Lo scrittore Michele Mari forse ha detto certe frasi ingiuriose – anzi sessiste, intrise di una prospettiva patriarcale – sulla defunta scrittrice Michela Murgia, legandone, così è stato riportato, la produzione culturale all’aspetto fisico.
Il fatto sarebbe avvenuto su un pulmino (pardon: un van, pare che oggi si dica così) diretto a Bisceglie per il tour di presentazioni dei finalisti del Premio Strega, gruppo che annovera tanto Mari quanto Teresa Ciabatti, la scrittrice che l’ha accusato (pardon: call-outato, pare che oggi si dica così) di aver pronunciato quelle parole, che lui invece sostiene di non aver mai detto.
Sull’impalcatura traballante di questo he said/she said si è innestata una polemica che ho seguito prima distrattamente, scrollando sullo smartphone tra attese ferroviarie e pasti in osterie del centro Italia, e poi in modo più scrupoloso, sprofondando nelle grotte carsiche del meta-commento. Ho aggrottato le sopracciglia osservandola occupare la posizione centrale nelle homepage dei siti dei grandi quotidiani, spodestando la guerra in Iraq e i Mondiali di calcio. E devo aver strabuzzato gli occhi scoprendo che è riuscita a far parlare per giorni diversi addetti ai lavori della cultura di cosa è stato detto, o non detto, in quel frangente.
Intendiamoci, a margine dell’innesco del chiacchiericcio c’è un sostrato di interesse sostanziale: Michela Murgia è stata oggetto di commentacci e cattiverie sessiste sul suo aspetto per tutta la vita, e ne ha parlato con intelligenza e acume nei suoi libri. Ridurne l’opera e lo stile a una presunta frustrazione dovuta a fattori estetici le fa un colossale torto, e se Michele Mari si fosse abbandonato a un commento del genere in presenza di una delle sue amiche più care – lui dice di non averlo fatto, ricordo – il frustrato, nel caso, sarebbe lui.
Ma il brusio di alcuni addetti ai lavori variamente inseriti nell’establishment della cultura, quest’Atlantide sempre più prossima a un’estinzione spettacolare, mi ha colpito per un altro motivo: mi è sembrato un grido di disperazione.
Provo a spiegarmi: l’assenza di riscontri oggettivi su quanto avvenuto davvero in quel van (se lo riscrivo fammi arrestare) non è condizione sufficiente a soffocare ogni commento sul nascere, ma dovrebbe quantomeno far adoperare certe cautele – o certi condizionali – nel discutere dei fatti oggetto di discordia.
E invece buonissima parte degli intervenuti al dibattito ha scelto di sposare acriticamente una premessa inverificabile, costruendo a piacimento a partire da quel primo tassello ipotetico: e così si è saltati con leggerezza ai settantenni delle «brigate Voltaire» che aggiungevano in fretta al carrello Amazon il libro di Mari, mentre dall’altro lato della barricata ci si affannava a ricondurre l’accaduto nei binari angusti delle pernacchie sul «politicamente corretto» alla pummarola. Il tutto nell’incredulità della maggior parte delle maestranze del mondo della parola, e nel disinteresse più radicale di quasi tutti gli altri.
Le squadre erano già fatte, come sempre: da una parte il riflesso incondizionato che assolve l’artista «scorretto», a prescindere dal fatto che sia stato scorretto per davvero; dall’altra, la contrazione involontaria che prova ad ampliare una bega da gruppo vacanze in Salento rendendola un referendum sulla società che cambia, sulla sua sensibilità e sulle sue regole di convivenza.
Ma quale che sia la propria posizione in merito alla querelle, una cosa su cui possiamo essere d’accordo è che, per come è stata impostata, non tocca nessuna questione strutturale, sistemica, pubblica: contestualizzata nella direzione dell’ennesimo dissing (prendo in prestito la definizione di Maria Grazia Calandrone su La Stampa, uno dei pochi commenti alla vicenda che valeva la pena leggere) tra squadrette di intellettuali, ha immediatamente perso ogni residuo portato di critica sociale.
