C’è un modo semplice di leggere la foto recente di Donald Trump che ha riportato in auge, in modo fin troppo pittoresco, i suoi legami con gli evangelici: i pastori che pregano nello Studio Ovale, le mani imposte sul presidente, il solito kitsch messianico dell’America profonda che accompagna ogni ciclo trumpiano.
Però basta fermarsi un secondo in più sulle immagini e sulle parole che le inquadrano, per capire che questi aspetti non sono solo simboli o folklore: nella seconda amministrazione Trump il linguaggio della fede non “benedice” il potere ma lo aiuta a raccontarsi, a legittimarsi, inquadrando persino l’offensiva militare in Iran in una grammatica morale e provvidenziale.
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