Anti-woke a denti stretti


Il primo segno del nuovo special di Louis C.K. l’ho visto in una story su Instagram della mia comica italiana preferita, che ha fatto una foto al computer mentre lo stava guardando. Le ho chiesto «Approvi?» e lei ha risposto «mmm, un po’ delusa».

Non è la risposta che mi aspettavo. Forse era quella che speravo ma non quella che, conoscendo la riverenza di cui gode Louis C.K. in Italia, mi aspettavo di leggere. Nei giorni successivi ho scandagliato i profili dei comici, degli opinionisti e degli scrittori che negli ultimi anni si sono spesi a difendere il diritto naturale del comico americano a tornare sul trono che il #MeToo del 2017 gli aveva rubato da sotto il sedere. Ma anche sui loro profili non ho visto niente. Nessun “Il re è tornato”, nessun “Il grande maestro è salito di nuovo in cattedra”, nessun “Ci siamo ripresi tutto quello che era nostro”.

Così Ridiculous, il nuovo special di Louis C.K. che segna il suo ritorno su Netflix dopo otto anni e mezzo di confino industriale, me lo sono dovuto guardare da solo. E ho capito già dopo i primi dieci minuti qual era il motivo per cui nessuno dei suoi grandi difensori ne stava parlando: è uno spettacolo moscio. Molto moscio.

Ora, non voglio fare quello in canottiera che dal divano critica le prestazioni della nazionale di calcio: io non sono un comico, non scrivo battute di mestiere e quando mi capita di scrivere qualcosa che fa ridere, non so bene come sia successo. Ma amo la comicità come genere letterario, ho guardato sul computer e visto dal vivo dozzine di stand-up comedian statunitensi e italiani e mi piace entrare nelle dinamiche strutturali di come si tiene la tensione in una sala piena di gente pagante per un’ora. Insomma, non so fare la stand-up, ma so fare il pubblico. E in quanto pubblico, durante uno spettacolo comico mi aspetto perlomeno di ridere.

Ma guardando lo special di Louis C.K. non è successo quasi mai. Salvo solo un momento, verso i tre quarti dello spettacolo, in un blocco abbastanza classico sul dating a sessant’anni. L’unico momento che l’ho trovato onesto, in cui c’è una battuta che mi ha ricordato un po’ il Louis C.K. di dieci anni fa (e, non a caso, il momento che avevo visto screenshottato su Instagram).

Per chi non sapesse la storia di quello che è accaduto a Louis C.K. negli ultimi anni, e anche per chi pensa di saperla, ecco un brevissimo riassunto ragionato. Nel 2007 esce il primo special di un’ora di Louis C.K. su HBO, Shameless. Si capisce da subito che il suo stile è nuovo: racconti di vita reale da cui partono spirali surreali, le battute hanno un lungo set-up, articolato, e quando arriva la punchline, cioè lo scatto retorico che innesca la sorpresa e la risata da parte del pubblico, ci si accorge di star ridendo già da qualche minuto. È uno spettacolo di un’ora divisibile in tante clip di qualche minuto, ideali per YouTube, che è nato da poco. Quello che questo nuovo comico riesce a fare meglio di ogni altro è mescolare temi molto scurrili e tenere scene di vita familiare: si passa dalle vagine d’anatra nei ristoranti cinesi alle frustrazioni di un padre moderno che va al ristorante con le figlie piccole. 

Louis C.K. forse non è il più bravo della sua generazione, ma diventa popolare perché è il più accessibile. Con i suoi racconti da papà divorziato, goffo, cinico e disgustoso riesce ad arruffianarsi il pubblico anche quando al Saturday Night Live fa un monologo di otto minuti su quanto devono piacere i bambini ai pedofili. Dicendo cose orrende ma ridendo mentre le dice, riesce a tenere il pubblico sulla linea del “vabbè ma non le pensa davvero, questo patatone”. Con lui ridono tutti, anche quelli – anzi, direi soprattutto quelli – che non conoscono e non capiscono le regole della comicità.

