La costruzione del colpevole


Non sono d’accordo con Youssef Siher. In un articolo pubblicato nel 2024, il trentenne ricercatore e giornalista freelance di origini marocchine definiva l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 «un atto rivoluzionario di decolonizzazione». Una lettura che trovo profondamente sbagliata, per ragioni anzitutto pre-politiche: non riesco a considerare la strage deliberata di civili e le altre atrocità commesse quel giorno come strumenti legittimi di un processo di liberazione, quale che sia il processo storico in cui vengono inseriti.

A inquietarmi, più in generale, è la stessa impostazione teorica che emerge dal testo di Siher: l’idea che l'appartenenza a una popolazione storicamente oppressa conferisca una particolare legittimità alla violenza indiscriminata, e che i principi universalistici con cui giudichiamo le azioni umane siano essi stessi un’imposizione coloniale. È un modo di intendere la politica che rischia di sfociare in una forma di nativismo, nella quale il diritto a una terra, a una cultura, persino alla definizione della giustizia, dipendono anzitutto dall’identità di chi li rivendica.

Ma non è di questo che voglio parlare oggi; perché oggi mi trovo nella posizione di dovere difendere pubblicamente Siher, e di provare una preoccupazione profonda per il trattamento che gli è stato riservato nelle ultime ore dalla politica e dall’informazione italiane. Perché in una società libera deve essere possibile sostenere idee radicali, persino ripugnanti agli occhi di molti, senza per questo diventare il bersaglio di una campagna pubblica di delegittimazione personale. La libertà di espressione – l’abbiamo detto spesso, qui – ha un senso proprio quando tutela le idee che non ci piacciono: diversamente, è soltanto un modo più elegante per rivendicare il diritto di esprimersi tra persone che la pensano allo stesso modo.

Da Repubblica.it

Se non avete ancora sentito nominare Youssef Siher, probabilmente non avete acceso la tv o letto le notizie delle ultime quarantotto ore. Il 24 ottobre il ricercatore di scienze politiche, trentenne italiano di seconda generazione nato a Brescia, è stato individuato dalla polizia nell’abitazione di una conoscente a Milano, perquisito e accompagnato in questura. È stato successivamente sottoposto a fermo, nell’ambito delle indagini sulle manifestazioni del 17 e 18 ottobre sfociate nei violenti disordini del centro di Milano. La sua colpa, almeno secondo quanto si è appreso inizialmente, sarebbe stata quella di aver creato e amministrato una pagina Instagram e un gruppo Telegram per organizzare nuove proteste.

La notizia del fermo è stata annunciata con toni da cattura di Osama bin Laden: il Tg1 ha parlato dell’individuazione della «mente» del Movimento 17 ottobre; il Corriere della Sera ha usato lo stesso termine ma l’ha definito anche, in un altro articolo, il «regista» delle proteste. Anche l’Ansa ha titolato sulla «mente del M1710», ricorrendo a un temibile e inesistente acronimo, mentre Libero ci ha dato dentro spiegando che il ricercatore «voleva il partito islamico per consegnare l’Italia ai maranza». Una pagina Instagram e una chat Telegram sono diventate da subito una pericolosa organizzazione clandestina internazionale, una specie di Spectre delle rivolte urbane, e il dottorando che le avrebbe amministrate è stato tramutato nel suo insospettabile capo.

Altri media e politici sono andati persino oltre. Il Giornale ha dedicato la prima pagina all'«ayatollah dei maranza», presentandolo come l'uomo dietro le piazze che spingono l'Italia nel caos, e la La Verità ha titolato «Preso il capo del branco». Matteo Salvini, gongolando, ha salutato la cattura dell’«attivista pro-Pal» che da giornalista ha «collaborato con Foglio e Fatto quotidiano».

Il risultato cumulativo è stato un formidabile esercizio di costruzione del nemico pubblico. Nel giro di poche ore, Siher è diventato il volto di tutto ciò che di minaccioso si poteva associare alle manifestazioni: l’islamismo, il terrorismo, l’eversione, le frange più violente dell’antagonismo. Un terrorista in miniatura, scoperto nel suo nascondiglio dopo una caccia serrata. Sono state riproposte ovunque le sue fotografie, ricostruiti i suoi studi, passate al setaccio le collaborazioni giornalistiche e le frequentazioni politiche. Articoli, dichiarazioni e trascorsi professionali sono diventati tessere di un mosaico che, una volta completato, ha dovuto necessariamente restituire il profilo di una mente criminale.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, commentando l’individuazione del ricercatore, ha trovato il modo di sottolineare che non si trattava di un emarginato, ma di una persona che aveva avuto opportunità professionali e frequentato il «gotha dell'intellighentia italiana». Concludendo sornione: «E si sono visti i risultati».

