Un poster boy troppo perfetto


Jason Arday ha 41 anni e insegna (edit: sarebbe più corretto dire “insegnava”, perché si è appena dimesso; la notizia è giunta dopo la scrittura di questo articolo) Sociologia dell’educazione a Cambridge. Il suo nome per anni è stato quello di una vera e propria star dell’accademia britannica: nato da genitori ghanesi a Clapham, nella periferia di South London, è stato protagonista di una storia di riscatto e affermazione che ha conquistato i media del Regno Unito. Il problema, però, non è soltanto che quella storia era troppo bella per essere vera, ma risiedeva soprattutto in quanto l’Università di Cambridge aveva bisogno che fosse vera.

Quando, nel marzo del 2023, Arday è stato nominato professore, l’ateneo non si è limitato ad annunciare l’arrivo di un nuovo docente: ha costruito sulla sua investitura un apologo morale con cui appuntarsi una mostrina istituzionale. A 37 anni, Arday diventava il più giovane professore nero nella storia di Cambridge. Per una persona cresciuta in una casa popolare nel sud di Londra, che aveva ricevuto una diagnosi di autismo e non aveva imparato a parlare fino agli undici anni d’età, e a leggere e scrivere fino ai diciotto, era un risultato impensabile e di ispirazione.

L’annuncio ufficiale dell’università presentava esplicitamente l’incarico come una dimostrazione plastica dell’impegno dell’ateneo verso una maggiore inclusione di personale accademico proveniente da gruppi sottorappresentati. Arday non era soltanto un professore, insomma: per molti legittimi motivi, era il professore che provava un cambio di passo a Cambridge.

Le istituzioni progressiste contemporanee, non è un mistero, spesso ricercano attivamente personaggi come Arday: persone con una storia personale riassumibile, un volto spendibile nelle campagne di comunicazione e una biografia capace di parlare a questioni sociali irrisolte. Il docente-star, nel caso di una prestigiosa università che forma le élite, permette di chiudere un occhio – o, nei casi peggiori, di saltare a piè pari – le parti meno “raccontabili” dell’inclusione. Non occorre parlare di aumenti delle borse di dottorato, di rendere le carriere meno precarie, di correggere i meccanismi di selezione, o del perché le classi popolari arrivano così raramente ai vertici dell’università: a volte basta mostrare la figurina e dichiarare il cambiamento. Così fanno le aziende, e anche tante università-azienda.

Questa volta, però, la storia di Arday ha iniziato a venire smontata pezzo per pezzo, con una serie di accuse di gravità e campo variabili che hanno monopolizzato il discorso pubblico: decine di sovrapposizioni plagiarie tra la sua tesi di dottorato e lavori pubblicati in precedenza; articoli scientifici di rigore accademico traballante; affermazioni imprecise o false sulle sue modalità della ricerca o sulla sua biografia, personale e accademica; episodi di razzismo probabilmente inventati; addirittura racconti delle proprie imprese sportive e di raccolte di beneficenza che sarebbero stati gonfiati ad hoc.

Il Guardian ha ricostruito nel dettaglio la verità su diversi episodi che, nel tempo, avevano contribuito a cementare la sua immagine pubblica di eroe accademico, mettendoli a confronto con la realtà dei fatti accertati. C’è la cifra di oltre cinque milioni di sterline raccolte per beneficenza, da lui stesso indicata, ma che non era un risultato attribuibile a una sua iniziativa personale, bensì il totale aggregato di diverse campagne di fundraising a cui aveva preso parte; ci sono le 30 maratone che dice di aver corso in 35 giorni, in parte con una gamba rotta (!); c’è che ha sostenuto di aver partecipato da bambino a una popolarissima serie tv inglese, Up, girata vent’anni prima della sua nascita.

Ma questi sono solo contorni, e di importanza assai relativa: perché i problemi per Jason Arday sono venuti soprattutto dal versante accademico, a partire dalla sua tesi di dottorato discussa alla John Moores University di Liverpool, oltre ad alcuni articoli successivi. Decine di passaggi sarebbero molto simili a quelli di opere che non ha nemmeno citato, si diceva; due pubblicazioni sono state corrette, eliminando o modificando affermazioni sul processo di codifica dei dati, sull’impiego di un secondo ricercatore e su alcune citazioni dei partecipanti. L’università di Liverpool ha riesaminato il lavoro e ha detto di non aver ravvisato plagi; un accademico consultato da Retraction Watch, invece, ha parlato di “somiglianze” estese e difficili da liquidare come meri problemi formali.

