L’Odissea di Christopher Nolan è uscita nelle sale cinematografiche da qualche giorno, ma occupa una parte non irrilevante del discorso pubblico – o quel che ne rimane – da parecchie settimane: al centro c’è il consueto processo di polarizzazione identitaria che abbiamo cominciato a ricondurre alla definizione di guerra culturale, con un canovaccio già visto in diversi casi analoghi.
Prima due parole sul film, s’il vous plaît: l’ho visto, mi è piaciuto, anche perché mi piacciono – di solito – Nolan e le sue fissazioni, i suoi apologhi morali, i suoi personaggi eticamente tribolati e le sue trasfigurazioni della fine della civiltà. Secondo me ci sono cose molto riuscite – il Cavallo, Circe, Eumeo, le Sirene – e altre molto poco (un Polifemo goffo e raffazzonato, una Calipso ridotta a psicanalista): capisco cosa possa aver portato lo scrittore Tommaso Pincio a sostenere che «c'è più molto più mito in dieci minuti di Spielberg sugli alieni con gli occhioni da insetto che in tre ore vichinghe di Nolan» (eppure ho trovato Disclosure Day di una noia micidiale), ma anche chi, come l’autore di questo articolo, ci ha trovato una filologia impeccabile.
Cosa ha portato a generare un tale hype guerroculturale intorno al film? Beh, la scritturazione di un cast non bianco, ovviamente: in questo caso le polemiche si sono innestate sulla scelta di far interpretare Elena, la regina della guerra di Troia, e la sorellastra Clitennestra, a Lupita Nyong'o. Elena è definita da Omero «divina tra le donne», l’essere umano di sesso femminile più bello del mondo, quello per cui la civiltà greca precipita in una spirale bellica sanguinosa: Nyong'o è una scelta credibile nei suoi panni?
È una domanda pressante che si sono posti uomini davvero bellissimi come Elon Musk, l’arcimiliardario proprietario di X, e il commentatore di destra Matt Walsh, il quale ha scritto chiaro e tondo:
Nessuno al mondo pensa davvero che Lupita Nyong’o sia «la donna più bella del mondo». Ma Christopher Nolan sa che verrebbe accusato di razzismo se affidasse il ruolo della «donna più bella» a un’attrice bianca. Nolan è tecnicamente talentuoso, ma è un codardo.
Nelle risposte è accorso lo stesso Musk, peraltro.
True
— Elon Musk (@elonmusk) May 12, 2026
Il facoltoso gerarca del fronte anti-woke già in precedenza non aveva risparmiato ulteriori critiche al film, definendo le scelte di Nolan «un insulto» all’opera di Omero e dando spazio a commenti altrettanto xenofobi sul casting di Elliot Page, l’attore transgender che interpreta Sinone, il guerriero che mette in atto l’inganno del Cavallo di Troia.
La polemica si è prevedibilmente ritagliata il suo spazio mediatico, per i soliti cortocircuiti che alimentano questi casi (in breve: chi aziona le levette dei media, siano essi social o meno, si accorge che dividere in squadrette adirate attorno a questi nodi del contendere è redditizio), ed è arrivata anche in Italia, dove abbiamo iniziato a parlottare confusamente di canone omerico, tradizione della classicità e aderenza al mito.
È stato fatto notare che non è la prima volta che il ruolo di Elena viene affidato a un’attrice non-caucasica, e che i precedenti non sono nemmeno recenti: nel 1950 Orson Welles scelse l’afroamericana Eartha Kitt, da cui era rimasto folgorato in un cabaret di Parigi, per il suo spettacolo The Blessed and the Damned; molti anni dopo, in televisione, nel celebre Xena – Principessa guerriera, Elena ha avuto il volto di Galyn Görg, tra le altre cose ex ballerina nera di Fantastico.
