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# Erudiamoci e partite
- URL: https://www.culturewars.it/ricchi-guerre-culturali/
- Published: 2025-05-16T08:30:39.000Z
- Updated: 2025-05-16T08:35:47.000Z
- Description: Le guerre culturali del ceto intellettuale sono una cosa da ricchi che parlano al posto dei poveri.
- Author: Davide Piacenza
- Tags: Cultura, Attivismo

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È iniziato il Salone del Libro di Torino, dunque provo a rovinare la festa a tutti con due righe di riflessione su un tema che – col passare degli anni e certi timidi progressi in altri campi – mi pare rimasto sostanzialmente tabù e al di fuori del perimetro di ogni dibattito: il divario di appartenenza di classe nelle professioni intellettuali (o variamente autoriali/creative).

È un tema a cui dedicherei volentieri articoli, approfondimenti, saggi e pamphlet, ma che temo verrebbero frenati sul nascere da certe fisiologiche resistenze interne (il che, a ben vedere, sarebbe parte del problema).

Il famigerato elefante nella stanza è la nuda evidenza del fatto che, in mestieri che spesso non garantiscono ricavi con cui sbarcare il lunario, a “vincere” sono persone che possono mantenersi in altro modo: **i ricchi di famiglia**, insomma. Di questo argomento qualcuno (anche se non tanti, beninteso) ha parlato, nel tempo, è vero; però mi pare che quasi nessuno, almeno a sinistra, abbia riflettuto in modo serio e misurato su come questo dato si interseca con codificazione, popolarità ed efficacia delle cause progressiste.

E invece prima o poi bisognerebbe iniziare a discutere di come slogan, espressioni e inquadramenti d’élite distantissimi dalle persone a cui – in teoria – si rivolgono sono la prima freccia nella faretra del populismo di destra, tutto chiacchiere e distintivo “anti-woke”.

Avendo lavorato in tanti posti, conosciuto tante persone e sentito tante storie, posso testimoniare che, specie in una città per certi versi piccola e uniformata come Milano, negli spazi di elaborazione intellettuale più à la page da una parte ho visto professare editorialismo sull’essere buoni (oggi forse si direbbe “inclusivi”, ma è uguale), mentre dall’altra si esercitava **un classismo quotidiano, spietato, instancabile**, diretto a chi non rientrava in un certo canone di consumi, culturali e non, appannaggio dell’alta borghesia.

Declinando il discorso in prima persona: io stesso, figlio del ceto medio-basso di una cittadina di provincia e cresciuto in un quartiere di case popolari, ho pagato in termini di rapporti lavorativi e personali il mio non potermi permettere certe cose – il non poter essere “buono” come lo è il figlio di un avvocato o di un medico, insomma. 

Vorrei qui premettere che essere benestanti o direttamente ricchi non è una colpa da espiare, e che conosco tante ottime persone che vengono da famiglie agiate e sono sinceramente sensibili ai diritti di chi agiato non è; a livello sistemico, tuttavia, conosco benissimo anche i limiti angusti della benevolenza di quelli per cui il linguaggio inclusivo, la vicinanza simbolica e la spilla della “parte giusta” sono vezzi cool e strumenti di potere.

Ed è proprio per questo che non mi sorprende vedere che l’appropriazione borghese del progressismo (ma non bastavano i mezzi di produzione?) l’abbia [fatto naufragare](https://www.culturewars.it/fine-identity-politics/), contribuendo in modo parziale ma decisivo a spianare la strada ai reazionari.

Di tutte le persone nere, afroitaliane, musulmane, transgender e disabili che ho conosciuto nel contesto in cui ho passato i primi anni della mia vita – e non sono pochissime – quelle che si riconoscono nel linguaggio delle nicchie di un certo attivismo a mezzo Instagram si contano sulle dita di una mano (la proporzione, sintomaticamente, cambia fra le persone conosciute in tempi più recenti, per lavoro).

Il punto è che la maggior parte degli appartenenti a categorie storicamente marginalizzate ha sempre ***subìto* le azioni di coloro che hanno i mezzi**, le risorse, il tempo, il modo di intestarsi battaglie in conto terzi sul piano simbolico («I poveri almeno ti ordinano cosa fare / I ricchi invece, loro usano il plurale / Prendiamo, spostiamo ed alziamo e dopo restano a guardare», se posso concedermi una citazione “alta” di un Marracash d’antan).

Nel 1918 il socialista e sindacalista americano Gene Debs tenne un lungo e memorabile [discorso contro la guerra](https://www.marxists.org/archive/debs/works/1918/canton.htm?ref=culturewars.it) ai compagni di Canton, in Ohio, dicendo tra l’altro: «Questa è la guerra, in poche parole: la classe dominante l’ha sempre dichiarata; la classe sottomessa le ha sempre combattute». Beh, il principio vale anche per le cosiddette guerre culturali.

Ai figli dei notabili non si chiede di camminare sui ceci e non li si accusa a prescindere, ma le loro mani sui meccanismi di elaborazione e produzione della cultura dovrebbero essere un dato di cui discutere in modo onesto. Se a ventott’anni avevi già un tri o quadrilocale di proprietà a Milano, magari in una zona centrale, e non hai mai dovuto porti la domanda «come le pago le spese del mese prossimo?» puoi essere anche bianco o cisgender, ma ti assicuro che **il tuo vero privilegio** è anzitutto altrove.

È bene tenere a mente che i casi di cui si occupa questa newsletter sono passati al setaccio con lo spirito di chi li considera prima di tutto **armi di distrazione di massa**: in un mondo ideale, capire che spesso dietro ai discorsi virali intorno ai massimi sistemi ci sono lotte per il potere e *gatekeeping* di classe è il primo passo per tramutare le *culture wars* in *class wars* – di cui si può pensare quel che si vuole, ma che di certo hanno il pregio di identificare il nocciolo del problema.

## ****Altre news dal fronte**

- Un [commento](https://www.facebook.com/eleonora.cirant/posts/pfbid02Wabd8EqqFZri6eScvsGDNMgV2pxRdYYqkWtFvrSLTCJStspw3SHK3ghzG4PobaRRl) della femminista Eleonora Cirant al recente incontro/scontro tra Adriana Cavarero e Judith Butler all’Università di Verona;

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

- Dopo gli Stati Uniti, anche il Regno Unito decide di [tagliare i fondi](https://www.theguardian.com/politics/2025/may/13/labour-defend-aid-cuts-claiming-uk-days-global-charity-over?ref=culturewars.it) per i programmi di sostegno umanitario internazionale;

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

- Stanca della *manosphere*? Per fortuna ora [c’è anche la *womanosphere*](https://www.theguardian.com/us-news/2025/apr/24/womanosphere-conservative-women?ref=culturewars.it), che ti vuole rendere «magra, fertile e Repubblicana», scrive il Guardian.

[![](https://storage.ghost.io/c/85/35/85355599-1607-4b1c-946f-b59536e77681/content/images/2025/03/Progetto-2024---presentazione--1500-x-500-px---3-.png)](https://www.culturewars.it/membership/)

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