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# Quindi “ha stato il woke”?
- URL: https://www.culturewars.it/trump-vinto-woke/
- Published: 2024-11-19T13:26:36.000Z
- Updated: 2025-03-27T01:05:23.000Z
- Description: No, Trump non ha trionfato alle urne per i pronomi in bio. Ma non facciamo finta che certi temi non abbiano pesato.
- Author: Davide Piacenza
- Tags: Stati Uniti, woke, Speciale USA

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Insomma, sì, avrai notato: oltreoceano **abbiamo** (conoscendo sommariamente le idee della maggior parte dei lettori di questa newsletter) **perso**, anche abbastanza male. Donald Trump, invece, ha trionfato e a gennaio diventerà il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Avendo avuto un periodo particolarmente impegnato sotto il profilo lavorativo, mi sono limitato a sparuti commenti sull’accaduto: quello più corposo (che comunque non è nient’affatto corposo) l’ho postato [su Instagram](https://www.instagram.com/p/DCB0UKiM4aY/?ref=culturewars.it) la mattina del 6 novembre. Ne riporto un pezzetto di seguito.

> Già da ieri qualcuno diceva che forse questo attivismo liberaldemocratico e personalizzato da social, tolte eccezioni meritevoli, era strutturalmente una stampella di una polarizzazione che avrebbe infine fatto il gioco del più bravo a falsificare, ridurre a slogan e rendere una gara di rappresentazioni simboliche; già da ieri si diceva che i latinoamericani (o almeno una buonissima parte di) rifiutavano il linguaggio inclusivo di “Latinx” proveniente da Harvard, e che forse quindi non era il caso di spiegargli che sotto sotto erano dei suprematisti bianchi; già da ieri la fantomatica «ideologia woke», al di là dei calcoli di Trump e dei deliri editoriali di Rampini, era un tema tedioso ma vero e su cui si sarebbe votato, pur nella sua lisergicità imprevedibile di scoiattoli e cucine a gas e tutti gli altri fatti casuali resi dardi della propaganda reazionaria.

Perdona l’autocitazione, ma mi serviva per introdurre un tema che mi sembra ancora al centro del discorso fra i commentatori *left-of-center* (posto di seguito l’esempio di una persona che leggo abitualmente per prendere le mosse da qui).

> Kamala Harris si ritirò prima delle primarie, nel 2019, sesta nei sondaggi. Per 4 anni ha fatto la vice invisibile di un presidente in declino, con l'inflazione più alta del secolo. Chiamata in extremis a rimpiazzarlo senza criticarlo, ha perso.  
> Ma la colpa è del "woke". Ok.
> 
> — Lorenzo Zamponi (@masaccio\_) [November 18, 2024](https://twitter.com/masaccio%5F/status/1858473270422462852?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

In sostanza, molti osservatori stanno dicendo: come è possibile che il cosiddetto ***wokismo*** – come sempre, vorrei disporre di altri termini per parlare di queste cose, ma va bene – sia un fattore che ha pesato all’Election Day, quando Kamala Harris ha fatto una (breve) campagna elettorale tutta all’inseguimento dei moderati, tutto fuorché identitaria e completamente lontana dalla ricerca del consenso delle frange-e-meno-frange più di sinistra? Come può essere “colpa del woke”, se nell’orbita woke semmai [era entrato Joe Biden](https://x.com/fededambri/status/1858473102818042132?ref=culturewars.it) nel 2020, dopo le manifestazioni di Black Lives Matter?

Qualche giorno fa Francesco Costa del Post ha inviato una [puntata della newsletter](https://www.ilpost.it/newsletter/ddffe7a1fec32335efb505613d35837b/?ref=culturewars.it) del suo giornale intitolata semplicemente «Perché ha vinto», in cui ha scritto, tra le altre cose:

> L’allontanamento della classe operaia dal Partito Democratico non è mai dipeso in modo decisivo dalle questioni economiche ma da quelle culturali. Negli ultimi quattro anni il Partito Democratico ha assunto posizioni magari giuste \[...\] ma di certo radicalmente impopolari su moltissime questioni non economiche: si è *californizzato*, dal momento che la sua proposta politica è stata elaborata sempre di più dai gruppi di attivisti e dai ricchi finanziatori di cui sopra – bianchi, laureati, di città – e sempre meno dalla sua base e dalla classe operaia.

> Ogni forma di contrasto all’immigrazione irregolare è diventata quindi tabù \[...\]. A chiunque obiettasse è stato dato del razzista. Il sostegno ai diritti delle persone trans è diventato il rifiuto dell’esistenza stessa del sesso biologico e l'incapacità di rispondere alla domanda "chi è una donna?". A chiunque obiettasse è stato dato del transfobico. \[...\] La depenalizzazione delle sostanze è diventata grande tolleranza per spaccio e consumo indiscriminato (la storia di San Francisco in questo è esemplare di molte altre).

Questo intervento, almeno dal mio piccolo osservatorio, è stato subissato di critiche da parte di chi invece pensa che Harris abbia perso perché non abbastanza di sinistra, e che **i simboli culturali non siano stati il proverbiale ago della bilancia** in questa tornata culturale.

