Voti soppressi, popoli oppressi

Ciao, io sono Davide Piacenza – anche noto come quello che ha appena passato una settimana a disperarsi per due refusi finiti chissà come nell’ultima edizione – e questa è Culture Wars, che come ormai sai parla di politicamente corretto e della complicatissima coesistenza delle sensibilità e dei valori nelle società del 2022.

Se arrivi fino in fondo a questa puntata, oltre a ottenere la mia gratitudine, scopri anche la prima di alcune novità in arrivo per questa newsletter.

Cominciamo, dai, c’è tanto da dire.


Voti soppressi, popoli oppressi

Al di là dell’Atlantico si discute molto del fallimento del piano legislativo dei Democratici per allargare l’accesso al voto: è stato ribattezzato ufficialmente «The Freedom to Vote: John R. Lewis Act», e non è riuscito a superare il filibuster – ciò che in Italia chiamiamo ostruzionismo – dei Repubblicani al Senato.

Il tono dello scontro durante la discussione della legge si è fatto particolarmente teso: Biden ha puntato in prima persona sulla sua approvazione, presentandola come una misura essenziale per salvaguardare la democrazia americana, ma i Dem al Senato non sono riusciti a trovare l’unità necessaria per cambiare le regole del Senato bypassando l’ostruzionismo degli avversari.

Diversi Stati governati dai Repubblicani negli ultimi mesi hanno promulgato leggi che rendono più difficile il voto per le minoranze, con misure che vanno dall’istituzione di un corpo di polizia dedicato alle indagini su presunte interferenze col voto (in Florida; è il grande lascito dell’era Trump e della menzogna dell’elezione «rubata») al redistricting, cioè la pratica del ridisegno dei distretti elettorali gestita dal partito al potere a livello statale, che si avvantaggia includendo o escludendo da una circoscrizione determinate aree dove è dato in vantaggio o svantaggio (il Texas è stato citato in giudizio dal Dipartimento di Giustizia con l’accusa di aver disegnato distretti che discriminano i latinoamericani, per esempio).

Il Washington Post ve lo spiega meglio, facendovi nel frattempo giocare a minigolf (sì, davvero: e quando il Corriere della Sera o Repubblica faranno qualcosa di simile per spiegare la politica nazionale italiana, voi fatemi pure un fischio).

Diversi senatori Democratici hanno tracciato un parallelo tra i giorni nostri e l’epoca delle leggi Jim Crow, l’impianto legislativo della segregazione razziale statunitense in vigore fino a metà degli anni Sessanta. La misura democratica avrebbe reso l’Election Day una festa nazionale, permesso al Justice Department di intervenire nella politica di Stati con precedenti di interferenze elettorali e assicurato per legge l’accesso all’early voting e al voto per posta, che arrivati alla quarta ondata pandemica sembra anzitutto una misura di buonsenso, ma riesce a essere ancora visto come il fumo negli occhi da molti Repubblicani post-trumpiani.

La questione della voter suppression – per introdurre un’altra espressione cardine del dibattito – è discussa da tempo immemore negli Stati Uniti, e la polarizzazione estrema portata dalla presidenza Trump non ha potuto che esacerbare gli animi. L’intento antidemocratico dei Repubblicani appare chiaro, e sta già dando i suoi frutti: in Texas si segnalano già nuovi record di tessere elettorali per corrispondenza negate sulla base dei recenti provvedimenti.

Biden e i Democratici, però, sapevano a cosa andavano incontro: il filibuster dei Repubblicani era scontato, e i due senatori delle loro fila che si sono schierati contro il cambiamento delle regole senatoriali – Kyrsten Sinema dell’Arizona e Joe Manchin della Virginia Ovest – avevano già fatto sapere che non avrebbero cambiato idea. In un certo senso, e a parità di importanza e bontà di intenti, la strategia democratica sul Freedom to Vote Act ricorda più che vagamente quella seguita dalle forze politiche italiane che hanno cercato di approvare il ddl Zan qualche mese fa. Da una parte, quanto accaduto a Washington si può spiegare con un dato: la popolarità di Biden fra gli ispanici è ai minimi storici.

Di dati che vale la pena considerare ce ne sono anche altri: secondo un sondaggio di Morning Consult, il 41 per cento dei neri e il 34 per cento degli ispanici considera le difficoltà di voto come il più grande problema della democrazia americana; in una rivelazione Monmouth, però, l’84 per cento della popolazione non-bianca si è dichiarata a favore della richiesta di esibire un documento d’identità con foto per essere ammessi ai seggi.

