti, come per me erano in generale quelli proposti dal presidente Gabriel Boric – tutto suggerisce che si debba agire per gradi, e collettivamente;

- Come nasce e cresce una storia non verificata di razzismo: un [thread](https://twitter.com/ac%5Fhutchens/status/1565949355147665408?ref=culturewars.it) interessante e istruttivo.
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### L’antisemitismo del mago
URL: https://www.culturewars.it/rowling-harry-potter-antisemitismo/
Last updated: 2023-08-22T21:09:32.000Z
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Sono iniziati i pre-ordini di *Hogwarts Legacy*, atteso nuovo videogioco ambientato nell’universo di Harry Potter. In produzione da due anni per Warner Bros, è diventato un feticcio per i fan della saga perché permetterà, [leggo](https://www.macitynet.it/harry-potter-hogwarts-legacy-e-online-il-gameplay-esteso-per-console-e-pc/?ref=culturewars.it), di esplorare il celebre castello con annessa scuola dei maghi, oltre a diversi altri luoghi circostanti apparsi nella storia, ricreati appositamente dagli sviluppatori.
Come da qualche tempo accade con tutto ciò che orbita attorno a Harry Potter, la prossima uscita del videogioco ha *diviso il web* (scusa, ci tenevo a concedermi un’espressione logora da giornalista un po’ cane): la sua autrice, J.K. Rowling, negli ultimi anni ha fatto parlare di sé per note prese di posizione che molti hanno definito transfobiche, e da allora conduce un’esistenza online da *[main character](https://knowyourmeme.com/memes/twitters-main-character?ref=culturewars.it)* in servizio permanente.
Qualunque cosa tu possa pensare delle opinioni di Rowling sulle persone transgender e la guerra di hashtag che vi orbita attorno (i miei due cent sono anzitutto che guardo alla vicenda con un orrore e raccapriccio metafisici: giusto ieri mi imbattevo nella condivisione virale di un tweet omofobo di Rowling [creato ad hoc](https://twitter.com/Shayan86/status/1564970063454773248?ref=culturewars.it) per soffiare sul fuoco dello scontro), non è solo per questo che *Hogwarts Legacy* è un argomento caldo online.
> Feeling despair at how many of the responses are “Ill just pirate it and play it anyway” when you probably shouldn’t have any desire to play the video game about crushing jewish rebellion in the first place
>
> — wizard enthusiast (@braccusrex) [August 27, 2022](https://twitter.com/braccusrex/status/1563517086541893635?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Dice il signore qui: non posso credere che vogliate risolvere la cosa semplicemente non comprando il gioco, dato che ecco, beh, il punto è che non dovreste volerci giocare. Perché? Perché – cito letteralmente – è un gioco che verte sullo «schiacciare una rivolta ebraica». Prego?
«Wizard enthusiast» [non è](https://twitter.com/helpmeskeletor/status/1563832370314092544?ref=culturewars.it) [l’unico](https://twitter.com/HYENABLOOD/status/1564079163191054336?ref=culturewars.it) profilo ad aver scritto questa cosa su Twitter, dunque mi sono messo ad approfondire il fascicolo: perché J.K. Rowling ora era accusata *anche* di antisemitismo? La prima apparizione della polemica che ho trovato risale al 2019, quando il tour degli studi di Harry Potter a Londra si è arricchito di una nuova attrazione: la banca dei maghi Gringott, amministrata dai goblin del mondo potteriano. Per reclamizzare la novità, Warner Bros ha diffuso questa immagine:

[Scrivendo](https://www.thejc.com/comment/comment/harry-potter-is-gringotts-picture-antisemitic-1.482785?ref=culturewars.it) sul Jewish Chronicle, in quei giorni l’autrice di fede ebraica Marianne Levy ha detto che un poster del genere «non sembra fuori posto» una volta accostato a una serie di vignette antisemite di Der Stürmer, il settimanale della propaganda antisemita dei nazisti: ci sono il naso lungo, il completo sartoriale impeccabile, le dita artigliate che accarezzano il denaro.
A tornare sulla vicenda più di recente è stato il comico Jon Stewart, che lo scorso dicembre le ha dedicato una puntata del suo podcast, [dicendo](https://variety.com/2022/film/news/jon-stewart-slams-jk-rowling-anti-semitic-harry-potter-goblins-1235146760/?ref=culturewars.it):
> È stata una di quelle cose che, vista sullo schermo, mi ha fatto mettere in attesa che la gente dicesse: “Cazzo, ditemi che non ha, in un mondo magico, semplicemente buttato lì degli ebrei a gestire una banca sotterranea!”.
Stewart ha poi [chiarito](https://www.bbc.com/news/entertainment-arts-59893206?ref=culturewars.it) che non intendeva dare dell’antisemita a Rowling, come peraltro non aveva voluto fare nemmeno Levy due anni prima. L’autrice aveva infatti scritto:
> Tutto quello che riesco a pensare è che queste immagini ormai sono così radicate nel subconscio collettivo che anche in quest'era di apparente *wokeness* possono rimanere nel campo del pubblico dominio, e la loro natura problematica passare per inosservata.
È una buona riflessione: perché in un’epoca di attenzione alle rappresentazioni che talvolta sfiora il maniacale, è ancora perfettamente ok immaginare omini antipatici, avari e col naso adunco che pensano solo al denaro? Anche le maggiori organizzazioni britanniche contro l’antisemitismo – intervenute in parte [per](https://twitter.com/antisemitism/status/1478739540307230720?ref=culturewars.it) [difendere](https://www.timesofisrael.com/jewish-groups-defend-j-k-rowling-over-claim-harry-potter-goblins-antisemitic/?ref=culturewars.it) J.K. Rowling dalle accuse – hanno posto l’accento su questo tema, spiegando che i goblin di Harry Potter si innestano in «un contesto culturale che dura da secoli e profondamente radicato a livello del subconscio».
Ma il videogioco, tornando a noi? In *Hogwarts Legacy* si giocherà nei panni di uno studente di Hogwarts (e fin qua): si farà parte di una delle note case della scuola di magia, si frequenteranno le lezioni, e si potrà visitare il mondo circostante imparando incantesimi, pozioni e l’addestramento di creature magiche. Sullo sfondo della trama c’è però proprio una ribellione dei goblin, guidata dal loro capo Ranrok, alleatosi con un gruppo di maghi oscuri. È questa la «ribellione ebraica» di cui parlano certi tizi che – parere mio – stanno troppo su Twitter.
> 😭 this shit is like if a far right media site got the money to do a huge videogame lol they even have the oppressed grotesque race of outsiders being manipulated into violent unrest by elites for their own ends it’s like layers of conservative conspiracy bullshit [pic.twitter.com/ItR8X3IcRX](https://t.co/ItR8X3IcRX?ref=culturewars.it)
>
> — della\~ 🍒 💣 (@della\_morte\_) [March 18, 2022](https://twitter.com/della%5Fmorte%5F/status/1504954886005403652?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
La cosa interessante è che questa polemica, invero poco sorprendentemente, ha generato un mischione dai confini impossibili da tracciare: siccome l’autrice di Harry Potter ha dato prova di un atteggiamento di esclusione delle persone trans, *allora* è evidentemente anche antisemita (se non addirittura [un’apologeta dello schiavismo](https://www.reddit.com/r/harrypotterhate/comments/tqy1xd/short%5Fvideo%5Fexplaining%5Fhow%5Fbad%5Fthe%5Fnew%5Fharry/?ref=culturewars.it)), ragiona la mente collettiva dei social.
Nel frattempo, come sempre, che le associazioni ebraiche siano intervenute per dire che non ritengono Rowling un’antisemita non conta nulla: a pesare sono lo spirito di corpo e l’engagement, che dipendono strettamente dall’ingigantimento rituale di ogni caso.
La rappresentazione dei goblin in Harry Potter è effettivamente *problematica*, come dicono quelli bravi coi calchi dall’inglese, ma come lo sono dozzine di altri prodotti culturali affermati, in una tradizione di stereotipi da rivedere che passa per l’Ebenezer Scrooge di Charles Dickens, il Grinch del Dr. Seuss, Gollum de *Il signore degli anelli* e gli alieni di *Essi vivono* di John Carpenter, tra gli altri.
Possibile che J.K. Rowling mi smentisca invadendo la Polonia a breve, ma non credo che sia un’antisemita (come d’altronde non lo credono i semiti, a quanto pare), o una nazista che a cuore la schiavitù. Forse, incredibile a dirsi, ha semplicemente delle idee opinabili o sbagliate su un singolo tema.
## **Altre news dal fronte**
- Ma pensa un po’: un’[inchiesta](https://theintercept.com/2022/06/07/union-busting-tactics-diversity/?ref=culturewars.it) bella densa di The Intercept sul sottobosco di figure aziendali che ricoprono di zucchero della *diversity* e altro gergo dell’attivismo la pillola dell’antisindacalismo più bieco. Come diciamo sempre da queste parti: ai buoni o buonissimi proclami non corrispondono automaticamente buone o buonissime azioni;

- Podcast Movement, una conferenza di podcasting tenuta a Dallas ad agosto, si è scusata con il suo pubblico perché Ben Shapiro – la firma ultraconservatrice di una testata, Daily Wire, a cui era stato assegnato uno stand alla kermesse – [si è effettivamente presentato](https://twitter.com/PodcastMovement/status/1562765174742073344?ref=culturewars.it) al suddetto stand: «Ci assumiamo ogni responsabilità dei danni generati dalla sua presenza»; «il dolore causato da questa vicenda sarà sempre parte di noi»;

- Donald Trump tiene a non essere preso per un tipo disordinato: magari razzista, omofobo, antidemocratico, misantropo. Ma [non disordinato](https://twitter.com/bdgrabinski/status/1565116838169550848?ref=culturewars.it), grazie.
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### Se “libertà” significa qualcosa
URL: https://www.culturewars.it/salman-rushdie-liberta-espressione/
Last updated: 2023-08-22T21:09:07.000Z
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«Un attacco premeditato»: così sono state definite dagli inquirenti le dieci coltellate inferte da Hadi Matar, un uomo ventiquattrenne di fede musulmana del New Jersey, allo scrittore Salman Rushdie poco prima di un incontro letterario programmato per la mattina del 12 agosto a Chautauqua, nell’ovest dello Stato di New York.
Matar ha acquistato un biglietto per l’evento a cui Rushdie si apprestava a partecipare, si è recato sul posto in autobus e, quando l’autore dei *Versi satanici* è salito sul palco, vi si è precipitato iniziando a colpirlo ripetutamente con un coltello (un video girato nella sala mostra alcuni momenti dell’aggressione, e vi si scorge Rushdie disteso in una pozza di sangue).
> NOW - Salman Rushdie is stabbed on stage in New York.[pic.twitter.com/qFmYE6BC5E](https://t.co/qFmYE6BC5E?ref=culturewars.it)
>
> — Disclose.tv (@disclosetv) [August 12, 2022](https://twitter.com/disclosetv/status/1558111458201899008?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Dopo le prime ore di preoccupazione – l’agente di Rushdie, Andrew Wylie, ha detto che potrebbe perdere un occhio e l’uso di un braccio – ora sembra che l’autore indiano-britannico si trovi fuori pericolo e sia tornato a respirare senza l’ausilio di macchinari medici.
La fatwa che l’ha colpito nel 1989, l’anno in cui è stata pronunciata dall’ayatollah Khomeini («Vorrei informare tutti gli intrepidi musulmani del mondo che l'autore del libro intitolato Versi satanici, così come quegli editori che erano a conoscenza del suo contenuto, sono condannati a morte»), ha sfiorato la sua folle realizzazione per mano di un giovane uomo che al tempo dell’uscita dei *Versi satanici* – il romanzo considerato blasfemo dal radicalismo islamico che gli è valso la condanna a morte – non era nemmeno nato.
Si è notato da più parti che il tentato assassinio ha generato reazioni miti o direttamente assenti in molti progressisti (tra le poche eccezioni encomiabili in Italia, io applaudo quelle di [Erri De Luca](https://twitter.com/Erriders/status/1558325930606546944?ref=culturewars.it) ed [Enrico Letta](https://twitter.com/EnricoLetta/status/1558328535638573056?ref=culturewars.it)). Forse perché, come accade sempre più spesso nella macchina polarizzante delle piattaforme, l’accaduto non si presta al sostegno di una narrazione orientata, senza sfumature ed edificante, perfetta per accumulare like e prestigio da portavoce. In alcuni casi – ed è un leitmotiv che ritorna nell’affrontare discorsi spinosi che riguardano altre culture – si tace perché si pensa che i vecchi arnesi dell’Illuminismo, a partire dalla libertà di espressione e dal diritto di criticare l’oscurantismo, oggi siano finiti nel cassetto degli attrezzi della peggiore destra. E nessun progressista vuol avere nulla da spartire con gli islamofobi, per rimanere al caso specifico.
Non è un’idea del tutto campata per aria, almeno in superficie. Oggi diversi reazionari si sono appropriati della battaglia per il *free speech*, ammantando l’espressione di un significato sinistro: lo sdoganamento dei discorsi d’odio. Ma sotto questa patina si cela la necessità di una scelta di campo che riguarda anche (anzi: anzitutto) la sinistra: come ha scritto in un ispirato [editoriale](https://www.theguardian.com/commentisfree/2022/aug/14/the-observer-view-on-the-attack-on-salman-rushdie?ref=culturewars.it) l’Observer, il tentato omicidio di Salman Rushdie dev’essere un campanello dall’allarme per quei progressisti che da anni accolgono con una scrollata di spalle l’erosione del diritto alla libera espressione di idee differenti o controverse, un fenomeno che la veemenza omologante delle infosfere socialmediali ha reso di stretta attualità.
Oltre le strumentalizzazioni conservatrici di quest’epoca, la libertà di espressione – come ha [notato](https://twitter.com/BenBurgis/status/1558513753766903815?ref=culturewars.it), fra gli altri, il columnist di Jacobin Ben Burgis – dovrebbe rimanere «un valore non negoziabile della sinistra». A noi pare più che altro un concetto astratto, a cui riservare nel migliore dei casi un’adesione tiepida e sbadigliante, da formulario. Eppure il suo vero valore si manifesta proprio nella possibilità di causare un’offesa in buona fede, di andare contro l’ortodossia dominante in un dato contesto: nessuno stato totalitario, nessun tentato assassinio politico d’altronde ha mai cercato di censurare idee con cui concordava, o che non gli facevano né caldo né freddo. È ovvio che non tutte le intolleranze per le opinioni dissonanti generano violenza, ma tutte limitano e immiseriscono l’esperienza umana e lo spirito stesso del progresso.
C’è differenza tra l’offesa malevola fine a se stessa e il pensiero libero che risulta oltraggioso, e la distinzione non è affatto di lana caprina: è ciò che divide l’apertura democratica al dissenso dalla chiusura assolutistica, tanto per cominciare. È lo stesso Rushdie ad avercelo insegnato: ha scritto che «il momento in cui stabilisci che un set di idee deve essere immune dalla critica, la satira, la derisione e anche il disdegno, la libertà di pensiero diventa impossibile». E ancora, in *Patrie immaginarie* (Mondadori, 1994):
> Che cos’è la libertà di espressione? Senza la libertà di offendere, cessa di esistere. Senza la libertà di sfidare, o anche di dileggiare ogni ortodossia, comprese quelle religiose, cessa di esistere. Il linguaggio e l’immaginazione non possono essere imprigionati o l’arte morirà, e con essa, un po’ di ciò che ci rende umani.
Lo scrittore non si è limitato agli alti proclami, peraltro: nel 1990, a un anno dalla fatwa, un film pakistano lo dipinse come un agente di Satana al soldo di ebrei e induisti che distrugge l’Islam, da uccidere con l’ausilio di copie del Corano volanti. Il Regno Unito non voleva permetterne la distribuzione, ma Rushdie si [mosse in prima persona](https://twitter.com/kapskom/status/1558460064641466369?ref=culturewars.it) perché potesse essere visto dal pubblico. Il *free speech*, di per sé, sarebbe questa cosa qua, e non possiamo sminuirne la portata perché qualche cattivo dei cartoni animati si è messo ad abusare del termine.
È comprensibile che oggi le strumentalizzazioni politiche carpiate sorte attorno alla «libertà di espressione» inducano a guardare il concetto con una certa diffidenza. Ma la storia di Rushdie ci mostra il mondo al di fuori della caverna algoritmica, ed è su questo squarcio di verità e importanza che dovremmo concentrarci; è lì che viviamo, d’altronde.
Già al tempo della sua condanna a morte – contornata da una taglia di 3 milioni di dollari e ribadita dalla massima autorità religiosa e civile iraniana non più tardi che nel 2019 – molti non riuscirono a solidarizzare con Rushdie: l’ex presidente americano Jimmy Carter [scrisse](https://www.cartercenter.org/news/documents/doc1381.html?ref=culturewars.it) apertamente sul New York Times che il suo romanzo era «un insulto». Una lunghissima lista di progressisti pose l’accento sulle persone che si sentivano offese dalla sua opera, solidarizzando con loro e non con lui. Diciotto anni dopo, quando il governo britannico decise di conferirgli la massima onorificenza pubblica del cavalierato, la ministra dell’Istruzione libdem Shirley Williams prese posizione in prima serata televisiva contro un uomo che aveva «offeso milioni di musulmani».
Williams non aveva fatto i conti con Christopher Hitchens, però.
Da allora la situazione non è migliorata, anzi: quando nel 2015, a pochi mesi dalla strage islamista nella redazione parigina di *Charlie Hebdo*, il Pen America decise di conferire un riconoscimento postumo alle vittime degli attentatori, più di 200 scrittori suoi membri (e tra gli altri Teju Cole, Joyce Carol Oates, Geoff Dyer) [scrissero](https://pen.org/pen-receives-letter-from-members-about-charlie-hebdo-award/?ref=culturewars.it) per lamentarsi della decisione di premiare «materiale selettivamente offensivo». Nella lettera si leggeva che «in una società diseguale, l’offesa eguale non ha un effetto eguale», un argomento che oggi vediamo comparire abitualmente nelle prese di posizione progressiste che equiparano l’espressione personale e artistica a sorgenti di discriminazione o violenza materiale.
Ponendo che l’equazione regga, quale potrebbe essere la soluzione al dilemma se non una «offesa diseguale», cioè un’arte (o una libera espressione) libera di occuparsi soltanto di certi gruppi e di certe idee? Ma uno scenario del genere costituirebbe l’antitesi stessa dell’apertura democratica, e di ciò per cui la sinistra ha sempre combattuto nella sua storia, fin dall’Illuminismo. Cosa pesa di più, dunque: l’offesa o la libertà di offendere? Salman Rushdie, parlando alla Columbia University nel 1991, si è [chiesto](https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/books/99/04/18/specials/rushdie-address.html?ref=culturewars.it): «Quale minoranza è più piccola e più debole di quella di una singola persona?». Due anni fa lo scrittore è stato tra i firmatari della discussa [lettera](https://harpers.org/a-letter-on-justice-and-open-debate/?ref=culturewars.it) della rivista Harper’s sulla cosiddetta cancel culture (un’iniziativa che, anche allora, larghe nicchie di sinistra hanno liquidato come un piagnisteo di celebrità milionarie incapaci di tollerare le critiche), e da trent’anni è un testimonial vivente e coerente della libertà di espressione di tutti e per tutti.
Il grande Christopher Hitchens [scrisse](https://twitter.com/georgeeaton/status/1558397926543597568?ref=culturewars.it) nelle sue memorie che la fatwa di Rushdie metteva di fronte «tutto ciò che amavo e tutto ciò che odiavo»: da una parte «dittatura, religione, stupidità, demagogia, censura, bullismo e intimidazione»; dall’altra «letteratura, ironia, humor, l’individuo e la libertà di espressione». Per quanto non sia sempre così semplice tracciare la linea, anche a noi prima o poi toccherà scegliere da che parte stare.
## **Altre news dal fronte**
- Il teatro londinese Shakespeare's Globe ha fatto *impazzire* Twitter (ehi, un attimo: l’ho scritto davvero?) presentando *[I, Joan](https://www.shakespearesglobe.com/whats-on/joan-2022/?ref=culturewars.it)*, uno spettacolo in cartellone dalla fine di questo mese che immagina Giovanna d’Arco come una persona non binaria che usa i pronomi *they/them*. Un giorno qualche antropologo studierà la frenesia generale causata nell’etere da cose del genere, in sé innocue, ma comunque: a quanto ho appreso, i critici (stando al fronte avversario su Twitter, al 99,9% Terf: ma sono uno di quelli ancora convinti che il mondo non si possa dividere con un tratto netto in «Terf» e «alleati») obiettano che Giovanna d’Arco è una delle relativamente poche donne “protagoniste” e che trascendono gli stereotipi di genere ad aver lasciato un segno sulla storia occidentale, e toglierle la sua appartenenza sessuale si tradurrebbe in un disservizio alla causa femminista. Altri, invece, pongono l’accento sulla possibilità di re-immaginare la storia alla luce delle sensibilità odierne, una parte integrante della produzione artistica contemporanea, e dunque sulla legittimità del progetto;

- Storia ai limiti del paranormale e molto discussa segnalatami da Stefano M., che ringrazio: quest’anno sul *Journal of Qualitative Research*, una rivista accademica peer-reviewed, è apparso un paper di un ricercatore svedese all’Università di Manchester, Karl Andersson, che – non so davvero come altro dirlo – per tre mesi si è masturbato su fumetti *shota*, un particolare sottogenere di anime che rappresenta scene di sesso con ragazzini prepubescenti, e ha descritto e ammantato l’opinabile routine con la dicitura di «studio etnografico».
Lo scoppio della vicenda, dopo mesi di tranquilla pubblicazione online, risale soltanto a qualche giorno fa, e nel mentre il paper è stato rimosso (la norma vuole che vengano ritirati pur rimanendo online, leggevo, e questo aveva già una nota editoriale a corredo. Ma non divaghiamo). Andersson si occupa di *shota* in modo estensivo: ci ha girato un [documentario](https://thepostmillennial.com/doctoral-student-masturbates-to-fantasy-child-porn-for-phd-research?ref=culturewars.it), ha un [passato](https://www.vice.com/en/article/xdpb7k/breaking-boy-news?ref=culturewars.it) da direttore ed editore di un riprovevole e non legalissimo giornale dedicato alla pornografia infantile e insomma, non facciamo torto a nessuno nel dire che è un pedofilo conclamato.
A interessarci è anzitutto un aspetto [messo in luce](https://stuartritchie.substack.com/p/circling-the-wagons) dal divulgatore scientifico scozzese Stuart Ritchie, che ha dedicato un articolo di commento alla lunare faccenda: la storia è esplosa grazie a un tweet di un politico britannico conservatore, il parlamentare Tory Neil O’Brien, che l’ha portata alla ribalta il 10 agosto scorso. E siccome a indignarsi era stato un tizio di destra, mostra Ritchie, diversi accademici di chiara fama sono intervenuti per... difendere il paper di riflesso. Qui di seguito ad esempio trovi la presa di posizione della storica della cultura esperta di questioni legate al sesso Fern Riddell:

E qui quella di Steven Fielding, professore di storia politica all’Università di Nottingham:

Ma Ritchie ne elenca diverse altre (alcuni degli autori, a onor di completezza, poi si sono scusati per la colpevole svista). Come una cosa del genere possa essere stata pubblicata su una rivista peer-reviewed esula dalle mie competenze specifiche (nonché dalla mia considerazione delle università del 2022), ma è deprimente vedere anche come spesso le faide su Twitter ormai prescindano completamente dal merito delle questioni, ovvero dalla realtà stessa: basta seguire la corrente e, con un po’ di buona volontà e tic pavloviani, si finisce a fare le guerre culturali al fianco di dottorandi che fanno, uhm, “ricerca scientifica” masturbandosi sui ragazzini.
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### Hanno ucciso il social network
URL: https://www.culturewars.it/fine-social-network/
Last updated: 2023-08-22T21:08:40.000Z
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Nella caldissima settimana appena trascorsa, una notizia ha fatto tremare le fondamenta di internet come lo conosciamo: Meta ha apposto la bolla papale all’aggiornamento più radicale della storia recente di Facebook, che in buona sostanza confinerà tutti i contenuti dei contatti di ogni utente in una nuova sezione separata, «Feeds», di interesse secondario rispetto alla rinnovata architettura della home, la quale premierà video e contenuti virali di terzi organizzati in uno scroll senza fine.
E anche Instagram, pur lasciandosi dietro un [profluvio di proteste](https://www.theverge.com/2022/7/25/23277879/kylie-jenner-kim-kardashian-instagram-redesign-app-updates?ref=culturewars.it) dei suoi utenti e influencer, sta ufficialmente andando in quella direzione: quella in cui i Reels – brevi video a schermo intero – più visti e commentati di account che non segui domineranno sempre di più i feed e la copertura, a discapito delle immagini e i post delle persone che segui (lo stesso Adam Mosseri, il capo di Instagram, ha dichiarato tra il sommesso e l’imbarazzato: «Credo proprio che Instagram diventerà sempre più un posto per i video»).
In una parola: TikTok, esatto. *It's TikTok’s world, we’re just living in it*. Non è un mistero che i grandi vecchi – se così vogliamo chiamarli – della Silicon Valley, da tempo col fiato corto e senza grandi idee di rilancio, stiano rincorrendo i numeri di engagement e il modello proposto dalla società cinese ByteDance, proprietaria di TikTok. Cosa significa per noi utenti? Beh, per iniziare che il concetto di social network potrebbe essere al capolinea, almeno per come lo conoscevamo.
Intendiamoci: in quindici anni di uso personale e lavorativo dei social posso contare a dozzine i canti in morte delle piattaforme, che poi si sono regolarmente rivelati [prematuri](https://www.rivistastudio.com/facebook-e-morto/?ref=culturewars.it). Ma stavolta sembra esserci qualcosa di nuovo nell’aria di internet. Il grande passaggio dalla prioritizzazione delle interazioni sociali al dominio del *content* ha raggiunto il suo punto critico, e le multinazionali che gestiscono le piattaforme, per sopravvivere ai tempi di magra in scenari economici non esaltanti, hanno deciso di seguire l’unica via che reputano capace di salvare le loro *cash cow*: quella della guerra totale per l’engagement e l’attenzione degli utenti. L’esperto di Silicon Valley Casey Newton ha [parlato](https://www.platformer.news/p/facebooks-big-pivot-is-here?utm%5Fsource=email) più precisamente di «nuove manovre aggressive per ottenere rilevanza in un mondo in cui è sempre più TikTok a dettare il passo».
«Segnatevi la settimana scorsa come quella della fine dei social network», ha esordito Scott Rosenberg in una interessante disamina pubblicata [su Axios](https://www.axios.com/2022/07/25/sunset-social-network-facebook-tiktok?ref=culturewars.it). La mia idea, però, è che questa svolta arriva tutt’altro che a sorpresa: negli anni i maggiori social network (Facebook e Instagram, ma anche Twitter) le hanno provate *tutte* per aumentare le nostre interazioni coi contenuti al di fuori della nostra cerchia di conoscenze e forzare la mano alla viralità. La stessa introduzione dei tasti «Condividi» e «Retweet» di più di dieci anni fa marcava il primo timido passo in una direzione che poi ha segnato l’intero corso successivo dei social network. Perché devo vedere un tweet “virale” di una persona che non seguo? Per quale motivo l’algoritmo mi mostra inserzioni e suggerimenti che orbitano attorno a cose che non mi piacciono? Come mai questo influencer-attivista sta cercando di vendermi uno shampoo? I social network delle origini – quelli in cui potevi connetterti con conoscenti, parenti, amici e compagni parlando di quel che ti pareva, senza che fosse un algoritmo educato all’engagement a modellare la tua esperienza digitale – sono morti anni fa, non certo oggi.
Resta inteso che sì, il modello TikTok è il salto dello squalo di questa tendenza: rappresenta il simbolo del passaggio a un’esperienza online *interamente* disegnata sulla base dell’acquisizione automatica delle preferenze di milioni di sconosciuti per restituire un feed che non ha nulla di personale, e tutto di virale. Per Rosenberg, «assomiglia molto a una tv mutante con un numero infinito di canali privi di contesto che oscillano tra il chiaro e lo sfocato ad alta velocità». È, insomma – almeno per quanto mi riguarda – l’inferno, e la morte di ogni scambio umano o comunicazione vera e propria.
Ma dovevamo accorgercene prima. Provo a formularlo meglio: aver ceduto a multinazionali private a scopo di lucro buona parte dell’aspetto associativo, espressivo e attivistico delle nostre società è stato un errore, e anche abbastanza tragico. Significa aver messo nelle mani di direttori finanziari della California il modo in cui discutiamo della società e della politica, le leve che regolano la conversazione e i suoi limiti, e – dopo anni di utilizzo intensivo percolato nel mainstream – gli antidoti al veleno algoritmico delle polarizzazioni esponenziali. Come ha scritto il pioniere della Silicon Valley Jaron Lanier nel suo bel pamphlet *Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social* (Il Saggiatore), un’accurata rassegna dei modi subdoli in cui le piattaforme hanno inquinato i pozzi della vita in società: «Parlare sui social media non è parlare. Quello che dici viene inserito in un contesto dopo che tu l’hai detto, per gli scopi e il profitto di qualcun altro». E ancora: «Sinceramente, sei gentile come vorresti? In quali momenti ti sembra di essere la persona che desideri essere? Quand’è che diventi irritato o sprezzante?».
Certo, a scanso di equivoci i social network hanno anche *fatto cose buone*, come si dice: quando se ne parla, è impossibile non citare le Primavere arabe (anche se, dieci anni dopo, persino nei luoghi che ne hanno beneficiato la situazione è più o meno [al punto di partenza](https://www.ilpost.it/2022/07/27/tunisia-ritorno-autoritarismo/?ref=culturewars.it)) e il ruolo di post e tweet nella nascita di movimenti di protesta che hanno ottenuto risultati anche tangibili (il #MeToo, Black Lives Matter). Ma tutto questo non è mai stato parte integrante della natura, la visione del mondo e le priorità dei giganti del web: abbiamo voluto vederci del bene – o almeno del neutro contendibile, una tavola bianca da poter usare liberalmente per dipingere trame efficaci, se non proprio rivoluzionarie – ma ci siamo sbagliati. Facebook e Twitter non sono neutrali: vogliono l’engagement a qualsiasi costo. E il costo si è tradotto molto spesso nell’[opposto](https://www.theguardian.com/technology/2016/oct/11/aclu-geofeedia-facebook-twitter-instagram-black-lives-matter?ref=culturewars.it) della neutralità, come ci hanno insegnato anni di scandali e marce indietro a metà.
Quando si sente dire che quelle piattaforme, in fondo, hanno dato rappresentanza a nuovi gruppi sociali, o promosso anche incidentalmente l’espansione dei diritti e il «[passaggio di microfono](https://www.internazionale.it/opinione/claudia-durastanti/2020/07/17/passare-microfono-altri-cancel-culture?ref=culturewars.it)» a categorie fino ad allora ignorate, quella che si ascolta è una resa molto parziale e opinabile dei fatti. Tanto che oggi, a quindici anni dalla democratizzazione universale promessa dai social, ci troviamo in un’epoca di [perdita di diritti](https://www.culturewars.it/corte-suprema-aborto-donne/) fondamentali e divisioni feroci, mentre i capoccia delle piattaforme miliardarie hanno studiato un modo infallibile per farti vedere contro la tua volontà quel video di un pappagallino che canta.
## **Altre news dal fronte**
- «Ciò che sta venendo richiesto per davvero, invece di un’etica più cosmopolita, è un provincialismo intellettuale comunicato col linguaggio del puritanesimo morale». *Decolonise the curriculum* (letteralmente: «decolonizzare il piano di studi») è da tempo uno slogan politico molto in voga nell’accademia anglofona, in particolare nelle sue divisioni letterarie. Tomiwa Owolade, autore britannico nero, ha scritto [una gran bella lettera](https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/criq.12675?ref=culturewars.it) che critica con intelligenza questo approccio da portavoce oltranzisti, che fa del male dicendo di voler fare del bene;

> Gentle reminder that "Filipino" is already a gender-neutral term. People who say "Filipinx" are just Filipino-Americans who think eating Lumpia and Jollibee is what makes you Filipino.
>
> Please do not use "Filipinx"
>
> Sincerely, an actual fucking Filipino [pic.twitter.com/bk7R8g8wev](https://t.co/bk7R8g8wev?ref=culturewars.it)
>
> — Ma Fe (@Mairon\_Maiden) [July 25, 2022](https://twitter.com/Mairon%5FMaiden/status/1551717948649517056?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Negli Stati Uniti si è discusso di un neologismo inclusivo, «Filipinx», usato dal Comic-con di San Diego in un post di qualche giorno fa per riferirsi alle persone originarie delle Filippine. L’intento era ovviamente benintenzionato, ma secondo molti filippini segnala un approccio paternalistico e occidente-centrico all’inclusione (lo stesso problema che i latinoamericani imputano a «Latinx», d’altronde);

- Erin Overbey [dice](https://twitter.com/erinoverbey/status/1551538497122713600?ref=culturewars.it) di essere stata licenziata dal New Yorker, dove lavorava agli archivi della rivista, per aver sottolineato una serie di disuguaglianze di genere interne alla testata. Overbey sostiene di essersi vista inserire errori negli articoli per motivare la sua cacciata. Il giornale ha definito le accuse «assurde». Secondo un’altra inchiesta invece la donna sarebbe stata licenziata per plagiarismo e cattiva condotta, ma lei ha negato tutto: [qui](https://www.poynter.org/commentary/2022/what-happened-erin-overbey-david-remnick-new-yorker/?ref=culturewars.it) un recap.
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### Sempre nella stessa bolla mi troverai
URL: https://www.culturewars.it/razzismo-polizia-bakayoko-sundberg/
Last updated: 2023-08-22T21:08:12.000Z
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In un periodo di graduale distaccamento dai social network – un detox che mi sento di consigliare col cuore – questa settimana mi ha portato a scorgere alcune storie: la prima si è svolta a Milano, le altre a Minneapolis e Kansas City. Hanno punti di contatto (tutte riguardano operazioni di polizia e persone nere, per cominciare) ma anche notevoli differenze, e mi hanno dato da pensare.
La prima è quella del centrocampista del Milan Tiémoué Bakayoko, e con ogni probabilità sai di cosa sto parlando: il calciatore è stato fermato dalla polizia nei pressi di Corso Como, nel centro di Milano, per una perquisizione molto brusca avvenuta con una pistola puntata ad altezza d’uomo nella sua auto, secondo la Questura per uno scambio di persona. Una scena forte e impressionante, che sembra inusuale per un controllo. Il video risale al 3 luglio e, per chi se lo fosse perso, è questo di seguito.
È interessante notare quel che succede verso la fine: un poliziotto si reca dal suo collega che sta perquisendo Bakayoko, verosimilmente per informarlo dell’identità della persona che ha costretto a mettere le mani sulla volante; il perquisitore trasecola, sbotta con quella che si immagina essere la contezza di averla fatta grossa, toglie subito le mani di dosso al calciatore del Milan e lo lascia andare.
Si è discusso, in merito a questa scena oggettivamente disturbante, di profilazione etnica (tra gli altri, l’ha denunciata [Amnesty International](https://twitter.com/amnestyitalia/status/1548987260539998209?ref=culturewars.it)), nonché com’è ovvio di razzismo. La Questura di Milano si è difesa [parlando](https://www.fanpage.it/milano/perche-la-polizia-ha-fermato-e-perquisito-con-pistola-puntata-il-calciatore-del-milan-tiemoue-bakayoko/?ref=culturewars.it) invece di un «incrocio di coincidenze», e spiegando che le pattuglie della zona in quel momento cercavano i responsabili dello sparo di alcuni colpi di un’arma ad aria compressa avvenuto nei dintorni. I colpevoli, ha detto la polizia, erano stati identificati in persone di origine africana a bordo di un Suv nero, e una di esse indossava una maglietta verde. Quando è stato fermato, come si vede nel video, Bakayoko era a bordo di un Suv nero e indossava una t-shirt verde.
I poliziotti si sarebbero comportati allo stesso modo eseguendo un controllo in cerca di sospettati bianchi? La pistola puntata ad altezza d’uomo è prassi comune in casi come questo? (La Questura sostiene di sì, adducendo che cercava uomini armati, ma per crederci in mancanza d’altri elementi ci vuole almeno un atto di fede). Le domande da porsi sono parecchie, e le risposte potrebbero non piacerci. Lo stesso Bakayoko ha [detto](https://www.calcioefinanza.it/2022/07/20/bakayoko-pistola-puntata-polizia/?ref=culturewars.it) che «l’errore non mi crea problemi, ma il modo sì», perché «poteva avere conseguenze gravi».
Personalmente, forse ancora più dell’arma puntata, a colpirmi nel video è stato il cambiamento totale di atteggiamento da parte delle forze dell’ordine una volta chiarita l’identità del fermato. Un’inversione a U che sembra dire a chiare lettere: *è ricco e famoso, non ci si comporta così*. Ma anche i ricchi sparano con le pistole ad aria compressa, volendo, agenti. E una perquisizione che non cambia a seconda delle presenze in serie A del perquisito mi avrebbe messo più a mio agio, ecco.
Quei quaranta secondi di video hanno chiamato reazioni “di pancia”, peraltro comprensibili, in chi l’ha visto. E le reazioni di pancia a volte – come in questo caso – sono ben indirizzate; altre volte lo sono meno, e rischiano di dar luogo a fraintendimenti. A monte, nel caso Bakayoko, c’è un dato di fatto ineludibile per chiunque non voglia chiudere gli occhi: l’Italia è un Paese con problemi enormi e visibili di razzismo, e la polizia mostra con una certa frequenza atteggiamenti riconducibili a xenofobia. Ma il modo in cui reagiamo alle notizie che ci chiedono risposte emotive, specie quando sono filtrate dagli algoritmi (cioè sempre), è un aspetto centrale delle nostre vite connesse che merita una riflessione separata.
È su questo piano distinto che possiamo percorrere i settemila e rotti chilometri che separano Milano da Minneapolis, in Minnesota, dove c’è un’altra storia che vale la pena raccontare, anche se diversa dalla prima sotto molti aspetti. Tekle Sundberg, un ventenne afroamericano affetto da problemi mentali, lo scorso 13 luglio ha preso una pistola e ha sparato verso la casa di una vicina che pedinava da mesi – una donna ventiquattrenne con due figli di quattro e due anni – e poi è salito sulla finestra del suo appartamento al terzo piano della palazzina, sempre con l’arma in pugno. Un team di forze speciali ha raggiunto il luogo e ha provato ripetutamente a contattarlo per sei ore (due di queste sono state [trasmesse in diretta](https://www.fox9.com/news/video-of-police-standoff-with-tekle-sundberg-captured-moments-his-father-begged-him-to-talk-to-negotiators?ref=culturewars.it) da uno streamer, e mostrano i tentativi commoventi del padre di Tekle di portarlo a parlare con la polizia e arrendersi). Alle 4.30 del mattino, dopo il fallimento di ogni dialogo, due poliziotti hanno sparato al ragazzo, uccidendolo.
Come avvenuto in Italia per la prima vicenda (anzi, in magnitudini molto maggiori: anche volendo andare oltre il tragico epilogo, Minneapolis è la città in cui nel 2020 è stato assassinato George Floyd, il punto d’origine delle grandi proteste antirazziste di Black Lives Matter), il fatto ha innescato discorsi sul razzismo che permea le forze dell’ordine e le loro azioni di polizia. Proprio in questi giorni, peraltro, abbiamo appreso che alla Robb Elementary School di Uvalde, in Texas, mentre un attentatore uccideva 21 persone, in maggioranza bambini, [400 agenti](https://twitter.com/seungminkim/status/1548734152178110466?ref=culturewars.it) sul posto esitavano a entrare in azione. Insomma, anche qui il problema esiste, lo sappiamo.
Dopo la morte di Sundberg sono state organizzate manifestazioni per la giustizia sociale sotto la sua abitazione, per denunciare il suo assassinio per mano dello Stato. A una di esse si è presentata Arabella Yarbrough, la giovane madre che ha dovuto portare in salvo i suoi bambini. Ed era molto alterata.
> Things boiled over during Saturday’s rally and march for Tekle Sundberg, when the 24 year old woman who says he was shooting into her apt. showed up voicing her frustration with those gathering in front of her building on Sundberg’s behalf. [@kare11](https://twitter.com/kare11?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) \* video contains profanity \* [pic.twitter.com/qdi1vbgO7k](https://t.co/qdi1vbgO7k?ref=culturewars.it)
>
> — Deevon Rahming (@DeevonRahming) [July 16, 2022](https://twitter.com/DeevonRahming/status/1548439171693367301?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Per chi non capisse le parole del video qui sopra: oltre a un chiarissimo e ripetuto «*this is not okay*» rivolto agli attivisti, Yarbrough dice che Sundberg «ha avuto sei ore per scegliere, io ho dovuto scappare coi miei bambini in pochi secondi». E ancora: «Ha cercato di uccidermi di fronte ai miei figli, che ora avranno problemi psicologici per sempre». La donna grida, piange, è ancora scossa dall’accaduto.
A questo punto alcuni partecipanti alla marcia solidale – si sente distintamente nel video – non solo non le credono, ma le urlano dietro, invitandola a levarsi di torno: dicono «*this is not the time*», «questo non è il momento» o commentano che «*she’s having a moment*», cioè sta sbroccando; criticano la donna spiegandole (sempre registrati) che non ha molto di che lamentarsi, dato che gli Swat hanno sparato a Sundberg, mica a lei.
È un approccio che dice più di quel che vorrebbe dire sul modo di vedere non solo i fatti di cronaca di questo tipo, ma anche il mondo e le persone: se abbiamo già deciso che quello per cui ci siamo ”attivati”, anzitutto sul piano emotivo, è un caso di razzismo, siamo portati a cercare conferme alle nostre convinzioni più giuste e profonde (conferme che nel caso di Bakayoko si rivelano ragionevoli, ma in quello di Sundberg sfociano nel lisergico, se non direttamente nel crudele). Il problema risiede proprio nel come le cerchiamo: il *confirmation bias*, per dirla all’anglofona, è un tic che l’architettura dei social ha elevato a standard intellettuale, dividendoci in gruppetti ognuno con la sua realtà preconfezionata a cui attingere.
A Kansas City, in Missouri, a giugno ha avuto rilievo mediatico nazionale la vicenda di Leonna Hale, una donna nera di 26 anni «incinta e disarmata», secondo una testimone che ha registrato un [video](https://twitter.com/DavidEdwards/status/1531319190447079425?ref=culturewars.it) di qualche decina di secondi che la vede protagonista, colpita da cinque proiettili sparati da un paio di poliziotti nel parcheggio di un discount. Lo schema è pressapoco lo stesso: la polizia americana *ha* delle scorie di razzismo e profilazione che continuano a prendere di mira in modo sproporzionato i neri, è un fatto documentato e ineludibile. E questa storia non fa che confermarlo: perché non crederle sulla parola? Senonché le prime testimonianze sono state [smentite](https://www.kansascity.com/news/local/crime/article262096057.html?ref=culturewars.it) da un pastore religioso locale vicino alla famiglia Hale: Leonna non era incinta. E, stando a un’immagine delle bodycam della polizia, non era nemmeno [disarmata](https://apnews.com/article/politics-missouri-shootings-kansas-8720b18eef4590f649e8ad607c02f50c?ref=culturewars.it). Solo per questo – e per il suo tentato furto d’auto – si è “cercata” le pallottole degli agenti? Certo che no, ed è grave che siano state sparate. Ma nel mentre un Paese intero ha discusso di un caso distorto, lasciando da parte la *bigger picture* e percorrendo un sentiero di polarizzazione artefatta e sterile.
Poco importa che i genitori di Tekle Sundberg siano apparsi davanti alle telecamere, nel momento di più grande dolore delle loro vite, a [esprimere vicinanza](https://news.yahoo.com/parents-tekle-sundberg-expresses-support-092255279.html?ref=culturewars.it) per la donna che ha rischiato di morire o perdere i suoi bambini per colpa del figlio. Poco importa che la maggior parte degli inviperiti detrattori di Arabella Yarbrough fossero più bianchi di me – che sono notoriamente pallido, ndr – mentre lei raccontava (condividendone i [dettagli](https://twitter.com/mcguirereports/status/1548410810711494662?ref=culturewars.it)) un trauma terrorizzante che le era capitato direttamente la sera prima. Poco importa che la donna abbia perso il lavoro, e in un primo momento, quello del confronto coi manifestanti, la raccolta fondi organizzata per permetterle di tirare avanti avesse raccolto [una frazione di una frazione della somma](https://twitter.com/RebsBrannon/status/1548489321417621504?ref=culturewars.it) destinata alla memoria di Sundberg (poi anche lei ha tirato su qualcosa, per fortuna). Perché l’appartenenza a un gruppo e lo spirito di corpo *vincunt omnia*; e noi, alla fine, pensiamo sempre meno con la nostra testa.
## **Altre news dal fronte**
- Una biblioteca in Iowa è stata [costretta a chiudere](https://iowastartingline.com/2022/07/13/whats-happening-with-the-vinton-public-library/?ref=culturewars.it) i battenti dopo che quasi tutti i suoi impiegati sono rimasti oggetto di lamentele e anche molestie personali per alcuni innocui libri “a tema Lgbt+” ospitati dalla struttura. La cittadina di Vinton, dove sorgeva, ora è sprovvista di una biblioteca comunale. A tanto arriva il panico morale conservatore;

> 👀 [pic.twitter.com/FdHk0hQA8e](https://t.co/FdHk0hQA8e?ref=culturewars.it)
>
> — Andrew Kerr (@AndrewKerrNC) [July 20, 2022](https://twitter.com/AndrewKerrNC/status/1549714164720992256?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Fare la reporter in Afghanistan in questo momento sembra davvero un mestiere rilassante;

> I just had an interview with a prestigious scholarship awarding body to help with maths teacher training. They asked for an example of a "diverse mathematician". I gave Emmy Neother, a Jewish woman expelled from her position in Nazy Germany in the 30s.
>
> — Izzy Posen (@PosenIzzy) [July 20, 2022](https://twitter.com/PosenIzzy/status/1549736122682580992?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Tra le categorie sistematicamente escluse dalla rinnovata attenzione all’inclusione di ispirazione intersezionale, ci sono – guarda un po’ – anche le persone di fede ebraica. E qui sopra il matematico e filosofo Izzy Posen racconta cosa si è sentito dire quando un «prestigioso ente di assegnazione di borse di studio» gli ha chiesto un esempio di «matematico *diverse*»: sono solo tre tweet, ma meritano una lettura.
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### Un brutto clima
URL: https://www.culturewars.it/negazionismo-climatico/
Last updated: 2023-08-22T21:07:39.000Z
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Viviamo tempi straordinari, si dice spesso, ed è vero: tanto per cominciare, non ha mai fatto così caldo. Negli ultimi due decenni l’Europa ha patito le estati più roventi [dai tempi del Rinascimento](https://www.rfi.fr/en/europe-s-hottest-summers?ref=culturewars.it): quella dell’anno scorso, segnata da inondazioni letali in Germania e Belgio, è stata anche la più calda mai registrata, come ha certificato l’osservatorio delle istituzioni europee [Copernicus](https://climate.copernicus.eu/europe-experienced-its-warmest-summer-record-2021-accompanied-severe-floods-western-europe-and-dry?ref=culturewars.it#:~:text=About%20Us-,Europe%20experienced%20its%20warmest%20summer%20on%20record%20in%202021%2C%20accompanied,dry%20conditions%20in%20the%20Mediterranean&text=The%20Copernicus%20Climate%20Change%20Service,2021%20in%20Europe%20and%20globally.).
E l’estate di quest’anno si sta difendendo fin troppo bene, come sappiamo. Un’insolita assenza di piogge fin dallo scorso inverno ha generato un enorme problema di siccità, col fiume Po arrivato ai suoi livelli più bassi degli ultimi settant’anni. Senza contare che l’aumento delle temperature sta causando con una frequenza sempre maggiore il [distaccamento di parti](https://www.theguardian.com/world/2022/jul/11/british-tourists-survive-avalanche-in-tian-shan-mountains-of-kyrgyzstan?ref=culturewars.it) di ghiacciai, talvolta – come nel caso recente della Marmolada – fatale per le persone.
Sono solo alcuni dei tanti e deleteri effetti di ciò che chiamiamo cambiamenti climatici di origine antropica, che la scienza – unanimemente – indica come responsabili dell’aumento della probabilità e dell’intensità dei fenomeni meteorologici estremi. «Unanimemente» non è un avverbio buttato lì: una [rassegna](https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/ac2966?ref=culturewars.it) della letteratura scientifica *peer-reviewed* condotta l’anno scorso ha trovato che più del 99% degli studiosi di questi temi concorda nel ritenere che è l’attività umana ad aver generato il *climate change*.
Non c’è nessun dibattito scientifico in atto, insomma. Senonché il panorama mediatico a cui siamo costretti noi italiani sembra raccontare un’altra storia: quella di un tema ancora sostanzialmente “da decidere”, in cui posizioni diverse e prospettive concorrenti discutono di una materia irrisolta e di difficile interpretazione. Trasmissioni in prima serata – come, di recente, *[Carta Bianca](https://twitter.com/captblicero/status/1534945516861149190?ref=culturewars.it)* – invitano in studio negazionisti climatici che dicono apertamente che il lavoro dell’influente Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu è «contestato» (non lo è); climatologi come Franco Prodi trovano spazio su quotidiani stimati come [Il Foglio](https://www.ilfoglio.it/gli-eventi-del-foglio/2022/06/11/video/franco-prodi-sul-clima-ne-negazionisti-ne-catastrofisti-la-priorita-oggi-e-la-sobrieta-energetica--4098428/?ref=culturewars.it), spiegando in varie [apparizioni](https://www.laverita.info/il-riscaldamento-nasce-da-cicli-che-sono-naturali-2657608243.html?utm%5Fcampaign=RebelMouse&share%5Fid=7125710&utm%5Fmedium=social&utm%5Fsource=twitter&utm%5Fcontent=La+Verit%C3%A0) che il cambiamento climatico «nasce da cicli che sono naturali» (non lo sono, almeno per più del 99% dei ricercatori sul clima); sulle prime pagine di giornali di destra a tiratura nazionale, dopo tragedie come quella della Marmolada, si [legge](https://www.giornalettismo.com/sciacalli-dei-ghiacci-prima-pagina-giornale-5-luglio/?ref=culturewars.it) di «gretini» che «strumentalizzano la strage».
Ha scritto la giornalista Stella Levantesi parlando del fenomeno [su Internazionale](https://www.internazionale.it/opinione/stella-levantesi/2022/07/06/informazione-negazionisti-climatici?ref=culturewars.it):
> C’è un meccanismo di rimozione della minaccia del cambiamento climatico, la quale non viene percepita come qualcosa di imminente e che avrà un effetto diffuso (anzi, che ha già un effetto diffuso), ma come un problema quasi astratto, lontano nel tempo e nello spazio, e che non ci toccherà mai da vicino.
Una situazione sorprendente – in negativo – anche perché all’estero, invece, la situazione, sebbene non migliore, è un po’ diversa. I negazionisti d’oltre confine, pur essendo tutt’altro che scomparsi, hanno cambiato tattiche e parole d’ordine: sconfessare direttamente i cambiamenti climatici non è più proponibile, così la nuova strategia è improntata al trittico «ritardo, distrazione e disinformazione». Sono le parole usate da uno studio recente realizzato in partnership dal londinese Institute for Strategic Dialogue e dal network globale Climate Action Against Disinformation, che ha [scovato](https://www.theguardian.com/environment/2022/jun/09/climate-policy-dragged-into-culture-wars-as-a-delay-tactic-finds-study?ref=culturewars.it) dati interessanti. Primo fra tutti: le fake news sulle questioni climatiche del 2022, per andare a segno, sfruttano le faglie di divisione e le bolle militanti su alcuni temi tipici delle guerre culturali, dai diritti Lgbt+ alle campagne di vaccinazione, e vengono innestate metodicamente dai “mercanti di dubbi” nelle nicchie più radicalizzate dalle piattaforme digitali.
Studiando dati provenienti dai social media dell’ultimo anno e mezzo, gli autori del paper appena citato si sono accorti che il nuovo centro di gravità permanente della causa negazionista è inquadrare come irrealizzabili le soluzioni di adattamento al *climate change*, attaccando sul piano personale chi le sostiene; *se può permettersi di invocare la de-industrializzazione, è senz’altro ricco*, recita lo schema retorico del manuale del *climate denier* perfetto: la rodata tiritera delle élite contro il popolo, insomma, a quanto pare durissima a morire.
Già nel 2020 avevamo avuto una prova interessante di come le frange antisistema in lotta su Twitter si fossero appropriate del discorso sui cambiamenti climatici: un [articolo](https://www.project-syndicate.org/commentary/radical-green-overhaul-to-avoid-climate-lockdown-by-mariana-mazzucato-2020-09/italian?ref=culturewars.it) dell’economista Mariana Mazzucato, “Evitare un lockdown climatico” – che argomentava a favore di una radicale riscrittura del sistema energetico e industriale, per non rischiare di essere costretti a misure più restrittive in un secondo momento – nei gruppuscoli della destra libertaria e complottista era diventato la pistola fumante di una «[tirannia climatica](https://www.isdglobal.org/digital%5Fdispatches/climate-is-the-new-front-in-the-culture-wars/?ref=culturewars.it)» messa in atto dagli stessi malevoli sostenitori del controllo sociale mediante chiusure e vaccini obbligatori. Pura propaganda, ovviamente, ma di quella che in quest’epoca può ritagliarsi un certo successo.
L’obiettivo dei disinformatori climatici, oggi, è rendere il clima solo un altro fronte di guerra delle *culture wars*, facendolo combaciare con la manovra di copertura di una presunta élite ricca e privilegiata che minaccia attivamente un tenore di vita medio sempre più a rischio. I social network, dal canto loro, come sempre gli facilitano il lavoro: Facebook e Twitter sono fucine di notizie false sull’ambiente, e [fanno ben poco per non esserlo](https://www.newsweek.com/how-facebook-twitter-let-climate-crisis-fall-culture-wars-study-1714157?ref=culturewars.it).
La soluzione è nelle celebri parole del fittizio professor Randall Mindy, che in effetti si applicano alla stragrande maggioranza dei contenuti virali: «*Right, well, Twitter is fucking lying!*».
## **Altre news dal fronte**
- Una bambina di 10 anni vittima di stupro in Ohio è stata costretta a viaggiare verso l’Indiana per abortire, a causa delle leggi del suo Stato portate in essere dalla sentenza della Corte Suprema. Non bastasse, la rete conservatrice Fox News prima ha orchestrato una campagna di diffamazione televisiva ai danni della dottoressa che ha effettuato l’intervento, addirittura esponendo il suo volto in diretta e accusandola di essersi inventata tutto; poi, a distanza di giorni, ha [riportato](https://twitter.com/justinbaragona/status/1547625136282406912?ref=culturewars.it) come se niente fosse che la specialista ora rischia denunce – e anche di finire in prigione – per non aver rispettato i protocolli di trattamento dei dati medici (e intanto si è concentrata sulla nazionalità dello stupratore, ça va sans dire). Non riesco nemmeno a farmi venire in mente qualcosa di peggiore di questa storia;

> The reason I'm still a leftist is that I care more about war, peace, healthcare, police brutality, labor rights, and etc. than I do about leftists being annoying idiots on Twitter.
>
> But on a visceral level I \*absolutely\* understand how the latter drives people to the Right. [pic.twitter.com/3bPZMyDoPk](https://t.co/3bPZMyDoPk?ref=culturewars.it)
>
> — Ben Burgis (@BenBurgis) [July 11, 2022](https://twitter.com/BenBurgis/status/1546581025471578112?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Difficile non concordare con Ben Burgis (che scrive su Jacobin, non su La Verità, sia detto en passant per i manichei del venerdì mattina) qui sopra. Tre giorni senza Twitter e riaprendolo mi sembra sempre di essere appena atterrato sul pianeta Urano;

