Pallottole sul Texas


A Uvalde, una piccola cittadina working class del Texas, a metà strada tra San Diego e il confine tra Stati Uniti e Messico, un 18enne ha fatto una strage di bambini (e due insegnanti quarantenni che li hanno protetti fino all’ultimo, Eva Mireles e Irma Garcia) alla Robb Elementary School, la scuola elementare locale.

Le autorità hanno dichiarato che il killer, Salvador Ramos, ha comprato i due fucili semiautomatici Ar-15 che ha usato per uccidere il giorno dopo aver compiuto diciotto anni, lo scorso 17 maggio. L’Ar-15 è la stessa arma usata da Adam Lanza, un nome legato a quella che fino a ieri era stata l’ultima terribile carneficina in una scuola elementare della storia americana: il massacro di Sandy Hook, l’istituto di Newtown, Connecticut, in cui a dicembre del 2012 erano morti 20 minori e due adulti.

Il fil rouge di questi fatti di sangue è invariabilmente questo: la facilità con cui il killer – una persona tipicamente disturbata e sociopatica – è entrato in possesso di un’arma da fuoco simile a quelle in dotazione agli eserciti. Secondo i dati di Small Arm Analytics, nel 2021 gli americani hanno acquistato quasi 20 milioni di armi da fuoco.

Oggi le massime cariche istituzionali dello stato del sud statunitense hanno condiviso le loro condoglianze alle vittime: il senatore texano Ted Cruz ha parlato di «una giornata oscura» per l’America, e il governatore Greg Abbott gli ha fatto eco parlando di uccisioni «incomprensibili». Ma di incomprensibile c’è anche il fatto che a parlare sono i rappresentanti di uno stato che ha tra le leggi per il possesso di armi più permissive al mondo: è il Texas ad aver legalizzato lo scorso settembre il Constitutional carry, cioè l’avere con sé una pistola senza essere titolari di un porto d’armi; e proprio lo stesso duo, Cruz e Abbott, venerdì parteciperà – e terrà un intervento – alla convention annuale della National Rifle Association, la potente lobby delle industrie produttrici di armi statunitensi, che finanzia da decenni (e con manica larga) i politici repubblicani.

In appena cinque mesi di 2022, negli Stati Uniti si contano già 223 mass shootings. Eppure solo il 54% degli americani vorrebbe leggi più severe sulla regolamentazione della vendita di armi, dicono i sondaggi più recenti: come diavolo è possibile?

La risposta ha a che fare con una cultura nazionale di lunghissimo corso, che risale alla mistica dei Padri fondatori e della Costituzione, il cui Secondo emendamento – molto caro ai Repubblicani di ogni generazione, e citato da ogni candidato alla presidenza che si rispetti – stabilisce proprio il diritto individuale di possedere armi. In un saggio pubblicato nel 2016, la firma del New Yorker Adam Gopnik scriveva che fucili e pistole per gli americani sono «una sorta di seconda automobile simbolica, un altro potente simbolo di autonomia e indipendenza».

Eppure gli Stati Uniti non sono l’unico paese ad avere un penchant per le armi: la Svizzera, per non andare troppo lontano dai nostri confini, non ha percentuali di possesso molto diverse da quelle americane. Ma le sue leggi stringenti sul porto d’armi le hanno permesso di ridurre a zero le tragedie come quelle che avvengono al di là dell’Atlantico.

Ridurre a qualche riga il rapporto degli statunitensi (o almeno di certi statunitensi) con le armi da fuoco è quasi impossibile: è un aspetto fondamentale della cultura in cui cresce una parte d’America, quella soprattutto bianca, poco istruita e lontana dalle grandi città della costa. Il Pew Research, principale centro sondaggistico d’oltreoceano, nel 2017 ha misurato il fenomeno: il 73% dei possessori di armi non riusciva a immaginarsi senza un grilletto da premere, e il 49% riportava che tutti o la maggior parte dei suoi conoscenti avevano un’arma di proprietà. Le persone di sesso maschile cresciute in case dov’erano presenti pistole o fucili riportavano di aver sparato il loro primo colpo in media a 12 anni. Ma il dato più incomprensibile per un europeo è che il 74% dei possessori intervistati vedeva nelle sue fondine e nelle sue canne mozze un diritto essenziale, da accostare alla libertà di espressione e al diritto alla privacy.

La concezione del possesso di un’arma da fuoco come inestricabile diritto connesso all’americanità è così radicata che spesso rasenta la follia. Lo scorso Natale il deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie ha postato su Twitter l’immagine della sua famiglia riunita e sorridente, in cui ogni membro – compresa una ragazzina – mostra sorridente un fucile che potrebbe uccidere anche per sbaglio. E rimanendo a queste ore, il procuratore generale del Texas Ken Paxton è apparso su Newsmax per esprimere contrarietà all’ipotesi di una riforma delle leggi sul porto d’armi

Preferirei di gran lunga avere cittadini rispettosi della legge armati e addestrati in modo che possano rispondere quando succede qualcosa del genere, perché non sarà l'ultima volta.

Le armi da fuoco sono ora la prima causa di morte per i bambini nati negli Stati Uniti d’America. Eppure, incredibilmente, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine della gun culture americana.


Sfumature di colore

Mercedes Lackey è una scrittrice di fantascienza 71enne di Chicago, già premio Grand Master alla carriera alla Nebula Conference, l’evento annuale della Science Fiction and Fantasy Writers of America (Sfwa), la sigla che riunisce gli autori di questo genere letterario.

