Un altro Twitter è possibile

Ehi ehi ehi, saluti da Davide Piacenza, esperto navigatore delle torbide acque del giornalismo e dei social media, e da Culture Wars, la newsletter che ti racconta le astrusità e le complicazioni della comunicazione globale di questi anni difficili.

Cominciamo la puntata, mettiti pure a tuo agio sulla poltroncina.


“Se vince Musk, espatrio”

Come sai, alla fine Elon Musk si è davvero comprato Twitter per il gruzzoletto di 44 miliardi di dollari, e ha subito messo le cose in chiaro sulla nuova gestione: ha esposto con un tweet Vijaya Gadde, responsabile della moderazione dei contenuti di Twitter, agli attacchi e le molestie del suo enorme numero di follower, accusandola di aver fin qui limitato la famigerata libertà di espressione cara al tycoon.

I primi accenni di rivoluzione culturale muskiana hanno causato grandi mareggiate nei numeri dell’utenza del social network: diversi politici e celebrità conservatori hanno visto aumentare verticalmente il loro seguito, mentre tante personalità progressiste hanno perso mucchi di follower. Twitter ha confermato all’emittente Nbc che è successo quel che tanti utenti avevano minacciato: se arriva Musk, espatrio (negli Stati Uniti si direbbe I’ll move to Canada). Sì, molti progressisti se ne sono effettivamente andati. Nel mentre ha iniziato a tornare la destra, che aveva abbandonato la piattaforma in massa dopo il ban di Donald Trump.

Nel frattempo il fondatore di Automattic, la società proprietaria della piattaforma di blogging Wordpress e del caro vecchio Tumblr, ha twittato che quest‘ultimo il 26 aprile ha visto aumentare di poco meno del 20% le iscrizioni di nuovi utenti.

Molti commentatori hanno sottolineato che Twitter non è solo un «prodotto» in senso stretto, ma lo strumento democratico usato da milioni di persone nel mondo per dare libera voce alle proprie opinioni. In questo senso le idee di Musk – a partire dal bislacco intento di «verificare ogni essere umano», cioè abolire l’anonimato – sono una minaccia culturale più grande delle politiche interne di una multinazionale.

D’altra parte si leggono anche critiche circostanziate alla soluzione più radicale scelta dall’utenza, cioè cliccare sul tasto «Elimina account». Non è la soluzione ai problemi di uno spazio democratico internazionale in pericolo, secondo molti, e far finta che ci sia un’alternativa a Twitter altrettanto cruciale per la conversazione pubblica non ci porterà lontano.

Personalmente, però, non riesco a convincermi del fatto che non si possa ricostruire daccapo un “nuovo Twitter”, o che abbandonare il vecchio – come hanno già fatto in massa migliaia di persone, a quanto pare – non sia una soluzione magari ancora parziale, ma utile e percorribile.

La storia di internet e della sua cultura, d’altronde, è costellata di momenti spartiacque come questo: nel 2018 il ban della pornografia su Tumblr ha portato una buona fetta della sua utenza a iscriversi a Twitter; nel 2003, agli albori dello shitposting, un gruppo di dissidenti del mitologico giga-forum Something Awful (cliccate qui se non sapete di che si parla, magari tollerando la pessima traduzione italiana di Vice) ha dato vita al mefitico 4chan; più di recente i trumpiani hanno abbandonato in massa Twitter, considerato all’improvviso un social network per la sinistra, per dirigersi verso piattaforme come Parler. Eccetera.

Le migrazioni, insomma, esistono anche sul web. Persino nel claustrofobico mondo digitale italiano, al tramonto dell’epoca della cosiddetta “blogosfera" (un fenomeno primigenio della rete nostrana che nel 2016 avevo raccontato su Rivista Studio), nel 2008, molti blogger dell’epoca si sono spostati su FriendFeed, ricostruendo con risultati alterni ciò che si erano lasciati dietro sui loro antichi blog.

Twitter è solo una delle facce di internet, per quanto di un’influenza ingigantita dal rumore che causano le sue controversie. Parliamo pur sempre di una piattaforma che ha un ventesimo del fatturato annuo di Facebook, e poco più di un decimo dei suoi utenti attivi. In un momento in cui il settore tecnologico e digitale arranca e sembra in attesa di un’idea o una riconversione, immaginare qualcosa di diverso e migliore è possibile, ora più che mai.

Qualunque cosa accada, è probabile che Twitter rimarrà ancora per un po’ una public square centrale nell’ecosistema digitale, ma in definitiva anche Twitter deriva la sua legittimità (se così vogliamo chiamarla) dai suoi utenti: se gli utenti premieranno altri prodotti, Elon Musk dovrà prenderne atto.

