La guerra del condizionatore


Ebbene sì, siamo arrivati anche all’aria condizionata. Era inevitabile: in un tempo in cui qualsiasi aspetto della vita quotidiana innerva uno scontro di civiltà, sarebbe stato strano che il climatizzatore rimanesse soltanto un elettrodomestico: troppo visibile, troppo comodo, forse troppo colpevole. E soprattutto parecchio adatto a condensare – ehm – una delle contraddizioni più fastidiose del nostro rapporto col riscaldamento globale: se evitare il peggio sembra sempre più un miraggio, bisogna intanto sopravvivere al peggio che abbiamo già innescato.

Fino a ieri il condizionatore era una cosa tutto sommato prosaica: un motore sul balcone, un telecomando (di norma introvabile) e un ufficio in cui, a luglio, bisogna alternativamente portarsi una felpa o un costume da bagno, perché qualcuno ha deciso che la temperatura ideale per scrivere email sia quella del banco frigo o del Sahara occidentale. Ma quest’anno, lo sappiamo, sono arrivate ondate di caldo già a giugno, con 40 gradi che hanno investito città spesso costruite per trattenere il tepore invernale e – come nei casi di larga parte d’Europa – che finora non avevano avuto bisogno di impianti di condizionamento capillari. E così quella macchina è diventata un segno politico.

Da una parte, una certa sensibilità ambientalista guarda all’aria condizionata come a una resa: invece di cambiare le città, piantare alberi, depavimentare, ripensare lavoro, trasporti ed edilizia – sostiene questo punto di vista – ci chiudiamo in una bolla privata di fresco, espellendo calore nello spazio pubblico e caricando il sistema energetico di un peso enorme.

L’argomento non è sciocco: i condizionatori consumano elettricità, usano gas refrigeranti, possono peggiorare l’effetto isola di calore urbana e, se tenuti a 21 gradi con le porte aperte dei negozi, trasformano una soluzione in un problema. È vero che talvolta si passa da questa osservazione ragionevole alla scomunica – soffrite il caldo e pentitevi! – ma il punto non può essere soltanto questo.

Anche perché dall’altra parte delle barricate, la destra ha capito al volo che il condizionatore era un’occasione perfetta per rimettere in scena il suo copione preferito: l’uomo comune contro le immancabili élite globaliste, il corpo che soffre contro l’idealismo, la libertà dello split contro la tirannia della transizione ecologica. In Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen ha trasformato l’aria condizionata in un tema da campagna politica sull’impreparazione del governo, mentre da sinistra il leader Jean-Luc Mélenchon dice che non bisogna «assolutamente installare l'aria condizionata ovunque; ciò non farebbe altro che peggiorare la situazione»; in Germania l’AfD ha denunciato quelle che ha definito le morti «sull’altare dell’ideologia climatica».

Insomma, hai capito: siamo dalle parti della benzina, della bistecca, della stufa a gas, del SUV e di tanti altri protagonisti riluttanti di questa newsletter; perché non conta tanto l’oggetto in sé, quanto la possibilità di presentarlo come prova materiale di una normalità minacciata dai soliti antagonisti del “buonsenso”.

Come spesso accade nelle culture wars, si tratta di posizioni che partono da frammenti di realtà e li stirano fino a renderli caricatura. Il fronte anti-condizionatore ha ragione quando dice che una città non può essere raffreddata soltanto privatizzando il fresco dietro le finestre chiuse: le città europee vanno ombreggiate, isolate, ventilate, rese meno dipendenti dai combustibili fossili e dalle automobili. Il fronte opposto, quello del “basta installare l’aria condizionata ovunque”, finge di non vedere che la tecnica non cancella la responsabilità della politica, ma la sposta sulle spalle del cittadino: chi paga l’impianto? Chi la bolletta? E quelli che vivono in affitto, magari in una casa vecchia ed esposta al sole, hanno la stessa libertà del proprietario di un appartamento appena ristrutturato?

