Il grande attacco al progresso


Una settimana fa, qualche ora dopo l’uscita dell’ultima puntata di questa newsletter, un pezzo importante della libertà e dei diritti della società contemporanea si è sgretolato sotto gli sguardi attoniti del mondo: la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha smantellato la sentenza Roe vs. Wade, che dal 1973 garantiva il diritto all’aborto nel Paese, rimandando ai singoli Stati la possibilità di regolarsi autonomamente. La decisione, secondo chi ha fatto i calcoli, ha già iniziato a sopprimere l’accesso all’aborto di 36 milioni di americane in 16 Stati.

In un’opinione convergente con quella della maggioranza, il giudice afroamericano conservatore Clarence Thomas ha indicato in altre sentenze storiche i prossimi oggetti dell’azione della Corte: la Griswold v. Connecticut del 1965, che ha permesso alle coppie americane di acquistare liberamente contraccettivi; la Lawrence v. Texas, che nel 2003 ha reso incostituzionali le leggi anti-sodomia; la Obergefell v. Hodges, che nel 2015 ha infine legalizzato il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Insomma, potremmo essere solo all’inizio.

Che quello della Corte sia un piano reazionario congegnato da tempo che ha trovato compimento è dimostrato dal fatto che la SCOTUS, com’è detta (l’acronimo indica, appunto, la Supreme Court of the United States), non si è fermata all’aborto: nelle ultime ore ha emesso una sentenza che limita il potere della Environmental Protection Agency (EPA), l’agenzia federale che si occupa della protezione ambientale, di mettere in campo politiche aggressive di riduzione delle emissioni, e accolto l’udienza di Moore v. Harper, una causa che chiede un’interpretazione estrema della Costituzione e potrebbe rendere più semplice per gli Stati ridisegnare i collegi e interferire con le elezioni democratiche.

In quel perenne spettacolo d’arte varia che sono i social network si è parlato dell’opportunità di appaltare decisioni di questo genere a persone così anziane da poter soffrire di demenza (ma i giudici attuali, stando alla media dei dati, hanno ancora trent’anni di permanenza davanti a loro, dice Bloomberg). Tanti e tante hanno notato la beffa di un gruppetto di «old white men» che decide sulla salute e la vita di decine di milioni di giovani donne: ma anche questo dardo è fuori bersaglio. Il motivo? Beh, quelle di seguito sono due Corti Supreme degli Stati Uniti: la prima è quella che nel 1973 ha legalizzato l’aborto in America; la seconda è quella che la settimana scorsa l’ha messo fuorilegge. Giudica tu.

La verità è che la riscossa reazionaria della SCOTUS è un attacco politico ai diritti – iniziato, probabilmente non a caso, con quelli delle donne – preparato e messo in campo da una macchina che lavora anche al di là dei confini statunitensi. Un articolo di Politico delinea le mosse con cui l’attivismo antiabortista americano si sta espandendo in Europa, incanalando decine di milioni di dollari di fondi stanziati da organizzazioni pro-life ed esportando portavoce e slogan.

Nel frattempo, sbaglieremmo a pensare che la sentenza sia un problema solo delle statunitensi, perché l’aborto rimane scarsamente garantito anche in Italia, dove il raggio di applicazione della legge 194 è sempre più ristretto: come ha scritto Chiara Lalli, che si occupa estesamente del problema, «il Molise è sempre più Alabama». E, non bastasse, i dati sugli obiettori di coscienza sono ancora pochi e chiusi.

Proprio perché l’offensiva ha messo nel mirino un gruppo sociale e politico ben definito, e già storicamente oggetto di una serie di oppressioni mirate e lungi dall’essere debellate, ho accolto con incredulità gli inviti virali di alcuni attivisti a non parlare di “women” nei commenti alla sentenza su Roe v. Wade, preferendo perifrasi che possano includere anche le persone non binarie e gli uomini trans.

