Nei discorsi sull’inclusione e il cosiddetto “politicamente corretto” visti dalla provincia dell’impero statunitense, c’è un meme (forse meglio dire una reaction image, per pignoleria) che da anni va per la maggiore: questo.

Signora mia, il wok! L’ho usato personalmente decine, se non centinaia di volte, e devo dire con soddisfazione: d’altronde era forse l’unico modo di rispondere alle lamentationes in malafede dei commentatori di destra, quelli che vedevano pericolose derive masochiste anche nella libera scelta di una tizia di regalare i suoi libri, e traslavano nella sonnacchiosa e gattopardesca provincia italiana discorsi e diatribe che potevano guardare solo col binocolo.
Al di là delle parti in commedia, sul totale ben poche persone sono mai state “cancellate” (e di certo nessuna in Italia) e ancora meno risultano essere le società occidentali messe in ginocchio dalle policy di casting di Netflix. Alla frizione tra questi dati di realtà e gli “al lupo” della propaganda reazionaria ho dedicato dozzine di articoli, almeno due capitoli di un libro e non so più quanti interventi pubblici.
Mentre noi assennati postatori di meme ci sollazzavamo sferzando le fesserie dei Charlie Kirk all’amatriciana, nel mondo però i loro piani discorsivi assumevano una dimensione sempre più centrale. Soprattutto negli Stati Uniti, la patria delle guerre culturali: Donald Trump ha scelto di puntarci per tornare alla Casa Bianca, attorniandosi di personaggi come lo stesso Kirk e affidando la sua rielezione a slogan trans-ossessionati come «Kamala is for they/them, Trump is for you» (non a caso, il mantra degli spot elettorali risultati più efficaci dell’intera campagna). E ha vinto.
Che l’arsenale propagandistico della destra avesse individuato bersagli facili era chiaro ai più, e non perché improvvisamente quella delle donne transgender nello sport – per dirne una – fosse diventata una questione più sentita del lavoro e della sanità americani, ma perché innervava discorsi saldati alle inquietudini e allo smarrimento delle classi subalterne: in un mondo di disuguaglianze accentuate, precarizzazione, rimpiazzo tecnologico e cambiamenti climatici, la dimensione comunicativa e simbolica diventa quella in cui “essere visti”.
Con un processo culminato nell’estate del 2020, le istituzioni e i media occidentali si sono messi a “vedere” – in buona parte legittimamente e finalmente – la società sotto la lente delle differenze etniche, linguistiche, religiose e di orientamento sessuale o identità di genere. Ma l’hanno spesso fatto con motivazioni afferenti al paradigma neoliberale – quello del marketing, della competizione per i fondi, in una parola del mercato – codificandole con un linguaggio per pochi; per diretta conseguenza, la maggioranza dei meno abbienti si è sentita esclusa.
La mia idea, oggi come ieri, è che a questi molti era urgente parlare, specie quando Trump e i suoi accoliti hanno fiutato l’occasione di farli sentire rappresentati, “visti”. Quasi nessuno a sinistra, però, ha voluto affrontare dibattiti complessi mettendo a disposizione contemporaneamente una buona dose di autocritica e una disponibilità a parlare una lingua per non-iniziati: per buona parte del progressismo “cancel culture” e “woke” marchiavano temi tabù, legati a doppio filo a xenofobia e intolleranza che si perpetuavano solo evocandone i significanti.
Ma intanto per molta gente i land acknowledgement dei costruttori milionari e il linguaggio inclusivo calato dall’alto diventavano cose indigeste e alienanti. E oggi buona parte dell’establishment Dem sembra essersi accorto dell’errore: Alexandria Ocasio-Cortez ha detto in un’intervista, riprendendo una sorta di meme e citando le parole di un imprecisato collega, che il «Woke 1» – la fase più intensa del fenomeno, coincidente col 2020 – «è stato folle»; lo stesso Zohran Mamdani, il sindaco di New York, rappresenta per molti versi un superamento di quel modello.