Le chiose in cui sono prodotti i più alti rappresentanti del ceto intellettuale non hanno aiutato, va detto. Chiara Tagliaferri, scrittrice amica di Murgia, ha commentato su Repubblica:
Un van che sta portando in giro i finalisti del più importante e prestigioso premio letterario italiano non è un contesto privato. Le scrittrici e gli scrittori sono persone che forgiano, grazie ai loro libri, gli universi che noi abitiamo.
Lidia Ravera, parlando all’Ansa, si è profusa in un simile esercizio di suprematismo delle lettere:
Noi scrittrici e scrittori siamo dei privilegiati e ci corre l'obbligo, per restituire qualcosa di questo gigantesco dono, di sviluppare e condividere una superiore intelligenza del reale. Non siamo mai in vacanza, non possiamo essere sciocchini mai.
L’obbligo di uno scrittore o di una scrittrice, se ne esiste uno, è quello di scrivere libri, possibilmente belli: una «superiore intelligenza del reale» (di cui peraltro nei libri di Ravera non ravviso traccia: limite mio) ce l’hanno Claude e ChatGPT, forse.
Fuor di battuta: un simile inquadramento della cultura – non a caso, offerto da chi con la suddetta ha raggiunto posizioni di relativo potere – travisa volutamente ciò che la cultura è per la larga maggioranza del pubblico e dei lettori: al di là di ogni considerazione circa il distinguere uomini privati e artisti pubblici, nessuno ha mai chiesto ad autori e autrici di misurare le loro parole nel contesto di una trasferta di gruppo verso Bisceglie.
Discutere delle idee che queste parole comunicano, a valle dell’innesco della polemica, è legittimo, ci mancherebbe: ma immaginare un mondo in cui Artisti e Scrittori, dall’alto delle loro Muse, non si immischiano con le umane bassezze del volgo – che anzi hanno il compito di educare e «forgiare» – risulta non meno che ridicolo.
Che una scrittrice 75enne che ha venduto milioni di copie in cinquant’anni di carriera dica che «non è mai in vacanza», poverina, in quanto indefessamente votata alla ricerca di una «superiore intelligenza del reale» mi sembra persino più grave del dissing che intendeva commentare, perché restituisce una concezione dell’intellettuale rinchiuso nella sua proverbiale torre d’avorio, che in una riga ammette il suo privilegio e nella successiva lo rinsalda a colpi di retorica.
In questo senso, dicevo, l’intera polemichetta su cosa ha detto, non ha detto, forse ha detto Michele Mari mi sembra un canto del cigno di un settore sempre più condannato a parlarsi addosso, allo strapotere tardoimperiale dei circoletti, allo spirito di corpo, ai pulmini per iniziati. In una parola: all’irrilevanza.
A volte le parole dicono più di quello che dicono, ed è anzi una delle loro qualità principali: chi le usa per mestiere dovrebbe saperlo. Ma in questo caso, per quanto mi riguarda, il velo di Maya squarciato dal cicaleccio ha mostrato un panorama ancora più piccolo, inconsistente e autoreferenziale di quello a cui ci eravamo abituati.
I protagonisti più attivi di questo valzer di posizionamenti intrisi di nulla, che hanno ridotto a un’operetta da contrapposizione algoritmica il lascito di un’intellettuale brillante come Michela Murgia, si credono i re-filosofi della Repubblica di Platone, ma in realtà sono più simili ai sofisti delle Nuvole di Aristofane: sospesi a mezz’aria nel loro pensatoio, convinti di maneggiare i massimi sistemi, mentre sotto di loro il mondo procede senza nemmeno alzare lo sguardo.
E forse il problema, più che la frase detta o non detta su un van (aaaaah) per Bisceglie, è tutto qui; un pezzo del nostro ceto culturale non ha perso soltanto il contatto con la realtà: ha perso persino il pubblico davanti a cui fingere di interpretarla.

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