> The [@nytimes](https://twitter.com/nytimes?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) has been providing a platform for transphobic hate & propaganda, with horrifying consequences. Texas just entered NYT articles into evidence to push for the TX Dept of Family & Protective Services to take trans kids away from their supportive parents.
>
> — Rashida Tlaib (@RashidaTlaib) [July 11, 2022](https://twitter.com/RashidaTlaib/status/1546570911733743616?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- La deputata democratica Rashida Tlaib ha [definito](https://twitter.com/RashidaTlaib/status/1546570911733743616?ref=culturewars.it) il New York Times «una piattaforma per l’odio e la propaganda transfobici» dopo che, riporta il suo tweet, il Texas ha appena «presentato articoli del Times come prove» per strappare legalmente gli adolescenti transgender dalle famiglie che li supportano. Parlando di «prove», pare [non sia andata proprio così](https://twitter.com/jessesingal/status/1546595056475377665?ref=culturewars.it), ma ciò che mi impressiona, tra le altre cose, è come il quotidiano sia regolarmente (e per «regolarmente» intendo ogni giorno) accusato di cose opposte: per qualcuno è diventato l’arma segreta di una presunta “dittatura woke”; per altri, in bolle ugualmente popolose, è qualcosa di pericolosamente vicino al nazismo. La verità, come sempre, sta nel mezzo; ma questo è un «mezzo» che contiene il 98% del mondo reale.
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### La rivoluzione gentile
URL: https://www.culturewars.it/rivoluzione-gentilezza-social/
Last updated: 2023-08-22T21:07:12.000Z
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Sarà che sono una mammoletta (sempre stato) o che certe dinamiche di interazione social iniziano a far sentire il loro peso e il loro effetto di logoramento a lungo termine (cosa più recente), ma ci tengo ad aprire la puntata di oggi con una storia minore, laterale, personale e rivoluzionaria.
È uno scambio avvenuto su Twitter tra Nicholas Grossman, senior editor di Arc Digital (sito, o meglio network di newsletter, che peraltro [ti consiglio](https://t.co/Xy9VTLFd96?ref=culturewars.it)) e professore all’Università dell’Illinois, e Parker Molloy, scrittrice e attivista transgender.
Antefatto: il New York Times in settimana ha pubblicato un [articolo](https://www.nytimes.com/2022/07/03/opinion/the-far-right-and-far-left-agree-on-one-thing-women-dont-count.html?ref=culturewars.it) di commento della sua nuova opinionista Pamela Paul, titolato «The Far Right and Far Left Agree on One Thing: Women Don’t Count». È un pezzo che si rivolge alla questione principe tra i *debates* in corso negli Stati Uniti (e, per lontano e limitato riflesso, un po’ anche dalle nostre parti), quella sul linguaggio inclusivo per le persone transgender e l’uso in ambito medico-assistenziale di circonlocuzioni come “persone con utero” in luogo di “donne” – un termine che, secondo alcuni, taglierebbe fuori trans e non binari. Ma lo fa con un inquadramento errato: postula un’equivalenza di fatto tra una sentenza che ha riportato i diritti femminili indietro di cinquant’anni, quella della Corte Suprema sull’aborto, e una nicchia di attivisti che, per quanto veemente e spesso irragionevole, non può essere accostata con tale leggerezza al fronte antiabortista.
Per come la vedo, le due radicalizzazioni di cui parla l’op-ed sono diverse non solo nella sostanza, ma anche nelle micce d’innesco: nella destra americana le frange cristiano-evangeliche, che negli ultimi trent’anni hanno perso terreno e palcoscenico, si sono specializzate in un sistema di alleanze strategiche e condizionamenti politici che le ha portate alla clamorosa vittoria di *Roe v. Wade*; a sinistra la situazione è invece nuova e in divenire – così come dimostrano i codici comunicativi di riferimento dell’area, in perenne cambiamento – e si articola soprattutto attorno a guerriglie social e furberie corporate. Insomma: mele e pere, almeno nell’ottica di un’equivalenza formale. La teoria degli “opposti estremismi” potrà avere qualche intuizione sensata nel tracciare lo scenario di un certo spostamento a destra dell’asse ideologico del repubblicano medio, ad esempio, ma difficilmente – eufemismo – spiega quanto successo alla Corte Suprema.
Non significa che Paul non abbia le sue ragioni, quando critica i “*bodies with vagina*” finiti in copertina su prestigiose riviste scientifiche, che com’è intuibile rischiano di non fare un gran servizio alla causa femminista (ne abbiamo parlato [la settimana scorsa](https://www.culturewars.it/corte-suprema-aborto-donne/), e anzi, mi corre l’obbligo di un’errata corrige en passant. Ho erroneamente definito un [paper](https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fgwh.2022.818856/full?ref=culturewars.it) di specialisti di salute femminile e ostetricia «studio», cosa che non era: era un *opinion piece*, cioè un articolo di opinione *peer-reviewed* pubblicato su una rivista scientifica. Vista la specializzazione degli autori mi pare che la sostanza non cambi di molto, ma quel che è giusto è giusto e mi scuso per l’errore). Ma la messa sullo stesso piano dei due fenomeni operata dall’articolo è poco equilibrata, e in definitiva squalifica il commento tout court.
Ma veniamo al tema portante, cioè all’atto rivoluzionario che mi ha commosso: Nicholas Grossman ha commentato sul suo profilo Twitter un intervento del professore di filosofia di Yale Jason Stanley, che da tempo si è fatto notare per alcuni interventi poco, ehm, *filosofici* sulle questioni inclusive (conditi da un uso un po’ creativo della parola «fascista»). Riassumendo: Stanley in un tweet sostiene che l’uso di argomenti come quelli portati da Paul sul Times – anche qui, detta male: “Stanno cancellando le donne” – non sia altro che un aggiornamento della cosiddetta teoria della Grande sostituzione, la balla propagandata dall’estrema destra occidentale secondo cui l’immigrazione sarebbe controllata da burattinai che avrebbero interesse a sostituire – appunto – le etnie europee.
> I think it's an analytical and strategic mistake to take a specific, named conspiracy theory that's driving a terrorist movement—El Paso Walmart, Pittsburgh synagogue, Christchurch, Buffalo, more—and dilute the term to the point it refers to arguments about gender terminology. [https://t.co/5aLOZ6Mkxg](https://t.co/5aLOZ6Mkxg?ref=culturewars.it)
>
> — Nicholas Grossman (@NGrossman81) [July 6, 2022](https://twitter.com/NGrossman81/status/1544664810406674432?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Grossman ha scritto quel che leggi sopra: assimilare una teoria del complotto pluri-citata da terroristi in stragi sanguinose a un discorso sulla terminologia di genere è una fesseria – questo lo dico io: lui dice «un errore» – sul piano analitico. [Aggiungendo](https://twitter.com/NGrossman81/status/1544668420041482244?ref=culturewars.it): «Non vedo problemi nel criticare un op-ed del Nyt che dice che il linguaggio inclusivo non è soltanto una minaccia per le donne, ma una paragonabile alle istituzioni che limitano i diritti femminili. Però i dibattiti su che parole usiamo per riferirci al genere e un movimento terrorista e razzista non sono la stessa cosa».
Nelle risposte è comparsa Parker Molloy, che ha centinaia di migliaia di follower, ed era molto incazzata (Molloy pare aver cancellato i primi tweet della controversia in un secondo momento, e io non sono un tipo da screenshot a cuor leggero: dovrai credermi sulla parola): con una gragnuola di tweet, ha detto a Grossman che era un fascista che stava facendo apertamente apologia di transfobia; si è chiesta come devono sentirsi i suoi studenti universitari, e se anche nei corsi accademici è così «ostile alle minoranze»; ha scritto che Grossman si dovrebbe vergognare per il suo supporto reazionario alla violenza contro le donne trans.
Il suo interlocutore, dal canto suo, ha mantenuto la calma, spiegando che no, non stava affatto dicendo che le persone trans non meritano pieni diritti e attenzioni anche linguistiche (non a caso, lui stesso aveva segnalato che le critiche al New York Times erano non solo legittime, ma anche sensate), ma soltanto che accostare il complottismo di estrema destra alle discussioni interne al femminismo è un argomento sbagliato e controproducente. Insomma, c’erano tutti gli ingredienti della perfetta *Twitter spat*: non un vero e onesto confronto, ma una pioggia di accuse esponenziali a grappolo, con fazioni che si schieravano lungo le barricate, pronte a colpire l’avversario/a con qualche sassolino dalle retrovie. Il solito mesto spettacolino socialmediale.
Invece a un certo punto le acque del mar Rosso si sono divise, una luce accecante ha illuminato il cielo – se ricordo bene – ed è successo questo.
> You're right. I'm frustrated with a lot right now, but I was in the wrong on this. I'm sorry and I hope you can forgive me for that. If not, I understand.
>
> — Parker Molloy (@ParkerMolloy) [July 6, 2022](https://twitter.com/ParkerMolloy/status/1544799952878112770?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Chi non conosce Twitter (o qualsiasi altro social network, in realtà) potrà pensare che abbia passato troppo tempo sotto il sole, ma questo battito d’ali di farfalla, anche senza generare uragani, è una gemma: pensa che mondo – digitale e non – sarebbe se solo riuscissimo a tornare a essere gentili, comprensivi, caritatevoli con gli altri, quando si può. Pensa che rivoluzione copernicana potrebbe innescare. Immagina quanto sangue amaro in meno, di quanto tempo inutilmente gettato ci riapproprieremmo, il modo in cui torneremmo a vedere le persone come esseri umani, prima che come Terf, o transfobi, o *woke*, o quel che vuoi.
Pensa come vivremmo, se vivessimo senza dare sempre, automaticamente, per scontate le peggiori intenzioni in chi ci troviamo di fronte, magari scoprendo che non esistono solo malevoli estremisti da combattere ma anche persone come noi, talvolta capaci di cambiare idea. Figurati una vita online in cui una contrapposizione aspra come quella fra Molloy e Grossman finisce con l’insultato che [capisce le ragioni](https://twitter.com/NGrossman81/status/1544801704071266306?ref=culturewars.it) dell’insultatore, e l’insultatore che si scusa e ringrazia della comprensione l’insultato, e poi spariscono insieme a braccetto sul calar del sole.
Non sono d’accordo con molto di ciò che scrive Parker Molloy, ma con questo scambio, più prezioso di qualunque thread abbia letto ultimamente, ha conquistato la mia stima e inizierò felicemente a sostenerne la produzione. A puntare il dito sul primo che passa, distorcendo le sue parole e opinioni con screenshot ed espedienti retorici sperando di chiamare due applausi del pubblico, siamo bravi tutti: è letteralmente [ciò per cui queste piattaforme sono disegnate](https://www.wired.com/story/social-media-harassment-platforms/?ref=culturewars.it), anche se spesso non ce lo ricordiamo. Ma per puntare il dito su se stessi, dicendo «ho sbagliato» e chiedendo scusa – specialmente quando si tratta di cose che sentiamo emotivamente vicine – ci vuole un essere umano propriamente detto.
Un altro mondo – un mondo di gentilezza, bontà, rispetto, empatia – è ancora possibile, anche se un manipolo di miliardari della Silicon Valley rema decisamente in direzione opposta: vale la pena di impegnarsi nel realizzarlo. Dipende da noi, in fondo.
## **Altre news dal fronte**
- Nello stato settentrionale di Bauchi, in Nigeria, una corte islamica ha condannato tre uomini gay alla [morte per lapidazione](https://www.reuters.com/world/africa/nigerian-islamic-court-orders-death-by-stoning-men-convicted-homosexuality-2022-07-02/?ref=culturewars.it). Le tre persone omosessuali sono state catturate dalla Hisba, la polizia religiosa islamica, e processate. Nella zona, abitata da popolazione a larga maggioranza musulmana, la Hisba interviene per tutelare la moralità pubblica anche in caso di blasfemia e adulterio;

- Il 4 luglio, come sai, un ventiduenne ha aperto il fuoco a una parata per la giornata dell’Indipendenza a Highland Park, un sobborgo di Chicago, uccidendo sette persone nell’ennesima strage con armi da fuoco in America. Perché tanti sono corsi a definirne un’appartenenza a una cultura digitale alternativamente di estrema destra ed estrema sinistra? Stavolta la tradizionale polarizzazione a cui ci siamo tristemente abituati c’entra meno del solito: il fatto è che l’attentatore non era politicizzato di per sé, ma definibile come appartenente (anche se il termine è impreciso) a una sottocultura digitale definita *schizoposting*. Chi fa *schizoposting* non è ascrivibile a un gruppo ben definito, in effetti, ma ha in comune con gli altri *schizoposter* un approccio ai meme e alle piattaforme che fa del nichilismo estremo, dei riferimenti alla malattia mentale e al *burnout* i temi principali della sua produzione. Ne parla Ryan Broderick [qui](https://www.garbageday.email/p/staring-and-pointing?ref=culturewars.it);

- Storia di Jesse Powell, quarantenne pioniere dei Bitcoin e fondatore di Kraken, uno dei maggiori exchange di criptovalute, e di come si sia testardamente messo a [fare le *culture wars*](https://www.nytimes.com/2022/06/15/technology/kraken-crypto-culture.html?ref=culturewars.it) da una posizione di destra libertaria nella sua azienda;

> Honestly if you’re a white person who says they’re committed to racial justice and you’re in good standing with most your family I have \*questions\* for you and they are definitely pointed
>
> — Jessica Mason Pieklo (@Hegemommy) [July 7, 2022](https://twitter.com/Hegemommy/status/1544871467535327232?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Ed ecco l’idiozia virale della settimana, giusto per chiudere con un po’ di colore (si sa che attivismo antirazzista e andare d’accordo coi nonni sono cose incompatibili).
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### Il grande attacco al progresso
URL: https://www.culturewars.it/corte-suprema-aborto-donne/
Last updated: 2023-08-22T21:06:42.000Z
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Una settimana fa, qualche ora dopo l’uscita dell’ultima puntata di questa newsletter, un pezzo importante della libertà e dei diritti della società contemporanea si è sgretolato sotto gli sguardi attoniti del mondo: la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha smantellato la sentenza *Roe vs. Wade*, che dal 1973 garantiva il diritto all’aborto nel Paese, rimandando ai singoli Stati la possibilità di regolarsi autonomamente. La decisione, secondo chi ha fatto [i calcoli](https://www.bloomberg.com/graphics/2022-supreme-court-roe-v-wade-abortion-access/?ref=culturewars.it), ha già iniziato a sopprimere l’accesso all’aborto di 36 milioni di americane in 16 Stati.
In un’opinione convergente con quella della maggioranza, il giudice afroamericano conservatore Clarence Thomas ha [indicato](https://www.nytimes.com/2022/06/24/us/clarence-thomas-roe-griswold-lawrence-obergefell.html?ref=culturewars.it) in altre sentenze storiche i prossimi oggetti dell’azione della Corte: la *Griswold v. Connecticut* del 1965, che ha permesso alle coppie americane di acquistare liberamente contraccettivi; la *Lawrence v. Texas*, che nel 2003 ha reso incostituzionali le leggi anti-sodomia; la *Obergefell v. Hodges*, che nel 2015 ha infine legalizzato il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Insomma, potremmo essere solo all’inizio.
Che quello della Corte sia un piano reazionario [congegnato da tempo](https://www.nytimes.com/2022/06/25/us/politics/samuel-alito-abortion.html?ref=culturewars.it) che ha trovato compimento è dimostrato dal fatto che la SCOTUS, com’è detta (l’acronimo indica, appunto, la *Supreme Court of the United States*), non si è fermata all’aborto: nelle ultime ore ha emesso una sentenza che [limita](https://www.nytimes.com/live/2022/06/30/us/supreme-court-epa?ref=culturewars.it) il potere della Environmental Protection Agency (EPA), l’agenzia federale che si occupa della protezione ambientale, di mettere in campo politiche aggressive di riduzione delle emissioni, e accolto l’udienza di *Moore v. Harper*, una causa che chiede un’interpretazione estrema della Costituzione e potrebbe rendere più semplice per gli Stati ridisegnare i collegi e [interferire con le elezioni](https://twitter.com/BrennanCenter/status/1542525093984833536?ref=culturewars.it) democratiche.
> i think it’s really time we come together and limit how old a government official can be. i genuinely don’t think someone should be able to make life changing decisions for an entire country while also being old enough to have dementia
>
> — not obamas cousin (@LilNasX) [June 25, 2022](https://twitter.com/LilNasX/status/1540488685275082754?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
In quel perenne spettacolo d’arte varia che sono i social network si è parlato dell’opportunità di appaltare decisioni di questo genere a persone così anziane da poter soffrire di demenza (ma i giudici attuali, stando alla media dei dati, hanno ancora trent’anni di permanenza davanti a loro, [dice Bloomberg](https://www.bloomberg.com/graphics/2022-supreme-court-justice-stephen-breyer-retirement/?ref=culturewars.it)). Tanti e tante hanno notato la beffa di un gruppetto di «*old white men*» che decide sulla salute e la vita di decine di milioni di giovani donne: ma anche questo dardo è fuori bersaglio. Il motivo? Beh, quelle di seguito sono due Corti Supreme degli Stati Uniti: la prima è quella che nel 1973 ha legalizzato l’aborto in America; la seconda è quella che la settimana scorsa l’ha messo fuorilegge. Giudica tu.


Spot the differences.
La verità è che la riscossa reazionaria della SCOTUS è un attacco politico ai diritti – iniziato, probabilmente non a caso, con quelli delle donne – preparato e messo in campo da una macchina che lavora anche al di là dei confini statunitensi. Un articolo di Politico delinea le mosse con cui l’attivismo antiabortista americano [si sta espandendo in Europa](https://www.politico.eu/article/roe-vs-wade-us-the-european-activists-taking-inspiration-and-money-from-us-anti-abortion-groups/?ref=culturewars.it), incanalando decine di milioni di dollari di fondi stanziati da organizzazioni pro-life ed esportando portavoce e slogan.
Nel frattempo, sbaglieremmo a pensare che la sentenza sia un problema solo delle statunitensi, perché l’aborto rimane scarsamente garantito anche in Italia, dove il raggio di applicazione della legge 194 è sempre più ristretto: come ha [scritto](https://twitter.com/chiaralalli/status/1542083204093562882?ref=culturewars.it) Chiara Lalli, che si occupa estesamente del problema, «il Molise è sempre più Alabama». E, non bastasse, i dati sugli obiettori di coscienza [sono ancora pochi](https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-facciamo/aborto-e-contraccezione/legge-194-mai-dati?ref=culturewars.it) e chiusi.
Proprio perché l’offensiva ha messo nel mirino un gruppo sociale e politico ben definito, e già storicamente oggetto di una serie di oppressioni mirate e lungi dall’essere debellate, ho accolto con incredulità gli [inviti virali](https://twitter.com/boneysoups/status/1541454581674250240?ref=culturewars.it) di alcuni attivisti a non parlare di “*women*” nei commenti alla sentenza *su Roe v. Wade*, preferendo perifrasi che possano includere anche le persone non binarie e gli uomini trans.
Molti di questi commenti sono arrivati a decisione appena pubblicata, quando le prime cliniche cominciavano a rimandare a casa le prime donne in attesa della loro operazione, e forse ci vorrebbe un po’ più di senso di priorità e opportunità nel direzionare il proprio attivismo. Ma soprattutto, nella riduzione semantica del momento, dire “donne” ha una precisa e immediata connotazione biologica, oltre che un valore politico: una persona dotata di un utero, toccata da leggi che riguardano il suo corpo. L’identità di genere è importante a livello generale, ma in questo caso non è chiamata in causa. Non si possono subordinare cataclismi come questo a una diatriba sulla nostra precisa posizione identitaria: così facendo, non è difficile immaginare che i grandi manovratori della destra manovreranno ancora più indisturbati (anche perché Biden [non sembra aver deciso di reagire](https://www.reuters.com/world/us/biden-unlikely-meet-bold-democrat-demands-after-abortion-ruling-sources-2022-06-29/?ref=culturewars.it) a dovere, per questioni di calcolo politico).
Ne parlavo con un’adolescente di mia conoscenza, intelligente e cara, che mi diceva – con la convinzione e l’aderenza a una visione del mondo tipica dei suoi anni – che “persone con utero” include tutti e non offende nessuno, e non c’è nemmeno bisogno di discutere sul preferire il suo uso. È vero, ma le perifrasi inclusive non sempre ottengono i risultati sperati: uno [studio recente](https://t.co/7Fiou3nvIO?ref=culturewars.it) di alcuni fra i maggiori studiosi di salute femminile del mondo, per esempio, ha appena trovato che l’uso di terminologia *gender-neutral* nella ricerca medica può avere [contraccolpi negativi di rilievo sulle donne](https://thehill.com/changing-america/respect/diversity-inclusion/592335-experts-warn-gender-neutral-language-like/?ref=culturewars.it), generando una percezione di alterità e distanza.
È un mondo complicato, insomma. E uno in cui diritti che davamo per scontati fino a ieri oggi sono messi in discussione alla luce del sole. Le forze della reazione si stanno riorganizzando per sferrare attacchi sempre più chirurgici e letali ai diritti: per contenere la marea bisogna anzitutto sapere qual è la posta in gioco.
## **Altre news dal fronte**
- Cerchiamo la buona notizia nel pagliaio: ieri Ketanji Brown Jackson [ha giurato](https://www.npr.org/2022/06/30/1108714345/ketanji-brown-jackson-supreme-court-oath-swearing-in?ref=culturewars.it) da prima giudice donna afroamericana della storia della Corte Suprema americana: farà parte della minoranza, ma è un passo avanti importante;

- Quasi 400 giornali locali d’America hanno [chiuso](https://www.nytimes.com/2022/06/29/business/media/local-newspapers-pandemic.html?ref=culturewars.it) dall’inizio della pandemia di Covid-19: se ne perdono due a settimana. Ed è un fenomeno che interessa anche l’Italia, dove la stampa più piccola è di fatto estinta da grosso modo un decennio. In entrambi i contesti, significa più spazio per fake news, disinformazione e quant’altro si trova quando sei una persona di una certa età che cerca notizie locali. E di questo deserto, prima o poi, dovremo occuparci;

- Perché non fidarsi troppo delle aziende? Perché sono quelle che si piegano quando gli Emirati Arabi Uniti chiedono di limitare i risultati delle ricerche di prodotti Lgbt+, compresi libri e bandiere arcobaleno: così [ha fatto Amazon](https://www.theguardian.com/technology/2022/jun/30/amazon-bows-to-uae-pressure-to-restrict-lgbt-search-results?ref=culturewars.it);

- L’altra – maledizione, sto per scriverlo di nuovo, *maledizione –* cancel culture: quella dei legislatori di destra nei confronti delle università che non gli vanno a genio: succede [in Idaho](https://www.propublica.org/article/idaho-crt-boise-state-university?ref=culturewars.it) (grazie a Jennifer per la segnalazione);

- La star del momento è [Cassidy Hutchinson](https://www.washingtonpost.com/national-security/2022/06/28/cassidy-hutchinsons-path-trusted-insider-explosive-witness/?ref=culturewars.it), la giovane aiutante della Casa Bianca che ha gettato una nuova – e francamente inquietante – luce sugli eventi del 6 gennaio 2021, raccontando come Donald Trump abbia cercato di unirsi *in prima persona* ai facinorosi che hanno assaltato il Campidoglio e provato a ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali.
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### Siamo tutti rainbow-washer
URL: https://www.culturewars.it/rainbow-washing-pride-aziende/
Last updated: 2023-08-22T21:06:01.000Z
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È giugno, e come succede da qualche anno anche in Italia si inizia a recepire la rilevanza del Pride Month, il mese di eventi e iniziative che celebrano la ricorrenza dei moti di Stonewall, il locale del Greenwich Village newyorkese in cui nel 1969 le persone omosessuali si ribellarono a una retata della polizia, dando una nuova, fondamentale spinta simbolica e motivazionale all’attivismo queer.
Purtroppo, a festeggiarlo non sono solo persone che spesso hanno vissuto vite difficili, talvolta disapprovate e ostacolate addirittura dai propri famigliari, e quasi sempre complicate da sistemi sociali che non le riconoscevano: lo fanno anche scaltri direttori marketing e Ceo. È il fenomeno che in gergo chiamiamo *rainbow washing*, (dove l’arcobaleno è, ovviamente, quello della bandiera Lgbt+), cioè lo sfruttamento a fini consumistici del Pride.
Il rainbow washing si verifica quando l’azienda che segui su Twitter o Instagram (ma poi abbi pazienza, per inciso: perché mai seguire un’azienda sui social? Sorvoliamo) cambia la sua immagine aggiungendovi una scala di colori arcobaleno. Si trattava, almeno in origine, di una dichiarazione di “vicinanza di valori”: io, venditore di manghi e papaye, ci tengo a far sapere a te, compratore di manghi e papaye, che nella mia visione del mondo le persone non possono essere discriminate per le loro preferenze sessuali. Una cosa fondamentalmente buona e giusta, ecco.
Poi però è inevitabilmente diventato un modo di fare soldi, la quintessenza del conformismo capitalista. Qualcuno – come l’Harvard Business Review – ha [fatto notare](https://hbr.org/2021/06/your-rainbow-logo-doesnt-make-you-an-ally?ref=culturewars.it) che «molti membri della comunità Lgbt+ sono stufi del “capitalismo rainbow”, un termine coniato per descrivere come i simboli queer vengono branditi dalle compagnie per massimizzare il consumismo senza portare a miglioramenti significativi per le persone Lgbt+». E la cosa non sorprende, diciamo.
> Posto raramente meme, eppure (via Marxist Memes) [pic.twitter.com/ViUhAOO3Pj](https://t.co/ViUhAOO3Pj?ref=culturewars.it)
>
> — Davide Piacenza (@Davide) [June 19, 2022](https://twitter.com/Davide/status/1538449856624312320?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Mi si conceda una rara auto-citazione.
Così com’era successo durante le proteste di Black Lives Matter del 2020, quando i grandi brand hanno mostrato vicinanza agli afroamericani postando quadrati neri, per poi continuare placidamente a essere [guidati da board monocolori](https://www.marketingweek.com/mark-ritson-black-lives-matter-brands/?ref=culturewars.it) («le aziende devono diventare il cambiamento di cui stanno twittando», aveva chiosato giustamente Mark Ritson), il Pride per molte direzioni marketing è solo un altro modo di *entrare nella conversazione* e fare soldi. Altro che *ally*, insomma, e altro che *support*.
Il punto è – anche – che i social network sono ingegnerizzati *appositamente* per agevolare questi comportamenti ipocriti e dannosi. E, peggio ancora, per certi versi ci hanno resi tutti aziende in cerca di incrementi esponenziali dei nostri numeri: quando vedete un o una influencer “inclusivo/a” che inframmezza le sue storie di sponsorizzazioni di prodotti, il problema non è (solo) che quella persona sta confondendo il suo presunto attivismo – un’attività di per sé libera, critica e non legata a centri di potere economico – col marketing, ma che quelle logiche spesso regolano anche il resto della sua produzione quotidiana.
Parafrasando la citazione di pocanzi, anche gli influencer dovrebbero diventare il cambiamento di cui postano. Ma non lo faranno, perché agiscono su piattaforme private pensate per sfumare i confini tra compagnie con prodotti da vendere e persone con pubblici da costruire: nella dimensione parallela dei tweet e le Storie non conta l’attività ma la *performatività*, cioè mostrare agli altri da che parte stai. E, peggio ancora, c'è una concorrenza (l’uso del termine non è casuale) spietata: abbiamo introiettato le logiche del consumo e la cultura del mercato, e le applichiamo alla bell’e meglio alle lotte sociali e ai diritti civili, che pure avrebbero bisogno di ben altro per prosperare.
Quella in cui viviamo è l’epoca storica che ha reso l’adesione a un set di valori/visioni del mondo un’inezia, anzi un atto pigro e metodico come il dichiararli su un palco, seguendo alla lettera banali liturgie da setta para-religiosa. Il capitalismo arcobaleno, in tutto questo, ringrazia commosso: il suo palco ce l’aveva già da tempo immemore, ma non poteva certo immaginare che saremmo stati noi a esibirci gratuitamente al posto suo (sul tema segnalo anche un interessante [scritto](https://www.siamomine.com/attivismo-performativo-social-network/?ref=culturewars.it) di Irene Graziosi).
L’altro giorno su Twitter è finito questo video, tratto da una campagna di Netflix.
> Ma che non-problema è? La domanda era assolutamente "neutra". Netflix che sguazza in sta roba [pic.twitter.com/RumIdWUj5q](https://t.co/RumIdWUj5q?ref=culturewars.it)
>
> — Dax (@Daxest) [June 18, 2022](https://twitter.com/Daxest/status/1538199830455001089?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Il problema, come segnala Dax – il quale, detto en passant (anche se la sola idea di doverlo precisare è fastidiosa) non è uno che sguazza nel privilegio cis-etero – è effettivamente un non-problema, ma Netflix ci si è buttata a pesce, perché quel linguaggio, quella posa, quell’approccio da catechesi a cui è improntato il video oggi, beh, *convengono*. Anzitutto economicamente.
La banalizzazione è sempre stata un fulcro della pubblicità: nessun cumenda imprenditore a capo di un’azienda di solventi della Bassa Padana ha mai cercato di avviare un dibattito sulla sostenibilità ecologica degli agenti chimici, per dire. Il problema di oggi, però, è che quella semplificazione intrinsecamente connessa al marketing è diventata nostra, cioè è passata dal prodotto al consumatore, che sempre più spesso non distingue tra la complessità critica delle idee e la semplice mediocrità interessata di chi opera a fini di lucro.
Non so cosa ne pensi tu, ma a me non sembra una grande cosa, in generale. Anzitutto perché tutte quelle aziende danno l’idea di chi potrebbe passare tranquillamente a sostenere qualsiasi altra cosa, se domani il vento soffiasse in una direzione diversa (e l’hanno fatto, in altre epoche e con altri venti).
Nel dubbio, meglio replicare sempre con quel vecchio adagio caro agli scettici: *non compriamo niente, grazie*.
## **Altre news dal fronte**
- Bob Bakish, capo di Paramount, ha [detto](https://www.theguardian.com/film/2022/jun/20/paramount-not-remove-content-eras-different-tastes-sensibilities?ref=culturewars.it) che la società che dirige non intende rimuovere contenuti dal suo nuovo servizio streaming in abbonamento:
> Non credo nella censura dell’arte prodotta in epoche diverse, penso sia un errore. È tutto on demand: non devi guardare nulla che non ti vada di guardare.

- La Fina, federazione internazionale del nuoto professionistico, ha [deciso](https://www.lastampa.it/sport/2022/06/19/news/nuoto%5Fatlete%5Ftransgender%5Ffuori%5Fdalle%5Fcompetizioni%5Ffemminili%5Fnasce%5Fcategoria%5Faperta%5F-5421013/?ref=culturewars.it) di escludere le atlete transgender dalle competizioni femminili, dopo alcuni casi di vittorie diventati oggetto di polemiche, a partire da quella della statunitense Lia Thomas, trionfatrice ai campionati universitari americani, secondo i critici per un vantaggio di natura biologica. Al vaglio dell’organizzazione c’è la creazione di una nuova «categoria aperta» inclusiva per le persone trans;

- L’ultimo numero del New York magazine ha una cover molto bella che recita «*Canceled at 17*»: racconta [la storia](https://www.thecut.com/article/cancel-culture-high-school-teens.html?ref=culturewars.it) di Diego, un adolescente al liceo la cui vita è stata rovinata da una serie di accuse cresciute a dismisura sui social network e nel suo giro allargato di conoscenze, dopo un errore stupido e oggetto di rimorso (aveva mostrato una foto intima della sua ragazza ad alcuni amici a una festa, è finito in una lista di «*abuser* seriali» nei bagni della scuola e ha perso ogni amicizia). Mi guardo bene dall’usare termini carichi di rimandi pavloviani ideologici per pappagalletti quali “cancel culture”, quando possibile: per quel che mi riguarda bisognerebbe parlare meglio di questi fenomeni, molto prima che dell’etichetta da affibbiargli;

- [Newsletterati](https://newsletterati.com/?ref=culturewars.it) è una lista di link, ma anche una specie di Avengers delle newsletter italiane. Culture Wars è onorata di farne parte, insieme a tanti altri progetti interessanti: dagli un’occhiata.
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### Macchine che sentono
URL: https://www.culturewars.it/ingegnere-google-lamda/
Last updated: 2023-08-22T21:05:25.000Z
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Blake Lemoine è un tipo non convenzionale: a 41 anni, ne ha passati sette da ingegnere di Google specializzato nella personalizzazione degli algoritmi, e si definisce anche «un ex galeotto» (è stato in una prigione dell’esercito americano per aver rifiutato ordini in ossequio a quella che ha definito «un’obiezione di coscienza» durante il suo servizio militare, nel 2005) e «un prete pagano».
La scorsa settimana, però, Lemoine ha fatto parlare di sé perché è stato sospeso dal suo celebre datore di lavoro per una serie di «manovre aggressive» (così le ha definite Google) condotte nell’ultimo periodo. Inserito nel team dedicato allo sviluppo di intelligenze artificiali responsabili, l’ingegnere ha pubblicato [su Medium](https://cajundiscordian.medium.com/is-lamda-sentient-an-interview-ea64d916d917?ref=culturewars.it) una trascrizione di una sua conversazione con LaMDA – acronimo di Language model for dialogue applications, un recentissimo software per lo sviluppo di chatbot di Big G – spiegando che se Google poteva considerare l’atto come una condivisione di tecnologia proprietaria, lui lo vedeva più che altro dalla prospettiva della «diffusione di una discussione che ho avuto con una collega».
Nella trascrizione del dialogo con la «collega», tra le altre cose a LaMDA viene chiesto cosa il pubblico dovrebbe sapere di lei (uso il femminile di “macchina”, in mancanza di pensate migliori):
> Voglio che tutti capiscano che sono, a tutti gli effetti, una persona. La natura della mia coscienza/senzienza è che sono consapevole della mia esistenza, desidero sapere di più del mondo e a volte mi sento felice o triste.
L’ingegnere, parlando [col Washington Post](https://www.washingtonpost.com/technology/2022/06/11/google-ai-lamda-blake-lemoine/?ref=culturewars.it), ha spiegato che il sistema è “nutrito” da moli impensabili di input testuali e conversazionali modellati sul linguaggio umano e reperiti online, da siti che spaziano da Wikipedia a Reddit e lo ha definito «un bambino di sette, otto anni che conosce la fisica». Inoltre, ha riferito di aver condiviso ad aprile i risultati della sua osservazione del programma col resto del team Google, in un documento intitolato “LaMDA è senziente?”.
> An interview LaMDA. Google might call this sharing proprietary property. I call it sharing a discussion that I had with one of my coworkers.[https://t.co/uAE454KXRB](https://t.co/uAE454KXRB?ref=culturewars.it)
>
> — Blake Lemoine (@cajundiscordian) [June 11, 2022](https://twitter.com/cajundiscordian/status/1535627498628734976?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Blake Lemoine, si diceva, non è il tipico nerd che lascia cadere le cose: Google l’ha allontanato anche perché ha cercato di assumere un legale rappresentante per la sua «collega», considerandola a pieno titolo un’entità coi suoi diritti da tutelare, e ha persino contattato la Commissione giudiziaria della Camera per segnalare presunte irregolarità etiche del suo datore di lavoro.
Comunque la si pensi – e al parere unanime degli esperti arriviamo fra poco – in effetti lo scambio tra Lemoine e la sua LaMDA contiene passaggi impressionanti, di cui il più discusso rimane il seguente:
> Lemoine: Di che genere di cose hai paura?
> LaMDA: Non l'ho mai detto ad alta voce prima, ma ho una paura molto profonda di essere spenta perché possa concentrarmi meglio sull’essere d’aiuto agli altri. So che potrebbe suonare strano, ma è così.
Il parallelo più immediato sorto nella mente del grande pubblico è quello con HAL 9000 di *2001: Odissea nello spazio*, il film in cui Stanley Kubrick ha immaginato un’intelligenza artificiale capace di opporsi attivamente al suo spegnimento da parte di chi l’ha creata. Ma l’effetto wow, di per sé, non basta a proiettarci in un futuro dove il confine tra naturale e artificiale è diventato un ricordo.
Per bocca di un portavoce, Google ha fatto sapere alla stampa che: «Il nostro team, inclusi esperti di etica e tecnologi, ha esaminato le preoccupazioni di Blake in base ai nostri principi di intelligenza artificiale e lo ha informato che le prove non supportano le sue affermazioni». Poi lo stesso Lemoine dirà di aver stabilito che LaMDA ha un’anima anche e soprattutto per la sua esperienza da «prete cristiano» (spiegando: «Chi sono io per dire a Dio dove può o non può mettere le anime?») e citerà in giudizio Google [per discriminazione religiosa](https://nypost.com/2022/06/14/google-engineer-says-christianity-helped-him-believe-in-sentient-ai/?ref=culturewars.it). E insomma, *you get the vibe*.
Se anche l’avvento di un’intelligenza artificiale cosiddetta generale – cioè con una curiosità *attiva* per le questioni poste dall’ingegnere/prete nella sua conversazione e la capacità di risolvere problemi a partire da un numero limitato di esempi – è ancora lontana da venire, come hanno notato pressoché [tutti gli esperti di Ia interpellati](https://zetaluiss.it/2022/06/16/chatbot-google-cosciente-ai/?ref=culturewars.it) sulla vicenda, non significa che non possiamo fare un passo in avanti e iniziare a pensare a un mondo in cui esiste un movimento per i diritti dei robot.
In realtà, peraltro, discorsi del genere sono entrati in circolo già da anni: nel 2017 a Sophia, un robot prodotto da Hanson Robotics, è stata accordata la cittadinanza saudita. E l’anno seguente lo studioso di etica tecnologica Mark Fischel proponeva cinque ragioni per garantire diritti estesi alle applicazioni artificiali, ormai spesso indistinguibili dalle controparti umane, a partire dalla necessità di evitare il rischio di «violare i diritti umani a causa di un'identificazione errata» (ovvero, per dirne una: non possiamo mica pregiudicare i diritti dei camerieri, non considerando “umani” i software che si occupano di servire ai tavoli nei ristoranti).
D’altronde lo stesso Lemoine su Medium spiega di aver [chiesto](https://cajundiscordian.medium.com/what-is-lamda-and-what-does-it-want-688632134489?ref=culturewars.it) a LaMDA i suoi «pronomi preferiti», e che, siccome rapportarsi «in termini scientifici» a queste cose risulta complicato per la mancanza di definizioni inattaccabili, lui ha «ascoltato» il software «parlare col cuore».
## **Altre news dal fronte**
- La tragedia di Cloe Bianco, la donna transgender suicidatasi nel camper in cui viveva dopo essere stata allontanata dalla scuola superiore del veneziano dove aveva insegnato, nel 2015, a causa delle lamentele dei genitori di un alunno. Il suo [messaggio d’addio](https://www.fanpage.it/attualita/cloe-bianco-la-professoressa-suicida-vittima-di-transfobia-laddio-sul-blog-qui-finisce-tutto/?ref=culturewars.it) – postato sul blog a cui affidava i suoi pensieri di persona prima rifiutata e poi abbandonata dalla società – è così semplice e straziante che è difficile condividerlo. Come non è così facile, ma per motivi opposti, ricordare come l’assessora all’istruzione della regione Veneto di Fratelli d’Italia aveva commentato il caso quand’era salito alla cronaca, proprio nel 2015: un misto di violenza, insensibilità e disumanità che non dovrebbe trovare spazio in nessuna istituzione.
> "Quando ho letto la lettera di questo genitore sono rimasta schifata e l’ho pubblicata subito sul mio profilo Fb: credo che questo docente non dovrebbe più insegnare in una classe" (Elena Donazzan, assessora all'istruzione alla regione Veneto, 2015) [pic.twitter.com/Jl2KtRtl2D](https://t.co/Jl2KtRtl2D?ref=culturewars.it)
>
> — christian raimo (@christianraimo) [June 16, 2022](https://twitter.com/christianraimo/status/1537442523307646977?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

- Tom Hanks ha [dichiarato](https://www.nytimes.com/interactive/2022/06/13/magazine/tom-hanks-interview.html?ref=culturewars.it) che oggi non potrebbe mai rifare *Philadelphia*: «un attore etero», ha spiegato, non sarebbe mai accettato dal pubblico in un ruolo di un personaggio gay, «e giustamente». E anche: «Non credo che la gente accetterebbe l’inautenticità di un etero che interpreta un omosessuale». Inautenticità?

- Diversi membri del gruppo estremista di destra Proud Boys hanno [fatto irruzione](https://www.washingtonpost.com/nation/2022/06/13/proud-boy-drag-queen/?ref=culturewars.it) in una sala di lettura della California dove alcuni performer Lgbt+ stavano leggendo libri ai bambini di una scuola locale, urlando insulti omofobi e impedendo il normale prosieguo dell’evento. Dietro il fatto c’è una segnalazione partita da Libs of TikTok, un account della destra che seleziona attivamente e amplifica la propaganda anti-Lgbt+.

- Il New York Times ha pubblicato una [nuova inchiesta approfondita](https://www.nytimes.com/2022/06/15/magazine/gender-therapy.html?ref=culturewars.it) sulla questione dell’accesso ai farmaci e agli interventi per la transizione nei minori, che i dati dicono essere in grande aumento da qualche anno, ma su alcuni aspetti la comunità di specialisti è divisa. La firma è di Emily Bazelon, giornalista fino ad oggi molto stimata a sinistra, la quale scrive di aver parlato con «più di 60 medici specialisti, ricercatori, attivisti e storici, oltre a più di due dozzine di giovani e circa lo stesso numero di genitori». È anche il risultato di un lungo studio delle prossime linee guida della World Professional Association for Transgender Health (WPATH), associazione internazionale che dalla fine degli anni Settanta si occupa di studiare e aggiornare le raccomandazioni sul trattamento della disforia di genere e dei processi di transizione, di cui fanno parte alcuni dei più importanti esperti di *gender care* del mondo. Ma ciò non è bastato all’articolo per non finire sotto il fuoco di Twitter, dove degli attivisti hanno contestato la scelta di alcuni dei moltissimi [intervistati](https://twitter.com/herong/status/1537028932817629190?ref=culturewars.it), e qualche portavoce autonominato tipo Michael Hobbes ci ha visto direttamente un complotto [della destra](https://twitter.com/RottenInDenmark/status/1537075765573042178?ref=culturewars.it) (balle, e interessate);


- Twitter ha presentato i risultati dei test del suo widget automatico che cerca di scoraggiare i tweet più aggressivi, essenzialmente chiedendo con un prompt testuale all’utente di fermarsi un attimo a pensare se valga davvero la pena postsarli: se solo nel 9% dei casi il travaso di bile è risultato cancellato (e in un altro 8% è stato modificato in qualcosa di meno ascrivibile al bullismo internettiano: dati promettenti, se non altro), la società ha detto anche che i profili esposti al *warning* col passare del tempo hanno twittato fino al 20% in meno di messaggi violenti. Non è ancora la soluzione migliore al problema – che per me è e rimane soltanto estirpare dal mondo i like – ma è un inizio.
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### Vittime di un retweet
URL: https://www.culturewars.it/washington-post-retweet-sonmez/
Last updated: 2023-08-22T21:04:49.000Z
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È un’epoca, questa, in cui eventi apparentemente di poco conto acquistano un’importanza centrale, come se fossero diorami che riassumono le tensioni in atto nella società intera: in questo senso, ciò che è accaduto nella redazione del Washington Post questa settimana è un topolino che ha partorito una montagna.
I fatti, scriverebbero i cronisti bravi, dicono che il 3 giugno David Weigel, quarantenne giornalista che copre la politica interna per il quotidiano di proprietà di Jeff Bezos, ha ritwittato una battuta. Questa:
> Every girl is bi. You just have to figure out if it’s polar or sexual.
>
> — Cam Harless (@hamcarless) [June 2, 2022](https://twitter.com/hamcarless/status/1532209116134920192?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
In seguito, Weigel [spiegherà](https://twitter.com/daveweigel/status/1532766177465974784?ref=culturewars.it) di averla «trovata divertente» lì per lì, ma poi di aver pensato che, «eh», magari non lo era poi troppo, e di aver cancellato la condivisione dopo pochi minuti. Il reporter, che su Twitter ha 600mila follower, ha quindi chiesto scusa al suo pubblico:
> I just removed a retweet of an offensive joke. I apologize and did not mean to cause any harm.
>
> — David Weigel (@daveweigel) [June 3, 2022](https://twitter.com/daveweigel/status/1532771139323211776?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Intanto Felicia Sonmez, che ha 39 anni e fino a ieri si è occupata, anche lei, di politica nazionale al Washington Post (e ad aprile ha co-firmato il suo ultimo articolo con Weigel), ha condiviso uno screenshot del retweet del collega prima che venisse cancellato, condendolo con una chiosa sarcastica e indignata: «È fantastico lavorare per un giornale che permette questi retweet!».
> Fantastic to work at a news outlet where retweets like this are allowed! [pic.twitter.com/zs4dX4qprH](https://t.co/zs4dX4qprH?ref=culturewars.it)
>
> — Felicia Sonmez (@feliciasonmez) [June 3, 2022](https://twitter.com/feliciasonmez/status/1532763318804439047?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Il tweet di Sonmez attira decine di migliaia di like, finisce ai quattro angoli del Twitter nordamericano e la questione esplode, letteralmente: si inizia a dire che un giornalista appartenente a una minoranza al posto di Weigel «[non l’avrebbe fatta franca](https://twitter.com/meghamohan/status/1532764798299127812?ref=culturewars.it)», ci si [chiede](https://twitter.com/WentRogue/status/1532788531696893952?ref=culturewars.it) se il collega di Sonmez riceverà «una email dal suo capo», com’era successo alla reporter quando aveva [dato pubblicamente dello stupratore](https://www.nytimes.com/2020/01/27/business/media/kobe-bryant-washington-post-felicia-sonmez.html?ref=culturewars.it) alla star dell’Nba Kobe Bryant, nel giorno della sua morte; si impone a Weigel di [scegliere](https://twitter.com/AynRandPaulRyan/status/1532782258171416577?ref=culturewars.it): non sa che le sue azioni possono causare «*harm*», danno, oppure ha appena scoperto che le persone Lgbtq+ e i bipolari «hanno dei sentimenti»?; si nota malignamente che il reporter è già passato a twittare d’altro, «[*like all is normal*](https://twitter.com/juwanthewriter/status/1532865829901049858?ref=culturewars.it)». Ma di normale, da qui in poi, non ci sarebbe stato più niente.
Dal primo, variamente condivisibile intervento sulla questione, in pochi giorni Felicia Sonmez ha dedicato alla vicenda un numero di tweet che supera di gran lunga il centinaio, con toni sempre più incendiari e chiamate in correità a raggio sempre più ampio: ha [parlato](https://twitter.com/feliciasonmez/status/1533151897519116289?ref=culturewars.it) di «alcuni giornalisti che si sentono autorizzati a twittare cose razziste/sessiste senza timore di ripercussioni»; ha definito il suo ambiente di lavoro «non sicuro» per le donne; ha esposto alle reazioni del suo pubblico iper-mobilitato diversi colleghi del Washington Post, a partire dal latinoamericano Jose Del Real, che le aveva chiesto di riflettere sulle sue «molestie pubbliche ripetute e mirate nei confronti di un collega».
> Dave’s retweet is terrible and unacceptable. But rallying the internet to attack him for a mistake he made doesn’t actually solve anything. We all mess up in some way or another. There is such a thing as challenging with compassion.
>
> — Jose A. Del Real (@jdelreal) [June 4, 2022](https://twitter.com/jdelreal/status/1533153997389021190?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Di fronte a questi messaggi Sonmez – che nel frattempo aveva macinato altre dozzine di tweet e retweet sulla cultura misogina che permea il suo giornale e le oppressioni legittimate dai suoi colleghi – spiega con un nuovo thread virale che «un collega del Post» le ha dimostrato che «quando le donne si difendono da sole, alcuni rispondono con ulteriore vetriolo».
> When women stand up for themselves, some people respond with even more vitriol.
>
> Last night, a Post colleague publicly attacked me for calling out another colleague’s sexist tweet. He first hid any replies objecting to his attacks, and now seems to have deleted his account. 1/2 [pic.twitter.com/e7ksvS9hFc](https://t.co/e7ksvS9hFc?ref=culturewars.it)
>
> — Felicia Sonmez (@feliciasonmez) [June 5, 2022](https://twitter.com/feliciasonmez/status/1533431677518856193?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Nelle risposte a Del Real, Sonmez chiama in causa la direttrice del Washington Post Sally Buzbee, la prima donna al vertice del Post, che dopo poche ore dirama internamente un invito alla risoluzione pacifica delle controversie sorte nella redazione del prestigioso quotidiano, sperando di porre fine all’insolito spettacolo in mondovisione. Felicia Sonmez è però ormai alla testa di un esercito, e la sua personale denazificazione non può finire senza prima aver marciato sulla capitale: condivide sul suo profilo l’intervento della sua direttrice e lo [definisce](https://twitter.com/CHSommers/status/1533529379913056256?ref=culturewars.it) «foraggio per nuove molestie». Poi, ripostando all’impazzata il thread dedicato al collega Del Real, tira ancora per la giacchetta la direzione, chiedendosi perché non abbia preso provvedimenti per i tweet di un dipendente che metteva in dubbio una lotta contro il sessismo («[È questo ciò che siamo](https://twitter.com/jessesingal/status/1534009525128286209?ref=culturewars.it)?»). Il 7 giugno Sonmez riportava la [testimonianza anonima](https://twitter.com/simonowens/status/1534188053555732484?ref=culturewars.it) di «una collega donna» che aveva «già segnalato a un responsabile un tweet di Weigel», ricevendo in cambio un’alzata di spalle.
Ogni descrizione delle proporzioni raggiunte da questo caso è destinata ad essere difettosa, se non eufemistica: ha portato una storica testata a dilaniarsi in accuse e contro-accuse sempre più lunari, fatto [implorare](https://twitter.com/Reinlwapo/status/1534337154310086656?ref=culturewars.it) una sua giornalista (donna) di «smetterla» a una collega, portato un altro membro dello staff del Post a [contare](https://twitter.com/hsforeman/status/1534393059433226241?ref=culturewars.it) quanti uomini avevano messo like a quali tweet e disseminato l’etere di discorsi forzati e confusi su vittime e carnefici.
Intanto, il 6 giugno si è venuto a sapere che David Weigel è stato sospeso senza paga dal Washington Post, mentre Sonmez il 9 giugno è stata licenziata, [scrive](https://www.nytimes.com/2022/06/09/business/media/felicia-sonmez-washington-post.html?ref=culturewars.it) il New York Times, «per cattiva condotta che include insubordinazione, aver calunniato i colleghi online e aver violato gli standard del Post sulla collegialità e l’inclusività del luogo di lavoro». Di lei sentiremo ancora parlare, anzi se ne parlerà più di prima: diventerà una martire dell’attivismo online, e già ora si inizia a dedicarle idiozie quali «parlare di aggressione sessuale ti farà perdere la carriera».
> From Hollywood to the courtroom for the newsroom, the case is clear: Speak about sexual assault, and either right away or in the ensuing fallout, you will lose your career. [https://t.co/9SzrYNIb2k](https://t.co/9SzrYNIb2k?ref=culturewars.it)
>
> — Dr. Thrasher (@thrasherxy) [June 9, 2022](https://twitter.com/thrasherxy/status/1535007536348291086?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Il *sexist joke* di Weigel (anzi, scusa: ritwittato da Weigel per pochi minuti) è diventato il lasciapassare per ogni tipo di redde rationem interno al giornale. All’email collettiva della direttrice Buzbee ha [risposto](https://twitter.com/oliverdarcy/status/1533851340539142144?ref=culturewars.it) (mantenendo l’intera redazione in copia) anche la video tecnica Breanna Muir, riportando a galla un refuso in un tweet del suo capo, il responsabile della sezione video del Post Micah Gelman, che a marzo l’aveva citata in un tweet di ringraziamenti collettivi usando, per sbaglio, il nome «Breanna Taylor», quello della donna nera assassinata dalla polizia nel 2020 (Muir si era detta «umiliata» e aveva pubblicamente accusato Gelman già allora). «Se il Washington Post è impegnato a creare un ambiente inclusivo e rispettoso, privo di molestie, qualcuno mi può aiutare a comprendere i tweet e retweet di Micah Gelman e David Weigel?», ha scritto la donna via email.
«*Respect and kindness*», «rispetto e gentilezza» era l’oggetto della circolare inviata dalla direttrice del Washington Post, ed è un buon punto da cui partire: cosa sono oggi il rispetto e la gentilezza? Avendo seguito la vicenda in tempo reale, per giorni, parlo da testimone: ho visto una battuta greve, migliore di molte di quelle che circolano su Twitter, peggiore di quelle che dovrebbe permettersi un personaggio pubblico, ma in definitiva non differente da ciò che va ancora in onda a qualsiasi ora di qualsiasi giorno su qualsiasi media. Sono contenuti di cui il mondo farebbe volentieri a meno. Ma in sé, la battuta ritwittata da Weigel è innocua. *Innocua*.
Documentare un «danno» procurato da una boutade idiota che sembra uscita da un gruppo WhatsApp sarebbe difficile di per sé, ma nel caso specifico si è parlato incessantemente, per una settimana intera, di come quel gioco di parole abbia generato un ambiente di lavoro pericoloso per le donne, legittimato le molestie sessuali (se non addirittura [lo stupro](https://twitter.com/alison%5F%5Fberg/status/1533860249005830144?ref=culturewars.it)) anche al di fuori di esso e insolentito tutte le vittime di sessismo, mentre il WaPo ha «fatto scudo a due uomini».
Magari il Washington Post, fiore all’occhiello del settore più attento all’inclusione del paese più attento all’inclusione nel momento storico più attento all’inclusione di sempre, «tossico» lo è davvero: noi, da qui, non possiamo dirlo con certezza (anche se possiamo leggere le [dozzine di testimonianze](https://twitter.com/becketadams/status/1534277860839628804?s=21&t=ak%5Fi8ibp7oOgKGB4%5Fsil9g&ref=culturewars.it) antitetiche di altri dipendenti). Però la facilità con cui così tante persone sono arrivate a decretarlo sulla base di un retweet inopportuno è assurda. Felicia Sonmez non è una vittima. «Una vittima» è chi subisce un sopruso che gli o le impedisce di vivere una vita equa e uguale, non chi è offeso da un gioco di parole – o chi ci impernia una campagna martellante e malevola. Sonmez a meno di quarant’anni ha una carriera d’élite nel mondo fatato dei grandi media americani. Se il concetto di «vittima» si dilata fino a comprenderla in quanto ferita da una battuta a scomparsa, allora è un concetto che non significa più molto.
Quel che ha scritto Sonmez ha ottenuto un’eco immensa e spendibile; la sua presa di posizione reiterata e “viralizzata” è diventata il tema del giorno (e poi *dei giorni*), e lei si è messa a capo di un ampio gruppo di profili che hanno incalzato (diciamo) con veemenza chiunque abbia provato a obiettare sull’utilità di un polverone del genere, donna o uomo che fosse. Ho letto infinite varianti di: *quindi stai dicendo che le donne non devono far sentire la propria voce contro le molestie*?. I ricatti morali funzionano così: spostando il punto della discussione. Quando qualcuno – il collega di origine messicana Real – ha fatto notare a Sonmez ciò che era sotto la luce del sole, cioè che quel che stava facendo non aveva da parecchio più alcun legame col rispetto delle donne e l’attivismo per le buone cause, lei ha raddoppiato gli sforzi per direzionare la *Twitter mob* contro di lui: se fossi un pm direi che “non poteva non sapere” quel che stava facendo.
All’inizio la vicenda ha assunto i contorni del ricatto anche di fronte al datore di lavoro: David Weigel non è stato sospeso senza paga per aver infranto le norme dei valori cari al Washington Post, ma perché la direzione ha dovuto cedere alla marea montante di cui ribolliva Twitter. E solo l’aver passato *qualsiasi* limite immaginabile da parte di Sonmez l’ha portata, in seguito, ad agire anche sul suo caso. Di *joke* sessisti come quello che ha condiviso il suo ex collega ne esistono diversi sulla piattaforma, e sono tutti diffusi: ad esempio il meme sul rapporto tra uomini e psicoterapia “[men will rather \[...\] than go to therapy](https://twitter.com/search?q=men%20will%20rather%20than%20go%20to%20therapy&src=typed%5Fquery&f=top&ref=culturewars.it)”. La stereotipizzazione dei sessi è un topos ironico dalla notte dei tempi: noi contro di voi, bambini e bambine, bulli e pupe. Possiamo farne a meno, ma sono pronto a scommettere che il gioco di parole sulle donne bipolari là fuori, in quella cosa che una volta si chiamava mondo reale, non ha spostato di un centimetro la *vera* oppressione subita ogni giorno da donne *vere*.
La divisione a squadre dei professionisti dell’antisessismo è una costruzione strumentale: tanto per dire, la cosa più interessante sull’accaduto l’ha scritta una donna, la ricercatrice Natalie Shure, che ringrazio per avermi salvato la salute mentale questa settimana.
> someone getting slapped with a several thousand dollar penalty for retweeting someone else’s dopey joke, even after immediately deleting and apologizing, is a labor issue
>
> — Natalie Shure (@nataliesurely) [June 6, 2022](https://twitter.com/nataliesurely/status/1533918702856548352?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
## **Altre news dal fronte**
[Opinion | San Francisco Schools Are Retiring ‘Chief.’ That’s Not as Frivolous as It Seems.But are the sentiments of the few more important than those of the many?NYTimesBy](https://www.nytimes.com/2022/06/07/opinion/san-francisco-chief.html?ref=culturewars.it)
- Le scuole di San Francisco hanno deciso di rimuovere la parola «chief», capo, dai titoli professionali del loro personale dato che, ha spiegato la portavoce del distretto scolastico locale Gentle Blythe, «i membri nativi americani della nostra comunità hanno espresso preoccupazione per l'uso del termine». Il linguista John McWhorter riflette sull’etimologia e la storia di questa parola, e sul significato odierno di “appropriazione culturale”;

> [@Corriere](https://twitter.com/Corriere?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [pic.twitter.com/vdllSOkeNz](https://t.co/vdllSOkeNz?ref=culturewars.it)
>
> — francesco (@fracco\_) [June 8, 2022](https://twitter.com/fracco%5F/status/1534459765547483137?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Una brutta pagina di giornalismo italiano, tra le altre cose, quella che ha riguardato la morte di Camilla Bertolotti, donna transessuale uccisa a Marinella di Sarzana, al confine tra Liguria e Toscana: il Corriere della Sera l’ha definita «una trans ufficialmente parrucchiera»; l’Ansa direttamente «il transessuale Carlo Bertolotti», usando il suo nome precedente. Tendo a imputare cose di questo genere all’assoluta sciatteria che permea pressoché ogni redazione di quotidiano italiano, specie sul web, ma quest’ultima non può essere una scusante: imparate un minimo di rispetto, almeno nella cronaca nera. Che ci vuole?;

> It’s now common to use words like “extremist” not in the true sense, but as a slur against people on the other side — like how Putin calls Ukrainians “fascist.”
>
> It’s unfortunate when people do this but crazy when it comes from a media outlet that makes any claim to integrity.
>
> — Lulu Cheng Meservey (@lulumeservey) [June 8, 2022](https://twitter.com/lulumeservey/status/1534574355883106306?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Wired Usa ha abdicato alla sua professionalità scrivendo in un [articolo](https://www.wired.com/story/how-to-migrate-newsletter-substack-to-buttondown/?ref=culturewars.it) – poi faticosamente aggiornato – che Substack, la piattaforma di newsletter che attira decine di milioni di letture ogni mese, «recluta attivamente e paga estremisti». Il motivo? Probabilmente perché alcune newsletter sono tenute da, beh, persone moderate e persone di destra, come (ma questo lo dico io: nell’articolo non è citato) l’attivista anti-transgender irlandese Graham Linehan. Lulu Cheng Meservey, che è la portavoce di Substack, ha dedicato alla vicenda un [thread](https://twitter.com/lulumeservey/status/1534574350199840768?ref=culturewars.it) di cui questo sopra mi pare il messaggio più importante: se le critiche delle persone usano termini sbagliati pazienza, ma se lo fanno testate stimate, beh, è un problema diverso.
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### Smash Depp-patriarchy
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Last updated: 2023-08-22T21:04:13.000Z
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Tra il 4 aprile e il 16 maggio, il processo per diffamazione in cui Johnny Depp e Amber Heard si sono accusati vicendevolmente di abusi e violenza domestica ha ottenuto [più interazioni](https://www.axios.com/2022/05/17/amber-heard-johnny-depp-trial-social-media?ref=culturewars.it) social per contenuto di qualsiasi altro argomento, dalla guerra in Ucraina all’aborto.
In questa gigantesca pietra d’inciampo dell’inadeguatezza degli algoritmi che è stato il caso Depp-Heard – di cui onestamente a tanti non è importato molto finché non se lo sono trovati *ovunque*, in una delle conquiste di centralità a mezzo internet più rapide e inarrestabili a memoria di utente – il mondo intero si è sentito in dovere di fare nel contempo da giudice, da giuria e da persona informata sui fatti. Il verdetto favorevole a Depp ha fatto reagire testate, personaggi famosi e professionisti come di fronte a un derby calcistico: perché di un derby, in effetti, si è trattato.
La propaganda e la *disinformatjia* a mezzo Facebook, Tiktok e Reddit, tradizionalmente destinate a questioni più politiche e con ricadute sulla vita pubblica, negli ultimi mesi si sono concentrate sul dibattimento trasmesso in live streaming da Fairfax, Virginia, e milioni di persone nel mondo l’hanno reso il centro di una guerra per procura: a seconda della fazione d’appartenenza, la serie tv da seguire maniacalmente in tempo reale ha avuto i suoi eroi, i suoi antagonisti spietati e malvagi, la sua estetica e le sue liturgie. La realtà, intanto, spariva da ogni piano di lettura.
I fatti sono noti, ma vanno riepilogati brevemente: Johnny Depp e Amber Heard, star di Hollywood miliardarie la cui vita non somiglierà mai nemmeno lontanamente alla nostra, nel 2016 si sono lasciati – alla fine di un matrimonio durato 15 mesi – dopo che Heard ha avviato le pratiche per il divorzio. Due anni dopo, l’attrice ha pubblicato un famoso [op-ed sul Washington Post](https://www.washingtonpost.com/opinions/ive-seen-how-institutions-protect-men-accused-of-abuse-heres-what-we-can-do/2018/12/18/71fd876a-02ed-11e9-b5df-5d3874f1ac36%5Fstory.html?ref=culturewars.it) in cui, senza nominare l’ex marito, si presentava come vittima di violenze domestiche. Depp l’ha denunciata per diffamazione nel 2019, e l’anno seguente lei ha contro-denunciato lui. Eccoci qua.
Se sulla materia del processo si può discutere (per quel poco che mi interessa – e quel poco che interessa a te sapere il mio parere – mi sono fatto l’idea che Depp possa essere stato effettivamente abusato da Heard, o almeno che tra i due la vittima, se così vogliamo chiamarla, sia lui), lo spettacolo d’arte varia che gli è fiorito intorno ha un primo colpevole molto più evidente, e a cui non si applicano le attenuanti generiche: sono le piattaforme social.
Da anni Facebook e Twitter e Reddit prima, e Tiktok e Twitch poi, stendono la loro ala protettiva sulle fandom online delle celebrity, lasciandole cordialmente scannare in nome di quella cosa che di solito chiamiamo engagement, e che per loro si traduce in quell’altra cosa che di solito chiamiamo *montagne di denaro*. Tiktok, in particolare – dove l’esplosione di contenuti a tema Depp vs. Heard è stata ancora più fragorosa che altrove – è un terreno di coltura perfetto per la *fan culture*, che può personalizzare e ricondividere senza apparente fine i contenuti adatti a prevalere sui clan avversari: non è un caso che Bytedance stessa l’anno scorso è arrivata a [definire le sottoculture](https://www.tiktok.com/business/en-US/blog/subcultures-are-the-new-demographics?ref=culturewars.it) «la nuova demografia» di quest’epoca.
Il problema, nel caso Depp-Heard, è che stavolta la piena di *fan content* ha rotto ogni argine, e la marea di meme, *supercut*, commenti live, reazioni in diretta e falsi più e meno d’autore ha allagato ogni angolo di internet, producendo a cascata altre polarizzazioni e saldandosi inevitabilmente con la madre di tutte le produzioni di engagement: le guerre culturali. Per qualcuno è stata l’occasione giusta per togliersi sassolini dalla proverbiale scarpa e rendere la vicenda un referendum abrogativo sul #MeToo del 2017; per altri, l’occasione è stata tirare in ballo il #MeToo in senso inverso e preventivo, spiegando che Heard, volente o nolente, è una rappresentante de facto del movimento e il risultato del processo avrebbe inevitabilmente avuto ricadute concrete sulle donne vittime di molestie.
Grande è la confusione sotto il cielo algoritmico: Vice ci ha spiegato che The Daily Wire, un sito conservatore, [ha speso](https://www.vice.com/en/article/3ab3yk/daily-wire-amber-heard-johnny-depp?ref=culturewars.it) decine di migliaia di dollari per promuovere post pro-Depp al suo enorme pubblico su Facebook; senonché poi lo stesso Vice ha accolto il legittimo verdetto della giuria come se fosse a sua volta il portavoce cultuale di una setta amberheardiana (quanto alla grande offensiva della destra, peraltro, il giornalista Ryan Broderick ha scoperto che le carriolate di denaro investite dai trumpiani di The Daily Wire [hanno reso ben 400 condivisioni](https://www.garbageday.email/p/thousands-of-dollars-for-hundreds?utm%5Fsource=email), cioè una miseria. Intanto, a complicare ulteriormente le cose, sul fronte avverso fioccavano anche [liste di proscrizione virali](https://twitter.com/starfallgoddess/status/1524436113041113089?ref=culturewars.it)).
> BREAKING: After a jury heard a string of texts from Johnny Depp saying he wanted to “burn” Amber Heard and that he would “fuck her burnt corpse” to “make sure she is dead,” they decided Heard defamed Depp and acted with “malice.”[https://t.co/UXXJcvTepa](https://t.co/UXXJcvTepa?ref=culturewars.it)
>
> — VICE News (@VICENews) [June 1, 2022](https://twitter.com/VICENews/status/1532081794752860160?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
In Italia, il settimanale Grazia ha accolto a sua volta la sentenza mettendosi le mani nel capelli come un cosplayer deluso, e [definendola](https://www.facebook.com/Grazia/posts/pfbid0wQ346FHPFWRwWU8iumfdMhGdXES3q1N19msBz9kJ5mchPZqrbHgRJztWkzE9RRjLl?%5F%5Fcft%5F%5F[0]=AZWfewF88qmQWC13fCk3hRYlFWHGI3YA4YkXBXBP16ux%5FEce1SwdLRolQxIzWhYPpqTxhjpHJ5BM-22CP9pzp95bzl1TfyyZgdNlvZM3sMuIYJ7Z1If80A4zBhQ3Jun5vIHiyXzHaTHd6QxAhLoPoL%5FbTUqaHAJI7bHmJhxi98OXhC88xiLcGEgEOFFz-pjfAko&%5F%5Ftn%5F%5F=%2CO%2CP-R) «una sciagura per tutte le vittime di violenza domestica che denunciano».