Quando Trump ha vinto, è successo quello che si immaginava sarebbe successo, ma in forma peggiore: il ras di Washington ha preso di mira i suoi avversari politici con metodi mai visti nella storia americana, dismettendo una lunga serie di garanzie e organismi federali, privatizzando il potere e, tra le altre cose, perseguitando attivamente certe demografie (soprattutto migranti). Non contento di tutto ciò, dichiara ormai candidamente di volersi ricandidare nel 2028 per un terzo mandato, infischiandosene delle regole della democrazia d’oltreoceano.
A quel punto, il discorso de relato in Italia sui fatti statunitensi ha preso una svolta paradossale: gli stessi che fino a prima delle elezioni si erano rifiutati di sporcarsi le mani con le intemerate retoriche della destra, ora sostenevano contemporaneamente che Trump non aveva vinto per la presa di quei discorsi, sostanzialmente irrilevanti, ma anche che a spianargli la strada erano stati alcuni – direi pochissimi, soprattutto in Italia – opinionisti di sinistra che si erano messi a passare al setaccio gli errori strategici del progressismo statunitense.
A ogni nuovo esempio di deriva fascistoide trumpiana – il giogo alle università, l’ICE usata come una milizia privata, la disgregazione delle missioni umanitarie all’estero – in Italia una classe di commentatori online ancora oggi, nel pieno di una catastrofe istituzionale e politica, fa rientrare a forza i segnali del tracollo della democrazia americana in beghe condominiali, attribuendone una parte sostanziale della responsabilità ai “paladini” dell’esegesi del woke, quei progressisti che erano caduti mani e piedi nella “truffa” della cancel culture, contribuendo a radicare una “trappola retorica” nel dibattito pubblico.
La domanda che di solito rimane regolarmente inevasa, in questi inquadramenti, riguarda il perché questa trappola truffaldina ha convinto abbastanza votanti da mandare i suoi architetti nei palazzi del potere; sì, certo, i media ci hanno messo del loro, la propaganda ci ha messo del suo e, non bastasse, certi utili idioti di sinistra hanno iniziato a parlare di woke, invece di fare gli struzzi e far coincidere l’elettorato intero con la propria bolla social... ma perché il trucco ha funzionato? Perché oggi casi come quello di Jason Arday – il sociologo a cui Cambridge ha messo sulle spalle il giogo di rappresentare il suo commitment per l’inclusione, e che poi è rimasto schiacciato da quel peso, perdendo la sua stessa vita – diventano ostaggio di branchi di iene alla perenne ricerca di una carcassa su cui accanirsi?
Nel suo ultimo numero, il magazine Atlantic ha dedicato la cover a un articolo che ci aiuta a mettere ordine, per provare a rispondere a questa domanda. L’ha scritto Tyler Austin Harper, un accademico afroamericano ora in forza al giornale, ma che ha lavorato per anni al prestigioso Bates College, piccolo e costosissimo liberal-arts college di Lewiston, nel Maine. Si intitola Confessions of a Token Black Professor, e non credo ci sia bisogno di traduzione.

La storia di Harper è quella di una carriera di successo: nel 2020, appena trentenne, ottiene una posizione tenure-track, cioè una cattedra ordinaria, a Bates: una rarità nell’università (statunitense e non) contemporanea, dove gli incarichi stabili continuano a diminuire. Quando arriva in Maine, ha posizioni socialiste e considera le polemiche conservatrici sulla “wokeness” robaccia da Fox News; quindi, scrive nel pezzo, è contento di entrare in un college dalla storia orgogliosamente progressista, proprio durante le proteste seguite all’uccisione di George Floyd.
Presto, però, scopre quale parte Bates gli abbia assegnato d’ufficio. La ricerca accademica di Harper si occupa di letteratura britannica, fantascienza e storia della scienza, ma viene reclutato per organizzare le celebrazioni del Martin Luther King Day: non per una particolare competenza, bensì perché è uno dei pochi professori neri del college. In un altro aneddoto riportato, durante una selezione per assumere un nuovo professore, un collega osserva a voce alta con preoccupazione che la ricerca sulla diaspora africana di un candidato al ruolo potrebbe risultare «troppo vicina a quella di Tyler»: siccome è nero, si occuperà di diaspora africana, no? (Beh, no – e queste pose non suonano nuove).
