> ## Content Index
> Fetch the complete content index at: https://www.culturewars.it/llms.txt
> Use this file to discover other available public pages before exploring further.

# La locura del Panopti–content
- URL: https://www.culturewars.it/tiktok-panopticon/
- Published: 2024-07-05T05:32:03.000Z
- Updated: 2024-07-23T13:03:14.000Z
- Description: Un mondo di intrattenimento sulla pelle degli altri che va virale su TikTok, mentre fuori c’è la morte.
- Author: Francesco Marino
- Tags: Algoritmi, TikTok

---

🗣️

****Questa puntata di Culture Wars è gratuita e aperta a tutti.** Se ti piace, considera di unirti agli abbonati: [**Scopri i piani membership*](https://www.culturewars.it/membership/).

«Se questo tizio sul volo United Airlines 2140 da Houston a New York è tuo marito, stasera probabilmente dormirà con una certa Katy. TikTok, fai la tua magia».

La scena è piuttosto semplice da immaginare. Un uomo e una donna, su un aereo. Un paio di drink, una chiacchierata. Accanto, una persona ascolta, si appassiona a quelle parole, a quelle storie.

Ricostruisce una vicenda di tradimento, una moglie e una figlia lasciate a casa per passare un po' di tempo con un’altra donna. Decide che quel fatto va raccontato: registra un video, scrive una lunga caption, pubblica **su TikTok**.

Il video – ora cancellato – diventa virale. Ne segue un altro, da oltre un milione di visualizzazioni. Nei commenti, le persone iniziano a cercare la moglie tradita: e ovviamente la trovano, dopo poco tempo. La taggano: espongono il suo nome, la sua storia, la sua vita privata a milioni di persone. Probabilmente lo fanno *a fin di bene*, con l'idea di partecipare a una sorta di giustizia collettiva.

È la magia di TikTok: in sostanza, l’illusione di avere a disposizione una realtà che possa intrattenerci. Una realtà con cui possiamo interagire, che possiamo condizionare, in cui possiamo **recitare la parte di spettatori protagonisti**. Guardando contenuti, commentando, producendo contenuti a nostra volta.

È ciò che un bell’[articolo](https://www.buzzfeednews.com/article/clarissajanlim/viral-tiktok-consent-panopticontent?ref=culturewars.it) di BuzzFeed News chiama «**Panopticontent**»: una sorta di sistema di sorveglianza collettivo, a cui partecipiamo con lo scopo di costruire un'identità digitale sui social network. Tutto è un contenuto: quindi, tutti sono personaggi che popolano il mondo del mio intrattenimento.

Ci sono due riflessioni da fare, a partire da una premessa: qualunque sia lo scopo, non è mai sensato – ed è un reato – filmare qualcuno e pubblicarne le immagini su internet senza il suo consenso. Con questo terreno comune, le questioni in campo sono almeno un paio, come dicevo. La prima è di piattaforma, di una tecnologia che abilità una **nuova modalità di relazione con il mondo**. TikTok, lo sappiamo, ha trasformato i social media in spazi basati sugli interessi, sui contenuti: non importa chi tu sia, l’algoritmo può far arrivare il tuo post a ogni latitudine. 

È l’istituzionalizzazione di quello che per lungo tempo abbiamo chiamato collasso del contesto. Che è una cosa nata su Twitter, con quella formula del [*main character*](https://knowyourmeme.com/memes/twitters-main-character?ref=culturewars.it), usata per identificare il tweet che diventava virale, che usciva dalla bolla per entrare nella colonna dei trend.

Ecco, il collasso del contesto è la possibilità che una comunicazione immaginata per un pubblico e una situazione specifica esca da quelle precondizioni precise, per arrivare alla portata di tutti. Succede tutto il tempo, e succedeva anche prima di TikTok. Ma la piattaforma cinese ha istituzionalizzato questa conseguenza inattesa.