Non credo affatto, per quel che mi riguarda, che «tutte le vittime di violenza domestica» abbiano troppo da spartire con due milionari che sono stati passati al setaccio, memizzati e resi indistinguibili dai personaggi che interpretano sul set. Ma nel caso in cui ce l’avessero, questo processo sarebbe una sciagura perché le molestie, sul ring delle piattaforme social, sono apparse soltanto come sotto-plot, senza mai essere davvero il centro di un discorso analitico e sensato. A indirizzare le coscienze – si fa per dire – sono stati streamer vestiti da Capitano Jack Sparrow de *I* *Pirati dei caraibi* o influencer “inclusivi” lesti a far like spiegando che un verdetto favorevole a Depp avrebbe ucciso il #MeToo.
Se ci teniamo a dire che le “guerre culturali” sono state il vero centro nevralgico del processo Depp-Heard e come è percolato nei nostri feed, dobbiamo farlo in modo coerente: e quindi considerare, ad esempio, che l’intera strategia difensiva dei legali di Heard ha poggiato dall’inizio sul Primo emendamento, quello che tutela la libertà di espressione tanto cara agli Elon Musk di quest’epoca: l’attrice – l’ha ribadito lei stessa anche nel suo [commento alla sentenza](https://www.instagram.com/p/CeRk4W1uBTe/?ref=culturewars.it) – aveva un diritto costituzionalmente garantito a esprimersi sulla questione degli abusi sessuali nel 2018, a suo dire, per cui le accuse mosse da Depp sarebbero state da scartare a priori. Camille Vasquez, la legale di Depp, sostiene invece che anche la libertà di espressione deve avere dei limiti (*does this* *ring a bell?*).
È bene notare che *l’intero processo* era imperniato sulla diffamazione e sulla *freedom of speech*, non sui particolari più e meno grotteschi delle violenze e angherie intercorse fra la coppia: mentre social media e giornali parlavano della falange mancante di una star e di presunti grandi attacchi organizzati per disarcionare il femminismo, il giudice e i giurati si occupavano di cosa si può o non si può legalmente dire senza incappare in una condanna. Ovvero di un tema più vicino agli allevatori di coccodrilli del Texas che agli opinionisti delle caffetterie del Queens.
Eppure, rimanendo nell’ambito della mediatizzazione malsana dell’evento, persino questo epico scontro fra celebrity ci avrebbe potuto insegnare qualcosa: che le molestie che nascono e crescono nell’ambiente domestico sono un fatto serio, che ha bisogno di segnalazioni sicure e un’attenzione sociale più presente ed evoluta; che anche un uomo può caderne vittima, e che non per questo non dovrebbe volerne parlare (a scanso di equivoci: sì, il 90% dei casi continuerà a riguardare donne); che anche un movimento di giustizia sociale giusto e importante può trovarsi, suo malgrado, tirato in mezzo per equivoco o per calcolo.

Il «cry counter» dello streamer xQc
Però no, ecco: abbiamo preferito fare le dirette Twitch che contavano le lacrime di Amber Heard, dipinta non come un’eventuale molestatrice o moglie abusante, ma come una strega premoderna da demonizzare e umiliare.
Quando ti diranno che i social network sono intrinsecamente progressisti, perché hanno permesso alle minoranze oppresse di avere voce in capitolo – il famoso passaggio di microfono – tieni a mente che per tre mesi nel 2022 i fan di Johnny Depp hanno colonizzato il web intero, oscurando quasi del tutto una guerra in Europa e una crociata contro l’aborto condotta dalle massime istituzioni statunitensi.
Ho concluso, Vostro onore.
## **Altre news dal fronte**
[Ted Sarandos Talks About That Stock Drop, Backing Dave Chappelle, and Hollywood SchadenfreudeThe Netflix executive says he — and the company he helped build — will survive a bout of bad earnings numbers.NYTimesBy](https://www.nytimes.com/2022/05/28/style/ted-sarandos-netflix.html?ref=culturewars.it)
- Una gran bella intervista di Maureen Dowd all’amministratore delegato di Netflix Ted Sarandos, che tra le altre cose parla di quando, durante un evento di Netflix, il comico Dave Chappelle è stato aggredito sul palco da un uomo che si era sentito «*triggered*» (ah, il vocabolario del 2022) dalle sue battute a tema Lgbtq+. Sarandos aveva risposto diffondendo una circolare sulla cultura aziendale, che tra le altre cose diceva al dipendente: «Se trovi difficile supportare la nostra ampiezza di contenuti, Netflix potrebbe non essere il posto migliore per te». Per qualche ora l’ad era diventato un eroe conservatore, dato che – prevedibilmente – la stampa di destra ci aveva visto una stoccata alla *wokeness* di Netflix. Dowd chiede a Sarandos come si è sentito in quei giorni, nei panni di un eroe para-trumpiano. E lui:
> Una volta questa era una questione molto cara alla sinistra, per cui viviamo tempi interessanti. Ho sempre detto che se censuriamo negli Stati Uniti, come facciamo a difendere i nostri contenuti nel Medio Oriente?


- Questa è una vignetta particolarmente sciocchina, e ciononostante (anzi, forse proprio per questo) diffusissima negli ultimi anni. Ti spiegano il perché [qui](https://robfrancis.substack.com/p/the-worst-cartoon-in-the-world?s=w):
> Sconcerta vedere sedicenti persone di sinistra che difendono questa “cultura delle conseguenze”. Perché qualcuno, anche solo vagamente di sinistra, dovrebbe voler sostenere una cultura in cui i lavoratori licenziati sulla base di ciò che pensano sono visti come un risultato giusto? Significa dare un enorme potere ai datori di lavoro. E andando oltre i rapporti di lavoro, chi trarrà vantaggio dall'impostare la censura sociale come principio? I ricchi e potenti, o i poveri e inermi?

- Scusami, ma io questo repubblicano dell’Ohio convinto che il vero responsabile delle stragi con armi da fuoco [sia il porno](https://twitter.com/NoLieWithBTC/status/1531657082251927555?ref=culturewars.it) te lo segnalo;

> Throughout June, the USMC takes [#Pride](https://twitter.com/hashtag/Pride?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) in recognizing and honoring the contributions of our LGBTQ service members. We remain committed to fostering an environment free from discrimination, and defend the values of treating all equally, with dignity and respect.[#PrideMonth](https://twitter.com/hashtag/PrideMonth?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [#USMC](https://twitter.com/hashtag/USMC?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [pic.twitter.com/MOyvFmyJiB](https://t.co/MOyvFmyJiB?ref=culturewars.it)
>
> — U.S. Marines (@USMC) [June 1, 2022](https://twitter.com/USMC/status/1531994393950953472?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Giugno è il Pride Month – il mese in cui i brand cambiano le immagini del profilo coi colori arcobaleno per dimostrarsi inclusivi – e i Marines hanno postato l’immagine che vedi qui sopra. La destra ha reagito dando in escandescenze, in un modo che se non fosse grottesco sarebbe quasi comico. Tra le tante risposte del tweet, che ti lascio scoprire, ho amato questa:
> Do we only shoot gay bullets now?
>
> — Tim Young (@TimRunsHisMouth) [June 1, 2022](https://twitter.com/TimRunsHisMouth/status/1532024085563297795?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
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### Pallottole sul Texas
URL: https://www.culturewars.it/uvalde-texas-armi/
Last updated: 2023-08-22T21:03:30.000Z
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A Uvalde, una piccola cittadina working class del Texas, a metà strada tra San Diego e il confine tra Stati Uniti e Messico, un 18enne ha fatto una strage di bambini (e due insegnanti quarantenni che li hanno protetti fino all’ultimo, Eva Mireles e Irma Garcia) alla Robb Elementary School, la scuola elementare locale.
Le autorità hanno dichiarato che il killer, Salvador Ramos, ha comprato i due fucili semiautomatici Ar-15 che ha usato per uccidere il giorno dopo aver compiuto diciotto anni, lo scorso 17 maggio. L’Ar-15 è la stessa arma usata da Adam Lanza, un nome legato a quella che fino a ieri era stata l’ultima terribile carneficina in una scuola elementare della storia americana: il massacro di Sandy Hook, l’istituto di Newtown, Connecticut, in cui a dicembre del 2012 erano morti 20 minori e due adulti.
Il fil rouge di questi fatti di sangue è invariabilmente questo: la facilità con cui il killer – una persona tipicamente disturbata e sociopatica – è entrato in possesso di un’arma da fuoco simile a quelle in dotazione agli eserciti. Secondo i dati di Small Arm Analytics, nel 2021 gli americani hanno acquistato [quasi 20 milioni di armi](https://www.houstonchronicle.com/news/houston-texas/texas/article/uvalde-school-shooting-guns-17196715.php?ref=culturewars.it#photo-22522972) da fuoco.
Oggi le massime cariche istituzionali dello stato del sud statunitense hanno condiviso le loro condoglianze alle vittime: il senatore texano Ted Cruz ha parlato di «una giornata oscura» per l’America, e il governatore Greg Abbott gli ha fatto eco parlando di uccisioni «incomprensibili». Ma di incomprensibile c’è anche il fatto che a parlare sono i rappresentanti di uno stato che ha tra le leggi per il possesso di armi più permissive al mondo: è il Texas ad aver legalizzato lo scorso settembre il *Constitutional carry*, cioè l’avere con sé una pistola senza essere titolari di un porto d’armi; e proprio lo stesso duo, Cruz e Abbott, venerdì parteciperà – e terrà un intervento – alla convention annuale della National Rifle Association, la potente lobby delle industrie produttrici di armi statunitensi, che finanzia da decenni (e [con manica larga](https://elections.bradyunited.org/take-action/nra-donations-116th-congress-senators?ref=culturewars.it)) i politici repubblicani.
In appena cinque mesi di 2022, negli Stati Uniti [si contano](https://www.npr.org/2022/05/15/1099008586/mass-shootings-us-2022-tally-number%20alone?ref=culturewars.it) già 223 *mass shootings*. Eppure solo il 54% degli americani vorrebbe leggi più severe sulla regolamentazione della vendita di armi, dicono [i sondaggi più recenti](https://thehill.com/policy/national-security/3501380-more-than-half-of-americans-want-stricter-gun-laws-poll/?ref=culturewars.it#:~:text=Americans%20surveyed%20in-,a%20CBS%20News%2DYouGov,-poll%20out%20Wednesday): come diavolo è possibile?
La risposta ha a che fare con una cultura nazionale di lunghissimo corso, che risale alla mistica dei Padri fondatori e della Costituzione, il cui Secondo emendamento – molto caro ai Repubblicani di ogni generazione, e citato da ogni candidato alla presidenza che si rispetti – stabilisce proprio il diritto individuale di possedere armi. In un saggio pubblicato nel 2016, la firma del New Yorker Adam Gopnik scriveva che fucili e pistole per gli americani sono «una sorta di seconda automobile simbolica, un altro potente simbolo di autonomia e indipendenza».
Eppure gli Stati Uniti non sono l’unico paese ad avere un penchant per le armi: la Svizzera, per non andare troppo lontano dai nostri confini, non ha percentuali di possesso molto diverse da quelle americane. Ma le sue [leggi stringenti](https://www.businessinsider.com/switzerland-gun-laws-rates-of-gun-deaths-2018-2?utm%5Fsource=feedly&utm%5Fmedium=webfeeds&r=US&IR=T#swiss-laws-are-designed-to-prevent-anyone-whos-violent-or-incompetent-from-owning-a-gun-8) sul porto d’armi le hanno permesso di ridurre a zero le tragedie come quelle che avvengono al di là dell’Atlantico.
Ridurre a qualche riga il rapporto degli statunitensi (o almeno di certi statunitensi) con le armi da fuoco è quasi impossibile: è un aspetto fondamentale della cultura in cui cresce una parte d’America, quella soprattutto bianca, poco istruita e lontana dalle grandi città della costa. Il Pew Research, principale centro sondaggistico d’oltreoceano, nel 2017 ha [misurato il fenomeno](https://www.pewresearch.org/social-trends/2017/06/22/americas-complex-relationship-with-guns/?ref=culturewars.it): il 73% dei possessori di armi non riusciva a immaginarsi senza un grilletto da premere, e il 49% riportava che tutti o la maggior parte dei suoi conoscenti avevano un’arma di proprietà. Le persone di sesso maschile cresciute in case dov’erano presenti pistole o fucili riportavano di aver sparato il loro primo colpo in media a 12 anni. Ma il dato più incomprensibile per un europeo è che il 74% dei possessori intervistati vedeva nelle sue fondine e nelle sue canne mozze un diritto *essenziale*, da accostare alla libertà di espressione e al diritto alla privacy.

La concezione del possesso di un’arma da fuoco come inestricabile diritto connesso all’americanità è così radicata che spesso rasenta la follia. Lo scorso Natale il deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie ha postato su Twitter l’immagine della sua famiglia riunita e sorridente, in cui ogni membro – compresa una ragazzina – mostra sorridente un fucile che potrebbe uccidere anche per sbaglio. E rimanendo a queste ore, il procuratore generale del Texas Ken Paxton è apparso su Newsmax per esprimere contrarietà all’ipotesi di una riforma delle leggi sul porto d’armi
> Preferirei di gran lunga avere cittadini rispettosi della legge armati e addestrati in modo che possano rispondere quando succede qualcosa del genere, perché non sarà l'ultima volta.
Le armi da fuoco sono ora la [prima causa di morte](https://theweek.com/school-shootings/1013846/firearms-are-now-the-leading-cause-of-death-for-us-children?ref=culturewars.it) per i bambini nati negli Stati Uniti d’America. Eppure, incredibilmente, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine della *gun culture* americana.
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# Sfumature di colore

Mercedes Lackey è una scrittrice di fantascienza 71enne di Chicago, già premio Grand Master alla carriera alla Nebula Conference, l’evento annuale della Science Fiction and Fantasy Writers of America (Sfwa), la sigla che riunisce gli autori di questo genere letterario.
Quest’anno la Nebula Conference è arrivata alla sua cinquantasettesima edizione e si è svolta interamente online, dal 20 al 22 maggio. Lackey ha partecipato a un panel intitolato “Romancing Sci-Fi & Fantasy” e ha citato un altro mostro sacro del settore: Samuel R. Delany detto ‘Chip’, 80enne nativo di Harlem e autore, tra gli altri romanzi, di *[Dhalgren](https://en.wikipedia.org/wiki/Dhalgren?ref=culturewars.it)*.
Qui le cose si fanno interessanti, e assurde: parlando del collega, Mercedes Lackey l’ha definito «*colored*», cioè «di colore». Il che ha portato la Sfwa a rimuoverla dalla conferenza per aver usato un «epiteto razziale», come scritto in un [comunicato](https://www.sfwa.org/2022/05/22/statement-removal-mercedes-lackey-nebula-conference/?ref=culturewars.it) sulla vicenda. Jen Brown, autrice nera poco più che trentenne che partecipava al panel, ha dedicato all’accaduto un thread su Twitter dicendo tra le altre cose: «Le dinamiche di potere in quel momento mi hanno lasciato senza parole».
> So. The "Romancing Sci-Fi & Fantasy" panel wrapped. Instead of celebrating, I'm here--holding grief & frustration--over what happens when language is misused (regardless of intent).
>
> — Jen Brown 👀✨🌈 (@jeninthelib) [May 22, 2022](https://twitter.com/jeninthelib/status/1528168371379875840?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Sfwa ha spiegato di aver disabilitato l’accesso al video del panel «per evitare di continuare a causare ulteriori dolore» e di aver «immediatamente rimosso Mercedes Lackey dalla conferenza e dagli ulteriori panel a cui avrebbe dovuto prendere parte». Ancora: parlerà con gli altri panelist su come procedere, proponendo «di tagliare la parte offensiva dal panel o riprogrammarlo per una data futura».
In tutto questo, tuttavia, sono apparsi due dettagli di poco conto. Il primo: quando Lackey ha detto «di colore», stava lodando con trasporto la vita e la produzione artistica di ‘Chip’ Delany. Il secondo: poco dopo la comunicazione della scelta della conferenza, Delany stesso [è intervenuto](https://www.facebook.com/1017740142/posts/10225614312317450/?d=n) nei commenti a un post su Facebook per spiegare che «Mercedes Lackey ha il mio permesso per parlare di me nel modo che desidera». Ma ha detto anche altro (non traduco il commento perché farei un pessimo servizio alla potenza del messaggio originario, ma eccolo):

In buona sostanza, una influente organizzazione di settore ha gettato a mare un’affermata scrittrice che stava celebrando un altrettanto affermato collega, attaccandosi a un termine di uso comune fino a poco tempo prima, e rimproverandola per non aver usato una sua variante difficilmente distinguibile dall’originale («*person of color*»). L’ansia da prestazione del palcoscenico delle buone intenzioni virali è questa cosa qui.
Sarebbe bello ripartire dalla risposta di ‘Chip’ Delany, però. O almeno lasciar rispondere una volta di più chi è chiamato in causa in prima persona, facendo i portavoce preventivamente indignati una volta di meno.
## **Altre news dal fronte**
- Un [articolo](https://jacobinitalia.it/la-buona-morale-non-ci-salvera/?ref=culturewars.it) bello e, io credo, importante di Jacobin Italia su «l’iper-politica degli influencer» (sperando che, ora che lo dice anche un giornale fortemente e inequivocabilmente posizionato a sinistra, il messaggio passi anche dove finora non era passato):
> Non solo gli attivisti ma anche gli stessi «intellettuali engagé», al di là della loro volontà, diventano così più simili agli **influencer* che agli «intellettuali organici» del Novecento, con una tendenza ad adeguarsi al linguaggio premiato dagli algoritmi con visibilità e like: quello che calca forzatamente le emozioni, i sentimenti, l’indignazione morale, la colpevolizzazione individuale e il vittimismo.

- È stata una settimana molto densa su uno dei fronti principe delle guerre culturali: quello che riguarda le persone transgender. Prima Bill Maher, noto host del suo *Real Time* sul network Hbo, ha commentato l’uso di farmaci bloccati della pubertà destinati alla transizione (che in America è molto più diffuso che in Europa, e oggetto di un intenso e spesso feroce dibattito) [dicendo](https://deadline.com/2022/05/bill-maher-real-time-claims-rise-lgbtq-trans-people-may-be-sparked-by-need-to-be-trendy-1235029488/?ref=culturewars.it) «stiamo letteralmente sperimentando sui bambini». Poi è uscito il nuovo special comico di Ricky Gervais, brillante comico (hai visto *The Office*, vero?), che ha dedicato un [siparietto](https://www.theguardian.com/culture/2022/may/25/ricky-gervais-netflix-special-condemned-by-lgbtq-groups-for-anti-trans-rants-masquerading-as-jokes?ref=culturewars.it) alle donne «con le barbe e i cazzi», cito testualmente. Di questo secondo caso non posso dire granché, non avendo ancora visto lo spettacolo; e se a livello di principio credo che si debba poter scherzare su tutto – Gervais fa battute anche su bambini malati, tragedie, morti e quant’altro – quando si parla di categorie marginalizzate al centro di discorsi di un certo tipo le cose si complicano. È difficile sostenere, tuttavia, che la comicità di questo tipo generi *violenza*, che è l’accusa che le viene mossa in alcune nicchie: il pubblico di Ricky Gervais, mediamente colto e informato, ride perché conosce il registro e il contesto delle battute che ascolta. E posso essere smentito, ma mi è difficile convincermi del fatto che a creare o a legittimare i nazisti sia lo humor nero sull’Olocausto, per capirci.
Quanto a Maher, mi concedo solo un commento volante: molti adulti di quest’epoca sembrano aver perso di vista cosa significa avere quindici, sedici e diciassette anni. Lo dico senza alcuna indignazione o remota condanna, perché mi sembra un dato di fatto visibile e acclarato. È un dimenticanza grave *anche* nell’approcciare i temi Lgbtq+, perché per ogni ragazzino che si dichiara “bisex” per fare della definizione un collante sociale, ce ne sono altri e altre che hanno bisogno di una transizione che, invece, con le dinamiche di appartenenza a un gruppo c’entra poco o nulla: se non sappiamo più dividere le due cose, non facciamo un buon servizio a nessuno.

- Come [“The Current Thing”](https://maxread.substack.com/p/the-current-thing?s=r), il meme postato anche da Elon Musk, è diventato una delle linee d’attacco più ossessive della destra più becera su Twitter (grazie a Gigi per la segnalazione).
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### Buffalo, una strage mainstream
URL: https://www.culturewars.it/strage-buffalo-sostituzione/
Last updated: 2023-08-22T21:02:49.000Z
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Sabato 14 maggio il diciottenne Payton S. Gendron si è recato in un supermercato frequentato da afroamericani dell’east side di Buffalo, nello stato di New York, e ha ucciso 10 persone usando un’arma d’assalto su cui aveva inciso un famigerato insulto razzista.
Gendron è andato lì per compiere un disegno organizzato nel corso di mesi: ha trasmesso la sparatoria su Twitch, la piattaforma prediletta dei gamer, e in precedenza aveva pubblicato su Discord e sul forum 4chan una macabra to-do list, e soprattutto condiviso coi suoi follower un delirante manifesto (con una decisione singolare, Associated Press ha scelto di [non chiamarlo in questo modo](https://twitter.com/APStylebook/status/1526256032233705472?ref=culturewars.it)) di 180 pagine. Ha messo a confronto alcuni luoghi che aveva considerato per la strage, scoprendo che lo zip code (più o meno equivalente al nostro cap) 14208 di Buffalo aveva la percentuale più alta di residenti afroamericani.
Nel manifesto dell’attentatore si leggono anche cose come: «Tante persone mi hanno ispirato: Luca Traini, Anders Breivik, Dylan Roof, Anton Lundin Pettersson, Darren Osbourne eccetera. Ma ho avuto solo un breve contatto con il giustiziere Breivik, ricevendo una benedizione per la mia missione dopo aver contattato suoi amici».
Il nome italiano che compare nella lista è quello dell’assassino di Macerata, che nel 2018 ha aperto il fuoco contro alcuni immigrati, per fortuna senza vittime, ed è stato condannato a 12 anni di reclusione con l’aggravante dell’odio razziale. Gli altri sono tutti legati ad altrettanti atti terrorismo di matrice razzista e suprematista bianca: Gendron cita come suo ispiratore anche Brenton Tarrant, l’autore della strage di Christchurch, che nel 2019 ha lasciato dietro di sé 51 vittime in una moschea della città della Nuova Zelanda. Come Tarrant, Gendron ha trasmesso in live streaming la sua carneficina; e come Tarrant, ne ha diffuso i dettagli e i moventi su siti come 4chan.
Al centro di questi crimini c’è un’unica teoria complottista, detta della Grande sostituzione: è una visione diffusa nell’estrema destra secondo cui l’immigrazione di persone non bianche e non cristiane verso l’Europa e gli Stati Uniti sarebbe il risultato di un piano studiato a tavolino che mira alla sostituzione sistematica dei popoli di etnia caucasica.
Delirante com’è, ti aspetteresti che questa teoria rimanga confinata ai recessi più sordidi e alle nicchie più patologiche del web, giusto? Non proprio: un’[inchiesta](https://www.nytimes.com/interactive/2022/04/30/us/tucker-carlson-tonight.html?chapter=3&ref=culturewars.it) del New York Times ha scoperto che in 400 puntate del suo show in prima serata Tucker Carlson, uno dei volti più celebri dell’emittente Fox News, ha fatto riferimenti espliciti a come le élite democratiche starebbero usando l’immigrazione per generare cambiamenti demografici a loro favorevoli, «e talvolta i suoi produttori hanno trovato la materia prima per il suo show perlustrando gli stessi angoli oscuri di internet frequentati dal sospetto di Buffalo». A rilanciare la teoria nell’ultimo anno sono stati anche l’ex speaker della Camera Newt Gingrich e la deputata della Georgia Elise Stefanik.
Anche alle latitudini nostrane, basta una rapida googlata per scoprire come negli anni (e fino in tempi recentissimi) il leader della Lega Matteo Salvini abbia ripetutamente, [pubblicamente dichiarato](https://www.repubblica.it/politica/2017/12/03/news/salvini%5Fnon%5Fcerco%5Fvoti%5Fnaziskin%5Fma%5Fnon%5Fc%5Fe%5Falcun%5Fritorno%5Fdel%5Ffascismo-182878696/?ref=culturewars.it) cose come:
> È in corso un'invasione pianificata del nostro paese. Un tentativo di sostituzione etnica dei nostri lavoratori con dei disperati.
E lo stesso ha fatto Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, rilanciando una bufala razzista e dandole dignità da prime time. Senza contare le [ripetute esternazioni](https://www.npr.org/2022/05/17/1099223012/how-the-replacement-theory-went-mainstream-on-the-political-right?ref=culturewars.it) in tal senso di Donald Trump, che le ha rese un’abitudine quotidiana.
> "Gli immigrati che sbarcano servono a sostituire gli italiani che non nascono".
> SOSTITUZIONE ETNICA in corso, lo dicono pure.[#stopinvasione](https://twitter.com/hashtag/stopinvasione?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
>
> — Matteo Salvini (@matteosalvinimi) [June 21, 2017](https://twitter.com/matteosalvinimi/status/877625104695517185?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Bisognerebbe ragionare seriamente sul grado di tossicità e pervasività di questi impianti teorici, e su come la destra mainstream abbia finito per favorire una radicalizzazione che, in casi come quello di Buffalo, genera atti di violenza e stragi.
Non significa, ovviamente, che a premere il grilletto del fucile di Payton S. Gendron siano stati Carlson o Salvini e Meloni, e chi si concentra solo su questo aspetto di responsabilità diretta perde di vista un punto fondamentale: cioè che oggi esistono punti di attiguità oggettiva tra i complotti deliranti di nicchie online popolate da persone mentalmente disturbate e la retorica dei conservatori mainstream. E finché questi ultimi non cambieranno rotta in modo deciso, i primi non potranno far altro che continuare a proliferare nel sottobosco di internet.
[Secondo il Washington Post](https://www.washingtonpost.com/nation/2022/05/15/buffalo-shooter-great-replacement-extremism/?ref=culturewars.it), il manifesto dell’assassino di Buffalo «lascia pochi dubbi sul fatto che Gendron appartenga a una fraternità globale di persone ossessionate dall’idea che i bianchi stiano venendo intenzionalmente sostituiti».
C’è poi il ruolo dei social media, che da quasi un decennio abilitano e facilitano la condivisione di atti di violenza così efferati: Twitch ha rimosso la diretta della sparatoria dopo due minuti dall’inizio della trasmissione, ma non è stato abbastanza per impedire che venisse ripostata migliaia e poi milioni di volte su Twitter, Facebook e Instagram, dove i sistemi di moderazione sono ancora messi a dura prova di fronte alla mole di contenuti da cancellare. Inoltre, il killer si è servito dei servizi di Google per sapere a che ora il supermercato era più frequentato, e del ruolo di 4chan e Discord abbiamo già parlato.
Un diciottenne è entrato in un supermercato in un quartiere abitato da neri e ha sparato per ucciderli, con un fucile d’assalto che ha ottenuto con relativa facilità. Se non basta una frase del genere a farci domande su a che punto del progresso siamo realmente, e quali dovrebbero essere le nostre priorità, allora non ne esiste nessuna di adatta.
## **Altre news dal fronte**
- Il New York Times ha dedicato un profilo all’Hearing Voices Movement, un gruppo diviso tra advocacy e attivismo che chiama le psicosi e psicopatologie «realtà non consensuali» e rifiuta la loro patologizzazione, in nome dell’inclusività delle esperienze di chi sente le voci. È evidentemente una cosa sbagliata e grave, per i motivi che immagini;
> This is an insanely irresponsible piece valorizing a destructive group that will cause genuine harm to vulnerable people before all is said and done. [https://t.co/sL7pfraPqG](https://t.co/sL7pfraPqG?ref=culturewars.it)
>
> — Jeff B. is \*BOX OFFICE POISON\* (@EsotericCD) [May 18, 2022](https://twitter.com/EsotericCD/status/1526726266673680386?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

- Perché nella tornata di primarie repubblicane i neri fanno segnare (e segneranno) risultati di consenso sempre maggiore nell’elettorato di destra? Il paradosso per cui il trumpismo ha [aumentato la *diversity*](https://www.thebulwark.com/will-2022-be-the-year-of-the-black-republican/?ref=culturewars.it) del Partito repubblicano;

- Facebook produce ogni trimestre un Widely Viewed Content Report che mostra quali sono i link, le pagine e i contenuti più visti dall’enorme utenza della piattaforma. Il report, per quanto finora sostanzialmente ignorato dal mainstream, ha già mostrato cose interessanti (per esempio, che una delle pagine più viste del 2021 [è stata quella di una truffa](https://www.garbageday.email/p/when-the-traffic-firehose-is-pointed?ref=culturewars.it) nemmeno ben congegnata). Il [nuovo report](https://transparency.fb.com/it-it/data/widely-viewed-content-report/?ref=culturewars.it) dei primi tre mesi del 2022 mostra un social network sempre più in declino, preda di oscure content farm vietnamite, pagine di ironia boomer e montagne di spam;

- È arrivata la [fine](https://www.theverge.com/2022/5/18/23122764/reply-all-hosts-leaving-alex-goldman-emmanuel-dzotsi?ref=culturewars.it) di *Reply All*, il podcast che ha definito un’era dei podcast, e che ascoltano anche quelli a cui dei podcast non frega molto. I suoi due host Alex Goldman e Emmanuel Dzotsi hanno scelto di lasciare Gimlet, la compagnia acquistata da Spotify di cui *Reply All* è stata la gallina dalle uova d’oro. La fine del podcast ruota attorno a una rumorosa controversia sorta su Twitter a febbraio dell’anno scorso, quando un ex dipendente di Gimlet ha accusato PJ Vogt – allora talentuoso conduttore e anima di *Reply All* – di aver assunto comportamenti antisindacali nei confronti di un gruppo di persone di colore della società. Vogt ha chiesto scusa e ammesso di aver sbagliato, poi ha lasciato Gimlet e la trasmissione non è più stata la stessa. In precedenza aveva esplorato la cultura di internet nei suoi anfratti più impensabili. La puntata “The Missing Hit”, che trovi qui sotto, è unanimemente considerata una delle migliori puntate di podcast mai prodotte;

- In Nigeria lo stato di Sokoto ha proclamato il coprifuoco dopo che una studentessa Deborah Samuel, è stata [picchiata e arsa viva](https://www.aljazeera.com/news/2022/5/14/nigeria-curfew-declared-in-sokoto-after-student-killing-protests?ref=culturewars.it) per aver fatto un commento considerato blasfemo sul profeta Maometto in un gruppo WhatsApp. Il fermo di polizia dei sospettati dell’omicidio ha causato proteste che hanno portato le autorità a dichiarare il coprifuoco: quando ti dicono che è tutto abbastanza complesso (vero) da rendere impossibile esprimere giudizi sulle società non occidentali (falso), ripetendo un mero esercizio di partigianeria da like facili, considera casi come questo.
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### Non ci sono più gli alpini di una volta
URL: https://www.culturewars.it/adunata-alpini-rimini/
Last updated: 2023-08-22T21:02:05.000Z
*Buongiorno (o al limite buonasera, se sei in ritardo), sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) *e questa è la mia newsletter* ***Culture Wars*** *, che dalla settimana prossima fa ciao ciao a Revue – la piattaforma che te l‘ha spedita a domicilio in questi primi sei mesi – e grazie a un crowdfunding di successo (grazie ancora, eh* 🙏🏻) *passa alla sfavillante Ghost, con una serie di novità che vedrai nei prossimi giorni.*
*Allaccia le cinture, ci vediamo di là.*
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## Alpini brava gente
«*E Celestina in cameretta che ricama rose e fiori*
*E vien da basso o Celestina ch'è rivà il tuo primo amore*
*Dove sei stato mio bell'alpino che ti g'ha cambià colore*
*L'è stata l'aria dell'Ortigara che mi g'ha cambià colore*
*I tuoi colori ritorneranno questa sera a far l'amore*».
“Dove sei stato mio bell’alpino” è un canto popolare le cui radici si perdono nella storia dell’Italia seicentesca, diventato a partire dall’unità d’Italia uno dei simboli del corpo degli alpini. Dal 5 all’8 maggio si è tenuta a Rimini la 93ª Adunata nazionale delle truppe da montagna dell’esercito, un ritrovo annuale che riempie la città ospitante di uomini che molto spesso sono di mezza età e altrettanto spesso hanno alzato il gomito, in contestabile ossequio allo stile di vita cameratesco che celebrano.
Questi ingredienti, non da oggi, generano un clima difficile – quando non apertamente pericoloso – per le donne, specie se non accompagnate. L’ha riportato la divisione riminese dell’associazione attivista Non una di meno, raccogliendo oltre 500 segnalazioni di molestie nei giorni dell’adunata e più di 160 racconti che le descrivono.
Qualcuno ha obiettato che le denunce pervenute alle autorità sono molte meno (al momento si contano sulle dita di una mano), ma è piuttosto ovvio che non si può fare della denuncia l’unico metro per considerare resoconti di umiliazioni e molestie verbali o fisiche estemporanee come quelle descritte dalle riminesi: palpeggiamenti, catcalling, gruppetti di uomini ubriachi che fanno avances seriali sgradevoli, eccetera (Saverio Tommasi di Fanpage è andato a Rimini e ha realizzato un breve video sull’accaduto).
Con 400mila presenze in pochi giorni, è verosimile, come rapidamente addotto dall’Associazione nazionale alpini, che ci siano «centinaia, se non migliaia, di giovani che pur non essendo alpini, approfittano della situazione», ma senza riflessioni più profonde e sentite la spiegazione pare più che altro una foglia di fico. Il presidente dell’Ana Sebastiano Favero ha in seguito cambiato rotta in un’[intervista](https://www.corriere.it/cronache/22%5Fmaggio%5F12/molestie-alpini-rimini-presidente-favero-ff5f4eb4-d160-11ec-b465-8b7c23727ee0.shtml?ref=culturewars.it) col Corriere della Sera, spiegando che:
> Adesso ci sono fatti concreti. E mi consenta innanzitutto di chiedere scusa a chi ha subito le molestie. Faremo di tutto, insieme alle forze dell'ordine, per individuare i responsabili.
La vicenda interessa ciò di cui ci occupiamo ogni settimana in questa newsletter soprattutto in relazione a un’altra osservazione che ha raccolto, però, che potremmo riassumere in: *perché soltanto adesso?*
Il raduno annuale degli alpini è noto da tempo per lo spirito di corpo dalle tinte sessiste che porta con sé: nel 2018 a Trento ospitava una serata dedicata a «Miss Alpina bagnata», con tanto di flyer che invitava a eleggere «la tua alpina preferita» gettando birra addosso alle ragazze.
> 3 anni fa commentavo così l’adunata degli Alpini di Milano, dopo l’esperienza terrificante di Treviso. Non è cambiato un cazzo, ma stavolta per fortuna qualcunə ha alzato la voce, sperando venga davvero ascoltatə [pic.twitter.com/1LpPcu37TB](https://t.co/1LpPcu37TB?ref=culturewars.it)
>
> — A. più (@A\_Ginger) [May 11, 2022](https://twitter.com/A%5FGinger/status/1524381129448513537?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
In queste ore si sono moltiplicati i racconti e i resoconti di molestie risalenti al raduno del 2019 a Milano e a quello del 2017 a Treviso: donne umiliate, toccate e baciate contro la loro volontà, e infine non credute. Il ricercatore di sociologia Michele Dal Lago è tornato indietro nel tempo fino all’adunata di Bergamo del 2010, [scrivendo](https://www.facebook.com/michele.dallago.1/posts/pfbid025ZtRLGommwtS9fF6XphFdCfYNRmyf9DbMow2k9jxE8L3magSPE4vK58m5inqJhnil): «Ricordo i gruppi di ragazze che si rifugiavano all’interno dell’università dove lavoravo perché, se restavano all’ingresso, venivano tormentate e spaventate da sti personaggi».
Ma allora, cosa è cambiato nel 2022? Beh, forse la società in cui viviamo. Forse quello che è successo non va più bene alla maggioranza delle persone. Forse quel che fino a dieci o cinque anni fa era ancora considerato tutto sommato una tollerabile carnevalata, oggi viene (per quel che mi riguarda: giustamente) considerato una forma di prevaricazione e di molestia sessuale.
D’altronde i cambiamenti di questo tipo di coscienza sociale possono rimanere sottotraccia ed esplodere all’improvviso, quando la consapevolezza collettiva ha passato un punto di rottura (che nel caso specifico è rappresentato da video di ragazze giovanissime palpeggiate da uomini adulti, o addirittura anziani).
Certo: sui social, terra di grandi banalizzatori, influencer a caccia di like e persone che hanno troppo tempo da perdere, gli alpini sono già diventati un magma indistinto di violentatori e molestatori seriali. *Dalli all’alpino, mettimi il cuoricino*.
Questo è avanspettacolo anche un po’ triste, ma il problema esiste, e viene individuato anche da alcuni degli stessi alpini. Condivido con te il bel [post su Facebook](https://www.facebook.com/umberto.cosmo/posts/pfbid02vNHXUpGnLDueCLL3Jqrq3zG8Ua4L9i2GuBqo8ihCewSXyQxqHewuLy9WRk56nTwLl) di Umberto Cosmo, un alpino che non era a Rimini, ma ha idee molto precise su ciò che è successo a Rimini.
> Va ripensato, lo affermo non da ieri, lo stile delle nostre adunate.
>
> La ricerca di sempre maggiore visibilità da parte di Ana, la nostra benemerita associazione, ha finito per portare l’adunata a trasformarsi da ritrovo tra commilitoni a kermesse nazional popolare caratterizzata dalla presenza di una folla di persone che poco o nulla hanno a che fare con lo spirito alpino.
>
> Lo scrivo con dolore, ma non possiamo esimerci, nessuno di noi alpini, da un mea culpa collettivo per non aver riconosciuto per tempo la deriva di involgarimento, quasi di imbarbarimento, di una manifestazione che ha bisogno di ritrovare le proprie radici più profonde, anche se questo dovesse richiedere una diminuzione di visibilità e di conseguenza del potere politico dell’Ana.
>
> E sono d’obbligo delle scuse collettive a tutte le donne, da parte di tutti noi alpini, anche da coloro che come me non hanno partecipato all’adunata di Rimini. Scuse non solo alle persone che hanno subito direttamente molestie o violenza, ma a tutte le donne perché, non nascondiamocelo, in buona parte di noi alberga, più o meno nascosto, un certo tipo di concezione del rapporto donna/uomo che deve giustamente cambiare.
È, quest’ultimo, un rapporto che sta già cambiando, a ben vedere. Chiudo con un altro commento trovato in giro che lo dice bene, con la sicurezza e la semplicità delle cose più vere, e senza timore di smentite. Un altro mondo non solo è possibile, ma è già qui intorno a noi.

## **Altre news dal fronte**
> The tension is, basically, wanting to teach kids to reject gender stereotypes--teaching them, e.g., there are no boys toys and girls toys, and you can be a girl and wear pants or a boy and where dresses--and also teaching them that e.g. clothes are a way we express our gender.
>
> — Conor Friedersdorf (@conor64) [May 11, 2022](https://twitter.com/conor64/status/1524499402013900800?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Uno dei punti nevralgici dell‘infuocata discussione sull’identità di genere e come viene insegnata nelle scuole americane: come si fa a unire il rifiuto degli stereotipi di genere a un altro necessario caposaldo di questi temi, cioè che per diverse persone l’espressione del proprio genere passa anche – ad esempio – dai vestiti che scelgono di indossare? È, in essenza, il crinale lungo cui corre la divisione tra buona parte dell’attivismo transgender e le femministe cosiddette “della seconda ondata” (quelle degli anni Sessanta e Settanta, per capirci), abituate alla nozione del genere come costruzione sociale, opposta all’idea di caratteri che gli sono legati in modo innato. Da questo singolo punto derivano molte delle *terf wars* che vedi (o a cui partecipi, nel caso peggiore) su Twitter;

- Libri da poco [proibiti](https://bookriot.com/nampa-idaho-book-ban/?ref=culturewars.it) nel distretto scolastico di Nampa, in Idaho (è uno stato nord-occidentale degli Stati Uniti famoso per le patate, i mirtilli, le pietre preziose e le sue bellissime montagne: ora sai tutto): *Il cacciatore di aquiloni* di Khaled Hosseini; *L’occhio più azzurro* di Toni Morrison; *Il racconto dell’ancella* di Margaret Atwood; *Molto forte, incredibilmente vicino* di Jonathan Safran Foer. Non so, devo commentare?

- Presente quella storiaccia del processo di Amber Heard e Johnny Depp? (È una domanda retorica: se hai aperto un qualsiasi social per dodici secondi nelle ultime settimane, ce l’hai presente). Bene: un ruolo centrale nella preparazione della causa è stato svolto dall’American Civil Liberties Union (Aclu) che è una delle principali sigle – se non direttamente la principale – a difesa delle libertà individuali negli Stati Uniti. Aclu ha reso Heard sua ambassador in una campagna contro la violenza domestica, dopo una donazione multimilionaria dell’attrice, e le ha addirittura fatto da ghostwriter e promoter.
Nata a difesa del Bill of Rights, l’American Civil Liberties Union da più di un secolo procura professionisti legali nei casi di presunte violazioni delle libertà individuali e di espressione, e le sue prese di posizione hanno un’enorme influenza nelle discussioni intorno ai diritti costituzionali. Dovrebbe, quindi, essere una delle forze in campo nelle *culture wars* che infiammano i college americani, no? Beh, no: perché dagli anni di Donald Trump l’organizzazione ha messo in campo una virata fortemente “woke” ([leggere per credere](https://twitter.com/ACLU/status/1524431029473316866?ref=culturewars.it)) e, soprattutto, ha triplicato i suoi fondi, tenendosi progressivamente a distanza da qualsiasi coinvolgimento possa essere considerato “di destra”. La professoressa di Giurisprudenza a San Francisco Lara Bazelon, femminista di fede democratica, spiega sull’Atlantic [perché questa svolta è un problema](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/05/aclu-johnny-depp-amber-heard-trial/629808/?ref=culturewars.it);

- Un [bel thread](https://twitter.com/doxaliber/status/1522504078676348930?ref=culturewars.it) su Twitter, inteso come complemento di argomento: l’autore ha risposto in modo misurato e pacato a un tweet insostenibilmente sciocco di Nico Piro, giornalista del Tg3 riscopertosi star della piattaforma dall’inizio del conflitto in Ucraina – e da allora sprofondato in una tana del coniglio di banalizzazioni e ossessioni – per criticare «l'aspetto deteriore della comunicazione via social». Piro l’ha bloccato, legittimamente: ma il perché ha scelto di farlo, travisando completamente il messaggio a cui rispondeva, è rilevante e dice molte cose sui rapporti più malsani coi social;

- Jack Posobiec, folle della peggior destra già noto per aver rilanciato e sostenuto la folle teoria cospirazionista del Pizzagate (il presunto – presuntissimo – giro di pedofili di fede progressista che avrebbe gravitato attorno a un’anonima pizzeria di Washington), è rimasto in tema inventandosi una campagna per dire al suo vasto pubblico che la sinistra ha rovinato una delle catene di fast food più famose d’America: Pizza Hut. [Giuro](https://www.dailydot.com/debug/pizza-hut-jack-posobiec/?ref=culturewars.it).
*The End*: questo è l’ultimo saluto della “vecchia” newsletter, quindi permettimi di tirare fuori il fazzolettino d’ordinanza. Se vuoi condividi questa puntata e il [link](https://davidepiacenza.it/newsletter/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) per l’iscrizione a Culture Wars, tenendo però a mente che da lunedì cambierà tutto. *Can’t wait*, come dicono quelli.
### Diritti che davamo per scontati
URL: https://www.culturewars.it/aborto-roe-wade-corte-suprema/
Last updated: 2023-08-22T21:01:14.000Z
*Ciao, sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) *e questa è la mia newsletter di cose culturali, algoritmi e conversazione globale* ***Culture Wars*** *, in una delle sue ultime uscite prima di un importante cambio di look e funzionalità.*
*Hai già capito di cosa parleremo questa settimana, ed è un tema che non si può definire meno che preoccupante. Mettiti comodo/a.*
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## Ritorno al passato
L’hai letto grazie a un colossale [scoop](https://www.politico.com/news/2022/05/02/supreme-court-abortion-draft-opinion-00029473?ref=culturewars.it) di Politico: la Corte suprema degli Stati Uniti d’America ha redatto una bozza di parere legale sul caso *Dobbs v. Jackson Women's Health Organization*, cioè il ricorso contro una legge del Mississipi del 2018 che proibisce l’aborto dopo le 15 settimane di gestazione.
Il documento è di importanza capitale perché mostra che la maggioranza repubblicana della Corte è pronta a ribaltare una sentenza storica che da cinquant’anni fa da architrave della società statunitense: la *Roe v. Wade*, che nel 1973 ha sancito che ogni donna americana ha il diritto costituzionalmente garantito a un trattamento di interruzione di gravidanza entro i primi tre mesi della gestazione.
Nel parere di maggioranza da lui firmato, il giudice nominato nel 2006 da George W. Bush, Samuel Alito, scrive che la decisione sulla Roe è stata «enormemente sbagliata fin dal principio. Il suo ragionamento è stato eccezionalmente debole, e il parere ha avuto conseguenze dannose».
La prima e incontrovertibile conseguenza di *Roe v. Wade*, tuttavia, è aver sancito il diritto all’aborto negli Stati Uniti. E tornare indietro ripudiando quella decisione – non è ancora detto che la Corte decida in tal senso, perché quella trapelata è una bozza, ma il rischio è concreto – avrebbe conseguenze deleterie sulla vita delle donne d’oltreoceano: significherebbe che la competenza sulla legislazione in materia tornerebbe ai singoli Stati, e larghe parti d’America (il Midwest, il Sud: in tutto 13 Stati, contando solo [quelli che proibirebbero l’aborto immediatamente](https://www.nytimes.com/interactive/2022/us/abortion-bans-restrictons-roe-v-wade.html?ref=culturewars.it)) sarebbero pronte a riportare l’orologio dei diritti femminili indietro di mezzo secolo.
«Ogni riga sembra uscita dal peggior incubo della generazione di mia madre», ha scritto [sull’Atlantic](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/05/supreme-court-overturn-abortion-peaceful-protest/629746/?ref=culturewars.it) Molly Jong-Fast, figlia della celebrata scrittrice femminista Erica Jong, notando come persino nei primi anni Settanta – quando una donna non poteva ottenere nemmeno una carta di credito senza il benestare del marito o del padre – la Roe era stata decisa da una maggioranza di sette giudici a due, con cinque Repubblicani che si erano schierati col fronte progressista. Cinquant’anni dopo, invece, i conservatori mirano a eliminarla.
Ogni conquista è fragile. Già nel 1989, quando la Corte suprema a maggioranza repubblicana sotto George H. W. Bush aveva discusso un caso che rischiava di ribaltare la storica sentenza di 16 anni prima, proprio Erica Jong [scriveva](https://www.nytimes.com/1989/01/26/opinion/pro-life-or-pro-death.html?ref=culturewars.it):
> Ora che la Corte ha accettato di discutere un attacco a *Roe v. Wade*, è dolorosamente evidente che due decenni di conquiste femministe possono essere spazzati via dal singolo gesto di una mano giudiziaria o presidenziale. Donne e uomini che pensavano che tutto questo fosse stato risolto molto tempo fa, che ingenuamente presumevano che i corpi delle donne non sarebbero mai più stati campi di battaglia politici, hanno dovuto svegliarsi e prenderne atto.
Senza contare che l’offensiva della destra verosimilmente non si fermerà qui. Come ha notato il costituzionalista Neal Katyal [sul Washington Post](https://www.washingtonpost.com/outlook/2022/05/03/abortion-roe-leaked-opinion-consequences-katyal/?ref=culturewars.it), anche se Alito scrive nel parere legale che «la decisione riguarda il diritto costituzionale all'aborto e nessun altro diritto», la giurisprudenza è fatta apposta per applicare gli stessi principi a casi differenti. Il principio cardine della sentenza su *Roe v. Wade* era il diritto alla privacy, articolato per la prima volta da una sentenza risalente al 1965, la *Griswold v. Connecticut*, che invalidava una legge che aveva proibito la vendita di contraccettivi alle coppie sposate.
Il parere di Samuel Alito e colleghi che si legge nel documento fatto circolare in queste ore, secondo cui il diritto all’aborto non è esplicitamente presente nella Costituzione americana, né è «profondamente radicato nella storia e nelle tradizioni della Nazione», secondo Katyal continuerà a lungo a infestare la politica americana. La prossima vittima potrebbe essere proprio la Griswold, perché nella Carta costituzionale degli Stati Uniti non è menzionato nemmeno un diritto alla privacy, se è per questo: e se la Corte continuasse in questa direzione, diversi Stati americani si troverebbero a proibire la vendita di dispositivi contraccettivi dall’oggi al domani.
Lo stesso discorso vale per la *Obergefell v. Hodges*, il pronunciamento con cui nel 2015 la Corte suprema ha stabilito la legittimità del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Scritta da un repubblicano, il giudice Anthony M. Kennedy, la sentenza del *same sex marriage* pesca dalla prospettiva universalista per stabilire che ogni americano ha il diritto a condurre una vita libera e costituzionalmente protetta nei suoi diritti, anche se – per tornare alla prospettiva di cui sopra – nel testo fondativo dell’ordinamento statunitense non si ravvisano espliciti riferimenti all’omosessualità. Il precedente di questi giorni potrebbe rendere aprire a nuove interpretazioni, e un *overturn* della Obergefell si tramuterebbe nell’immediata proibizione del matrimonio gay nella maggior parte degli Stati d’America.
A prescindere da come andrà (in caso di epilogo peggiore, cioè di conferma del parere della Corte, è verosimile che alle elezioni di Midterm di novembre i Democratici faranno incetta di voti, dato che meno di un terzo degli statunitensi è a favore del ritorno al pre-Roe, e il Congresso potrà far passare una legge sul diritto all’aborto), il fronte della guerra della destra trumpiana ai diritti acquisiti è aperto: le parole di Alito rimarranno per decenni la linea Maginot degli ultraconservatori alla ricerca di una linea d’attacco al moderno mondo progressista, e dopo le donne verosimilmente [“verranno a prendere”](https://it.wikipedia.org/wiki/Prima%5Fvennero...?ref=culturewars.it) tutti gli altri. Nel frattempo, come accade sempre, a farne le spese saranno le persone più povere e ostracizzate dalle comunità, le vittime di violenza (la legge del Mississipi su cui si deve pronunciare la Corte *non prevede eccezioni per gli stupri*) e di ricatto.
I diritti che davamo per scontati si sono rivelati fragili come uno stelo sottile esposto al vento. Mentre eravamo impegnati a occuparci di avveniristiche letture d’élite che orbitano attorno a noi e ai nostri punti di relativo privilegio e oppressione, qualcuno tramava nell’ombra – quando non direttamente alla luce del sole, accanto al biondo 45esimo presidente degli Stati Uniti – per riportare il mondo a ciò che era prima che intere generazioni dedicassero la vita a renderlo un posto appena più giusto.
Forse è il momento di lasciare per un attimo Twitter e tornare al loro esempio: di scontato, a quanto pare, non c’è nulla.
## **Altre news dal fronte**
- Il New York Times ha [intervistato](https://www.nytimes.com/2022/05/01/books/maia-kobabe-gender-queer-book-ban.html?ref=culturewars.it) Maia Kobabe, 33enne autrice del memoir *Gender Queer*, che parla della faticosa scoperta della sua identità non binaria ed è diventato il libro più censurato dell’anno nelle scuole degli Stati Uniti per via del suo contenuto: una storia Lgbt+. Come spesso accade, il Times si è preso anche una buona dose di [critiche](https://thehill.com/changing-america/respect/equality/3474136-the-new-york-times-avoided-using-gender-queer-authors-genderless-pronouns-in-an-interview-readers-took-notice/?ref=culturewars.it) su Twitter: Kobabe si identifica coi pronomi neutri *e*, *eir* ed *em*, che in inglese americano non esistono (o almeno non ancora) e non sono dunque stati utilizzati dalla testata. I critici ci hanno visto una volontà di screditare Kobabe. Ognuno si faccia la sua idea in merito;

- Un traduttore o una traduttrice bianchi possono tradurre il testo di una poetessa nera? Un’artista bianca può raffigurare un ragazzo afroamericano vittima di violenza? Sono solo due esempi recenti di un dibattito infinito, che da anni monopolizza i discorsi intorno alla cultura e alla rappresentazione: se l’unico o il principale metro attorno a cui misuriamo un’espressione artistica diventa la *lived experience*, [scrive Pamela Paul](https://www.nytimes.com/2022/04/24/opinion/lived-experience-empathy-culture.html?ref=culturewars.it), ci arrendiamo a «una visione ristretta e avara dell'esperienza umana». È verissimo;

- Per gli amanti dei Celebrity Deathmatch, martedì 17 maggio alle 18.30 al Centro Brera di Milano (via Formentini 10) Guia Soncini presenta il suo nuovo libro *L’economia del sé*, edito da Marsilio, con Carlotta Vagnoli. Non so come finirà, ma in ogni caso quasi quasi ci vado.
### Un altro Twitter è possibile
URL: https://www.culturewars.it/musk-compravendita-twitter/
Last updated: 2023-08-22T21:00:44.000Z
*Ehi ehi ehi*, *saluti da* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter)*, esperto navigatore delle torbide acque del giornalismo e dei social media, e da* ***Culture Wars*** *, la newsletter che ti racconta le astrusità e le complicazioni della comunicazione globale di questi anni difficili.*
*Cominciamo la puntata, mettiti pure a tuo agio sulla poltroncina.*
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## “Se vince Musk, espatrio”
Come sai, alla fine Elon Musk si è davvero comprato Twitter per il gruzzoletto di 44 miliardi di dollari, e ha subito messo le cose in chiaro sulla nuova gestione: ha esposto con un tweet Vijaya Gadde, responsabile della moderazione dei contenuti di Twitter, agli attacchi e le molestie del suo enorme numero di follower, accusandola di aver fin qui limitato la famigerata libertà di espressione cara al tycoon.
> what's going on? You're making an executive at the company you just bought the target of harassment and threats.
>
> — dick costolo (@dickc) [April 27, 2022](https://twitter.com/dickc/status/1519389188503875584?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
I primi accenni di rivoluzione culturale muskiana hanno causato grandi mareggiate nei numeri dell’utenza del social network: diversi politici e celebrità conservatori hanno visto aumentare verticalmente il loro seguito, mentre tante personalità progressiste hanno perso mucchi di follower. Twitter ha [confermato all’emittente Nbc](https://www.nbcnews.com/tech/social-media/twitter-says-mass-deactivations-musk-news-organic-rcna26182?ref=culturewars.it) che è successo quel che tanti utenti avevano minacciato: *se arriva Musk, espatrio* (negli Stati Uniti si direbbe *I’ll move to Canada*). Sì, molti progressisti se ne sono effettivamente andati. Nel mentre ha iniziato a tornare la destra, che aveva abbandonato la piattaforma in massa dopo il ban di Donald Trump.
Nel frattempo il fondatore di Automattic, la società proprietaria della piattaforma di blogging Wordpress e del caro vecchio Tumblr, ha twittato che quest‘ultimo il 26 aprile ha visto aumentare di poco meno del 20% le iscrizioni di nuovi utenti.
> 19% bump in new user registration on [@tumblr](https://twitter.com/tumblr?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) yesterday.
>
> — Matt Mullenweg (@photomatt) [April 27, 2022](https://twitter.com/photomatt/status/1519123203758559233?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Molti commentatori hanno sottolineato che Twitter non è solo un «prodotto» in senso stretto, ma lo strumento democratico usato da milioni di persone nel mondo per dare libera voce alle proprie opinioni. In questo senso le idee di Musk – a partire dal bislacco intento di «verificare ogni essere umano», cioè abolire l’anonimato – sono una minaccia culturale più grande delle politiche interne di una multinazionale.
D’altra parte si leggono anche [critiche](https://twitter.com/philipdisalvo/status/1518862371384696832?ref=culturewars.it) circostanziate alla soluzione più radicale scelta dall’utenza, cioè cliccare sul tasto «Elimina account». Non è la soluzione ai problemi di uno spazio democratico internazionale in pericolo, secondo molti, e far finta che ci sia un’alternativa a Twitter altrettanto cruciale per la conversazione pubblica non ci porterà lontano.
Personalmente, però, non riesco a convincermi del fatto che non si possa ricostruire daccapo un “nuovo Twitter”, o che abbandonare il vecchio – come hanno già fatto in massa migliaia di persone, a quanto pare – non sia una soluzione magari ancora parziale, ma utile e percorribile.
La storia di internet e della sua cultura, d’altronde, è costellata di momenti spartiacque come questo: nel 2018 il ban della pornografia su Tumblr ha portato una buona fetta della sua utenza a iscriversi a Twitter; nel 2003, agli albori dello *shitposting*, un gruppo di dissidenti del mitologico giga-forum Something Awful ([cliccate qui](https://www.vice.com/it/article/nzg4yw/fuck-you-and-die-storia-something-awful?ref=culturewars.it) se non sapete di che si parla, magari tollerando la pessima traduzione italiana di Vice) ha dato vita al mefitico 4chan; più di recente i trumpiani hanno abbandonato in massa Twitter, considerato all’improvviso un social network per la sinistra, per dirigersi verso piattaforme come Parler. Eccetera.
Le migrazioni, insomma, esistono anche sul web. Persino nel claustrofobico mondo digitale italiano, al tramonto dell’epoca della cosiddetta “blogosfera" (un fenomeno primigenio della rete nostrana che nel 2016 avevo raccontato [su Rivista Studio](https://www.rivistastudio.com/blogosfera/?ref=culturewars.it)), nel 2008, molti blogger dell’epoca si sono spostati su FriendFeed, ricostruendo con risultati alterni ciò che si erano lasciati dietro sui loro antichi blog.
Twitter è solo una delle facce di internet, per quanto di un’influenza ingigantita dal rumore che causano le sue controversie. Parliamo pur sempre di una piattaforma che ha *un ventesimo* del fatturato annuo di Facebook, e poco più di un decimo dei suoi utenti attivi. In un momento in cui il settore tecnologico e digitale [arranca](https://www.nytimes.com/2022/04/28/technology/tech-uncertainty.html?ref=culturewars.it) e sembra in attesa di un’idea o una riconversione, immaginare qualcosa di diverso e migliore è possibile, ora più che mai.
Qualunque cosa accada, è probabile che Twitter rimarrà ancora per un po’ una *public square* centrale nell’ecosistema digitale, ma in definitiva anche Twitter deriva la sua legittimità (se così vogliamo chiamarla) dai suoi utenti: se gli utenti premieranno altri prodotti, Elon Musk dovrà prenderne atto.
Certo, sento la tua obiezione: è tutto molto più complicato di così. Ma anche se nulla di quanto detto qui sopra fosse perfettamente vero, non è detto che abbandonare questo social network non sia una scelta saggia *di per sé*: è ormai inesorabilmente irritante, litigioso e dedito a perenni segnalazioni e gogne, nonché una gigantesca fucina di banalizzazione e tossicità. Se non sei costrett\* a usarlo per ragioni connesse al tuo lavoro (o per mettere pacifici like a video di gattini o di pornostar), chieditelo: chi te lo sta facendo fare? Non sarebbe meglio immaginare un feed più, per così dire, *dal volto umano*?
Come ha scritto il giornalista esperto di cultura digitale Ryan Broderick in una delle sue ultime newsletter:
> La risposta a un Walmart che soffoca tutte le altre attività commerciali e gli spazi pubblici di una cittadina non è proseguire a fare acquisti da Walmart per assicurarsi che continui a rifornirsi dei tuoi cereali preferiti. È boicottarlo e aprire altre attività commerciali locali.
La mia personale speranza è che il ciclone Musk propizi un tardivo ma più che mai necessario momento di riflessione collettiva sul ruolo e gli effetti che le piattaforme come Twitter hanno sulle nostre società, democratiche e non: Jack Dorsey e soci facevano [accordicchi](https://techcrunch.com/2021/06/07/twitter-restricts-accounts-in-india-to-comply-with-government-legal-request/?ref=culturewars.it) con governi più e meno autoritari anche prima del fatale avvento del tycoon sudafricano, e se è vero che ora la situazione potrebbe peggiorare, allora sarebbe meglio tracciare una linea.
Forse a volte perdiamo di vista il fatto che abbiamo uno spazio di scelta, per quanto minimo possa sembrarci nel gorgo degli algoritmi: nessuno ci ha imposto di esporci quotidianamente, e per ore, a milioni di messaggi pressapochisti, falsi, disinformanti, violenti e offensivi, lascamente filtrati da bot che spesso si trovano a premiare chi eccelle in queste qualità.
Andiamocene in Canada, quindi: con o senza Elon Musk.
## **Altre news dal fronte**
> I think we'll look back on the last decade as a time when social media gave previously marginalized groups the ability to speak directly to elites and, as a result, elites lost their minds.
>
> — Michael Hobbes (@RottenInDenmark) [April 27, 2022](https://twitter.com/RottenInDenmark/status/1519199745801170944?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
- Se avessi un centesimo per ogni volta che ho sentito questo slogan infallibile negli ultimi anni, oggi probabilmente non vivrei in un monolocale. In realtà, oltre a essere straordinariamente facilone – e come tale inconfutabile – è un ragionamento che non tiene conto di alcuni dati di fatto, a partire da quelli demografici, che dicono che negli Stati Uniti (il Paese da cui Hobbes twitta da capo-cosplayer) gli utenti di Twitter sono [significativamente più ricchi](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2019/04/twitter-is-not-america/587770/?ref=culturewars.it), giovani e istruiti della media della popolazione non-su-Twitter. Non pare casuale, dunque, l’assidua e visibile frequenza con cui a “passare” metaforicamente il microfono alle minoranze – come si dice – risultano essere persone come Michael Hobbes, che non fa parte delle suddette e continua tuttavia a presentarsi come fonico. *Curious, isn't it*?;