La polemica su Elena «dalle bianche braccia», l’epiteto omerico riservato alle dee, citato come prova scottante dell’affronto, ha portato rapidamente a vedere un disegno nolaniano orientato a «cancellare la storia europea» (d’altronde, Musk aveva dato al regista direttamente del «razzista anti-bianco»), o anche a lisciare il pelo a Hollywood per fare incetta di premi conformisti (in ottica Oscar, dei requisiti di diversità e inclusione esistono a tutti gli effetti, ma – criticabili o meno che siano – non hanno a che fare soltanto col casting).
Si tratta di critiche particolarmente fuori fuoco, perché, come spesso accade, testimoniano un progressivo allontanamento dai dati di realtà: se qualcuno di questi soloni avesse visto il film, saprebbe che l’Elena/Clitennestra di Lupita Nyong'o non solo non è un personaggio centrale, ma appare per una manciata di secondi in tre ore di girato. Un po’ poco, per sovvertire l’ordine occidentale.
Ovviamente, Christopher Nolan sapeva benissimo a cosa stava andando incontro con quella scelta di casting, non foss’altro per la ricchezza di precedenti in tal senso (Halle Bailey, anyone?). L’Odissea è una colonna della cultura occidentale, il suo lungometraggio l’evento cinematografico dell’anno: niente è stato lasciato al caso, nulla può dirsi riparato dal candore dell’innocenza. Ecco perché inquadrare le recenti reazioni menefreghiste alle polemiche da parte del regista come un lodevole segno di distacco e superiorità è, direi, fuorviante.
Anche perché, se vogliamo trovare una pars construens in questa valle di lacrime, una scia di polemica che si potrebbe considerare seriamente l’Odissea ora in sala l’ha prodotta: tanto per dirne una, non c’è nessun attore greco nel cast principale di Nolan, nonostante i 6 milioni e mezzo di euro che la produzione ha intascato per le riprese nel Peloponneso.
La risposta migliore ai petulanti Musk forse l’ha data, come ogni tanto gli capita di fare, il commentatore liberal statunitense Matthew Yglesias, che nella sua newsletter Slow Boring ha rovesciato la prospettiva con un argomento semplice: un’Odissea «diversa» non è la sconfitta della civiltà occidentale, ma la sua affermazione. Se i suoi difensori vogliono che esista ancora un canone condiviso, scrive Yglesias, dovrebbero volere anche che persone di origini differenti possano considerarlo proprio. L’alternativa non è un Omero più autentico, ma una tradizione sempre più marginale.
Del resto, quella occidentale è già un’eredità culturale costruita per adozioni successive, non per linearità di sangue: gli statunitensi si sono raccontati come continuatori di Atene e Roma senza essere greci o romani, e nessuno pensa che per interpretare Shakespeare oggi serva un certificato genealogico dell’Inghilterra elisabettiana. Il canone sopravvive proprio perché ogni epoca se ne impossessa, lo traduce e inevitabilmente lo deforma.
Un giudizio estetico su Elena di Troia non può diventare la diagnosi terminale dell’Occidente. Ed è curioso che i sedicenti difensori della sua grandezza finiscano per descriverne le opere fondative come oggetti fragilissimi, capaci di essere distrutti dalla carnagione di un’attrice che compare sullo schermo per pochi secondi.
Il paradosso più interessante dell’intera polemica è proprio che rendere Omero accessibile a un pubblico globale significa affermare che Omero conta ancora; che le sue storie non appartengono soltanto ai greci, agli europei o ai bianchi, ma a chiunque sia disposto a riconoscersi in quel viaggio, in quella guerra e in quel ritorno a casa. A preoccuparsi del resto non sono i custodi di una tradizione viva, ma i proprietari abusivi di una reliquia.

- Lo stato dell’arte dei discorsi sugli effetti dei social si arricchisce di un nuovo fronte: in Gran Bretagna il governo ha proposto un coprifuoco notturno, durante il quale agli Under 16 dovrebbe essere proibito l’uso dello smartphone;
- Ah, peraltro: i prossimi remake del Signore degli Anelli sono abbastanza inclusivi? Il Guardian dice di no;
- Ricordiamo che c’è una parte politica che, in Italia e nel mondo, è andata al governo promettendo di occuparsi soltanto delle cose serie.