Quest’anno la Nebula Conference è arrivata alla sua cinquantasettesima edizione e si è svolta interamente online, dal 20 al 22 maggio. Lackey ha partecipato a un panel intitolato “Romancing Sci-Fi & Fantasy” e ha citato un altro mostro sacro del settore: Samuel R. Delany detto ‘Chip’, 80enne nativo di Harlem e autore, tra gli altri romanzi, di Dhalgren.

Qui le cose si fanno interessanti, e assurde: parlando del collega, Mercedes Lackey l’ha definito «colored», cioè «di colore». Il che ha portato la Sfwa a rimuoverla dalla conferenza per aver usato un «epiteto razziale», come scritto in un comunicato sulla vicenda. Jen Brown, autrice nera poco più che trentenne che partecipava al panel, ha dedicato all’accaduto un thread su Twitter dicendo tra le altre cose: «Le dinamiche di potere in quel momento mi hanno lasciato senza parole».

Sfwa ha spiegato di aver disabilitato l’accesso al video del panel «per evitare di continuare a causare ulteriori dolore» e di aver «immediatamente rimosso Mercedes Lackey dalla conferenza e dagli ulteriori panel a cui avrebbe dovuto prendere parte». Ancora: parlerà con gli altri panelist su come procedere, proponendo «di tagliare la parte offensiva dal panel o riprogrammarlo per una data futura».

In tutto questo, tuttavia, sono apparsi due dettagli di poco conto. Il primo: quando Lackey ha detto «di colore», stava lodando con trasporto la vita e la produzione artistica di ‘Chip’ Delany. Il secondo: poco dopo la comunicazione della scelta della conferenza, Delany stesso è intervenuto nei commenti a un post su Facebook per spiegare che «Mercedes Lackey ha il mio permesso per parlare di me nel modo che desidera». Ma ha detto anche altro (non traduco il commento perché farei un pessimo servizio alla potenza del messaggio originario, ma eccolo):

In buona sostanza, una influente organizzazione di settore ha gettato a mare un’affermata scrittrice che stava celebrando un altrettanto affermato collega, attaccandosi a un termine di uso comune fino a poco tempo prima, e rimproverandola per non aver usato una sua variante difficilmente distinguibile dall’originale («person of color»). L’ansia da prestazione del palcoscenico delle buone intenzioni virali è questa cosa qui.

Sarebbe bello ripartire dalla risposta di ‘Chip’ Delany, però. O almeno lasciar rispondere una volta di più chi è chiamato in causa in prima persona, facendo i portavoce preventivamente indignati una volta di meno.

Altre news dal fronte

  • Un articolo bello e, io credo, importante di Jacobin Italia su «l’iper-politica degli influencer» (sperando che, ora che lo dice anche un giornale fortemente e inequivocabilmente posizionato a sinistra, il messaggio passi anche dove finora non era passato):
Non solo gli attivisti ma anche gli stessi «intellettuali engagé», al di là della loro volontà, diventano così più simili agli influencer che agli «intellettuali organici» del Novecento, con una tendenza ad adeguarsi al linguaggio premiato dagli algoritmi con visibilità e like: quello che calca forzatamente le emozioni, i sentimenti, l’indignazione morale, la colpevolizzazione individuale e il vittimismo.
  • È stata una settimana molto densa su uno dei fronti principe delle guerre culturali: quello che riguarda le persone transgender. Prima Bill Maher, noto host del suo Real Time sul network Hbo, ha commentato l’uso di farmaci bloccati della pubertà destinati alla transizione (che in America è molto più diffuso che in Europa, e oggetto di un intenso e spesso feroce dibattito) dicendo «stiamo letteralmente sperimentando sui bambini». Poi è uscito il nuovo special comico di Ricky Gervais, brillante comico (hai visto The Office, vero?), che ha dedicato un siparietto alle donne «con le barbe e i cazzi», cito testualmente. Di questo secondo caso non posso dire granché, non avendo ancora visto lo spettacolo; e se a livello di principio credo che si debba poter scherzare su tutto – Gervais fa battute anche su bambini malati, tragedie, morti e quant’altro – quando si parla di categorie marginalizzate al centro di discorsi di un certo tipo le cose si complicano. È difficile sostenere, tuttavia, che la comicità di questo tipo generi violenza, che è l’accusa che le viene mossa in alcune nicchie: il pubblico di Ricky Gervais, mediamente colto e informato, ride perché conosce il registro e il contesto delle battute che ascolta. E posso essere smentito, ma mi è difficile convincermi del fatto che a creare o a legittimare i nazisti sia lo humor nero sull’Olocausto, per capirci.

Quanto a Maher, mi concedo solo un commento volante: molti adulti di quest’epoca sembrano aver perso di vista cosa significa avere quindici, sedici e diciassette anni. Lo dico senza alcuna indignazione o remota condanna, perché mi sembra un dato di fatto visibile e acclarato. È un dimenticanza grave anche nell’approcciare i temi Lgbtq+, perché per ogni ragazzino che si dichiara “bisex” per fare della definizione un collante sociale, ce ne sono altri e altre che hanno bisogno di una transizione che, invece, con le dinamiche di appartenenza a un gruppo c’entra poco o nulla: se non sappiamo più dividere le due cose, non facciamo un buon servizio a nessuno.

  • Come “The Current Thing”, il meme postato anche da Elon Musk, è diventato una delle linee d’attacco più ossessive della destra più becera su Twitter (grazie a Gigi per la segnalazione).
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