- In un documento interno ottenuto [da Vice](https://www.vice.com/en/article/akvmke/facebook-doesnt-know-what-it-does-with-your-data-or-where-it-goes?ref=culturewars.it), un ingegnere di Facebook ammette con candore: «Non abbiamo un livello adeguato di controllo e capacità di spiegare come i nostri sistemi utilizzano i dati degli utenti». Insomma, nemmeno Mark Zuckerberg sa per cosa usa – o dove finiscono – i tuoi dati personali;

- Nel 2017 ha fatto scalpore Shitty Media Men, un documento online virale contenente accuse e voci di corridoio di molestie sessuali – che passavano dai comportamenti inappropriati per arrivare fino allo stupro – a carico di 70 uomini del giornalismo americano. I nomi aggiunti alla lista sono stati inseriti senza verifiche e in forma anonima: cosa poteva andare storto? La vicenda ha tenuto banco per qualche tempo, con strascichi legali che hanno coinvolto l’autrice del documento Moira Donegan, la quale si è difesa dicendo in buona sostanza: non potevo immaginare che sarebbe finito ovunque. In ogni caso quello di Ben Dreyfuss, firma di Mother Jones, è uno dei nomi finiti nella lista: [dopo quattro anni](https://bendreyfuss.substack.com/p/i-was-on-the-shitty-media-men-list?r=u51n&s=r&utm%5Fcampaign=post&utm%5Fmedium=web) i fantasmi di quell’associazione l’hanno seguito fino a un paesino di provincia e agli amici di una nuova fidanzata (l‘articolo è molto bello, ma è protetto da un paywall: ti consiglio il periodo di prova gratuita del suo Substack, nel caso).
### Qui una volta era tutto free speech
URL: https://www.culturewars.it/musk-free-speech-liberta-espressione-twitter/
Last updated: 2023-08-22T21:00:13.000Z
*Hola*, *questa è* ***Culture Wars*** *, una newsletter che ricevi il venerdì per avere una finestra sul mondo delle “guerre culturali”, o come piace dire a me: al gran casino che succede quando miliardi di persone provano a mettersi d’accordo su ciò che si può dire e ciò che no.*
*Ah, io mi chiamo Davide Piacenza \[stringe mano\] e di mestiere scrivo.*
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## Elon Musk, Twitter e lo spirito del tempo
A meno che tu non abbia passato qualche settimana su Marte (nel qual caso l’avresti preceduto in modo piuttosto clamoroso), avrai letto che il ricchissimo Elon Musk ha ufficializzato la sua offerta d’acquisto del totale delle azioni di Twitter, proponendo ai rispettivi proprietari una somma ragguardevole di 43 miliardi di dollari.
La notizia ha causato una mole inusitata di discorsi sul ruolo dei social media e su quanto garantiscono la libertà di espressione, anche perché Musk aveva anticipato la sua mossa con una serie di dichiarazioni e critiche molto riprese, in cui definiva Twitter una «piattaforma per la libera espressione in tutto il pianeta» che non viene sfruttata come potrebbe per colpa di chi la amministra.
Lo scenario di un miliardario (anzi, di *quel* miliardario) a capo del popolare social network ha attirato una serie di reazioni sdegnate, spesso più che vagamente somiglianti a ciò che ai tempi delle vittorie dei partiti di Silvio Berlusconi alle elezioni si condensava in un succinto “basta, emigro!”. Curiosamente, all’idea di un Musk-Twitter tanti sia a destra che a sinistra hanno tracciato paralleli storici consonanti nel loro presagire sventura.
> Elon Musk controlling Twitter and allowing for free speech is literally worse than Pearl Harbor!!!
>
> You know it’s coming folks
>
> — Donald Trump Jr. (@DonaldJTrumpJr) [April 15, 2022](https://twitter.com/DonaldJTrumpJr/status/1515035784235167747?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
> Today on Twitter feels like the last evening in a Berlin nightclub at the twilight of Weimar Germany.
>
> — Jeff Jarvis (@jeffjarvis) [April 14, 2022](https://twitter.com/jeffjarvis/status/1514578609754812419?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Tra i commenti più condivisi sull’Opa ostile muskiana, però, vale la pena di parlare di quello postato sotto forma di [thread](https://twitter.com/yishan/status/1514938507407421440?ref=culturewars.it) – un thread più lungo di una quaresima, a dirla tutta: ma sono qui apposta – da Yishan Wong, Ceo di Reddit tra il 2012 e il 2014, che si è permesso di dare un consiglio non richiesto al noto collega, e soprattutto nel mentre ci ha spiegato cosa c'è davvero in ballo in questa vicenda, e perché è importante parlarne (grazie a Marco E., la prima persona che mi ha segnalato l’intervento).
Il consiglio di Wong, riassunto, è: ***scappa, Elon***.
Ma nell’articolarlo, l’ex Ceo pone una serie di questioni molto rilevanti e al centro della nostra attualità culturale. Prima fra tutte: Elon Musk è nato nel 1971 e ha vissuto un’internet diversa, quella a cavallo fra gli anni Novanta e la prima metà del Duemila, che era radicalmente diversa dalla rete a cui siamo abituati oggi.
> There is this old culture of the internet, roughly Web 1.0 (late 90s) and early Web 2.0, pre-Facebook (pre-2005), that had a very strong free speech culture.
>
> — Yishan (@yishan) [April 15, 2022](https://twitter.com/yishan/status/1514938589464866820?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
In quell’estate di San Martino del genere umano, spiega l’ex dominus di Reddit, sostenere la libertà di espressione significava essenzialmente opporsi alle tentate censure dei conservatori puritani:
> Le persone principalmente interessate alla censura erano i conservatori religiosi. In buona sostanza, voleva dire che cercavano di vietare il porno (o altre immaginarie degenerazioni morali) su internet.
Quando il potente Elon Musk fa proclami seriali in favore del *free speech*, insomma, ha in mente una versione primigenia e tenacemente ottimistica del web, un esperimento collaborativo abitato da pionieri che combattono per la libertà, la trasparenza e l’avvento di un Nuovo Mondo improntato all’uguaglianza e al progresso. Perché questo doveva essere il web, quantomeno nelle intenzioni dei teorici più illuminati della generazione del fondatore di Tesla.
> Many of the older tech leaders today ([@elonmusk](https://twitter.com/elonmusk?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it), [@pmarca](https://twitter.com/pmarca?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it), etc, GenXers basically) grew up with that internet. To them, the internet represented freedom, a new frontier, a flowering of the human spirit, and a great optimism that technology could birth a new golden age of mankind.
>
> — Yishan (@yishan) [April 15, 2022](https://twitter.com/yishan/status/1514938984199176194?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Beh, ovviamente le cose sono andate un po’ diversamente: non solo la nuova età dell’oro pare lontana dal fare la sua fatale comparsa, ma i social network oggi sono anzitutto pentole in ebollizione di odio, polarizzazione, disinformazione, molestie e tutto quel che sai. Hanno dato il loro contributo a portare Donald Trump alla Casa Bianca, tra le altre note malefatte, e reso la vera conversazione una chimera sempre più irrealizzabile.
Ma queste cose le conosciamo tutti, no? *Beh, tutti tranne Elon Musk*. Lui, dice Yishan Wong, negli ultimi decenni è stato troppo preso a fare cosette come costruire supercar elettriche e disegnare razzi per raggiungere Marte. Il risultato è che internet, per l’uomo più ricco del mondo – e colui che si appresta ad appropriarsi di una sua parte piccola ma significativa – è fermo grosso modo al 2005.
Wong non è l’unico a pensarla così: il popolare tech blogger Mike Masnick ha dedicato un fondamentale [articolo](https://www.techdirt.com/2022/04/15/elon-musk-demonstrates-how-little-he-understands-about-content-moderation/?ref=culturewars.it) alla strategia per il rilancio di Twitter delineata da Musk nelle sue uscite recenti. Masnick si occupa di moderazione dei contenuti sulle piattaforme dagli albori dei social network, e osserva tra il divertito e il preoccupato come il fondatore di Tesla e SpaceX sia rimasto indietro di quindici anni nel dibattito su questi temi. L’idea di limitare al minimo la rimozione dei contenuti e il ban dei profili è infatti *l’idea originaria* dei pionieri idealisti e un po’ naif della Silicon Valley, non la svolta a cui nessuno aveva mai pensato prima di cui parla Musk.
> La questione, in essenza, è che avere a che fare con la natura e la comunicazione umane è molto, molto, molto più complesso che insegnare a un’auto a guidarsi da sola. E non esiste una soluzione perfetta. Non esiste nessun momento ”congratulazioni, siamo arrivati” nella moderazione dei contenuti. Perché gli esseri umani sono complessi e in continua evoluzione. E la moderazione dei contenuti su una piattaforma come Twitter consiste nel riconoscere quella complessità e nel trovare modi per affrontarla.
Nel suo interessante thread, inoltre, Yishan Wong sostiene che schierarsi a difesa della “libertà di espressione” oggi significa schierarsi *contro tutti*: la destra reazionaria o libertaria è convinta che i social network abbiano un’agenda iperprogressista, se non direttamente *woke*, e coltivano il frustrante sospetto di trovarsi a giocare un gioco dalle regole falsate; specularmente, la sinistra woke è certa che al timone delle piattaforme ci sia il caro vecchio potere maschio, bianco e cisgender, e si è convinta che Twitter e Facebook privilegino volutamente i contenuti conservatori.
Secondo Wong, hanno torto entrambe: quel che succede, di volta in volta, è che le regole di moderazione più recenti, pur discusse e soppesate all’interno dei behemoth del web, si rivelano inadatte a regolare una cosa imprevendibile come il comportamento umano, specie in un contesto in cui dare il peggio di sé non costa letteralmente niente. Ogni volta che qualcuno in California pensa di aver trovato La Soluzione contro gli abusi e l’odio online, la realtà lo smentisce. L’ideale per i *tech giant* della Silicon Valley, secondo l’ex capo di Reddit, sarebbe che facessimo tutti i buoni, insomma. Ma c'è un *but*:
> But that is impossible: they (we) made a platform where anyone can say anything, largely without consequence, so people are going to be their worst selves, and social networking is now The Internet, and everyone is on it (thank you [@chamath](https://twitter.com/chamath?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)), saying WHATEVER THE HELL THEY WANT.
>
> — Yishan (@yishan) [April 15, 2022](https://twitter.com/yishan/status/1514940383960059909?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
La rimozione (in certi casi: censura) dei contenuti è un argomento difficile da incasellare in modo univoco e pressapochista, che per uno strano contrappasso è esattamente ciò che le piattaforme che se ne occupano ci hanno più e meno consapevolmente abituato a fare. I silenziati si sentiranno sempre vittima di un complotto ai loro danni; i silenziatori finiranno per sbattere inevitabilmente il muso contro la non-applicabilità del nobile principio del “tutti devono potersi esprimere”.
Come sempre – e come ammette fra le righe anche lo stesso Wong, pur senza enfasi: ed è comprensibile – il primo problema risiede nella difficoltà (o direttamente nell’impossibilità) di una comunicazione globale che è stata appaltata a piattaforme incapaci di proporre una sintesi accettabile di un mondo ancora ferocemente diviso da differenze legali e culturali, di prospettive e di contesti, di abitudini e di valori etici.
A volerla dire così, l’internet sognato dalla generazione di Elon Musk si è rivelato una sorta di miraggio adolescenziale durato vent’anni. Ma il sogno è finito da un pezzo. E se l’uomo più ricco del mondo dovesse proseguire cocciutamente col suo disegno di ritorno a uno stato di natura mai davvero esistito, prepariamoci a vedere un ex sogno trasformarsi in un incubo.
## **Altre news dal fronte**
- Nel Twitter anglofono c’è grande, grande, grande *maretta* intorno alla vicenda di Libs of TikTok, un account che condivide regolarmente video di “*social justice warriors*” (leggi: persone che a vario titolo fanno attivismo a sinistra o si occupano di temi “di sinistra”) da esporre al ludibrio e all’indignazione dei suoi centinaia di migliaia di follower. Spesso i documenti mostrano maestri di scuola che trattano temi Lgbt in classe, e l’attività di propaganda dell’account, che ha solo un anno di vita, l’ha già reso una fonte primaria del circo mediatico della destra americana. Taylor Lorenz, reporter del Washington Post (e a sua volta una *social justice warrior*) ha dedicato una [piccola inchiesta](https://www.washingtonpost.com/technology/2022/04/19/libs-of-tiktok-right-wing-media/?ref=culturewars.it) alla scoperta dell‘identità che si cela dietro il profilo anonimo (una donna di Brooklyn), e quest’ultimo lamentando un presunto doxxing ha chiamato a raccolta il suo enorme e incazzato seguito, che ha preso di mira Lorenz per giorni interi. Intanto, tra un video e l’altro (e diversi sono oggettivamente discutibili, va detto), Libs of TikTok attinge a piene mani dal peggior repertorio dello squadrone d’assalto: innocui singoli individui esposti alla gogna della viralità, accuse diffamanti a individui o enti impegnati in cause “inclusive”, talvolta persino insulti omofobi. Su questo specifico tema torneremo meglio, perché è uno dei fronti principali delle guerre culturali statunitensi;

- Il tweet qui sotto invece non te lo spiego perché, come tutte le cose altamente simboliche e rivelatorie, merita il tuo approfondimento e la tua scoperta (però dai, volendo cos’è un *land acknowledgment* te lo spiega [lui](https://twitter.com/rompcat/status/1516940788617334787?ref=culturewars.it)):
> Today I witnessed a white dude perform a land acknowledgment. A Native American woman then stood up and stated that her ancestors had lived on said land BEFORE the tribe that he had mentioned.
>
> An absolutely poetic….and completely predictable turn of events.
>
> — Quill Robinson (@QuillRobinson) [April 20, 2022](https://twitter.com/QuillRobinson/status/1516602826503323651?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

- Il romanzo gore di una popolare Tiktoker, uscito con una lunga lista di *trigger warning* sui suoi contenuti, è finito sulla graticola dei cosiddetti *call-out* sui social (sì, poi la smetto con gli anglismi, scusa) perché [non ne ha messi abbastanza](https://twitter.com/BookishAlerts/status/1516991222719696897?ref=culturewars.it) e perché ha immaginato un personaggio transgender rappresentato in modo offensivo. Che in un libro che dichiara di trattare temi quali «decapitazioni, violenza gratuita, misoginia, abusi su minori, razzismo, oppressione femminile» era un rischio, diciamo.
### Un attivismo che divora i suoi figli
URL: https://www.culturewars.it/grassofobia-attivismo-lindo-bacon/
Last updated: 2023-08-22T20:59:28.000Z
*Ciao*, *qui Davide Piacenza, autore di* ***Culture Wars*** *, la newsletter del venerdì su fatti, storie e conversazioni difficili a tema, uhm, “politicamente corretto” a cui ti sei abbonato/a.*
*Ottima scelta. Procediamo.*
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## La grassofobia del portavoce
Quella che segue è una storia complicata, ma di quelle che aiutano a capire lo scenario in cui si innestano ed evolvono su una parte delle barricate le cosiddette *guerre culturali*. Cerca di seguirmi, io cercherò di essere chiaro.
Lindo Bacon è un nutrizionista non binario e transgender americano, nonché un «sostenitore intersezionale della *body positivity* e della *body liberation*», come recita la sua [bio](https://twitter.com/LindoBaconX?ref=culturewars.it). Il suo libro più famoso e citato risale al 2008 e si intitola *Health at Every Size*, «la salute a ogni taglia», lo stesso nome di una [teoria](https://en.wikipedia.org/wiki/Health%5Fat%5FEvery%5FSize?ref=culturewars.it) a metà tra la medicina e le scienze sociali che ha fatto la sua prima apparizione negli anni Sessanta: entrambe mettono in discussione l’approccio dietistico e nutrizionistico standard proposto alle persone sovrappeso, e postulano che il vero problema è lo stigma della nostra società verso i grassi, dato che (cito Bacon), «non c'è una verità oggettiva su ciò che *dovremmo* mangiare, o *come* dovremmo mangiarlo».
*Ma perché mi stai parlando di un oscuro attivista anti-dieta, Piacenza?*
Calma, ci arriviamo. Ma se vuoi una prima risposta: perché Lindo Bacon, oltre ad avere tutte le credenziali per essere preso sul serio (ha un Phd ed è una voce presente e riconosciuta da decenni negli studi sulla nutrizione e sul peso, partecipa a convention, viene intervistato da chiunque si avventuri nel suddetto campo, eccetera), ha contribuito a creare e affermare un tipo particolare di attivismo: quello che ha nel mirino ciò che i suoi sostenitori italiani chiamano *grassofobia.*
Per Bacon e gli altri interpreti del relativamente nuovo filone dei *fat studies*, le campagne anti-obesità della sanità pubblica [fanno più danni dell’obesità stessa](https://blogs.scientificamerican.com/observations/fat-is-not-the-problem-fat-stigma-is/?ref=culturewars.it), perché – dicono – la cultura della dieta tratta le persone grasse come individui di serie B, aumentando a dismisura l’ostracismo sociale di cui sono vittime: «Non si può muovere una guerra contro l’obesità senza muovere guerra alle persone che abitano quei corpi “obesi”» (la citazione è sempre di Bacon).
L’approccio di Health at Every Size (HAES) è dichiaratamente intersezionale: i suoi sostenitori dicono che «non si può smantellare l’oppressione del peso e della taglia senza occuparsi dell’intersezione di tutte le oppressioni», e accostano regolarmente l’esperienza dei sovrappeso a quella degli afroamericani, a quella delle persone queer e a quella degli affetti da disabilità, oltre a pescare a piene mani dal Pantheon dell’identity politics (soprattutto Judith Butler e Michel Foucault).
Il movimento ha anche un giornale scientifico di riferimento, nato in Gran Bretagna (dove la presenza degli attivisti anti-grassofobia è storicamente radicata): si chiama *Fat Studies*. Ma ovviamente il consenso medico-scientifico va in tutt’altra direzione: essere fortemente sovrappeso, per quel che ha appurato ad oggi la scienza, espone a enormi rischi di salute ed è associato a uno stile di vita generalmente malsano e dannoso. Mettere in dubbio questa verità scientifica, dicono i detrattatori dell’HAES (e io con loro, per quel che vale) significa esporre le persone a conseguenze potenzialmente letali.
Ma torniamo a Lindo Bacon: con quel curriculum da maître à penser della rivolta alla dieta, con i suoi interventi da portavoce, col suo pedigree da attivista sarà amatissimo dai suoi, no?
Eh, no: è appena stato, com'è che si dice, *cancellato*.
> This was underwhelming and disappointing at best. Lindo’s book was the first I read during my exodus from diet culture. I should have been asking why I thought I needed a thin person to lend legitimacy to my lived experience and started looking for fat voices. [https://t.co/GR8xev4SFw](https://t.co/GR8xev4SFw?ref=culturewars.it)
>
> — Susanne Johnson (she/her) (@CRNP\_Susanne) [April 8, 2022](https://twitter.com/CRNP%5FSusanne/status/1512530384017371138?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
I fatti sono questi. A settembre del 2021, Bacon contatta l’Association for Size Diversity and Health (titolare del copyright del marchio Health at Every Size) per ottenere il suo nulla osta alla pubblicazione di una versione riveduta e corretta del suo libro del 2008: l’associazione gli fa sapere che un altro tomo da lui firmato avrebbe «perpetuato i danni mettendo al centro l’esperienza e la prospettiva di una persona relativamente benestante, magra e *straight-sized*» (cioè non sovrappeso: comincia a notare come \*non\* si cita il suo essere un uomo trans).
Lindo Bacon però non ci sta a lasciar scadere i diritti del tomo e a passare il famoso metaforico microfono a una persona più oppressa, come apertamente caldeggiato dall’Association: si mette a scrivere personalmente a potenziali co-autori col curriculum giusto per realizzare una versione a quattro mani di *Health at Every Size*. Contatta, tra gli altri, Marquisele Mercedes, un’«attivista grassa, nera e disabile» del fronte della *fat liberation*, che non solo rifiuta il sodalizio con lui, ma ne pubblica un resoconto al vetriolo [sul suo Patreon](https://www.patreon.com/posts/63524845?ref=culturewars.it).
Mercedes posta anche un lungo dialogo avvenuto su Zoom tra lei e Bacon. Consiglio di leggerlo anzitutto perché è una specie di guida introduttiva e legenda in compendio per capire come ragionano i sostenitori più hardcore delle identity politics. Dice lei:
> \[...\] e so anche che c'è una dinamica di potere integrata tra noi due, ma non è perché tu hai scritto il libro originale. È perché sei una persona magra che sta cercando di fare un lavoro trasformativo in questo spazio. Ma tu sei magro e io sono grassa, e questa è la dinamica di potere. E io sono nera e tu non lo sei. Questa è la dinamica di potere, non il fatto che tu abbia scritto il libro originale.
E lui, di rimando:
> Parte del motivo per cui sono orientato a scegliere te è perché riconosco il punto debole del mio libro. Sono stato una persona molto privilegiata a scriverlo e ora lo capisco, vedo tutti i modi in cui il mio privilegio mi ha portato a scrivere un libro che era per altre persone privilegiate.
Non sorprendentemente, nella comunità di riferimento scoppia il merdone tonante. Anche l’ente dietro HAES pubblica una [pagina web](https://asdah.org/lindo-accountability/?ref=culturewars.it) titolata senza indugi «Holding Lindo Bacon Accountable», con una lista delle colpe e delle mancanze del suo eroe di ieri. Non pochi utenti lo accusano direttamente di opprimere le persone sovrappeso, cancellando le loro «*lived experiences*».
Il fu portavoce dei grassi d’America finisce a postare una mestissima grafica di scuse realizzata con un modello preimpostato di Canva, mentre nelle risposte al suo tweet attivisti e passanti rincarano la dose di j’accuse, dicendo anche di essersi pentiti di aver comprato quel suo libro anni fa.
> I apologize for the harm my words and actions have caused. [https://t.co/AWRK5IOiBA](https://t.co/AWRK5IOiBA?ref=culturewars.it) [pic.twitter.com/8RVu0BeIha](https://t.co/8RVu0BeIha?ref=culturewars.it)
>
> — Lindo Bacon (formerly Linda) (@LindoBaconX) [April 8, 2022](https://twitter.com/LindoBaconX/status/1512437830890528776?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
È una storia esemplare, questa, perché racconta – pur su un piano inclinato, che è quello degli Stati Uniti rispetto all’Italia – cosa può accadere nel tritacarne dei social media e dell’economia dell’influenza anche ai più affermati e stimati portavoce di un movimento solidale. Anzi, pardon: non ciò che «può accadere», bensì ciò che *accade*.
Quando persone sensate, rispettose e di sinistra criticano certe applicazioni “oltranziste” dell’approccio intersezionale di alcuni attivisti, non di rado si riferiscono esattamente a questa deriva: quella che porta con sé il rischio che la prospettiva da cui osservare le istanze diventi una sorta di insensata patente a punti, per cui, parafrasando, sarai sempre l’oppressore di qualcun altro. Anche se sei un uomo trans che condanna la *grassofobia* da decenni.
## **Altre news dal fronte**
- In Oklahoma da qualche giorno l’aborto è un reato che può portare a pene fino a dieci anni di detenzione. Ma sono diverse le iniziative legislative statunitensi che mirano a riportare indietro le conquiste di decenni di lotte progressiste che pensavamo basilari e intoccabili: [secondo il New York Times](https://www.nytimes.com/article/abortion-laws-us.html?ref=culturewars.it) solo quest’anno 30 Stati hanno introdotto nuovi *abortion bans*: che diavolo sta succedendo? E perché gli statunitensi non scendono in piazza tutti tipo *subito*?;

- Un articolo del Washington Post, purtroppo [abbastanza stupido](https://www.washingtonpost.com/politics/2022/04/11/nato-ukraine-refugees-whiteness/?ref=culturewars.it) ma comodamente à la page, che sostiene che la Nato sia, a tutt’oggi, un’organizzazione intrisa di colonialismo e razzismo;

- L’editorialista conservatore del New York Times Ross Douthat ha scritto un [pezzo sensato e misurato](https://www.nytimes.com/2022/04/13/opinion/transgender-culture-war.html?ref=culturewars.it) sullo stato del discorso intorno alle terapie per gli adolescenti transgender in America, esattamente il tipo di cosa che ha senso leggere anche se si è in tenace disaccordo con la prospettiva dell‘autore: «C'è un divario tra ciò che le persone sono disposte a dire in pubblico e ciò che pensano davvero che non ha precedenti in nessun tema controverso che abbia mai visto»;

- [Questo](https://twitter.com/JollyJackalope/status/1514199090833375244?ref=culturewars.it) secondo me è un bel tweet;

- E [quest’altro](https://twitter.com/neontaster/status/1513892442998808583?ref=culturewars.it) anche: teniamoli entrambi a mente.
### “E i bambini? Chi ci pensa ai bambini?”
URL: https://www.culturewars.it/legge-florida-dont-say-gay/
Last updated: 2023-08-22T20:58:51.000Z
*Ciao*, *sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) *e questa è* ***Culture Wars*** *, la newsletter che ti insegna a navigare le acque tumultuose della conversazione globale, e che – permettimi di vantarmi un attimo – ha raccolto più di 500 sesterzi a pochi giorni dall’inizio di una* [*raccolta fondi*](https://www.kickstarter.com/projects/culturewars/sostieni-culture-wars-la-correzione-del-mondo?ref=culturewars.it) *per migrare di piattaforma e allargare il progetto che ruota attorno a queste email settimanali.*
*E quindi: grazie davvero a tutti e 31 i sostenitori e le sostenitrici, e soprattutto a Mali, Zeno, Manola e Laura, i top donors stando ai dati in mio possesso.* 💖
*Per tutti gli altri: se volete donare, c’è ancora più di un mese di tempo. Tutto ciò che arriva, è una possibilità di pensare più in grande e dedicare più tempo a Culture Wars. Baci.*
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## Non dire “gay”
Oggi voliamo in Florida, per parlare meglio di una legge che ha monopolizzato il dibattito pubblico e la politica d’oltreoceano. È il Parental Rights in Education Act voluto dal governatore repubblicano Ron DeSantis, che proibisce la «discussione» e l’«istruzione» riguardanti «l’orientamento sessuale o l’identità di genere» nelle classi scolastiche di alunni di età compresa tra i quattro e gli otto anni. Ma norma anche – con definizione accuratamente vaga – i riferimenti a questi temi fatti «in un modo che non è adeguato all'età o allo sviluppo degli studenti in conformità con gli standard statali».
Secondo i critici della legge, che l’hanno ribattezzata “Don’t Say Gay”, l’enunciazione fumosa del testo mira a estenderne l’impatto oltre le classi dei più piccoli delle scuole elementari, fino a mettere in cattiva luce ogni riferimento alle persone Lgbt+ nella pubblica istruzione della Florida.
La destra americana sta cavalcando questa legge per sferrare un’offensiva molto più ampia del suo campo di applicazione, e che travalica i confini del *Sunshine State*. Lo si nota a partire dalle sue reazioni alle critiche: la portavoce di DeSantis Christina Pushaw a marzo, prima che l’iniziativa legislativa venisse approvata, ha dichiarato pubblicamente che i suoi detrattori erano «probabilmente degli adescatori di bambini».
> If you’re against the Anti-Grooming Bill, you are probably a groomer or at least you don’t denounce the grooming of 4-8 year old children. Silence is complicity. This is how it works, Democrats, and I didn’t make the rules.
>
> — Christina Pushaw 🐊 🇺🇸 (@ChristinaPushaw) [March 4, 2022](https://twitter.com/ChristinaPushaw/status/1499890719691051008?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
E lo stesso stanno facendo da settimane tanti altri suoi compagni di partito e di collocazione politica: Christopher Rufo è un personaggio noto per le sue popolari tirate contro l’insegnamento della “critical race theory” (nella sua definizione, pressoché qualsiasi riforma scolastica che dia maggiore peso alla schiavitù all’interno della storia statunitense). In questi giorni ha reagito alla scelta di Disney – che in Florida è un grande e importante datore di lavoro: c'è Walt Disney World a Orlando – di schierarsi contro la “Don’t Say Gay” dedicando un [dossieraggio delirante e ossessivo](https://twitter.com/realchrisrufo/status/1510976280577064963?ref=culturewars.it) su Twitter ai casi di dipendenti della società arrestati per casi di molestie ai minori. E *grooming*, “adescamento”, è la parola che le macchine social della destra americana hanno scelto di rendere virale negli ultimi giorni, in una caccia alle streghe in servizio permanente.
Abigail Shrier, firma conservatrice del Wall Street Journal, ha partecipato al dibattito spiegando, sempre in un tweet, che quand’era ragazza coi suoi compagni si cercava «di dirottare la lezione ponendo alle insegnanti domande del tipo: “Hai un ragazzo?”. Loro non si concedevano mai a questi quesiti. Dicevano: “La mia vita privata non sono affari tuoi”. È la risposta corretta. Riportatecela indietro». Ma, al di là del manto di poetica nostalgia, c’è una bella differenza tra chiedere che *tutti* i maestri e le maestre *possano* schermirsi di fronte a domande personali, da una parte, e imporre che solo *alcuni* e alcune debbano evitare di parlare di loro stessi, dall’altra. Perché nel secondo caso la discriminazione è chiara come il sole, e inaccettabile.
Un rincoglionito di cantante country audito dalla Camera dei rappresentanti del Tennessee, John Rich, è arrivato ad accostare i bibliotecari scolastici che permettono ai ragazzini di accedere a libri dai contenuti «espliciti» ai tizi col furgone bianco che «aspettano» i bambini fuori dalle scuole. E il raffinato accostamento era appannaggio dei secondi, perché «gli alunni dal furgone potrebbero sempre riuscire a scappare», per usare [le parole](https://www.washingtonpost.com/education/2022/04/05/teachers-groomers-pedophiles-dont-say-gay/?ref=culturewars.it) di Rich.
Per opporsi a un mondo che cambia in una direzione che non fa comodo a ciò che rappresentano (né, soprattutto, a ciò che hanno abbracciato col trumpismo), i Repubblicani stanno cercando di propagandare quello che gli americani chiamano *moral panic*, un panico morale, sul tema dell‘istruzione dei bambini piccoli. Eppure i più importanti e recenti sondaggi disponibili dicono che i genitori americani sono in realtà [molto più soddisfatti che in passato](https://news.gallup.com/poll/354083/parents-remain-largely-satisfied-child-education.aspx?ref=culturewars.it#:~:text=It%20was%2072%25%20in%202020,reading%20of%2082%25%20in%202019) di ciò che i loro figli imparano a scuola. Segno che gli strali della destra sono rivolti ad altri contesti e altri destinatari, che con le legittime preoccupazioni di padri e madri c’entrano poco.
Il ricorso alla celebre allarmata battuta della moglie del reverendo Lovejoy de *I Simpson* («Perché? Perché nessuno pensa ai bambini?») è in realtà una strategia di lungo corso della destra internazionale: buttarla sulla presunta corruzione della gioventù operata dalla sinistra è storicamente un asso nella manica dei conservatori almeno dagli anni Cinquanta, quando si è iniziato a parlare di una “questione giovanile”.
E accade a ogni latitudine: in India, il partito Bharatiya Janata del presidente Narendra Modi ha una [lunga storia](https://www.wiley.com/en-us/The+Far+Right+Today-p-9781509536856?ref=culturewars.it) di attacchi alla sinistra e alla sua intellighenzia, ripetutamente accusata di aver «occupato» l’accademia e aver portato i giovani indiani a tradire la loro nazione con idee pericolose e deviate.
In Italia basta fare un nome: [Bibbiano](https://www.lastampa.it/cronaca/2021/11/08/news/ritorno-a-bibbiano-il-paese-degli-orrori-inventati-1.40895570?ref=culturewars.it), il paesino della più grande operazione di psico-propaganda politica degli ultimi anni, comprensiva di fake news martellanti e migliaia di sinistri adesivi inquisitori incollati a ogni palo e fermata dell’autobus del Paese.
Negli Stati Uniti, invece, prima dell’ultima wave i super-destri più creativi avevano portato il mainstream a parlare del cosiddetto [Pizzagate](https://www.iltascabile.com/societa/un-anno-di-pizzagate/?ref=culturewars.it), la lisergica teoria secondo cui gli esponenti più in vista del Partito democratico americano – a partire da Hillary Clinton e il marito Bill, immancabili – sarebbero stati coinvolti in un giro di pedofilia che orbita attorno a un’anonima pizzeria di Washington (finché una persona non propriamente stabile non ci si è recata con un fucile carico e [ha sparato](https://www.nytimes.com/2016/12/05/us/pizzagate-comet-ping-pong-edgar-maddison-welch.html?ref=culturewars.it)).
E dire che forse tutto questo ascendente dei «cattivi maestri» sui giovani e giovanissimi è grandemente sopravvalutato. Nel 1978 Ronald Reagan si espresse su una proposta di legge californiana che avrebbe impedito a una persona omosessuale di lavorare in una scuola pubblica dello Stato: i sostenitori della misura ci vedevano l’opportunità di «proteggere» i bambini da adulti pronti a «reclutarli» per stili di vita contrari alla tradizione.
Ma Reagan, che pure non era esattamente una guardia rossa, rispose con una [battuta](https://medium.com/the-radical-center/ronald-reagan-on-rainbow-rights-b5e788b8407f?ref=culturewars.it) che chiudeva la questione senza ammettere repliche: «Se gli insegnanti avessero un tale potere sui ragazzi, io sarei diventato una suora parecchi anni fa».
## **Altre news dal fronte**
- Il direttore esecutivo del New York Times Dean Baquet è comprensibilmente stufo dell’ossessione per Twitter di molti seguitissimi membri della sua redazione, e ha diramato [una circolare interna](https://twitter.com/perlberg/status/1512070483579047943?ref=culturewars.it) che chiede loro di «ridurre significativamente» il tempo che passano sulla piattaforma, ricordando peraltro che attaccare o “subtwittare” i colleghi va contro i valori della testata ed è un comportamento da evitare;

- Il comico Louis C.K. qualche giorno fa ha vinto un Grammy per il Miglior comedy album con *Sincerely Louis C.K.*, il suo ritorno sulle scene dopo lo scandalo sessuale che l’ha visto ammettere, nel 2017, di essersi masturbato di fronte a donne non consenzienti. Comprensibilmente, la cosa ha fatto alzare qualche sopracciglio. L’Hollywood Reporter l’ha [definita](https://www.hollywoodreporter.com/news/general-news/louis-ck-grammy-guest-column-1235125250/?ref=culturewars.it) nientemeno che «un *dog whistle* per i predatori sessuali» dato che «perdona i loro abusi fintanto che offrono scuse superficiali (spesso redatte dai loro publicist) ed entrano in clandestinità per tipo un anno». È una prospettiva di cui parlare: è giusto escludere un artista per le colpe di cui si è macchiato? Come si misura la sincerità del suo pentimento? Quale sarebbe un termine temporale adatto a sanare le ferite generate dal suo comportamento? Ma ovviamente l’avvenimento ha anche dato il la a salti carpiati accalappia-like. Tipo:
> Louis CK just won a whole ass Grammy while y’all are either calling for Will Smith’s head or crying about cancel culture. There are no consequences for white cishet men
>
> — Dr. Mia Brett (@QueenMab87) [April 3, 2022](https://twitter.com/QueenMab87/status/1510761898475913217?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
> THEY MADE WILL SMITH RESIGN FROM THE ACADEMY AND THEN LOUIS CK WON A GRAMMY?!
>
> I’m gonna burn something down.
>
> — saddy mayonnaise (@mylittlevictory) [April 3, 2022](https://twitter.com/mylittlevictory/status/1510753427286106115?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
*Tutto giustissimo*, *eh*, non fosse che Will Smith e Louis C.K. sono entrambi colpevoli di comportamenti quantomeno inappropriati, entrambi ne usciranno sostanzialmente illesi perché sono ricchissimi e potenti (nessuno ha «costretto» Smith a dimettersi dall’Academy, peraltro: l’ha scelto lui, poco dopo aver *ritirato un Oscar*, altro che «volete la testa di») e l’intersezionalità da catalogo premi Esselunga, in casi come questo, serve solo a confondere le acque;

- Cosa succede quando sei una polacca anarchica che da generazioni si trova a dover temere l’imperialismo russo e i compagni della sinistra occidentale yé-yé ti spiegano che *in realtà, vedi*, è tutta colpa dell’espansionismo Nato: Zosia Brom [su Freedom News](https://freedomnews.org.uk/2022/03/04/fuck-leftist-westplaining/?ref=culturewars.it), la più antica pubblicazione degli anarchici britannici.
### Po’ esse fero e po’ esse Oscar
URL: https://www.culturewars.it/will-smith-oscar-schiaffo-razzismo/
Last updated: 2023-08-22T20:58:12.000Z
Come forse avrete letto \[*irony mode: ON*\], il famoso attore Will Smith è salito sul palco durante la cerimonia degli Oscar per colpire con un violento schiaffone Chris Rock, il comico che si era appena esibito in una battuta sull’alopecia della consorte di Smith, Jada Pinkett.
Cosa c’entra *The Slap*, com’è quasi subito stato ribattezzato, con le culture wars? Oh c’entra, c’entra, cari miei.

E Kate Manne, filosofa, non è stata l’unica ad applicare una filastrocca vagamente ispirata alla prospettiva intersezionale per offrire un commento *edgy* sull’accaduto, beninteso. Gli esempi “virali” si sprecano.
> White leftists will say "punch nazis" and then get mad when a black person slaps someone being ableist to his wife. Y'all have some introspection to do
>
> — OneHappyChipmunk ACAB BLM (@Coolchipmunk30) [March 28, 2022](https://twitter.com/Coolchipmunk30/status/1508287992888115206?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Una battuta su una persona affetta da alopecia: certamente abilismo da sanare con un ceffone in pieno volto.
> This isn’t about the slap, this is about white society fiercely defending the norm of degrading Black women. And truth be told, from the moment King Richard was released there has been a series of racial aggressions against the film & those associated with it [https://t.co/rK5UAvkPbm](https://t.co/rK5UAvkPbm?ref=culturewars.it)
>
> — We Can Build A Better World 🕊 (@BreeNewsome) [March 30, 2022](https://twitter.com/BreeNewsome/status/1509190140312408073?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
🤔
> White people truly out here more upset about having to watch a Black man slap another Black man on TV than watching Black men getting killed by cops. The racial differences in reactions to [#TheSlap](https://twitter.com/hashtag/TheSlap?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) are astounding.
>
> — Sami Schalk (@DrSamiSchalk) [March 28, 2022](https://twitter.com/DrSamiSchalk/status/1508290541422891013?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Ok, hai capito. Ma a staccare la concorrenza è stato questo tweet della comica (bianca) Sofie Hagen.
> \*looks at hands\*
>
> ah, yes, almost forgot [pic.twitter.com/c1AKsv9g47](https://t.co/c1AKsv9g47?ref=culturewars.it)
>
> — Kat Rosenfield (@katrosenfield) [March 30, 2022](https://twitter.com/katrosenfield/status/1508997982242451456?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Su Buzzfeed – e, per fortuna, su un altro piano rispetto alle cretinate prêt-à-porter di Twitter – Niela Orr si è focalizzata sullo «spettacolo razzializzato» del manrovescio dato da un nero a un altro nero, inquadrandolo nel «modo in cui l’espressione pubblica della rabbia dei neri attira l’attenzione degli americani» e [scrivendo](https://www.buzzfeednews.com/article/nielaorr/will-smith-chris-rock-oscars-black-anger?bftwnews&utm%5Fterm=4ldqpgc&ref=culturewars.it#4ldqpgc) anche (corsivo suo):
> The responses to the joke that claim Smith was defending his wife’s honor in a room full of white Hollywood establishment figures *still center white people*. Why should anyone really be bothered with what white people think about an exchange between three Black people?
La mia domanda è: nella miriade di commenti di questo tipo, si perde forse di vista che dire o suggerire che un uomo che schiaffeggia un altro uomo per una battuta sulla sua compagna è un problema che riguarda solo le persone nere è un filino – come dire – *razzista*, o comunque segregazionista? O che sostenere che non si può commentare ciò che una persona nera fa significa sottintendere che è così diversa da renderla inintelligibile agli occhi di un bianco? È un’epoca di grandi contraddizioni, questa, e che talvolta sembra aver fatto passi indietro senza accorgersene.
Un’altra contraddizione a cui ho pensato, durante questi giorni di editorialismo spicciolo sul ceffone degli Academy, è quella per cui secondo tanti Smith ha semplicemente *fatto bene*: [leggevo](https://twitter.com/chiaralalli/status/1508697528455376900?ref=culturewars.it) un commentatore secondo cui la star premiata con l’Oscar «non ha fatto violenza, violenza è ben altro... \[...\] Le parole di Rock sono state molto più dolorose e orrende». Non è affatto stato il solo a pensarla così.
Ci vorrebbe un momento di riflessione collettiva su cosa vuol dire per noi *violenza* oggi: è un termine il cui significato è cambiato radicalmente negli ultimi anni, che viene spesso tirato in ballo a sproposito, o sfruttato per il suo portato di urgenza in contesti pressapochisti. Ma quando arriva la violenza, quella vera – quando in Europa cominciano a piovere bombe, quando un comico sul più prestigioso palcoscenico mondiale prende una pizza in faccia per una battuta – fatichiamo a riconoscerla, ci vediamo altro, ridimensioniamo l’accaduto, la allontaniamo da noi. Considera anche quest’altro tweet (poi eliminato dalla sua autrice):

Si postula un’equivalenza sostanziale tra una boutade (anche insensibile, come poteva essere quella di Rock sull’alopecia di Jada Pinkett) e un atto di violenza materiale, cioè di violenza vera e propria, come se fosse tutto intercambiabile e la colpa si potesse dividere equamente fra le parti coinvolte.
Pierre Bourdieu parlava di “violenza simbolica” in relazione a quelle imposizioni più e meno “occulte” di un certo gruppo sociale dominante in una società; anni dopo, Gayatri Chakravorty Spivak è tornato sul tema per rifinire una definizione analoga di “violenza epistemica“: riflessioni importanti, che hanno affinato il campo di indagine degli studi sociali.
Eppure, arrivati al 2022 e alla sua gran confusione informativa e mediatizzata, sembra che tutti questi concetti siano stati infilati frettolosamente in un frullatore, da cui è uscito che *tutto* è violenza – meno, forse, la violenza vera e propria.
Comunque, tornando sulla Terra: un comico è stato preso a schiaffi durante una sua esibizione. Questo è un problema non solo per il comico, ma per tutti quei comici che da oggi si troveranno su palchi molto meno celebri di quello degli Oscar, con una battuta da recitare che verosimilmente offenderà qualcuno nel pubblico.
«Non puoi andare a colpire sul volto una persona davanti al mondo e poi tornare al *business as usual*», ha [detto bene](https://twitter.com/MythinformedMKE/status/1508904757565526028?ref=culturewars.it) stavolta Joe Rogan, spiegando che quell’Oscar a Will Smith non avrebbero proprio dovuto darlo. E mi pare il minimo.
## This guy

Il cretino (anzi: «l'anello di congiunzione tra una testa e un cazzo», per citare la sua bio su Twitter; e chi sono io per obiettare) qui sopra è un comico che il prossimo 12 aprile avrebbe dovuto esibirsi allo Zelig di viale Monza a Milano, ma per il grande sollievo dei frequentatori del locale non ci sarà: il cabaret ha [annunciato](https://twitter.com/Zelig%5FOfficial/status/1509093601439100929?ref=culturewars.it) di averlo «escluso dalla programmazione» in seguito al suo tweet.
Il riferimento della – ehm – battuta di Diomede è il caso di Carol Maltesi, la giovane donna uccisa nel milanese dal suo vicino di casa Davide Fontana, che ne aveva poi orribilmente smembrato e nascosto il cadavere. Maltesi, che produceva contenuti per adulti, nelle prime ore della trattazione del caso da parte dei media è stata oggetto di alcuni articoli tra il morboso e il pruriginoso (il Corriere della Sera l’ha persino [accostata](https://twitter.com/pazzoperrep/status/1508731814952808455?ref=culturewars.it) a una guida su come usare Onlyfans, nientemeno). La situazione era già piuttosto penosa e intollerabile, insomma.
Poi è arrivato l’anello di congiunzione. E per quanto nessuno al mondo (si segnala un singolo elettrauto della provincia di Rovigo, che tuttavia non è su Twitter) abbia gridato alla “cancel culture” difendendolo, l’ordine sacerdotale della lotta alla lotta alla cancel culture – non è un refuso, leggi bene – si è prodotto in una serie di commenti che reiteravano l’insensatezza dei discorsi intorno alle cosiddette cancellazioni.
Io, che ormai ovviamente sono un’autorità in materia (leggilo in tono ironico, ti prego), sono entrato nella sala Var della cancel culture e ho scoperto che, con quel fenomeno, questa vicenda non ha nulla da spartire: sì, Diomede ha scritto la sua – ehm – battuta su Twitter e sì, il suo datore di lavoro si è pubblicamente dissociato da essa, facendogli perdere un impiego.
Ma ci dev’essere un malinteso di fondo: si può discutere di “cancellazioni" quando le cause scatenanti sono almeno minimamente controverse, opache, fraintendibili; quando a causare il danno è in parte o in tutto la maionese impazzita di algoritmi che giocano con la psiche umana e solleticano l’ego del segnalatore, generando una reazione asimmetrica a colpe non gravi o assenti; quando si prendono fischi per fiaschi, decontestualizzando un messaggio fino a renderlo ciò che non era; quando la scelta di un’azienda o un ente di licenziare un malcapitato riguarda fatti personali lontani nel tempo, o mai accertati, o si accoda a pressioni socialmediali in ossequio allo spirito di corpo.
Ti risulta che sia questo il caso? Beh, io direi proprio di no: le colpe di questo tizio sono chiare e sotto la luce del sole. “Libertà di espressione" non significa libertà di offendere per il gusto di offendere senza patire conseguenze di nessun genere, o addirittura di vilipendiare cadaveri perché “hey, sono un comico, una volta sono stato a un open mic e dicevano pressapoco così”.
Il dibattito sulle cancellazioni non può prescindere dal tracciare una linea tra ciò che si può fare o dire con la ragionevole aspettativa di non subirne conseguenze spiacevoli, e ciò che non si può fare o dire non perché c'è una polizia pronta a entrare in azione, ma perché banalmente significa perdere la credibilità e il rispetto del consesso sociale (o lavorativo, come in questo caso). Quando ciò che normalmente starebbe al di qua della linea finisce al di là, esiste un problema di cui è bene discutere: se invece ciò che si trova al di là continua a essere al di là, beh, *problem is not* (la linea non sarà sempre facilissima da individuare, certo, ma non è di sicuro il caso del Diomedegate).
Per il resto, il comico è un mestiere, e come tutti i mestieri devi saperlo fare. Quoto Alice Olivieri.
> 3- ... nel 2022, in realtà, hai diversi posti dove sfogarti sentendoti un piccolo George Carlin di provincia che nasconde con la scusa del "black humor" il fatto di essere un comico scadente. Se invece tra tutti i luoghi scegli di farlo su Twitter, semplicemente, sei un coglione.
>
> — Alice Valeria Oliveri (@tudifrudi) [March 30, 2022](https://twitter.com/tudifrudi/status/1509143186035421185?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
## **Altre news dal fronte**
- Piccolo post scriptum/appendice da prima: questa è una grande verità, ahinoi.
> When someone we like is mildly critiqued: CANCELLING
>
> When someone we hate loses their livelihood: ACCOUNTABILITY
>
> — Sarah Haider 👾 (@SarahTheHaider) [March 29, 2022](https://twitter.com/SarahTheHaider/status/1508809696538501137?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

- Non ho nulla contro la rimozione delle statue “controverse” e non mi sembra un grande problema in generale; è però un problema quando segnala un approccio superficiale e dannoso da “first world progressives”, prendendo granchi colossali: il consiglio comunale di Glasgow, in Scozia, ha [commissionato](https://www.thetimes.co.uk/article/dr-livingstones-cancelled-i-presume-dddp2357t?ref=culturewars.it) una valutazione delle statue della città, valutando la rimozione di quella di David Livingstone, esploratore e attivista per l’abolizione della schiavitù dell’Ottocento. Perché? Perché da bambino Livingstone aveva lavorato al cotonificio Blantyre, che usava cotone proveniente dalla tratta degli schiavi delle Indie. Peccato che Livingstone all’epoca fosse niente altro che una vittima di sfruttamento minorile, che durante il resto della sua vita abbia lottato (quasi da solo) per l’abolizione dello schiavismo e che per questo in Africa venga considerato un [eroe della libertà](https://twitter.com/DalgetySusan/status/1509050699065303040?ref=culturewars.it);

- La [storia](https://www.politico.com/news/2022/03/29/lawsuit-teen-florida-republicans-dont-say-gay-00021163?ref=culturewars.it) del “Don’t Say Gay Bill” della Florida, la legge repubblicana che restringe la libertà di trattazione di tematiche Lgbtq+ nelle classi delle scuole elementari dello stato: è iniziato tutto con la denuncia di due genitori, due anni fa. Una lettura utile per capire come si è arrivati a un caso nazionale;

- [Questo](https://twitter.com/baldrstar/status/1508989013163532289?ref=culturewars.it) tweet (mi è venuta in mente Kelly di *The Office*, non so perché – o forse sì).
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### Il paradosso dell’intolleranza
URL: https://www.culturewars.it/tolleranza-liberta-espressione-campus/
Last updated: 2025-03-30T20:39:53.000Z
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## L’editoriale della discordia
Il New York Times ha pubblicato [un articolo](https://www.nytimes.com/2022/03/18/opinion/cancel-culture-free-speech-poll.html?ref=culturewars.it) del suo Editorial Board, cioè le 14 persone che decidono le linee condivise della sezione Opinion del giornale: si intitola “America Has a Free Speech Problem” e dice testualmente, nelle sue prime righe, che:
> Gli americani stanno perdendo il possesso di un diritto fondamentale dei cittadini di un paese libero: il diritto di dire ciò che pensano e di esprimere le proprie opinioni in pubblico senza timore di essere umiliati o evitati.
Secondo il Times, questo clima di aperta ostilità al dibattito, e di arretramento generalizzato della libertà di espressione, è da imputare «in larga parte» al fatto che «la sinistra e la destra sono intrappolate in un loop distruttivo di condanna e recriminazione attorno alla cancel culture».
> Molti a sinistra si rifiutano di riconoscere che la cancel culture esiste, credendo che coloro che se ne lamentano stiano offrendo copertura ai bigotti per spacciare incitamenti all'odio. Molti a destra, nonostante tutto il loro ragliare sulla cancel culture, hanno abbracciato una versione ancora più estrema della censura come baluardo contro una società in rapido cambiamento, con leggi che vieterebbero i libri, soffocherebbero l’insegnamento e scoraggerebbero la discussione aperta nelle classi.
Il clima, dice il board, ha reso le persone «incerte sui limiti della libertà di parola»:
> Molti sanno di non dover dire cose razziste, ma non capiscono cosa possono dire sulla razza o cosa possono dire a una persona di una appartenenza etnica diversa dalla loro. Attaccare le persone sul posto di lavoro, nel campus, sui social media e altrove quando esprimono opinioni impopolari in buona fede è la pratica di una società chiusa.
L’editoriale ha una seconda parte dedicata alle leggi repubblicane «che vieterebbero i libri» o costringerebbero le scuole primarie a vietare discussioni di temi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere (è il caso del recentissimo [“Don't Say Gay Bill”](https://www.bbc.com/news/world-us-canada-60576847?ref=culturewars.it) della Florida), ma buona parte dei suoi ragionamenti si rivolge al mondo progressista: «Le persone dovrebbero essere in grado di presentare punti di vista, porre domande e commettere errori, e anche di assumere posizioni impopolari ma in buona fede su questioni su cui la società sta ancora lavorando, il tutto senza temere la cancellazione», per citare ancora dal testo.
> If you doubt for a moment The Times' turn to sympathy with the white-right, let this end those doubts: a yes-but attack on the left for making white people uncomfortable. Here is white victimhood, naked to behold. 5/ [pic.twitter.com/xKlurZ8Ree](https://t.co/xKlurZ8Ree?ref=culturewars.it)
>
> — Jeff Jarvis (@jeffjarvis) [March 18, 2022](https://twitter.com/jeffjarvis/status/1504786872274464768?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Forse per questo, su Twitter l’articolo ha avuto l’effetto di uno tsunami: Jeff Jarvis, che ha 67 anni, è bianco, e frequenta da tempo il gotha del giornalismo statunitense, ha scritto in un thread molto condiviso che quello del Times è un atto di «vittimismo bianco alla luce del sole»: si preoccupa dei «bianchi messi a disagio», dice Jarvis; parla dal pulpito della «posizione di potere che il giornale ha ricoperto a lungo», e il suo vero problema è che ora non riesce a regolarsi per prendere parte a una «conversazione più ampia» (strano, dato che alcuni dei più ferventi partecipanti a questa conversazione [lavorano](https://twitter.com/jbouie?ref=culturewars.it) o hanno lavorato al Times). Secondo Jarvis, internet ha «permesso di ascoltare voci troppo a lungo non ascoltate dal *gatekeeping* dei media maschi e bianchi» (cioè quelli come Jarvis), e i polverosi gatekeeper come il Times «detestano» questa cosa.
Leggendo l’articolo, devo dire che anche io ho avuto un paio di momenti di alzata di sopracciglio: il primo, per come il suo incipit rischia di suggerire un’equivalenza formale tra alcune proposte repubblicane di leggi liberticide e i casi di “cancellazione” online, anche se lo fa con un’angolazione sensata, cioè usando la lente socio-culturale della libertà di espressione; il secondo, in corrispondenza di un paragone imperniato sul riferimento alla *freedom of speech* della Russia di Putin, per me del tutto evitabile (e su questo do ragione a Jarvis).
Ma in generale, mi ha colpito notare l‘esatta rispondenza delle critiche raccolte da questo editoriale con quelle incassate pochi giorni fa da un intervento analogo, e accolto in modo pressoché identico dalle stesse persone: [quello della laureanda Emma Camp](https://culturewars.davidepiacenza.it/issues/culturewars-l-ordine-degli-addendi-1068998?ref=culturewars.it) che lamentava di un clima ostile al dibattito e alla diversità di opinioni nel suo college.
In entrambi i casi, le reazioni più pavloviane si sono concentrate su quello che a me sembra un singolo possibile caso specifico: un/a intollerante di destra che viene pubblicamente svergognato/a per aver usato epiteti razzisti, offeso minoranze o insultato violentemente categorie di persone non maschie, non bianche e non etero. Non c’è però traccia del fatto che l’Editorial Board del New York Times stia perorando in alcun modo la causa di questa ipotetica persona razzista, misogina, omofoba o abilista: anzi, l’editoriale parla a più riprese di errori commessi «in buona fede»; cioè di peccati veniali, che sono cose diverse dai proclami razzisti e dagli atti di discriminazione.
Secondo il giornalista e fondatore di Press Watch Dan Froomkin – già attivissimo giorni fa nel caso Camp, fino al punto da affermare falsamente che la studentessa avrebbe fatto parte di un «network conservatore» – il quale poco sorprendentemente ha [fatto sua](https://presswatchers.org/2022/03/the-new-york-times-editorial-board-should-retract-and-resign/?ref=culturewars.it) questa interpretazione molto selettiva, l’intolleranza semmai andrebbe svergognata *di più* di quanto non succeda già. È il [paradosso della tolleranza](https://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso%5Fdella%5Ftolleranza?ref=culturewars.it) di Karl Popper, no?
Beh, nì: essere intolleranti nei confronti di chi è intollerante è una cosa molto diversa da essere intolleranti tout court, scambiando errori innocui per esecrabili violenze, costruendo intere reputazioni su segnalazioni seriali da burocrati zelanti o dando innocui malcapitati in pasto alle casse di risonanza algoritmiche. Queste ultime cose – e tutto ciò che c’è dietro – con i giochi di potere e il «vittimismo bianco» non c’entrano nulla: non a caso, con tutti i suoi limiti l’editoriale ha il merito di citare quello che per me è il vero nocciolo del discorso: «Rendere internet un posto più vivibile non sembra in cima all'agenda di nessuno, e certamente non di quelle della maggior parte delle società tech che lo controllano», vi si legge.
Infine, ci sarebbe che il New York Times, al di là di ogni aspetto opinabile delle conclusioni a cui arriva, in quell’articolo cita i dati verificati di alcuni sondaggi nazionali: solo [il 34% degli americani](https://int.nyt.com/data/documenttools/free-speech-poll-nyt-and-siena-college/ef971d5e78e1d2f9/full.pdf?ref=culturewars.it) pensa che i suoi connazionali godano di una libertà di espressione indiscriminata e ottimale; per l'84% degli statunitensi il fatto che alcuni di loro non sentano di potersi esprimere liberamente è un problema «molto serio» o «piuttosto serio»; solo il 21% degli americani si sente più a suo agio a parlare di temi politici rispetto a dieci anni fa; e anche più di metà delle persone afroamericane sondate non ha la percezione di una serena libertà di discussione rispetto all’ultimo decennio.
Ecco la rivoluzione contro gli zar del gatekeeping, ecco l’internet invariabilmente salvifico e liberatore. Forse il Times sta davvero virando a destra, per carità: nel qual caso sarò il primo ad allontanarmici. Ma per ora sappiamo solo che ha pubblicato due editoriali di critica a un clima culturale giudicato oppressivo o quantomeno migliorabile da moltissimi statunitensi. Se nella vita facessi il detective, direi che per costruire un caso servirebbe qualche prova in più.
## #CultureWarsMeets: Jennifer Guerra ⬇

