A guardarlo da qui, cioè da un Paese in cui il dibattito sull’intelligenza artificiale oscilla tra il feticismo acritico-entusiasta da convegno aziendale e il panico da editoriale apocalittico, Alex Bores sembra un personaggio senza trama. Un candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti cresciuto nell’Upper East Side di Manhattan, con un master in informatica, un passato a Palantir, il sostegno di pezzi importanti del mondo sindacale, posizioni avanzate sul benessere animale e una campagna elettorale trasformata dalla Silicon Valley in un referendum sulla regulation dell’intelligenza artificiale sembra difficile da inquadrare.
Dicendo «working class hero» si pensa all’iconografia del progressismo novecentesco: fabbriche, tute blu, comizi davanti ai cancelli. E Bores non è un minatore del Galles o un operaio della Rust Belt: è un tecnico diventato politico, un figlio di Manhattan che conosce abbastanza bene i codici del potere da capire dove vanno tirati i fili. Ma di questi tempi – e a tre giorni dalla chiusura della sua campagna elettorale – è l’eroe del popolo che merita il nostro sostegno.
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