La valanga Epstein forse non travolgerà Donald Trump, che sembra indifferente al caos che il suo Dipartimento di Giustizia ha creato pubblicando milioni di detriti, file, email, conversazioni su WhatsApp e ritagli, rendendo i social una enorme sezione commenti del blog di Beppe Grillo.
Con i giornalisti si mostra spavaldo, Trump, come se lui non c’entrasse nulla, e del resto le prime avvisaglie di crisi sono tutte in Europa, o comunque lontane: nel Partito laburista britannico, tra i Windsor, nella casa reale norvegese e a casa di Bill Gates. C’è una novità, tuttavia: per la prima volta dal suo ingresso in politica, il capo della Casa Bianca non è più in controllo della violenza online; non è lui al comando degli sciami antisistema contro il cosiddetto mainstream.
Questo succede perché il conflitto scatenato dalle rivelazioni sul finanziere mobilita e al tempo stesso lacera la galassia MAGA, che si era sentita promettere dai suoi eroi politici un déluge contro la cabala di pedofili e satanisti di sinistra: invece scopre che Trump e il suo giglio magico erano a conoscenza di un segreto altrettanto, se non più, turpe. È vero che ci sono molti progressisti citati nei documenti che non si riprenderanno da questa crisi reputazionale, ma la storia ci parla innanzitutto di un network di ricchi conservatori o comunque antisocialisti, che voleva aiutare la destra sovranista e neoprotezionista occidentale a federarsi; e sono gli intellettuali trumpiani ad avere maggiormente da perdere in questo fango, dato che sognavano di prendere il posto dell’élite precedente, anche sulla base di presunte doti cristiane.
Eppure, la sensazione è che nonostante ci troviamo di fronte a una sorta di WikiLeaks capovolto rispetto a quello di 15 anni fa – ovvero esploso tra le mura del populismo di destra e interamente autoprodotto – persista la prospettiva di un ceto medio riflessivo che, se potesse, continuerebbe a deridere chi vorrebbe maggiore attenzione mediatica sul caso Epstein.
Lo vediamo in questi giorni anche in Italia: quotidiani di centro e centrosinistra che si focalizzano sui legami tra Epstein e la Russia di Putin, trascurando il resto; editorialisti e divulgatori pluripremiati che minimizzano la storia, spiegandoci che non c’è nulla di nuovo a parte le pessime abitudini private di qualche partecipante; opinionisti e podcaster di rilievo, di vecchia e nuova generazione, che danno l’impressione di voler sopprimere ogni curiosità sull’argomento.
Più che di una decisione collettiva frutto delle pressioni di una qualche Spectre mondiale, diremmo che si tratta di un riflesso pavloviano: la tendenza a non volersi sporcare le mani con la sostanza politica dei “complotti”. Soprattutto quando sono già occupati, con tratti ossessivi, da segmenti di pubblico disordinati e razzisti con i quali non si vorrebbe condividere alcuna battaglia. Il risultato è che questo ceto si rifugia in una specie di correttezza formale: in quelle email non ravvisiamo reati, quindi è tutto legittimo, e comunque c’è troppo materiale per mettersi a scavare.
Il dubbio è che questo atteggiamento distaccato e un po’ paternalista verso chi si accalora per le email di Epstein finisca con l’occultare un’anomalia grave: cosa ne è del mito della “competenza” e della moderazione a ogni costo, dell’antipopulismo intransigente, alimentato da una classe di lavoratori culturali sempre più depoliticizzati e ricattabili su giornali e riviste, intessuto di fiducia e rilassatezza verso mecenati, benefattori e ultraricchi in nome del pragmatismo post-ideologico, se questa prassi a lungo indicata come l’unica possibile è stata mandata in frantumi proprio dall’ecosistema che vediamo ai raggi X in questa vicenda, dove i padroni del mondo comunicavano il loro disprezzo per la vita dei più deboli e per la democrazia sostanziale? Il tutto, per di più, lasciando tracce scritte e visive di sé in barba a ogni protocollo di sicurezza, come degli emeriti coglioni?
Una vecchia storia di corpi trattati come merce di scambio, certo, e di élite che credendosi al di sopra di ogni scrutinio comunicavano disprezzo e dubbi oziosi, bisogno di affetto e di conferme. Ma anche una storia di “competenti” che si scambiavano informazioni riservate per manipolare la democrazia degli altri, sognando di allargare ulteriormente con soffiate, escamotage e compiacenze delle istituzioni quel fossato che oggi è già intollerabile per milioni di disamorati della politica: quello tra legalità formale e legittimità percepita.
È innegabile che nei milioni di pagine pubblicate dal dipartimento di Giustizia statunitense siano contenuti i nomi di decine di persone ricche e famose che non hanno violato alcuna legge, che molte accuse e insinuazioni scioccanti arrivino da vigliacche segnalazioni anonime, e che l’abuso dell’AI stia facendo girare falso materiale d’impatto sulle nostre già svalvolate timeline.
Ma se è vero che l’onere della prova è una condizione sine qua non per evitare cacce alle streghe truculente e tentazioni giacobine — non che una rivoluzione di sinistra sia anche solo lontanamente all’orizzonte — di fronte a questa storia trincerarsi dietro la legalità formale e la condiscendenza da azzeccagarbugli, mentre gli elettori occidentali esprimono da molti anni un disagio reale verso certi accordi sottobanco, significa non voler affrontare l’ondata di risentimento verso l’arretramento democratico: che è tuttora declinabile a destra come a sinistra, in modo reazionario o popolare, tecnocratico o socialdemocratico. Basta voler fare politica e allargare lo spettro del discutibile in democrazia.
Da parte di una classe di mediatori che ci ha abituato alle inchieste sui titoli di Luigi Di Maio e sulle lauree di Dario Fabbri, agli articoli premium sui cessi d’oro di Zelensky, sulle pozioni a base di corna di cervo di Putin e sulle nipoti degli ayatollah, se permettete, qualche spazio di attenzione in più per i file Epstein il disamorato dalla politica se lo può aspettare.
Soprattutto da quel progressismo che vuole colmare la distanza tra legalità formale e legittimità percepita. Soprattutto per non lasciare in mano agli avvelenatori di pozzi professionali l’intera narrazione, come sta succedendo ora.

- Parlando di certi «mecenati», come fa Mossetti sopra: il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, sta uccidendo una delle testate più influenti del mondo occidentale, il Washington Post;
- Un’audizione antitrust di Netflix al Congresso statunitense è presto diventata una disputa sulla “wokeness”;
- Il presidente degli Stati Uniti ha condiviso (e poi rimosso) un video che mostrava Barack e Michelle Obama resi scimmie, dicendo in seguito di «non averlo visto».