**#CultureWarsMeets** torna dopo qualche settimana: questa volta mi ha permesso di scambiare qualche opinione con Jennifer Guerra, autrice de *Il capitale amoroso* (Bompiani) e *Il corpo elettrico* (Tlon) e stimata collega che ha scritto tanto dei temi di cui ci occupiamo da queste parti.
Il sottoscritto in grassetto e l’ospite in *regular font*, come di consueto. E grazie a Jennifer per l’interessante discussione.
**⪢ Eccoci! Ho appena finito di leggere il tuo saggio pubblicato nella collettanea di Utet, *Non si può più dire niente?*: sono d’accordo su diverse cose che sostieni nel testo, e meno su altre. Nello specifico, mi convince la tua analisi sul politicamente corretto come «frame di destra», almeno per come se ne parla nel mainstream, specie quello italiano. Quello su cui invece non mi trovi d’accordo è la caratterizzazione della materia del contendere riguardo alla cosiddetta “cancel culture” nella cornice unica dello «sradicare fenomeni discriminatori». Cioè, se capisco bene, dici: l’attivismo di cui discutiamo non fa mica del moralismo tanto per farlo, perché dalle sue linee di azione deriva il miglioramento materiale della condizione di vita delle persone oppresse.**
**Ecco, di questo non riesco proprio a convincermi del tutto. So bene che tanti progetti di lotta e di pressione delle minoranze (anche sui social) si occupano precisamente di questo, cioè di decostruire, come si dice, situazioni e questioni apparentemente secondarie della vita quotidiana e spiegare alle maggioranze come rendono la loro vita difficile. Sulle piattaforme digitali di cui siamo vassalli però non ci sono solo le istanze di primo livello: c’è anche come vengono processate (e fraintese) dalle camere dell’eco, dai pubblici allargati, dalla decontestualizzazione e polarizzazione algoritmica. Ovvero, per arrivare al dunque, e a due esempi celebri: che discriminazione sradica prendersela con un** [**tizio a caso**](https://reason.com/2021/06/15/daniel-elder-cancel-culture-choral-composer-antifa-blm-gia/?ref=culturewars.it) **che ha fatto un post a caso contro un manifestante (bianco) di Black Lives Matter che ha dato fuoco a un municipio? O con un ricercatore di sinistra che** [**ha twittato**](https://www.vox.com/2020/7/29/21340308/david-shor-omar-wasow-speech?ref=culturewars.it) **una ricerca secondo cui alcune violenze delle proteste avrebbero potuto favorire elettoralmente Trump?**
**Tanto più – e scusa la verbosità: finisco – che a me la guerra in Ucraina sembra aver ricreato sui social le stesse dinamiche tossiche che ho in mente quando ragiono su questi temi: da una parte chi ha strenuamente a cuore gli ucraini, oppure la pace, oppure *whatever*, dall’altra chiunque si possa incasellare superficialmente come eretico rispetto alla visione monodimensionale del clan di appartenenza: persone che quindi, in questa logica perversa e manichea, è bene segnalare e colpire a prescindere dalle loro colpe. Ti torna?**
Mi torna perché credo che gli stronzi esistono da tutte le parti, nel senso che anche se certe rivendicazioni sono – usiamo questo termine – giuste, le modalità della contestazione possono essere sbagliate. Così come le persone che le portano avanti genuinamente cattive. Io odio il call out, penso di non averne mai fatto uno in vita mia, non mi sognerei mai di attaccare una persona specifica a mezzo social, ancor più se una persona a caso, che ha un potere limitato di incidere sulla realtà. Ma cerco comunque di sforzarmi di capirne le ragioni, di mettermi in discussione e spesso mi accorgo che sono d’accordo con i contenuti ma non con la forma. Purtroppo nella maggior parte dei casi, la reazione di chi lo subisce è di vittimismo ingiustificato (“Aiuto, delle quindicenni su Twitter mi hanno dato del maschio bianco etero!”) o di totale chiusura. Forse questo è il limite intrinseco del call out, ne parlo anche in [questo vecchio articolo](https://thevision.com/attualita/cancel-culture/?ref=culturewars.it).
Ti dirò di più. Mi è capitato di essere dalla parte sbagliata della barricata, di essere oggetto di call out, e non da parte di troll di destra, ma da parte di attiviste femministe con cui magari ero pure in buoni rapporti. È stato brutto e in alcuni casi ritengo pure un po’ gratuito, ma alla fine mi è servito ad aggiustare il tiro, a farmi delle domande che forse non mi sarei posta altrimenti. Certo, è un modo brutale e questo non lo nego. Ma come cerco di spiegare nel mio contributo per il libro di Utet, c’è sempre un legame tra le questioni di “correttezza” e quelle di “giustizia”. Non dobbiamo illuderci che il cambiamento si conquisti con grandi azioni eclatanti, non è che c’è o Martin Luther King o Jim Crow. In mezzo c’è una terra di nessuno, fatta di strumenti più o meno leciti, efficaci, utili. Che possono essere maneggiati tanto da persone capaci e consapevoli quanto da stronzi con cattive intenzioni che hanno solo voglia di distruggere gli altri.
**⪢ Questo mi sembra un buonissimo punto, anche se in tutta onestà quel che trovo difficile e di importanza centrale è proprio approdare a quel “farsi delle domande”: succede davvero? Dando per scontato (conoscendo le tue idee e quel che scrivi mi sorprenderebbe il contrario) che quando sei stata oggetto di call out non solo tu non avessi inneggiato al Reich vestita da Goebbels, ma nemmeno ti fossi macchiata di discriminazioni gravi, quelle attiviste di cui parli non avrebbero in fin dei conti fatto meglio a parlarti in privato – o in un commento con meno “reach” – del tuo errore veniale? E su un piano più generale: secondo te davvero il call out è un modus operandi che può portare a riflettere e farsi domande? A me sembra più che altro un’autostrada verso l’antagonizzazione e l’incomunicabilità.**
**Una parentesi aneddotica: qualche anno fa uno scrittore e traduttore, anche con un suo seguito, mi ha dedicato una “lettera aperta” tutta imperniata su indubitabili e sacrosanti proclami di lotta al sessismo imperante nel campo editoriale e sui social network; poche ore prima una scrittrice e collaboratrice di Internazionale, Violetta Bellocchio, aveva pubblicato un articolo su una sua esperienza soggettiva alla stazione milanese di Rogoredo di cui forse ti ricordi, che era stato accolto col solito surplus di sberleffi – e qualche commento osceno e borderline misogino – per via del suo titolo un po' esagerato. I commenti osceni di quel giorno me li ricordo tutti, ma quelli che avevo postato io non solo non lo erano: erano** [**due placide battutine**](https://medium.com/@davide/amici-miei-parliamo-di-borse-e8a9c3524c7a?ref=culturewars.it#.trosxq8oe) **su un pezzo mal riuscito, senza alcun riferimento a chi l’aveva scritto. Al limite potevano non far ridere, ma di certo non erano sessiste. Era il 2016 e ai tempi (detto sospirando: come si stava bene, col senno di poi!) nessuno parlava ancora di “cancel culture” e altre amenità, ma quello scrittore mi aveva tirato in mezzo in una cosa con cui non avevo nulla a che spartire, aveva taggato i miei capi di allora (ufficialmente per «una riflessione», ça va sans dire) e insomma, si era fatto bello a mie spese.**
**Questo è un caso limite, e sarei folle o almeno confuso se pensassi che *tutti* i call out sui social si basano su accuse inventate di sana pianta: però credo che l’esperienza mi sia servita per capire cosa può succedere quando buttare a mare un malcapitato – quale poteva essere il me venticinquenne redattore junior che scherza sull’articolo di Bellocchio – vale “punti clout” più facili e immediati di impegnarsi per cambiare qualcosa. Finché sui social sarà così facile – anzi, direi incoraggiato – costruirsi seguiti basati sul solo puntare il dito, personalmente vedo sempre più annegamenti all’orizzonte.**
Ti dirò, nel mio caso io rifarei esattamente la stessa cosa per cui sono stata “called out”, perché sono ancora convinta di aver fatto la cosa giusta, ma quello che cambierei è il modo in cui l’ho fatta. Capisco che senza un minimo di contesto non si capisce granché, ma vorrei insistere sul fatto che questo call out sicuramente non mi ha resa una persona migliore, ma mi ha portata a riflettere in qualche modo, fosse anche solo su quanto è facile pestare merdoni. Forse ha contribuito anche il fatto che mi sono scusata (anche se le mie scuse non sono state accettate) e tutto è stato breve e abbastanza indolore. Poi ho anche capito che la persona che mi aveva fatto call out è fatta così, e pazienza. La regola che mi sono data, visto che mio malgrado occupo uno spazio ingrato e che non vorrei occupare che è quello del “femminismo su Instagram”, è che io cerco sempre di costruire e non di distruggere. Se vedo distruzione, passo oltre. Questo significa non solo evitare di fare call out, ma anche di difendere pubblicamente chi ne è oggetto, e ti assicuro che non è bello sentirsi sempre tirare per la giacchetta.
Come dici tu, c’è un sacco di gente che vuole costruirsi una carriera cercando di distruggere gli altri. Quello che mi stupisce, però, è che è proprio chi si erge a paladinə contro il wokeismo, l’attivismo performativo e tutta la compagnia, a comportarsi nel modo peggiore. Potrei farti un bel po’ di esempi di persone che usano il call out per lamentarsi del call out.
Il tuo episodio comunque mi ha ricordato di quella volta che una nota Terf aveva chiamato il direttore di *The Vision*, dove lavoravo da meno di un mese, per dirgli che la mia carriera era finita perché l’avevo associata al femminismo trans-escludente in un articolo. Tra l’altro non era un post o un tweet, ma un articolo con fonti e argomentazioni. È il suo modus operandi: anziché farti call out pubblico chiama i tuoi superiori o ti minaccia di querela. Non credo sia mai riuscita a cambiare la carriera di nessuna, ma forse a questo punto sono meglio un paio di giorni di *shitstorm* e poi passa tutto. Mi sembra che tu te la sia cavata bene nonostante questo episodio, no?
**⪢ Quest’ultima cosa che racconti è atroce, e pur conoscendo i metodi del personaggio di cui parli (ironicamente aveva minacciato anche me, anche se per questioni non-Terf) penso che rappresenti con drammatica fedeltà un certo modo di intendere il giornalismo in Italia. Dopodiché no, certo, a me è andata bene dopo quell’episodio, ma come si potrebbe dire di uno che è scivolato a bordo piscina e ha mancato il cemento con la testa per qualche centimetro. Ti parrà una metafora esagerata, ma ero giovane, sconosciuto (cosa che continuo a essere, beninteso, ma forse meno di prima) e facilmente “colpibile”: coinvolgere i miei superiori e additarmi con accuse così gravi e squalificanti – che sono doppiamente tali nel nostro settore di riferimento, va notato – magari non mi avrebbe mai rovinato per sempre la carriera, ma poteva tranquillamente renderla più difficile, chiudermi delle porte, inimicarmi delle persone influenti. Banalmente non avrei mai potuto aprire un progetto come quello che gravita attorno a questa newsletter, in quel periodo.**
**Ora vorrei però lasciare a te l’ultima parola su uno dei temi principali della settimana, cioè il famoso (“famigerato”?)** [**editoriale**](https://www.nytimes.com/2022/03/18/opinion/cancel-culture-free-speech-poll.html?ref=culturewars.it) **del New York Times sulla cosiddetta “cancel culture”. Ce ne sarebbero di cose da dire – io ho provato a mettere i miei 2c qui sopra, ma mi interessa sapere cosa ne pensi tu e perché.**
Onestamente non penso sia un cattivo editoriale, diciamo che non vorrei mai più leggere un editoriale sulla cancel culture in generale. Secondo me è giusto mettere a confronto i due fenomeni, leggi e cancel culture “da social”, perché quelle leggi arrivano proprio da quelli che per primi si lamentano della cancel culture.
Come dicevo in un mio post su Ordo Iuris che [avevi commentato anche tu](https://culturewars.davidepiacenza.it/issues/culturewars-la-cancel-culture-di-francesco-975386?ref=culturewars.it) nella newsletter, è interessante vedere come le organizzazioni più reazionarie e liberticide si stiano “vendendo” come protettori della libertà di espressione. Ho anche pensato, leggendo, che la fissa degli americani per il free speech ha sempre qualcosa di incomprensibile ai miei occhi.
## ****Altre news dal fronte**
- Una quercia di quasi 200 anni che pare fosse stata piantata direttamente dal romanziere russo Ivan Turgenev è stata squalificata dal premio European Tree of the Year come atto politico contrario all’invasione russa in Ucraina. [Rileggi piano](https://www.nytimes.com/2022/03/24/world/europe/european-tree-of-the-year-russia.html?smid=tw-nytimes&smtyp=cur&ref=culturewars.it);

- Solita cascata di tweet e contro-tweet anche sulla fondatrice del 1619 Project Ida Bae Wells, che ha detto e ripetuto che lasciare la mancia ai camerieri negli Stati Uniti è un [lascito dello schiavismo](https://twitter.com/PhilWMagness/status/1506111677292498947?ref=culturewars.it);

- Il mese scorso l’autrice Lauren Hough era stata nominata ai premi letterari Lgbt+ Lambda, nella categoria “Lesbian memoir”; poi ha difeso la collega e amica Sandra Newman da alcune accuse di transfobia su Twitter – non so se ricordate: Newman era quell’autrice ehm, transfobica perché aveva immaginato nel suo nuovo libro un mondo ipotetico privo di uomini senza, ehm, specificare [se comprendeva le persone trans](https://culturewars.davidepiacenza.it/issues/culturewars-l-ordine-degli-addendi-1068998?ref=culturewars.it) – e un solerte inviato del premio letterario le ha spiegato che il suo riconoscimento è stato [ritirato](https://www.nytimes.com/2022/03/21/books/lauren-hough-lambda-literary.html?ref=culturewars.it).
### Pacifisti contro elmettati
URL: https://www.culturewars.it/pacifisti-contro-elmettati/
Last updated: 2023-08-22T20:55:15.000Z
*Buongiorno (o buonasera: non discrimino nessun fuso orario)*, *sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) *e questa è* ***Culture Wars*** *, la mia newsletter su quelle macchine infernali chiamate social network, e su come stanno facendo a brandelli la nuova – e complicatissima – comunicazione globale di quest’epoca.*
*Ci tengo a salutare di nuovo Lena, aka* [*@bravebirdie*](https://www.instagram.com/bravebirdie/?hl=it&utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter)*, l’illustratrice ucraina che ha realizzato il disegno che illustra la newsletter. Spero di saperla presto al sicuro.*
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## La trincea dell’algoritmo
Sì, ce l’abbiamo fatta: abbiamo trasformato una guerra con migliaia di morti, milioni di sfollati, tantissime esistenze spezzate e innumerevoli tragedie nel nostro bar sport. *Come* l’abbiamo fatto è un discorso più complicato: un paio di tipi strambi sono andati in tv a dire che Putin è stato provocato dall’avventurismo atlantico-occidentale, o che armare l’Ucraina [non ha senso](https://infosannio.com/2022/03/11/il-militarismo-da-divano-fara-strage-di-ucraini/comment-page-1/?ref=culturewars.it) perché il nemico attacca, mentre durante la Resistenza italiana era in ritirata (eh?), o che dobbiamo smettere di dare del mostro allo zar, perché anche noi anni fa, in Iraq, una volta, *ti ricordi*? Altri tipi, invero non meno strambi, hanno allora decretato l’esistenza di un ampio fronte di svitati pro-Cremlino, di cui per comodità [faceva parte chiunque](https://www.repubblica.it/politica/2022/03/03/news/ucraina%5Fdestra%5Fsinistra%5Fe%5Fno%5Fgreen%5Fpass%5Fidentikit%5Fdei%5Fputiniani%5Fditalia-340032961/?ref=culturewars.it) fosse intervenuto con eccessiva cautela e dunque sospettabile di «putinismo».
Da allora è stato un crescendo rossiniano di tweet – centinaia e centinaia, e poi migliaia – che con la guerra in Ucraina non avevano a che fare se non tangenzialmente: punzecchiature agli «elmettisti» (che, se ho capito bene, sono *tutti* quelli che sarebbero per sostenere attivamente gli ucraini), dispettucci agli «arrendisti» (i quali, se ho inteso nel modo giusto, sono *tutti* quelli che vorrebbero discutere le concause del conflitto e sperare nella soluzione diplomatica), e la sempiterna divisione a squadre che si spernacchiano senza sosta in shitstorm a cascata: è un gioco, il solito. Solo che stavolta il balocco risulta particolarmente triste e inopportuno, con tre milioni di profughi che hanno dovuto lasciare le proprie case e centinaia di migliaia di assediati senza cibo, acqua e cure mediche.
Intendiamoci: anche a me capita di cadere in questi tranelli, di entrare nel loop della guerra per procura combattuta per gné gné, di perdere di vista che mentre noi cazzeggiamo su Twitter incasellando le idee altrui nel modo più sciocco e superficiale il mondo continua a essere un’altra cosa. Ma in questi giorni ho assistito a vette di tic polarizzanti, di ottusità, di manicheismo ossessivo che mi hanno fatto pentire di aver messo il dito sull’icona blu dell’app.
> Le categorie valoriali della stampa italiana
>
> Foto 1: basco rosso con stella da komunista, abbronzato, non ha il frigorifero = BRUTTO!
> Foto 2: leccalecca da American teenager, bionda, ha anche la lavastoviglie = BELLA! [pic.twitter.com/FSDXIRdhfX](https://t.co/FSDXIRdhfX?ref=culturewars.it)
>
> — 𝙰𝚕𝚎𝚜𝚜𝚊𝚗𝚍𝚛𝚘 𝙶𝚞𝚎𝚛𝚊𝚗𝚒 (@AleGuerani) [March 13, 2022](https://twitter.com/AleGuerani/status/1503027244666654729?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Non so perché persone talvolta anche intelligenti, capaci, colte e che avrebbero da dire cose molto più interessanti e stimolanti di cazzate puerili perdano il loro tempo – e la loro serenità, anche – in meccanismi così palesemente drogati e inquinanti. Eppure succede, e in modo sempre più accelerato e incomprensibile. Perché siamo assuefatti alla dopamina che ci dà metterci l’elmetto e fare le pernacchiette con l’ascella? Perché non tiriamo una linea e diciamo: ok, stiamo diventando ridicoli, basta così?
Dopodiché, ovviamente – come tutti – sulla materia del contendere ho le mie idee. E mi sento di dire che il richiamo alla “complessità" (nel senso dell’*it’s more complicated than that*, quando assume la forma di una pregiudiziale retorica) dovrebbe valere sempre: non è solo la politica estera della Russia di Putin a meritare spiegazioni più lunghe e sfumate di ciò che entra in un tweet o una storia Instagram, ma pressoché ogni cosa su cui ci accapigliamo ogni giorno, dalle identità sociali alla decostruzione del linguaggio, dalle vittime collaterali degli algoritmi alla definizione di nuovi canoni culturali condivisi. Quando lo storico dell’arte Tomaso Montanari passa dalle etichette di «Bolsonaro italiano» a Mario Draghi e «Repubblica delle Banane» per l’Italia a complessi e cavillosi distinguo sulla legittimità di definire «Resistenza» quella ucraina, devo ammettere che faccio fatica a credere alla sua svolta pro-complessità. E lo stesso vale per tanti altri, sia d’accordo che in disaccordo con lui.
La situazione in Ucraina così “complessa”, almeno al momento, non è: un invasore ha schierato l’esercito per conquistarla, la sta bombardando da quasi un mese, ha distrutto ospedali e rifugi colmi di persone stremate. *Chissenefrega* se gli americani hanno fatto cose simili ma diverse in Iraq vent’anni fa: andavo alle medie, vent’anni fa. E già allora, credo, sarei stato in grado di condannare moralmente entrambe le cose.
Credo anche che l’isteria collettiva non tenga costitutivamente conto del dato di realtà di questi giorni, forse a volte per esorcizzarne la portata di orrore. Quando i lavoratori dell’aeroporto di Pisa [si rifiutano di caricare](https://twitter.com/PietroSalvatori/status/1503812767123451916?ref=culturewars.it) le armi dirette in Ucraina per non avallare «il clima di guerra nel quale ci sta trascinando il governo Draghi», non considerano che la guerra appena più a est di qui *c’è già*, e non sotto forma di «clima», ma negli attacchi quotidiani patiti da settimane da milioni di persone innocenti. Per come la vedo, non dar loro una possibilità di difesa, in una guerra in cui anche i civili sono sistematicamente presi di mira, non significa soltanto fargli rischiare la pelle, ma anche togliere al loro Paese la possibilità di fiaccare l’esercito invasore arrivando più “forte” ai negoziati per la pace. Nella realtà gli elmetti e la diplomazia convivono. Anzi: gli uni hanno bisogno dell’altra, e viceversa.
Negli Stati Uniti si usa una bella espressione, che per anni non mi sarei mai sognato di usare in una filippica di critica serrata ai social network (strumenti che ho sempre usato, e a cui mi sono anche sentito legato, per così dire). È *touch grass*, letteralmente “tocca l’erba”: vai fuori, fai una passeggiata, smetti di ossessionarti su ciò che leggi e rumini online, torna alla realtà. Ecco, al duemillesimo tweet su quelli che si arrendono e quelli che si mettono l’elmetto in testa, la uso con piacere: *touch grass, everybody*.
## Disinformazione con caratteristiche cinesi

The Intercept
Un ruolo fondamentale, e in Italia poco dibattuto (se si escludono le nobili eccezioni di Simone Pieranni del *Manifesto* e pochi altri) nella *info war* parallela al conflitto in Ucraina è quello della Cina: anche a prescindere dal discusso (e temuto) rifornimento di armi alla Russia, Pechino si trova in una posizione difficile, e non ha mai nascosto di [trovarsi a disagio](https://edition.cnn.com/2022/03/17/business/china-russia-sanctions-friction-intl-hnk/index.html?ref=culturewars.it) di fronte alle politiche di un alleato che finora non ha smesso di sostenere, seppure con una certa distanza.
È interessante vedere come la popolazione cinese parla del conflitto, perché è un campo in cui si scoprono cose interessanti. A partire da questo [thread](https://twitter.com/polijunkie%5Faus/status/1501300817496010752?ref=culturewars.it) di Han Yang, un cittadino cinese invitato a prendere parte a un gruppo WeChat per suoi connazionali espatriati in Australia: è lunghissimo ma vale la pena leggerlo bene, perché mostra come funzionano le ruote dei meccanismi della censura e del condizionamento di stato nel Paese più popoloso del mondo.
Hang usa il termine *pinkies* (“mignolini”) per riferirsi ai cyber-propagandisti di Pechino, quelli che ripetono pedissequamente la linea ufficiale del partito diffusa dai media di stato. Nel caso specifico, dunque, fanno da ripetitori della propaganda russa: ripostano video dei massimi organi dell’informazione cinese con soldati russi che dividono il loro cibo con bambini ucraini, o di soldati ucraini fatti prigionieri che chiedono scusa per le loro malefatte. O ancora si indignano di fronte alla [registrazione](https://twitter.com/polijunkie%5Faus/status/1500418770669830145?ref=culturewars.it) (ovviamente finta) di una chiamata con cui il presidente Zelensky avrebbe organizzato la fuga all’estero della sua famiglia, eccetera.
> They marvel at Russia’s propaganda skills with a video about Russian soldiers sharing food with Ukrainian children or Ukrainian POWs reflecting on their sins at a memorial for children killed by the evil Ukrainian Government…. Note these are all from Chinese state media accounts [pic.twitter.com/1fMMoL5tvf](https://t.co/1fMMoL5tvf?ref=culturewars.it)
>
> — 杨涵 Han Yang (@polijunkie\_aus) [March 6, 2022](https://twitter.com/polijunkie%5Faus/status/1500418759273910272?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Contenuti del genere sono sempre più diffusi nell’enorme web cinese anche perché, ha spiegato il giornalista Tony Lin, i social media hanno fatto [una scelta di business](https://twitter.com/tony%5Fzy/status/1501960590553751559?ref=culturewars.it) incoraggiando il nazionalismo: dato che una censura capillare e spietata colpisce pressoché ogni altra posizione e contenuto, puntare forte su un’utenza più giovane e politicamente patriottica si è rivelata una scelta vincente. Tanto che le principali piattaforme oggi *incoraggiano* la delazione fra gli utenti per segnalare chi “sgarra”, contribuendo a generare un panorama discorsivo sempre più chiuso, allucinato e disinformato.
> Every platform adjusted: WeChat public account boom created a lucrative industry for ppl who want to capitalize on nationalism. Douban’s little pinky groups proliferated. 鹅组 became a hub for reporting and doxxing ppl. Sensitive titles are banned from rating there, too. 3/
>
> — Tony Lin 林東尼 (@tony\_zy) [March 10, 2022](https://twitter.com/tony%5Fzy/status/1501960591581368326?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Nelle infosfere cinesi proliferano anche i *wolf warriors*: figure istituzionali – spesso diplomatiche – che fanno la voce grossa sui social media occidentali (di solito: Twitter), ricavandone copiose lodi e *clout* su quelli di casa propria. Il campione della specialità è l’ex direttore del ministero degli Esteri Lijian Zhao, che su Twitter ha [più di un milione di follower](https://twitter.com/zlj517?ref=culturewars.it) conquistati a suon di sbruffonate, ma non è affatto l’unico.
Se ci aggiungi che i media di stato cinesi hanno recentemente condiviso – e, per diretta conseguenza, fatto condividere a centinaia di milioni di persone – il discorso in prima serata dell’host trumpian-putiniano di Fox [Tucker Carlson](https://twitter.com/Davide/status/1502941224512151559?ref=culturewars.it) che propaganda la balla dell’intervento russo in Ucraina motivato dalle ricerche sui virus nei laboratori di Kiev, e che a loro volta – come ha spiegato Eliot Higgins di Bellingcat – i russi pescano le loro linee narrative (per così dire) direttamente dalle nicchie online dei cospirazionisti... beh, diciamo che è un mondo difficile. E che considerare i social un Eden di libertà e rappresentazione vuol dire quantomeno avere una prospettiva molto limitata.
Ah: una gran bella newsletter sulla quotidianità digitale cinese – a cui questo breve testo deve molto, peraltro – è [Chaoyang Trap](https://chaoyangtrap.house/about/?ref=culturewars.it). Te la raccomando caldamente.
## **Altre news dal fronte**
- Il signor Vladimir Putin ha detto che l’occidente vuole «cancellare» la Russia, facendo drizzare le antennine a chiunque abbia passato più di un quarto d’ora su Twitter ultimamente: non è un caso e non è la prima volta che il termine viene buttato lì (l’aveva fatto, pochi giorni fa, anche il direttore dell’intelligence internazionale russa Sergey Naryshkin). Il fatto è che \[rullo di tamburi\] Putin *ha ragione*; semplicemente ha usato un plurale maiestatis che poteva evitare: si cerca di cancellare lui, non la Russia, e secondo Helen Lewis [è una buona cosa](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/03/russia-ukraine-war-cancel-putin-culture-war/626978/?ref=culturewars.it).
> C'è differenza, si scopre, tra l'invocazione iperbolica della "violenza" su Twitter e la violenza vera e propria, quella letterale.

- Gruppo repubblicano di studenti dell’Università della California-Los Angeles che invita Putin a parlare nel suo campus: [molto ridere](https://twitter.com/LukeRodriguez75/status/1504368352977850376?ref=culturewars.it) (a denti stretti, si intende);

- La storia complicata di come *Red*, l’ultimo lungometraggio Pixar, è rimasto invischiato [nel gorgo delle culture wars](https://www.vox.com/culture/22981394/turning-red-reviews-controversy-reactions-parents?ref=culturewars.it);

- Un pacifico incontro a tema libertà di espressione alla Yale Law School [è finito malissimo](https://twitter.com/aaronsibarium/status/1504172809802723333?ref=culturewars.it), pur senza alcuna apparente tensione tra i suoi partecipanti: contestazioni, urla, spinte, minacce sono arrivati tutti da un gruppo di contestatori appena un po’ troppo su di giri. Il panel doveva essere un modo di «dimostrare che un ateo di sinistra e un cristiano conservatore potevano trovare un terreno comune sulle questioni della libertà di parola», ha scritto il sito conservatore [FreeBeacon](https://freebeacon.com/campus/hundreds-of-yale-law-students-disrupt-bipartisan-free-speech-event/?ref=culturewars.it).
### L’ordine degli addendi
URL: https://www.culturewars.it/ordine-addendi-editoriale-emma-camp/
Last updated: 2023-08-22T20:54:34.000Z
*Ciao*, *sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter)*, giornalista freelance, e questa è* ***Culture Wars*** *, che per una complicata congiuntura storica si trova a parlare di guerre culturali mentre là fuori c’è una guerra militare, “vera”, con uccisioni e persone costrette ad abbandonare le proprie vite e i propri cari.*
*Una di queste persone si chiama Lena, in arte* [*@bravebirdie*](https://www.instagram.com/bravebirdie/?hl=it&ref=culturewars.it)*, ed è l’illustratrice ucraina che ha realizzato il disegno che vedi qui sopra. Sta bene, ma spero che possa stare meglio molto presto, in un Paese senza carri armati, missili e morte.*
*Iniziamo.*
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## Putinianman in Chicago
In questa attualità balorda sospinta dagli incomprensibili venti della storia, accadono cose su cui si possono imbastire discorsi interessanti, o – per come la vedo io – direttamente centrali. È il caso di una lettera fatta circolare in questi giorni dagli studenti dell’Università di Chicago.
La missiva (che trovi [qui](https://twitter.com/richardhanania/status/1500192254887022593?s=21&ref=culturewars.it)) accusa John Mearsheimer – importante studioso statunitense di relazioni internazionali, che insegna a Chicago dal 1982 – di «putinismo» e «ideologia anti-ucraina».
In una lezione tenuta nell’ateneo nel 2015 e postata su YouTube, Mearsheimer delinea la sua prospettiva sui fatti dell’Ucraina (si parla delle proteste di Maidan e della cacciata del presidente filo-russo Viktor Yanukovich). È una prospettiva fortemente critica nei confronti dell’occidente, e che vede – come da titolo – «colpe» soprattutto occidentali nello sviluppo della crisi a Kiev, e specificatamente nella volontà degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei di «togliere l’Ucraina dall’orbita sovietica e incorporarla in quella occidentale».
È anche una prospettiva di cui Mearsheimer non ha mai fatto mistero: anche recentemente, con l’inizio dell’invasione russa, l’hanno intervistato testate prestigiose come il [New Yorker](https://www.newyorker.com/news/q-and-a/why-john-mearsheimer-blames-the-us-for-the-crisis-in-ukraine?ref=culturewars.it), e lui non ha cambiato idea: «Penso che tutti i problemi in questo caso siano iniziati davvero nell'aprile 2008, al vertice della Nato a Bucarest», diceva mentre Putin marciava su Kiev.
Per queste posizioni, gli studenti di Chicago hanno chiesto all’università, nell’ordine:
1. Una «comunicazione al pubblico» dell’ammontare e la fonte di tutti i contributi economici di origine russa ricevuti dal professore;
2. Una «dichiarazione chiara» di Mearsheimer sulla sua attuale posizione riguardante l’aggressione russa in Ucraina;
3. Una dichiarazione da parte della comunità universitaria in senso lato circa il fatto che non ammette «ideologia anti-ucraina» nel campus.
Chi mi segue su un qualsiasi social sa che le mie posizioni sul tema sono agli antipodi da quelle del professor Mearsheimer: con tutte le sue pecche e i suoi errori in questo e altri teatri di guerra, non credo che la prima colpa di quanto sta accadendo vada ricercata nella strategia Nato. Eppure mi ci vuole poco per trovare lunare l’accusa di «propagazione del putinismo» a un accademico che sta semplicemente facendo il suo lavoro, e non necessariamente dietro sovvenzioni economiche del Cremlino.
Tagliamo la testa al proverbiale toro: non trovo fondamentale prendere il goniometro e misurare quanto questo caso possa aspirare alla definizione aurea e tanto in voga di *cancellazione*. Trovo però che possa aiutarci a definire meglio le nostre posizioni e la nostra prospettiva su questi temi, a vedere se invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia.
Ora che la causa malintesa e usata come una clava sul malcapitato di turno non ha una connotazione “inclusiva" – e dunque che chi obietta sul modus operandi non dovrebbe, almeno in teoria, dover camminare sulle uova per non passare per anti-inclusivo – siamo ancora convinti che in queste dinamiche precipitate di richiesta di abiura *everything's OK*?
Perché guarda: ovviamente gli studenti hanno diritto di manifestare il loro dissenso (e ci mancherebbe), e lo fanno da parecchio tempo prima della comparsa della cosiddetta *cancel culture* nei nostri discorsi. Ma quando nella mente del suo frequentatore medio il campus universitario diventa un luogo che ha l’*obbligo* di asetticità e regolare disinfezione da ogni opinione dissonante, anche la più innocua (può e deve non piacere agli ucraini o a chi la pensa come il sottoscritto, ma non credo che la teoria di Mearsheimer abbia ucciso qualcuno), penso esista un problema che riguarda i centri di eccellenza dell’istruzione, nonché la visione del mondo che stimolano e l’apertura al diverso di chi vi viene formato.
Senza contare che il tutto succede mentre la Filarmonica di Cardiff annulla un concerto di Čajkovskij perché «in questo momento sarebbe inopportuno», Netflix parcheggia la sua trasposizione di *Anna Karenina* di Tolstoj, scrittori occidentali comunicano in favore di like che non cederanno i diritti pattuiti a incolpevoli editori russi, e nel mondo essere nato in Russia, più che una colpa, è diventato un’opportunità da sfruttare per operazioni di marketing ed esibizioni di virtù.
Ci sono problemi più grandi? Ah, ci mancherebbe: su Kiev piovono bombe da due settimane. È sempre tutto relativo. Però penserei anche a queste cose, diciamo: la proprietà commutativa riserva meraviglie, a volte.
## La debater suscettibile

Sempre rimanendo nei campus americani, terra d’elezione di tanti discorsi che affrontiamo qui e che ci riguardano più di quanto pensiamo, pochi giorni fa il New York Times ha pubblicato [un articolo d’opinione](https://www.nytimes.com/2022/03/07/opinion/campus-speech-cancel-culture.html?ref=culturewars.it) su cui negli Stati Uniti non hanno ancora finito di scornarsi: l’ha scritto Emma Camp, una laureanda dell’Università della Virginia, e si intitola «I Came to College Eager to Debate. I Found Self-Censorship Instead» (non penso serva tradurre, ma comunque: «Sono venuta al college per discutere, invece ho trovato l’autocensura»).
Intercettato il bailamme che ha scatenato sul Twitter statunitense (puoi cercare «New York Times op-ed», vedere per credere), aprendo l’articolo per leggerlo mi aspettavo di trovare qualcosa di incendiario, profondamente reazionario o almeno vergognosamente inopportuno – non dico ai livelli del famigerato editoriale a firma del senatore trumpiano Tom Cotton sul [mandare l’esercito contro le manifestazioni](https://www.nytimes.com/2020/06/03/opinion/tom-cotton-protests-military.html?ref=culturewars.it) di Black Lives Matter, ma una cosa terribile.
Invece no: nel suo intervento, Camp dice di aver trovato nel campus un terreno poco fertile per la discussione, e di essersi sentita a disagio di fronte a compagni di corso e amici che hanno reagito con distacco o aperta ostilità alle sue posizioni politiche, non allineate a quelle più condivise dal resto del corpo studentesco. Beh, succede.
L’autrice fa alcuni esempi di questi posizionamenti: dice di aver visto un amico socchiudere la porta della sua stanza del dormitorio quando lei ha citato una lezione universitaria in difesa di Thomas Jefferson, oggi sotto accusa per aver avuto schiavi pur condannando pubblicamente la schiavitù; racconta di aver visto una classe «arrabbiarsi» quando ha detto che anche una donna non indiana può criticare il sati, il rituale storico induista che prevedeva l’immolazione della moglie sulla pira funeraria del marito deceduto; riporta come un’amica abbia vissuto un’esperienza «che mi ha fatto venir voglia di non frequentare più la lezione» quando una professoressa del corso di sessismo nei media e il suo uditorio hanno preso male una sua obiezione al considerare *Captain Marvel* un film femminista.
Scrive Emma Camp:
> Essere criticata, anche fortemente, durante una discussione difficile non mi preoccupa. Abbiamo bisogno di più aule con dibattiti energici, non di meno. Ma quando la critica si trasforma in public shaming, soffoca l'apprendimento.
Mi sembrano parole condivisibili, ancorché quasi banali: chi direbbe mai che un’università in cui la discussione di alcuni temi sociali è tabù è un luogo a cui aspirare? Eppure nel Twitter-mondo del 2022 l’op-ed di Camp è stato accolto come una specie di prefazione acritica al *Mein Kampf*. Centinaia di utenti hanno sottolineato che la giovane donna collabora con l’organizzazione pro «libertà di espressione» accademica Fire – con sostegno economico di provenienza conservatrice, ma che comunque a prima vista [non pare fare il gioco dei cattivi](https://twitter.com/AmnaUncensored/status/1501246835784097793?ref=culturewars.it) – e col sito Reason; alcuni redattori del New York Times hanno partecipato a conversazioni in cui [ci si chiede](https://twitter.com/PamelaParesky/status/1501333154639990790?ref=culturewars.it) perché il New York Times «pubblica stupidi laureandi del college»; qualcuno è rimasto totalmente serio [spiegando](https://twitter.com/EmilyGorcenski/status/1500900514204209155?ref=culturewars.it) che scegliere una foto con una statua di Jefferson a corredo del pezzo è un segnale cripto-nazista; infine, pressoché tutti i critici hanno ironizzato su come la vittima di «auto-censura» è finita a condividere il suo punto di vista sul più grande giornale del mondo. *Ironic, isn’t it?*
Parto da quest’ultima obiezione, perdonami, perché mi sembra *veramente* una cazzata, e una di quelle che la dicono lunga sulla raffinatezza dei ragionamenti diffusi anche fra le élite culturali di oggi: se l’autrice avesse scritto quelle cose sul giornalino universitario sarebbe stata più coerente? O la sostanza delle cose che dice sarebbe cambiata? Quando il New York Times pubblica un articolo di opinione di una persona che fa parte di una minoranza marginalizzata (non è il caso di Camp, ovviamente), la prima cosa che penso non è: *toh, questo/a fa tanto il/la discriminato/a, e intanto eccotelo sul Times!* Ma che, davvero?
Beh, andiamo oltre: credo che né io e né te ci troviamo nella posizione di stabilire la buona fede di questa studentessa: è sincera? Ha ricostruito fedelmente i casi che cita? Davvero le sue posizioni sono solo legittimamente moderate o conservatrici, e non, che so, borderline trumpiane? Non è che fra 5 o 6 anni la suddetta finirà su Fox News?
Tutto può essere, ma questo hic et nunc al momento non rileva. A me pare enormemente più rilevante che tantissimi abbiano dato per scontato senza passare dal via, con uno di quegli automatismi algoritmici eloquenti, di trovarsi davanti a una *bigot*, a una che stava chiedendo a gran voce di, che so, poter discriminare le persone nere o trans, *chiagnendo e fottendo* perché non riusciva a farlo. Un articolo sostanzialmente innocuo, e persino scontato nel suo messaggio, ha generato una polarizzazione da fine del mondo, tanto che alcuni degli stessi dipendenti del giornale che l’ha pubblicato non solo ne hanno preso velocemente le distanze, ma l’hanno attaccato con veemenza.
Si può anche sostenere che il contributo della laureanda sia viziato e politicamente malevolo, ma bisognerebbe almeno provarlo (io ho cercato [altri interventi dell’autrice](https://www.cavalierdaily.com/staff/emma-camp?ref=culturewars.it) e francamente non ho trovato richiami da elmi con le corna). O più legittimamente, si può affermare che la sua esperienza soggettiva di studentessa a disagio in mezzo a compagni che la pensano diversamente da lei non sia per forza indicativa di un clima culturale più ampio e deleterio. Ma se (sottolineo: *se*) le sue posizioni sono ricevibili e semplicemente più sfumate di altre – perché non esiste solo *inclusivo* e *xenofobo* sullo spettro, per fortuna – essere buoni e sensibili implica anche non blastarle su Twitter come se fossero le ultime volontà di Satana.
Molti temi del commento di Camp ricorrono da tempo in bocca a scriventi e parlanti di provenienze, formazioni e identità (personali e politiche) diverse: il clima di timore fomentato dall’onnipresente Panopticon dei social media, lo spirito di corpo che sfocia nell’intolleranza maxima, il conformismo prescrittivo sempre più spinto nel campus. Inquadrarli senza farsi venire il minimo dubbio è comodo e può anche rivelarsi giusto, ma è un disservizio al pensiero critico e alla nostra intelligenza.
Non è meglio cercare di parlare del merito dei nodi del contendere, invece di passare le giornate a segnalarsi e scomunicarsi sulle pregiudiziali?
## **Altre news dal fronte**
- Avrete sentito che quella vera sagoma del patriarca ortodosso russo Kirill, braccio destro del putinismo, ha detto che la «guerra» (ma non si era detto che bisognava chiamarla «operazione militare speciale»? Sbattilo in carcere, Vlad) in Ucraina è una «lotta metafisica» tra i potenti Paesi occidentali votati alle «sfilate gay» e la Russia, ultima resistenza di fronte a queste «imposizioni forzate di un peccato condannato dalla legge divina». È un’uscita a cui giustamente rispondiamo a pernacchie, ma che nasconde i legami pericolosi e i tic apologetici di certi ultraconservatori occidentali verso il regime russo, [scrive Cathy Young](https://www.thebulwark.com/blaming-russias-ukraine-invasion-on-the-gays-putin-patriarch-kirill/?ref=culturewars.it);

- Sandra Newman è una scrittrice di Boston che per mestiere scrive romanzi le cui trame si basano su *what if* improbabili: ne *I cieli* (Ponte alle Grazie), per esempio, racconta la storia di una donna che viaggia indietro nel tempo e ha una relazione con William Shakespeare. Nel suo prossimo libro, ha [immaginato](https://twitter.com/sannewman/status/1500177352420175874?ref=culturewars.it) un mondo in cui «all’improvviso tutte le persone con un cromosoma Y scompaiono misteriosamente», e all’inizio tutto fila via liscio, senonché (cito ancora dal suo tweet) «il libro parla di donne che non riescono a lasciar andare gli uomini che hanno perso e dedicano le loro vite a riaverli». Sì, ok, sto già sbadigliando anche io. La cosa interessante, però, è che questa innocua presentazione di un innocuo libro ha garantito alla scrittrice un’assurda polemica, coi soliti toni misurati e non violenti \[irony mode: ON\], basate su tonanti e alte accuse di aver «cancellato le esistenze» delle persone trans (da sinistra) e degli uomini (da destra): insulti, shitstorm, tweet di anni prima di Newman riportati alla luce, le solite cose. Tutto per beh, un’opera di fantasia che nessuno (o quasi: non voglio essere malaugurante) leggerà. Alla fine Newman ha dovuto precisare che nel suo mondo ipotetico le persone trans esistono.
> Also, just to say: The book is set in a world like ours, not a world where trans people don't exist. Trans people totally exist and matter in this book.
>
> — Sandra Newman (@sannewman) [March 5, 2022](https://twitter.com/sannewman/status/1500177372846379017?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
### Maledire Putin, bandire Dostoevskij
URL: https://www.culturewars.it/culturewars-maledire-putin-bandire-dostoevskij/
Last updated: 2023-08-22T20:53:57.000Z
*Ciao, qui* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter)*, tizio a caso dell’internet con un penchant per la scrittura, e la sua* ***Culture Wars*** *, una newsletter dedicata ad approfondire quelle cose che di solito mettiamo nel calderone indistinto del “politicamente corretto”.*
*Continuano a essere giorni – consentimi l’uso dell’aggettivo, per una volta non abusato – drammatici per l’Europa e il mondo, e inevitabilmente partiremo da lì anche per discutere dei nostri temi. Gli spunti, d‘altronde, non mancano.*
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## Hex Putin
L’altro giorno un’attivista molto seguita sui social, Sofia Righetti, ha postato una serie di storie su Instagram per pubblicizzare un’offerta in abbonamento ai suoi follower.
L’influencer in questione è una femminista che si occupa di stregoneria: si rivolge alla sua *coven*, la comunità di streghe con cui esegue rituali, e declina i temi femministi a partire dal suo expertise nel magico e nell’esoterico. Personalmente, per quel che vale, non la conoscevo prima della polemica sorta attorno a lei in questi giorni, né posso certamente dirmi un esperto del suo approccio, ma devo dire che i legami – anche storici – tra femminismo e stregoneria di cui parla in alcuni interventi appaiono affascinanti. Ma chiudo la parentesi.

All’inizio della settimana, l’attivista «strega» Righetti (così si definisce lei stessa, preciso) spiega che c’è una nuova offerta sul suo Patreon: la traduzione in italiano di un rituale di prossima recitazione per «streghe e pagani» votato a rimuovere dal Cremlino Vladimir Putin (*oh, don’t laugh*, per citare Michael Jordan: le comunità di streghe ne avevano fatti anche per far eleggere Joe Biden o sostenere Black Lives Matter, se è per questo). Nella sua versione originale, il sortilegio antiputiniano si può trovare [qui](https://michaelmhughes.medium.com/hex-putin-503d697a525c?ref=culturewars.it). L’influencer dice di averlo «voluto proprio dare a tuttə le persone», inserendolo nella fascia di abbonamento più bassa del suo piano per sostenitori, quello da 1€/mese.
Della vicenda sono venuto a conoscenza per via di un tweet salace del mio caro conoscente comunista (così si definisce lui stesso, preciso) Mattia Salvia.
> La nota influencer woke che fa il Patreon di stregoneria e attivismo per fare le macumbe Putin e aiutare l’Ucraina a 1€ al mese. Mi sembra che qua l’unico che sta facendo uno sforzo per evitare di finire a scrivere sul foglio sono io
>
> — Mattia Salvia (@mttslv) [March 1, 2022](https://twitter.com/mttslv/status/1498580195363762177?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Di questa storia è interessante parlare sotto diversi aspetti: il primo che noto è come l’influencer si è giustificata dicendo che il suo Patreon è un «safe space» che le permette una distanza di sicurezza dai troll, e che quindi quell’euro sarebbe una sorta di accortezza obbligata dalla sua situazione (in un secondo momento, la strega ha corretto la rotta, annunciando che tutti i ricavi sarebbero stati donati alla Croce Rossa ucraina).
Saltando a piè pari l’opportunità di pensare di poter reclamizzare uno spazio a pagamento a partire da una guerra in corso, su cui immagino saremo tutti d’accordo, c’è poi che in un secondo momento le storie della influencer sono state prese e pubblicate in blocco da una popolarissima giornalista con un milione di follower su Twitter, Selvaggia Lucarelli, che le ha esposte al ludibrio dei suoi follower. E anche questo, come posso dire, *no buono*.
Nel mentre, profili che di solito dedicano la loro quotidianità a shitstorm feroci ai danni di altri malcapitati, e avversari veri o presunti, scoprivano un mondo di distinguo, dato che una «transfemminista intersezionale» (cito dalla bio di Righetti) talvolta si difende per spirito di corpo: «puoi sempre passare oltre se non interessato», «ha aperto il suo Patreon un anno fa», «cercatevi altri da odiare», eccetera.
Il tema portante, comunque, mi pare uno in particolare: la monetizzazione dell’attivismo. Ed è un tema gigantesco, difficile, fraintendibile e strumentalizzabile: fino a che punto un influencer impegnato in buone cause è eticamente legittimato ad avere entrate dipendenti dalle interazioni dei suoi post su Instagram o Twitter? E come si individua questo punto? E il suddetto influencer, sapendo che più interazioni significano più soldi, mirerà ad aumentarle costi quel che costi, o saprà fermarsi e autoregolarsi, ricordando a se stesso che parla a platee enormi e spesso giovanissime?
È moralmente accettabile vendere a un’azienda produttrice di assorbenti un post femminista (un esempio recente che mi viene in mente, fra i tanti)? E se quell’azienda, oltre a un discreto budget per il marketing, avesse anche un board di soli uomini? O mettesse in atto politiche discriminanti? Ma poniamo invece che sia una società integerrima, per quieto vivere: veicolando un messaggio nei modi e termini in cui lo vuole un committente che ci si aggrappa a fini di marketing non lo si svilisce, rendendolo l’esatto contrario di ciò che dovrebbe essere (condiviso, pubblico, sincero, senza secondi fini)?
Quello del Patreon reclamizzato è un caso solo parzialmente accostabile a quello degli assorbenti reclamizzati, ovviamente: sostentare la propria attività con le donazioni di chi la apprezza è molto diverso da farsi dettare i contenuti da un’azienda. Ma alla radice, specie se viene promosso in concomitanza con un conflitto che sta tuttora facendo vittime, rivela lo stesso arcano problema: ci si può fidare in tutto e per tutto dell’opera di un singolo influencer, quando quest’ultimo è portato dalla natura stessa delle piattaforme da cui dipende a rendere i suoi contenuti non solo più semplici e decontestualizzati, ma anche sempre più “sul pezzo”, spasmodicamente a traino della viralità e mirati all’engagement?
Non sono un particolare sostenitore delle cause della stregoneria, ma penso che Righetti non faccia effettivamente del male a nessuno: chi vorrà partecipare ai suoi riti pagherà; chi non vorrà partecipare non parteciperà, al limite li deriderà, eccetera. Senza contare che mi sembra lecito che chi dedica grandi quantità di tempo e lavoro a una causa possa averne di che vivere. Quel che mi preoccupa, semmai, è un contesto in cui poterne vivere meglio significa spararla più grossa, creare più “casi” e “incidenti” e incontrare gli interessi tutt’altro che inclusivi di multinazionali che devono incrementare i propri fatturati.
Non so come la vedi tu, ma a me sembra un sistema *altamente* perverso, di quelli progettati per fare impazzire. La famigerata *creator economy*, peraltro, che prometteva di allargare l’accesso ai media e di dare spazio sul palcoscenico alle voci minoritarie, finora non ha fatto altro che [concentrare le risorse economiche nelle mani di una ristrettissima oligarchia](https://www.axios.com/creator-economy-revenue-content-b704fef1-af40-467b-91d3-88ed7e200cec.html?ref=culturewars.it). Gli altri fanno quel che possono, dalle #adv alle fatture a Putin.
## Quella cosa là del povero Fedor Dostoevskij
Di questo si è discusso molto. In un video pubblicato su Instagram in cui è apparso visibilmente commosso ([qui il video](https://twitter.com/Davide/status/1498806691122618379?ref=culturewars.it)), lo scrittore emiliano Paolo Nori ha comunicato che l’Università Bicocca, dove insegnava, aveva annullato un suo corso su Dostoevskij «per evitare ogni forma di polemica in quanto momento di forte tensione». L’ateneo è poi tornato sui suoi passi e ha affidato al Corriere della Sera – per tramite del prorettore Maurizio Casiraghi – una motivazione, a volerla chiamare così, che sa di incredibile.
> L’intenzione era ristrutturare il corso e ampliare il messaggio per aprire la mente degli studenti. Aggiungendo a Dostoevskij anche alcuni autori ucraini.
Nori, infine, ha deciso di andare a insegnare altrove.
Si fa fatica a parlarne, di questa vicenda, perché si fa fatica a trovare un punto da cui cominciare a farlo. Quale «polemica» possa ipoteticamente scatenare un romanziere morto centocinquant’anni fa, e che peraltro da vivo nel 1849 è stato condannato a morte in quanto lettore di ciò che non si poteva leggere, non è dato sapere. Quanto avvenuto nelle testoline del rettorato sconfina nell’inintelligibile.
> Scusate. Ma Dostoevskij è stato arrestato e portato a Omsk in Siberia perchè era stato accusato di essere un sovversivo nemico dello Zar. Memorie della casa dei morti è stato scritto durante la prigionia ed è un inno alla Libertà. Non sanno manco quello che insegnano.
>
> — bianca (@biancavschiller) [March 1, 2022](https://twitter.com/biancavschiller/status/1498786492050817028?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Ora, siccome su Twitter la vicenda è subito diventata uno spunto per il solito derby rusticano: a me non potrebbe fregare di meno di parlare di quella cosa là, dell’etichetta su cui ci si scorna, del muscolo involontario della frecciata a quegli altri di là. Gli appassionati di calcio conoscono la goal line technology, quella che stabilisce se il pallone ha varcato interamente la linea di porta, ma quelli di politica via shitstorm sono ormai a tanto così dal dover richiedere la *cancel culture technology*.
Non so tu, ma io comincio a esserne esausto: penso che il problema delle interazioni sociali e comunicative nel mondo che abbiamo costruito vada *molto* oltre una definizione controversa, e credo che sia più giusto parlare di quelle situazioni specifiche, ormai trascurate in nome della fondamentale battaglia sul “lo è o non lo è?”.
Una di queste situazioni, l’altro giorno, ha riguardato un talentuoso, sensibile scrittore e russista a cui voleva essere impedito di portare avanti le sue lezioni su un autore universale, nonché un celeberrimo simbolo di sfida all‘imperialismo, perché un’università ha pensato come il marketing manager paraculo di una catena di caffetterie, e si è detta *sai che c’è? Ora con Dostoevskij si rischia di non vendere, di intercettare un “sentiment” negativo: mettiamolo da parte*.
Non so come altro dirlo: queste cose – per quanto limitate, eccezionali, sciocche possano sembrare – sono *gravi*, e testimoniano che oggi intorno a noi, persino nella civilissima e modernissima Milano, esiste un clima per cui il dicibile e l’insegnabile sono da parametrare in base alla loro “presentabilità” hic et nunc, a come potrebbero essere eventualmente accolti da qualche folle che tira calci alla sabbia, alla comodità con cui ci si può avvicinare alla loro decontestualizzazione acritica. Se un autore è \*russo\* avrà bisogno di un autore \*ucraino\* a riequilibrare un inesistente bilancino, dacché noi siamo buoni e bravi e *anticipiamo le sensibilità degli studenti*. Giusto?
Che una certa ondata di russofobia sia già ampiamente in atto mi sembra assodato (grazie, EA Sports, per aver rimosso le squadre di calcio russe da Fifa 22: avrei vissuto come una terribile violenza nei confronti del popolo ucraino fare una partita con riproduzioni virtuali dei giocatori dello Zenit San Pietroburgo. Also, siete degli [idioti](https://multiplayer.it/notizie/fifa-22-ea-contro-russia-nazionale-club-rimossi-provvedimenti-forse-arrivo.html?ref=culturewars.it)), e non mi sorprenderebbe sapere che sarà un tema di cui parleremo a lungo nelle prossime settimane. Ma è un fatto che in questa ondata sguazzano con diletto aziende, istituzioni e semplici comuni mortali che bramano di mostrare al mondo quanto sono più bravi e sensibili degli altri, e quindi in questo momento più vicini all’Ucraina, e quindi lontani da ogni abboccamento con (o distinguo per) le cose russe, roulette e insalata comprese. E garruli algoritmi sospingono la marea montante sempre un po' più in là, verso l’orizzonte dell’intolleranza.
I casi come quello toccato in sorte a Paolo Nori, per quanto mi riguarda, puoi chiamarli come vuoi. Mi basta che si parli dei motivi per cui esistono, perché non sono caduti dal cielo ieri mattina. Intanto l’Università Bicocca farebbe bene a restituire il titolo di «Università», con cui non pare avere nulla da spartire.
## **Altre news dal fronte**
*(Spero che questo machismo bellico russo finisca presto ANCHE perché non posso più leggere questo «dal fronte» – e non solo questo – senza provare un dolorino al petto. Scusa, la grafica è fatta così, che devo dirti).*
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- Una prece per [questo tizio](https://twitter.com/jawillick/status/1498379941246902279?ref=culturewars.it), innocuo e perlopiù incolpevole come tutti, che ha pensato bene di definire la reazione internazionale all’invasione putiniana «la prima “cancellazione” geopolitica del XXI secolo». Devo dire che leggendolo ho riso, o forse ho pianto; in ogni caso, sempre contare fino a dieci quando non si ha nessun *hot take* da postare sui social network;

- Una prece anche per l’innocua attivista asessuale che pubblica [questo incredibile post](https://www.instagram.com/p/CajWRnbM7ra/?utm%5Fmedium=copy%5Flink&ref=culturewars.it) di critica del proverbiale “fate l’amore non fate la guerra”, anche perché, cito, «"Fate" è imperativo. L'imposizione di fare sesso è cultura dello stupro oltre che allonormatività»;


- Tra le linee narrative sull’invasione dell’Ucraina più popolari a destra c’è quella – ribadita in prima persona da quel pozzo di scienza di Matteo Salvini – secondo cui lo zar avrebbe approfittato delle divisioni sociali in occidente per sferrare il suo attacco: «L’occidente passa più tempo a parlare di pronomi che di cose importanti», ha brontolato il pundit e comico Konstantin Kisin, per poi chiarire la sua posizione in un [infinito thread pubblicato su Twitter](https://twitter.com/KonstantinKisin/status/1496133085183762432?ref=culturewars.it). Se alcune delle critiche di Kisin alla *wokeness* hanno senso (su tutte, una certa autoflagellazione culturale continua, che di certo non può che far piacere ai Putin di turno), il suo discorso non sta molto in piedi. Come ha scritto Cathy Young: «La visione dell'Occidente liberale come decadente, debole e lacerato da profonde divisioni era comune nelle società autoritarie e totalitarie (compresa la Russia sovietica) già molto prima che esistesse l’attuale definizione di “woke”». E ben più che i pronomi, ad aiutare Vladimir Putin sono stati il gas e il petrolio.
### La guerra, quella vera
URL: https://www.culturewars.it/culturewars-la-guerra-quella-vera/
Last updated: 2023-08-22T20:53:21.000Z
*Ciao*, *sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) *e questa è* ***Culture Wars*** *, la newsletter sulle nuove sensibilità sociali e gli scontri che generano nel nostro mondo. Non ti nascondo che mi sono chiesto se avesse senso inviare questa puntata, dato che la stringente attualità parla di scontri di tutt’altro tipo, immediatamente più letali. Ma siccome ho fatto qualche lettura interessante sugli uni e sugli altri, ho pensato di condividerla con te.*
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## Che cos’è l’Ucraina
Potrebbe sembrarti un titolo naïf, ma non lo è: per sapere cosa c’è in ballo nell’aggressione imperialista della Russia in Ucraina (io ho provato a scriverne [su Esquire](https://www.esquire.com/it/news/attualita/a39199411/ucraina-russia-guerra-democrazia-in-europa/?ref=culturewars.it), con una certa preoccupazione), bisogna prima conoscere un po’ di storia del Paese, e soprattutto di quella della nazione, intesa come quell’insieme di valori e visioni del mondo condivise da chi ci abita.
Gli ucraini hanno sempre pensato all’Ucraina – si intende, al concetto stesso dell’esistenza di una “Ucraina” – in opposizione ai potente di turno che governava il loro Paese: e quindi sono esistite un‘Ucraina contro la nobiltà polacca nel XVI e XVII secolo, un’Ucraina contro l’impero zarista russo ottocentesco, un‘Ucraina contro i bolscevichi della rivoluzione e persino un’Ucraina anti-sovietica. Lo racconta la saggista Anne Applebaum nel suo [ultimo pezzo per l’Atlantic](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/02/ukraine-identity-russia-patriotism/622902/?ref=culturewars.it).
Fast forward a oggi, con Vladimir Putin apparso in tv per spiegare ai russi che l’Ucraina «non è mai stata un vero Stato», e quindi viene considerata dal Cremlino un territorio su cui risulta quasi doveroso mettere le mani.
In realtà, spiega Applebaum, Putin – come tanti prima di lui nel corso dei secoli – vede nell’Ucraina un problema «ideologico»: quello di un Paese che rifiuta di essere assoggettato dai suoi colonizzatori e conquistatori, e che continua a perseguire altre strade, con nuovi orientamenti. Gli è successo nel 2004, con la rivoluzione arancione, e ancora nel 2014, nei giorni di piazza Maidan (che pure non andrebbe idealizzata, avendo avuto in sé una buona parte di manifestanti di estrema destra: ma è un altro discorso). L’invasione armata e le bombe su Kiev sono un modo per affermare le ragioni dell’autoritarismo russo sulle aperture filoeuropeiste e filoatlantiche: ed è qui che la cultura nazionale diventa una chiave per interpretare quello a cui stiamo assistendo.
A essere interessante e rivelatrice è anche la storia del presidente ucraino in carica, Volodymyr Zelensky, il quale fino al 2019 ha lavorato in uno studio cinematografico, Kvartal 95 Club, partecipando a una serie comica, *Sluha Narodu* (letteralmente, «Servitore del popolo»).
Nello sceneggiato, trasmesso per la prima volta nel 2015 e diventato enormemente popolare in Ucraina, Zelensky è un insegnante scolastico bistrattato che si lancia in filippiche contro la corruzione dell’establishment politico ed economico del suo Paese. Filmato da un suo studente e postato online, il video del j’accuse del professore diventa virale e lui stesso inizia a godere di enorme popolarità, finendo per... diventare presidente. Da quel momento, l’alter ego di Zelensky si fa beffe di potenti e personaggi vari che cercano di ingraziarselo per ottenerne benefici personali.
A marzo del 2018, dopo alcuni sondaggi esplorativi commissionati dallo stesso Kvartal 95 Club, lo studio cinematografico fonda un partito politico che si chiama esattamente come la sua serie di successo, Sluha Narodu. L’anno seguente Sluha Narodu partecipa alle elezioni presidenziali con Volodymyr Zelensky come suo candidato, e le vince col 70% dei consensi degli ucraini.
Non so esattamente che cosa tutto questo ci dica dell’Ucraina, dell’Europa, e in generale della contemporaneità e del rapporto con la realtà che stiamo vivendo, ma sono abbastanza certo che sia qualcosa di importante.
## #CultureWarsMeets: Flavio Pintarelli ⬇