Premetto che penso che queste persone si sbaglino, e che invece Costa – pur con una serie di precisazioni che vorrei fare sul contenuto della sua trattazione, a partire dalla frase sul «sesso biologico» e dalla parte sull’aborto – sia *onto something*, come dicono gli americani, cioè ci abbia visto giusto. E, d’altronde, [non è certo l’unico](https://www.nytimes.com/2024/11/07/us/politics/trump-win-election-harris.html?ref=culturewars.it) editorialista specializzato a vederla in questi termini (poi, negli Usa come in Italia, ci sono quelli che da giorni si stanno [togliendo sassolini](https://www.nytimes.com/2024/11/14/opinion/trump-democrats-transgender.html?ref=culturewars.it) dalle scarpe per prendersela coi loro bersagli preferiti: ma questo è un altro discorso).

A San Francisco – che per inciso è *davvero* una [città alla deriva](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/06/how-san-francisco-became-failed-city/661199/?ref=culturewars.it): ci sono stato quindici giorni fa, e se di per sé migliaia di persone in situazioni medico-sanitarie insostenibili che dormono, mangiano e defecano per strada (tranne, ma tu pensa, nei quartieri dei ricchi) non ti fanno effetto, considera che la cosa è direttamente sostenuta, in chiaro senso ideologico, dall’amministrazione Democratica locale – ho messo le mani su un saggio di nuova uscita sul mercato americano. Questo:

![](https://storage.ghost.io/c/85/35/85355599-1607-4b1c-946f-b59536e77681/content/images/2024/11/PHOTO-2024-11-18-14-41-06.jpg)

**Musa Al-Gharbi**, il sociologo autore di *We Have Never Been Woke* (Princeton University Press), cita Pierre Bourdieu per introdurre il concetto di capitalista simbolico, cioè l’appartenente a un’élite che custodisce il capitale culturale contemporaneo, e sostiene che i capitalisti simbolici di oggi usano largamente un’incarnazione superficiale ma inflessibile dei temi della giustizia sociale come metodo di cooptazione e influenza. 

Il cosiddetto *wokismo*, anzitutto un’emanazione di campus della costa con rette annuali di decine di migliaia di dollari e un codice di riconoscimento intra-elitario, alle urne secondo Al-Gharbi non può che **infrangersi sullo scoglio della realtà assai differente delle persone comuni**, anche quando viene da portavoce privilegiati con identità diverse dal maschio bianco cis-etero:

> La volontà e gli interessi espressi dalle élite provenienti da gruppi storicamente emarginati e svantaggiati sono spesso significativamente e dimostrabilmente fuori sincrono con quelli della maggior parte delle popolazioni che pretendono di rappresentare.

Sono osservazioni che tornano anche nel [lavoro](https://www.thephilosopher1923.org/post/being-in-the-room-privilege-elite-capture-and-epistemic-deference?ref=culturewars.it) del filosofo di origine nigeriana Olúfẹ́mi Táíwò, che cito spesso e continuo a trovare illuminante. Secondo Al-Gharbi, invece, «non siamo mai stati woke» perché nessuno ha – nemmeno nella patria d’elezione della *wokeness*, gli Stati Uniti – mai calato quel set di idee nella vita quotidiana della maggioranza (e non intende la maggioranza bianca e cisgender: intende ogni maggioranza), perché la preoccupazione di questi anni è stata principalmente, se non esclusivamente, quella di posizionarsi in modo strategico nella competizione intra-élite.

Anche l’esempio di ***Latinx***, per quanto si possa considerare marginale, in questa cornice è di importanza rivelatoria: a poche ore dal voto Marcel Roman, un assistant professor di Harvard, ha pubblicato [una ricerca](https://www.marcelroman.com/pdfs/wps/latinx%5Fproject.pdf?ref=culturewars.it) che documentava come i latinoamericani si fossero spostati verso destra in modo misurabile *anche* per la diffusione del termine gender inclusive, cioè un’invenzione di portavoce ricchi ed elitari che i *Latinos* non hanno mai dato segno di apprezzare.

Sì, certo, Kamala Harris **non ha affatto puntato le fiches della sua campagna elettorale sulle *identity politics***, su *Latinx*, sull’uso corretto dei pronomi per le persone transgender e via discorrendo. Ma alle primarie del 2020, quando il clima politico era diverso, era stata invece una dichiarata sostenitrice di alcuni di questi temi (ancora nel 2022 in determinati contesti [si presentava](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/07/kamala-harris-pronouns-description-disabilities/670970/?ref=culturewars.it) dichiarando i suoi pronomi, con tutto quel che ne conseguiva in termini di sfruttamento della propaganda avversaria).

In politica l’immagine associata a un certo gruppo dirigente non si lava via con una secchiata d'acqua fresca: sì, sono passati quattro anni dall’insediamento di un’amministrazione che corteggiava – in modo opportunistico, s’intende – il woke, ma non possiamo pretendere che nel frattempo la gente comune se ne sia dimenticata (anche perché tanti strateghi al servizio di demagoghi intolleranti lavorano giorno e notte perché non se ne dimentichi mai).

