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# Cancellàti, a noi!
- URL: https://www.culturewars.it/mussolini-cancel-culture/
- Published: 2022-10-21T05:40:20.000Z
- Updated: 2023-08-22T21:12:56.000Z
- Description: La seconda carica dello Stato vede «cancel culture» nella rimozione di Mussolini dalle sedi istituzionali. Oh, boy.
- Author: Davide Piacenza
- Tags: Cancel culture, Conservatori

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Tornare da un viaggio all’estero con poco tempo speso online ha lati impagabili: non sai cosa siano gli «audio di Berlusconi»; ti sei perso ogni prezioso commento sull’ultima polemica orbitante attorno ai Ferragnez; addirittura non ricordi qual era il film preferito da bambina di Giorgia Meloni, sicuro oggetto di un encomiabile articolo del Corriere della Sera.

Un fatterello, però, non poteva che lasciarmi a bocca aperta anche dall’altra parte dell’Atlantico, facendosi largo nel chiasso colorato delle avenue newyorkesi: il presidente del Senato Ignazio La Russa che, rispondendo alla [polemica](https://www.lastampa.it/politica/2022/10/18/news/la%5Frichiesta%5Fdi%5Fbersani%5Ffoto%5Fdi%5Fmussolini%5Fal%5Fmise%5Ftogliete%5Fla%5Fmia-12175588/?ref=culturewars.it) sulla presenza dell’effigie di Benito Mussolini in un luogo istituzionale – la sede del ministero dello Sviluppo economico, Palazzo Piacentini, in occasione dei suoi 90 anni – dice: 

> \[La foto del Duce\] c’è anche al ministero della Difesa, e c’è scritto \[il suo nome\] anche al Foro italico: che facciamo, cancel culture anche noi?

*Oh, boy*. È successo, insomma: *cancel culture* non significa più niente, è la battuta-tormentone di Zelig, l’aglio nella cucina del commento politico, la notte in cui tutte le vacche sono nere. Tanto che la seconda carica dello Stato – incredibili, le cose che riuscite a combinare mentre uno è in vacanza – dice «fare cancel culture» come fosse una specie di gergo giovanilistico di cui dimostrarsi impratichiti. Fatta la cancel culture, d’altronde, perché non fare anche l’Harlem Shake?

Più seriamente, è difficile anche cominciare a spiegare perché le discussioni sull’opportunità di rimuovere l’immagine del Duce (leggasi bene: *il Duce*) da uno spazio pubblico e istituzionale non sono – sospiro – «cancel culture». La Russa, d’altronde, lo sa benissimo da solo: perché Mussolini è stato un dittatore a capo di un regime criminale di cui la nostra Repubblica è la dichiarata antitesi; perché ha perfettamente senso che il suo nome e il suo volto siano oggetto di damnatio memoriae; perché, banalmente, dargli spazio nelle celebrazioni è contrario ai valori sociali fondanti che ci siamo dati settantacinque anni fa.

Non tutto ciò che implica una messa in discussione di una parte di storia è «cancel culture»: la Repubblica italiana, che io sappia, è fondata sul lavoro, non sulla «cancel culture». E applicare [indiscriminatamente](https://twitter.com/ardigiorgio/status/1582337466765230080?ref=culturewars.it) quest’etichetta non fa altro che svilire e piegare un discorso complesso, oltre a renderlo il terreno di coltura d’elezione dei reazionari che brandiscono il feticcio dello spauracchio del fanatismo progressista.

> “Ed è cancel culture, sioresiori” [pic.twitter.com/W88NMvYY9X](https://t.co/W88NMvYY9X?ref=culturewars.it)
> 
> — Davide Piacenza (@Davide) [September 30, 2022](https://twitter.com/Davide/status/1575866332410949632?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

L’uso che la destra fa del termine – anche in casi meno grotteschi di questo, peraltro – mi persuade ulteriormente a continuare a non utilizzarlo, oltre che a pentirmi di averlo fatto in passato: «cancel culture» è principalmente un fischietto per cani che ognuno usa come clava con cui percuotere gli avversari, e come tale ampiamente deprivato della capacità di descrivere la realtà.