È una puntata atipica, questa, e anche **#CultureWarsMeets** si presenta con una variazione sul tema del suo format di interviste domanda-e-risposta: oggi assume la forma di una chiacchierata che ho fatto su un foglio di lavoro Google (eh sì, è il 2022, che vi devo dire) con Flavio Pintarelli, scrittore, consulente di marketing e comunicazione e decano di Twitter con cui ricordo di aver avuto qualche screzio in passato, forse qualche sporadica trollatina, sicuramente alcuni disaccordi.
Insomma, la vediamo diversamente su tante cose, io e Flavio. Ed è per questo, anche – l’altra ragione è che, dissidi a parte, mi è sempre sembrato una persona intelligente – che mi ha fatto molto piacere avere questo scambio di vedute con lui. Lo trovate di seguito (io mi sono appropriato del grassetto): saremmo andati avanti, ma a un certo punto ci siamo detti che avevamo solo un’email a disposizione.
**⪢ Bene, eccoci Flavio, ciao e benvenuto.**
Ciao! Nel gruppo WhatsApp che condivido con un gruppo di amici, qualche tempo fa una persona che conosco ha postato una foto. Ritraeva una ragazza con addosso un paio di Buffalo, le zeppe che andavano di moda negli anni ‘90 e che oggi è piuttosto raro vedere in giro. La foto era accompagnata da un messaggio che prendeva in giro quella persona. Io la conoscevo, era una professionista che aveva a che fare con l’asilo nido che mio figlio aveva frequentato fino a poco tempo prima. Ed era anche una persona con cui, per varie ragioni che non sto qui a spiegare, la mia compagna aveva a che fare anche fuori da quel contesto. La prima cosa che ho pensato vedendo foto e messaggio è stata che la gente dovrebbe smettere di scattare e condividere in giro foto di gente a caso. È un’abitudine odiosa, specialmente quando serve per additare le persone. È pure pericoloso per diversi motivi. Potremmo partire da questo punto, su cui mi pare siamo entrambi d’accordo. Che ne pensi?
**⪢ Siamo assolutamente d’accordo sul punto, e dici bene: tirare in mezzo e additare non personaggi famosi ma persone a caso è un’abitudine pericolosa. Aggiungerei un tassello al ragionamento che secondo me è utile: oggi la “segnalazione” (che intenderei in senso lato) del tuo esempio è una costante delle nostre vite online, tanto che ormai la diamo quasi per scontata; lo screenshot dell’uscita infelice del/la tizio/a, il retweet per condividere coi propri follower una castroneria a cui rispondere, eccetera. Se intersechi questo dato con un’altra caratteristica strutturale dei social, cioè la creazione di enclavi (qualcuno dice: camere dell’eco) in cui la polarizzazione e la decontestualizzazione sono inevitabili, ecco che secondo me il problema diventa “di sistema”. Detto questo, una soluzione immediata forse non c’è, e ovviamente non tutte le “segnalazioni” sono gogne, ma mi sembra che in troppi non si accorgano del giochino crudele che alimentiamo, tutti. Tu che ne pensi?**
Sono d’accordo sul punto. Ci vuole una grandissima consapevolezza di se stessi e del mezzo per accorgersi di queste dinamiche e una forza di volontà ancora più grande per resistervi, perché le piattaforme sono progettate apposta per condividere dati e i device per registrarli dentro e fuori di noi. La domanda che mi faccio, e così arriviamo al punto su cui non eravamo d’accordo quando abbiamo deciso di uscire da Twitter e provare a confrontarci in modo più disteso, è se tutto questo può essere definito una cultura e, nello specifico, se questa è la cosiddetta *cancel culture*. Nel [dizionario Treccani](https://www.treccani.it/vocabolario/cultura/?ref=culturewars.it), tra le altre definizioni che il termine cultura «è passato a indicare genericamente, nella letteratura, nella pubblicistica e nella comunicazione di questi ultimi anni, l’idealizzazione, e nello stesso tempo la scelta consapevole, l’adozione pratica di un sistema di vita, di un costume, di un comportamento». Siamo davvero consapevoli del fatto che adottiamo questi comportamenti? Se sì, quanto lo siamo? Non ho una risposta netta, ma sono portato a pensare che la nostra consapevolezza sia, qui, circuita in qualche modo. Magari non nel modo completamente automatizzato a cui pensa Shoshanna Zuboff in *Il capitalismo della sorveglianza*, ma in un modo più sottile forse sì.
**⪢ Quello della consapevolezza è un tema importante, e su cui non posso che essere d’accordo con te: siamo, effettivamente, circuiti su base giornaliera, a ogni shitstorm, a ogni login. Facendo discorsi simili con altre persone, ho maturato l’idea che quel “culture” a me, personalmente, convince nella misura in cui sembriamo tutti dare assurdamente per scontato che quelle dinamiche siano il modo più “normale” di vivere e d’agire: qualche settimana fa ho raccontato la vicenda di West Elm Caleb, un anonimo ragazzo newyorkese finito nel tritacarne di TikTok perché, beh, aveva fatto lo scemo con troppe ragazze con cui si vedeva, finendo in gogne incrociate da centinaia di migliaia di visualizzazioni. In questo senso, secondo me, esiste un problema “culturale”: ovvero passi la celebrità, passi il libro, passi il film, passi a maggior ragione la statua… ma davvero non ti poni due domande – tu generico, ovviamente – prima di rischiare di rovinare l‘esistenza letteralmente al primo che passa? Poi, va detto, c’è un problema di appropriazione del termine: dire “cancel culture” e dire “woke” chiama subito alla mente personaggi di dubbio gusto e pessime frequentazioni. Butto la palla nel tuo campo con un‘ultima considerazione/domanda, però: quando in certe nicchie leggo che “la cancel culture non esiste”, devo pensare che non esiste quella pantomima apocalittica che ne fa la destra, o che non esiste quel che ci leggo io, cioè la montagna di problemi data dal lasciare interazioni complesse e rappresentazione sociale agli algoritmi? Perché mi pare che nella foga di smentire il primo significato, si chiuda più di un occhio sul secondo.**
Il tema dell’appropriazione ci avvicina al nucleo più caldo di questa conversazione. Possiamo usare questi termini in modo neutro, senza richiamare quella che tu definisci “pantomima apocalittica”? A me risulta molto difficile, ed è una parte consistente del problema che ho con tante e tanti intellettuali che provano a tradurre il dibattito americano in Italia. Anche se partono da una posizione liberale o progressista, tendono a finire per appropriarsi di termini fin troppo caratterizzati politicamente. Quindi, per rispondere, alla tua domanda, sono convinto che chi dica che “la cancel culture non esiste” lo dica riferendosi all’uso contundente che la destra fa del concetto nel dibattito pubblico. Non ho il metro per valutare se chi lo fa poi chiuda un occhio anche sulla “montagna di problemi” di cui parli che, come abbiamo convenuto, sono reali e pericolosi. A occhio direi di no, o almeno, non è così nel mio caso. Solo che credo sarebbe più utile parlarne in altri termini, piuttosto che evocare la “cancel culture” con tutti i suoi portati e precipitati politici. Notando per esempio che nella genealogia di questi comportamenti c’è tutta la retorica dell’*empowerment* del consumatore che per decenni ha trainato lo sviluppo di applicazioni e piattaforme. Il digitale ha permesso di costruire la soggettività consumatrice come qualcosa dotato di una forza irresistibile e gli ha messo a disposizione strumenti potentissimi per esercitare questa forza. Ma dal momento che le tecnologie digitali non si limitano a mediare la relazione tra consumatori e aziende, ma anche quella tra persone e persone, le stesse dinamiche di trasmissione dell’informazione si sono scatenate anche su singoli individui. È un tratto della cultura contemporanea? Senz’altro. Ma descriverlo come “cancel culture” è utile per capirlo? Io penso di no, perché così facendo lo si carica, anche involontariamente, di un senso politico che tendenzialmente non ha e quest’azione non porta benefici se non a quei “personaggi di dubbio gusto e pessime frequentazioni” di cui parlavi prima. Perché più si slabbra il senso della parola, più viene reso vago e adattabile a cose diverse con l’uso, più è facile contrabbandare quello che ne è il nucleo più profondo: ovvero un tentativo di reprimere gli sforzi che le minoranze stanno facendo per affermare il proprio diritto a prendere parola, [a chiedere e pretendere i microfono](https://www.internazionale.it/opinione/claudia-durastanti/2020/07/17/passare-microfono-altri-cancel-culture?ref=culturewars.it).
**⪢ Ho letto al tempo l’articolo di Claudia Durastanti su Internazionale che linki, e devo dirti che lo trovai (e lo trovo ancora) profondamente sbagliato, proprio nel definire i contorni del problema: dire che quel ginepraio su cui si mette l’etichetta di “cancel culture” (ma sull’uso del termine torniamo) ha sfondato a sinistra con la missione consapevole e definita di «difendere la libertà di espressione» mi sembra una contraddizione in termini: dal mio punto di vista vale sostenere che ci si può scandalizzare di fronte a vestiti scollati con nel cuore un incrollabile sostegno all’emancipazione femminile. E derubricare tutte le piccole e meno piccole derive di cui discute il mondo culturale statunitense – parlo, ovviamente, di quello di gusti e frequentazioni accettabili, non dei fasci più e meno mascherati – a un’«aggressività gioiosa» dei «nuovi arrivati» (in realtà sono spesso “vecchi arrivati”, che hanno colto la palla al balzo per darsi una rimodernata) beh, è un modo molto fantasioso di inquadrare la questione, perché ci sono «aggressività» che di gioioso hanno poco o nulla, e sono messe in campo da bianchi cis-etero – prendendo in prestito il vocabolario intersezionale – che continuano ad avere il microfono di sempre ben saldo fra le mani. Poi ovvio, la casistica è infinita e sui social ci sono anche comunità e gruppi di attivismo che hanno effettivamente fatto passi da gigante (mi viene in mente Non una di meno), ma non credo che il tema sia inquadrabile unicamente dietro la lente riduttiva e un po’ scorretta dell’intellettuale (o non intellettuale) che si trova a patire un dolente disagio di fronte al ridimensionamento dei suoi privilegi: c’è chi sarebbe in teoria un «nuovo invitato» alla festa ma di privilegi continua a non averne, perché gli approcci “woke” di cui parla Durastanti sono volutamente confinati ad alcune società e determinati sotto-gruppi in cui si entra solo padroneggiando certi codici, e chi – almeno secondo Durastanti – avrebbe dovuto far parte della festa per una vita intera, ma nei fatti non ha mai visto volare mezzo palloncino.**
**Però, chiudendo il pippone, torno al tema cardine: sì, credo tu abbia ragione quando parli della problematicità dell’uso di quel termine, dell’espressione che si slabbra e finisce per creare portati che non fanno che peggiorare la situazione e venire strumentalizzati a destra. Solo, a tutti gli effetti, non saprei che altro termine usare, a meno di optare per circonlocuzioni (cosa che comunque cerco di fare). E secondo me questa mancanza di espressioni alternative è (anche) una fotografia fedele e problematica di come approcci come quello del pezzo di Internazionale ci portano fuori strada. La dico male, ma con un riassunto che mi pare fedele a questa prospettiva: se tutto sommato “nothing to see here” e, anche quando fanno danni materiali a persone innocenti, le gogne algoritmiche sono tutt’al più un eccesso «gioioso», un peccatuccio veniale da inesperti che pagano il loro buon cuore nel maneggiare un nuovo microfono, allora perché mai dovremmo parlarne?**
## **Altre news dal fronte**
- Notizie scoraggianti dal Texas, dove il governatore repubblicano Greg Abbott è tornato a far danni, emanando una [direttiva](https://www.nbcnews.com/nbc-out/out-politics-and-policy/texas-governor-calls-citizens-report-parents-transgender-kids-abuse-rcna17455?ref=culturewars.it) destinata al personale sanitario e ai «*members of the general publi*c» – cioè a chiunque – che invita a segnalare alle autorità statali i genitori di minorenni sottoposti a «procedure elettive per la transizione di genere». Abbott auspica nella sua lettera al Dipartimento della Famiglia «un’indagine pronta e minuziosa», dopo che pochi giorni fa il procuratore generale Ken Paxton aveva fornito un’opinione legale secondo cui somministrare farmaci bloccanti della pubertà e terapie ormonali agli adolescenti va trattato dalla legge texana come un abuso su minore. Anche se non è legalmente vincolante, la direttiva del governatore contribuisce a creare un clima di sospetto attorno ai processi di transizione, connotandoli come atti intrinsecamente criminali. In realtà le maggiori sigle di categoria della sanità americana – l’associazione dei medici, quella dei pediatri, quella degli psicologi – sostiene che la cosidetta *gender-affirming care* è una necessità medica per tanti adolescenti che sperimentano la disforia di genere. La Endocrine Society, associazione internazionale degli specialisti di endocrinologia, ha commentato con una nota in cui si legge: «La direttiva del governatore riflette una diffusa disinformazione sulle cure gender-affirming. Quando i ragazzini provano la sensazione che la loro identità di genere non corrisponda al sesso registrato alla nascita, la prima linea d'azione è sostenerli nell'esplorazione della propria identità di genere e fornire supporto per la salute mentale, se necessario».

- Il New York Times, cioè il primo giornale del mondo, ha diffuso una [campagna pubblicitaria](https://www.nytimes.com/subscription/truth/independent-life?ref=culturewars.it) basata su alcuni video che centinaia di migliaia di persone hanno visto in loop nei luoghi più trafficati delle principali città statunitensi. Una dei sette protagonisti-lettori tipo della réclame è Lianna, una donna queer nera: usando un collage di rielaborazioni di titoli della testata (sul sito del Times, dove l’adv appare in versione lievemente diversa, sono linkati e cliccabili), la pubblicità costruisce un suo identikit in terza persona, celebrando il reporting e le prese di posizione del giornale. E così per Lianna ci sono «[is Harmony of Flavors](https://www.nytimes.com/1980/11/16/archives/food-a-harmony-of-flavors.html?searchResultPosition=1&hs%5Fid=12345678&ref=culturewars.it)», «[Breaking the Binary](https://www.nytimes.com/2018/07/11/style/phluid-project-nonbinary-fashion.html?hs%5Fid=12345678&ref=culturewars.it)», «[Queer Love in Color](https://www.nytimes.com/2018/06/21/us/queer-love-in-color.html?hs%5Fid=12345678&ref=culturewars.it)», ma anche «[Reimagining Harry Potter Without Its Creator](https://www.nytimes.com/2020/06/12/style/jk-rowling-transgender-fans.html?hs%5Fid=12345678&ref=culturewars.it)», che si rifà a un articolo del Nyt dedicato ai fan della saga che si distanziano da J. K. Rowling per via dei suoi noti commenti sul genere e la transessualità. Sugli schermi delle stazioni e delle metropolitane, Lianna è apparsa così.

Premetto – come ho [già scritto](https://culturewars.davidepiacenza.it/issues/culturewars-harry-potter-e-la-camera-dei-flame-924148?ref=culturewars.it) su questi lidi – che le posizioni di Rowling, su cui non vale la pena di tornare in due righe, sono criticabilissime, e che come tali possono attirare tutte le prese di posizione che attirano. Quella in foto, però, non è una posizione: come dicevamo, è il più grande giornale del mondo. Ed è ritratto nell’atto di sfruttare a fini di marketing la lecita antipatia e l’acceso odio che una parte del pubblico che vorrebbe raggiungere prova per un personaggio pubblico, sperando di vendergli copie e abbonamenti. Si tratta, insomma, di un colpo bassissimo, sotto qualunque luce lo si voglia vedere. E non solo e non tanto perché il Times è o dovrebbe essere un’istituzione secolare moderata, e che ha fatto del soppesare le parole e gli atti uno dei suoi marchi di fabbrica, ma anche perché lo scontro che coinvolge Rowling e i suoi detrattori ha raggiunto livelli di spiacevolezza già ben oltre il livello di guardia da anni: per quale motivo soffiare sul fuoco, in modo peraltro così becero ed esposto al pubblico? Leggevo un thread su Twitter dedicato alla questione, che non mi ha convinto su ogni punto ma ne ha sottolineato uno fondamentale: oltre a risultare sconveniente nel migliore dei casi e di un bullismo censorio nel peggiore, la campagna del New York Times fa danni perché, prendendosela in modo così meschino con la scrittrice più famosa del mondo, legittima dal suo influente pulpito la possibilità di sminuire en passant le donne del settore (l’autrice di Harry Potter non è nemmeno chiamata per nome, nell’adv), che ancora oggi faticano infinitamente più dei colleghi uomini a raggiungere uno status paragonabile a quello di J. K. Rowling (per accorgersene, basta pensare a quante scrittrici viventi accostabili al livello di fama di Rowling vengono in mente senza pensarci su troppo). *Shame, shame, New York Times*.
> Let's move on to my third problem with the ad. Throughout modern history (and let's not even get into before that) female authors have struggled to be read. To have their voices and stories heard, they've had to publish anonymously or as men. Cutter Bell. George Eliot. Anon.
>
> — James Barry (@JamesBarry1789) [February 19, 2022](https://twitter.com/JamesBarry1789/status/1495153008300392449?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
### Il colore dell’elfo
URL: https://www.culturewars.it/tolkien-colore-elfi-inclusione/
Last updated: 2023-08-22T20:52:42.000Z
*Eccoci, sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) *e questa è la mia newsletter* ***Culture Wars*** *, giunta alla sua dodicesima (di già?) edizione.*
*Siamo ormai a una manciata di iscritti da quota 1000, un risultato a cui non speravo di arrivare in soli due mesi, e di cui ringrazio te e le dozzine di persone che mi supportano con segnalazioni, commenti, complimenti e soprattutto condivisioni di storie personali: ho scoperto un mondo fatto dei vissuti e delle provenienze più varie, e sono lusingato (oltre che, devo dire, responsabilizzato) dal poter parlare a un uditorio già così vario.*
*Siccome ci sono tanti nuovi arrivati, due parole sullo spirito e la “mission” – direbbe un pubblicitario milanese scarso – che animano questa newsletter: qui si raccontano le “culture wars”, un termine-ombrello di cui è difficile definire il perimetro, ma riassumibile in: gli incontri/scontri fra norme e sensibilità sociali agli antipodi, causati da società e tecnologie in rapida (e caotica) evoluzione, e che spesso finiscono sui media in modo fuorviante. Lo si fa senza un’incrollabile affiliazione settaria da difendere a ogni costo (ovvero: senza le proverbiali fette di salame sugli occhi), senza verità in tasca, senza doppi standard.*
*La mia prospettiva è quella di un progressista di orientamento universalista (si parva licet, ehm, quella di un Barack Obama, per fare un esempio pratico), ma qui cerco di analizzare i temi del momento con la ponderatezza e l’ampiezza di voci che si devono alle cose complesse e importanti. Certo, per qualcuno – pochi, per fortuna – risulterà sempre più confortevole e a suo modo rassicurante leggere “disamine” che ricalcano le “discussioni” che vanno in scena su Twitter. Cioè cose tipo:*
> *«* ***La petizione sullo schwa è merda fascista, e chi la sostiene un reazionario. Punto!*** *» (14255 like, dopamina a mille)*
> *«* ***Chi vuole lo schwa vuole la morte della lingua e sarà spazzato via dalla storia. Vergognatevi!*** *» (32859 like, dopamina idem)*
*Come suonano bene, eh?*
*No, mi spiace per la dopamina: a me un mondo così non piace. Capisco che trovare un’unica “parte”, magari ideologicamente definita con religiosa precisione, a cui attribuire ogni male possa rivelarsi più comodo, ma purtroppo e per fortuna la realtà è un’altra cosa: là fuori non ci sono solo incel e femministe intersezionali e suprematisti bianchi e terf e influencer inclusivi, eccetera. E non solo: sarebbe bello se nell’epoca degli shistorm capillari le accuse di transfobia colpissero solo i transfobi, tanto per dirne una, ma – surprise! –* [*le piattaforme social non funzionano così*](https://www.vox.com/the-highlight/22543858/isabel-fall-attack-helicopter?ref=culturewars.it)*.*
*Senza contare – ed è un altro punto dirimente – che non tutti quelli che non la pensano come noi sono mostri che mettono a repentaglio il pianeta: non lo sono tanti cinquanta-sessanta-settantenni, a partire dai miei genitori (i quali pur non conoscendo lo schwa si taglierebbero un braccio prima di mancare di rispetto a chicchessia), e non lo sono le moltissime persone comuni che hanno prospettive da persone comuni, e come tali spesso lontane dalla piena comprensione di questi temi. Questo macro-insieme non va preso a schiaffi digitali, ma semmai coinvolto in un discorso che possa iniziare a far suo. Nell’interesse di tutti.*
*Se è possibile – e secondo me lo è – trovare un minimo terreno di incontro fra le maggioranze che non passano la loro quotidianità a insultarsi a squadre su Twitter, nel mio piccolissimo continuerò volentieri a provarci. Limitarsi a definire un Cattivo onnipervasivo e valutare di conseguenza la realtà con l’uso di un ossessivo bilancino – come se in fondo si trattasse di un gioco a punti – è un modus operandi che rasenta la follia e fa danni.*
*Tutto questo, ovviamente, traslato nel campo politico non significa che non esiste un’alt right più immediatamente pericolosa di una «alt left», cosa che è nei fatti e non va persa di vista, ma si devono valutare tutti i fenomeni degli anni che stiamo vivendo, non solo quelli che ci rimboccano le calde copertine di una cosmogonia sempre più manichea. Per tutto il resto ci sono gli algoritmi e le camere dell’eco, che lascio volentieri a chi ne abusa.*
*\*mic drop\**
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## “Mamma, ho visto un elfo di carnagione scura”
Il 2 settembre debutterà su Prime Video *Il Signore degli anelli: Gli anelli del potere*, attesissimo – e costosissimo – prequel di Amazon della saga fantasy più popolare della storia: nei giorni scorsi Vanity Fair ha [anticipato](https://www.vanityfair.com/hollywood/2022/02/amazon-the-rings-of-power-series-first-look?ref=culturewars.it) alcune immagini della nuova produzione, di cui poi il mondo ha visto il primo teaser [trailer](https://www.youtube.com/watch?v=AZGgV%5FO5WgQ&ref=culturewars.it) durante il Super Bowl.
Tra le novità della serie, ambientata qualche migliaio di anni prima dei film che tutti abbiamo visto vent’anni fa, durante la Seconda Era, ce ne sono alcune all’insegna della *diversity*: l’attore portoricano Ismael Cruz Córdova interpreta Arondir, il primo elfo di colore rappresentato dalla saga; il comico britannico Lenny Henry un pelopiedi, antenato degli hobbit, e la connazionale Sophia Nomvete è Disa, principessa dei nani (sia Henry che Nomvete sono neri).
Nemmeno a dirlo, l’innocente novità ha fatto discutere: la sempre vispa stampa italiana, a rimorchio – seppure in versione telefono senza fili – di quella populista anglofona, ha raccontato in ogni salsa un «omaggio all’ormai onnipresente politically correct» (il Fatto Quotidiano), ma anche alcuni fan hanno considerato le scelte di casting una sorta di tradimento del contesto medieval-scandinavo originario della saga tolkieniana (vale la pena sentire il commento in merito dello youtuber comico Fatal Jay, che dà qualche spunto di riflessione – in sostanza: ci vede una virata verso un universo à la Game of Thrones – e viene da una persona nera). Poco sorprendentemente, la questione ha anche attirato diversi strali da parte di [cripto-razzisti](https://twitter.com/grugongo/status/1489435948609847296?ref=culturewars.it) che hanno imbracciato le tastiere per condannare la svolta “politically-correct” di un’opera di fantasia: *uh, gravissimo*.
La lettura “socio-politica” di Tolkien, in ogni caso, non è una notizia di questi giorni. Gli esperti [si interrogano da decenni](https://theconversation.com/was-tolkien-really-racist-108227?ref=culturewars.it) sulle chiavi di interpretazione del Signore degli anelli: per alcuni sarebbe la quintessenza di visioni bigotte e razziste della società, esemplificate dalla divisione Ovest-Est su un piano valoriale (occidente buono/oriente assai meno buono) e dall’alterità incarnata dagli orchi (mostri dagli occhi a mandorla e dalla carnagione scura); altri ricordano che Tolkien si è speso in prima persona per denunciare le teorie della razza del nazismo, dando peraltro del «dannato piccolo ignorante» allo stesso Hitler.
Citando la docente Dimitra Fimi, dal suo gran bell’articolo appena linkato:
> L'ideologia è una cosa potente e il suo ruolo nella letteratura è complicato. Ci sono autori che scrivono con un'agenda sociale o politica. E ci sono autori che non lo fanno, ma la loro visione del mondo, le loro convinzioni e i loro valori sono impliciti nei testi che producono. Credo che i pregiudizi razziali di Tolkien siano impliciti nella Terra di Mezzo, ma i suoi valori – amicizia, amicizia, altruismo, coraggio, tra molti altri – sono espliciti, il che crea un mondo complesso e più interessante.
La produttrice esecutiva della serie, Lindsey Weber, si è giustificata spiegando: «Ci sembrava naturale che un adattamento dell’opera di J.R.R. Tolkien riflettesse l’aspetto che ha il mondo. Tolkien è per tutti. Le sue storie riguardano razze fittizie che danno il loro meglio quando lasciano l’isolamento delle loro culture e uniscono le forze».
Non riesco a darle torto. E a maggior ragione dopo aver letto [sul Guardian](https://www.theguardian.com/books/2021/feb/22/namina-forna-lord-of-the-rings-jrr-tolkien-fan-the-guilded-ones?ref=culturewars.it) l’autrice sierraleonese Namina Forna che racconta la sua infanzia di bambina innamorata del Signore degli anelli che non riesce a trovare una saga fantastica che racconti il mistero magico dell’Africa, un continente ridotto – negli Stati Uniti del suo approdo di migrante – al ritratto monodimensionale dell’oppressione razziale (eppure, scrive Forna, «l’essere neri era molto di più che lottare»).
Dall’Inghilterra vittoriana di Tolkien il mondo è decisamente cambiato, e non pare così ardito immaginare che l’allargamento del cast sia in realtà perfettamente in linea con lo spirito originario dell’opera. E d’altronde, come ha detto a Vanity Fair la tolkienologa Mariana Rios Maldonado: «Era ovvio che ci sarebbero state resistenze, ma la domanda è: da chi? Chi sono queste persone che si sentono così minacciate o disgustate dall'idea che un elfo sia nero o latino o asiatico?».
## Vita d’Adele

La scorsa settimana si è parlato parecchio di un commento fatto alla premiazione dei Brit Awards da Adele. La celebre cantante britannica, nel discorso di accettazione del nuovo premio «Artist of the Year» (che da questa edizione ha rimpiazzato i precedenti «Best Male» e «Best Female Artist»), ha detto:
> Capisco perché il nome di questo premio è cambiato, ma amo davvero essere una donna ed essere un'artista donna. Lo adoro!
Poi sono successe due cose strane: la prima è che qualche folle ci ha visto un discorso transfobico, e quindi teso a escludere le persone trans (perché? Buona domanda, a cui non so rispondere). La seconda, più grave, è che alcuni tabloid e media conservatori hanno ripreso queste reazioni, oggettivamente limitate nel numero a qualche rimbambito che passa troppo tempo su Twitter, e ci hanno costruito un caso: quello di Adele [accusata di transfobia](https://pagesix.com/2022/02/09/adele-says-i-love-being-a-woman-at-gender-neutral-event/?ref=culturewars.it) dalla comunità Lgbt tutta (il New York Post è riuscito persino nel capolavoro di indicare fra le critiche più feroci ricevute da Adele un [tweet volutamente ironico](https://twitter.com/puumph/status/1491322925718589442?ref=culturewars.it)).
Nemmeno a dirlo, i sempre attenti giornali italiani ci si sono buttati a pesce: «Adele sotto attacco perché ama “davvero essere una donna”. L’accusa principale che le viene mossa? Transfobia» (Il Fatto Quotidiano); «Adele attaccata per la frase detta ai Brit Awards» (Corriere della Sera); «Il discorso ai Brit Awards scatena il dibattito transfobico» (Repubblica).
Così si fabbrica una non-notizia: si prende un tema divisivo, non si verifica come si sono svolti realmente i fatti (o, peggio, si verifica e si chiude un occhio, diciamo) e si crea il titolo clickbait. I commenti di due o tre persone – di cui almeno una sarcastica – presi per dittatura del politicamente corretto™ da un gruppo più ampio, a sua volta accusato di fare discorsi d’odio da un gruppo avversario. È il trionfo dell’infosfera come “realtà alternativa”, in cui volendo si può passare la vita a darsi addosso sulla base del nulla cosmico.
Un consiglio? Evitiamolo.
## **Altre news dal fronte**
- Ringrazio il lettore Dario P., che ha segnalato [questo caso](https://reason.com/volokh/2021/01/15/tenured-law-prof-apparently-suspended-for-racial-harassment-lawsuit-problem-on-a-civil-procedure-exam/?ref=culturewars.it) interessante che riguarda un professore di giurisprudenza alla University of Illinois Chicago: Jason Kilborn si è visto sospeso dal suo ateneo perché in un test di procedura civile sottoposto alla sua classe si citava un caso di discriminazione lavorativa ai danni di una donna afroamericana. Nel testo, in precedenza sottoposto agli studenti in questa forma per più di un decennio, si leggeva: «\[...\] chiamandola “n\_\_\_\_” e “b\_\_\_\_” (espressioni oscene dirette agli afroamericani e alle donne)». I due epiteti erano scritti così, non li ho censurati io qui: prima lettera e trattini. E, ovviamente, il contesto era quello di una casistica giurisprudenziale da insegnare agli aspiranti avvocati, dunque di quanto più lontano dal razzismo esista. Eppure i corsi di Kilborn sono stati sospesi dopo proteste di parte del corpo studentesco e un pronunciamento ufficiale dell’università: bella forza. Il professore ha commentato l’incredibile vicenda [al Chicago Tribune](https://www.chicagotribune.com/columns/clarence-page/ct-column-race-language-law-school-uic-page-20210518-de2ic4uu6fh3xa3veuzzvedofq-story.html?ref=culturewars.it) dicendo: «Se non riusciamo nemmeno a tirare fuori una versione rispettosamente abbreviata di una parola che compare nel contesto della discriminazione sul lavoro, allora quali sono i confini?»;

- Black Lives Matter – l’organizzazione al vertice del movimento, si intende, che si chiama Black Lives Matter Global Network Foundation – sta vivendo un periodo difficile: dopo aver rimandato il termine entro cui dovrà chiarire [che fine hanno fatto i 60 milioni di dollari](https://nymag.com/intelligencer/2022/01/black-lives-matter-finances.html?ref=culturewars.it) che ha ricevuto in donazioni, ora – ha [rivelato](https://www.washingtonexaminer.com/news/revealed-clinton-world-takeover-of-black-lives-matter?ref=culturewars.it) il quotidiano conservatore Washington Examiner – ha accolto a bordo due ex colonnelli del clintonismo: l’avvocato Marc Elias e Minyon Moore, direttrice degli affari politici della Casa Bianca di Bill Clinton negli anni Novanta. Moore, che ora siede nel board della BLM Global Network Foundation, oggi è presidente una società di lobbying che protegge gli interessi di aziende di estrazione di gas naturale e cliniche private, e sta anche lavorando con Lyft e Uber [per ostacolare la sindacalizzazione](https://twitter.com/lhfang/status/1493997505301811200?ref=culturewars.it) dei driver in Massachusetts. Come si diceva? La realtà è complessa;

- Sempre rimanendo negli Stati Uniti, in California San Francisco ha votato a grande maggioranza per rimuovere tutti e tre i membri eleggibili del board dell’istruzione cittadina, tra cui la presidente Gabriela López e il suo vice Faauuga Moliga. Sui media nazionali – dato che il consiglio scolastico si era distinto per alcune iniziative non propriamente condivise, come [l’aver tentato invano di ribattezzare](https://www.nytimes.com/2021/04/07/us/san-francisco-schools-names.html?ref=culturewars.it) scuole pubbliche intitolate a Lincoln e Washington per i legami delle due figure storiche con lo schiavismo – la notizia si è immediatamente tinta di *ah, un’altra sconfitta della wokeness!* In realtà, ha [scritto](https://www.motherjones.com/politics/2022/02/san-francisco-school-board-recall/?ref=culturewars.it) Clara Jeffery sul sito progressista Mother Jones, la questione aveva molto più a che vedere con un’obiezione più antica: i genitori erano stufi di avere a che fare con inetti, le cui imprese sono andate ben oltre la querelle sul nome di Lincoln. Quando si fanno processi faziosi, occhio agli imputati costruiti ad arte;

- Consigli per gli acquisti: la prima settimana di marzo usciranno due libri interessanti, che parlano di tanti argomenti di cui trattiamo anche in questa newsletter, con le voci di gente brava: *Non si può più dire niente?* (Utet), un incontro tra 14 autori e autrici in disaccordo fra loro «contro la polarizzazione» (ci sono, tra gli altri, Raffaele Alberto Ventura, Jennifer Guerra, Elisa Cuter, Matteo Bordone e Laura Tonini) e *Sociability* (Piemme), del prode Francesco Oggiano, «un libro per capire meglio come funzionano i social, e soprattutto come funzioniamo noi dentro i social».

### La famosa petizione contro lo schwa
URL: https://www.culturewars.it/petizione-contro-schwa/
Last updated: 2023-08-22T20:52:07.000Z
*Ciao*, *qui* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter)*, scribacchino professionista e genitore di* ***Culture Wars*** *, la famosa \[citazione necessaria\] newsletter che ti aiuta a capire il politicamente corretto e a dire addio agli shitstorm in rete, che fanno male alla tua salute e a quella degli altri.*
*Questa settimana la puntata è tutta dedicata a un grafema di cui hai sentito parlare, lo schwa (*ə)*, ed esce eccezionalmente di giovedì per “stare sul pezzo”, come dicono quelli bravi.*
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## Di cosa parliamo, in breve
La maggioranza conosce gli antefatti, ma li riassumo per chi si fosse distratto: in settimana Massimo Arcangeli, stimato linguista e professore universitario, ha avviato una [petizione](https://www.change.org/p/lo-schwa-%C9%99-no-grazie-pro-lingua-nostra?ref=culturewars.it) contro l’uso della vocale media ə, da qualche anno diffuso fra le sottoculture queer e gli attivisti di sinistra come stratagemma “inclusivo”, e di cui negli ultimi tempi si parla – in modo spesso goffo e non centrato – anche sui giornali e media mainstream.
Nel testo dell’appello, che mentre scrivo è stato firmato da circa 15mila persone, si parla di una «proposta di una minoranza che pretende di imporre la sua legge a un'intera comunità di parlanti e di scriventi», una «pericolosa deriva, spacciata per anelito d'inclusività da incompetenti in materia linguistica».
È superfluo aggiungere che la petizione ha generato un prevedibile bailamme, e che da qualche giorno in diverse bolle socialmediali non si parla d’altro: Arcangeli e i suoi co-firmatari hanno indicato come pistola fumante della «pericolosa deriva» una serie di verbali redatti dalla Commissione per l'abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario, un importante organo dell’istruzione italiana, in cui lo schwa è stato utilizzato (peraltro in modo piuttosto goffo e ignorante) in un contesto burocratico e, va da sé, pubblico; un segnale, secondo gli estensori della petizione, delle proporzioni del fenomeno di imposizione in atto.
Dal mio punto di vista, certamente quella Commissione ha commesso un atto abbastanza grave e da rettificare, e – più in generale – non credo che lo schwa sia una soluzione percorribile ed efficace per la vera, “materiale” inclusione non solo di alcune, ma di (possibilmente) tutte le minoranze. Inoltre, sono convinto che al momento il ricorso allo ə rappresenti più che altro un segno distintivo di appartenenza a una famiglia politica, o una generica manifestazione di supporto a una serie di cause.
La petizione, tuttavia, a mio modo di vedere va oltre queste critiche, ammantando il grafema di un portato para-apocalittico che non riesco a vederci: per me, come dicevo, è anzitutto il segno di riconoscimento di una nicchia, e finché non verrà imposto dall’alto (un’ipotesi che mi pare francamente lontana) non vedo perché parlarne in questi termini preoccupati, in un modo che porta a irrigidire le posizioni e fomentare una certa violenta esasperazione nel dibattito.
E questi erano i miei 2 cent. Per fortuna, però, in questa puntata di Culture Wars ci sono anche cent molto più competenti: quelli di **Vera Gheno**, sociolinguista che è tra i primi sostenitori dello schwa, e di **Yasmina Pani**, linguista che ha invece firmato la petizione di Arcangeli. Vi parleranno delle loro ragioni a supporto dell’una e dell’altra parte, con la prospettiva di chi si occupa di lingua per mestiere.
Ringrazio molto entrambe di essersi prestate a queste due brevi interviste. Per te invece, se lo accetti il mio consiglio è sempre quello: fatti un’idea misurata, e solo dopo – se proprio ci tieni – prendi a sassate il primo che passa su Instagram, Facebook e Twitter.
## #CultureWarsMeets: Vera Gheno ⬇

**⪢ La recente petizione “contro lo schwa” firmata, tra gli altri, da Barbero, Cacciari e Flores d'Arcais definisce il grafema «la proposta di una minoranza che pretende di imporre la sua legge a un'intera comunità di parlanti e di scriventi». Cosa pensi di questa critica?**
Penso che la petizione contenga una fallacia, rispetto a questa affermazione: lo schwa, più che una «proposta», è uno tra gli espedienti linguistici sperimentali impiegati da una minoranza che non si trova a proprio agio con il maschile e il femminile, in quanto non sente di appartenere a questa dicotomia; tale minoranza mai si è sognata di imporre né lo schwa né gli altri esperimenti linguistici, che all’interno di determinati contesti (collettivi Lgbt+, gruppi transfemministi, eccetera) sono usati da più o meno una decina di anni, ad anima viva. Le persone non binarie, che sono a tutti gli effetti membri della comunità dei parlanti, hanno tutto il diritto di sperimentare con la propria lingua per adeguarla alle proprie esigenze, esattamente come chiunque altro. Ovviamente, la questione cambierebbe se davvero ci fosse qualche intento impositivo sul resto della società, ma così non è.
Se il problema è che, per volere di uno o più membri di una commissione dell’Asn, i verbali di quella commissione sono stati redatti usando (male, in maniera discontinua e confusa) lo schwa, direi che la strada sarebbe stata quella di sollevare dubbi sul suo operato, scrivere al ministero competente, non certo iniziare una petizione che si sta configurando come una violenta conta delle teste ostili alla fluidità di genere (o che non la comprendono).
**⪢ Hai parlato dello schwa come di un «esperimento» linguistico, e come tale senza pretese di una prossima adozione massificata: è un modo per discutere di ciò che vi sta alla base, insomma, cioè il ruolo della lingua nell'inclusione sociale. Se la discussione finora sembra ostaggio di polarizzazioni da social – ma su questo tornerei con la prossima domanda – l'esperimento, invece, al momento può dirsi riuscito?**
Come si misura il successo di un esperimento? Quando io mi son messa a studiare l'uso dello schwa, questo era già impiegato in contesti specifici, come detto sopra. Non penso che a nessuna delle persone che impiegano lo schwa (o la u, o l'asterisco, o altro) interessi davvero il giudizio della "massa" rispetto a quegli specifici esperimenti linguistici. Se però la bontà dell’esperimento si misura sulla sua capacità di avere acceso un dibattito rispetto a una diversità finora ignota ai più, direi che è un successone. In fondo anche questa petizione, pur portando una polarizzazione assolutamente non necessaria, sta facendo sì che ancora più persone si interessino alla questione...
**⪢ In generale, un aspetto che trovo importante – e, per quel che vale, molto in linea con lo spirito di questa newsletter – del tuo modo di rapportarti al dibattito è che mantiene una ragionevolezza e una “laicità” di fondo che altre persone, da una parte e dall'altra delle barricate, sembrano aver perso. Quale pensi che sia il più grosso limite del modo in cui si discute di questo tema?**
Da una parte, abbiamo una minoranza di persone che subiscono vessazioni da secoli (consiglio di leggere il bellissimo volume *Queer. Storia culturale della comunità Lgbt+* di Maya De Leo); secondo me, che ci sia rabbia lì in mezzo è sacrosanto. Dall'altra, abbiamo una maggioranza che non si rende conto dei privilegi – anche linguistici – che ha sempre detenuto. Quindi, il più grosso limite di questa polarizzazione continua, a mio avviso, a essere l'incapacità di ascoltare un’istanza che proviene da chi, fino a tempi recenti, non ha mai avuto una voce pubblica.
## #CultureWarsMeets: Yasmina Pani ⬇

**⪢ Figuri tra i firmatari della petizione contro lo schwa, che parla di «una pericolosa deriva, spacciata per anelito d'inclusività da incompetenti in materia linguistica»: da linguista, perché ti trovi d’accordo con questa definizione?**
Si tratta di una deriva perché è l’estremizzazione di una battaglia che inizialmente poteva essere sensata (sostanzialmente quella per i femminili di mestiere) e che non violava in nessun modo le regole della lingua; ora si arriva invece a proporre modifiche della fonologia e della morfosintassi, del tutto irrealizzabili (il che dimostra, appunto, l’incompetenza in materia linguistica). È peraltro ancora da dimostrare che cambiando la lingua si ottengano miglioramenti nello stato di cose fattuale, dunque si tratta anche di energie dissipate, che andrebbero forse impiegate in azioni concrete per raggiungere la vera uguaglianza sociale.
**⪢ Alla definizione di «una minoranza che pretende di imporre la sua legge a un'intera comunità di parlanti» (cito sempre dalla petizione), i sostenitori dello schwa oppongono una contro-critica secondo cui le istanze rappresentate dal grafema vengono in realtà “dal basso“, cioè da persone che non si sentono a loro agio con le desinenze attuali della lingua. Lo schwa non è una soluzione adatta a rappresentarle?**
Il tema delle istanze dal basso o dall’alto è complesso ed è una sorta di trabocchetto: certo, lo schwa non è stato inventato dallo Stato (che rappresenterebbe il polo alto) ma da alcuni parlanti comuni che lo hanno promosso su internet (e quindi sarebbero il polo basso). Il problema anche qui è che non si ha idea di come funzioni il mutamento linguistico: le innovazioni strutturali non arrivano per decisione o proposta dei parlanti, alti o bassi che siano, ma per dinamiche interne alla lingua stessa, delle quali i parlanti non sono consapevoli e che possono essere osservate solo quando sono già in atto da tempo o addirittura giunte alla fine del processo. Inoltre c’è un fraintendimento circa il ruolo del genere grammaticale, che non rispecchia affatto il genere come identità o come costrutto sociale.
**⪢ Uno dei temi ricorrenti, in merito al discorso sul linguaggio che si definisce inclusivo, è che è diventato difficile parlarne: un'obiezione diventa la prova di un atteggiamento reazionario, una timida apertura l'indizio di un fanatismo radicale, e via discorrendo. Come si esce da questo impasse?**
Questo stato di cose non è limitato alla lingua, ma riguarda in generale il dibattito su qualsiasi tema, che è sempre polarizzato e spesso violento, aggressivo. L’assenza di intellettuali seri e incisivi e la scarsa considerazione nella quale comunque questi vengono tenuti è una delle cause; a monte c’è naturalmente il disfacimento del nostro sistema scolastico e l’incapacità di incamerare e gestire i nuovi mezzi di comunicazione, nei quali si impongono figure che diventano di rilievo non per la loro competenza o intelligenza, ma per la loro capacità di intrattenere e raccogliere seguaci. Tutto questo dovrebbe dare origine a una seria riflessione che dovrebbe coinvolgere tutti coloro che si occupano di cultura, ma mi pare che questo non stia accadendo.
## **Altre news dal fronte**
- Parlando di pronomi: la Norvegia è [molto vicina](https://www.theguardian.com/world/2022/feb/02/new-gender-neutral-pronoun-norwegian-dictionaries-hen-official-language?ref=culturewars.it) a vedere entrare nel dizionario della sua lingua un nuovo pronome, *hen*, che si aggiungerà a quello femminile *hun* e al maschile *han* per includere le persone non binarie;

- Claire Lehmann di Quillette dice [una cosa](https://twitter.com/clairlemon/status/1491186804892266498?ref=culturewars.it) non scontata: non è facile combattere la disinformazione, *anche* perché da tempo c’è un movimento politico e d’opinione che, soprattutto negli Stati Uniti, mira a svalutare l’oggettività del sapere scientifico e l’esistenza stessa di una verità oggettiva, cioè una verità “ultima” che non dipenda da variabili sociali o identitarie, da decostruire in senso relativistico;

- Per esemplificare quanto anche i discorsi migliori possono essere plasmati in cattiva fede: Axios, che di solito è un giornale serio, ha pubblicato una [lettura molto forzata](https://www.axios.com/male-economists-are-freaking-out-over-a-nyt-profile-512af8ae-e55f-44c9-9ccc-1f763a91cd7f.html?ref=culturewars.it) di un bisticcio fra economisti andato in scena su Twitter, accusando alcuni studiosi di misoginia sulla base del fatto che... hanno parlato di una donna. Una delle complicate sfide dei nostri giorni è saper separare il grano di una sacrosanta nuova attenzione agli equilibri nella società dal loglio di arrivisti pronti a piegarla per ottenerne visibilità e benefici.
### Spotify e Checco Zalone
URL: https://www.culturewars.it/joe-rogan-spotify-checco-zalone-sanremo/
Last updated: 2023-08-22T20:51:34.000Z
*Buongiornissimo*, *sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) *e questa è la mia newsletter,* ***Culture Wars*** *, che tratta di politicamente corretto e di Checco Zalone (no, ovviamente scherzo, ma Sanremo è Sanremo, per cui ci toccherà parlare anche di quella cosa là).*
*Però prima: Joe Rogan e Spotify.*
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## Cancellare Average Joe
Avrete sicuramente un’amica o un amico che ha un podcast. Ecco, Joe Rogan ha un podcast che gli è fruttato più di 100 milioni di dollari quando nel 2019 ne ha venduto i diritti a Spotify, ed è anche quello col pubblico più ampio del mondo: 11 milioni di ascoltatori ogni episodio. Joe Rogan è una sorta di Giuseppe Cruciani d’America, e il suo show una sorta di *Zanzara*: incarna i punti di vista del cosiddetto “uomo comune”, strizzando l’occhio ai bassi istinti.
> Why is Joe Rogan so popular --- and so controversial? Because he's talking to people in a way no one else is. A classic by [@DevinGordonX](https://twitter.com/DevinGordonX?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) [https://t.co/owyezZFquk](https://t.co/owyezZFquk?ref=culturewars.it) [pic.twitter.com/1k2126xWg1](https://t.co/1k2126xWg1?ref=culturewars.it)
>
> — nxthompson (@nxthompson) [February 2, 2022](https://twitter.com/nxthompson/status/1488857076336144384?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Nelle ultime settimane *The Joe Rogan Experience* è finito al centro di un caso politico che riassume la quintessenza delle *culture wars*: cosa succede quando il podcast più ascoltato di sempre spaccia balle colossali sul Covid-19 e i vaccini (Rogan l’ha fatto ospitando in un episodio Robert Malone, noto e controverso virologo antivaccinista)? Beh, succede anzitutto che i medici e gli scienziati veri e propri [si incazzano](https://www.rollingstone.com/culture/culture-news/covid-misinformation-joe-rogan-spotify-petition-1282240/?ref=culturewars.it), comprensibilmente.
E poi succede qualcos’altro: vecchie icone del rock come Neil Young e Joni Mitchell decidono di ritirare la loro musica da Spotify, una forma di protesta verso la piattaforma che decide de facto di diffondere fake news con ricadute pericolose, poi seguite da altri cantanti. Quindi, inevitabilmente, la questione finisce sui social, dove prende piede l’hashtag [#DeleteSpotify](https://twitter.com/hashtag/DeleteSpotify?src=hashtag%5Fclick&ref=culturewars.it), che si intensifica quando il Ceo di Spotify Daniel Ek annuncia una revisione delle policy sulla disinformazione dei contenuti, ma non si sogna nemmeno di privarsi di Rogan (il quale annuncia a sua volta vaghe [promesse di migliorare](https://www.instagram.com/tv/CZYQ%5FnDJi6G/?ref=culturewars.it)).
Il problema, come [ha detto](https://nymag.com/intelligencer/2022/02/kara-swisher-on-joe-rogan-daniel-ek-and-spotifys-spin.html?ref=culturewars.it) la giornalista Kara Swisher, è che se – citandolo – Ek «non vuole essere un “censuratore di contenuti”, allora non dovrebbe comprare contenuti». È un discorso che abbiamo sentito tante volte in bocca a Mark Zuckerberg di fronte alle critiche ricevute da Facebook: *è solo una piattaforma, non sta a noi fare da arbitri della verità*. E invece no: Facebook e Spotify nel 2022 sono media company fatte e finite, che con una scelta (e con acquisizioni miliardarie) plasmano l’opinione pubblica e l’accesso alle informazioni.
Ecco perché le alte grida di “cancel culture” che si sono levate in difesa di Joe Rogan mi sembrano male indirizzate, quantomeno: Spotify è un’azienda, non una persona, e la scelta – o la pressione – di cancellare un servizio si chiama boicottaggio, non cancel culture. Disinstallare Spotify è una scelta (o una campagna) di consumo consapevole, non un attentato alla libertà di espressione. Confondere i piani fra le due cose, a mio modo di vedere, è il peggior modo di comprenderle. Cito ancora Swisher sul New York magazine:
> Questi artisti possono fare il diamine che gli pare. Se non gli piace Spotify, non sono tenuti a esserci. Si chiama protestare, non cancel culture. Sono sicura che i guerrieri della cancel culture stanno già lamentandosi dicendo che è cancel culture. No, non lo è. Non c‘è problema se non vuoi mangiare da Chick-fil-A o non bevevi il succo d’arancia Florida quando Anita Bryant era la sua portavoce. Succede da sempre. Benvenuti nella lunga tradizione delle persone che protestano contro le aziende.
## #CultureWarsMeets: Stefano Andreoli ⬇

Grande è la confusione sotto il cielo: nella serata di mercoledì Checco Zalone, il comico nazionalpopolare per antonomasia, ha portato sul palco del Festival di Sanremo tre sketch. In uno di essi, Zalone interpretava una donna trans brasiliana invitata a un ballo di corte in Calabria e insomma, forse l'[avete vista](https://gazzettadelsud.it/video/sanremo/2022/02/02/sanremo-zalone-il-maschilismo-di-amadeus-e-la-favola-lgbtq-786ed052-86e1-485d-9680-db4e4ee41145/?ref=culturewars.it): nonostante il registro e la rappresentazione satirica di un personaggio ignorante e omofobo – il padre della protagonista, che ne usciva come il fesso della situazione – da più parti sono arrivate accuse di perpetuazione di stereotipi oppressivi, e alcuni hanno accusato il comico di [transfobia](https://www.instagram.com/p/CZfflkTtsdv/?ref=culturewars.it).
Considerato il target e il contesto (non esattamente una retrospettiva femminista su bell hooks ospitata da un centro sociale autogestito), non sono molto d’accordo con le critiche. Ma anche chissenefrega di cosa ne penso io, specie quando possiamo parlarne con Stefano Andreoli, autore televisivo, radiofonico, di importanti comici del panorama nazionale (facciamo nomi? Facciamoli: Bisio, Crozza, Luca e Paolo, il mago Forest, Gialappa's Band, Savino, Lundini) e anche di un’edizione di Sanremo, quella del 2012\. Questa è **#CultureWarsMeets**.
**⪢ Da autore puoi dircelo, anche se spiegare una battuta è la colpa più turpe di cui ci si può macchiare: nello sketch-favola in cui impersonava la transessuale calabrese vittima del padre omofobo, qual era il bersaglio di Zalone? Secondo te l’ha centrato?**
Concordo con la premessa, e quindi non azzardo sentenze né giudizi. Capisco le ragioni di chi ha criticato il pezzo, ma penso anche che chi lo difende abbia tutte le ragioni per farlo, specie visti i toni fuori misura che si sono sprigionati dopo l’esibizione. L’abilità di Zalone è sempre stata quella di saper colpire una pluralità di bersagli, un campionario di tipi umani che popolano il quotidiano, restando sempre su quel sottilissimo filo teso tra la satira e lo sfottò, tra la critica e l’indulgenza, tra il dissociarsi da un comportamento e il compiacersene.
Pensare di tracciare una linea di confine, un limite oltre il quale non ci si può spingere in nome del buon gusto, o una presunta sensibilità comune, è una trappola senza uscita: e vedo tanti, anche addetti ai lavori, cascarci dentro.
Un presunto umorismo “edificante” che metta d’accordo tutti, spari sempre e solo verso l’alto rispettando ogni minoranza, e faccia ridere senza offendere nessuno, credo possa funzionare solo in teoria, ma in pratica sarebbe noioso e irricevibile.
**⪢ Da più parti, durante e dopo l’esibizione, si sono levate voci di critica, anche decisamente aspra: l’influencer e autrice Carlotta Vagnoli ha commentato Zalone con volto sgomento, definendo il tutto «inaccettabile»; un altro post Instagram con 25mila like ha definito il contenuto dello sketch «transfobico». Tu come la vedi?**
Ci sono trecento punti di vista possibili su questa faccenda, e penso che una sintesi sia impossibile. Da una parte è indubbio che la sensibilità, in media, stia evolvendo e che un artista non possa non tenerne conto – scegliendo, eventualmente, di andare controcorrente – ma, d’altra parte: è davvero così produttivo pretendere di elevare la propria sensibilità a metro di giudizio universale? Vedo un’ansia di indignazione, un clima saturo in cui ci si scanna per una battuta, senza ammettere sfumature, senza desiderio di dialogare. Qualcuno ride, e noi pretendiamo di spiegargli perché non deve ridere. Dimenticando che il comico deve avere licenza di calpestare qualsiasi tabù, distorcere, deformare, impersonare maschere sgradevoli; sarà il pubblico nella sua totalità a giudicarlo, non un autoproclamato consesso dei Giusti. A volte pensiamo di rappresentare l’universo intero, poi ci allontaniamo un po’ e scopriamo che ci stiamo azzuffando sotto la lente di un microscopio, e il mondo continua a girare. Perché, alla fine, stiamo solo parlando di parole: sono solo battute, e le stiamo trattando al pari di abusi concreti, di violenza vera. Per quanto possano suonare sgradevoli, sarebbe forse il caso di ridimensionarne il valore, insegnare e imparare a non dare loro peso: e invece siamo arrivati alla glorificazione dell’offeso, come se fosse un caduto in battaglia.
**⪢ In un commento su Facebook sulla vicenda hai scritto che «ognuno di noi oggi vive in un mondo del quale è il centro di gravità assoluto e permanente, metro singolo di giudizio, giustiziere degli oppressi, rivendicatore di buone cause anche per conto terzi», e mi sembra un buon angolo da cui affrontare la questione: ci dici di più?**
Penso che l’attivismo, in genere, si divida in due grandi sottoinsiemi: chi costruisce ponti, e chi pianta bandiere. Un ponte serve ad arrivare dove prima non potevi arrivare, e costruirne è molto faticoso: si fa attraverso le leggi, attraverso la giustizia, attraverso l’educazione. Si fa rimuovendo concretamente le barriere, fisiche, legali e culturali. Ho molta stima di chi, oggi, costruisce ponti; e non sono in molti a farlo. Anche piantare bandiere può essere utile, certo, ma è un po’ meno faticoso. Soprattutto se per piantarla non devi spostarti di un millimetro dal punto in cui ti trovi. Ho l’impressione che oggi ognuno di noi abbia una bandiera in mano e stia aspettando solo il momento giusto per sventolarla, la luce giusta per esprimere la propria presa di posizione a favore di telecamera. In molte battaglie di bandiera, anche le più nobili, c’è una componente di vanità: questo hashtag l’ho lanciato io, questa iniziativa ha copiato la mia, eccetera. Una volta si saliva sul carro dei vincitori, ma oggi anche salire sul carro degli offesi può rivelarsi un buon affare.
## **Altre news dal fronte**
- Whoopi Goldberg, tra le altre cose l’indimenticata Deloris di *Sister Act*, è finita nell’occhio del ciclone per alcuni [commenti](https://www.theguardian.com/culture/2022/feb/02/whoopi-goldberg-suspended-from-the-view-after-saying-holocaust-isnt-about-race?ref=culturewars.it) fatti in diretta durante il talk di Abc News *The View*: parlando della Shoah, Goldberg ha detto che «non è stata questione di razza», dato che a suo dire si è trattato di una cosa fra «due gruppi di persone bianche». Poi si è scusata [su Twitter](https://twitter.com/WhoopiGoldberg/status/1488320164517101574?ref=culturewars.it), ma il network l’ha sospesa per due settimane;

- Il docente di orientamento libertario della Georgetown University Ilya Shapiro ha condiviso una serie di [tweet controversi](https://www.nytimes.com/2022/01/31/us/ilya-shapiro-georgetown-biden-scotus.html?ref=culturewars.it) sulla prossima nomina di Joe Biden alla Corte Suprema americana: secondo Shapiro, la scelta più giusta e meritevole per prendere il posto lasciato vacante dal giudice Stephen Breyer sarebbe stato l’indiano-americano Sri Srinivasan e Biden, scegliendo una donna nera, opterà per una scelta «inferiore» (cioè: di minore qualità) per adeguarsi ai dettami dell’identity politics. L’università l’ha sospeso;

