È assai noto che quando Hegel vide arrivare Napoleone vittorioso a Jena, nel 1806, disse che si trattava dell’«anima del mondo a cavallo»; io, nel mio piccolo, in questi ultimi giorni penso di averla rivista nei panni vittimisti di un professore delle superiori col ciuffo ossigenato.
Arrivare tardi a conoscere i protagonisti delle polemiche online è la cifra del mio ritrovato benessere di questi anni, per cui, casomai anche tu avessi bisogno di un riassunto delle puntate precedenti: Vincenzo Schettini, quasi 50enne divulgatore scientifico, professore di fisica e youtuber, qualche settimana fa è stato ospite di un popolare podcast, BSMT.
Nella puntata con Schettini, fondatore di un canale di divulgazione da 3 milioni e mezzo di follower su Instagram, “La Fisica che ci piace”, a un certo punto l’host Gianluca Gazzoli chiede all’intervistato cosa vede nel futuro della scuola. E lui dice:
L’insegnamento cambierà, cambierà il modo di fare scuola. La scuola si fruirà moltissimo [...] anche online, fuori fisicamente dalle quattro mura. Tanti degli insegnanti che sono a scuola adesso, come me, andranno in part-time un giorno perché cominceranno a proporre i loro contenuti online, magari anche a pagamento. Perché un prodotto deve essere in vendita in un supermercato [...] e la buona cultura non deve essere in vendita?
Non è l’unico momento strambo della conversazione: a BSMT Schettini racconta – tra le inconcepibili risatine divertite di Gazzoli – anche di aver ritualmente imposto ai suoi studenti di seguire le dirette che faceva su YouTube, in cambio di voti migliori alle interrogazioni.
Da queste esternazioni è nata – vogliamo aggiungere com’era prevedibile? – un’intensa polemica fatta di prese di posizione, reel di risposta di Schettini, interventi di personaggi pubblici come Luisella Costamagna e Christian Raimo, e l’affiorare di ulteriore materiale giornalistico sui presunti metodi del divulgatore, il quale secondo un ex discente si sarebbe addirittura fatto filmare dagli studenti in classe, per poi caricare le lezioni su YouTube.
Quale che sia la verità sulle interazioni scolastiche dell’influencer, è difficile ascrivere le sue frasi compiaciute a una semplice voce dal sen fuggita, o considerarle il frutto di un malinteso comunicativo. Anzi, a me pare che Schettini abbia dato voce a un’impostazione strutturalmente maggioritaria: quella di un sistema che considera la cultura un sottodominio del personal branding.
Sì, certo, la produzione di cultura va pagata: il professore tricoticamente esuberante però non inserisce questa precaria ovvietà nel necessario contesto di analisi critica di cosa porta, oggi, «la cultura» a non essere pagata; si limita a dire che – casualmente – a quelli come lui dovrebbe essere permesso mettere in vendita contenuti di «cultura» a chi è disposto a pagare per averli.
Ma mi sorprenderebbe molto (eufemismo) se Schettini, coi suoi tre milioni e mezzo di follower, non registrasse già da un pezzo ricavi sui suoi contenuti. Dunque non si capisce perché premere per un’ibridazione ulteriore fra il ruolo di docente pubblico e quello di creator privato, anzi privatissimo, che decide da sé e per sé gli orari, i temi e le regole delle sue dirette/lezioni: forse perché l’insegnamento in una scuola superiore remunera troppo poco? O magari perché servire fedelmente l’algoritmo remunera fin troppo?
Se anche volessimo soprassedere sulle porte che posizioni del genere spalancano a una visione classista dell’educazione (cui il creator in questione sarà certamente estraneo, e però il dubbio viene), rimarrebbe che fare l’influencer sui social e insegnare in una scuola pubblica non sono posizioni intercambiabili, perché salmodiare lezioncine ai follower da un pulpito digitale è l’esatto contrario di contribuire a formare le menti e il bagaglio culturale di persone giovanissime e in cerca di punti fermi, avviandole alla vita adulta.
Che Schettini non si accorga di queste cose restituisce, temo, lo spessore del personaggio – e fin qui, beh, pace. C’è però che il suddetto parla, con questa prospettiva tragicamente ambigua, a una platea di milioni di persone.
E non è certo il solo: è l’opinione pubblica nazionale e internazionale a spostarsi gradualmente, e da anni, verso un paradigma che riconduce tutto al “brand di se stessi”, rendendolo la nuova normalità. La scuola? Dovremmo renderla più on demand! Le cause politiche? Perfette per posizionarsi e sbaragliare la concorrenza! Pressoché qualsiasi altra cosa? Applichiamo le leggi del marketing!
Di recente una polemica di portata infinitamente minore ha coinvolto un docente accademico di orientamento marxista di Ca' Foscari, Mimmo Cangiano, accusato di aver pubblicato – due anni fa – un libro, Guerre culturali e neoliberismo (Nottetempo), che avrebbe, secondo alcuni detrattori, sposato una prospettiva di critica materialista alle applicazioni del “woke” che si rifiuta di cogliere le discriminazioni strutturali che non riguardano le sole prospettive di classe.
Personalmente, mi sono guardato bene dal partecipare allo scontro, allergico come sono diventato a qualunque tenzone online (il benessere ritrovato, dicevamo). Però mi è tornato in mente in queste ore: quel libro l’ho letto, e oltre a non sostenere affatto ciò che gli è stato imputato – un dato oggettivo, sul piano testuale – a mio modo di vedere la sua impostazione è l’unica in grado di sviluppare gli anticorpi alle imposture virali di quelli che parlano di «cultura» ma intendono «viralità», e che si intestano dibattiti collettivi portando avanti solo quel che avvantaggia loro stessi.
Vincenzo Schettini e la sua “Fisica che ci piace” non sono il male assoluto: fanno video semplici e alla portata di tutti, divulgano la scienza a persone che magari altrimenti non se ne interesserebbero, o non con lo stesso coinvolgimento. Ma in una società in salute la loro funzione non può essere confusa con le garanzie costituzionali alle fondamenta della comunità, col diritto allo studio, con un ecosistema educativo plurale e bilanciato.
È il singolo problema alla radice delle piattaforme: dove sono i paletti che ne delimitano gli effetti sociali profondi, e il potere sproporzionato che danno alle celebrità che creano? E perché parlare dei loro limiti, in bocca ad alcuni pompieri sempre in cerca di clout algoritmico, diventa subito un sintomo di disfattismo neo-luddista?
Quando ti imbatterai nel prossimo difensore a priori delle nuove tecnologie – non parlo di chi ne sottolinea anche gli indubbi lati positivi, magari evitando di cedere alla retorica ad alzo zero del “si stava meglio prima”, ma delle vestali della difesa acritica – tieni a mente che lotta per approdare a un mondo in cui tutto è marketing: a partire da ciò che non lo è.

- Il presidente degli Stati Uniti pro-free speech, tra le altre cose, cerca di imporre alle società tech di dossierare i profili che criticano l’ICE;
- Su quel pazzo completo di RFK torneremo a breve, per forza di cose, ma intanto ecco i segreti dell’iconografia blue jeans del ministro della Salute americano;
- La ricerca di uguaglianza può sopravvivere in altre forme all’attacco politico dei conservatori alle politiche DEI?