Dal 2012 al 2017 sembra trasformare in oro tutto quello in cui è coinvolto: la sua serie tv, le serie tv di altri, gli special, le ospitate nei late night, i cameo nei film di Hollywood, le settimane – non le serate – sold out al Madison Square Garden. Nel giro di pochi anni Louis C.K. diventa il comico più ricco e potente di tutti. E quando si avvicina troppo al sole, cominciano a circolare voci sulla sua abitudine – precedente alla grande celebrità – di masturbarsi nei backstage davanti alle colleghe. Lui nega in più occasioni, bolla tutto come dicerie.

Poi, il 9 novembre del 2017, a poco più di un mese dal reportage sul produttore di Hollywood Harvey Weinstein che ha dato l’origine al movimento #MeToo, il New York Times pubblica un articolo in cui cinque comiche testimoniano di essere state costrette a guardarlo mentre si masturbava in camerino, in due casi anche vedendosi bloccare la porta quando hanno tentato di andarsene. Il comico diffonde un comunicato stampa in cui ammette che le storie riportate dal giornale sono vere e che «dopo aver passato la vita a parlare di quello di cui mi pareva, ora farò un passo indietro e starò ad ascoltare». Cosa che poi però non ha fatto.

L’impero di Louis C.K. crolla. Un film in uscita cancellato, tutti i contratti con FX (Disney) annullati, tutte le piattaforme tolgono i suoi contenuti dai cataloghi. Cancellato. Negli anni si inizia a dire che con il #MeToo Louis C.K. ha perso tutto. Lo dicono soprattutto i comici maschi. In realtà Louis C.K. non ha perso le decine di milioni di dollari che aveva accumulato in dieci anni di magica carriera: ha perso quelli che avrebbe potuto fare in futuro. Si stima che in un giorno gli siano stati annullati contratti per 35 milioni di euro.

A “cancellare” Louis C.K, in ogni caso, non sono state né le femministe, né le persone trans, né le stesse colleghe costrette a guardarlo masturbarsi: è stato il capitalismo finanziario; sono stati i manager di Netflix, Disney e Sony con cui lui aveva contratti che si sono fatti due conti e l’hanno scaricato. Quello che Louis C.K ha pagato – anche per molti altri forse – non sono i suoi comportamenti sessuali, ma il suo potere. In un libro dello stand-up comedian Doug Stanhope c’è una foto in cui ha il pisello di fuori di fronte alla collega Sarah Silverman e a Louis C.K. in persona. Ma a Doug Stanhope nessuno ha mai rimproverato niente perché non ha mai avuto l’ambizione di essere il più grande di tutti e di andare bene alle famiglie. Louis C.K. ha ambito a essere un modello e, dato che non lo era nella realtà, ha pagato per questo. 

La sua Sant’Elena civile è durata comunque molto poco. Sei mesi dopo era già sui palchi dei piccoli locali di stand-up, un anno dopo faceva spettacoli nei paesi in cui non ci potevano credere che uno così grande potesse arrivare da loro, tipo la Romania o l’Italia. Passo dopo passo ha ricostruito il suo impero, anche finanziario.

La forma della tragedia offrirebbe un passaggio per il riscatto e la riabilitazione, che è la catarsi: se si accetta di espiare la propria colpa civile attraverso l’ammissione della colpa e l’accettazione della punizione, allora il riscatto può essere addirittura più nobile della caduta. Louis C.K ha scelto, invece, la strada del vittimismo permaloso. Non ha mai affrontato lo scandalo che lo ha coinvolto, se non con una battuta ripetuta in ogni spettacolo sul «voi sapete qual è il mio kink: pensate se io sapessi i vostri».

Ma il punto della questione non era il suo kink: era aver fatto finta di non averlo per diventare famoso e, citando un noto giudice dei meme, «vorrei ricordarle che lei di questo si deve occupare». Non ha mai parlato delle persone di fronte alle quali si è masturbato, di cosa hanno passato, di quali sono stati i suoi errori. Di che cosa ha capito dopo essersi messo per la prima volta in ascolto. Ed è strano perché di fatto – e molti suoi colleghi sono d’accordo su questo – il caso che l’ha coinvolto sarebbe stato un ottimo materiale comico.