A turbarlo non è tanto la sua resa a figurina, quanto ciò che gli permette di vedere. Mentre Bates moltiplica le sue spese in commissioni e consulenti per iniziative reclamizzate che orbitano attorno alla diversità, il college d’élite continua a ignorare i docenti precari sottopagati e le loro richieste. Nell’autunno del 2021 il college obbliga ogni dipartimento a sottoporre i propri corsi a una valutazione sul razzismo, al fine di produrre un piano di «trasformazione». Per uno di quei casi della vita, proprio nello stesso giorno circa 650 lavoratori di Bates – docenti senza ruolo, bibliotecari, amministrativi, addetti alle mense e alle pulizie – annunciano la nascita di un nuovo sindacato.
Ma quell’università inclusivissima a parole, nei fatti si rivela ferocemente antisindacale. Alla richiesta di redistribuire concretamente il potere, il college reagisce in modo meno entusiasta rispetto ai simposi sulla white fragility: contesta la composizione della nuova union e assolda una società specializzata nel contrasto alle organizzazioni dei lavoratori, la stessa che in quel periodo presta i propri servizi ad Amazon per aiutare Jeff Bezos a stroncare le proteste dei lavoratori di Staten Island. Dopo quattordici mesi di ricorsi, il sindacato perde.
Nel frattempo, racconta Harper, l’Academic Affairs Council – influente organo decisionale del college, formato dal preside di facoltà e da quattro professori anziani, tutti bianchi – propone di obbligare ogni studente a frequentare due corsi su razza, potere, privilegio e colonialismo, a prescindere dalla facoltà. Quando Harper obietta, una collega (bianca) gli rammenta senza indugi che le sue idee sulla libertà e la ricerca accademica sono quelle di alcuni docenti «di orientamento libertario», come se la compagnia politicamente sconveniente bastasse a renderle sospette. A un giovane professore nero, nota amaramente l’autore, non viene contestata la sostanza della sua posizione: gli viene ricordato da quale parte ci si aspetta che stia.
Scrive Harper:
La storia delle pratiche di assunzione e di avanzamento di carriera dell’istruzione superiore d’élite e quella della sua deriva pluridecennale verso un certo estremismo liberal-progressista non sono separate, e nemmeno in contraddizione. Sono la stessa storia.
Anche la presunta «domanda» degli studenti, regolarmente portata dalla direzione del college a giustificazione di nuovi, massicci investimenti in una diversity da cartolina, viene di fatto smontata da una rappresentante del corpo studentesco, che racconta al professore come i discenti fossero stati portati a intendere che le modifiche erano già ampiamente condivise da faculty e personale accademico (ma così non era, nemmeno nella ricca e progressista Bates).
Harper definisce il sistema di Bates, comune ai maggiori e più costosi college d’America, «esclusione inclusiva»: l’amministrazione universitaria può salvare la faccia rinnovando la composizione demografica di chi occupa i pochi posti lavorativamente sicuri, pur senza concedere nulla: senza aumentare i suddetti posti, senza stabilizzare i precari e, soprattutto, senza cedere potere ai lavoratori. Questa diversità di facciata, insomma, ha un fine cosmetico, se non direttamente conservatore: serve a modificare la gerarchia, lasciandone intatte le regole.
Un corpo docente più fragile è anche più conformista e ricattabile; le politiche identitarie, quando sono applicate in questa forma ipocrita – che non è di certo l’unica, ma è quella più spinta dalle alte sfere economiche – consentono a chi controlla l’istituzione di presentarsi come agente del cambiamento senza intervenire sulle disuguaglianze materiali da cui dipende il suo potere.
