3 milioni di views e un omicidio


Quando devo spiegare una cosa complicata faccio sempre la stessa, un po’ paludata, metafora. E cito lo gnommero, il gomitolo inestricabile a cui il commissario Ingravallo di Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana fa riferimento nella risoluzione dell’omicidio della signora Liliana Balducci.

Ed è in effetti un gomitolo piuttosto intricato – tra cause, conseguenze e contesti – quello che lega uno youtuber che si chiama Nick Shirley alla morte di Renee Nicole Good, uccisa a Minneapolis da un agente dell’ICE, la polizia dell’immigrazione statunitense da tempo impegnata in un’attività capillare e para-fascista di raid anti-migranti nelle città d’oltreoceano.

Per srotolare il gomitolo, è importante partire dall’inizio.

E quindi proprio da Nick Shirley, che è un content creator piuttosto celebre, che si occupa soprattutto di politica. È una specie di Mr Beast dell’attualità: passa ventiquattr’ore con un senzatetto a New York, porta dei migranti dall’ex presidente Joe Biden, si “infiltra” in una gang in Brasile, eccetera. 

Lo youtuber Nick Shirley.

Ecco: la svolta arriva quando Nick Shirley pubblica, alla fine dello scorso anno, un video in cui “smaschera” presunte frodi in una serie di asili nido somali, proprio a Minneapolis. Frodi di cui, a dir la verità, FBI e giornali locali come lo Star Tribune erano a conoscenza da anni.

Ma quelle inchieste non avevano infiammato l'opinione pubblica; il video di Shirley, da 3,5 milioni di visualizzazioni su YouTube (e addirittura 140 milioni su X) mentre scrivo, pur essendo quantomeno impreciso (spesso filmava fuori dagli orari di lezione, gridando allo scandalo per le aule vuote), ha invece alzato l’asticella dell’attenzione.

Quel contenuto sporco, grezzo, con quell’estetica amatoriale ma autentica ha finito col piegare la realtà politica: ha portato alla chiusura effettiva del Quality Learning Center (uno degli asili al centro del video) e al blocco dei fondi federali, fino a diventare uno degli argomenti usati per attaccare il governatore del Minnesota Tim Walz, che poco dopo ha annunciato il ritiro dalla corsa per un terzo mandato (con Shirley che su X esultava scrivendo: «I ENDED TIM WALZ»).

Nei primi giorni di gennaio, quella stessa inchiesta e le sue conseguenze hanno spinto la presidenza Trump a inviare oltre 2.000 agenti dell’ICE a Minneapolis, alla ricerca di migranti illegali. È in uno di quei raid che un agente dell’Immigration and Customs Enforcement ha ucciso a sangue freddo Renee Nicole Good, una cittadina americana di 37 anni, finita in un posto blocco da cui ha cercato di uscire con la sua auto.

Frame di uno spot di reclutamento dell’ICE, visto in diretta dal tenutario di questa newsletter lo scorso settembre.

È una storia terribile, che racconta molto del clima di violenza politica che in questi mesi si respira negli Stati Uniti. Una violenza costruita, alimentata, da un ecosistema mediatico solo apparentemente amatoriale, di cittadini/YouTuber/creator armati di telecamera al servizio del potere.

È l’altro capo del gomitolo, l’evoluzione della propaganda politica, come racconta Jay Caspian Kang in un articolo comparso sul New Yorker. Una propaganda nascosta, ammantata da un’estetica amatoriale, che elimina l’ingombro della mediazione: se il contenuto è sporco, grezzo, è più facile percepirlo come non manipolato.

Il giornalismo, ha più volte scritto anche Elon Musk, è ormai superato: basta una persona qualunque, con una piattaforma di distribuzione («You are the media now», promette la piattaforma italiana Welcome to Favelas, che d’altronde a Musk è dichiaratamente vicina). Quando viene contestato durante una ripresa, Shirley risponde: «Sono letteralmente uno youtuber». Ma dichiararsi estranei al sistema dell'informazione diventa anzitutto un alibi perfetto per esercitare influenza senza conseguenze, senza oneri deontologici. Lo stesso Shirley si presenta come un osservatore imparziale; eppure l'inchiesta del New Yorker rivela come le sue incursioni fossero coordinate con operativi del Partito repubblicano

L’autenticità “da social” diventa così una strategia delle strutture di potere per aggirare la complessità. Nel pieno della crisi di fiducia dei media tradizionali, personaggi come Shirley offrono una narrazione immediata, da reality show, con una presa sicura su un pubblico ormai assuefatto all’illusione di poter guardare il mondo senza filtri

Ma la narrazione è appunto una narrazione, legittimata e incoraggiata dall’ecosistema politico e tecnologico della destra internazionale: delegittimare il processo giornalistico per sostituirlo con una rete di contenuti apparentemente indipendenti, ma funzionali a una specifica agenda. Un’agenda che mercoledì 7 gennaio 2026 ha ucciso una donna, poetessa, madre di una bambina di 6 anni a Minneapolis.

  • Non pago di distruggere tutto il resto, Trump vuole mettere le mani su ciò che ha più vicino a sé: i musei Smithsonian di Washington, e ciò che rappresentano;
  • Il New York Times ha deciso di rispondere alle accuse di aver coperto il tema dell’identità di genere in modo biased negli ultimi anni.
🫰
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