A quasi dieci anni dalla sua “cancellazione” il mondo è cambiato e, con esso, gli artisti che provano a raccontarlo, comici compresi. È nata la scena texana, capitanata da Joe Rogan e Tony Hinchcliffe, che l’offesa, il vittimismo e la permalosità li mettono nella struttura comica delle loro battute. Non si ride più insieme al pubblico di noi stessi, ma si ride degli altri, di quelli che non sono nel pubblico. È una forma di comicità escludente e quindi, al contrario di quello che aveva tentato di fare C.K. quindici anni prima, non può arrivare a tutti.

Louis C.K. è diventato il suo martire, quello che ha pagato il prezzo più alto del non si può più dire niente: lo invitano nei loro podcast, ne parlano di continuo come se fosse un reduce di guerra. Anche le piattaforme cambiano: dopo aver ottenuto tutto il possibile con gli abbonamenti diretti, la comicità deve appoggiarsi al mondo della pubblicità, deve creare interazione; e la velocità nell’interazione si costruisce con la cattiveria.

La nuova comicità vittimista è quello che serve alla nuova economia delle piattaforme: si raggiungono pubblici più piccoli, ma si raggiungono in maniera più veloce, con contenuti più scadenti ma a getto continuo. Ma le piattaforme devono anche allinearsi al governo Trump, che ha il potere di garantirgli permessi per data center e inquinamento deregolato per sostenere la loro crescita spropositata, e quindi mettono nei loro menù contenuti in linea con i gusti del re (anche perché molti di quei comici hanno contribuito a farlo eleggere, quel re).

I manager di Netflix, dopo essersi assicurati di non celebrare più il Pride Month, hanno fatto di nuovo due conti e hanno richiamato quello stesso Louis C.K. che avevano scaricato anni fa. E lo hanno cercato proprio per quello che è diventato: non più il grande comico per tutta la famiglia; ma un provocatore piccantino che piace quando fa venti minuti di battute sul molestare i bambini. E così il suo nuovo special Ridiculous, anziché essere un grande ritorno, risulta un minestrone mediocre, di cui i suoi stessi estimatori non parlano

Per dieci anni la “cultura woke” è stata accusata di aver cancellato grandi maestri sventolando la scimitarra del politicamente corretto. Ma in realtà quel che è successo è che per alcuni anni c’è stato, in larga parte e non senza lati problematici, un movimento di opinione che chiedeva alle personalità pubbliche di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Oggi che l’esercito woke è stato sconfitto e che la resistenza machista e vittimista ha preso il potere, non sembra stia avvenendo una grande rivoluzione.

Sempre su Netflix è andato in onda il grottesco roast di Kevin Heart. Due ore di razzismo e antisemitismo in cui, eccezione fatta per il set perfetto di Katt Williams – che è stato uno dei pochi a scriversi tutto da solo, evitando così il bullismo generale – i 17 autori coordinati da Shane Gillis hanno tirato fuori battute violente ma soprattutto mediocri. Trascurabili. Che siccome non possono durare nel tempo, vanno sostituite da nuove battute mediocri. Questi soldati dell’esercito anti-woke sembrano più abili a cancellare sé stessi con la propria dimenticabilità che non a farsi cancellare dai movimenti di opinione progressisti. 

Come il venerato maestro dice nel momento meno peggiore del nuovo spettacolo, dove si intravede un po’ dell’antica capacità di saper piacere al pubblico, «la vita ti insegna come avresti dovuto viverla». Una lezione che però Louis C.K. stesso è ancora molto lontano dal mettere in pratica.

  • Se i conservatori considerano la civiltà occidentale un canone a cui adeguarsi, perché un’Odissea con provenienze non-occidentali è un problema? Un buon punto di Matthew Yglesias;
  • Lo Stato di New York è diventato il primo negli USA a imporre una moratoria temporanea sulla costruzione di data center dedicati all'intelligenza artificiale.
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