Certo, una parte dei fenomeni spesso ricompresi nell’espressione – quelli su cui i La Russa di ogni latitudine non se la sentono di pontificare – rimangono temi che dovrebbero andare oltre lo scornarsi sul termine: come chiamiamo quando una persona comune della working class perde il lavoro [perché è stata postata su Twitter](https://twitter.com/yascha%5Fmounk/status/1276869119598637056?ref=culturewars.it) da un ossessionato? Come definiamo un tizio a caso che si trova la vita rovinata dagli algoritmi di Tiktok che l’hanno [elevato a paradigma](https://www.culturewars.it/algoritmi-west-elm-caleb/) di mascolinità tossica? Che etichetta mettiamo sulla riscontrabile tendenza social-indotta a elidere le sfumature e i discorsi complessi, come se tutto fosse (e, peggio, dovesse essere) bianco o nero, progressista o reazionario, accettabile o non accettabile?  
  
Tutto questo, ovviamente, con Mussolini “cancellato” non c’entra nulla, per l’appunto. In Italia il «fanatismo progressista», se esiste, è ben lontano da avere un peso specifico superiore a quello di una piuma al vento.

Il discorso, semmai – sospiro ancora – è *culturale*. Riguarda la formazione di giovani e giovanissimi, le nuove formae mentis e le modificazioni della nostra psiche sociale, il modo in cui ci rapportiamo agli altri e pensiamo ai rapporti di potere e alle minoranze. Dopo due anni a occuparmi di questi argomenti in modo più approfondito, sono sempre più convinto che dobbiamo trovare il modo di parlarne in modo sensato, aperto e consapevole. E questo modo passa necessariamente attraverso il pensionamento di *cancel culture*: tolte le parole d’ordine e le caricature che fanno la fortuna di Twitter, chissà che si riesca finalmente a parlare di ciò che succede nel mondo vero e proprio. 

## **Altre news dal fronte**

- Spiace per l’olimpionico del salto in alto Gianmarco Tamberi, ma la sua solidarietà a Paola Egonu e Zaynab Dosso, atlete vittime di razzismo, espressa [alla Gazzetta dello Sport](https://www.gazzetta.it/Atletica/19-10-2022/tamberi-con-papa-finita-ora-nuovo-coach-volare-ancora-450701076871%5Fpreview.shtml?reason=unauthenticated&origin=http%3A%2F%2Fwww.gazzetta.it%2FAtletica%2F19-10-2022%2Ftamberi-con-papa-finita-ora-nuovo-coach-volare-ancora-450701076871.shtml&ref=culturewars.it) è qualcosa di più che imbarazzante: «Tra basket e musica io sono nero dentro, tutti i miei idoli sono persone di colore»? *Seriously*?

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

> La copertina dell’[#Economist](https://twitter.com/hashtag/Economist?src=hash&ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it) è vergognosa ed offensiva nei confronti dell’Italia. Giornalismo di qualità? [pic.twitter.com/tP6CaGYzv3](https://t.co/tP6CaGYzv3?ref=culturewars.it)
> 
> — Marcello Foa (@MarcelloFoa) [October 20, 2022](https://twitter.com/MarcelloFoa/status/1582980504638234624?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

- Perché questa copertina dell’Economist ha fatto scattare moltissimi sull’attenti (compreso l’ambasciatore italiano nel Regno Unito, che si è sentito in dovere di puntualizzare che [non siamo solo pasta e pizza](https://www.editorialedomani.it/fatti/lambasciatore-italiano-scrive-alleconomist-dopo-la-copertina-su-pizza-e-spaghetti-ub5mamdg?ref=culturewars.it))? È una domanda più interessante delle motivazioni dietro alla pigra rappresentazione del settimanale, e che potrebbe riservarci sorprese: perché un senso anche lasco di unità nazionale in Italia esiste solo in corrispondenza di un’offesa percepita?

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

- La maggior parte degli editor della rivista letteraria Hobart si è [licenziata](https://lithub.com/most-of-lit-journal-hobarts-editors-resign-over-tedious-anti-woke-interview/?ref=culturewars.it) dopo un’intervista allo scrittore cubano-americano Alex Perez, [pubblicata](https://www.hobartpulp.com/web%5Ffeatures/alex-perez-on-the-iowa-s-writers-workshop-baseball-and-growing-up-cuban-american-in-america?ref=culturewars.it) sul sito di Hobart: è molto lunga e io ho troppo jet lag addosso per leggerla tutta, ma a una prima occhiata non ci ho trovato i motivi di scandalo che LitHub (primo link) dice di vederci. La leggerò meglio, ma di sicuro pare un contenuto interessante.

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