La persona che per prima ha contribuito a portare il caso alla luce è il filosofo dell’etica Nathan Cofnas, il che non è un dettaglio: Cofnas si definisce un race realist, e in tempi recenti ha sostenuto che in un sistema integralmente meritocratico ad Harvard non ci sarebbe quasi nessun professore nero; per questo è stato allontanato dai corsi, dopo una lunga controversia pubblica. In seguito Cambridge ha concluso che le sue affermazioni non costituivano, secondo i regolamenti dell’ateneo, discriminazione o molestie, ma in ogni caso Cofnas – che al caso Arday ha dedicato un lungo approfondimento – ha con l’università un conflitto personale evidente.

Questa è una parte importante della controversia: c’è un fronte – che per comodità chiameremo “anti-woke” – che su storie del genere si getta a peso morto. Tra gli altri, nemici giurati del “woke” come Kathleen Stock e la testata UnHerd non hanno perso tempo prima di esprimersi sul caso, presentando Arday come il prodotto simbolo della decadenza woke dell’università britannica. Si insiste – con qualche sparuta ragione, seppellita da propaganda e falso prospettico – sul fatto che le università avrebbero progressivamente sostituito criteri di valutazione accademica con criteri identitari, generando pratiche di selezione opache e incoerenti.

Nel frattempo, vicende come quella di Arday non rimangono confinate al perimetro delle beghe da guerre culturali: la testata di settore Times of Higher Education l’anno scorso gli aveva dedicato un’inchiesta, salvo poi – come ricostruito da Retraction Watch – non pubblicarla a seguito di moniti legali inviati dagli avvocati di Arday; il Guardian ha raccolto documenti e testimonianze, comprese quelle di accademici neri e di studiosi delle disuguaglianze razziali che ritengono le domande su Arday meritevoli di approfondimento, e temono che il caso possa danneggiare il loro lavoro.

Un commento di un accademico britannico nero.

Il punto di vicende come questa, di fatto, è proprio che non riguardano soltanto i Jason Arday di turno. Cambridge, di fronte alle prime contestazioni dei giorni scorsi, ha difeso il suo professore parlando di una «vile macchina del fango» e insistendo sul fatto che il docente era già stato scagionato dalle accuse a Liverpool. Molti colleghi hanno firmato lettere e appelli in sua difesa, descrivendo le accuse come parte di una campagna razzista tesa a screditare un accademico nero di successo. Intendiamoci: è possibile, o addirittura probabile, che nella mobilitazione contro Arday convivano domande lecite, antipatie personali, razzismo e anche il (piuttosto trasparente) desiderio di far saltare in aria un simbolo della DEI britannica.

Ma una delle conseguenze più velenose dell’inclusione costruita attorno ai poster boy è proprio questa: rende difficilissimo distinguere la normale valutazione del lavoro di un individuo da un attacco all’intera categoria che l’individuo è stato incaricato di rappresentare. Se Arday fosse stato presentato in un altro modo dal suo ateneo, le polemiche sulla sua tesi, sui suoi articoli e sulla sua biografia avrebbero potuto ricevere risposte circostanziate; ma siccome è stato reso la prova vivente delle virtù di Cambridge, trasformare ogni dubbio su di lui in un dubbio sull’inclusione risulta facile; e ogni difesa dell’inclusione, di conseguenza, finisce per trasformarsi in una difesa d’ufficio di Arday.

È una trappola discorsiva perfetta, se ci pensi: per gli avversari della DEI, la sua debacle dimostra che le università assumono sempre persone incompetenti o disoneste, purché appartengano alla minoranza giusta; per i suoi difensori, ammettere che alcune accuse di plagio possano essere fondate, in questo contesto significa offrire munizioni ai razzisti. E in questa spessa coltre di nebbia si perde la domanda fondamentale: perché mai il valore delle politiche contro la discriminazione dovrebbe dipendere dalla fallibilità di un singolo professore?

L’aspetto più oltraggioso che emerge da questa storia è la sensazione, alimentata più e meno involontariamente dalle reazioni istituzionali, che applicare agli accademici appartenenti a minoranze gli standard comuni gli faccia un qualche torto. Una forma di paternalismo che somiglia pericolosamente a ciò che pretende di combattere: il professore nero non può essere soltanto bravo o mediocre, rigoroso o approssimativo, onesto o vanitoso come qualunque altro collega; no: dev’essere l’incarnazione della diversity senza macchia oppure la prova del suo fallimento.

Quando un’università costruisce il proprio impegno (e la propria reputazione) attorno a una biografia straordinaria, trasferisce sul protagonista una quantità di capitale simbolico sproporzionata: la sua storia deve essere esemplare, ogni dettaglio deve confermare la parabola, ogni critica deve poter essere attribuita alle forze della reazione. Ma più l’istituzione usa quella persona per lavarsi la coscienza, più il conto dell’eventuale fallimento viene socializzato. E a pagarlo non saranno il dipartimento comunicazione che ha esagerato con i trionfalismi, o i dirigenti che hanno voluto la figurina: sono gli altri blackademics, come vengono detti gli accademici neri d’oltremanica. La prossima docente afro promossa a una posizione prestigiosa si troverà circondata da un sospetto di fondo rinforzato: è davvero lì per il proprio lavoro, o perché serviva un altro Jason Arday?