I discorsi non in sintonia con la società media permangono molto più a lungo della loro effettiva dismissione politica (o volete dirmi che oggi, come corpo elettorale, valuteremmo eventuali candidature di Matteo Renzi in modo scevro da pregiudizi, per dire?). Secondo [sondaggi](https://x.com/Davide/status/1854270288936013982?ref=culturewars.it) affidabili, negli Stati Uniti prima delle elezioni Kamala Harris era vista troppo a sinistra molto più di quanto Trump fosse visto troppo a destra.

È per questo che non si può confinare in due battute il versante dei conflitti culturali nel fare il calcolo di cosa è andato storto alle urne. Non «ha stato il woke», no: tanti elettori hanno votato Trump perché con lui “si stava bene” (leggi: non c’erano gli effetti dell’inflazione), e il piano economico e materiale rimane il primo da considerare nella valutazione olistica del voto. Ma questo non significa che il resto sia liquidabile in una caricatura auto-assolutoria, qualcosa che suona come un: *dite quel che volete, ma è impossibile che ci siamo sbagliati*.

**Alexandria Ocasio-Cortez** – che non è certo un’estremista, ma è una politica navigata e brillante che per un periodo è salita sul carro del capitalismo simbolico – ha appena rimosso dalla sua bio su X i pronomi (per questioni di spazio, dice lei) non perché sia diventata transfobica, immagino, ma per questioni connesse al consenso di determinati marker e codici comunicativi visti come elitari e impopolari.

Trump ha speso milioni – *milioni* – di dollari negli Stati in bilico in inserzioni politiche multicanale che pestavano in maniera ossessiva sul presunto estremismo di Harris (a un certo punto ha assicurato che la sua sfidante avrebbe [reso woke l’esercito](https://lasvegassun.com/news/2024/oct/24/trump-warns-of-turning-military-woke-hitting-famil/?ref=culturewars.it), giuro), e ha fatto comparsate in pressoché ogni podcast e web show della *manosphere* antifemminista radicalizzata online.

Alcune trovate di comunicazione elettorale in questo contesto hanno funzionato così bene da aver stupito lo stesso entourage di Trump: è il caso di **«*Kamala is for they/them, President Trump is for you*»**, su cui il presidente eletto ha puntato fortissimo – anche, soprattutto, negli Stati contesi – dopo averne registrato i primi risultati strabilianti.

La destra – e *questa* destra, che sarà pleonastico ricordarlo, ma è tra le peggiori, se non la peggiore, che l’America ricordi – ha preso voti anche in posti dove la sinistra governa incontestata da anni: a New York, nella stessa California.

Insomma: per carattere e inclinazione non sono uno che apprezza le analisi della sconfitta, in linea generale. Ma qui credo ci sia abbastanza per mettersi a farne una il più possibile onesta e ragionata. Nonché, beh, senza sconti, come si dice.

Per esempio: che i discorsi intorno alle persone transgender – vittime di una propaganda infame e di un sistema mediatico che le ha rese il frattale di ogni altra contrapposizione sotto steroidi di questi tempi – non godano di ampio consenso in seno all’opinione pubblica non è un buon motivo per chiedere o proporre di arretrare sui loro diritti e sulla loro affermazione sociale, e ci mancherebbe. Ma, nel contempo, lo stato dei fatti non può nemmeno essere un dato nascosto, distorto o ignorato. Bisogna trovare il modo di disinnescare il trumpismo, l’intolleranza, la destra, senza chiudersi in bolle che sanno solo **darsi ragione a vicenda, cooptarsi per perpetuare il loro dominio** simbolico e sentirsi migliori. L’eterna gara a chi si dimostra più intransigente, ottuso ed efficace nel proprio cortiletto privilegiato è una gara in cui perdono tutti. 

Perché ancora troppo spesso – e persino dopo una batosta chiara come quella del 5 novembre – da una parte e dall’altra dell’Atlantico sappiamo solo rassicurarci parlando della nostra ragione. Il punto è che avere ragione non ci salverà: dobbiamo anche saper convincere gli altri.

## ****Altre news dal fronte**

- [Qui](https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2024/11/musa-al-gharbi-wokeness-elite/680347/?ref=culturewars.it), intanto, un’intervista allo stesso Musa Al-Gharbi, autore di cui secondo me continueremo a sentire parlare;

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

- Contrordine: Bluesky non è nato per rimpiazzare Twitter, [diceva lo stesso Bluesky](https://www.reddit.com/r/BlueskySocial/comments/13cy40g/bluesky%5Fisnt%5Ftrying%5Fto%5Freplace%5Ftwitter/?ref=culturewars.it);

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

- *Gender divide*: una sedicenne americana [racconta al New York Times](https://www.nytimes.com/2024/11/19/opinion/trump-election-teenage-boys-girls.html?ref=culturewars.it) del suo terrore per la vittoria di Trump, mentre i suoi compagni di classe maschi ne sono felici.

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[![](https://storage.ghost.io/c/85/35/85355599-1607-4b1c-946f-b59536e77681/content/images/2025/03/Progetto-2024---presentazione--1500-x-500-px---3-.png)](https://www.culturewars.it/membership/)

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