Le crociate delle culture wars non tirano più


In un’intervista che mi ha concesso qualche settimana fa, Judith Butler, quella che nella narrazione della destra americana è la sacerdotessa dell’«ideologia gender», sintetizza, tra le altre cose, i contenuti di un libro pubblicato nel 2024 (Who’s Afraid of Gender, editore Farrar, Straus and Giroux). Senza farla troppo lunga, l'idea – convincente – di Butler è che l’ideologia gender sia una creatura della destra mondiale che si è nutrita di temi nati negli Stati Uniti, è cresciuta fuori da essi (in Ungheria, Russia, Polonia) ed è tornata prepotentemente in America come strumento di propaganda e gestione del consenso da parte del Partito repubblicano.

Il Grand Old Party ha puntato sui temi etico-morali, dipingendo gli avversari come il male assoluto per decenni, specie per generare consenso in aree lontane dalle città costiere: luoghi in cui funzionavano i discorsi su New York e San Francisco, attraversati da gay parade dove se ne vedono di tutti i colori, bagni che non sai dove andare a fare pipì se hai chiaro a quale dei due sessi (due!) appartieni, e dove l’aborto è non solo legale, ma attivamente incoraggiato.

Questa narrazione, vecchia di decenni, e diventata sempre più centrale nella propaganda repubblicana, e con Trump si sono aggiunti un razzismo esplicito e l’onnipresente racconto di città e frontiere attraversate da orde di narcos e stupratori. Anche questi discorsi, non a caso, funzionavano e attecchivano soprattutto lontano dai luoghi in cui erano ambientati.

Il voto di midterm sembra restituirci uno scenario diverso. Quella che per me è la sorpresa maggiore è il risultato in alcuni luoghi inattesi come Kansas, South Carolina o il testa a testa perdente in Florida. Certo, abbiamo visto tanti candidati sbagliati contro quelli giusti, un presidente che ha tenuto il suo ultimo comizio pre-voto parlando dei lavori di ristrutturazione e abbellimento alla Casa Bianca (perché punto nel vivo da Barack Obama, che l’aveva definita ironicamente «un negozio della catena Cheesecake Factory disegnato da Saddam Hussein»), le conseguenze della situazione economica e dei raid da stato autoritario dell’ICE.

Ma, appunto, i democratici vincono tanto in Texas e Kansas quanto in Maine, Ohio e Michigan, cioè fanno bene sia negli Stati cosiddetti swing (ovvero contendibili da entrambi i partiti) che in luoghi dove era impensabile vincessero fino a pochi mesi fa.

Non solo: generi, pelle, origini, radicalità non sembrano aver fatto la differenza; governatrici nere e native, rappresentanti socialiste, senatori gay e senatori musulmani, due senatori con posizioni sandersiane come Abdul El-Sayed e Peggy Flanagan. Hanno vinto tutti. Segno che la campagna elettorale repubblicana impostata sul rilancio del pericolo trans/islamo/comunista (con una buona dose di fantasia) non ha funzionato da nessuna parte, se non in aree conservatrici e arrabbiate come la West Virginia e quegli Stati del Sud dove il potere bianco e razzista, unito a quell’assenza di migrazioni interne legate al dinamismo economico, ha lasciato la società simile a quella degli anni Sessanta.

Decenni di guerre religiose: le culture wars che danno il nome a questa newsletter hanno funzionato in un Paese dove le trasformazioni sociali si accompagnavano a quelle economiche. La destra ha saputo coniugare e collegare il disagio prodotto dalla chiusura delle fabbriche nel Midwest, le grandi trasformazioni determinate dalla globalizzazione e dall’ascesa della Cina, alle trasformazioni culturali e sociali.

Le due cose procedevano di pari passo ed erano, nella propaganda, il prodotto dei globalisti che abitano sulle coste e guadagnano bene, quelli per cui non esistono generi e che fanno lavori che non si sa nemmeno cosa siano. Poi qualcosa si è inceppato. L’onda lunga dei redditi stagnanti, che di colpo è diventata parte del discorso mainstream dopo essere rimasta sotto traccia per almeno vent’anni, e poi la vicinanza dell’attuale governo con gli oligarchi (in primis quelli che raccontano che la cosa che li fa guadagnare oggi potrebbe condurre alla fine dell’umanità), hanno cambiato le carte sul tavolo.

Negli Stati governati dai repubblicani le costituzioni sono già state cambiate per determinare che l’embrione è un essere umano, i libri woke e vicini alla presunta teoria gender sono scomparsi dalle biblioteche e i dieci comandamenti sono stati affissi nelle scuole. Ma i redditi sono rimasti dove erano e i costi dell'assicurazione sanitaria sono cresciuti, assieme a quelli dei mutui.

È presto per dirlo, e gli Stati Uniti ci hanno stupiti – in positivo e negativo – molte volte prima d’ora, ma l’impressione è che quel discorso abbia esaurito la sua capacità di convincere; le persone che hanno votato in queste ore vogliono risposte, e non una narrazione che conforti le proprie paure o convinzioni.

I repubblicani hanno speso quasi duecento milioni di dollari in spot elettorali che parlavano di persone transgender: una spesa che chiaramente è servita a poco. E che ora rischia di mostrare al mondo intero che il giocattolino si è rotto.

Gli evangelici continueranno a votare contro l’aborto e qui e là regaleranno qualche Stato ai repubblicani. Ma forse è l’ultima volta, almeno per qualche anno, che vedremo campagne elettorali fondate sul simbolo da incollare sulla porta di un bagno.

  • Google ha annunciato che le scuole che non abiliteranno le sue funzionalità di IA perderanno anche l’accesso a Google Search;
  • Stonewall, oggi. Il Guardian ha intervistato Simon Blake, amministratore delegato della storica organizzazione britannica per i diritti Lgbt+;
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