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# Cambiare il mondo senza Twitter
- URL: https://www.culturewars.it/twitter-social-media-attivismo/
- Published: 2022-11-18T06:40:48.000Z
- Updated: 2023-08-22T21:15:04.000Z
- Description: «Un’app costruita dagli attivisti» e «un prezioso strumento democratico»? Non così in fretta, Ryan.
- Author: Davide Piacenza
- Tags: Algoritmi, Diritti

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Il reporter esperto di cultura internet Ryan Broderick ha dedicato l’[ultima puntata](https://www.garbageday.email/p/one-giant-slow-motion-fail-whale?ref=culturewars.it) della sua newsletter, Garbage Day, alla conquista di Twitter di Elon Musk. Nel suo articolo, una lunga disamina di quelli che l’autore vede come i meriti della piattaforma nell’aver generato, più di ogni altra, un «*global social internet*», Broderick arriva al centro del suo ragionamento scrivendo questo paragrafo:

> La narrazione in questo momento è che l'egomania di Musk lo ha spinto ad acquistare e inevitabilmente rovinare Twitter perché sperava di trasformarlo in X, il suo clone totalitario di una «app per tutto» à la WeChat. Ma ce n’è un’altra, più semplice. Un uomo cresciuto nel Sudafrica dell’apartheid, la cui famiglia possedeva una miniera di diamanti \[...\] ha comprato un’app costruita da attivisti e afroamericani, a cui il Sud globale riconosce il ruolo di prezioso strumento democratico, e che è utilizzata dai giornalisti di tutto il mondo come fonte di informazioni libera e aperta, e ha cercato di trasformarla nel suo country club personale.

Stimo l’autore di queste righe, e sono stato iscritto alla sua newsletter per anni, però questa uscita mi ha fatto alzare un sopracciglio. 

Non perché la conclusione del discorso sia sbagliata, anzi: Musk, per quanto si è visto fin qui, vuole *davvero* rendere Twitter la sua stanza dei balocchi, dove può [licenziare in tronco con un’email](https://twitter.com/CaseyNewton/status/1592539948745650176?ref=culturewars.it) chi lo critica, per giunta riuscendo a rimanere serio mentre invoca la «libertà di espressione». Ed è probabile che la sua mentalità possa essere accostata a quella di un «colonialista», per citare ancora Broderick, anche se a me sembra piuttosto il prodotto deteriore di un capitalismo iperlibertario che si è sviluppato nel luogo più «anticoloniale» del mondo: la Silicon Valley.

A farmi storcere il naso, semmai, è la resa di Twitter che esce dalla sua invettiva: un luogo con le sue pecche, certo, ma fondamentale per l’attivismo e i diritti delle minoranze. È l’ennesima riproposizione di una domanda che sembra già vecchia come il mondo, ma ha soltanto un decennio: i social media sono adatti all’attivismo?

La questione è complicata: dovendola riassumere, si può dire che chi risponde più convintamente “sì” è convinto che le piattaforme abbiano saputo organizzare efficacemente le voci di minoranze e categorie oppresse, ottenendo risultati tangibili che hanno migliorato la vita delle persone, mentre chi propende per il “no” è più propenso a ritenere che gli hashtag e i trending topic non siano una forma efficace di lotta politica.

E quindi, “sì” oppure “no”? Di certo c'è che il social dell’uccellino blu è stato – ed è ancora, in parte – la casa del Black Twitter, un’unione informale di persone di origine afroamericana che negli anni ha usato la piattaforma per discutere e diffondere temi di interesse per la popolazione nera (qui, en passant, si ritiene sia nata la pratica primigenia del *call out*, cioè la denuncia pubblica sul web dei casi di razzismo e discriminazioni, quella che nel 2014 ha portato l’America a parlare dell’assassinio di Mike Brown a Ferguson, in Missouri, e ha creato la base per movimenti di innegabile popolarità come Black Lives Matter).

Meredith Clark, una ricercatrice e studiosa del Black Twitter secondo cui la piattaforma digitale garantisce una forma di attivismo efficace, ha recentemente [detto](https://www.npr.org/2022/11/12/1136312108/what-happens-to-black-twitter-under-musk?ref=culturewars.it) che nelle comunità nere che frequenta molti stanno lasciando Twitter, ma altri sono decisi a rimanere.

> Vedo persone che dicono, no, rimaniamo. Puntiamo i piedi. Siamo la storia di questa piattaforma. Abbiamo contribuito così tanto, l’abbiamo resa preziosa nel modo in cui lo è oggi. L'abbiamo resa una risorsa. Quindi no, non andremo da nessuna parte.

È indubbio, peraltro, che anche in altri casi celebri l’attivismo sui social ha avuto effetti concreti: il più citato è quello delle Primavere Arabe del 2010-11, dove Twitter ha giocato un ruolo formidabile da strumento di organizzazione delle rivolte, ma ci sono anche il #MeToo e, in misura minore, l’organizzazione della Women’s March, la grande manifestazione in risposta all’Inauguration di Donald Trump, entrambi risalenti al 2017.