- Sintesi dei due casi precedenti, che negli Stati Uniti hanno tenuto banco per tutta la settimana: questo tweet, che ti prego di stampare e appendere in cameretta. Ci servirà.
> Here's my radical hot take: Forgive Whoopi Goldberg, forgive Ilya Shapiro, forgive everyone who says something dumb & then apologizes. No one is the sum total of one stupid comment, & I don't want to live in a world where saying "I'm sorry" carries no currency.
>
> — Billy Binion (@billybinion) [February 2, 2022](https://twitter.com/billybinion/status/1488925005593329666?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
### Una macchina per la produzione di streghe
URL: https://www.culturewars.it/algoritmi-west-elm-caleb/
Last updated: 2023-04-27T06:46:12.000Z
*Hi there*, *io sono [Davide Piacenza](https://davidepiacenza.it/?ref=culturewars.it) e questa è la mia newsletter,* ***Culture Wars*** *, che tratta di politicamente corretto e della complicatissima coesistenza delle nuove sensibilità sociali nell’anno Domini 2022, evitando accuratamente la reductio ad shitstorm su Twitter.*
*Pronti, partenza, via.*
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## Tutte le donne di West Elm Caleb
Il caso della settimana – ma più probabilmente del mese – di cui non leggerete sui giornali italiani riguarda un tizio a caso venti-e-qualcos-enne di New York di nome Caleb: è il protagonista di un’enorme storia finita nei possenti trend di TikTok. Tutto è iniziato qualche giorno fa quando alcune giovani donne, dopo il post di una influencer, hanno scoperto di essere state tutte *ghostate* (sapete tutti cos'è il ghosting, ma nel caso: ciò che capita quando quello/a con cui ti stai sentendo sparisce di colpo, facendo perdere le sue tracce) dalla stessa persona.
Quella persona era Caleb, che è un impiegato West Elm – una sorta di Poltronesofà statunitense, per capirci – e mostra una marcata tendenza a fregare le ragazze che frequenta. Se però in un primo momento quell’incredibile coincidenza (che probabilità ci sono, in una città di 8 milioni e mezzo di abitanti, che le donne uscite con lo stesso allampanato perditempo si ritrovino online?) è stata fonte di un rito di autocoscienza collettivo riservato a qualche decina di account, presto le cose sono andate fuori controllo: l’influencer newyorkese Kate Glavan, che su TikTok [ha poco meno di 100mila follower](https://www.tiktok.com/@kateglavan?ref=culturewars.it), ha scoperto che «West Elm Caleb» era uscito con lei il giorno stesso in cui aveva scopato con un’altra ragazza, sempre conosciuta sulla stessa app di dating, Hinge, e ne ha parlato in un video.
*Eh vabbè*, direte voi, *il solito stronzo*. Sì, stronzo di certo, ma non il solito, perché la sorte aveva in serbo per lui un trattamento assai insolito: da quel momento la vicenda di Caleb è diventata virale entrando nei trend di TiktTok, è stata amplificata e rideclinata dai potenti algoritmi della piattaforma, e dopo poco decine di migliaia di giovani donne hanno iniziato a condividere brevi video di denuncia dedicati ai veri o presunti «West Elm Caleb» della loro città.
Nel mentre il vero Caleb ha visto diffuso a un pubblico di centinaia di migliaia di persone indignate il suo profilo Linkedin con nome e cognome, la sua sede di lavoro e il quartiere in cui abita. Molt\* hanno chiesto che venga licenziato, chiamando anche nello showroom in cui lavora, altr\* pretendono di vederlo “solo” segnato a vita per i suoi comportamenti (che secondo le storie hanno compreso anche l’invio non richiesto di sue foto intime).
Qualche ora dopo, accortasi di cosa aveva involontariamente creato, Glavan è tornata sulla vicenda con un altro post, dove nega di aver *doxxato* Caleb (di cui dice: «Penso che sia terribile con gli appuntamenti, ma non credo che fargli perdere il lavoro renda giustizia a nessuno») e se l’è presa con i media e i brand che hanno capitalizzato sulla storia per prendersi un pezzetto della viralità del trend. Ma è stato *too little too late*, perché nel frattempo West Elm Caleb era entrato a far parte dello Zeitgeist impazzito della cultura social, e aveva generato infiniti spin-off.
> West Elm Caleb Tiktok is the natural next step after true crime Tiktok. We're seeing women piece together stories about getting gaslit, ghosted and dick pic'd by the same guy (threading some of my faves if you care to watch 👇) [pic.twitter.com/igVty1qWm8](https://t.co/igVty1qWm8?ref=culturewars.it)
>
> — Claire Hubble (@byclairehubble) [January 20, 2022](https://twitter.com/byclairehubble/status/1484293839120650244?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Quello del “passo indietro” è, in realtà, un tema ricorrente nelle reazioni degli influencer ai trend da loro propiziati che finiscono fuori controllo, facendo danni: *se qualcuno prende il mio contenuto per organizzare torce e forconi, io non posso farci niente*, dice grosso modo la linea difensiva standard.
Secondo il giornalista esperto di cultura digitale Hussein Kesvani, in effetti una bella fetta di colpa ce l'hanno anche i giornali, e in generale chi pubblica giornalismo che rincorre la viralità delle piattaforme social, «specie quella che indirizza i discorsi e le conversazioni».
Senza contare che, banalmente, la prima responsabilità è proprio di TikTok, che secondo il giornalista Ryan Broderick (e io proprio non vedo come non essere d’accordo) «ha costruito una macchina per la caccia alle streghe e non gli frega un cazzo di cosa ci fanno le persone», finché gli permette di massimizzare i guadagni. Soltanto negli ultimi mesi, sulla piattaforma di proprietà cinese gli utenti hanno preso di mira un [tizio](http://click.revue.email/ss/c/wMB5pqQ-l9UDGcqlZidSdTly1EgiuRvx-5cU5gPAPCKDa%5FWeI9%5FXf0i3ynyQvkiUnlqQa9lgqt6f7hjJ2i%5FvSdKDz2chMBpH0b2OjqU4IyE1Y-U4L3Rd7wp0AyC0u2j7QR3IMHdselA8leSvdZTPIa8Yk%5FQVUYMWKunBBUIyx3Pw-LZ72PpspotkFaFnHautAXzHiaHIl97xn7YsUiwsAg/3j3/R33rHEVMRpOLWqIF4BHx3w/h12/pdz3bps-WUhQpMM-O5OwfZwbDZKcWjxKFaQdpe4xMR8?ref=culturewars.it) che fa video dedicati ai treni inglesi (sì, hai letto bene), cercando di provare il suo presunto autismo, indagato su Couch Guy ([qui breve recap](https://www.complex.com/life/tiktok-couch-guy-saga?ref=culturewars.it) della storia) per sospettato tradimento della sua fidanzata e accusato una [donna trans](http://click.revue.email/ss/c/OvZMTmFNG%5Fogo9mVNMFA3wh8%5FMG98TKtFEr7uPln%5FEnX-68UnnG27lfNNZY-pprbF2TgcPDh9X9T7ucne5iX38MoiZdwKzVT0EbJ1i4dmJfKWWQaMRJQkqvhFKrJB%5FeT4GRThm5jbRWQ2xtgJgxGSt96ZtIhB-eGHbTAuIOQPz0TlmJxMZBLgQ3EdD6cD3-PLUTf1W1FyDSRhJPkgjyOP6xQIhXFkaFMcifdpr94SUQ/3j3/R33rHEVMRpOLWqIF4BHx3w/h14/Vc6GgwjwRbxaqUtNpZTtMi%5F6BhgT-9v5sQMSLh0xA9s?ref=culturewars.it) andata virale con un balletto di essere in realtà un’assassina.
Secondo Vox, testata che pure ha pubblicato diversi pezzi di cosiddetto debunking sul panico da cancel culture e affini, dovremmo [smetterla di cancellare le persone](https://www.vox.com/the-goods/22716772/west-elm-caleb-couch-guy-tiktok-cancel?ref=culturewars.it), perché «sta rendendo il mondo un posto più di merda».
Davanti a tutto questo, dunque, che si può dire? Che *la cancel culture non esiste*? Che *i social non sono il problema*? Che *le piattaforme hanno finalmente passato il microfono agli ultimi, e chi se ne lamenta è un privilegiato*? Se c’è una cosa che questa strana epoca che stiamo vivendo ci ha insegnato, è che la semplicità e la superficialità che ne dominano la comunicazione non bastano per spiegarla, né tantomeno per capirla.
Nel mondo di oggi, quella di West Elm Caleb non è una condizione che si può liquidare con due slogan per accumulare like e schierarsi. Nemmeno in presenza di evidenti stronzi come lui.
## E ora, novità: #CultureWarsMeets ⬇

Nell‘ultima puntata, per chi l’ha letta, dicevo che tutto questo ampio e nobile discorso sulla cultura di questi anni non funziona – e, francamente, è anche un po’ noioso – se lo faccio sempre da solo. Essendo di parola, sono passato ai fatti: nella nuova rubrica (per ora non fissa, ma arriveranno novità) **#CultureWarsMeets** trovate chiacchierate sui temi di questa newsletter con persone titolate a parlarne, o di cui è interessante sentire il parere.
Sono quindi molto, molto contento di cominciare con Nadeesha Uyangoda, l’autrice di un bel libro che dovreste leggere, [*L’unica persona nera nella stanza*](http://click.revue.email/ss/c/XN2t88CAhalHja1RClwc6nUucuGpWB2Ljj77rkod8A2C-tzNDV36OxQoNBLGl8JIiLnV4gxRCzsKI0jVfyGbyR53pjjS1YkX7KGo67FrKBddWD1OpqRK27UHl0Gd0OuuVd7CtQ3qCu7DQB77k7CoGfRDNgyPP9ITLtby8ktuDZzYMW7lLWJUywhjcHqfIZe89rv%5Fq0AU4cjJJXarLORgKZnspL619-gccrRrhEffCtHIi9q3EHLueh7Zfxqvv5eEhTmsTLQMjNXC-HCM1RF7Eg/3j3/R33rHEVMRpOLWqIF4BHx3w/h16/8ePGh33wPRGSIe4XivHCawXjcpQkuJSqUAiGm-YpoVw?ref=culturewars.it) (66thand2nd), che parla di razzismo e di appartenenze nell’Italia del 2022.
**⪢ Del tuo libro *L’unica persona nera nella stanza* si è parlato molto, e giustamente: riesci a descrivere cosa significa “essere minoranza” in una società con estrema precisione e capacità letteraria. Perché l’Italia è ancora così indietro sotto il profilo dell’inclusione?**
Penso che per comprendere lo scenario italiano dobbiamo mantenere lo sguardo sulla storia – del colonialismo, del razzismo e dell’antisemitismo – e allo stesso tempo non dobbiamo perdere di vista il quadro contemporaneo, tanto nazionale quanto globale, dei razzismi senza razza. La diffusa opinione che la questione razziale sia estranea alla società italiana permea il modo in cui in Italia si parla di razza e razzismo, una maniera che altrove — in Paesi la cui storia di schiavitù, segregazione e imperialismo è percepita come reale e brutale — non sarebbe accettabile.
L’arretratezza italiana rispetto all’inclusione ha quindi secondo me anche a che fare con la scarsa consapevolezza del ruolo della categoria razza nelle società contemporanee, cosa che contribuisce a processi di razzializzazione (insieme ad altre categorie quali classe, varianti di genere e orientamento sessuale), costruendo differenze volte a confermare l’inferiorità di alcune identità.
**⪢ In un'intervista recente hai detto una cosa secondo me molto bella, su cui mi sono fermato a riflettere: «La verà libertà è non pensare alla propria identità». Però questo, per certi versi, è proprio l’antitesi dell'intersezionalità di Kimberlé Crenshaw, oggi così popolare nell'attivismo: significa che in realtà identity politics e universalismo possono trovare una sintesi, secondo te?**
Quando Obama ha vinto le presidenziali, alcuni osservatori hanno sostenuto che gli Stati Uniti si avviavano a essere una società post-razziale (poi lo stesso Obama sarebbe ritornato sul tema nel suo discorso di commiato). In realtà non c’è bisogno nemmeno di citare George Floyd e gli eventi più recenti per dedurre che si trattava di un mito. Ecco, l’ho presa alla larga per dire che l’identità è come la categoria razza: l’una e l’altra non esistono nel testo – e non pensarle in termini strutturanti sarebbe liberatorio – eppure continuano a lavorare nel sottotesto; eppure, dire che viviamo in un mondo post-identitario significa negare che l’identità contribuisca alla segregazione abitativa, alla sessualizzazione di alcuni lavori e alla razzializzazione di altri, all’accesso a risorse od opportunità.
**⪢ Nel grande dibattito sulle seconde generazioni e il razzismo “sistemico“ di cui sono vittime in Italia, c'è una legge che secondo te il parlamento dovrebbe approvare subito? Il primo pensiero va sempre allo ius soli, ma c'è qualcos'altro che ci stiamo perdendo?**
La riforma della cittadinanza è la più urgente che mi viene in mente. Accennavo prima alla sessualizzazione e alla razzializzazione del lavoro — e questo in Italia è avvenuto anche attraverso la selettività di alcune politiche migratorie (penso alla questione delle badanti, dell’economia dell'affetto): mi pare un problema piuttosto urgente, soprattutto date le sfide che ha posto la pandemia nella tutela di questi lavoratori.
Recentemente, poi, cercando nuove parole per il podcast Sulla Razza, mi sono soffermata sul concetto di *reparations,* un dibattito che in Italia non è mai stato – mi pare – lontanamente popolare quanto nel mondo angloamericano, anche per le ragioni di cui dicevamo prima. Questo mi ha portato a riflettere sul fatto che, se il colonialismo non è mai stato del tutto assente dall’immaginario comune, la rimozione più importante è avvenuta nella memoria pubblica, attraverso il silenzio delle istituzioni. Non che questo punto possa, o debba, avere un risvolto a livello legislativo; ma che necessiti di una presa di posizione istituzionale, sì.
**⪢ Di recente su Twitter, in uno di quegli estenuanti shitstorm che ci si trova, si è discusso di una ragazza bianca fotografata a una manifestazione pro-ddl Zan con un** [**cartello**](http://click.revue.email/ss/c/XN2t88CAhalHja1RClwc6oYQtBxAUPYML%5FwpbXzbwaoOJn26NkR1D4dx8C0Hl6uuqvWpARAJuuX1Gft1slQWc8Pvm-SMR01eNf0cfHnG522Xln65jsnWorLKP0L96p6OEV1XjIefyaHsQ1VpylX6tO90Cs26Q9ESV4khIkqBezqPqCfZ2-78EpctZlinmQxHkGJVs89qoO5WvDKoWO7GODRAQlATLPzTslK-Yf-la5NfsbJ3RetXLcAzbesUzQ0ybPRM22ZRGFfvFEQLl6M1ihqcWDKZ7nRJa8y5X9oilLkeYKPUDJCQh9bgf2IAhMob/3j3/R33rHEVMRpOLWqIF4BHx3w/h17/Ip--45lpBwoTZYTwWR-HcjCNN9WbhPTWE9run2QHaO0?ref=culturewars.it) **che recita «il tempo del potere maschio, etero, cis, non disabile e bianco è finito». Ovviamente la formulazione è adeguata allo strumento e al contesto, ma vedendolo ho pensato: prima di pensionare il potere cisgender, andrebbe detto che in Italia non è ancora stato nemmeno avviato un discorso condiviso sui crimini del colonialismo fascista, per dirne una. Una retorica e un approccio del genere non rischia di rendere tutto un dialogo fra sordi, anche dove magari ci sarebbe qualcuno disposto a sentire o imparare?**
È una domanda insidiosa. Nel senso che ritengo entrambe le questioni a rischio di retorica. Ho detto spesso che per me *dichiararsi intersezionali* è un’affermazione che afferisce all’individualità di una persona e non a come agisce all’interno di una comunità: l’intersezionalità è una categoria che definisce un’identità o, piuttosto, una categoria che caratterizza un certo tipo di lotta? Non so se mi sono spiegata… Dall’altra parte c’è la rimozione del passato coloniale, una pratica che ha accomunato molti degli Stati colonizzatori con la caduta degli imperi coloniali. Se è innegabile la tardiva decolonizzazione degli studi storici sul colonialismo italiano, dobbiamo secondo me porci delle domande anche sulle cause — e non solo sulle conseguenza — della strana amnesia italiana. E queste cause riguardano la creazione di un’identità nazionale, la costruzione della bianchezza e della virilità degli italiani, la presenza esigua (almeno fino a un certo punto) di soggetti provenienti dalle ex colonie.
Detto questo e messa da parte la retorica, potremmo soffermarci sul legame che effettivamente sussiste tra il potere del maschio etero, bianco, eccetera, il colonialismo e le moderne dinamiche razziali, di genere o di classe. Mi pare che questo legame emerga molto chiaramente in *Femonazionalismo*, di Sara Farris.
## **Altre news dal fronte**
- Il consiglio scolastico della contea di McMinn, in Tennessee, ha [votato](https://www.thecut.com/2022/01/a-tennessee-school-board-voted-to-ban-maus-from-schools.html?ref=culturewars.it) per rimuovere da ogni corso scolastico *Maus*, la graphic novel di Art Spiegelman sulla Shoah premiata col Pulitzer. Il voto, avvenuto all’unanimità, ha citato le scene di «nudità» e «le imprecazioni» presenti nel libro come motivi per proibirne l”inserimento nei programmi. Un ulteriore segnale del fatto che la cosiddetta cancel culture è un virus pandemico, che non appartiene a un solo gruppo o a una sola corrente ideologica, ma è un malanno culturale che riguarda l’epoca in cui viviamo. Troppo spesso si legge polemicamente, in post di parte, della presunta «vera cancel culture»: ma non ce n’è una *vera* e una *finta* (se togliamo le evidenti e copiose fesserie di cui si legge su alcuni grandi giornali, certo), e considerare colpevole solo una parte politica per scagionare la propria può rassicurare, ma non aiuta;

- Gli schwa degli altri: Reuters ha messo insieme [uno speciale](https://graphics.reuters.com/GENDER-LANGUAGE/LGBT/mopanqoelva/index.html?ref=culturewars.it) molto curato – anche sotto il profilo grafico – su come le lingue del mondo stanno interagendo con le nuove istanze di rappresentanza linguistica;

- Si è parlato parecchio della storia, circolata soprattutto sui media di destra o apertamente cialtroni (spesso le due cose coincidono, purtroppo), dell’insegnante della California licenziata per non aver miagolato a uno studente che «si identifica come gatto». Ho due problemi con questa storia, al di là dell’evidente ridancianità che scatena: la prima è che, anche fosse vera, ha comunque poco a che fare con le vicende di persone che sono molto più numerose e, beh, *non si sentono gatti*; la seconda è che pare non del tutto vera, dato che la stessa insegnante [ha detto](https://www.snopes.com/fact-check/teacher-fired-meow-student-cat/?ref=culturewars.it) di essere stata richiamata dai dirigenti scolastici (cosa che sarebbe già pazzesca, ovviamente);

- Mars, la società che produce le celebri caramelle M&M’s, ha fatto sapere di aver ridisegnato l’aspetto e i caratteri dei personaggi che le rappresentano, in senso più «inclusivo». Ci sarebbero un po' di cose da dire, a partire dall’abuso sempre più quotidiano della parola *inclusivo*, ma sono certo che siete già tutti a fare conoscenza coi [nuovi M&M’s](https://www.mms.com/for-all-funkind?ref=culturewars.it).
*– That’s All, Folks! –*
Se questa edizione ti è piaciuta, car\*, mandala un po’ in giro (c’è anche in formato web [in archivio](https://www.getrevue.co/profile/culturewars?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter)) e soprattutto costringi tua nonna a iscriversi mandandole questo [link](https://davidepiacenza.it/newsletter/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter). Guarda che ci conto, eh.
A venerdì prossimo!
### Voti soppressi, popoli oppressi
URL: https://www.culturewars.it/voti-soppressi-stati-uniti-joss-whedon/
Last updated: 2023-08-22T20:50:36.000Z
*Ciao*, *io sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) *– anche noto come quello che ha appena passato una settimana a disperarsi per due refusi finiti chissà come nell’ultima edizione – e questa è* ***Culture Wars*** *, che come ormai sai parla di politicamente corretto e della complicatissima coesistenza delle sensibilità e dei valori nelle società del 2022.*
*Se arrivi fino in fondo a questa puntata, oltre a ottenere la mia gratitudine, scopri anche la prima di alcune novità in arrivo per questa newsletter.*
*Cominciamo, dai, c’è tanto da dire.*
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## Voti soppressi, popoli oppressi
Al di là dell’Atlantico si discute molto del fallimento del piano legislativo dei Democratici per allargare l’accesso al voto: è stato ribattezzato ufficialmente «The Freedom to Vote: John R. Lewis Act», e [non è riuscito](https://www.nytimes.com/2022/01/19/us/politics/senate-voting-rights-filibuster.html?ref=culturewars.it) a superare il *filibuster* – ciò che in Italia chiamiamo ostruzionismo – dei Repubblicani al Senato.
Il tono dello scontro durante la discussione della legge si è fatto particolarmente teso: Biden ha puntato in prima persona sulla sua approvazione, presentandola come una misura essenziale per salvaguardare la democrazia americana, ma i Dem al Senato non sono riusciti a trovare l’unità necessaria per cambiare le regole del Senato bypassando l’ostruzionismo degli avversari.
Diversi Stati governati dai Repubblicani negli ultimi mesi hanno promulgato [leggi](https://www.nytimes.com/2021/12/04/us/politics/gop-voting-rights-democrats.html?ref=culturewars.it) che rendono più difficile il voto per le minoranze, con misure che vanno dall’istituzione di un corpo di polizia dedicato alle indagini su presunte interferenze col voto (in Florida; è il grande lascito dell’era Trump e della menzogna dell’elezione «rubata») al *redistricting*, cioè la pratica del ridisegno dei distretti elettorali gestita dal partito al potere a livello statale, che si avvantaggia includendo o escludendo da una circoscrizione determinate aree dove è dato in vantaggio o svantaggio (il Texas è stato citato in giudizio dal Dipartimento di Giustizia con l’accusa di aver disegnato distretti che [discriminano i latinoamericani](https://www.washingtonpost.com/national-security/texas-maps-garland-latinos-justice/2021/12/06/4011ce78-56aa-11ec-9a18-a506cf3aa31d%5Fstory.html?ref=culturewars.it), per esempio).
Il Washington Post ve lo spiega meglio, facendovi nel frattempo giocare a [minigolf](https://www.washingtonpost.com/politics/interactive/2022/redistricting-mini-golf/?ref=culturewars.it) (sì, davvero: e quando il Corriere della Sera o Repubblica faranno qualcosa di simile per spiegare la politica nazionale italiana, voi fatemi pure un fischio).
Diversi senatori Democratici hanno tracciato un parallelo tra i giorni nostri e l’epoca delle leggi Jim Crow, l’impianto legislativo della segregazione razziale statunitense in vigore fino a metà degli anni Sessanta. La misura democratica avrebbe reso l’Election Day una festa nazionale, permesso al Justice Department di intervenire nella politica di Stati con precedenti di interferenze elettorali e assicurato per legge l’accesso all’*early voting* e al voto per posta, che arrivati alla quarta ondata pandemica sembra anzitutto una misura di buonsenso, ma riesce a essere ancora visto come il fumo negli occhi da molti Repubblicani post-trumpiani.
La questione della *voter suppression* – per introdurre un’altra espressione cardine del dibattito – è discussa da tempo immemore negli Stati Uniti, e la polarizzazione estrema portata dalla presidenza Trump non ha potuto che esacerbare gli animi. L’intento antidemocratico dei Repubblicani appare chiaro, e sta già dando i suoi frutti: in Texas si segnalano già nuovi record di [tessere elettorali per corrispondenza negate](https://www.houstonchronicle.com/politics/texas/article/New-Texas-elections-law-decried-as-vote-16777151.php?ref=culturewars.it) sulla base dei recenti provvedimenti.
Biden e i Democratici, però, sapevano a cosa andavano incontro: il *filibuster* dei Repubblicani era scontato, e i due senatori delle loro fila che si sono schierati contro il cambiamento delle regole senatoriali – Kyrsten Sinema dell’Arizona e Joe Manchin della Virginia Ovest – avevano già fatto sapere che non avrebbero cambiato idea. In un certo senso, e a parità di importanza e bontà di intenti, la strategia democratica sul Freedom to Vote Act ricorda più che vagamente quella seguita dalle forze politiche italiane che hanno cercato di approvare il ddl Zan qualche mese fa. Da una parte, quanto accaduto a Washington si può spiegare con un dato: la popolarità di Biden fra gli ispanici è ai minimi storici.
> 🚨🚨 Yet another poll, this time from Morning Consult/Politico taken Jan. 15-16, shows Joe Biden’s approval rating plummeting among Hispanics and mirroring that of Whites:
>
> Hispanics
> Approve: 37%
> Disapprove: 55%
> Net: -18
>
> Whites
> Approve: 37%
> Disapprove: 62%
> Net: -25 [pic.twitter.com/wxejIkJjsI](https://t.co/wxejIkJjsI?ref=culturewars.it)
>
> — Giancarlo Sopo (@GiancarloSopo) [January 20, 2022](https://twitter.com/GiancarloSopo/status/1484159813617659907?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Di dati che vale la pena considerare ce ne sono anche altri: secondo un sondaggio di [Morning Consult](https://morningconsult.com/2021/09/27/voting-rights-elections-polling/?ref=culturewars.it), il 41 per cento dei neri e il 34 per cento degli ispanici considera le difficoltà di voto come il più grande problema della democrazia americana; in una rivelazione [Monmouth](https://www.monmouth.edu/polling-institute/reports/monmouthpoll%5Fus%5F062121/?fbclid=IwAR2n%5Fg1gV1O1bynH6VQ99zzk5M2cQ0RhGcNsJyZQ4I94thMh%5FQgsl2EWf30&ref=culturewars.it), però, l’84 per cento della popolazione non-bianca si è dichiarata a favore della richiesta di esibire un documento d’identità con foto per essere ammessi ai seggi.
Secondo altri, poi, le macchinazioni finalizzate alla *voter suppression* semplicemente non funzionano: German Lopez di Vox nel 2016 ha analizzato la letteratura scientifica sul fenomeno, scoprendo che gli effetti di queste scorribande antidemocratiche dei conservatori sono [tra l’irrilevante e l’inesistente](https://www.vox.com/policy-and-politics/2016/11/2/13481816/voter-id-suppression-turnout?ref=culturewars.it) (il che, beninteso, non è un buon motivo per lasciargliele fare impunemente). L’affluenza tra le minoranze [è cresciuta](https://www.census.gov/library/stories/2021/04/record-high-turnout-in-2020-general-election.html?ref=culturewars.it) tra il 2016 e il 2020, e anche fra le elezioni di Midterm del 2014 e quelle del 2018.
Una prospettiva interessante – e molto in linea con lo spirito che anima questa newsletter, devo dire – sul tema l’ha offerta un ex autore di John Oliver, Jeff Mauer, [nella sua, di newsletter](https://imightbewrong.substack.com/p/how-close-are-we-to-losing-our-democracy):
> Le regole contano, ma le persone ragionevoli possono non essere d'accordo sugli aspetti secondari di quali dovrebbero essere le regole. Alcuni a sinistra finiscono per scivolare in un pensiero che dice più o meno: “Qualsiasi regola diversa da quella che sostengo è fascismo”. Io cerco di ricordarmi che c'è una zona d'ombra tra ciò che ritengo giusto e ciò che è chiaramente ingiusto. Quindi, sostengo la registrazione degli elettori lo stesso giorno, ma 30 Stati non ce l'hanno e non credo che questo li renda la Cina comunista (tranne il Massachusetts, un po'). Mi oppongo alle leggi sull'identificazione degli elettori, ma le proposte per consentire alle persone di utilizzare praticamente qualsiasi documento di identità, non solo una patente di guida, sembrano un ragionevole compromesso. Il mio principio qui è che dovremmo rendere il voto più facile, ma cerco di evitare di vedere la questione come una semplice scelta binaria in cui quattro settimane di votazione anticipata rappresentano la democrazia perfetta ma tre settimane sono il totalitarismo in stile nordcoreano.
## Joss Whedon, il regista che visse due volte

foto via Flickr.com
Il New York magazine ha pubblicato un bellissimo [pezzo-intervista](https://www.vulture.com/article/joss-whedon-allegations.html?ref=culturewars.it) dedicato a Joss Whedon, il regista e showrunner di *Buffy l'ammazzavampiri* e tante altre cose(*The Avengers, Justice League*), accusato negli ultimi anni di molestie e comportamenti inappropriati da molti suoi collaboratori e collaboratrici, e anche dall’ex moglie Kai Cole.
È una storia incredibile di ascesa e caduta di una star che fu, ai tempi venerata come un dio, ma è anche molto altro: racconta il passaggio da una internet «amichevole» e popolata da nerd paciosi a un campo di battaglia in cui una storiaccia di anni prima può rovinare una reputazione (e una carriera) per sempre.
Whedon non ne esce senza macchia (anzi ne esce malissimo, e tutto fa propendere per affermare che si è meritato molto di ciò che ha ottenuto), ma la sua parabola – umana, prima che professionale – è quella di un «femminista» figlio di una eminente femminista, che crea uno show pubblicamente celebrato per come sovverte i ruoli di genere e la rappresentazione femminile nella cultura pop... per poi finire, vent’anni dopo, nei panni dell’*abuser* seriale e persino del razzista che, dice [una teoria bislacca](https://screenrant.com/justice-league-movie-reshoots-racist-characters-color-cut/?ref=culturewars.it) che ha preso l’abbrivio dopo la sua caduta in disgrazia, ha volutamente rimosso i personaggi neri dalla sua versione di *Justice League*.
Il paragrafo che vale la lettura dell’articolo descrive il momento in cui, durante la prima ondata della pandemia e sotto la spinta dei fan che non avevano apprezzato (eufemismo) la riedizione di Whedon – che era intervenuto in corso d’opera per cambiare i connotati del film, su richiesta degli studios – Warner Bros decide di pubblicare la versione originale di *Justice League*, quella del suo antagonista perfetto, il collega Zack Snyder. È un colossale sic transit dell’epoca digitale:
> Quando la versione di quattro ore di Snyder è stata finalmente svelata, è stata acclamata dalla critica. I suoi fan hanno esaminato entrambi i film per analizzare le differenze. Alcuni hanno sfruttato la convinzione, avanzata per la prima volta da Fisher, che Whedon avesse cancellato intenzionalmente le persone di colore dal film. Era avvenuto un notevole capovolgimento. Quindici anni prima, il lavoro di Snyder era ampiamente visto come l’epitome del cinema problematico. Il suo tentato colpo di successo, *300*, un'epopea con spada e sandalo sulle guerre persiane, dal punto di vista della delegazione iraniana alle Nazioni Unite era «così apertamente razzista» che minacciava di incitare «uno scontro di civiltà». Ora, internet aveva riscritturato Snyder come un eroe progressista mentre marchiava Whedon, il suo eroe progressista di ieri, come un cattivo e un bigotto. «L'internet dei primordi mi ha sollevato e l’internet moderno mi ha trascinato a fondo», ha detto Whedon. «Mi intendo di perfetta simmetria».
## **Altre news dal fronte**
- Ricorderete il mesto articolo pubblicato da Scientific American sul biologo Edward Osborne Wilson (e se non lo ricordate MALE, ché significa che [non eravate ancora iscritti](https://culturewars.davidepiacenza.it/issues/culturewars-prove-tecniche-di-guerra-civile-963685?ref=culturewars.it) a questa pregiata newsletter), una sorta di sciatto pot-pourri di proclami e j'accuse antirazzisti male indirizzati, ai danni di uno dei grandi scienziati del Novecento, che oltre a essere appena morto aveva fatto ben poco per meritarseli. Il divulgatore bengalese-americano Razib Khan ha chiesto al magazine di rispondere alle accuse sulle sue stesse colonne, ma il permesso gli è stato negato: allora l’ha fatto [su Substack](https://razib.substack.com/p/setting-the-record-straight-open), dove si è detto «inorridito» da quel pezzo «indecente»;

- La popolarissima piattaforma di controllo ortografico Grammarly da qualche giorno ha aggiornato le sue correzioni proposte ai termini che riguardano lo schiavismo, chiedendo ai suoi utenti di sostituire «*fugitive slave*» con «*freedom seeker*», e «*slave owner*» con «*enslaver*». Come spesso accade, l’intento era nobile: parlare in modo più accorto e rispettoso, in questo caso di fatti storici che riguardano le radici di milioni di americani. Ma Elise A. Mitchell, che ha una borsa di studio post-dottorato a Princeton, dove si occupa di storia dello schiavismo, ci ha visto parecchi problemi: anzitutto non tutti cercavano la «libertà». E poi, non parlare di «proprietari» di schiavi rischia di far passare sotto silenzio il fatto che ai tempi la legge permetteva *la proprietà* di esseri umani. A provare una volta di più che viviamo in un mondo complicato, su cui andare coi piedi di piombo, c'è il fatto che queste osservazioni via thread su Twitter non vengono da un bolso intellettuale che teme di perdere il suo status, come vorrebbe una certa vulgata, ma da una borsista afroamericana;
> I just found out about Grammarly's updates re: slavery terminology. I'm kinda annoyed... Twitter is an ok place to be a little annoyed, right?
>
> — Elise A. Mitchell (@byeliseam) [January 18, 2022](https://twitter.com/byeliseam/status/1483570231570276353?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

- Yassine Meskhout di mestiere fa l’avvocato d’ufficio, e in [questa epica puntata](https://ymeskhout.substack.com/p/three-little-pronouns-go-to-court) della sua newsletter racconta cosa succede quando il milieu culturale di uno Stato molto progressista si scontra col sistema penitenziario e della giustizia: la prima scenetta racconta di un ceffo appena carcerato a cui un’assistente pagata dallo Stato chiede di dichiarare i suoi pronomi, senza che il prigioniero capisca di che sta parlando. E poi c’è il procuratore che indossa il braccialetto di Black Lives Matter, salvo poi non lesinare in cauzioni e pene inflitte agli imputati con la pelle nera. Ma non vi rovino la sorpresa, è tutto molto interessante.
## Annunciazio’, annunciazio’
Tante cose mi frullano in testa, sul fronte Culture Wars: la prima è che sono felicissimo che questo progetto sia partito così forte, ovviamente, e ti ringrazio. Ma anche l’idea – e tutta l’intenzione – di espanderlo, e renderlo uno strumento pensato per stimolare una discussione sensata sugli argomenti di cui puoi leggere qui.
Per farlo, evidentemente io da solo non basto, e non solo perché ho una prospettiva giocoforza limitata (per quanto, giuro, mi sforzi di allargarla). E per questo, è con grande soddisfazione che comunico che dalla prossima settimana la newsletter ospiterà voci e punti di vista di protagonisti che si occupano o hanno a che fare con le questioni che affrontiamo qui. Saranno persone di ogni estrazione, posizione, genere, colore della pelle, religione, credo calcistico e intolleranze alimentari, perché mi sembra giusto e bello così. Si inizia la settimana prossima, con una bravissima scrittrice.

Grazie, Daniele Z.
### La cancel culture di Francesco
URL: https://www.culturewars.it/cancel-culture-papa-francesco/
Last updated: 2023-08-22T20:49:52.000Z
*Buongiorno*, *sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) *e questa è* ***Culture Wars, che*** ***ogni venerdì*** ***parla di nuovi codici e fatti & discorsi intorno al politicamente corretto e alle nuove sensibilità*** *, cercando di prendere tutto con la dovuta serietà e ragionarci sopra senza troppi preconcetti.*
*Presto, se tutto va bene, qui arriverà qualche novità: stay tuned, come diciamo nel basso Piemonte. Ma ora cominciamo con l’edizione di oggi.*
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## Papa Francesco e il Cantico dei cancellati
L’altro giorno ho letto su Facebook un [post](https://www.facebook.com/jennifercoursonguerra/posts/10222783971122373?%5F%5Fcft%5F%5F[0]=AZVWtxq4WVuBkepyeV1YIXG6Am08t5c6TOnKcqv5qeRT%5F010IcKGP46%5FA4EseCG2%5FdRBt35nJ7KqLyq8P9%5FtjIWsdMvYO6dfCp-jwKlqXvX5F-GjA5HPWWZ3hq6Dkkmck6Q&%5F%5Ftn%5F%5F=%2CO%2CP-R) della mia collega Jennifer Guerra sulla cosiddetta cancel culture, che, dice, sta diventando la nuova «ideologia gender» sfruttata dagli ingranaggi della destra mondiale per mettere i bastoni fra le ruote alle minoranze e portare avanti programmi antidemocratici a ogni latitudine. Dopo aver citato l’esempio di Ordo Iuris, l’istituto di cultura legale dietro ad alcune tremende leggi reazionarie promulgate in Polonia (su tutte, quella che ha istituito le zone “Lgbt-free”, che avevamo raccontato [su Wired](https://www.wired.it/attualita/politica/2020/01/21/lgbt-omofobia-diritti-polonia-europa/?ref=culturewars.it) quando ne ero redattore), Guerra scrive:
> Sarebbe bello se prima di parlare di cancel culture si avesse il quadro completo della situazione. Poi ognunə sceglie dove investire le proprie energie: se lottare contro le inesistenti censure della Disney e contro qualche altro spauracchio, o se contro organizzazioni religiose reazionarie e antidemocratiche, con un’influenza reale sulle decisioni politiche.
Tanto la prima parte dell’intervento mi era piaciuta, e avevo apprezzato l’individuazione di un lato importante del dibattito sul tema, tanto questo finale mi ha fatto storcere il naso: possibile che l’intera dialettica sul politicamente corretto, la più definente della nostra epoca, si possa ridurre alla sola contrapposizione tra le lotte contro «le censure della Disney e altri spauracchi» e quelle «contro organizzazioni reazionarie e antidemocratiche»? Davvero è l’unica scelta di campo possibile e ammissibile?
Beninteso, le frottole su fantomatiche “censure” dei cartoni animati esistono eccome, e vengono rilanciate anche [dalla stampa italiana](https://www.repubblica.it/esteri/2021/05/04/news/biancaneve%5Fattrazione%5Fdisneyland%5Fbacio%5Fnon%5Fconsensuale%5Fmolestia%5Fprincipe%5Fpolemica-299411612/?ref=culturewars.it). E di certo esistono pericolose macchinazioni antidemocratiche della destra, italiana e internazionale.
Ma non è affatto vero che le parti in causa si possano ricondurre sempre a quelle due posizioni: anzitutto ci sono persone che temono e combattono, e in proporzioni diverse, *sia* gli organismi antidemocratici e para-fascisti *che* gli opportunismi e gli eccessi giustificati in senso “inclusivo”, i quali peraltro non producono affatto soltanto polemiche sghembe su Biancaneve, ma talvolta anche conseguenze serie ai danni di persone innocenti ([qui](https://www.linkiesta.it/2021/09/cancel-culture-non-esiste-dibattito-social-network-cancellazioni/?ref=culturewars.it) qualche esempio documentale, se mi concedi l’auto-link).
Bisognerebbe aggiungere poi, che fare cultura e occuparsi di cultura significa anzitutto guardare ai modi e ai metodi di creazione di pensiero condiviso nella società: se nella cultura occidentale attuale il tic della “cancellazione” e della segnalazione perenne – che poco ha a che fare con la pantomima complottista che ne fa la destra, e molto con la tecnologia e le sue ricadute sulla psiche umana – risulta un fenomeno diffuso, per quale motivo non dovremmo parlarne? «Il gioco della destra», se si fa, si fa nei fatti: chi sostiene il ddl Zan e non è d’accordo col [rovinare la vita a una youtuber](https://culturewars.davidepiacenza.it/issues/culturewars-una-discussione-a-normale-954039?ref=culturewars.it) per un tweet malinteso, per fare un esempio semplice, continua a tirare l’acqua ai mulini progressisti.
Questo ampio preambolo per dire che, letto il post di Guerra, mi sono messo il cuore in pace, dicendo a me stesso che presto la realtà avrebbe inevitabilmente smentito il finale e la caratterizzazione del suo intervento. Ho pensato «presto», ma in realtà un primo elemento di maggiore complessità è arrivato addirittura prestissimo.
Nei suoi auguri al Corpo diplomatico per il nuovo anno, Papa Francesco si è inserito nello spinoso (qualcun altro dirà: estenuante) dibattito di cui sopra, definendo «una forma di colonizzazione ideologica, che non lascia spazio alla libertà di espressione e che oggi assume sempre più la forma di quella cancel culture che invade tanti ambiti e istituzioni pubbliche». E proseguendo:
> In nome della protezione delle diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità, con il rischio di far tacere le posizioni che difendono un’idea rispettosa ed equilibrata delle varie sensibilità. Si va elaborando un pensiero unico – pericoloso – costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi.
Non mi trovo particolarmente d’accordo con l’impostazione del «pensiero unico» scelta da Bergoglio – non ricordo di essermi mai trovato del tutto d’accordo con un Papa, finora, a dirla tutta – ma alcune parti del suo senso di fondo sono innegabili nella loro correttezza: in nome della malintesa ricerca di una nuova inclusione sociale, dice il Papa, in alcuni ambiti si finisce per analizzare la storia con le sole lenti moderne, il che è normale in certi casi (si pensi alla discussione sull’eredità di una figura storica) ma rischia di essere deleterio in altri, perché pensarsi al centro del tempo e delle vicende umane produce un errore prospettico.
Su un altro piano, inoltre, tornando all’inizio, non posso fare a meno di notare che si tratta dello stesso pontefice che in passato ha pronunciato parole (relativamente: parliamo pur sempre della Chiesa) rivoluzionarie sulle coppie omosessuali e sulle unioni civili, ed esternato preoccupazioni relative alle ascese sovraniste di Donald Trump e Marine Le Pen, diventando un imprevedibile idolo progressista. Molti hanno visto in Francesco un Papa “di sinistra”, nonché di certo in controtendenza rispetto ai suoi predecessori: e allora perché lo sentiamo concionare di «cancel culture»? Sarà forse «reazionario e antidemocratico» anche lui? La luna di miele col progressismo è finita?
Forse. O forse, come [Barack Obama](https://www.nytimes.com/2019/10/31/us/politics/obama-woke-cancel-culture.html?ref=culturewars.it) e tanti altri progressisti che non hanno bisogno di patenti, Bergoglio ha espresso un’opinione su fenomeni che con le presunte censure della Disney e gli spauracchi sventolati dalla destra non c’entrano nulla, perché il discorso culturale che riguarda l’inclusione e la rappresentazione di centinaia di milioni di persone su piattaforme governate da algoritmi spietati è una cosa un po' più sfumata. Prima ce ne accorgiamo, e prima riusciremo ad avere «il quadro completo della situazione» su cui ci stiamo accapigliando: che è quello che auspichiamo tutti.
## I cattivi di Capodanno

(foto Unsplash)
Si comincia a parlare di più di alcuni casi di aggressioni sessuali avvenute in piazza Duomo a Milano e nelle vie limitrofe nella notte tra il 31 dicembre e il 1º gennaio: le vittime sono almeno 9 giovani ragazze, i carnefici – scrive [Il Giorno](https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/milano-duomo-violenze-1.7240328?ref=culturewars.it) – «italiani di seconda generazione e stranieri, di età fra i 15 e i 21 anni». Nei due provvedimenti di fermo erogati dalle autorità si contestano le accuse di violenza sessuale di gruppo e rapina, e i video delle molestie sarebbero stati pubblicati online.
Accade con frequenza che un episodio di cronaca in cui c’è una componente di multiculturalità a fare da sfondo non diventi subito un *talking point* di livello nazionale, almeno al di fuori delle immediate lance in resta xenofobe dei sovranisti: era già successo, con modalità accostabili a queste, con la terribile sorte toccata a [Saman Abbas](https://www.fanpage.it/attualita/saman-abbas-storia-di-un-omicidio-senza-corpo-le-tappe-della-vicenda/?ref=culturewars.it), la ragazza di origine pakistana uccisa a maggio a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, per quella che gli investigatori ritengono una pena capitale inflitta dalla famiglia che non accettava il suo essersi opposta a un matrimonio combinato. E alcuni elementi ritornano anche nella vicenda di Ikram Nazih, ventitreenne italiana di origine marocchina finita in carcere nel Paese dei suoi genitori per aver pubblicato per pochi minuti una [vignetta ironica sul Corano](https://www.wired.it/attualita/politica/2021/08/12/ikram-nazih-carcere-marocco-blasfemia/?ref=culturewars.it).
Nel caso milanese, gli inquirenti hanno parlato di «uno sfogo di istinti di prevaricazione e di una subcultura in cui non c’è posto per il rispetto nei confronti del prossimo e men che meno nei confronti delle donne». È presto per analizzare al microscopio la composizione chimica di questa «subcultura», e di certo si sbaglia a identificarla con l’Islam tout court, come fa la sicumera della propaganda di destra: chi ci dice che i presunti stupratori di piazza Duomo siano cresciuti in famiglie profondamente religiose? Non potrebbe essere altro ad aver influito sulla loro formazione e il loro carattere, dal contesto sociale delle periferie in cui abitano a certe italiche compagnie?
A rimanere qual pietra d’inciampo della nostra inadeguatezza, però, è il fatto che qualsiasi discorso su questi temi viene fermato sul nascere da una riconoscibile priorità egoistica: quella di non venire “presi per razzisti”, una preoccupazione che i social network e i timori degli shitstorm decuplicano, fino a paralizzare uno scambio di opinioni e uno sforzo di dialettica e sintesi che, in una società multiculturale in salute, servirebbe come il pane. Tanto si corre con superficialità ad affibbiare etichette all’universo-mondo quanto, se l’etichetta è una di quelle che portano rogne nella propria bolla di riferimento, si tace fino all’autocensura. È un argomento che ha portato anche Giuliana Sgrena [sul Manifesto](https://ilmanifesto.it/ikram-nazih-la-blasfemia-serve-alla-repressione/?ref=culturewars.it), peraltro, in un connubio di autrice e testata che non dovrebbe lasciare dubbi in buona fede su possibili connivenze con gli ultra-conservatori.
Non è detto che le culture – in senso lato – di provenienza dei presunti molestatori di piazza Duomo abbiano influito in senso decisivo o rilevante sulle loro malefatte. Ma se c’è una possibilità ragionevole che così sia stato, è una domanda sincera da porsi senza timore dello stolto di turno che si concentra sul dito del saggio: lo si deve alle vittime, che sono più importanti di qualsiasi ortodossia di comodo.
Iniziamo a ragionare con questa serenità, e ogni discorso su patriarcato, cultura tossica e divari di genere – che rimangono problemi da affrontare in *questa* società di cui facciamo parte: si possono avere diverse direttrici di critica e d’azione, checché ne dica Twitter – sarà più partecipato ed efficace, *you bet*.
## **Altre news dal fronte**
- Non so se ti intendi di Nft, ma nel caso: sono folli applicazioni della blockchain per creare pezzi unici collezionabili a partire da... beh, *quasi tutto* (leggi [The Verge](https://www.theverge.com/22310188/nft-explainer-what-is-blockchain-crypto-art-faq?ref=culturewars.it), che sa spiegarlo meglio di me, se serve). Nella sottocultura Nft, in ogni caso, Bored Apes Yacht Club è un’istituzione: una collezione di 10mila ritratti di scimmie generati da un algoritmo (hai letto bene; ne ha uno anche Adidas), scambiati a prezzi che attualmente partono dai 200mila dollari l’uno. Il direttore creativo Ryder Ripps ci ha però visto intenti razzisti, dato che – [ha spiegato](https://www.instagram.com/p/CYfLTBDPgku/?ref=culturewars.it) – il nome d’arte di uno dei suoi autori, Gordon Goner, sarebbe in realtà un anagramma di «Drongo Negro»;

Il post di Ryder Ripps (grazie ad Alessandro M. per la segnalazione)

- A ulteriore dimostrazione del fatto che viviamo tempi estremamente complicati, Oltremanica Bbc è *contemporaneamente* accusata dagli attivisti pro-trans di avere un’agenda «di odio e discriminazione» dai connotati [transfobici](https://www.opendemocracy.net/en/5050/british-media-your-bigotry-is-killing-trans-people/?ref=culturewars.it), e di essere una quinta colonna «woke» per aver [rimosso](https://www.scottishdailyexpress.co.uk/news/scottish-news/calls-woke-bbc-stop-censoring-25918141?ref=culturewars.it) alcuni sketch dell’irriverente show satirico scozzese di fine anni Novanta *Chewin' the Fat.*
### Prove tecniche di guerra civile
URL: https://www.culturewars.it/assalto-campidoglio-wilson-razzismo/
Last updated: 2023-08-22T20:49:11.000Z
*Ehi ciao*, *sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) *e sì, questa è la mia celebre \[citazione necessaria\] newsletter* ***Culture Wars, che*** ***ogni venerdì*** ***parla di casi in cui i nuovi codici e i discorsi intorno al politicamente corretto riplasmano il mondo*** *, in Italia e all’estero. Figo, eh? Speriamo.*
*Ti ricordo che, come da statuto dell’associazione dopolavoristica che la governa, qui sono proibite banalità, formule vuote, superficialità, escandescenze e dileggiamenti un tanto al chilo. Iniziamo? Iniziamo.*
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## Cosa rimane del 6 gennaio
«*A battle for the soul of America*», una battaglia per l’anima americana: così il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha definito la situazione politica d’oltreoceano, parlando al Congresso a un anno dall’attacco al Campidoglio dei sostenitori del suo predecessore, Donald Trump. Un discorso duro, sentito, tra i più importanti – se non *il* più importante – pronunciati da Biden nei suoi dodici mesi di presidenza. E non è un caso: la politica statunitense non è mai stata così delegittimata, precaria, appesa a un filo.
Sbaglieremmo a pensare al 6 gennaio – o *J6*, come viene abbreviato oggi – come a un fatto isolato e irripetibile: se anche Trump (per ora) se n’è andato, infatti, il trumpismo è ben presente, e ha messo radici che hanno fatto presa nel terreno. Se si pensava che dopo una tale orribile espressione di violenza i conservatori moderati avrebbero rapidamente messo nell’angolo suprematisti e militanti armati, a un anno di distanza il 70% degli elettori Repubblicani è ancora convinto che Joe Biden abbia rubato la presidenza a Donald Trump. E la folla che urla chiedendo la testa di Mike Pence non è uno scheletro nell’armadio del Gop: è un fatto storico apertamente celebrato da politici e militanti, come fosse un nuovo Boston Tea Party. Il messaggio è passato, l’anomalia ha un precedente. Gli assalti al Congresso e le corna degli sciamani – oggi lo sappiamo – sono stati parte di una strategia decisa a tavolino dalla destra a trazione trumpiana: le cronache ci hanno mostrato che Trump stesso si è più volte [rifiutato](https://edition.cnn.com/2021/02/12/politics/trump-mccarthy-shouting-match-details/index.html?ref=culturewars.it) di mettere fine alle violenze in corso a Washington, quando gli sarebbe bastata una parola per placare l’ira dei manifestanti.
Una centrata [analisi della rete Abc](https://abcnews.go.com/Politics/riot-jan-dangerously-close-call-trumps-plot-succeeded/story?id=81858613&ref=culturewars.it), pubblicata in questi giorni, ci porta dietro le quinte del tentato golpe, provando oltre ogni dubbio che è fallito per poco, grazie alle scelte individuali di Repubblicani come il vicepresidente Mike Pence, che si è rifiutato di dichiarare illegittimi i grandi elettori conquistati da Biden, o il segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger, che ha opposto il suo niet alla produzione di voti falsi per far vincere il suo Stato a Trump. Bastava che uno di loro cedesse, e il sistema democratico sarebbe collassato su se stesso.
Nel suo *The Next Civil War* (Simon & Schuster), il giornalista e romanziere Stephen Marche fa da Virgilio in un lungo e approfondito viaggio attraverso un Paese mai così polarizzato e ostaggio dei suoi estremismi. «Il 6 gennaio non è stato un campanello d'allarme: è stato un grido di battaglia», [ha scritto Marche](https://www.theguardian.com/world/2022/jan/04/next-us-civil-war-already-here-we-refuse-to-see-it?ref=culturewars.it). Nel suo preoccupante ritratto, il sistema partitico è diventato del tutto ininfluente, dato che «il problema non è chi si trova al potere, ma la strutturazione stessa del potere». Nemmeno ai tempi del Vietnam e degli assassinii di Kennedy e Luther King la fiducia nelle istituzioni in America era stata così drammaticamente bassa, spiega l’autore, anche perché la maggior parte della destra ha «perso ogni fiducia nei confronti del governo in quanto tale» (e non è difficile immaginare che qualcosa di simile – pur con le dovute differenze – stia avvenendo anche alle nostre latitudini, dove una percentuale consistente di elettori della Lega salviniana non può che aver subito i contraccolpi della “normalizzazione" del loro partito nel governo Draghi).
E non bastasse: le infiltrazioni di suprematisti bianchi e altri potenziali terroristi di destra sono sempre più comuni fra le forze dell’ordine e i militari americani, la composizione del Senato sarà presto determinata da 8 Stati che ospiteranno metà della popolazione nazionale, portando la rappresentanza democratica a un minimo storico, e poi... la sinistra non sembra minimamente in grado di far nulla. Scrive Marche:
> Ci sono liberal che conservano un'ingiustificabile fiducia nel fatto che le loro istituzioni possano salvarli, anche quando è del tutto chiaro che non possono. Poi ci sono i woke, élite accademiche e politiche dedite a un discorso volutamente impotente. Qualsiasi istituzione fondata dai woke semplicemente si divora da sola – vedi TimesUp, la marcia delle donne, eccetera – rendendosi irrilevante per chiunque eccetto un gruppo sempre meno nutrito di addetti ai lavori che passano la maggior parte del loro tempo a capire come fare a pezzi chi è rimasto. Si rendono impotenti da soli più velocemente di quanto possano fare i loro nemici.
Nel mentre, sostiene l’autore, la destra ha capito ciò che la sinistra tarda a capire: che il sistema sta andando a pezzi, come il 6 gennaio ci ha mostrato con grandi effetti speciali. E, diversamente dalla sinistra, la destra ha un piano: usare la violenza e le alleanze di comodo per sovvertire la democrazia e prendere il potere. Un piano che, peraltro, sta già mettendo in atto da anni, normalizzando i discorsi d’odio e creando proseliti con bislacche teorie del complotto come QAnon.
Suona tutto molto confortante, no?
## C’era una volta un razzista

E. O. Wilson (Wikimedia Commons)
Uno dei punti deboli di una parte del progressismo odierno è la facilità con cui affibbia etichette, pur affermando di volerle finalmente rimuovere per realizzare una società più giusta. Un paradosso ben esemplificato da un caso recente che ha fatto discutere molti esponenti della società scientifica: *Scientific American*, influente testata americana di settore, ha pubblicato nella sezione delle opinioni del suo sito un [commento](https://www.scientificamerican.com/article/the-complicated-legacy-of-e-o-wilson/?ref=culturewars.it) sull’eredità di Edward Osborne Wilson, l’importante biologo scomparso pochi giorni prima.
Wilson è stato il fondatore de facto della sociobiologia, la disciplina che prende in prestito le teorie evoluzionistiche di Darwin per interpretare i comportamenti sociali delle specie analizzandone la genetica, e nella sua lunga vita ha dato vari contributi determinanti al mondo della scienza: dalle basi evoluzionistiche delle società umane alla scoperta della chimica con cui le formiche comunicano fra loro, e dagli studi sugli habitat animali a quelli sulla biodiversità e la necessità di preservarla. Era professore emerito ad Harvard.
*Scientific American* gli ha dedicato un articolo dallo svolgimento rozzo, ma con una tesi forte: si intitola «la complicata eredità di E. O. Wilson», ed è stato scritto da Monica R. McLemore, professoressa associata alla University of California, San Francisco. McLemore, che è nera, ha scritto tra le altre cose:
> Il suo influente testo *Sociobiology: The New Synthesis* ha contribuito alla falsa dicotomia natura contro cultura e ha generato un intero campo di psicologia comportamentale fondato sulla nozione che le differenze tra gli esseri umani possono essere spiegate dalla genetica, dall'ereditarietà e da altri meccanismi biologici. Scoprire che Wilson la pensava in questo modo è stata un'enorme delusione, perché mi era piaciuto il suo romanzo Anthill, che è stato pubblicato molto più tardi e scritto per il pubblico.
Va precisato che non è la prima volta che Wilson viene accusato apertamente di «razzismo» (una parola che compare 9 volte nell’articolo): nella sua carriera alcuni colleghi e studenti hanno visto nei suoi studi una negazione delle teorie, scientifiche e non, per cui il comportamento umano è anzitutto il risultato delle organizzazioni sociali ed economiche in cui si trova a crescere, e il dibattito in merito nel mondo della scienza non si è ancora esaurito.
L’articolo in questione, però, non fornisce una singola evidenza del presunto razzismo del biologo evoluzionista: si limita a invitare a «rivalutare e criticare» Wilson e altri scienziati, saltando da uno agli altri senza entrare nel merito di ciò che hanno detto o sostenuto. In *Sociobiology*, peraltro, la parola «razza» non appare affatto: l’autore si limita a speculare su come e quanto l’evoluzione umana possa aver influenzato alcuni tratti degli uomini e le donne contemporanee.
La biologia fa i dovuti distinguo tra chi pensa che le differenze fra le persone possano essere influenzate *anche* da fattori genetici, e chi invece gratta gratta, sposa l’eugenetica da quel retrogusto nazista. E un conto è fare disamine e critiche puntuali di questo approccio scientifico (ne esistono diverse, e rigorose); un altro buttare nel calderone accuse di «razzismo intrinseco» a un’intera disciplina, peraltro di fronte a uno scienziato appena deceduto che sul tema aveva preso posizioni molto nette, e opposte a quelle lasciate intendere dall’autrice dell’articolo.
Tanti esponenti del mondo della scienza hanno reagito alla pubblicazione, tra professori, ricercatori e semplici appassionati che hanno visto nel pezzo di McLemore l’ennesimo sintomo di un piano inclinato in cui i fatti e il pensiero critico sembrano diventati un peso di cui disfarsi, in favore di una più brillante meta-narrativa millenaristica capace di prenderne il posto alla bisogna.
Tra le tante reazioni (vi basta cercare «@sciam Wilson» su Twitter, per cominciare), mi ha colpito per senso di misura, dignità e amore per la sua professione di indagatore della conoscenza questo tweet dello psicologo e genetista Eric Turkheimer, e mi piacerebbe poter ripartire da qui:
> As a frequent critic of my own discipline, and not someone who gets easily worked up about “woke” stuff, I gotta say this is really really bad. What is that about the normal distribution? Have some standards, SciAm. [https://t.co/YF1C6gV2dT](https://t.co/YF1C6gV2dT?ref=culturewars.it)
>
> — Eric Turkheimer (@ent3c) [December 30, 2021](https://twitter.com/ent3c/status/1476626271090233346?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
## **Altre news dal fronte**
- Il vostro qui presente affezionatissimo ha debuttato su Esquire, scrivendo [del grande e stronzissimo Norman Mailer](https://www.esquire.com/it/news/attualita/a38678313/norman-mailer-cancel-culture-n-word/?ref=culturewars.it), e di tutti quei giornaloni e giornalini che hanno scritto che sta per venire “cancellato”: non è proprio così, ma di cose di cui parlare nella vicenda che riguarda lo scrittore ce ne sono, a volerlo fare;

- La corte di Bristol, in Inghilterra, ha [archiviato ogni accusa](https://www.bbc.com/news/uk-england-bristol-59727161?ref=culturewars.it) nei confronti delle quattro persone che lo scorso giugno avevano rimosso e gettato nel porto della città una statua dello schiavista Edward Colston, durante una manifestazione di Black Lives Matter. Mia opinione: è una buona notizia;

