Ginnastica e rivoluzione


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Oggi Twitter non è più lui, tanto che non si chiama più così (ciao, X) ed è insidiato da tanta concorrenza – l’ultima in ordine di tempo: quella dell’impalpabile Threads, che personalmente non utilizzerò mai – ma a volte regala ancora momenti da sindrome di Stendhal.

È ciò che è successo in questi giorni, quando il profilo di un’attivista ha postato questo messaggio e un relativo thread a corredo (purtroppo da allora è scomparso tutto, capirai a breve il perché) e si è scatenato un inferno su cui vale la pena soffermarci: diversamente da Las Vegas, quel che succede su X non rimane su X.

Contesto: Kiran Fatima è un’attivista pro-Palestina, che si occupa anche di un sito che raggruppa risorse per seguire e sostenere la causa palestinese. Il senso del suo tweet – che a me, giusto o sbagliato che si giudichi, pare abbastanza chiaro – era che la sinistra ha bisogno di imparare a difendersi. E che per farlo deve allenare il fisico.

Nei messaggi successivi – di cui non ho trovato screenshot, ma posso rimandarti a questo tweet – Fatima articolava il suo pensiero come segue:

Il tempo del nichilismo, dell’autocommiserazione, delle scuse è finito. Viviamo in un Paese fascista – qualsiasi Paese dell’occidente. Ai nostri vicini vulnerabili e ai popoli del Sud Globale, per esempio la Palestina, serve che facciamo un passo in più.

E poi così:

Sì, ci sono molte cose su cui non hai controllo nel mondo. Ciò che puoi controllare è il cibo, le bevande, il fumo che inserisci dentro di te, e nella maggior parte dei casi puoi controllare come muovi il tuo corpo, quando e a quale scopo. Usa questa cosa. Concentrati su ciò che puoi controllare.

Seguiva una sorta di parte da arringa motivazionale di genere self-help («trova una cosa che ami fare»), unita al fissaggio di una soglia minima di allenamento («una routine di 50 flessioni al giorno è meglio di niente»), e una serie di conclusioni difficili da travisare: «Devi essere forte per te e per chi è intorno a te» (più sotto: «Se sei una persona di sinistra, comportati da tale». Ultimo tweet: scritta a caratteri cubitali «UN FASCISTA OGGI SI È ALLENATO. E TU?»).

Insomma, hai capito l’antifona. Sono d’accordo? Beh, no: con tutti gli acciacchi, le violenze di Stato e le ingiustizie sistemiche che la crisi del liberalismo si porta dietro, quantomeno le nostre pericolanti democrazie ci permettono ancora (e per ora) di non dover andare in giro coperti di pelli di leopardo a ucciderci l’un l’altro per uno stinco di brontosauro: non so se tornerei indietro su questo punto, grazie, gentilissima.

Eppure la cosa davvero fenomenale, eloquente, inimmaginabile è stata l’accoglienza riservata a questo intervento fra i ranghi del Twitter (pardon, X) progressista, una volta che è inevitabilmente diventato virale: migliaia – e non è detto per dire, per cui ri-sottolineo: migliaia – di persone hanno accusato Kiran Fatima di abilismo, per aver diffuso un messaggio che non tiene conto della sensibilità delle persone disabili.

Per qualcuno il suo appello rende l’attivista l’equivalente sinistrorso di Andrew Tate, il noto pugile e influencer britannico di ideali misogino-fascisti; per altri è un richiamo all’eugenetica nazista; altri utenti ancora ci hanno visto propaganda e dog whistle dell’estrema destra; c’è chi ha detto che neri e transgender non avrebbero gradito questo discorso (perché?); soprattutto, non si contano le accuse di aver «invalidato l’esistenza» (così si dice, nel gergo twitterian-attivistico) delle persone affette da disabilità.

Kiran Fatima, la cui tempra si immagina essere scolpita nella pietra di diecimila infinite bagarre su Twitter (anche questo è allenamento), prima di capitolare qual Costantinopoli si è difesa come una leonessa, producendo anche scambi memorabili come questo.

È bene citare anche, a margine e come vincitori del premio speciale della giuria, l’approdo en masse di profili di destra che, per citare una chiosa efficace, «hanno risposto coi contenuti più omoerotici mai postati, cercando nel contempo di suonare come Conan il Barbaro».

Come dico sempre: è difficile, per chi non è avvezzo alle dinamiche online, capire la presa che queste storie – le quali fino in un tempo relativamente recente non avrebbero fatto capolino neanche nelle discussioni più estemporanee dell’ultimo bar di provincia – hanno su intere piattaforme digitali, e soprattutto sulle porzioni di opinione pubblica che esse contribuiscono a formare. Soprattutto negli Stati Uniti il discorso sull’inclusione si incaglia con regolarità in cul-de-sac benpensanti di questo tipo, che di fatto annullano a monte ogni possibile confronto.

Bisogna rendersi conto del fatto che le diatribe come quella di Kiran non sono solo storielle laterali da osservare con divertimento o Fremdschämen. La mole di energie, di tempo, di risorse comunicative che sottraggono a ciò che – rimanendo al caso in esame – si potrebbe fare di concretamente progressista andrebbe indagata più a fondo. E lo stesso si dica per il loro impatto sulla nostra comprensione del testo e i nostri tic discorsivi, la nostra propensione all’ascolto degli altri, il nostro desiderio di formare legami politici e sociali.

La triste verità è che punti di attrito del genere, per gli utenti di X o TikTok, valgono nella sostanza la polemica del toast tagliato a metà per due euro, quella sulla ristoratrice e la recensione fasulla o il dibattito algoritmico sulla posizione in classifica di Geolier a Sanremo: sono passatempi in cui poter dire la propria, mettersi sul piedistallo, unirsi alla grancassa virale (con un po’ di fortuna, venendone sospinti).

La differenza, però, è che a fare le spese di questo pigro passatempo sono processi fondamentali nell’evoluzione culturale delle società che abitiamo: la tribalizzazione che si legge nelle infinite repliche all’attivista che si è erta sul pulpito (per poi trovarsi nell’occhio del ciclone) non solo non migliora materialmente la condizione di disabili, transgender, afroamericani e palestinesi sotto le bombe di Israele, ma va paradossalmente a detrimento di ognuna di queste categorie, i cui portavoce online – non tutti, per fortuna, ma troppi – si perdono in schermaglie di facciata.

Un mondo di polemichette mentre fuori c’è la morte, insomma. Un’epoca di tempeste in bicchieri d’acqua che non intaccano lo status quo, anzi lo alimentano. Oppure, detta con altre parole:

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