Jason Arday

Uno degli studiosi consultati da Retraction Watch ha sintetizzato bene il paradosso: Cambridge avrebbe potuto affrontare la questione in modo ordinario, evitando che a occuparsene fossero gli urlatori della destra radicale. Eppure non l’ha fatto – o non in modo abbastanza trasparente. Così è diventata appannaggio dei nemici dell’inclusione, che ora possono esibire ogni reticenza istituzionale come la prova di un insabbiamento.

E ci sono precedenti, in questo senso, perché la sinistra su questo fronte ha già commesso errori e lasciato voti. Nel 2019, quando Ibram X. Kendi stava diventando una delle massime autorità morali della diversity americana, l’autore Kelefa Sanneh scriveva sul New Yorker che la sua distinzione binaria razzismo/antirazzismo tendeva a comprimere vite, politiche e istituzioni complesse in un esame a risposta secca. Era una critica che non veniva da una rivista o una penna trumpiana, né ovviamente sosteneva che il razzismo fosse un’invenzione: però metteva in discussione un paradigma intellettuale-culturale orientato a una semplificazione controproducente.

Gli anni successivi ce l’hanno confermato, anche nel caso specifico di Kendi: è diventato il nume tutelare di un’enorme infrastruttura accademica, editoriale e filantropica; il suo Center for Antiracist Research della Boston University ha raccolto decine di milioni di dollari, finendo poi in acque burrascose fatte di licenziamenti e accuse di cattiva gestione, per poi essere chiuso quando Kendi si è trasferito alla Howard University. Anche qui, si è misurato lo scarto tra le aspettative messianiche concentrate su un intellettuale-star e la fragilità dell’istituzione costruita a sua immagine.

È questo il punto che una parte consistente del progressismo mainstream non ha voluto ascoltare nell’ultimo decennio. Le critiche al modello delle celebrity antirazziste, alla professionalizzazione dell’attivismo e alla sostituzione dei cambiamenti materiali con il capitale simbolico non sono nate dopo la vittoria della destra; esistevano già quando le aziende firmavano assegni e le università istituivano centri, cattedre e programmi intitolati a un antiracism di facciata, ma venivano spesso liquidate come tentativi di distogliere l’attenzione dal vero problema (o peggio, come forme mascherate di ostilità verso le minoranze).

Le persone nere rimangono gravemente sottorappresentate ai vertici dell’accademia britannica: secondo i dati raccolti da Advance HE, soltanto il 3,8 per cento degli accademici neri aveva raggiunto il rango di professore, e i docenti appartenenti alle minoranze etniche risultavano più frequentemente impiegati con contratti a termine rispetto ai colleghi bianchi. Sono numeri che non si cancellano facendo le pulci al curriculum di un singolo individuo, ma anche che rendono irresponsabile e crudele concentrare la battaglia per l’uguaglianza su pochi casi eccezionali.

La diversity da brochure preferisce la rappresentazione alla redistribuzione perché la prima costa meno, almeno politicamente. Una fotografia di Jason Arday davanti a un edificio prestigioso in stile gotico comunica immediatamente progresso; intervenire sulle scuole frequentate dai figli delle classi popolari, finanziare dottorati e stabilizzare ricercatori precari richiede invece denaro, conflitti e anni di lavoro. La razza non scompare riportando il discorso alla classe sociale, ma la classe ricorda quanto sia incompleta una politica che celebra l’accesso di pochi individui eccezionali lasciando intatti i meccanismi che escludono tutti gli altri.

A prescindere da quel che sarà il destino di Arday, una concezione adulta ed efficace dell’inclusione dovrebbe partire dall’idea opposta di quella coltivata da Cambridge. Gli accademici neri non devono essere rappresentanti plenipotenziari della loro etnia; non devono essere migliori degli altri per meritarsi una cattedra, né sottratti ai processi di verifica per timore di assist politici. Devono poter essere giudicati come individui, secondo standard chiari e condivisi, all’interno di istituzioni che riconoscano e correggano gli ostacoli strutturali senza trasformare chi li supera in una reliquia.

Altrimenti il messaggio implicito diventa proprio quello che la DEI dice di voler cancellare: che una persona nera arrivata ai vertici non può essere trattata normalmente. E a quel punto, tanti saluti all’inclusione.

  • La vittoria di Abdul El-Sayed alle primarie Democratiche del Michigan potrebbe essere un punto di svolta per la sinistra americana;
  • La Casa Bianca ha ordinato allo Smithsonian National Museum of American History di mostrare un cartello che ammonisce i visitatori circa le «informazioni inaccurate» del museo: Trump cerca di controllare la storia.
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