Io li odio i nazisti del BookTok


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Tillie Cole è un’autrice di romanzi rosa tra le più popolari del cosiddetto #BookTok, cioè l’ampia comunità interna a TikTok che si interessa di libri e li commenta: titoli come Dammi mille baci e Sulle note di noi due le hanno garantito l’accesso alla lista elitaria dei bestseller del New York Times e di Usa Today, e il suo successo internazionale l’ha portata a vendere più di 200mila copie anche in Italia.

In queste ore, però, la sua ascesa fulminante si è trasformata in una caduta rovinosa, e proprio ad opera della piattaforma che l’aveva innalzata: nel suo libro del 2019 Darkness Embraced – parte di una trilogia dedicata a personaggi delle gang criminali, Hades Hangmen – la storia è incentrata su due personaggi: Tanner Ayers, «erede del Ku Klux Klan del Texas» e Adelita Quintana, «figlia del boss più violento del cartello messicano».

Da notare, prima di procedere, è che Tillie Cole scrive libri di genere dark romance, dove i confini del tradizionale romanzo rosa vengono portati all’estremo: violenza, possesso, scene sessuali non consensuali sono all’ordine del giorno (e segnalate da appositi trigger warning nelle sinossi).

E ciononostante, fino all’altro giorno Darkness Embraced era l’ennesimo successo della celebrità di TikTok: poteva vantare vendite stellari, medie voto insostenibilmente positive su Amazon e gli altri store online, oltre a trionfi di pubblico entusiasta. Finché qualcuno sui social in questi giorni, a quattro anni dall’uscita del libro, ha iniziato a notare che, beh, la trama romanza – piuttosto letteralmente – un membro del Ku Klux Klan. E apriti cielo.

Premetto, come sempre, che le critiche sono sempre lecite; nel caso specifico, io stesso considero un attimo di cattivo gusto rendere un Klansman il bel texano che merita la salvazione per tramite dell’avvenente latina. Il punto è che il cattivo gusto non è fuorilegge, né merita la censura. E invece, seguendo il copione di questi casi, dopo ore di lavoro indefesso degli algoritmi Tillie Cole ha ritirato il suo libro e l’annessa trilogia, per poi postare su Instagram le solite scuse liturgiche e vuote, da ostaggio che legge un messaggio tenuto in mano dai suoi rapitori:

La cosa che ho trovato particolarmente assurda è che gli anatemi più virali che hanno puntato il dito contro l’autrice (esempio) convergono su punti di riprovazione quali: i personaggi del libro sono stereotipati! L’eroe dice e pensa cose terribili, razziste, discriminatorie! Parla addirittura di essere scopati dalla razza ariana!

Cari fratelli e sorelle in Cristo (o anche CrisTok, con un po’ di gusto per i calembour), come si dice: certo, Tanner Ayers è un personaggio orrendo, squallido, offensivo. Ma lo è perché è – beh, come dire – un nazista. Si deve poter discutere sulla scelta di quel tipo di profilo, ci mancherebbe; ma la normale prassi di questo genere romanzesco non prevede certo protagonisti dotati di individualità eccezionali o limati col cesello letterario. Altrove Tillie Cole ha scritto di rudi mafiosi georgiani, violenti lottatori clandestini e cattivissimi assassini seriali: non mi sorprenderebbe scoprire che sono stati tratteggiati in modo stereotipato e pensano – numi! – cose terribili e razziste.

È interessante notare come in questi casi il reo (qui: la rea) del giorno perde istantaneamente il diritto a qualsiasi attenuante generica: lunghi, likatissimi sermoni postati sul #BookTok da utenti soprattutto statunitensi spiegano che nel caso di Tillie Cole si vedono in azione le logiche della whiteness che interviene per difendere i consimili; come riassume un articolo sulla vicenda, «questo è suprematismo bianco». Anche a uno sguardo abbozzato e superficiale, si trovano dozzine di interventi che inseriscono a forza l’accaduto nel frame più pigro e manicheo del discorso razziale d’oltreoceano, con la donna bianca privilegiata che opprime la comunità nera inserendo simboli razzisti nei suoi libri.

A nessuno, almeno tra quelli che sono stati maggiormente spinti e amplificati dall’algoritmo, viene in mente che Tillie Cole abbia sbagliato, certo, ma in sostanziale buona fede e facendo null’altro che ciò che l’ha portata nell’Olimpo di vendite e audience in cui si trova, ovvero ciò che ha sempre fatto su (e per) TikTok: inventare storie d’amore e redenzione impossibili, dai contenuti controversi e pruriginosi, costruite attorno a personaggi sostanzialmente banali e stereotipati.

Se ti piace, buon per te. Se non ti piace, perché non getti il telefono sul divano e ti vai a fare una passeggiata? Quando lo dicevano a me sbuffavo e pensavo di avere a che fare con boomer senza speranza, ma forse tutto sommato avevano ragione loro.

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