L’altro giorno Francesco De Gregori, durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo concerto/disco Nevergreen, al teatro Out Off di Milano, ha commentato la scelta personale degli artisti con un grande seguito di schierarsi su questioni politico-sociali di attualità. Il musicista ha detto (qui il video):
Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta, apodittica, su questioni internazionali, di guerra e cose del genere, perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura: il proclama buttato giù da un palco, o anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente. Quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico su un dato... ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Springsteen gli dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo. È un ruolo che non mi sento di condividere.
Francesco De Gregori ha 75 anni e un posto da padre nobile nel cantautorato italiano, per cui non può stupirci che le sue parole abbiano avuto un’eco importante e generato molte reazioni: tra i critici c’è chi si è detto deluso (direi la maggioranza) e chi l’ha accusato di complicità morale con il genocidio a Gaza (mi pare un’esigua minoranza, nonostante ciò che sostengono editorialisti come Antonio Polito, che sul Corriere giunge ad accostare le shitstorm di questi giorni al “processo politico” che De Gregori subì sul palco del Palalido da estremisti armati di pistola; era la primavera del 1976).
De Gregori ha 75 anni e il diritto di non schierarsi, ovviamente: è nondimeno vero che l’ha fatto con le sue canzoni per decenni – come lui stesso ha ammesso durante la presentazione – e che questo inno alla “complessità”, per questo motivo, stride con la sua immagine pubblica.
Ma c’è anche un problema di pesi e misure. A seconda di ciò in cui crediamo, di quel che sosteniamo, tendiamo ad accusare senza applicare le stesse metriche a raggio più ampio; e così da una parte Polito, Walter Veltroni, Pierluigi Battista e l’editorialismo moderato sostengono con orgoglio l’elogio del dubbio degregoriano, ma senza pensare che probabilmente non avrebbero accolto allo stesso modo esitazioni analoghe sull’Ucraina o sui vaccini; d’altra parte, la presunta «sinistra illiberale» finge di non sapere che – per fortuna – nel mondo dello spettacolo esprimersi su Gaza oggi in genere non costa granché, mentre in casi in cui prendere pubblicamente posizione ha costi-opportunità maggiori (parliamo già soltanto della stessa Gaza fino a un anno e mezzo fa, o giù di lì) in pochi lo fanno davvero.
Come accade con una certa frequenza, il commento più intelligente, costruttivo e sensato sulla vicenda per me rimane quello di Zerocalcare. Il fumettista romano è intervenuto sulla vicenda dicendo (qui, in un altro video):
È ovvio che se c’è una persona che ha una voce pubblica e la usa per dire delle cose importanti io sono contento, però penso che la pretesa di farglielo fare per forza, a una persona che non se la sente e che magari dice delle cose così, per avere il plauso dei like o zittire le altre persone, non sia una cosa che fa bene anche alla causa stessa.
Bingo! Al di là di come il cantante De Gregori intenda il ruolo dell’artista, il punto più rilevante della polemichetta del giorno mi sembra il rapporto velenoso e distorto che si instaura tra gli artisti (ma ci metto dentro anche influencer e creator) e il loro pubblico di riferimento.
In parte certo, abbiamo sempre voluto che i nostri idoli somigliassero all’idea che avevamo di loro (d’altronde ascoltare in loop che «la storia siamo noi» è di per sé un’affermazione di valori politici). Ma in tempi recenti questa comprensibile aspettativa si è unita in una morsa letale all’appiattimento polarizzante di qualsiasi discorso e all’abbassamento della soglia minima di definizione dello “schierarsi”; col risultato che “si schiera” chi riposta un singolo video su Instagram e “si schiera” il duo Bob Vylan quando a Glastonbury, l’anno scorso, finisce addirittura indagato dalla polizia britannica per le sue frasi anti-IDF pronunciate sul palco in diretta internazionale.
Su questo versante “FdG” ha qualche ragione: tutti noi avremmo dozzine di esempi da fare, se ci venisse chiesto di indicare chi per qualche mese ha postato incessantemente su Gaza – magari additando, dall’alto della sua statura morale auto conferita, gli ignavi che “stavano zitti” del tutto o in parte – salvo poi tornare a ignorare il genocidio con nonchalance, non appena i riflettori mediatici globali sono stati ripuntati altrove. Insomma, un problema di partecipazione simbolica livellata a buon mercato – e per questo nociva – come dice Zerocalcare esiste.
Ma non mi pare che la Palestina sia il campo in cui ha fatto più danni, anzi: quantomeno, in questo caso, ha aiutato a ribilanciare coperture mediatiche tradizionali assai carenti. Credo infatti che De Gregori abbia scelto l’esempio peggiore possibile per articolare il suo ragionamento: sia il Trump ostacolato da Springsteen che la Gaza oggetto di appelli talvolta scialbi sono due campi in cui di complessità ce n’è poca, o meno che altrove: una popolazione viene vessata da uno Stato che opera al di fuori della legge e un presidente riorienta una potenza globale in senso antidemocratico e liberticida. Entrambi piani che è bene «analizzare con estrema cura», ci mancherebbe, ma la cui sostanza non è troppo lontana da questi succinti riassunti.
Nel suo Tradimento dei chierici, Julien Benda negli anni Venti del secolo scorso accusava gli intellettuali di aver rinunciato alla ricerca di una verità più alta per mettersi al servizio delle passioni politiche, che fossero esse nazionali, tribali o d’altro genere. Oggi però non abbiamo più soltanto chierici che tradiscono la verità per servire una parte, ma pubblici che chiedono ai loro chierici, cantanti, scrittori, fumettisti, attori e creator di produrre certificazioni di appartenenza ad alzo zero.
Chi finisce sul nostro schermo deve dimostrare di essere ancora dei nostri, possibilmente entro le successive ventiquattr’ore, nel formato previsto dalla piattaforma e con la formula condivisa dalla fandom. Se è una dinamica che per Gaza, dicevamo, a qualcosa è servita, si trova però anche innestata in una forma mentis politica che non produce quasi mai coraggio morale: produce conformismo, ansia da prestazione etica, dichiarazioni prudentemente tardive, indignazioni a basso costo e un clima di sospetto diffuso.
Questo non significa che il silenzio sia un’opzione migliore. Al centro moderato va spiegato che l’elogio del dubbio ha senso solo quando il dubbio non è un alibi, così come la complessità è una virtù quando aiuta a capire meglio, non quando serve a scansare l’evidenza. La soluzione, allora, forse risiede nel tornare a distinguere tra una parola che illumina – o dà voce – e una parola che serve solo a farci riconoscere tra simili.
La prima, quando si manifesta, può rivelarsi preziosa anche quand’è pronunciata da un palco o in un reel. La seconda, anche quando dice la cosa giusta, spesso aggiunge poco più di un rumore di fondo: rassicurante per chi lo emette, gratificante per chi lo applaude, ma quasi sempre inutile per la causa che pretende di servire.

- Uno dei casi che hanno strutturato l’odierna strategia della destra cristiana americana nelle guerre culturali ha a che fare con Martin Scorsese;
- Polarizzazioni da divano che hanno fatto, tra le altre vittime, anche Beyond Meat, quelli degli hamburger vegetali;
- Lucy Knight ha passato un mese da tradwife – la donna “tradizionale”, casa e chiesa, spinta da un certo mondo online – e questo è il suo racconto.