Secondo altri, poi, le macchinazioni finalizzate alla voter suppression semplicemente non funzionano: German Lopez di Vox nel 2016 ha analizzato la letteratura scientifica sul fenomeno, scoprendo che gli effetti di queste scorribande antidemocratiche dei conservatori sono tra l’irrilevante e l’inesistente (il che, beninteso, non è un buon motivo per lasciargliele fare impunemente). L’affluenza tra le minoranze è cresciuta tra il 2016 e il 2020, e anche fra le elezioni di Midterm del 2014 e quelle del 2018.

Una prospettiva interessante – e molto in linea con lo spirito che anima questa newsletter, devo dire – sul tema l’ha offerta un ex autore di John Oliver, Jeff Mauer, nella sua, di newsletter:

Le regole contano, ma le persone ragionevoli possono non essere d'accordo sugli aspetti secondari di quali dovrebbero essere le regole. Alcuni a sinistra finiscono per scivolare in un pensiero che dice più o meno: “Qualsiasi regola diversa da quella che sostengo è fascismo”. Io cerco di ricordarmi che c'è una zona d'ombra tra ciò che ritengo giusto e ciò che è chiaramente ingiusto. Quindi, sostengo la registrazione degli elettori lo stesso giorno, ma 30 Stati non ce l'hanno e non credo che questo li renda la Cina comunista (tranne il Massachusetts, un po'). Mi oppongo alle leggi sull'identificazione degli elettori, ma le proposte per consentire alle persone di utilizzare praticamente qualsiasi documento di identità, non solo una patente di guida, sembrano un ragionevole compromesso. Il mio principio qui è che dovremmo rendere il voto più facile, ma cerco di evitare di vedere la questione come una semplice scelta binaria in cui quattro settimane di votazione anticipata rappresentano la democrazia perfetta ma tre settimane sono il totalitarismo in stile nordcoreano.

Joss Whedon, il regista che visse due volte

foto via Flickr.com

Il New York magazine ha pubblicato un bellissimo pezzo-intervista dedicato a Joss Whedon, il regista e showrunner di Buffy l'ammazzavampiri e tante altre cose (The Avengers, Justice League), accusato negli ultimi anni di molestie e comportamenti inappropriati da molti suoi collaboratori e collaboratrici, e anche dall’ex moglie Kai Cole.

È una storia incredibile di ascesa e caduta di una star che fu, ai tempi venerata come un dio, ma è anche molto altro: racconta il passaggio da una internet «amichevole» e popolata da nerd paciosi a un campo di battaglia in cui una storiaccia di anni prima può rovinare una reputazione (e una carriera) per sempre.

Whedon non ne esce senza macchia (anzi ne esce malissimo, e tutto fa propendere per affermare che si è meritato molto di ciò che ha ottenuto), ma la sua parabola – umana, prima che professionale – è quella di un «femminista» figlio di una eminente femminista, che crea uno show pubblicamente celebrato per come sovverte i ruoli di genere e la rappresentazione femminile nella cultura pop... per poi finire, vent’anni dopo, nei panni dell’abuser seriale e persino del razzista che, dice una teoria bislacca che ha preso l’abbrivio dopo la sua caduta in disgrazia, ha volutamente rimosso i personaggi neri dalla sua versione di Justice League.

Il paragrafo che vale la lettura dell’articolo descrive il momento in cui, durante la prima ondata della pandemia e sotto la spinta dei fan che non avevano apprezzato (eufemismo) la riedizione di Whedon – che era intervenuto in corso d’opera per cambiare i connotati del film, su richiesta degli studios – Warner Bros decide di pubblicare la versione originale di Justice League, quella del suo antagonista perfetto, il collega Zack Snyder. È un colossale sic transit dell’epoca digitale:

Quando la versione di quattro ore di Snyder è stata finalmente svelata, è stata acclamata dalla critica. I suoi fan hanno esaminato entrambi i film per analizzare le differenze. Alcuni hanno sfruttato la convinzione, avanzata per la prima volta da Fisher, che Whedon avesse cancellato intenzionalmente le persone di colore dal film. Era avvenuto un notevole capovolgimento. Quindici anni prima, il lavoro di Snyder era ampiamente visto come l’epitome del cinema problematico. Il suo tentato colpo di successo, 300, un'epopea con spada e sandalo sulle guerre persiane, dal punto di vista della delegazione iraniana alle Nazioni Unite era «così apertamente razzista» che minacciava di incitare «uno scontro di civiltà». Ora, internet aveva riscritturato Snyder come un eroe progressista mentre marchiava Whedon, il suo eroe progressista di ieri, come un cattivo e un bigotto. «L'internet dei primordi mi ha sollevato e l’internet moderno mi ha trascinato a fondo», ha detto Whedon. «Mi intendo di perfetta simmetria».