È un ragionamento interessante, perché rivelatore: dice, di fatto, che aver studiato, scritto per un giornale o lavorato temporaneamente in un istituto di ricerca può trasformare le proprie opinioni politiche in una circostanza aggravante; ma soprattutto, dà per scontato che una buona formazione intellettuale debba, per definizione, produrre un cittadino modello: accomodante, rispettoso dell’ordine costituito e immune dalla tentazione di contestarlo.

Detto questo, è bene esercitare cautele anche in senso contrario: Siher è stato fermato con accuse gravi, che comprendono l’istigazione a delinquere, la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (introdotta dall’ultimo decreto governativo) e contestazioni legate alla finalità terroristica. Secondo gli inquirenti, attraverso i canali social che gli vengono attribuiti avrebbe contribuito a organizzare nuove mobilitazioni potenzialmente violente, diffondendo anche materiali e indicazioni considerate pericolose. Sarà compito della magistratura stabilire se queste attività configurino effettivamente i reati contestati: potranno emergere altri elementi, anche gravi, e non conosciamo ancora integralmente le prove raccolte dagli investigatori sul suo conto.

Ma c’è un dato che vale la pena ricordare, e che nei resoconti di questi giorni ha ricevuto molta meno attenzione della biografia dell’indagato: la pagina Instagram gestita da Siher è nata dopo gli scontri del 17 e 18 ottobre. Non prima. E secondo quanto riferito dall’ANSA, allo stato delle indagini non risultano collegamenti diretti tra il ricercatore e gli autori materiali dei saccheggi milanesi. L'uomo raccontato come la «mente» delle rivolte avrebbe dunque cercato, stando alle ricostruzioni disponibili, di inserirsi in un movimento di protesta già esploso, dando continuità alle mobilitazioni dei giorni precedenti. Il che appare molto lontano da un «progetto eversivo» realizzato a tavolino.

Eppure il racconto pubblico ha già trovato il suo Grande Colpevole. Qualcuno a cui attribuire, per suggestione più che per dimostrazione, la responsabilità di tutto: dalle migliaia di ragazzi scesi in piazza ai vetri infranti e ai negozi saccheggiati. Le parole «mente», «regista», «ideologo» servono a trasformare una vicenda complessa in una storia semplice, con una figura centrale a cui addossare le colpe. E il gioco funziona ancora meglio quando il protagonista ha un nome arabo, si occupa di Islam politico, sostiene posizioni estreme sulla Palestina e ha un’esperienza professionale sufficientemente articolata da poter essere riletta come il curriculum di un sovversivo.

È, questa, un’operazione illiberale, anzi proprio liberticida. Ed è tanto più grave che a compierla siano proprio i mezzi d'informazione, con una disinvoltura nel recepire passivamente le ipotesi investigative che fa pensare più ai bollettini delle questure di altri tempi che al giornalismo di una democrazia matura.

Ciò che viene pubblicato oggi continuerà a esistere anche domani. I titoli rimarranno indicizzati, le fotografie continueranno a circolare, il nome di Siher resterà associato per anni alle parole terrorismo, eversione e violenza. Se anche le accuse dovessero rivelarsi infondate, difficilmente un’eventuale assoluzione avrebbe la stessa risonanza della sua presentazione al pubblico come il mostro che si nascondeva dietro i disordini milanesi. Nel frattempo, un giornalista freelance di trent'anni, senza mezzi economici né il potere di intervenire sui grandi circuiti dell’informazione, rischia di vedere compromessa irrimediabilmente la propria vita.

Negli anni abbiamo dedicato ampio spazio, in questa newsletter, ai danni provocati dalle gogne digitali, dalle campagne di delegittimazione personale, dall’abitudine a trasformare un’opinione controversa in una prova di indegnità morale. Mi sembra indispensabile applicare gli stessi principi anche quando la persona marchiata dalla lettera scarlatta sostiene idee che non condividiamo.

Non so che cosa accadrà a Youssef Siher; so però che il modo in cui è stato trattato in questi giorni costituisce un precedente pericoloso, perché ci dice quanto facilmente un individuo possa essere trasformato nel simbolo di una minaccia collettiva prima ancora che le sue responsabilità siano state dimostrate. Per saziare una fame di colpevoli è bastato trovare un volto, un nome arabo e qualche post incendiario.

Difendere il reo non è vuoto garantismo di facciata, anche perché il destino capitato a Siher potrebbe toccare a chiunque, o almeno a qualsiasi giornalista freelance senza agganci che finisce coinvolto in giochi di potere (politico, mediatico) più grandi di lui. La distanza tra una società liberale e una in cui basta un titolo di giornale per rovinare una vita, a quanto pare, è molto meno grande di quanto ci piace pensare.

  • Intanto negli Stati Uniti si avvicinano le elezioni di Midterm, e per il presidente il panem et circenses delle guerre culturali non funziona più molto;
  • Come spesso è accaduto, sulla questione J.K. Rowling e ultimi aggiornamenti la penso come Jesse Singal (parlando di un altro che è stato reso una specie di mostro per partito preso, in questo caso dai matti più matti di Twitter, poi diventati la riserva indiana di Bluesky).
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