Molti di questi commenti sono arrivati a decisione appena pubblicata, quando le prime cliniche cominciavano a rimandare a casa le prime donne in attesa della loro operazione, e forse ci vorrebbe un po’ più di senso di priorità e opportunità nel direzionare il proprio attivismo. Ma soprattutto, nella riduzione semantica del momento, dire “donne” ha una precisa e immediata connotazione biologica, oltre che un valore politico: una persona dotata di un utero, toccata da leggi che riguardano il suo corpo. L’identità di genere è importante a livello generale, ma in questo caso non è chiamata in causa. Non si possono subordinare cataclismi come questo a una diatriba sulla nostra precisa posizione identitaria: così facendo, non è difficile immaginare che i grandi manovratori della destra manovreranno ancora più indisturbati (anche perché Biden non sembra aver deciso di reagire a dovere, per questioni di calcolo politico).

Ne parlavo con un’adolescente di mia conoscenza, intelligente e cara, che mi diceva – con la convinzione e l’aderenza a una visione del mondo tipica dei suoi anni – che “persone con utero” include tutti e non offende nessuno, e non c’è nemmeno bisogno di discutere sul preferire il suo uso. È vero, ma le perifrasi inclusive non sempre ottengono i risultati sperati: uno studio recente di alcuni fra i maggiori studiosi di salute femminile del mondo, per esempio, ha appena trovato che l’uso di terminologia gender-neutral nella ricerca medica può avere contraccolpi negativi di rilievo sulle donne, generando una percezione di alterità e distanza.

È un mondo complicato, insomma. E uno in cui diritti che davamo per scontati fino a ieri oggi sono messi in discussione alla luce del sole. Le forze della reazione si stanno riorganizzando per sferrare attacchi sempre più chirurgici e letali ai diritti: per contenere la marea bisogna anzitutto sapere qual è la posta in gioco.

Altre news dal fronte

  • Cerchiamo la buona notizia nel pagliaio: ieri Ketanji Brown Jackson ha giurato da prima giudice donna afroamericana della storia della Corte Suprema americana: farà parte della minoranza, ma è un passo avanti importante;
  • Quasi 400 giornali locali d’America hanno chiuso dall’inizio della pandemia di Covid-19: se ne perdono due a settimana. Ed è un fenomeno che interessa anche l’Italia, dove la stampa più piccola è di fatto estinta da grosso modo un decennio. In entrambi i contesti, significa più spazio per fake news, disinformazione e quant’altro si trova quando sei una persona di una certa età che cerca notizie locali. E di questo deserto, prima o poi, dovremo occuparci;
  • Perché non fidarsi troppo delle aziende? Perché sono quelle che si piegano quando gli Emirati Arabi Uniti chiedono di limitare i risultati delle ricerche di prodotti Lgbt+, compresi libri e bandiere arcobaleno: così ha fatto Amazon;
  • L’altra – maledizione, sto per scriverlo di nuovo, maledizione – cancel culture: quella dei legislatori di destra nei confronti delle università che non gli vanno a genio: succede in Idaho (grazie a Jennifer per la segnalazione);
  • La star del momento è Cassidy Hutchinson, la giovane aiutante della Casa Bianca che ha gettato una nuova – e francamente inquietante – luce sugli eventi del 6 gennaio 2021, raccontando come Donald Trump abbia cercato di unirsi in prima persona ai facinorosi che hanno assaltato il Campidoglio e provato a ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali.
📧
Per informazioni, recriminazioni, segnalazioni: newsletter@culturewars.it

(aggiungi l’indirizzo ai tuoi contatti, altrimenti rischi che la newsletter finisca nella cartella Spam)

Evviva! Hai completato l’iscrizione a Culture Wars. La correzione del mondo
Daje! Ora dai un’occhiata e considera di passare alla versione premium.
Errore! Iscrizione impossibile a causa di un link non valido.
Bentornato/a! Login effettuato.
Errore! Login non andato a buon fine. Per favore, riprova.
Evvai! Ora il tuo account è attivo, hai accesso a tutti i contenuti.
Errore col checkout via Stripe.
Bene! Le tue info di fatturazione sono state aggiornate.
Errore! Le tue info di fatturazione non sono state aggiornate.