In un certo senso e determinate incarnazioni, quindi, Twitter è stato *davvero* un centro di attivismo. Ma siamo sicuri che sia stato l’attivismo a «costruirlo» e renderlo ciò che è oggi, come suggerisce Broderick? Scostando la patina di engagement socialmediale e gli annessi cicli mediatici, i contorni si fanno più sfumati: il #MeToo, come movimento, è nato un decennio prima della sua popolarizzazione algoritmica del 2017, e per alcuni [commentatori](https://www.vox.com/2017/10/28/16563668/me-too-tarana-burke-harvey-weinstein-harassment-assault?ref=culturewars.it) non ha dato il giusto spazio alla sua fondatrice originale, l’afroamericana Tarana Burke, mettendo sul piedistallo anzitutto le esperienze di un gruppo ristretto di attrici bianche di Hollywood; le Primavere Arabe dieci anni dopo sono state [cancellate](https://foreignpolicy.com/2020/12/17/arab-spring-dignity-is-real-so-is-arab-failure/?ref=culturewars.it) dai ritorni all’autoritarismo dei Paesi dove erano fiorite; la Women’s March, oggi, offre sui suoi profili più che altro occasioni di [mesto ludibrio](https://twitter.com/womensmarch/status/1463229266976464912?ref=culturewars.it).

Se l’attivismo ha «costruito» Twitter, deve aver seguito un progetto bizzarro: la firma dell’Atlantic Ian Bogost ha [sottolineato](https://www.theatlantic.com/technology/archive/2022/11/twitter-facebook-social-media-decline/672074/?ref=culturewars.it) come i social media nella loro forma odierna – di cui Twitter è l’indiscusso capostipite – forniscono all’utenza l’esatto opposto dei requisiti di base per una comunicazione e persuasione sociale propriamente dette, l’architrave su cui poggia qualsiasi lotta politica. Si predica solo ai convertiti, mentre ineffabili algoritmi ci portano a cercare l’engagement a qualsiasi costo, a discapito dell’ascolto reciproco.

> Dalla richiesta di recensire ogni prodotto che acquisti alla convinzione che ogni tuo tweet o immagine su Instagram meriti “mi piace”, commenti o follower, i social media hanno prodotto una resa assolutamente instabile e sociopatica della socialità umana.

Ma più ancora, a convincermi del fatto che i social media non sono fatti a immagine e somiglianza dei movimenti c’è il loro grado intrinseco di rappresentatività. Spesso si dice che Twitter ha permesso di «passare il microfono» a segmenti della società marginalizzati e oppressi: ma questi ultimi sono davvero su Twitter a indirizzare le conversazioni?

È il nocciolo di un argomento affascinante presentato dal filosofo nigeriano-americano Olúfẹ́mi O. Táíwò. In buona sostanza, gli appartenenti a una minoranza che sono più attivi su Twitter sono inadatti a rappresentarla in toto.

«Da un punto di vista sociale, i “più colpiti” dalle ingiustizie sociali che associamo a identità politicamente rilevanti come genere, classe, razza e nazionalità hanno una probabilità sproporzionata di trovarsi in carcere e sottoccupati, o di far parte del 44% della popolazione mondiale senza accesso a Internet – e quindi tanto di essere lasciati fuori dalle stanze del potere, quanto di venire ignorati dalle persone che le abitano», ha scritto Taiwo in un suo interessante [saggio](https://www.thephilosopher1923.org/post/being-in-the-room-privilege-elite-capture-and-epistemic-deference?ref=culturewars.it). Il solo far parte di un gruppo di pressione attivo su Twitter, in questo senso, porrebbe i portavoce in una dimensione intimamente diversa da quella di chi vorrebbero rappresentare.

Non solo: un rilevamento dell’ente statistico americano per eccellenza, il Pew Research, nel 2019 ha [trovato](https://www.pewinternet.org/2019/04/24/sizing-up-twitter-users?ref=culturewars.it) che l’utenza dell’uccellino blu è statisticamente molto più giovane, benestante e istruita della popolazione statunitense più ampia. Il che non è certo una colpa, ma costringe i *Twitter-addicted* a muoversi in una realtà parallela fatta di bolle non comunicanti e polarizzanti, che distorcono ciò che dicono e giocano con la loro psiche. E con che coraggio si può pensare seriamente che un meccanismo del genere sia la quintessenza dell’«attivismo», tanto da renderlo un suo sinonimo?

## **Altre news dal fronte**

- Il New York Times ha pubblicato un nuovo [capitolo](https://www.nytimes.com/2022/11/14/health/puberty-blockers-transgender.html?ref=culturewars.it) della sua serie di inchieste su uno dei temi al centro del dibattito socio-culturale degli Stati Uniti: i farmaci bloccanti della pubertà per minori transgender e i loro effetti a lungo termine;

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

- «Non sono razzista, ho [un cane nero](https://twitter.com/Sleazebuster/status/1592665330815766530?ref=culturewars.it)»;

![](https://davidepiacenza.it/wp-content/uploads/2023/03/divisore2.png) 

> Omg I just realized a lot of people on twitter have me blocked because they think I mean Colorist (racist) and not Colorist (a person employed to color comics)
> 
> — Marissa Louise (@marissadraws) [November 15, 2022](https://twitter.com/marissadraws/status/1592593802187116545?ref%5Fsrc=twsrc%5Etfw&ref=culturewars.it)

- Un posto perfetto per l’attivismo, dicevamo.

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