Certo, sento la tua obiezione: è tutto molto più complicato di così. Ma anche se nulla di quanto detto qui sopra fosse perfettamente vero, non è detto che abbandonare questo social network non sia una scelta saggia di per sé: è ormai inesorabilmente irritante, litigioso e dedito a perenni segnalazioni e gogne, nonché una gigantesca fucina di banalizzazione e tossicità. Se non sei costrett* a usarlo per ragioni connesse al tuo lavoro (o per mettere pacifici like a video di gattini o di pornostar), chieditelo: chi te lo sta facendo fare? Non sarebbe meglio immaginare un feed più, per così dire, dal volto umano?

Come ha scritto il giornalista esperto di cultura digitale Ryan Broderick in una delle sue ultime newsletter:

La risposta a un Walmart che soffoca tutte le altre attività commerciali e gli spazi pubblici di una cittadina non è proseguire a fare acquisti da Walmart per assicurarsi che continui a rifornirsi dei tuoi cereali preferiti. È boicottarlo e aprire altre attività commerciali locali.

La mia personale speranza è che il ciclone Musk propizi un tardivo ma più che mai necessario momento di riflessione collettiva sul ruolo e gli effetti che le piattaforme come Twitter hanno sulle nostre società, democratiche e non: Jack Dorsey e soci facevano accordicchi con governi più e meno autoritari anche prima del fatale avvento del tycoon sudafricano, e se è vero che ora la situazione potrebbe peggiorare, allora sarebbe meglio tracciare una linea.

Forse a volte perdiamo di vista il fatto che abbiamo uno spazio di scelta, per quanto minimo possa sembrarci nel gorgo degli algoritmi: nessuno ci ha imposto di esporci quotidianamente, e per ore, a milioni di messaggi pressapochisti, falsi, disinformanti, violenti e offensivi, lascamente filtrati da bot che spesso si trovano a premiare chi eccelle in queste qualità.

Andiamocene in Canada, quindi: con o senza Elon Musk.

Altre news dal fronte

  • Se avessi un centesimo per ogni volta che ho sentito questo slogan infallibile negli ultimi anni, oggi probabilmente non vivrei in un monolocale. In realtà, oltre a essere straordinariamente facilone – e come tale inconfutabile – è un ragionamento che non tiene conto di alcuni dati di fatto, a partire da quelli demografici, che dicono che negli Stati Uniti (il Paese da cui Hobbes twitta da capo-cosplayer) gli utenti di Twitter sono significativamente più ricchi, giovani e istruiti della media della popolazione non-su-Twitter. Non pare casuale, dunque, l’assidua e visibile frequenza con cui a “passare” metaforicamente il microfono alle minoranze – come si dice – risultano essere persone come Michael Hobbes, che non fa parte delle suddette e continua tuttavia a presentarsi come fonico. Curious, isn't it?;
  • In un documento interno ottenuto da Vice, un ingegnere di Facebook ammette con candore: «Non abbiamo un livello adeguato di controllo e capacità di spiegare come i nostri sistemi utilizzano i dati degli utenti». Insomma, nemmeno Mark Zuckerberg sa per cosa usa – o dove finiscono – i tuoi dati personali;
  • Nel 2017 ha fatto scalpore Shitty Media Men, un documento online virale contenente accuse e voci di corridoio di molestie sessuali – che passavano dai comportamenti inappropriati per arrivare fino allo stupro – a carico di 70 uomini del giornalismo americano. I nomi aggiunti alla lista sono stati inseriti senza verifiche e in forma anonima: cosa poteva andare storto? La vicenda ha tenuto banco per qualche tempo, con strascichi legali che hanno coinvolto l’autrice del documento Moira Donegan, la quale si è difesa dicendo in buona sostanza: non potevo immaginare che sarebbe finito ovunque. In ogni caso quello di Ben Dreyfuss, firma di Mother Jones, è uno dei nomi finiti nella lista: dopo quattro anni i fantasmi di quell’associazione l’hanno seguito fino a un paesino di provincia e agli amici di una nuova fidanzata (l‘articolo è molto bello, ma è protetto da un paywall: ti consiglio il periodo di prova gratuita del suo Substack, nel caso).

Anche questa è fatta, e io come di consueto ti chiedo di fare girare: condividi questa email (anche usando il formato web: lo trovi in archivio) e manda il link per l’iscrizione a Culture Wars agli amici, parenti, conoscenti, colleghi e gente con cui giochi a padel.

Noi ci sentiamo venerdì prossimo, quando da queste parti mancherà ormai poco a una serie di prossime novità.

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