Il 22 aprile il New York Times ha pubblicato una nuova puntata del suo podcast The Opinions, in cui discute di temi afferenti all’attualità con ospiti di primo piano: stavolta accanto a Nadja Spigelman, giornalista e host del format, si sono seduti la giornalista e scrittrice Jia Tolentino e lo streamer Hasan Piker.
Si tratta di due nomi di primissimo piano del commento culturale statunitense: Tolentino è un’autrice talentuosa e molto apprezzata, nonché riconoscibile firma del New Yorker, mentre Piker ha un seguito enorme sui social media, dove commenta le notizie del giorno con una prospettiva di sinistra più o meno “radicale” in interminabili dirette streaming (ultimamente è anche finito al centro di polemiche politiche per alcuni suoi commenti su Israele).
Nell’ultima puntata di The Opinions, l’ordine del giorno riguardava il microlooting, quella che sarebbe – condizionale d’obbligo, come per tutti i trend nati sulle piattaforme digitali – una nuova tendenza a sottrarre oggetti da catene di supermercati come Whole Foods senza pagarli.

Whole Foods è un marchio di Amazon, la distopica uber-multinazionale di Jeff Bezos, e la pratica è presentata come una forma di protesta, o resistenza, politica. La stessa Jia Tolentino, all’inizio della conversazione, ha dichiarato di aver rubato da Whole Foods «in diverse occasioni», anche nell’ottica delle attività di volontariato di un gruppo di sostegno del vicinato nel suo quartiere di Brooklyn, di cui fa parte da qualche anno.
E così facevo la spesa per la signora Nancy, poi finivo e pensavo: “Oh no, quattro limoni: ho dimenticato quattro limoni". E in diverse occasioni ho pensato: “Torno indietro, li prendo e me ne vado”.
Piker si è dichiarato d’accordo con la pratica, spiegando che la merce di Whole Foods è già “prezzata” per ricomprendere nel costo finale questi atti di sottrazione indebita, e precisando che i veri furti in America sono quelli del capitale ai danni dei lavoratori. Poi ha rincarato la dose, dicendosi «completamente pro-pirateria» e anche disposto a rubare opere d’arte al Louvre.
Lo scambio sulle poltrone del podcast ha generato la prevedibile ondata di chiacchiericcio, indignazione, articoli sulla stampa conservatrice e reaction virali sui social: nulla di nuovo, in questo senso. Ma il tema del discorso merita un approfondimento.
Per quanto mi riguarda, nel merito Tolentino e Piker hanno ragione: rubare quattro limoni a Jeff Bezos non è la fine del mondo, e la vera grande mano sottraente rimarrà in ogni caso la sua.
I punti più interessanti della vicenda però, a mio modo di vedere, sono due: il primo è che il contratto sociale ci impone di rimanere nel perimetro della comunità attenendoci a un insieme di regole minime, una delle quali è “non rubare”; se una mole rilevante di persone iniziasse a dedicarsi anima e corpo al microlooting – un gesto personale e nascosto, e come tale impolitico – il capitalismo predatorio ne uscirebbe indebolito? Difficile immaginarlo.
Ma il secondo punto, forse, è persino più importante: finché le voci del progressismo mainstream saranno quelle di ricchi borghesi della New York più e meno liberal, la destra avrà le porte spalancate per recuperare nei consensi da qualsiasi catastrofe trumpista.
La questione, insomma, è anzitutto strategica: come ha scritto la giornalista Liz Wolfe, «gran parte della politica di New York si riduce al fatto che le Jia Tolentino di questo mondo si rifiutano di considerarsi ricche». E, non percependosi privilegiate e fuori dai radar delle classi popolari, pensano di dare voce a qualcuno parlando di accettabilità morale e sociale del furto.
In questo senso, davanti al microfono Piker è apparso più avulso dalla realtà di Tolentino, la quale nello scambio ha precisato, quantomeno, che questi gesti hanno dei forti limiti politici; lui, invece, si è limitato a motteggiare con una battuta piaciona come vedrebbe di buon occhio saccheggi continui e massivi nei punti vendita Whole Foods. E who cares delle conseguenze sistemiche.
Il collo di bottiglia è sempre lo stesso. Per chi fatica ad arrivare alla fine del mese, sottrarre cibo bio da una catena per borghesi benestanti non è una priorità; e anche se lo fosse, non sarebbe un atto orientato alla collettività di cui discutere con tè e pasticcini seduti su costose poltrone di design, di fronte a costosi microfoni direzionali in una costosa brownstone di Manhattan, in compagnia di facoltosi commentatori culturali.
Capisci qual è il problema? Se a parlare in quei termini di microlooting fosse stata una vittima della gentrificazione e della crisi abitativa di New York City, un sindacalista di Amazon o un attivista per gli homeless, io stesso avrei applaudito; ma che avranno mai da dire i pur acuti Tolentino e Piker sul rubare per sopravvivere? Qual è il punto di una pratica di protesta messa in atto da influencer di TikTok che possono permettersi 5 o 6.000 euro di affitto al mese? E come pensi che la classe popolare possa accogliere questi oziosi discorsi?
Sui ricchi-che-rifiutano-di-considerarsi ricchi è inevitabile ricollegarsi a un’altra polemica che ha tenuto banco nell’ultima settimana, in questo caso al di qua dell’Atlantico: un articolo di Lucy – rivista per cui, disclaimer, ho scritto in passato – dedicato ai prezzi fuori mercato del settore immobiliare a Milano, presto diventato motivo di scandalo ad algoritmi unificati.
L’autrice dell’intervento, Camilla Burelli, a mio modo di vedere ha pagato un prezzo fin troppo caro per quello che era sì un pezzo sgraziato, mal concepito e realizzato in modo almeno migliorabile, ma che per due o tre giorni l’ha resa un nemico pubblico che evidentemente non può essere.
Nel testo (ora visibile soltanto agli abbonati alla rivista) si leggeva della genealogia upper class dell’autrice, figlia e nipote di medici, avvocati, professionisti laureati, imprenditori, innestato in un lamento verso condizioni economiche che non permettono – nemmeno a lei – di comprare casa in quelle zone di Milano in cui è più gradevole vivere. A un certo punto, il padre primario in età da pensione che opera il sabato per aumentare i ricavi familiari veniva definito un uomo «che si spacca la schiena», per cui provare un affetto misto a rabbia sociale.
Come nel caso del podcast del New York Times, anche il pezzo di Lucy ha scelto di dare voce a una minoranza che non sarà quella dell’1 per cento di Jeff Bezos, ma è pur sempre quella del 5 o 6 per cento della popolazione, e come tale non rappresentativa di problemi che affliggono sproporzionatamente tutti gli altri.
Altri che poi, non propriamente per caso, finiscono per inalberarsi. E che, podcast dopo podcast e articolo dopo articolo, trovano una ragione in più per sospettare che una certa appartenenza politica e culturale – quella che controlla e indirizza i discorsi che si fanno sui giornali, nelle riviste, sul New York Times – in fondo non sia nient’altro che un club per benestanti autoreferenziali, incapaci di rimettere in discussione la loro posizione sociale.
Parlando di autoreferenzialità: su questi temi di recente ho scritto un libriccino digitale per I Quanti di Einaudi, che si intitola La cultura che non posso permettermi; è il mio tentativo di portare alla luce i cortocircuiti che allontanano la produzione culturale da buona parte dei suoi potenziali fruitori. Sta facendo parlare di sé, ma soprattutto di mancata rappresentanza culturale delle persone comuni: se ti capita di leggerlo, fammi sapere.

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