Proviamo a dare un contorno di dati concreti al discorso: nel 2024, secondo Istat, il 56 per cento delle famiglie italiane aveva in dotazione almeno un sistema di condizionamento, quasi il doppio rispetto al 2013. In Europa, però, il quadro resta più diseguale: molti Paesi sono ancora poco attrezzati, perché vengono da secoli di estati relativamente miti, ma le temperature di anno in anno aumentano più rapidamente che altrove.

La questione sanitaria legata alla canicola, in tutto questo, non è un dettaglio: l’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che lo stress da caldo è tra le principali cause di morte legate al meteo, e nel 2022 in Europa si sono stimate oltre 61mila morti attribuibili al calore. Se davanti a questi dati la sola risposta, per alcuni, diventa un rimbrotto sulla falsariga di “aprite le finestre di notte” o “attaccate il ventilatore”, forse si tratta dell’egoismo di chi può permettersi di sudare senza conseguenze.

Tanto per ancorare il tutto a un caso concreto, nonché poco edificante: lo scorso 26 giugno la Commissione Europea ha deciso di spegnere l’aria condizionata nella sua sede a palazzo Berlaymont per far fronte all’ondata estrema di calore, ma l’ha fatto sui primi sette piani della struttura, quelli in cui lavorano i funzionari di basso rango; dove operano Ursula von der Leyen e i suoi commissari, dall’ottavo in su, il fresco invece è rimasto.

Nel contempo l’aria condizionata non è una vittima innocente, e per questo non ha senso santificarla: a livello globale la domanda di raffreddamento è destinata a crescere moltissimo nei prossimi anni, soprattutto nei Paesi caldi che stanno diventando più ricchi, e l’Agenzia internazionale dell’energia avverte da almeno un decennio che il cooling è uno dei grandi punti ciechi del discorso sulla transizione ecologica.

Se miliardi di persone compreranno apparecchi inefficienti alimentati da reti fossili, il problema climatico verosimilmente peggiorerà. Ma la conclusione razionale dovrebbe essere alimentare le reti con energia pulita, usare le pompe di calore, raffreddare con più urgenza i luoghi in cui il caldo uccide – ospedali, Rsa, scuole, case popolari, trasporti – e smettere di fare propaganda politica para-complottista su qualsiasi cosa (una chimera, lo so).

Il condizionatore è il nuovo protagonista della guerra culturale trans-atlantica – anzi, non soltanto trans-atlantica: a prendere in giro la mancanza di aria condizionata degli europei sono anche i social cinesi – perché costringe il nostro lessico politico a parlare di adattamento, cioè di imparare a vivere in un mondo più caldo. Per anni il progressismo in campo climatico ha diffidato di questo versante, perché temeva – con ragione – che diventasse una scusa per non cambiare nulla. Ma oggi questa diffidenza rischia di incarnarsi in una specie di celebrazione della vulnerabilità, da opporre a un santino del condizionatore come soluzione a ogni male (che ignora, volutamente, che le città hanno altri problemi connessi).

Il punto dovrebbe essere non arretrare di un centimetro sulla sostenibilità, anzi fare dell’inferno in Terra di queste ondate di calore lo spunto decisivo per persuadere, con la forza dell’evidenza, della necessità di un ripensamento dei livelli di inquinamento dei sistemi-città. E di un adattamento che non sia mera resa alla distruzione degli ecosistemi, ovviamente.

D’altro canto, questa constatazione non può fare un errore tipico e già scontato da molto progressismo, tramutandosi in una requisitoria contro le arie condizionate altrui, come se il caldo urbano fosse il risultato dei vizi privati dei nostri simili e non anzitutto di decenni di assenza di pianificazioni urbane consapevoli. Ancora una volta, la guerra culturale serve a personalizzare ciò che è strutturale.

La via d’uscita, se esiste, passa necessariamente dal togliere al condizionatore la sua nuova, strana aura simbolica. Non un demonio che ci impedisce di redimerci, soprattutto non un cavallo bianco della libertà occidentale contro gli ayatollah del clima: è solo una macchina, non scaldiamoci.

  • Il governo britannico sta valutando di imporre alle piattaforme social di dare priorità a fonti di informazione considerate affidabili;
🫰
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