Negli ultimi mesi l’ICE – com’è nota la United States Immigration and Customs Enforcement, il corpo di polizia statunitense che si occupa dell’espulsione dei migranti irregolari – ha smesso di essere semplicemente una delle tante agenzie federali nate dal trauma dell’11 settembre e ha subito una metamorfosi inquietante: oggi è un dispositivo politico che funziona indipendentemente dal consenso sociale.
Non è una novità assoluta nella storia statunitense – pensiamo all’internamento dei cittadini di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale, ad esempio – ma è un cambio di passo decisivo nel contesto odierno: una forza statale così privata della sua legittimità popolare da dover cercare volontari per le sue operazioni, ricordando agli agenti che gli insulti dei cittadini sono legittimi; e tutto questo perché il suo impiego non pertiene più a una dimensione amministrativa, bensì anzitutto simbolico-propagandistica.
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