L’antisemitismo del mago


Sono iniziati i pre-ordini di Hogwarts Legacy, atteso nuovo videogioco ambientato nell’universo di Harry Potter. In produzione da due anni per Warner Bros, è diventato un feticcio per i fan della saga perché permetterà, leggo, di esplorare il celebre castello con annessa scuola dei maghi, oltre a diversi altri luoghi circostanti apparsi nella storia, ricreati appositamente dagli sviluppatori.

Come da qualche tempo accade con tutto ciò che orbita attorno a Harry Potter, la prossima uscita del videogioco ha diviso il web (scusa, ci tenevo a concedermi un’espressione logora da giornalista un po’ cane): la sua autrice, J.K. Rowling, negli ultimi anni ha fatto parlare di sé per note prese di posizione che molti hanno definito transfobiche, e da allora conduce un’esistenza online da main character in servizio permanente.

Qualunque cosa tu possa pensare delle opinioni di Rowling sulle persone transgender e la guerra di hashtag che vi orbita attorno (i miei due cent sono anzitutto che guardo alla vicenda con un orrore e raccapriccio metafisici: giusto ieri mi imbattevo nella condivisione virale di un tweet omofobo di Rowling creato ad hoc per soffiare sul fuoco dello scontro), non è solo per questo che Hogwarts Legacy è un argomento caldo online.

Dice il signore qui: non posso credere che vogliate risolvere la cosa semplicemente non comprando il gioco, dato che ecco, beh, il punto è che non dovreste volerci giocare. Perché? Perché – cito letteralmente – è un gioco che verte sullo «schiacciare una rivolta ebraica». Prego?

«Wizard enthusiast» non è l’unico profilo ad aver scritto questa cosa su Twitter, dunque mi sono messo ad approfondire il fascicolo: perché J.K. Rowling ora era accusata anche di antisemitismo? La prima apparizione della polemica che ho trovato risale al 2019, quando il tour degli studi di Harry Potter a Londra si è arricchito di una nuova attrazione: la banca dei maghi Gringott, amministrata dai goblin del mondo potteriano. Per reclamizzare la novità, Warner Bros ha diffuso questa immagine:

Scrivendo sul Jewish Chronicle, in quei giorni l’autrice di fede ebraica Marianne Levy ha detto che un poster del genere «non sembra fuori posto» una volta accostato a una serie di vignette antisemite di Der Stürmer, il settimanale della propaganda antisemita dei nazisti: ci sono il naso lungo, il completo sartoriale impeccabile, le dita artigliate che accarezzano il denaro.

A tornare sulla vicenda più di recente è stato il comico Jon Stewart, che lo scorso dicembre le ha dedicato una puntata del suo podcast, dicendo:

È stata una di quelle cose che, vista sullo schermo, mi ha fatto mettere in attesa che la gente dicesse: “Cazzo, ditemi che non ha, in un mondo magico, semplicemente buttato lì degli ebrei a gestire una banca sotterranea!”.

Stewart ha poi chiarito che non intendeva dare dell’antisemita a Rowling, come peraltro non aveva voluto fare nemmeno Levy due anni prima. L’autrice aveva infatti scritto:

Tutto quello che riesco a pensare è che queste immagini ormai sono così radicate nel subconscio collettivo che anche in quest'era di apparente wokeness possono rimanere nel campo del pubblico dominio, e la loro natura problematica passare per inosservata.

È una buona riflessione: perché in un’epoca di attenzione alle rappresentazioni che talvolta sfiora il maniacale, è ancora perfettamente ok immaginare omini antipatici, avari e col naso adunco che pensano solo al denaro? Anche le maggiori organizzazioni britanniche contro l’antisemitismo – intervenute in parte per difendere J.K. Rowling dalle accuse – hanno posto l’accento su questo tema, spiegando che i goblin di Harry Potter si innestano in «un contesto culturale che dura da secoli e profondamente radicato a livello del subconscio».

Ma il videogioco, tornando a noi? In Hogwarts Legacy si giocherà nei panni di uno studente di Hogwarts (e fin qua): si farà parte di una delle note case della scuola di magia, si frequenteranno le lezioni, e si potrà visitare il mondo circostante imparando incantesimi, pozioni e l’addestramento di creature magiche. Sullo sfondo della trama c’è però proprio una ribellione dei goblin, guidata dal loro capo Ranrok, alleatosi con un gruppo di maghi oscuri. È questa la «ribellione ebraica» di cui parlano certi tizi che – parere mio – stanno troppo su Twitter.

La cosa interessante è che questa polemica, invero poco sorprendentemente, ha generato un mischione dai confini impossibili da tracciare: siccome l’autrice di Harry Potter ha dato prova di un atteggiamento di esclusione delle persone trans, allora è evidentemente anche antisemita (se non addirittura un’apologeta dello schiavismo), ragiona la mente collettiva dei social.

Nel frattempo, come sempre, che le associazioni ebraiche siano intervenute per dire che non ritengono Rowling un’antisemita non conta nulla: a pesare sono lo spirito di corpo e l’engagement, che dipendono strettamente dall’ingigantimento rituale di ogni caso.

La rappresentazione dei goblin in Harry Potter è effettivamente problematica, come dicono quelli bravi coi calchi dall’inglese, ma come lo sono dozzine di altri prodotti culturali affermati, in una tradizione di stereotipi da rivedere che passa per l’Ebenezer Scrooge di Charles Dickens, il Grinch del Dr. Seuss, Gollum de Il signore degli anelli e gli alieni di Essi vivono di John Carpenter, tra gli altri.

Possibile che J.K. Rowling mi smentisca invadendo la Polonia a breve, ma non credo che sia un’antisemita (come d’altronde non lo credono i semiti, a quanto pare), o una nazista che a cuore la schiavitù. Forse, incredibile a dirsi, ha semplicemente delle idee opinabili o sbagliate su un singolo tema.

Altre news dal fronte

  • Ma pensa un po’: un’inchiesta bella densa di The Intercept sul sottobosco di figure aziendali che ricoprono di zucchero della diversity e altro gergo dell’attivismo la pillola dell’antisindacalismo più bieco. Come diciamo sempre da queste parti: ai buoni o buonissimi proclami non corrispondono automaticamente buone o buonissime azioni;
  • Podcast Movement, una conferenza di podcasting tenuta a Dallas ad agosto, si è scusata con il suo pubblico perché Ben Shapiro – la firma ultraconservatrice di una testata, Daily Wire, a cui era stato assegnato uno stand alla kermesse – si è effettivamente presentato al suddetto stand: «Ci assumiamo ogni responsabilità dei danni generati dalla sua presenza»; «il dolore causato da questa vicenda sarà sempre parte di noi»;
  • Donald Trump tiene a non essere preso per un tipo disordinato: magari razzista, omofobo, antidemocratico, misantropo. Ma non disordinato, grazie.

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