La voce del padrone


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L’invasione di Gaza prosegue senza sosta e con essa continuano ad arrivare le notizie, le immagini, i video, i resoconti terribili del più puro orrore. Ma su questo, che pure sarebbe la cosa più importante, non mi dilungo, perché per fortuna e purtroppo ci sono altri luoghi in cui approfondire i tragici eventi in corso.

È stata la settimana in cui Zerocalcare nel suo dire no al Lucca Comics ci ha dato una lezione di attivismo rara per l’epoca in cui viviamo, unendo alla sua posizione coerente e ferma un approccio diverso, non giudicante, senza piedistalli né «gare di radicalità», per citare (ne ho scritto qui, per Esquire).

Ma tanto il suo esempio è inconsueto, per usare un eufemismo, quanto attorno a lui a indirizzare le nostre opinioni su una questione così delicata sono persone e profili/brand che si distinguono per urlacci, disinformazione e metodi almeno questionabili.

Un amico mi ha portato all’attenzione un profilo Twitter tra quelli che ottengono più engagement nel cosmo filopalestinese d’oltreoceano: quello di Shaun King.

King è una vecchia conoscenza dell’attivismo statunitense: ex pastore religioso e attivista, nei mesi successivi all’omicidio di George Floyd a Minneapolis il suo ultimo progetto, l’associazione antirazzista Grassroots Law Project, si è attirato parecchie critiche per una gestione un po’ allegra (o molto generosa verso King stesso, che dir si voglia) dei fondi milionari che ha ricevuto.

Da qualche tempo King – che in passato è già stato accusato di appropriazioni indebite e gogne raffazzonate online – risulta attivissimo sul fronte palestinese, e i suoi milioni di follower danno un pubblico enorme alle sue sparate: ha recentemente detto di stare «lavorando giorno e notte» con «un team di esperti, leader e funzionari governativi» per portare alla sbarra con l’accusa di crimini di guerra «tutti i responsabili del genocidio in corso».

King, le cui iniziative da portavoce sono state screditate almeno in un paio di altre occasioni, e su cui buona parte della comunità online per questo motivo nutre dubbi, è però virale ogni giorno con i suoi post su Gaza e Israele. Così come lo è Jackson Hinkle, 22enne che su Twitter (pardon, X) è diventato uno dei profili più ritwittati dall’inizio della guerra.

Il caso di Hinkle è particolarmente preoccupante: già noto per aver diffuso propaganda trumpiana e poi putiniana, dal 7 ottobre è diventato un megafono in servizio permanente a favore (si fa per dire) della causa palestinese, che sostiene amplificando notizie non confermate, decontestualizzando materiale d’archivio e mentendo a tutto spiano. I suoi post raggiungono e superano non di rado il milione di visualizzazioni (anche se lui, nel contempo, continua a frignare lamentando di essere vittima di plurimi shadow ban).

Se il fronte pro-Palestina piange, quello pro-Israele non ride (e qui permettimi una notazione: io non credo che nessuna di queste persone abbia a cuore la causa di una o dell’altra parte; anzi, se devo essere onesto credo non gli importi nulla né di approfondirla, né di raccontarla: per questi cosplayer conta massimizzare le visualizzazioni, il pubblico, in definitiva i soldini che possono farci).

L’account Twitter – ok, non riuscirò mai a dire “X”, abbi pazienza – @StopAntisemites colleziona figurine di persone che hanno espresso pensieri e commenti su Gaza e Hamas che in diversi casi sconfinano nell’antisemitismo, però in altri sono partecipazioni a manifestazioni o critiche radicali, di per sé legittime.

Con la scusa di «fermare l’antisemitismo», questo profilo in realtà mette in campo cacce alle streghe che chiedono apertamente alla mente alveare di identificare sconosciuti che hanno strappato manifesti per strada, oppure a scuola, o auspicano il licenziamento indicandone il luogo di lavoro e i contatti dei superiori. Un inferno borgesiano alimentato dagli algoritmi, insomma.

I social media, di per sé, non sono per forza una iattura; sì, ci si possono fare tante belle cose: li si può usare per conoscere persone, riconoscersi in gruppi, partecipare a comunità. Ma torniamo sempre all’elefante placidamente accovacciato al centro della stanza: nella loro forma odierna, sono poco più che una macchina del caos che allontana i suoi utenti dalla minima umanità condivisa e produce bestialità e distorsioni come come quelle elencate fin qui (che sono, ovviamente, solo alcuni di un larghissimo campionario di esempi).

E in un momento storico – nonché in giorni di cronaca internazionale – in cui di umano è rimasto poco, questo costituisce un problema pressante, urgente e non rimandabile.

Secondo il filosofo e mistico armeno Georges Gurdjieff, la voce del padrone – per noi anzitutto il titolo di un noto album di Franco Battiato – era da comprendere a partire da una similitudine: un essere umano è composto da quattro corpi visualizzabili come una carrozza con cocchiere; il primo è la carrozza vera e propria (il corpo fisico), il secondo è il cavallo (cioè i sentimenti della persona), il terzo è il cocchiere stesso (il pensiero) mentre il quarto, il padrone che dà le indicazioni, rappresenta l’Io, la coscienza, la volontà.

In questa formulazione, la carrozza è attaccata al cavallo per mezzo delle stanghe, il cavallo è unito al conducente per mezzo delle redini, mentre il cocchiere stesso interagisce col padrone per mezzo della voce di lui. E oggi più che mai dovremmo chiederci, in sella al nostro cocchio, quale padrone ci sta parlando, e perché.

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