La storia di cui mi occupo questa settimana, detto per sdrammatizzare con una punta di cinismo, sembra uscita dritta da una puntata di The Office o South Park.
E allora cominciamo dalla sinossi: alla cerimonia di premiazione di un importante evento del mondo dello spettacolo internazionale viene invitato un attivista per i diritti delle persone affette da sindrome di Tourette, già soggetto ispiratore di un film che porta in scena la sua complicatissima vita.
Questo lungometraggio viene accolto e celebrato come una conquista sul piano della rappresentazione di chi è affetto da disturbi neurologici, senonché a un certo punto sul palco, a presentare il prossimo premio, ci sono due attori neri. E l’attivista con la Tourette... si mette a urlare, ripetutamente, il peggior insulto possibile che si possa urlare a una persona nera.
È successo davvero, anche se in Italia se ne è parlato poco o nulla. La vita di John Davidson, attivista scozzese cinquantenne con la Tourette, ha ispirato il film di Kirk Jones I Swear («Impreco», ma anche «Giuro»), che ricostruisce la vita di Davidson fin dall’adolescenza, quando il suo disturbo lo rendeva una facile preda di bullismo e violenza.
Ai Bafta – la cerimonia di cui parliamo – dello scorso weekend, I Swear ha vinto in tre categorie di nomination, e la British Academy of Film and Television Arts ha deciso di suggellare la sua ottima accoglienza estendendo l’invito a prendere parte al gala di premiazione allo stesso Davidson.
Quando l’attore britannico Delroy Lindo e il collega statunitense Michael B. Jordan – entrambi neri – si trovavano sul palco, Davidson ha urlato ripetutamente la famigerata parola con la n, l’epiteto più offensivo della società odierna. Ne è nato un momento di comprensibile impasse, poi lo stesso Davidson ha scelto di abbandonare la sala e continuare a seguire la serata in tv, mentre il duo ha proseguito con la premiazione.
L’attivista, in un secondo momento, si è scusato parlando col magazine Variety, a cui ha spiegato:
Voglio che le persone sappiano e capiscano che i miei tic non hanno assolutamente nulla a che fare con ciò che penso, sento o credo. Sono una reazione neurologica involontaria. I miei tic non sono il prodotto di un’intenzione, non sono una scelta e non riflettono i miei valori.
Durante la serata, peraltro, Davidson aveva usato anche altre parole grandemente offensive (tra le altre cose, in un momento in cui sul palco il presentatore della serata Alan Cumming si era soffermato a fare battute sulla sua omosessualità, a lui era uscito ripetutamente: «Pedofilo!»).
Ciononostante, l’attenzione del pubblico si è concentrata sulla n-word: il contesto in cui è stata pronunciata, il tempismo, la percettibilità di quella specifica parola proveniente dalla platea sono stati tali da aver causato la tempesta perfetta: BBC – che ha trasmesso la cerimonia con due ore di differita e non ha coperto gli insulti razzisti – e i Bafta stessi si sono scusati a più riprese, il giurato del premio Jonte Richardson si è dimesso e sono giunte anche le lamentele di Warner Bros.
"Guy with Tourette's shouts the n word" is like a Category A Bioweapon designed for internet discourse
— The okayest poster there is (@ok_post_guy) February 23, 2026
Fin da subito, sui social media centinaia di profili hanno iniziato a suggerire, con vari gradi di certezza, che John Davidson avrebbe pronunciato quell’insulto volontariamente: l’ha fatto anche l’attore Jamie Foxx, scrivendo in un commento su Instagram: «Di tutte le parole che puoi dire, la sindrome di Tourette ti fa dire proprio quella? Nah, ha scelto di dirla».
Ovviamente la Tourette non funziona come dice Foxx: per quanto la coprolalia – cioè la pronuncia incontrollata di parole oscene o socialmente inaccettabili – riguardi solo un malato su dieci, quando compare non lascia spazio alla scelta; poter dire cose tabù di fronte a un palcoscenico globale è precisamente la condizione che innesca i tic verbali incontrollati.
Lo stesso Davidson nel 2019 è stato insignito di un’onorificenza pubblica dalla regina d’Inghilterra, e non ha potuto evitare di sentirsi gridare un «fuck the Queen!» a pochi metri da Elisabetta. Però quella volta un funzionario reale gli aveva messo una mano sulla spalla per consolarlo («Non si preoccupi, la regina comprende»), mentre ai Bafta è scoppiato il finimondo: lo stesso Michael B. Jordan, uno dei due attori sul palco nel momento incriminato, si sarebbe detto «disgustato» da quanto successo, e lo stesso Variety, nel titolo del pezzo in cui ha intervistato Davidson, ha messo la parola «involontari», riferita ai tic, tra virgolette.
Con un ribaltamento crudele e rivelatorio, quello che doveva essere un momento inclusivo – di consacrazione di un film che mostra cosa significa convivere con un disturbo che impone di dire cose indicibili nel peggior momento possibile – si è tramutato in un’altra scena di I Swear: la folla che fino a un secondo prima si diceva aperta e tollerante, ora chiede in coro che alle persone affette da Tourette vengano chiuse le porte di kermesse come i Bafta.
Naturalmente, Delroy Lindo e Michael B. Jordan avevano e hanno ogni diritto di sentirsi offesi e di pretendere le dovute scuse non tanto da Davidson, quanto soprattutto da BBC e Bafta: la parola che gli è stata rivolta, anche quando viene usata senza intento malevolo come in questo caso limite, ha comunque un portato con cui può essere difficile avere a che fare.
Ma non si può far finta che un certo discorso culturale anzitutto statunitense sulle identità razziali, coi suoi schemi monodimensionali – nonché ormai francamente un po’ fuori dalla storia – si riveli inadeguato in situazioni come questa: non si tratta di privilegiare il «white comfort» a discapito del «Black respect», come ha scritto un’attivista su X, ma di sforzarsi di comprendere l’umanità in modo prismatico, allontanandosi da assi univoci che, quando va bene, funzionano solo sui social.
a lot of slaveowners were disabled
— BlackRedGuard ☭ 🇵🇸🔻⛓️💥 (@OGBlackRedGuard) February 23, 2026
Forse la cosa più lucida sull’accaduto l’ha scritta il commentatore Freddie deBoer: uno dei problemi del liberal-progressismo mainstream di marca statunitense risiede nel non accorgersi che esistono conflitti di interessi anche tra le identità oppresse, e che questi conflitti a volte, semplicemente, non hanno una risoluzione che non passa da un approccio estremamente comprensivo e caritatevole agli altri, che muove dalla nostra irriducibile umanità condivisa.
Come si dice in questi casi: la sinistra riparta da qui, se possibile.

- La versione statunitense di Wired ha pubblicato una copertina, in effetti abbastanza incredibile (specie per Wired: ma sono cambiati i tempi), sulla «gay tech mafia» della Silicon Valley, e ne è nato un caso;
- La Francia ha il suo Charlie Kirk: l’attivista di estrema destra 23enne Quentin Deranque è stato ucciso in un pestaggio da parte di avversari politici a Lione, e ora la sua morte ha infiammato il Paese;
- Finire segnalati ai servizi sociali per aver partecipato a una manifestazione sindacale è una cosa grave.