L‘ha resa una feature, anzi: ogni contenuto può – o meglio: deve – avere la possibilità di arrivare a tutti gli utenti. E questo moltiplica le conseguenze della diffusione di un video girato all’insaputa della persona ripresa: non è più un’esposizione a un gruppo più o meno ristretto di persone; è finire sui giornali dopo un milione di visualizzazioni.

La seconda riflessione ha a che fare con le modalità con cui ci relazioniamo a ciò che sta intorno a noi. Va ripetuto ancora una volta: **i social non sono più spazi di relazioni sociali**. Sono, invece, piattaforme di entertainment, in cui entriamo per passare del tempo, informarci, scoprire cose nuove. È un cambiamento enorme, travestito da semplice evoluzione nell’uso di uno strumento. 

Per anni, infatti, le nostre modalità di intrattenimento e relazione con la realtà hanno avuto regole precise: storie, personaggi, sospensione dell’incredulità. Quella cosa che sto vedendo è verosimile, sembra vera, *ma è solo realistica*. «I fatti sono inventati, è vera la realtà sociale che li produce», per parafrasare i titoli di testa di *Le mani sulla città* di Francesco Rosi. A rompere quest’equilibrio è poi arrivata la reality tv che, per la prima volta vent’anni fa, ha preteso di **raccontare storie vere**. Quelle sono persone, insomma, non personaggi, seppur costretti in un contesto preciso (la casa del *Grande Fratello*) o in uno script riconoscibile (*Uomini e donne*, per dirne una). 

Ecco, nella loro forma attuale i social media sono l’evoluzione della reality tv. Del resto, chiunque può pubblicare e la grammatica impone che non ci sia – o che si nasconda – qualunque mediazione, in nome dell’autenticità. Le persone che vediamo lì dentro, le storie di cui fruiamo, sembrano reali: non ci sono personaggi, nessuno interpreta qualcun altro.

Eppure, quando cerchiamo di divertirci, lo diventano: li vogliamo nella parte che abbiamo scelto per loro, esigiamo che facciano quello che ci aspettiamo, che reagiscano ai nostri stimoli. Trattiamo quelle storie **con l’indifferenza morale che riserviamo ai personaggi**. Sì certo, ci affezioniamo, ma a contare è la funzione ultima: vogliamo essere ingaggiati o, dall’altro lato dello smartphone, creare engagement in funzione della ricerca di una validazione sociale.

Il corollario è semplice, quanto inquietante: se tutto è contenuto, e se i social network sono la principale porta d’accesso al mondo per un numero molto alto di persone, allora il *Panopticontent* altro non è che la trasformazione di qualunque cosa in un prodotto di intrattenimento.

Sarà inflazionata, ma in chiusura mi pare funzioni bene quella frase che uno dei tre sceneggiatori di *Boris* pronuncia mentre cerca di spiegare a René Ferretti la «locura», l’ingrediente segreto delle nuove produzioni della fantomatica rete televisiva infida e vessatrice: «Un paese» (o un mondo, ormai?) «di musichette, mentre fuori c’è la morte».

## ****Altre news dal fronte**

- «Questa non è una guerra culturale»: essere una donna [nel Regno Unito post-Brexit](https://www.theguardian.com/politics/article/2024/jul/02/this-isnt-a-culture-war-uk-women-feel-politically-homeless?ref=culturewars.it);

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

- Ma non è che la sinistra internazionale, Biden a parte, ha [saltato lo squalo](https://www.politico.eu/article/germany-social-democrat-politics-voter-uk-labour-keir-starmer-progress/?ref=culturewars.it)?

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

- Forse la cosa più delirante che abbia letto quest’anno: non è che il presidente degli Stati Uniti in carica [ha solo bisogno di un po’ di IA generativa](https://www.huffpost.com/entry/opinion-joe-biden-campaign-ai%5Fn%5F668482b9e4b038babc7d56f2?ref=culturewars.it)?

---

[![](https://storage.ghost.io/c/85/35/85355599-1607-4b1c-946f-b59536e77681/content/images/2024/07/Progetto-2024---presentazione--1500-x-500-px--1.png)](https://www.culturewars.it/membership/)