Alla fine Harper – che descrive il suo profondo disagio di fronte a questa dissonanza cognitivo-accademica – nel 2024 ha lasciato Bates, rinunciando al suo sogno di una vita di una posizione stabile nell’accademia. Nel frattempo Trump è tornato al potere e ha preso di mira i fondi universitari; così il college ha risposto sospendendo fino al 2029 l’introduzione dei suoi nuovi corsi obbligatori su razza e privilegio, quelli che per lungo tempo aveva presentato come urgenti e indifferibili strumenti di avanzamento sociale. Appena ha comportato un costo vero, il proclama etico è diventato un orpello di cui privarsi.
In questa storia riecheggiano molte riflessioni sulla ciclicità della radicalizzazione delle élite liberal di Musa al-Gharbi, il sociologo statunitense che meglio di tanti altri ha saputo legare il wokismo di facciata delle istituzioni americane alla loro indisponibilità a ridistribuire risorse, ricchezza e potere (qui una chiacchierata che avevo fatto con lui l’anno scorso).
Quella di Tyler non è una storia così rara, nelle università più prestigiose del mondo anglofono. Ho letto, tra i vari take opinabili seguiti alla tragedia in queste ore, che non sarebbe vero che Jason Arday per l’Università di Cambridge era un poster boy della DEI, una mostrina da appuntarsi: ma tutto, dal comunicato della sua nomina a dozzine di sue apparizioni pubbliche, puntava decisamente in tal senso; che portasse con sé un buon numero di citazioni accademiche non indebolisce l’evidenza del suo sfruttamento simbolico.
Da dinamiche come quelle in azione in questi casi – che rimangono dinamiche connaturate a uno schema bianco-centrico che prova disperatamente a rimanere saldo con le mani sulle leve, è bene ripeterlo – Trump e sodali continueranno a ottenere altra legna da ardere per proseguire la loro lotta senza quartiere all’inclusione e alla libertà accademica.
Dicevamo di quell’annosa domanda inevasa, sul perché la destra abbia raccolto i dividendi delle culture wars. Abbozzerei una risposta che parte dal fatto che qualcosa, in effetti, in questi anni è successo; non certamente nei termini deliranti e fuorvianti dei reazionari, ma era proprio questo il punto: cercare di disinnescare quei discorsi voleva dire risalire al lontano granello di realtà per cui, con ogni evidenza, i loro allarmismi avrebbero avuto successo alle urne.
Quel granello di realtà aveva a che fare da vicino con centri di potere che si erano adagiati, per interesse o per ignavia, sulla forma di cambiamento più comoda, superficiale, innocua e controproducente: una «follia», per citare ancora la definizione che ne dà oggi AOC, non esattamente un’estremista xenofoba. Parlarne allora, tra il 2020 e il 2024, non significava essere cerchiobottisti, più o meno nella misura in cui un meteorologo non è “cerchiobottista” quando comunica la coesistenza di cieli sereni e nuvole nere all’orizzonte.
Se è proprio necessario (e non dovrebbe esserlo, specie in quest’era post-trumpocalittica) trovare colpevoli da additare, allora temo di avere una pessima notizia: le migliori pedine della Grande Guerra all’Inclusione della destra – e i peggiori alleati delle minoranze sfruttate per un pugno di punti-marketing – sono stati i compagni della mozione nothing to see here, per cui il discorso non esisteva, non meritava autocritica e non doveva essere toccato in alcun modo: queste persone non sapevano di cosa parlavano, confondevano i piani ed erano più interessate a trovare “nemici interni” che a risolvere una situazione che stava per rendere la vita tremendamente più difficile a chi non era maschio, bianco, etero e cisgender.
Il che suona problematico, se chiedi a me.

- Sorpresa: anche Zoe Saldana vorrebbe essere trattata come attrice, non come token inclusivo;
- La WNBA, la maggiore lega professionistica femminile di basket americano, è al centro di una lunare controversia sulle sue regole di ingaggio delle donne transgender;
- La più celebre anti-woke (ma qui si potrebbe dire: nazi) tedesca ha chiesto fondi americani per finanziare un suo network mediatico reazionario.