Altre news dal fronte

  • Ricorderete il mesto articolo pubblicato da Scientific American sul biologo Edward Osborne Wilson (e se non lo ricordate MALE, ché significa che non eravate ancora iscritti a questa pregiata newsletter), una sorta di sciatto pot-pourri di proclami e j'accuse antirazzisti male indirizzati, ai danni di uno dei grandi scienziati del Novecento, che oltre a essere appena morto aveva fatto ben poco per meritarseli. Il divulgatore bengalese-americano Razib Khan ha chiesto al magazine di rispondere alle accuse sulle sue stesse colonne, ma il permesso gli è stato negato: allora l’ha fatto su Substack, dove si è detto «inorridito» da quel pezzo «indecente»;
  • La popolarissima piattaforma di controllo ortografico Grammarly da qualche giorno ha aggiornato le sue correzioni proposte ai termini che riguardano lo schiavismo, chiedendo ai suoi utenti di sostituire «fugitive slave» con «freedom seeker», e «slave owner» con «enslaver». Come spesso accade, l’intento era nobile: parlare in modo più accorto e rispettoso, in questo caso di fatti storici che riguardano le radici di milioni di americani. Ma Elise A. Mitchell, che ha una borsa di studio post-dottorato a Princeton, dove si occupa di storia dello schiavismo, ci ha visto parecchi problemi: anzitutto non tutti cercavano la «libertà». E poi, non parlare di «proprietari» di schiavi rischia di far passare sotto silenzio il fatto che ai tempi la legge permetteva la proprietà di esseri umani. A provare una volta di più che viviamo in un mondo complicato, su cui andare coi piedi di piombo, c'è il fatto che queste osservazioni via thread su Twitter non vengono da un bolso intellettuale che teme di perdere il suo status, come vorrebbe una certa vulgata, ma da una borsista afroamericana;
  • Yassine Meskhout di mestiere fa l’avvocato d’ufficio, e in questa epica puntata della sua newsletter racconta cosa succede quando il milieu culturale di uno Stato molto progressista si scontra col sistema penitenziario e della giustizia: la prima scenetta racconta di un ceffo appena carcerato a cui un’assistente pagata dallo Stato chiede di dichiarare i suoi pronomi, senza che il prigioniero capisca di che sta parlando. E poi c’è il procuratore che indossa il braccialetto di Black Lives Matter, salvo poi non lesinare in cauzioni e pene inflitte agli imputati con la pelle nera. Ma non vi rovino la sorpresa, è tutto molto interessante.

Annunciazio’, annunciazio’

Tante cose mi frullano in testa, sul fronte Culture Wars: la prima è che sono felicissimo che questo progetto sia partito così forte, ovviamente, e ti ringrazio. Ma anche l’idea – e tutta l’intenzione – di espanderlo, e renderlo uno strumento pensato per stimolare una discussione sensata sugli argomenti di cui puoi leggere qui.

Per farlo, evidentemente io da solo non basto, e non solo perché ho una prospettiva giocoforza limitata (per quanto, giuro, mi sforzi di allargarla). E per questo, è con grande soddisfazione che comunico che dalla prossima settimana la newsletter ospiterà voci e punti di vista di protagonisti che si occupano o hanno a che fare con le questioni che affrontiamo qui. Saranno persone di ogni estrazione, posizione, genere, colore della pelle, religione, credo calcistico e intolleranze alimentari, perché mi sembra giusto e bello così. Si inizia la settimana prossima, con una bravissima scrittrice.

Grazie, Daniele Z.

Intanto, se questa edizione ti è piaciuta, mandala un po’ in giro (la trovi anche in formato web in archivio) o posta il suo link per l’iscrizione.

A venerdì prossimo!

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