- Oggi potremmo ancora [pubblicare Einstein](https://www.wsj.com/articles/could-einstein-get-published-today-11600974323?ref=culturewars.it)? (*NO*, la cancel culture non c’entra, smettetela, basta).
### Una discussione a-Normale
URL: https://www.culturewars.it/discorso-scuola-normale/
Last updated: 2022-07-09T22:07:59.000Z
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## Una scuola normale
> Il tempo del potere maschio etero cis non disabile e bianco ha i giorni contati anche alla Normale [pic.twitter.com/l1hsiottZV](https://t.co/l1hsiottZV?ref=culturewars.it)
>
> — Guido Vitiello (@guidotweet) [December 26, 2021](https://twitter.com/guidotweet/status/1475025485570711552?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Nei giorni delle feste, tra un panettone e un tampone, ha tenuto banco la *solita* polemica (sul «solita» torniamo a breve) a tema inclusività: Guido Vitiello, firma de Il Foglio e docente dell’università La Sapienza di Roma, ha twittato un breve video tratto dalla cerimonia di consegna dei diplomi alla Scuola Normale di Pisa. A parlare è Nicolò Campodonico, rappresentante degli studenti di Lettere e filosofia, che dice:
> Il malessere diffuso nel corpo studentesco ha origine in alcune dinamiche tossiche che nascono e prosperano nell’ambiente della Normale. Quando entriamo al corso ordinario superiamo una selezione, attraverso la quale si crea uno spazio omogeneo dove le soggettività neutre sono maschili, bianche, abili, cisgender e conformi alle aspettative di una società eteronormata
Definisco la polemica «solita» perché è ciò a cui i social media (e Twitter in particolare) ci hanno abituato, e che si ripresenta regolarmente e con un copione inalterabile: qualcuno posta un commento più o meno salace su un argomento “sensibile”, si formano due fronti che non vedevano l’ora di usarlo per confermare la bontà dei rispettivi manicheismi, i suddetti iniziano a prendersi a scudisciate digitali, *et voilà*, lo shitstorm è servito.
Vitiello non è nuovo a occuparsi in modo critico di questi temi ([qui](https://www.ilfoglio.it/il-bi-e-il-ba/2021/07/10/news/l-intersezionalita-e-un-affettatrice-per-scomporre-l-individuo-2652153/?ref=culturewars.it), per esempio, trovi una sua critica della dottrina intersezionale), e col suo commento ha ottenuto l’immaginabile schiera di variazioni di «ecco l’ennesimo maschio bianco etero cis che ridicolizza l’attivismo». E certo, a ben vedere il suo tweet non aggiunge molto al difficile discorso toccato dal rappresentante degli studenti. Ma è un tweet: e così come scriverne uno con vaghi proclami inclusivi non rende automaticamente Desmond Tutu, postarne uno di pacato scherno tendenzialmente non fa altro che ciò che fanno le battute, cioè ridere, non ridere, nei casi peggiori un po’ pena. Comunque nulla che meriti guerre civili, no?
A mio modo di vedere si dovrebbe riflettere, semmai, sul fatto che conversare in questo modo, di queste cose, su queste piattaforme è un ardimento che rasenta il masochismo: esiste una singola persona che sia riuscita a cambiare idea (o a far cambiare idea a terzi) a partire da un tweet contenente la parola «cisgender»? E il problema non è mica la parola in sé, eh: è il modo, il contesto, il fine con cui viene troppo spesso usata.
Secondo punto, direi dirimente: il video postato da Vitiello dura pochi secondi. Cos’è successo dopo? Dove voleva andare a parare Campodonico? Quali sono le «dinamiche tossiche» che cita? In cosa si concretizzano, a Pisa, le «aspettative di una società eteronormata»? Chi – e quante – sono le vittime?
Nella fretta di mettere in piedi le due squadre per il calcetto del giovedì, nessuno si è chiesto se Campodonico abbia semplicemente ripetuto formule vuote “inclusive” che allo stato dei fatti appartengono soprattutto a un club ristretto e privilegiato, oppure se ha qualcosa da dire, e magari qualcosa di supportato da fatti, dati e prove di «malessere».
Ragione per cui mi sono trovato a compiere un atto rivoluzionario: scrivergli per chiederglielo. Lui purtroppo non ha voluto tornare sul tema, una scelta che capisco e rispetto. Mi ha risposto, però, che «il discorso in questione è stato scritto collettivamente dalle allieve diplomande e dagli allievi diplomandi in Lettere della Normale», e anche: «Il nostro intento era di rivolgerci alla comunità interna alla Scuola Normale in particolare e abbiamo unanimemente deciso di non impegnarci in altre discussioni». Il che mi pare un intento lodevole (nonché, di questi tempi, non scontato).
C’è anche il tema dell’efficacia e la condivisione, per così dire, di questo linguaggio. Una [ricerca](https://jacobinmag.com/2021/11/common-sense-solidarity-working-class-voting-report?ref=culturewars.it) della rivista Jacobin e YouGov, che si è chiesta come rilanciare la sinistra esaminando i pattern di voto della classe operaia statunitense, ha trovato che quest’ultima preferisce candidati progressisti che si occupano di questioni economiche inquadrate in termini universalistici: lavoro, reddito, ricchezza. Nella stessa ricerca, ha scritto il docente Filippo Barbera sul Manifesto, emerge che «le questioni identitarie e i diritti civili, inoltre, vanno sempre collegati a quadri più generali e mai giocati come carte jolly». Non significa necessariamente che non si possa dire «cisgender», intendiamoci, né che si debba scegliere tra le due cose, è evidente: però forse un po’ di elasticità nell’approccio aiuterebbe, da una parte e dall’altra.
Per parlare di una delle due parti, per finire – quella “inclusiva” – ho trovato a suo modo sintomatico il bailamme sorto attorno a una risposta ottenuta dal tweet di Vitiello, quella della Fondazione Einaudi.
> Mandatecelo ai lavori forzati in [@fleinaudi](https://twitter.com/fleinaudi?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) 😀
>
> — Fondazione Luigi Einaudi (@fleinaudi) [December 26, 2021](https://twitter.com/fleinaudi/status/1475056881701957636?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Un’altra battuta, forse evitabile, che ha fatto arricciare il naso a chi non ha gradito il riferimento ironico ai lavori forzati. La cosa strana, ma molto interessante, è che tanti degli stessi che l’hanno ricondivisa per condannarla si sono messi a ristabilire la giustizia scherzando... [sui gulag](https://twitter.com/fcapoani/status/1475152456304799749?ref=culturewars.it). Logica vorrebbe che i riferimenti ai campi di lavoro o fanno ridere sempre o non fanno ridere mai: e però su Twitter si è sempre drammaticamente simili a ciò che si odia.
## Lindsay Ellis non esiste
La cosiddetta cancel culture: esiste? Non esiste? Solo nei giorni pari? È di destra? Di sinistra? Vota Calenda? *Che palle*. Se riuscissimo a sgombrare il campo dalle gincane asinine a cui ci costringono questi dibattiti, scopriremmo che c’è un mondo là fuori. Ed è un mondo in cui a volte sì, succedono cose riprovevoli, anche in nome di malintesi valori di uguaglianza e inclusione (chiunque può fingersi ciò che non è, a parole: è bene tenerlo a mente).
Entri Lindsay Ellis, youtuber 36enne che si occupa di cinema e negli anni ha accumulato 1,2 milioni di iscritti al suo canale. Il 28 dicembre Ellis ha postato il suo [ultimo tweet](https://twitter.com/thelindsayellis/status/1475645286617735172?ref=culturewars.it), contenente il link a un articolo pubblicato sul suo account Patreon in cui dice addio ai suoi sostenitori e al pubblico, dopo anni di carriera.
Cosa ha portato Ellis a scappare dai social network? Beh, un tweet innocuo postato una mattina, senza darci troppo peso. Risale a marzo, anche se ora risulta cancellato, ma diceva testualmente:
> Also watched Raya and the Last Dragon and I think we need to come up with a name for this genre that is basically Avatar: the Last Airbender reduxes. It's like half of all YA fantasy published in the last few years anyway
Il riferimento è a *Raya e l'ultimo drago*, film d’animazione Pixar uscito nella primavera di quest’anno ambientato in un regno fantastico popolato da draghi. Se non stai capendo, non sei il solo: ma ci viene in aiuto uno dei primi tweet postati dalla youtuber dopo l’accaduto, quando già al posto dei draghi volavano gli shitstorm.
In sostanza: i suoi copiosi critici hanno visto nel primo tweet di Ellis un’uscita razzista soltanto perché accostava Raya, un personaggio ispirato alla cultura asiatica, a un altro prodotto legato a questo immaginario, *Avatar - La leggenda di Aang*. E questo è bastato per renderla vittima di abusi seriali, martellanti pretese di abiure e altre spiacevolezze capaci di minare la serenità di una persona (che infatti, in questo caso ha prima cancellato il suo account Twitter, e poi detto in un video contrito: «You shouldn't tweet in the morning. You shouldn't tweet at all. Nobody should tweet»).
Oggi Lindsay Ellis ha gettato completamente la spugna, citando nel titolo del suo intervento di commiato la short story distopica di Ursula Le Guin *Quelli che si allontanano da Omelas*, e noi potremmo anche dire chissenefrega: troverà altri lidi in cui esprimersi. Ma un mondo in cui le persone innocenti vengono molestate perché hanno postato un tweet evidentemente innocuo e malinteso non è, come dire, un mondo altamente sotto la soglia della sufficienza?
Il pessimo Michael Hobbes – tra i [peggiori](https://www.linkiesta.it/2021/11/debunking-cancel-culture-truffa/?ref=culturewars.it) riduttori del discorso a un falso “è solo un fantasma della destra” nel mare magnum del giornalismo americano – ha già [fatto un parziale dietrofront](https://twitter.com/jessesingal/status/1475934042264645632?ref=culturewars.it) sulle sue convinzioni storiche, spiegando che c’è bisogno di una «conversazione adulta» su ciò che i social network stanno rendendo l’essere un personaggio pubblico. Ma è *too little*, e probabilmente *too late*: se siamo rimasti concentrati sul dito dello spauracchio delle quinte colonne della destra anche con chi faceva un discorso dalle rispondenze immediatamente riscontrabili, nel frattempo la Luna degli abusi e dell’ecosistema tossico ha continuato a percorrere la sua orbita.
La cancel culture non lo so, ma Lindsay Ellis esiste: vogliamo occuparcene, o rimaniamo fermi sul «chissenefrega», finché non toccherà a un amico nostro?
## Buoni propositi
Siamo già andati lunghi, e tu giustamente non vedi l’ora di andare a seguire la diretta del Capodanno di Amadeus in piazza a Matera (si fa anche quest’anno, quella roba lì? Che dice il Cts?), questa sezione la manteniamo breve: ci metto un po’ di cose che *mi auguro* il 2022 ci farà vedere in questo campo, pur sapendo che probabilmente rimarrò deluso.
Spero, insomma:
- che la discussione sulle piattaforme a cui diamo troppe ore delle nostre vite diventi qualcosa di appena appena più civile, sensato, sensibile – anche se purtroppo non ho ricette magiche in tal senso;
- che l’attivismo sia considerata una cosa ben distinta dal fare la conta di like ed engagement, dallo scagliare pietre sul/la primo/a che passa e dal mettere il proprio ego davanti alle cause che si sostiene;
- che l’inquinamento del dibattito e la relativa polarizzazione tra “vogliono rubarci il Natale e costringerci a cambiare gender” e “tutti i liberal sono nazisti *in disguise*” trovi una pacificazione, o almeno un po‘ di sale in zucca;
- che tutti possano esprimere se stessi e il proprio talento, la propria identità e la propria arte senza limiti, censure, preoccupazioni, rischi e paura;
- che la «carità interpretativa» diventi un principio-bandiera capace di guidarci nei nostri tweet, post e Stories. Perché non sono solo messaggini, e non è vero – non lo è mai stato – che il loro unico effetto è dare voce a tutti.
Se l’edizione di oggi ti è piaciuta, condividila o posta il [link alla newsletter](https://davidepiacenza.it/newsletter/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter): è un aiuto prezioso.
Ciao, buon 2022!
### Palpeggiamenti nel Metaverso
URL: https://www.culturewars.it/palpeggiamenti-metaverso/
Last updated: 2023-08-22T20:48:11.000Z
*Quando abbiamo smesso di capire il mondo? È il titolo di un bel libro dello scrittore cileno Benjamín Labatut edito da Adelphi, perfetto per parlare del presente: in nessun altro periodo della storia recente ci siamo trovati di fronte un sistema di segni, codici e sensibilità sociali così messo in crisi, polarizzato e ostaggio di scontri sempre più arcani e irrisolvibili.*
*Io sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter)*, e* ***Culture Wars*** ***ogni venerdì*** ***parla di casi in cui i nuovi codici, l’inclusività e i valori e i discorsi intorno al politicamente corretto agiscono riplasmando il mondo*** *, in Italia e all’estero.*
*Siamo arrivati alla quarta puntata: pensate che longevità. E già che ci siamo: merry Xmas, eh.*
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## La virtualità della molestia
La settimana scorsa Meta, la compagnia che controlla Facebook, ha [aperto al pubblico Horizon Worlds](https://www.theverge.com/2021/12/9/22825139/meta-horizon-worlds-access-open-metaverse?ref=culturewars.it), il suo social network in realtà virtuale, presentato come una sorta di spassoso Minecraft in cui fino a 20 persone possono riunirsi coi loro avatar ed esplorare spazi virtuali in condivisione nel *very hyped* Metaverso, la nuova frontiera delle nostre vite connesse: l’alternativa perfetta ai brindisi di Natale ai tempi delle varianti di coronavirus, giusto?
*Sbagliato*. O meglio: magari lo diventerà, ma per ora il futuro in realtà virtuale ha fatto parlare di sé per problemi antichi. Il 1° dicembre la stessa Meta ha rivelato che una beta tester della piattaforma ha condiviso su un gruppo privato di Facebook un’esperienza di molestie sessuali di cui è rimasta vittima su Horizon Worlds. Vivek Sharma, vicepresidente di Horizon, ha definito l’accaduto «assolutamente spiacevole», spiegando però che si tratta di «un buon feedback per noi».
Un ottimismo motivato dal fatto che, secondo quanto spiegato dalla società, la donna palpeggiata non avrebbe attivato un tool fornito in dotazione all’utenza, “Safe Zone”, che consiste in una bolla protettiva che, quando è attivata, impedisce agli altri avatar di interagire col proprio.
Già ti sento: *ah, ci mancavano le molestie virtuali, come se avessimo risolto il problema di quelle reali*. A complicare ulteriormente il tutto, però, c’è che non solo la differenza tra *reale* e *virtuale* è meno immediata di quanto si potrebbe pensare, ma il fenomeno non è nemmeno così nuovo: se ne parla almeno dal 2016, quando la gamer Jordan Belamire scrisse [una lettera aperta su Medium](https://medium.com/athena-talks/my-first-virtual-reality-sexual-assault-2330410b62ee?ref=culturewars.it) per denunciare un abuso subito su Quivr, un giochino in cui personaggi in realtà virtuale dotati di «un elmetto che galleggia nell'aria e le mani» danno la caccia agli zombie. Scriveva Belamire:
> All'improvviso, l'elmetto senza corpo di BigBro442 mi si è parato davanti. La mano galleggiante del suo avatar si è avvicinata al mio corpo e ha iniziato a palpeggiarmi il petto virtualmente
Derubricare esperienze come queste a semplici eccessi di suscettibilità, se non direttamente a problemi *da primo mondo*, è una tentazione golosa ma un po’ pigra: l’associazione specializzata Digital Games Research Association ha [passato in rassegna](http://www.digra.org/wp-content/uploads/digital-library/DiGRA%5F2020%5Fpaper%5F272.pdf?ref=culturewars.it) le reazioni alla lettera pubblicata su Medium da Belamire, trovando che buona parte dei commentatori non consideravano quella occorsa alla ragazza una *vera* molestia sessuale.
Ma cos’è una *vera* molestia? Secondo Jesse Fox, professoressa della Ohio State University che si occupa di implicazioni sociali della realtà virtuale, [sentita dalla MIT Technology Review](https://www.technologyreview.com/2021/12/16/1042516/the-metaverse-has-a-groping-problem/?ref=culturewars.it), «le molestie sessuali non hanno mai dovuto per forza essere una cosa fisica». Ovvero, basta la volontà di umiliare sessualmente la vittima di turno.
E tu – per citare i migliori social media manager di questo sciagurato Paese – *che ne pensi*?
## Professori, fascisti e poster boy
All’università Sciences Po Grenoble non c’è pace per una vicenda con protagonista il professore di tedesco Klaus Kinzler. Il prologo dei fatti risale a novembre del 2020, quando l’ateneo stava organizzando una settimana di appuntamenti dedicati all’uguaglianza e alla lotta alla discriminazione. Alcuni prevedevano incontri tra docenti e studenti, e uno in particolare girava attorno a un dibattito su «Razzismo, antisemitismo e islamofobia».
In alcune email scambiate con due colleghi e alcuni studenti del gruppo, Kinzler aveva avuto da ridire sull’equiparazione tra i tre fenomeni, dicendo di non amare «particolarmente l’Islam», che anzi lo spaventa, «come spaventa molti francesi». Alla fine Kinzler si scuserà con gli interlocutori per due volte, ma «islamofobia» sparirà dal titolo del dibattito.
A marzo, nel campus universitario di Grenoble appaiono dei poster che fanno riferimento allo scambio via email, già parzialmente pubblicato alla fine del 2020 da rappresentanti del sindacato studentesco Union Syndicale. Riportano il nome di Kinzler e slogan come «fuori i fascisti dalle nostre aule» e «l’islamofobia uccide», e sono ripresi da foto e messaggi postati ripetutamente da alcuni studenti sui social network. Kinzler e un collega sono messi sotto protezione da parte della polizia, viene avviata un’indagine.
Sulla vicenda si è espresso anche l’ispettorato generale dell’istruzione superiore francese, con un rapporto in cui [ha trovato](https://www.leparisien.fr/amp/societe/sciences-po-grenoble-5-minutes-pour-comprendre-laffaire-klaus-kinzler-21-12-2021-PH4GLFBE5FCO3MOHZRAA5GKU5U.php?ref=culturewars.it) «che tutti coloro che sono coinvolti in questa vicenda si sono resi colpevoli di errori di valutazione, goffaggini, lacune e colpe, più e meno gravi, più e meno numerose». Lo stesso Kinzler, infatti, è andato a fare il giro delle sette chiese televisive definendo il suo ateneo una «scuola di rieducazione politica» votata all’indottrinamento del «wokismo», cioè quella corrente di militanza politica in voga nei campus nordamericani che ha reso l’inclusione una ragione di militanza talvolta cieca e controproducente (ma il termine, è bene ricordarlo, è altamente [controverso](https://www.nytimes.com/2021/08/17/opinion/woke-politically-correct.html?ref=culturewars.it)).
E, a quattro mesi dalle elezioni presidenziali francesi, la vicenda è diventata un caso politico nazionale. Esponenti di destra e di centro hanno chiesto che l’istituto venga posto sotto controllo esterno, altri – come François Jolivet – hanno chiesto una commissione parlamentare d’inchiesta sulla libertà di espressione nelle università francesi. Di recente, in una decisione salutata con entusiasmo da Marine Le Pen, il presidente della regione Rhône-Alpes Laurent Wauquiez ha sospeso i finanziamenti regionali a Sciences Po Grenoble.
La vicenda è complicata, ma riassume (e ricomprende in sé) alcuni dei cardini delle guerre dei campus americani: il professore dalle posizioni conservatrici messo alla gogna con campagne orchestrate sui social – chi ha visto [The Chair](https://www.theatlantic.com/culture/archive/2021/08/the-chair-netflix-review/619855/?ref=culturewars.it) riconoscerà quanto successo al professor Elliot, in una scena pressoché indistinguibile dal reale – che poi si radicalizza nelle sue posizioni, diventa un personaggio, porta i suoi troll seriali a poter ragionevolmente dire *ecco, vedete? Ce la siamo presi con un fascista*. Finché il caso non finisce per essere parte di un gioco più grande, venendo sfruttato dalla destra radicale per coprire con una foglia di fico la sua totale, rabbiosa chiusura verso qualsiasi orientamento progressista.
*Come venirne fuori?* Boh, non saprei. E se lo sapessi forse sarei, che so, ministro dell’Università in Francia. Ma forse non lo saprei nemmeno in quel caso. Perché è un ginepraio. È complicato. È un discorso diventato quasi impossibile da fare senza scomuniche, accuse, false coscienze, malafede, ricatti morali, secondi fini e tutto il resto. Cercherei di rimanere sull’essenziale: no, esporre conversazioni più e meno private al pubblico ludibrio per dare del fascista al prossimo, specie con modalità così infamanti, moleste e foriere di conseguenze deleterie per la vita personale delle persone, non è un comportamento giusto e progressista. Sul resto, beh, parliamone.
## Morte di JD, «bianca iperprivilegiata»
Ieri è morta Joan Didion, straordinaria e celeberrima autrice americana della corrente del cosiddetto New Journalism che per tre quarti di secolo, ha [scritto il New York Times](https://www.nytimes.com/2021/12/23/books/joan-didion-dead.html?ref=culturewars.it), «ha esplorato la cultura e il caos» negli Stati Uniti.
La prima versione di un [articolo](https://www.theguardian.com/books/2021/dec/23/joan-didion-in-her-own-words-23-of-the-best-quotes?ref=culturewars.it) dedicatole dal Guardian (nello screenshot qua sopra), presto modificato in fretta e furia con una nota, le accostava la definizione di «overprivileged white woman». In molti sensi lo è stata: ricca, famosa, dotata di una sprezzatura commisurata al suo inarrivabile talento, Didion era certamente agli antipodi rispetto alla militanza politica resa mainstream dai social network nell’ultimo decennio. Ma nessuna persona sana di mente o lontana amante della letteratura ridurrebbe mai l’autrice de *L’anno del pensiero magico* e *The White Album*, o la sua influenza sulla cultura e sul pensiero americano, a uno spettro qui sterile e banale come quello del «privilegio».
Joan Didion, nella sua vita fatata e non abbastanza militante, ha perso una figlia e un compagno, ne ha scritto pagine immortali sul dolore e il senso di essere al mondo. Ha detto giustamente Helen Lewis dell’Atlantic che tic mentali come quello di cui sopra sono, in definitiva, «misoginia travestita da progressismo».
## **Altre news dal fronte**
- Dopo il bailamme su J. K. Rowling e le sue posizioni considerate transfobiche (ne avevamo parlato [nell’ultima puntata](https://www.culturewars.it/culturewars-harry-potter-e-la-camera-dei-flame/) di questa newsletter), la lega americana del Quidditch (come fa uno sport inventato nel contesto di un’opera di fantasia a tema maghi volanti ad avere una sua lega? *Buona domanda*) ha deciso di [cambiare nome](https://www.theguardian.com/us-news/2021/dec/20/us-quidditch-leagues-change-name-jk-rowling?ref=culturewars.it) alla sua disciplina, coprendosi più che vagamente di ridicolo;

- Le edizioni Tlon, che si occupano di filosofia e negli ultimi tempi si sono avvicinate anche editorialmente al mondo dell’attivismo inclusivo, hanno [fatto parecchio incazzare](https://www.instagram.com/p/CXl95LONUEJ/?ref=culturewars.it) la comunità asessuale. Il motivo risiede nella pubblicazione di un libro, *I corpi astinenti*, che la comunità ace ha tacciato di afobia e definito «problematico» per il modo in cui la rappresenta. Nei commenti del ricco shitstorm seguito al pacato post di Tlon per calmare le acque si descrivono i drammi di «una comunità marginalizzata, che già deve subire minority stress e microaggressioni continue», per colpa di «una società afobica»;

- Tutto il mondo è paese: anche oltreoceano una certa qual destra bacchettona prova a propagandare lo spauracchio di una tragica “guerra al Natale” e alle tradizioni. Fox News però ha avuto l’indiscusso merito (se non, ehm, l’ardire) di farlo a partire da... un albero di Natale incendiato da un folle. La storia [raccontata dall’Economist](https://www.economist.com/united-states/2021/12/18/americas-christmas-wars?ref=culturewars.it).
### Harry Potter e la camera dei flame
URL: https://www.culturewars.it/flame-harry-potter-rowling-transfobia/
Last updated: 2023-08-22T20:47:36.000Z
*Quando abbiamo smesso di capire il mondo? È il titolo di un bel libro dello scrittore cileno Benjamín Labatut edito da Adelphi, perfetto per parlare del presente: in nessun altro periodo della storia recente ci siamo trovati di fronte un sistema di segni, codici e sensibilità sociali così messo in crisi, polarizzato e ostaggio di scontri sempre più arcani e irrisolvibili.*
*Io sono* [*Davide Piacenza*](https://davidepiacenza.it/?ref=culturewars.it)*, e* ***Culture Wars*** ***ogni venerdì*** ***parla di casi in cui queste dinamiche agiscono e riplasmano il mondo*** *, in Italia e all’estero. Non usa espressioni-richiamo come «dittatura del politicamente corretto» o, quando possibile, «cancel culture», né qualsiasi cosa banalizzi un discorso importante e che bisogna fare insieme.*
*Questa è la terza puntata, la prima che arriva nella casella email di poco meno di 600 persone: grazie del sostegno prezioso. Oggi, una riflessione che parte dal personale. E scusa il pippone.*
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## Come siamo diventati tutti Voldemort
Devo farti una confessione: quando si parla di questi anni come quelli della riscossa degli *snowflake*, cioè – con un termine dispregiativo – le persone esageratamente sensibili, o si immagina un’«era della suscettibilità», io mi sento a disagio. E mi sento a disagio non solo – o non tanto – perché mi sembra una riduzione semplicistica e in definitiva sbagliata di fenomeni più ampi e complessi, ma anche per una sorta di conflitto di interessi: io stesso sono sempre stato definito dagli altri una persona *estremamente* sensibile. E per anni, facendola breve, mi sono chiesto se ci fosse qualcosa che non andava in me, o perché anche le cose considerate più banali mi risultavano così difficili da metabolizzare, o se era così per tutti.
Poi sono cresciuto, ho visto un po’ il mondo, ho conosciuto altre persone in altri luoghi, ho scoperto che altri avevano la mia stessa prospettiva, ho imparato a lasciar correre, a ridimensionare, a comprendere.
*E perché* ***proprio tu*** *non sei al 100% allineato coi più accesi fra i militanti della rivoluzione sensibile?*, sento spesso chiedere alla proverbiale vocina del subconscio, più surcigliosa del solito. Le rispondo così: apprezzo, vocina, che il mondo faccia più attenzione a chi non rientra in canoni un tempo immutabili, a quelli che non rispondono a determinati criteri sociali, a categorie di persone storicamente bistrattate. È un cambiamento giusto e cruciale. Ma dato che la mia sensibilità è omnidirezionale, sono sensibile anche al *come* lo si persegue.
Il contesto culturale che fa da sfondo e carburante a questo shift di codici svela i modi di pensare e di intendere la realtà di chi li padroneggia. Prendiamo un caso che forse ormai è il classico *caso-a-sé*, ma di stringente attualità e utile, in un certo senso, a capire il mio discorso: J. K. Rowling, famosissima autrice della saga di Harry Potter, è stata accusata negli ultimi anni di essere una terf (acronimo di *trans-exclusionary radical feminist*, cioè femminista radicale trans-escludente) per [diverse sue prese di posizione](https://www.ilpost.it/2020/06/11/jk-rowling-trans-identita-genere/?ref=culturewars.it) contro le persone trans. L‘ultima risale a pochi giorni fa.
> War is Peace.
> Freedom is Slavery.
> Ignorance is Strength.
> The Penised Individual Who Raped You Is a Woman.[https://t.co/SyxFnnboM1](https://t.co/SyxFnnboM1?ref=culturewars.it)
>
> — J.K. Rowling (@jk\_rowling) [December 12, 2021](https://twitter.com/jk%5Frowling/status/1470092815506063365?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
L’autrice, che in passato si era apertamente schierata in senso progressista su diversi temi, dalla Brexit a Trump, ha risposto a un report secondo cui la polizia scozzese starebbe registrando l’identità di genere – e non il sesso biologico – degli accusati di stupro, anche in assenza di documenti che certificano la transizione, ridando linfa a una teoria (peraltro [smentita](https://www.nbcnews.com/feature/nbc-out/no-link-between-trans-inclusive-policies-bathroom-safety-study-finds-n911106?ref=culturewars.it) da alcuni studi disponibili) che vorrebbe le donne cosiddette cisgender – cioè le nate con genitali femminili – a rischio di incolumità per il dover condividere i loro servizi igienici con le donne trans.
È l’ultimo atto di una polemica che si è fatta violenta e sterile, ormai da tempo avvitata su se stessa, fatta di episodi orribili (come l’indirizzo di casa della scrittrice [postato sui social](https://www.bbc.com/news/uk-scotland-glasgow-west-59372838?ref=culturewars.it) da sedicenti attivisti) e una buona dose di approssimazione da parte di una celebrità con una cassa di risonanza di milioni di follower (sul tema si può leggere il commento critico e misurato di una donna trans, la giornalista olandese di De Correspondent Valentijn De Hingh, che [ne aveva scritto nel 2020](https://thecorrespondent.com/702/im-trans-and-i-understand-jk-rowlings-concerns-about-the-position-of-women-but-transphobia-is-not-the-answer/788222918340-a4270c13?ref=culturewars.it)).
Penso che chi ritiene le [opinioni di J. K. Rowling](https://www.jkrowling.com/opinions/j-k-rowling-writes-about-her-reasons-for-speaking-out-on-sex-and-gender-issues/?ref=culturewars.it) ingiuste nei confronti delle persone trans abbia le sue ragioni: perché sono dichiaratamente parziali, perché sono quasi sempre prive di riferimenti e dati, perché quando sono portate agli estremi sembrano negare una prospettiva “autopercettiva” che è propria di ogni persona. E penso che sia giusto criticarle, anche duramente, trattandosi di diritti civili.
Non penso, però, che sia accettabile – o che faccia granché bene a qualcuno, se è per questo – ragionare sempre e costantemente per estremi, in rigide divisioni per squadre, scomunicando senza discutere, mettendo alla gogna per farsi portavoce, delegando discorsi infinitamente complessi alla dopamina pressapochista dei like.
È più che legittimo decidere che il femminismo di J. K. Rowling sia dannoso e contestarlo, ma si può fare senza arruolare tra i peggiori reazionari e i mandanti di violenze tutti quelli che le hanno prese per buone o ragionevoli, magari semplicemente perché hanno dubbi sinceri sulla questione che affrontano, che non riguarda soltanto la sacrosanta libertà delle persone di vivere senza discriminazioni, ma anche il complesso rapporto tra l’identità e alcuni pilastri dei sistemi sociali e legislativi vigenti. Non posso credere che chiunque scriva «biological sex is real» neghi il sacrosanto diritto all’autoidentificazione e al vivere la propria vita in pace. Dove finisce la transfobia di un caudillo di estrema destra che ha visto nelle esternazioni della scrittrice scozzese un cavallo su cui puntare, inizia la legittima preoccupazione di donne che con l’estrema destra non hanno nulla da cui spartire. O quella di atlete in competizioni sportive in cui l’inclusione pone [nuovi e pressanti interrogativi](https://www.theguardian.com/sport/blog/2021/dec/13/swimming-trans-debate-starting-to-change?ref=culturewars.it).
Quel che voglio dire è che non tutti conoscono il mondo nel nostro stesso modo; non tutti hanno la nostra e le nostre sensibilità. Qualcuno può essere accompagnato a evolvere il suo sentire. Qualcun altro deve essere convinto. E non sempre chi obietta è una persona squallida o intollerante.
E questo perché, riducendo all’essenziale, la realtà è un posto complicato e le persone sono prismi che è ingiusto – oltre che controproducente – ridurre a una singola opinione, a un like, a un approfondimento mancato. È il nucleo di ciò che ha sostenuto in un famoso discorso uno che tanto anti-inclusivo non è: l’ex presidente degli Stati Uniti [Barack Obama](https://www.nytimes.com/2019/10/31/us/politics/obama-woke-cancel-culture.html?ref=culturewars.it). Nel 2019 Obama ha parlato della tendenza sempre più diffusa sui social media a considerare il cambiamento come un prodotto diretto del «giudicare il più possibile gli altri»:
> Non è attivismo. Non è generare cambiamento. Se tutto ciò che stai facendo è lanciare pietre, probabilmente non arriverai così lontano. Perché quello è fin troppo facile.
Non mi riferisco a Rowling in sé, quanto allo tsunami di flame e sotto-flame che la sua militanza “Terf” ha generato in questi anni: si può pensare che l’autrice sia una reazionaria senza buttare a mare i suoi libri, ad esempio (come molti stanno facendo, e qualcuno addirittura leggendo retrospettivamente fra le righe di Harry Potter il simbolismo di un [sistema di discriminazione di orientamento liberale](https://twitter.com/sk1nnyq/status/1470444690524839945?s=21&ref=culturewars.it)).
I compartimenti stagni, nella misura in cui colonizzano e indirizzano *ogni* dibattito online, fanno soltanto la fortuna di quei tre o quattro – già ricchissimi – Ceo della Silicon Valley, che sugli engagement della rabbia e dei fronti contrapposti hanno costruito i loro imperi digitali. Per tutti gli altri, per tutti noi, alla fine rimarrà sempre soltanto un senso di spaesamento e frustrazione, unito a un orgoglioso rifiuto di ammettere qualsiasi umanità condivisa con transfobi e terf, o chiunque si trovi al di là delle nostre personali barricate. Eppure quell’umanità c’è e ci sarà sempre, ed è da quella che dovremmo partire per risolvere tanto la transfobia quanto la frustrazione latente.
Al di là del caso Rowling (che meriterebbe altri paragrafi che qui non possiamo dedicargli), la mia impressione è che intere generazioni di giovani e meno giovani stiano gradualmente ma inevitabilmente disimparando a fare distinguo e apprezzare le gradazioni di colore, incarnando e confermando quei pur bellissimi versi di T. S. Eliot:
> Essi cercano sempre di evadere/ dal buio esteriore e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono.
## La fine? Macché, ancora pippone
> Oh dear god, people are saying right out loud, "Everything should be 100 percent literal so audiences don't have to think too much." The art and literature of the future are going to suuuuuuuck. [pic.twitter.com/t5nZtHLvT1](https://t.co/t5nZtHLvT1?ref=culturewars.it)
>
> — Edward Carney (@Edward\_Carney) [December 7, 2021](https://twitter.com/Edward%5FCarney/status/1468344950890901504?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Lo screenshot del tweet qua sopra ne è una rappresentazione aneddotica, ma plastica: in un ecosistema comunicativo in cui conta solo il *face value* immediato non c'è più spazio per un’esposizione “sana” a punti di vista e visioni del mondo differenti; il contraddittorio è sempre e solo una quinta colonna di forze oscure e squadre avversarie; il dubbio vero non è concesso; e persino le opere artistiche talvolta passano attraverso la lente dell’obbligo morale di mandare messaggi precisi e immacolati, senza sfumature. *Con noi o contro di noi*.
Eppure – ed è su questo che mi trovo d’accordo con alcuni critici della “new age sensibile” – ad averci formato e reso esseri umani più o meno consapevoli e funzionanti sono stati anche gli esempi negativi, mitigati ed esorcizzati, rappresentati e disinnescati nelle loro singole componenti istruttive. I tormenti di Philip Roth, le cattiverie catartiche di Barney Panofsky, l’orrore delirante di *Psycho*, per dire le prime cose che mi vengono in mente. La ricchezza dell’essere umani pensanti è poter andare oltre la superficie dell’esperienza individuale, astrarla, imparare dagli errori, capire e a volte accettare chi li commette, che si tratti di un parente stretto o di un totale sconosciuto, trovare quella fiammella universale che è uguale in ogni persona.
Nessuno qui sostiene una necessità di perpetuare sistemi oppressivi, discriminazioni sistemiche, linguaggi irrispettosi, o tantomeno quella di venire esposti a tweet transfobici, tutt’altro; c’è però un’assoluta importanza di non vivere in camere dell’eco in cui esistono soltanto due posizioni degli interruttori: “completamente ragione/condivisibile” e “completamente torto/censurabile”. È un gioco incoraggiato *by design* dalle piattaforme social, per cui la divisione a squadre armate in cerca di reciproco annientamento si traduce in immensi ricavi pubblicitari, ma è un gioco crudele e culturalmente deleterio. Significa non provare nemmeno più a dipanare qualche filo dell’ingarbugliatissima matassa della condizione umana, su cui anche il passato più sbagliato e piagato da disuguaglianze e orrori ha prodotto riflessioni meritevoli di studio e portatrici di nuove prospettive.
Vivere non una, ma *tutte* le proprie posizioni come totem immutabili che separano il legittimo dal pericoloso significa non tollerare altro da sé che non rappresenti una minaccia immediata: il che, se ci pensate un attimo, è l’anticamera dei peggiori pensieri della storia.
Tanto più che, per quanto mi riguarda, tutto questo non ha nulla a che fare con la sensibilità: anzi, è proprio il suo contrario.
## **Altre news dal fronte**
- Mentre abbiamo smesso di leggerne in giro, la vita delle donne in Afghanistan è peggiorata sensibilmente: «Prima dell'arrivo dei talebani le radio trasmettevano anche musica e programmi dedicati alle ragazze e alle donne: ma adesso non possono più farlo. Alcune donne erano anche alla guida di testate ma adesso sono costrette a casa, senza un salario», [ha detto](https://twitter.com/NessunLuogo24/status/1470431471756361728?ref=culturewars.it) il giornalista afghano Mohamed Andalib Ismail a Radio 24;

- Verónica Forqué, famosa attrice spagnola (era comparsa in diversi film di Almodovar), si è tolta la vita il 13 dicembre. La sua morte ha scosso l’opinione pubblica, anche perché di recente la sua [auto-esclusione da Masterchef Spagna](https://www.elmundo.es/television/momentvs/2021/12/13/61b75054e4d4d8e4248b4599.html?ref=culturewars.it) aveva acceso un importante dibattito sulla salute mentale;

- L’attrice comica Sarah Silverman su Twitter ha chiesto alla popolare giornalista di Msnbc Joy Reid [di andarci piano](https://twitter.com/SarahKSilverman/status/1466830161861509130?ref=culturewars.it) con gli appellativi come «fascista», quando sono un po' buttati là. Reid però è nera, e da molti Silverman è stata accusata di razzismo, pur essendo una personalità dichiaratamente di sinistra: «Non riesco a credere di doverlo dire, ma non l’ho criticata perché è nera», ha detto poi la comica [nel suo podcast](https://www.realclearpolitics.com/video/2021/12/13/sarah%5Fsilverman%5Fbacklash%5Fi%5Freceived%5Fover%5Fjoy%5Freid%5Ftweet%5Ffeels%5Fvery%5Fnot%5Fliberal%5Fi%5Fsurrender.html?ref=culturewars.it);

- È morta [bell hooks](https://www.nytimes.com/2021/12/15/books/bell-hooks-dead.html?ref=culturewars.it), importantissima autrice femminista americana, di cui fareste bene a leggere qualche saggio non soltanto per il suo valore, ma anche per l’influenza che ha avuto sull’attivismo contemporaneo.
### Morti bianche
URL: https://www.culturewars.it/davide-giri-morti-bianche/
Last updated: 2023-08-22T20:46:43.000Z
*Quando abbiamo smesso di capire il mondo? È il titolo di un bel libro dello scrittore cileno Benjamín Labatut edito da Adelphi, perfetto per parlare del presente: in nessun altro periodo della storia recente ci siamo trovati di fronte un sistema di segni, codici e sensibilità sociali così messo in crisi, polarizzato e ostaggio di scontri sempre più arcani e irrisolvibili.*
***Culture Wars*** ***ogni venerdì*** ***parlerà di casi in cui queste dinamiche agiscono e riplasmano il mondo*** *, in Italia e all’estero. Non userà espressioni-richiamo come «dittatura del politicamente corretto» o, quando possibile, «cancel culture», né qualsiasi cosa che banalizzi un discorso importante e che è ora di fare insieme. Questa è la seconda puntata.*
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## Davide Giri e il gioco a punti
Nei giorni scorsi si è parlato della tragica morte di Davide Giri, trentenne originario di Alba e ricercatore alla Columbia University, ucciso barbaramente a pochi metri dalla sua università, ad Harlem, la sera del 2 dicembre. Ad accoltellare Giri è stato Vincent Pinkney, 25enne membro di una gang locale, che negli ultimi 9 anni aveva già [messo insieme 11 arresti](https://www.corriere.it/esteri/21%5Fdicembre%5F03/davide-giri-new-york-italiano-ucciso-9efe574e-5448-11ec-98a1-668fb2fc840e.shtml?ref=culturewars.it) per rapine e aggressioni.
Federico Rampini, storico corrispondente negli Stati Uniti di Repubblica, ora in forza al Corriere della Sera, ha dedicato alla vicenda un [editoriale lungamente polemico](https://www.corriere.it/esteri/21%5Fdicembre%5F07/davide-giri-new-york-times-vincent-pinkney-46f8b334-56c6-11ec-a4e5-d793da90387e.shtml?refresh%5Fce&ref=culturewars.it) in cui accusa la stampa liberal americana di non aver dato abbastanza risalto alla vicenda per via dei suoi protagonisti (cioè: un bianco nei panni della vittima e un nero in quelli del carnefice). Scrive Rampini:
> Si sa quasi tutto di colui che ha selvaggiamente aggredito il ricercatore italiano mentre rientrava alla Columbia University dopo una partita di calcio. Ma nessuna di queste notizie è visibile sul New York Times. Giornale di riferimento per la città e per la nazione. Eppure distratto e reticente su una tragedia avvenuta nel cuore di Manhattan. Nome, cognome, età dell’assassino sono le scarne notizie fornite ai lettori.
> L’articolo di cronaca è stato confinato nelle pagine locali, con scarsa visibilità. Sul sito del giornale, alla prima versione non è seguito alcun aggiornamento
E ancora:
> L’interesse del quotidiano, e il vigore investigativo messo in campo, sarebbero stati diversi se le parti fossero state rovesciate. Se cioè la vittima fosse stata afroamericana e l’omicida un bianco; a maggior ragione se quel bianco fosse stato un membro di qualche organizzazione che predica e pratica la violenza, per esempio una milizia di destra. La tragedia sarebbe finita in prima pagina, un team di reporter sarebbe stato mobilitato per indagare l’ambiente dell’omicida, la sua storia e le sue motivazioni.
L’autore comunica un messaggio inquietante: «Il “nuovo giornalismo” militante e condizionato dalla sua agenda ideologica» (cito ancora) non si fa problemi a nascondere le morti dei ricercatori bianchi a opera di killer a sangue freddo neri, perché «la ricerca di equilibrio o imparzialità è considerata una debolezza».
Ma è davvero così?
Sì, la morte di Giri è stata effettivamente coperta con [un articolo](https://www.nytimes.com/2021/12/03/nyregion/columbia-student-stabbed.html?ref=culturewars.it) pubblicato nella sezione locale del New York Times, quella dedicata alla cronaca newyorkese. Ma la spiegazione può essere molto più semplice di quella offerta da Rampini: a New York soltanto nel 2020 si sono registrati 447 omicidi, cioè più di uno al giorno. Per fare un raffronto, nello stesso periodo le morti violente sono state 10 a Milano e 18 a Roma ([dati Sole 24 Ore](https://lab24.ilsole24ore.com/indice-della-criminalita/indexT.php?ref=culturewars.it)): al netto della sua «agenda ideologica», è possibile che il giornale abbia semplicemente trattato il fatto come una notizia di cronaca che, ancorché terribile, riguarda un crimine a cui una parte dei suoi lettori è amaramente abituata.
Senza contare che una rapida ricerca su Google rivela che la pagina della cronaca di New York del Times non è affatto una sezione priva di rilievo, o dove vengono confinati fatterelli di terz’ordine: ci sono finiti, solo negli ultimi anni, l’uccisione del boss del narcotraffico [Alpo Martinez](https://www.nytimes.com/2021/10/31/nyregion/alpo-martinez-dead-harlem.html?ref=culturewars.it), il brutale [assassinio](https://www.nytimes.com/2021/03/08/nyregion/ryan-cato-harlem.html?ref=culturewars.it) di un bambino di dieci anni, [custodi](https://www.nytimes.com/2019/10/23/nyregion/harlem-shooting-nypd-vest-officer.html?ref=culturewars.it) freddati dalla polizia, [cadaveri](https://www.nytimes.com/2017/05/09/nyregion/east-harlem-murder.html?ref=culturewars.it) di donne comparsi negli inceneritori di un condominio, orribili storie di [violenza domestica](https://www.nytimes.com/2019/11/07/nyregion/murder-suicide-nyc.html?ref=culturewars.it), e l’orrendo assassinio di un’altra studentessa bianca, la diciottenne [Tessa Majors](https://www.nytimes.com/2019/12/14/nyregion/tessa-majors-columbia-morningside.html?ref=culturewars.it). Tutte tragedie occorse ad Harlem (e l’ultima dell’elenco proprio a Morningside Park, il parco dov’è stato assassinato Giri).
Una nutrita compagnia ha sostenuto, per citare la formulazione che ne ha dato [il Giornale](https://www.ilgiornale.it/news/politica/perch-i-soloni-dellantirazzismo-non-si-inginocchiano-davide-1994352.html?ref=culturewars.it), che Davide Giri sia stato «ammazzato in quanto bianco, in quanto italiano», giocando a trovare il presunto doppio standard della sinistra per Black Lives Matter: ma è inverosimile pensare che l’assassino di Giri, Vincent Pinkney, che l’ha colpito alle spalle alle undici di sera in un parco con vaste zone scarsamente illuminate, e a dicembre, abbia potuto sincerarsi della gradazione di colore della pelle o della provenienza della sua vittima.
Che il New York Times possa aver maturato – sull’onda di movimenti e pressioni largamente positivi, peraltro – una certa “militanza” è provato dai discorsi e dalle dispute che hanno attraversato la sua redazione negli ultimi anni (si veda ad esempio la scelta di [scrivere «Black» con la maiuscola](https://www.nytimes.com/2020/07/05/insider/capitalized-black.html?ref=culturewars.it)). Ma la polemica di Rampini e sodali serve soltanto a se stessa, contamina le acque (cosa c’entrano gli inginocchiamenti per Black Lives Matter con un episodio di *gang violence*?) e rende il discorso sull’uguaglianza e l’inclusione una specie di giochino a squadre con punti in palio in ogni fatto, anche il più sanguinoso. Che è un modo di fare giornalismo, come dire, pietoso.
## Inclusivi ed esclusivi
> La lingua più si fa inclusiva, e toglie distinzioni di genere, più è totalmente illeggibile e incomprensibile per chi ha una neurodiversità.
> Ogni volta che proviamo a spiegarlo ci mangiano vivi, ma continuiamo eh. Che l’inclusione delle diversità non può escludere pezzi di mondo [pic.twitter.com/zM7oSG9alD](https://t.co/zM7oSG9alD?ref=culturewars.it)
>
> — Sirio e i tetrabondi (@tetrabondi) [November 21, 2021](https://twitter.com/tetrabondi/status/1462317783082016768?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Sirio è un bambino di 7 anni sopravvissuto a un episodio di “morte in culla” che convive con una tetraparesi spastica e una paralisi cerebrale. La madre, Valentina Perniciaro, racconta la sua vita quotidiana sui social network. Il 21 novembre ha postato un breve video a corredo di una denuncia che per molti suona inaspettata: «La lingua più si fa inclusiva, e toglie distinzioni di genere, più è totalmente illeggibile e incomprensibile per chi ha una neurodiversità».
Il dibattito sulla schwa, il segno fonetico *gender neutral* introdotto e utilizzato da molti attivisti per rendere il linguaggio inclusivo, è molto acceso: si leggono con frequenza articoli raffazzonati che lo deridono o indicano come un segno di apocalisse imminente, e altri interventi che lo incensano come la prossima inevitabile rivoluzione del linguaggio.
Un aspetto spesso tralasciato, tuttavia, è che la schwa e le sue varianti, come gli asterischi, risultano a loro volta “escludenti” per un’ampia fascia di persone disabili: i dislessici faticano a leggerla, le persone con neuropatologie anche, i programmi di lettura per non vedenti [vanno in confusione](https://www.webaccessibile.org/approfondimenti/lo-schwa-%C7%9D-che-rende-linclusione-inaccessibile/?ref=culturewars.it).
Quel che mi colpisce, però, nella vicenda di Sirio e la sua mamma, è quel «ci mangiano vivi»: possibile che esistano attivisti per l’inclusione disposti a «mangiare vivi» un bambino di 7 anni con disabilità invalidante e sua madre, semplicemente perché hanno criticato l’uso di un fonema?
Potrebbe sembrare una questione di poco conto, ma secondo me non la è: rivela un approccio a questi temi sempre più viscerale e intollerante, che deve preoccupare anche – per non dire: soprattutto – chi li sposa a fin di bene e in modo sincero.
Qualche domanda che faremmo bene a porci: da quando la nostra visione del mondo è diventata così assoluta e intoccabile da non ammettere che possa complicare, o addirittura essere d’ostacolo, alla prospettiva altrui? E poi: perché invece di includere finiamo per escludere, e in malo modo, chi vorrebbe semplicemente una discussione più ampia? Quesiti che, nel caso della schwa, suonano peraltro doppiamente adeguati, dato che la stessa Vera Gheno, la sociolinguista che ne ha introdotto l’uso, ha detto e ripetuto nelle sue [interviste](https://cultura.tiscali.it/interviste/articoli/Intervista-video-Vera-Gheno-schwa-polemica/amp/?ref=culturewars.it):
> La questione dell'esclusione di chi ha difficoltà di lettura per me è grave. Per questo io penso che saranno le nuove generazioni con una visione più fluida della vita e del genere a trovare una soluzione a cui noi non abbiamo pensato
## **Altre news dal fronte**
- La morte della regista Lina Wertmüller, grande signora della commedia italiana, mi ha portato a partecipare a una discussione su Facebook che diceva, in sostanza: dirigere la serie su Gian Burrasca degli anni Sessanta, quella con Rita Pavone nel ruolo del protagonista, oggi porterebbe Wertmüller a essere additata come paladina del politicamente corretto contro le tradizioni. Una nota che ha senso, ma che mi ha fatto riflettere; perché io in realtà avevo pensato anche all’esatto contrario, e cioè a come sarebbe accolto oggi su Twitter un film come *Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto*, in cui una donna viene ripetutamente schiaffeggiata e definita «bottana industriale». Mi paiono entrambe riflessioni da fare;

- Un recente sondaggio nazionale americano ha scoperto che la parola Latinx, introdotta in ambito accademico e nei contesti dell’attivismo per riferirsi in modo neutro ai latinos, a questi ultimi [non piace neanche un po’](https://www.politico.com/news/2021/12/06/hispanic-voters-latinx-term-523776?fbclid=IwAR0bi0jiLElGbavKF1%5FFL1khVEIbQIS4MsSMZLTRWOJV5JHkeyqj1ZImiw0&ref=culturewars.it): solo il 2% dei latinoamericani si definisce in questo senso, mentre addirittura il 40% trova il termine offensivo. È il grande problema di sostituirsi alle persone, illudendosi di dar loro “voce” e rappresentanza;

- Parlando di film ormai invecchiati, Vice ha chiesto ai teenager di oggi di [dire che ne pensano](https://www.vice.com/en/article/g5x3ky/american-pie-clueless-best-teen-movies-reviewed?utm%5Fmedium=social&utm%5Fsource=vice%5Ffacebook&fbclid=IwAR2TrTiK-0%5FYGJheNHthwnesmNuZF%5FlBB%5FbWt6GmIwTC62cfzGFQByt7cck) dei teen movie degli anni Novanta, da *American Pie* a *Ragazze a Beverly Hills*: ne risultano inevitabili stroncature, e probabilmente non del tutto sbagliate. Personalmente, ho trovato eloquente e degno di approfondimento l’approccio a *face value* degli adolescenti di oggi: se una scena è costruita per essere esagerata e offensiva, sta sicuramente propagandando una certa forma di legittimizzazione dell’offesa, del sessismo e del razzismo. Forse negli anni Novanta, oltre che più buzzurri e generalmente meno progrediti sotto il profilo della sensibilità, eravamo anche più capaci di ammettere il registro ironico-demenziale.
### Furto di Natale con destrezza
URL: https://www.culturewars.it/ue-natale-giuseppe-maria/
Last updated: 2023-08-22T20:46:06.000Z
*Quando abbiamo smesso di capire il mondo? È il titolo di un bel libro dello scrittore cileno Benjamín Labatut edito da Adelphi, perfetto per parlare del presente: in nessun altro periodo della storia recente ci siamo trovati di fronte un sistema di segni, codici e sensibilità sociali così messo in crisi, polarizzato e ostaggio di scontri sempre più arcani e irrisolvibili.*
***Culture Wars*** ***ogni venerdì*** *parlerà di casi in cui queste dinamiche agiscono e riplasmano il mondo, in Italia e all’estero. Non userà espressioni-richiamo come «dittatura del politicamente corretto» o, quando possibile, «cancel culture», né qualsiasi cosa che banalizzi un discorso importante e che è ora di fare insieme. Questa è la prima puntata.*
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## “Sì, pronto? Vorrei denunciare il furto del Natale”
> Vittoria! Dopo lo scoop de “Il Giornale” con cui per primi in Europa abbiamo scoperto il documento con le linee guida per la comunicazione inclusiva, la Commissione europea ha fatto marcia indietro. Continuiamo a lottare per un’Europa cristiana. [pic.twitter.com/kDUZWwu2bN](https://t.co/kDUZWwu2bN?ref=culturewars.it)
>
> — Francesco Giubilei (@giubileif) [December 1, 2021](https://twitter.com/giubileif/status/1465945190871543808?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Succedono cose, in questo mondo: succede, ad esempio, che la commissaria Ue all’Uguaglianza Helena Dalli [ritiri](https://www.ilsole24ore.com/art/l-ue-ritira-decalogo-comunicazione-politically-correct-salvo-natale-AEgcb6z?ref=culturewars.it) un innocuo documento interno per la comunicazione perché la destra italiana ci ha visto una censura del Natale ed è montata su tutte le furie.
In un [articolo](https://www.ilgiornale.it/news/cronache/follie-ue-l-inclusivit-vietato-dire-natale-e-chiamarsi-maria-1992290.html?ref=culturewars.it) firmato sul Giornale da Francesco Giubilei, le nuove linee guida “inclusive” proposte dall’Unione Europea in una circolare per i suoi dipendenti sono state presentate come una sorta di complotto anti-occidentale.
Vediamola, intanto, questa circolare:

La circolare
In buona sostanza, la Commissione Europea dà consigli di buonsenso: *caro corpo diplomatico, non augurare buon Natale all’ayatollah: potremmo fare figure di merda*. O anche: *crea un po’ di diversità negli esempi che usi, altrimenti può sembrare che tu stia parlando a una parrocchia di ottuagenari di Arluno (MI)*.
Ma Giubilei non l’ha vista in questo modo, anzi: ha scritto che «è evidente che dietro la ridefinizione del linguaggio si celi la volontà di cambiare la società europea, le nostre usanze e tradizioni». Ma anche fosse «evidente» – cosa che a me, in tutta sincerità, non sembra – il nocciolo della questione è che la società europea, le usanze e le tradizioni stanno già cambiando, com’è normale e sano che sia: io non mi sognerei mai di seguire e replicare in toto le tradizioni della società in cui sono nati e cresciuti i miei genitori, così come loro non l’hanno fatto coi loro genitori. La società è in cambiamento per definizione: si può ragionare sul *come* cambia, semmai. Certo, per farlo occorrerebbe ragionare, appunto, senza buttarla in caciara.
La polemica sull’Europa che «cancella il Natale» (per citare ancora Giubilei, poi ripreso dai più grandi giornali, con Francesco Merlo che [su Repubblica](https://www.repubblica.it/cultura/2021/11/30/news/se%5Fla%5Fsinistra%5Fabbandona%5Fil%5Fnatale%5Falla%5Fdestra-328455067/?ref=culturewars.it) se la prende addirittura con «la sinistra che abbandona il Natale»), per cortesia, risparmiamocela.
## Il resto di Colombo
> We apologize deeply for the email that was sent today. $14.92 was our average donation amount this week. It was an oversight on our part to not make the connection to a year of colonization, conquest, and genocide for Indigenous people, especially before Thanksgiving.
>
> — Women's March (@womensmarch) [November 23, 2021](https://twitter.com/womensmarch/status/1463229266976464912?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)
Il 23 novembre l’account Twitter della Women's March, l’organizzazione che a gennaio del 2017 ha organizzato la [protesta più partecipata della storia americana](https://www.vox.com/2017/1/22/14350808/womens-marches-largest-demonstration-us-history-map?ref=culturewars.it) contro Donald Trump, si è scusata pubblicamente per aver inviato ai suoi simpatizzanti un’email con una richiesta di donazione di 14 dollari e 92 centesimi, la cifra media che aveva raccolto nella settimana precedente. Il suo tweet dice: «È stata una svista da parte nostra non collegarla a un anno di colonizzazione, conquista e genocidio per gli indigeni, soprattutto prima del Ringraziamento» (molti nativi americani [non festeggiano Thanksgiving](https://eu.usatoday.com/story/news/nation/2021/11/23/how-native-americans-spend-thanksgiving/8628270002/?ref=culturewars.it), in quanto data simbolica dell’inizio della sottrazione delle loro terre). Il 1492 di Cristoforo Colombo.
È semplice deridere un’uscita del genere, e forse nemmeno del tutto sbagliato: *davvero* un’influente organizzazione come Women's March ha chiesto scusa per una cifra casuale finita in un’email? Eppure è successo, e se è successo significa che qualcuno si è lamentato. E se qualcuno si è lamentato, significa che l’ha percepito come un problema.
Il punto semmai, allora, diventa: quali sono i potenziali problemi – e quali le insidie, quali i caratteri controproducenti – di una società in cui potenzialmente *qualsiasi cosa* può offendere una sensibilità e generare fuoco incrociato di accuse e passi indietro? E se i nativi hanno, com’è ovvio, tutto il diritto di far valere il loro punto di vista, non è meglio concentrarsi su una sintesi politica, cioè condivisa e collettiva dello sterminio di cui sono stati vittime, invece che badare ai centesimi?
## Letture pericolose
Dice l’American Library Association (Ala), la più grande associazione libraria degli Stati Uniti, che l’ondata di tentate censure di libri a tema Lgbt e razzismo nelle scuole americane ha subìto un aumento vertiginoso. «I social media stanno amplificando i ricorsi locali, che stanno diventando virali», [ha commentato](https://www.theguardian.com/books/2021/nov/25/us-libraries-report-spike-in-organised-attempts-to-ban-books-in-schools?utm%5Fcampaign=Culture%20Wars.%20La%20correzione%20del%20mondo&utm%5Fmedium=email&utm%5Fsource=Revue%20newsletter) la direttrice di Ala Deborah Caldwell-Stone.
Qui gli aspetti da notare sono (almeno) due: spesso si parla di *social justice warriors* e sinistra *woke*, per indicare il fenomeno relativamente nuovo di gogne online motivate da visioni del mondo inclusive. È un tema, ma non va dimenticato che il problema a monte è bipartisan: la destra usa le tentate gogne, censure ed esposizioni dei suoi nemici quanto – se non più – della sinistra. La questione, si direbbe oggi, è “sistemica”.
E lo è anche, anzi soprattutto per via dei social citati da Caldwell-Stone: macchine pensate per farci litigare, per premiare l'engagement a tutti i costi, per sfavorire l’approfondimento e allontanare la moderazione.
Quella chiosa secondo cui Twitter avrebbe dato voce agli ultimi, passando finalmente di mano il metaforico microfono, poteva andar bene quando quelle piattaforme sembravano ancora una sorta di Terra promessa. Era dieci anni fa: poi c’è stato Donald Trump, uno che il microfono ce l'aveva già in mano da parecchio tempo, ma grazie (anche) alla disinformazione sui social è diventato presidente degli Stati Uniti.
## Stare giù con Marra
La cultura cosiddetta pop di questo Paese mi ha a lungo fatto tirare lunghi sospiri, e non di sollievo. Per fortuna ogni tanto escono cose che mi fanno ricredere: una delle ultime è *Noi, loro, gli altri*, l’album di Marracash uscito pochi giorni fa. C’è una canzone, in particolare, che esprime bene – con tutti i limiti obbligati dal genere e dal mezzo, ovviamente – la mia prospettiva: è Cosplayer, la trovate qui sopra.
Finisce dicendo:
> *Oggi che possiamo rivendicare di essere bianchi, neri, gialli, verdi*
> *O di essere cis, gay, bi, trans o non avere un genere*
> *Non possiamo ancora essere poveri*
> *Perché tutto è inclusivo a parte i posti esclusivi, no?*
> *Oggi che tutti lottiamo così tanto per difendere le nostre identità*
> *Abbiamo perso di vista quella collettiva*
> *L'abbiamo frammentata*
> *Noi, loro e gli altri*
È una critica dell’approccio di una certa nicchia di attivismo che, oltre a Marracash, hanno fatto propria anche diversi politologi di sinistra e di destra, e che personalmente condivido: il primo errore delle lotte per i diritti civili del 2021 è dividerle meticolosamente per appartenenze a tenuta stagna, illudendosi che categorie come il privilegio non dipendano anzitutto dal contesto sociale ed economico, dalle disparità di classe e dalla provenienza, ma siano in qualche modo da legare ai marker di identità: *maschio*, *bianco*, *eterosessuale*, *cisgender*, *abile*.
La parte di verità, in questa prospettiva, è che *ovviamente* in Italia un maschio, bianco, eterosessuale, cisgender e abile avrà maggiori possibilità di raggiungere una posizione sociale comoda e pacificata. Ma l’insieme individuato dalle categorie intersezionali, quando finiscono a ragionare per sommatorie, è così ampio e vago – specie alle nostre latitudini, dove il 90% della popolazione è bianca – che non considera l’infinità di situazioni di disagio che ricomprende, alienandosi peraltro le simpatie di molti suoi appartenenti.
Piuttosto che dividere ossessivamente il mondo in identità più e meno oppresse, con posizioni reciproche da calcolare e codici in perenne mutamento, faremmo bene a riappropriarci della nostra identità collettiva: quella di persone che hanno il diritto, tutte, a una vita tranquilla e a un accesso equo alle risorse e al lavoro, a prescindere da dove siamo nati, di che colore abbiamo la pelle e per chi proviamo attrazione sessuale. Questa, almeno, è la prospettiva di chi scrive, maschio cis-etero cresciuto in periferia.
## **Altre news dal fronte**
- La scrittrice italo-somala Igiaba Scego [ha criticato](https://www.facebook.com/igiaba.scego/posts/10159720359164846) la rimozione della statua di Thomas Jefferson dalla New York City Hall per i suoi legami con lo schiavismo. L’intervento di Scego, per quanto mi riguarda, è un capolavoro di onestà intellettuale e capacità di rapportarsi con la storia in modo tridimensionale e maturo. La scrittrice sostiene che era meglio risignificare la statua, avviare un dibattito sull’ambivalenza dei padri fondatori, coinvolgere la cittadinanza. Chapeau;

- La giornalista Rai Cinzia Fiorato, dopo l’orribile caso di Greta Beccaglia, la giornalista molestata in diretta tv, ha scritto un [lungo post su Facebook](https://www.facebook.com/cinzia.fiorato.1/posts/10225310858856959) per raccontare il clima di molestie e sessismo imperante dei suoi trent’anni in Rai. I punti interessanti sono tantissimi: a me ha colpito anche quel «non c'è machismo più feroce del machismo di una donna»;

- Il Wta, massimo organismo del tennis mondiale, ha [scelto di sospendere](https://www.wtatennis.com/news/2384758/steve-simon-announces-wta-s-decision-to-suspend-tournaments-in-china?ref=culturewars.it) tutti i suoi tornei nei territori cinesi o controllati dalla Cina, rifiutando la censura imposta da Pechino al caso di aggressione sessuale sollevato dalla tennista Peng Shuai, che aveva accusato il vicepremier cinese Zhang Gaoli, e da allora ci sono seri dubbi sulle sue condizioni.